I have a dream. Il sogno dell’America

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Una vita in schiavitù. Vite paralizzate dai ceppi della segregazione e dalle catene della discriminazione. Vite di sofferenza. Vite macchiate dal solo colore della pelle. Il negro viveve su un’isola di povertà solitaria in un vasto oceano di prosperità materiale.

E’ l’America razzista degli anni Trenta e Quaranta, quella in cui l’uccisione di un ragazzo nero non viene riportata neanche sui giornali. Uomini e donne discriminati per il solo colore della pelle. Non hanno mai goduto degli stessi diritti dei banchi, nemmeno durante il servizio militare.

E’ l’America dei bianchi che prendono a sassate i giornalisti mentre prendono parte alle manifestazioni contro il razzismo. E’ ancora l’America in cui le stazioni televisive minacciano di sciogliere i contratti con le reti che diffondono immagini relativi agli scontri, notizie relative ai neri. E’ l’America dei soli caffè per bianchi. E’ l’America in cui Rosa Parks rifiuta di cedere il posto in cui era seduta ad un bianco. Il conducente ferma il mezzo e le intima di scendere. Viene arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine.
In quest’America contradditoria e razzista Martin Luther King, pastore battista nato ad Atlanta nel 1929, inizia a lavorare in una parrocchia nel sud dell’America. Comincia a parlare di non-violenza. Un uomo che passerà alla storia per la più grande dimostrazione di libertà nella storia del paese.

Quando John Kennedy presenta al Congresso un provvedimento per la parità dei diritti tra bianchi e neri, King capisce che è il momento di organizzare una marcia su Washington. E’ il 28 Agosto 1963 e davanti a 250 mila persona. 60 mila di quelle bianche, pronuncerà le parole che saranno impresse nella storia dell’umanità.

“Siamo venuti qui, oggi, per rappresentare la nostra condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti alla capitale del Paese per incassare un assegno – dice King. Il pagherò dei diritti, dei principi inalienabili. Nel suo discorso King chiede di realizzare il suo sogno. Chiede la fine della segregazione razziale nelle scuole, una legge sul tema dei diritti civili, la protezione dalle brutalità della polizia per gli attivisti, uno stipendio minimo di 2 dollari all’ora per i lavoratori. King lotta per il suo sogno, quel 28 agosto 1963. Continua a farlo per altri cinque anni tra repressioni, ricatti, intercettazioni. Cambia la storia dei diritti civili, in quell’America che oggi, grazie a lui, è un po’ meno in bianco e nero.

“Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia. Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!”

Un discorso che divenne faro di speranza per milioni di schiavi negri che erano stati bruciati dal fuoco dell’avida ingiustizia. Venne come un’alba radiosa a porre termine alla lunga notte della cattività.

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