Archivio dell'autore: Maria Rosaria Mandiello

Hikikomori, i giovani reclusi in casa che dicono “no” alla vita

untitled 2In camera tutto il giorno. Il mondo è confinato in una socialità virtuale e senza alcun legame col mondo esterno. Prigionieri di se stessi. Iperconnessi ed in perenne solitudine. Una gioventù limitata nel tempo e nello spazio, una stop forzato alla crescita. Giovani che si ritirano dal mondo, si chiamano “hikikomori”. Erano 100 mila in Italia prima del lockdown ma i numeri sono aumentati con la pandemia. Reclusi in casa, in particolare in camera, spesso per paura del mondo esterno. Per loro la notte è sinonimo di sicurezza, al mattino, invece, cresce l’ansia. Il pc ed i social sono il loro mondo. Per loro le relazioni umane si azzerano, quasi inesistenti, nella maggior parte dei casi molti di questi ragazzi non ha mai avuto una relazione affettiva.  Qualcuno li definisce inetti e pigri, ma sono figli della generazione hikikomori, parola giapponese che significa strare in disparte, ritirarsi. In Giappone, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, dove si stima siano un milione gli autoreclusi.  Covano dentro di loro dolore e vergogna nel mostrarsi al mondo esterno. La vergogna, sembra essere proprio l’elemento fondamentale, secondo lo psicoterapeuta Piotti, tra i primi in Italia ad occuparsi di ritiro sociale. La società è ormai diventata spietata con e tra gli adolescenti, nulla perdona: dal brufolo alla gaffe fatta in classe. Una società dove la bellezza è centrale e lo sguardo dell’altro è il giudice più temuto. E se ti senti inadatto e brutto, l’unica soluzione è optare per il virtuale e restare chiuso nel posto in cui più ti senti al sicuro. Internet li protegge e allo stesso tempo imprigiona. Una sindrome sociale che nell’ 80% dei casi colpisce i maschi ma il numero delle ragazze è in continuo aumento. Secondo dei dati, giunti dal Giappone, colpisce soprattutto i primogeniti ed i figli unici. Solitamente si tratta di intelligenze sopra la media, carriere scolastiche brillanti interrotte e mai riprese. Molti provengono da famiglie acculturate ed istruite. In alcuni casi i genitori sono reduci da separazioni ed uno dei due è assente nella vita del minore. Gli anni di chiusura solitamente oscillano tra i tre ed i dieci anni, ma possono anche andare oltre. Alla base di questa scelta solitamente c’è delusione, un caso di bullismo, o anche un’offesa che ha ferito. Il corpo si nasconde, quasi si annulla, il sesso non interessa. Molti hikikomori si professano asessuali. Il primo campanello d’allarme per i genitori è l’abbandono della scuola. L’anno critico solitamente arriva in seconda o terza media, oppure poco dopo l’inizio del primo anno delle superiori. Da un’indagine dell’Associazione Hikikomori Italia, unico punto di riferimento nel nostro paese per le famiglie, con molti gruppi di auto mutuo aiuto, il fenomeno è più presente al Nord, mentre il Lazio è la regione che registra più casi. . E la quarantena dovuta alla pandemia non ha fatto altro che acuire il fenomeno, infatti, in molti hanno trasformato l’isolamento forzato in casa in un isolamento volontario. Senza scuola, senza hobby e con una routine ormai consolidata, il rischio ora è quello di non aver voglia di tornare fuori.  La risposta è forse in una ribellione solitaria al mondo fatto di apparenze, di conflitti e di competitività che abbiamo lasciato loro in eredità, dove la fuga dal mondo per un mondo celato sembra in loro l’unica via d’uscita.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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Il sociale invisibile: le comunità e l’operato assistenziale al tempo del Covid-19

untitledNei giorni che hanno segnato il mondo e le vite, così sospesi in un flusso digitale quasi ininterrotto, in cui abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra il bisogno di comprendere ed il seguire il naturale corso degli eventi, cercando di sottrarci al marasma di informazioni, analisi e dati statistici. Un mondo però andava avanti con operai, cassieri, impiegati, sanitari e operatori sociali che continuavano a lavorare instancabilmente consapevoli di essere il motore pulsante di un Paese che andava avanti e che avrebbe dovuto ripartire e ricominciare nel post covid. Il sociale è uno dei settori che in questo surreale ed improvviso periodo non si è mai fermato, anzi, è stato uno dei tasselli fondamentali del puzzle di vita dell’emergenza epidemiologica. Il lockdown ha acuito molti bisogni, accentuato la forbice di disparità sociale, aumentato la povertà in ogni sua forma: da quella economica a quella educativa, la violenza domestica e familiare è aumentata, e molti assistenti sociali e psicologi si sono ritrovati in piena emergenza. L’emergenza nell’emergenza. In questo periodo le comunità per minori, le comunità psichiatriche, i servizi per i disabili, l’educativa di strada, l’assistenza ai senza fissa dimora, le residenze per anziani hanno continuato ad operare a pieno regime, mentre i servizi di assistenza domiciliare hanno riconvertito la loro funzione in un senso maggiormente assistenziale come pure per l’assistenza scolastica. Gli operatori ed i professionisti del sociale non si sono tirati indietro anche perché nascono nel motto del “fare con quello che c’è”. La volontà, quella non è mai mancata, non si sono mai tirati indietro, lavorando anche in un momento alquanto difficile: perché le paure sono di tutti. Uomini e donne, professionisti del sociale e del mondo sanitario che in questa emergenza sanitaria e sociale hanno mostrato umanità e competenza, senso del dovere e abnegazione, eppure per molto tempo hanno incarnato nell’immaginario comune e politico l’ultimo baluardo e martire del defunto welfare italiano. Eppure se non ci fosse stato il cuore delle comunità educative, delle case famiglia, delle residenze per anziani, questi ospiti che fine avrebbero fatto? L’hastag #iorestoacasa valeva anche per loro. Ma c’era chi un a casa non ce l’aveva e chi, pur avendola, non viveva con la propria famiglia: i bambini, i ragazzi, gli anziani che vivono in comunità ospitanti. Le comunità sono un servizio residenziale e non può sospendere le sue attività, non può allontanare nessuno per “sicurezza” perché proprio per la loro “sicurezza e protezione” sono stati accolti, allontanati da  famiglie maltrattanti e abusanti, o per gli adulti da contesti di abbandono e solitudine.
La comunità resta aperta per 24 ore, non può fare orario ridotto e anzi durante l’emergenza epidemiologica, più che mai, con il tempo dilatato, i giorni della settimana non hanno più avuto confine: mancava la routine, le abitudini, la scuola, lo sport che sono parte del lavoro educativo. Un lavoro che ha richiesto di essere reinventato. Gli operatori hanno trascorso il loro tempo con gli ospiti delle strutture, cercando di rendere il tempo ormai dilatato ricco di esperienze diversificate. Un lavoro che è passato in secondo piano, quasi nessuno se ne è ricordato, eppure si tratta di persone che ogni giorno combattevano con la paura umana e comprensibile, e spesso combattono con turni lunghi, cambi improvvisi, un lavoro spesso sottopagato o a progetti a breve tempo, con Enti Locali spesso inadempienti economicamente e le comunità si ritrovano in affanno senza entrate. Uomini e donne di cui nessuno se ne è occupato eppure svolgevano il loro lavoro fondamentale, molto spesso. Persone che hanno dovuto comunque gestire lo stress di questo periodo. Dinanzi a loro la paura personale, la paura familiare e quella dei loro ospiti, a cui hanno dovuto cercare di dare amore ed empatia, perché alla sera quegli ospiti non tornavano a casa, nel proprio ambiente di vita, che talvolta coccola e appaca, e per loro il destino è stato già alquanto difficoltoso e di certo un’emergenza epidemiologica ha acuito ancor di più le mancanze e le difficoltà della vita. Forse in questa nuova fase della vita che ha riallacciato le cinture dovremmo ricordarci di molte cose che hanno reso migliore un mondo segnato.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La pandemia ci ha reso persone migliori?

untitled 2I nostri giorni hanno preso una piega inaspettata. Solo tre mesi fa il mondo conosceva da vicino una pandemia che ha distrutto vite e confinato tutti dentro un cubo ribattezzato lockdown. L’allentamento delle misure ha consentito al mondo di riprendere parte del suo ritmo e alle nostre vite di ritornare ad una normalità che ha subito non pochi mutamenti con cautela e timore. In questi mesi di confinamento domestico ci hanno incoraggiato definendoci pazienti e bravi nel rispetto di quanto ci veniva detto, che questo momento che ha segnato profondamente l’umanità ci  avrebbe reso persone migliori, dove la bontà e la solidarietà avrebbero fatto da padrona in un mondo troppo preso. Eppure non mi sembra che sia un processo automatico. Non mi pare che il dolore possa dettare un semplice processo di miglioramento individuale e collettivo, e non è ben definito come l’essere umano riesca ad auto-migliorarsi. Questo periodo ha vissuto parallelamente due vite opposte. La convivenza forzata ha aumentato il numero delle vittime di violenza in famiglia. I più piccoli sono stati costretti a spazi angusti. Sono aumentate le disuguaglianze sociali, abitative e culturali tra i bambini. La vita degli adolescenti è stata una socialità digitale senza la possibilità di incontrarsi. L’istruzione a distanza ha funzionato a macchia di leopardo ed in modo molto disuguale. I professionisti che hanno continuato a lavorare e ad assicurare la loro presenza ricorderanno questo periodo come un grande stress ed una fatica fisica e psicologica. I medici come di una lotta durissima, di turni massacranti, di morti difficilmente arginabili, di paure e di angosce. E poi c’è l’altra vita quella altruistica e generosa, fatta di donazioni, lavoro di squadra, un mondo che si è riscoperto volontario, costruendo una rete di protezione e di sopravvivenza per le fasce deboli. Di certo è che di fronte a noi abbiamo mesi ed anni di radicali novità. Mutamenti che per quanto possano inizialmente affascinare perché qualcosa di nuovo richiedono una risposta adattiva. Le nostre comunità devono iniziare a cambiare per adattarsi e per farlo necessitano di uno sforzo cooperativo che richiede la partecipazione di tutti, ognuno per la propria parte. E se ci fermiamo a pensare “ci ha reso migliori”, la risposta è forse “non lo so”, ci ha obbligato a fare cose a cui non eravamo abituati, come lo stare in casa, condividere momenti sparsi con i nostri familiari. Ma non è detto che questo diventi necessariamente essere migliori. E se la vita qualcosa ci ha insegnato sino ad oggi è che un essere umano cambia non sulla base di una spinta esterna, ma sulla base delle sue motivazioni interiori. Vi starete chiedendo “e allora tutti gli slogan incoraggianti?” Quelli sono auspici che bisogna far credere ai bambini che a differenza degli adulti hanno anche il potere della fantasia che li porta lontano, ma l’essere umano razionale e maturo non riesce a credere a queste cose. L’essere umano si è scontrato con la realtà fatta di morti e di notizie che di giorno in giorno ci spegnevano umanamente e psicologicamente con l’impatto di un mondo in piena sofferenza. Allora resta da chiederci ma oltre al pane in casa cosa abbiamo imparato da questa vicenda?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Aborto, diritto negato al tempo della pandemia

Chiusuntitledi i reparti, respinte le donne. Consultori fermi. L’emergenza epidemiologica che ha fermato il mondo ha paralizzato molti rami della sanità pubblica, uno su tutti il diritto delle donne ad abortire. In Italia al tempo della pandemia, abortire è diventato quasi impossibile, la crisi generata dal covid-19 ha mandato in frantumi la già fragilissima rete della legge 194 del 1978. Un effetto collaterale della pandemia. Gran parte dei reparti ospedalieri deputati all’interruzione volontaria di gravidanza sono stati rimodulati e destinati ai letti per malati di coronavirus. In molti ospedali, i pochi anestesisti non obiettori sono stati dirottati sulle terapie intensive, vietato dalle ordinanze spostarsi per cercare un’altra struttura, i consultori sono rimasti fermi: chiusi al ricevimento dell’utenza, mentre le donne in stato di gestazione sono rimaste sole e disperate, senza alcuna indicazione. Una tragedia nella tragedia. Una gravidanza indesiderata al tempo di una pandemia mondiale. Nonostante il Ministero della Salute abbia specificato che l’IVG rientri negli interventi indifferibili, molte strutture hanno equiparato gli aborti ad interventi di routine e fermato gli accessi. I racconti che si possono leggere in rete in molti forum femminili sono drammatici, raccontano di ansie ed angosce, di giorni in cui le donne sono state a telefono cercando risposte ed indicazioni, molte vicine anche al termine previsto. Qualcuna racconta di aver violato le ordinanze e di essersi recata di nascosto al Sud.

In Italia, l’aborto arrivò nel ’78, in contrasto al volere della Chiesa cattolica, che riconosce il diritto alla vita sin dalla procreazione, mentre, gioivano i movimenti femministi, per una conquista ed un diritto pienamente sancito. La norma prevede il diritto per la donna di interrompere volontariamente la gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni, se si tratta di un aborto terapeutico entro il secondo trimestre. Prevista una procedura, che prevede un colloquio, dopo il quale il medico rilascia un certificato con una pausa di riflessione per la donna di sette giorni, al fine di ponderare la sua decisione. Il certificato consentirà alle donne di potersi recare in ospedale o in una struttura convenzionata per praticare l’intervento.

In Italia soltanto il 64% degli ospedali ha reparti per la legge 194, con un’obiezione di coscienza – la possibilità per il medico di astenersi dal praticare l’intervento- che supera il 70%, specie nelle regione del Sud Italia. E’ bastato che alcuni ospedali chiudessero le porte alle pazienti, per mandare al collasso un sistema già fragile. A quarant’anni dalla sua approvazione l’epidemia covid-19, a cui si somma lo smantellamento dei centri IVG, minacciano la sopravvivenza stessa del diritto di una donna all’aborto sicuro, così come prevede la legge. In rete si legge disperazione e anche disinformazione in questo periodo di emergenza epidemiologica. Una piattaforma femminista di “Non una di meno” ribattezzata “Obiezione respinta” in questi giorni ha creato un canale Telegram e un numero dedicato proprio per questa emergenza. Le richieste sono triplicate. Ciò che affiora và oltre un’emergenza sanitaria, la 194 è sempre stata osteggiata, mostrando così una rete fragile che all’arrivo della pandemia si è mostrata ancora più disgregata ricadendo sulle donne che si sono viste spaesate e con un diritto negato. Così molte strutture sono state prese d’assalto, secondo quanto riporta “Repubblica” la clinica Sant’Anna di Caserta è passata in poche settimane da 120 a 160 aborti al mese. Segno che il sistema che assicura l’applicazione della legge 194 è ormai così depauperato che basta poco per mettere in crisi tutto e lasciare le donne sempre più sole. Lontano, osteggiato e ancora tanto discusso in Italia è l’aborto farmacologico, che in questo periodo molti medici però hanno richiesto, al fine di evitare gli accessi in ospedale delle donne, che riveste ancora un ruolo marginale. Di certo regna molta confusione che si ripercuote non senza conseguenze sulle donne che si ritrovano a fronteggiare psicologicamente una gravidanza indesiderata e una pandemia che limita gli accessi ospedalieri. Eppure, è un diritto poter decidere di abortire, un diritto che deve essere garantito tutelando la salute e anche l’aspetto psicologico delle donne. D’altra parte i consultori e gli ospedali italiani necessitano di un programma che consenta di monitorare la situazione e spiegare alle donne l’aborto oltre l’emergenza epidemiologica. Pensare all’aborto farmacologico, che potrebbe presentare sintomi e che non và sottovalutato, deve anche farci riflettere su quanto si sappia poco dell’aborto in generale e su quanto spesso le donne siano lasciate sole e disinformate. E se qualcosa questo periodo ci ha insegnato è nessuno deve essere lasciato solo.

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Il suicidio di un adolescente, perché?

untitled 2Tragico, disumano, scomodo persino da concepire, inimmaginabile. Eppure il dramma dei giovani adolescenti che arrivano a togliersi la vita è una vera emergenza sociale. La cronaca degli ultimi tempi è un susseguirsi di notizie che riportano la morte tragica di ragazzini poco più che adolescenti che hanno deciso di togliersi la vita. Con loro svanisce il senso della vita dei genitori, l’illusione si essere una famiglia normale e serena. In loro la domanda più dolorosa “come ha potuto fare un gesto del genere?” Purtroppo, quel gesto non è così raro. In Italia, secondo le statistiche, lo compiono circa 500 giovani ogni anno. Per uno che ve ne riesce, ci sono circa quattro o cinque tentativi sventati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è la seconda causa di morte in Europa nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, segue poi la morte per incidente stradale.

Un paradosso delle società occidentali: cresce la qualità della vita, si accarezza il benessere ma non diminuisce il numero di chi decide di togliersi la vita. Il problema è l’inafferrabile solitudine dei figli. Il salto nel vuoto di ogni giorno. Da genitori si può sbagliare per amore, ma sbagliare per amore non cancella l’errore. I genitori spesso cercano tra le cose dei figli, la paura più grande dell’ultimo decennio è l’hashish, alcuni di questi chiamano i carabinieri, per risolvere alla radice il problema generato dalla scoperta e può apparire un atto di coraggio. Forse lo è, forse però no. Un gesto, a volte dettato dalla disperazione. Ma dietro lo sballo o la chiusura totale del figlio c’è la solitudine. C’è il silenzio lancinante. Il dialogo oramai divenuto impossibile con la generazione di oggi. Il silenzio delle chat, gli smartphone, l’aver dimenticato di guardarsi negli occhi quando si parla, di non avere un adulto di riferimento con il quale confidarsi. La mente di un adolescente è un universo a sé. Il mondo a volte può ferire, travolgere, agitare una coscienza. I genitori sono avvolti in un amore permissivo che impedisce di guardare nel cuore dei propri figli. Le canne, saranno pure un problema ma la morte come auto-punizione inflittasi è del tutto sproporzionata. I campanelli d’allarme ci sono. Ma spesso vengono sottovalutati. Di morte non se ne parla, ancor di più di suicidio, in famiglia come a scuola, è ancora considerato un tabù. Bisogna imparare a parlarne e ad ascoltare. Se l’adolescente fa capire di avere intenzione di togliersi la vita, bisogna prendere seriamente il suo messaggio ed intervenire. Alcuni adulti credono che di certi argomenti sia meglio non parlarne per non istigare, ma le ricerche dimostrano che non è così. Affrontare l’argomento in modo diretto e dare ascolto alle voci dei ragazzi è esattamente quello che bisogna fare. Un adolescente su due ha pensieri suicidi. L’adolescenza è un periodo difficile, se non si percepiscono prospettive e speranza per il futuro, ma si avvertono ostacoli e difficoltà, che a quell’età appaiono insormontabili, si può decidere di voler scomparire. L’adolescenza è il passaggio alla vita ed è il momento in cui si prende consapevolezza della difficoltà della vita.  I fattori scatenanti possono essere i conflitti con i genitori, brutti voti scolastici, il cyberbullismo. Bisogna fare attenzione e coglierli come segnali non solo l’annuncio da parte del ragazzino di volersi suicidare, ma anche quando mostrano eccessiva tristezza, chiusura, quando provano a scappare di casa. A quel punto tocca all’adulto cercare il dialogo e affrontare il problema e talvolta farlo anche con uno psicoterapeuta in grado di ascoltare dapprima l’adolescente e poi la famiglia, in grado di ricongiungere un dialogo familiare inesistente o perso. Le famiglie però faticano a chiedere aiuto, perché c’è ancora un pesante stigma sociale intorno alla sofferenza mentale.  L’adulto deve essere in grado di andare oltre le proprie idee e i propri preconcetti, e prendere sul serio il figlio, ricalibrare le reazioni in base al problema del suo ragazzo prima che sia troppo tardi. I genitori non sono responsabili del male di vivere dei figli. Anzi, se adeguatamente supportati da uno psicoterapeuta la famiglia è una risorsa preziosa per questi ragazzi.

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Effetti del Covid-19, le coppie potranno divorziare via mail

untitledC’eravamo tanto amati, ma ci diciamo addio con una mail. In tempo di pandemia dirsi addio dopo anni d’amore e d’unione matrimoniale è diventato a portata di click. Lo avevamo immaginato che questo virus avrebbe cambiato le nostre abitudine e avrebbe inciso non poco in molti settori e infatti, una delle cose che la pandemia da Coronavirus ci ha fatto riscoprire, è quanto sia diventato facile ridurre i tempi burocratici- spesso molto lunghi- grazie all’apporto del digitale. Anche in un settore, come quello della giustizia, dove velocizzare sembrava un’utopia. Così considerato il differimento delle udienze in programma a causa dell’emergenza epidemiologica ed il rinvio prossimo in considerazione dell’estate, la tanto agognata semplificazione è diventata fattibile. La pandemia ha cambiato le regole e le procedure per le richieste di divorzi e separazione dei coniugi. La soluzione che i Tribunali hanno individuato anche per rispettare le norme sul distanziamento sociale per il contenimento del contagio, è l’udienza virtuale nei casi in cui la separazione ed il divorzio trovino consenso tra gli ormai quasi ex coniugi, ovvero, per le procedure dove le coppie hanno già trovato un’intesa sui termini pratici dell’addio. Il Consiglio nazionale forense ha varato delle nuove linee guida sulla gestione dei procedimenti che hanno per oggetto la famiglia. Regole che sono divenute necessarie perché pur rispettando e comprendendo il periodo di stasi e sospensione, la vita di relazione delle persone non può rimanere cristallizzata per mesi, considerato – recitano le linee guida- “la salute è da tutelare, ma la famiglia non è da meno.” E tutti i procedimenti in materia-si legge nelle linee guida- sono intrinsecamente connotati d’urgenza. In molti tribunali del Nord Italia, da fine aprile, chiunque voglia presentare ricorso per la separazione consensuale potrà farlo in via telematica attraverso un protocollo ad hoc previsto. Quindi, moglie e marito dichiareranno con atto separato di essere informati della possibilità di procedere senza la loro presenza fisica e di aver aderito liberamente e coscientemente, oltre che di non averci ripensato e ribadendo la loro volontà a non riconciliarsi. I ricorsi dovranno essere inviati tramite l’utilizzo di una pec e con sottoscrizione da entrambe le parti. Una formula che lascia chiedersi se sarà il futuro in tema di separazione, seppur è ancora da capire se funzionerà. Per adesso viene applicata in alcuni tribunali in altri non viene neppure esplorata. Eppure la pandemia non ha fatto riscoprire a molti il piacere di stare in coppia, anzi in molti stati del mondo e non solo, i divorzi sono aumentati a causa della quarantena. E in Italia cosa accadrà alle coppie in post quarantena? Certamente la gestionale familiare, gli spazi da condividere, il lavoro da casa, le lunghe giornate tra le sole mura domestiche, hanno lavorato contro chi era forse già un po’ a rischio. E ora, potendo ritornare fuori casa, potrebbe essere più deciso a mettere fine alla propria relazione, se non altro per ritrovare un equilibrio umano che in coppia non funzionava. Una vera e propria casistica italiana, ad oggi non è possibile farla, di certo però ci sarà una mole di separazioni accantonate da gestire nei tribunali italiani, mentre dovremmo attendere la fine totale del lokdown per comprendere quante “pause di riflessione” nelle coppie italiane ci sono state.

Un dato però sembra certo: secondo una proiezione del Censis, nel 2031 non saranno celebrati matrimoni nelle nostre chiese. Secondo l’indagine statistica ribattezzata “non mi sposo”, le nozze non saranno più il “baricentro della vita”. I matrimoni saranno superati e anche in via d’estinzione. Non saranno più considerati garanzia di un amore eterno né sinonimo di famiglia felice. Infondo, le conquiste di questi ultimi anni hanno giovato ai figli in primis, in quanto è stata-finalmente- superata la distinzione tra figli nati fuori e dentro il matrimonio, e le coppie di fatto hanno conquistato molti diritti. E se magari aggiungessimo anche future pandemie che potrebbero portarci a stretto contatto h24, il dato Censis potrebbe risultato quasi certo.

Ai posteri ardua sentenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Il bisogno di scuola nelle aree urbane degradate

untitled 2Il coronavirus prepotente ed improvviso ha sospeso e paralizzato le nostre vite. Il lockdown ha fermato l’Italia, dalla produzione all’economia, dai bar allo sport. La vita ordinaria si è cristallizzata per gli adulti ma ancor di più per gli studenti. Da più di sette settimane il nostro paese si ritrova con le scuole chiuse, che si sono reinventate al tempo del coronavirus. Nel tempo sospeso, le lezioni sono diventate audio e video, in diretta anche gli adempimenti formali, dal saldo dei debiti ai consigli di classe. Non in presenza, ma nelle case di ognuno – con non poche difficoltà: pochi strumenti e non tutti li hanno- per vivere un sobbalzo temporaneo della quotidianità degli studenti. Di bene o di male che se ne parli della didattica a distanza, di fondo resta una scuola che non riesce ad arrivare a tutti, perché la scuola era e resta l’aggancio perfetto per un ragazzino che mostra segnali d’allarme o di disagio. In molte aree del Paese: da Nord a Sud, nelle aree urbane con più disagio le scuole restano spesso l’unico presidio educativo. La loro presenza è premessa per intervenire in quei territori maggiormente vulnerabili. Lo sguardo attento di un insegnante che guarda oltre la didattica ma negli occhi del suo studente, spesso permette di agganciare con il supporto dei servizi sociali una famiglia problematica che da sempre resta nell’ombra e nel timore di chiedere aiuto. La scuola chiusa in questo periodo non permette più un occhio vigile da parte delle istituzioni verso ragazzi dal mondo interiore represso e consente a famiglie problematiche di restare in una zona d’ombra e di silenzio che potrebbe acuire molte situazioni. La scuola riveste un ruolo sociale fondamentale, irrinunciabile, anche in relazione al territorio in cui si trova. Nei comuni interni, la scuola è un baricentro, un luogo pubblico di aggregazione e di socializzazione. Nelle grandi aree urbane riveste un ruolo ancor più decisivo, fatto di inclusione culturale, di contrasto al disagio economico e alla marginalità sociale. Nelle zone di degrado del nostro paese, le scuole costituiscono uno dei pochi presidi educativi rimasti, a fronte della carenza degli oratori e dei servizi offerti alle popolazioni residenti. Diventando così la scuola una premessa fondamentale per intervenire in quei territori, con laboratori, corsi pomeridiani, attività che coinvolgano i ragazzi e che sviluppino interresse e curiosità. In una scuola che in alcuni contesti è chiamata a rimodularsi e a riadattarsi, perché oltre la didattica c’è la persona del domani. Una scuola che ha necessità di essere “diversa” in molte realtà perché bisogna contrastare l’abbandono scolastico e la criminalità, pronta ad avvicinarsi con facilità ad un adolescente. I ragazzi che vivono in zone alto rischio criminale sono costretti a una lotta quotidiana. Ogni giorno hanno di fronte una scelta dilaniante: il bene o il male. E la scuola diventa alternativa ma anche di frontiera. In Italia ci sono molte scuole di frontiera ed in questo periodo di lockdown non è facile rimanere scuola. In molti posti la scuola è innanzitutto sguardo, è l’occhio che incontra l’occhio: da lì ha inizio tutto e da un computer non è possibile farlo. La dispersione scolastica è aumentata vertiginosamente in questo periodo. Chi seguiva saltuariamente con il passaggio al digitale della didattica ha rinunciato alla scuola. I presidi ed i docenti in questo periodo ci provano con i ragazzi vulnerabili, inviano sms e telefonate, li segnalano ai servizi sociali, nonostante la didattica a distanza non sia obbligatoria e nonostante la promozione avverrà per tutti. In alcune realtà del Sud il grido del personale scolastico non è agli strumenti digitali ma è avere degli operatori sociali e psicologi per parlare ai ragazzi della loro paura, della loro angoscia, della situazione attuale e del futuro. Per molti ragazzi andare a scuola era la possibilità di appartenere ad un altro mondo, diverso da quello di casa ed oggi sono proprio con quei genitori che a volte non ce la facevano nel loro ruolo. Questo periodo inevitabilmente ci spinge a guardare al mondo della scuola e al suo ruolo, e ci fa comprendere quello che da tempo tende a ripetere chi si occupa di povertà educativa, parlando della necessità di creare “zone ad alta intensità educativa” proprio in quelle che oggi sono invece le aree a più alta povertà educativa. Come? Investendo. Mettere di più dove c’è meno, anche in termini di risorse. Finché la dispersione resta alta, finché le opportunità e le alternative saranno poche, la criminalità avrà vita facile nel reclutamento della manodopera a basso costo. Rendere le scuole vive, umane, accoglienti, dove condividere esperienze e non solo programmi didattici, potrà diventare strada per interrompere il proselettismo da parte di chi “gestisce” la strada sempre più agguerriti e violenti. Dovremmo provare a mettere al centro di tutto la scuola fatta di emotività e di empatia, che agganci i desideri dei ragazzi, potremmo segnare un gol contro i criminali.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Smart working, rivoluzione portata dal virus ma sappiamo gestirlo in termini di stress?

untitledAziende e pubbliche amministrazioni per limitare il diffondersi dell’epidemia hanno dovuto fare di necessità virtù al tempo del lockdown, adottando lo smart working: lavoro da remoto, dimostrando che si può lavorare da casa. Così in molti dipendenti dalle zone rosse, epicentro dell’epidemia, sino al Sud Italia e passando per il centro del bel paese, sono finiti in smart working pur tra mille iniziali difficoltà. Ammettiamolo, molti di noi, con l’inizio della pandemia, non pensavano che sarebbero riusciti a lavorare bene – o quasi- anche da casa. Uffici con flussi di lavoro, rapporti umani e ravvicinati, programmazioni, riunioni, sembrava tutto lontano e impossibile da riadattare all’era digitale. Eppure ce l’abbiamo fatta. Con tempo, pazienza, spirito di adattamento e con un approccio meno diffidente verso i contenuti digitali. Così abbiamo iniziato a sperimentare nuove idee: riunioni in conference telefoniche o in modalità videochiamata, linee telefoniche dedicate all’utenza, progetti che iniziavano a prendere anima e corpo ma questa volta sotto la spinta digitale. Comprendendo che alla base di tutto ci fosse l’innovazione, quale chiave su cui ruoteranno anche i cambiamenti futuri. Innovazione che ha trasformato il lavoro. La giornata di ognuno di noi, prima scandita secondo precise abitudini, ora si interseca con le esigenze di vita: a casa bisogna lavorare e occuparsi del menage familiare.  L’innovazione digitale ci consente di restare connessi e di gestire il tempo in base alle necessità che anch’esse sono cambiate, ribaltando il tradizionale paradigma della rivoluzione industriale: il lavoratore era pagato per le ore che metteva a disposizione, ora si è pagati per obiettivo. Certo, lo smart working può essere diverso per settori lavorativi e non può essere applicato a molte professioni, in alcuni casi bisogna alternarlo al lavoro in presenza o comunque rimodulare gli obiettivi, insomma, una sfida continua che si trasforma in opportunità futura.

Se c’è un aspetto futuristico ed innovativo, d’altra parte c’è anche una domanda di fondo.

Ma lavorare da casa è davvero meno stressante che andare in ufficio tutti i giorni? Per alcuni sì, ma non per tutti. La sfida digitale del lavoro al tempo della pandemia molti l’hanno vissuta come una nuova avventura che ha spinto a nuove idee adattandole al difficile momento storico. Altri, invece, descrivono lo smart working come una connessione costante, fatta di web e telefonate ad ogni ora del giorno e anche della sera, come un’infinita catena di montaggio.

C’è chi in smart working si trova a suo agio, e si scopre super produttivo, e chi invece fatica a trovare la motivazione e a organizzarsi, aumentando così la pressione delle cose da fare che si accumulano. Secondo uno studio condotto a fine 2018 dalla Baylor University, lavorare da casa non è da tutti, adattabile solo a persone che hanno determinate personalità. I ricercatori hanno scoperto che i dipendenti più adatti a lavorare da casa erano quelli che avevano autonomia, capacità di lavorare bene in modo indipendente, e anche una certa stabilità emotiva. Insomma, per le persone giuste, lavorare da casa potrebbe aumentare addirittura la produttività e ridurre lo stress. Infatti, sarebbero persone in grado di equilibrare le loro giornate ed i loro ritmi di vita, facilitando una sana e corretta alimentazione, imparando a dosare nel miglior equilibrio lavoro e vita privata.  Di conseguenza, mangiare più sano e avere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli amici può aiutare a sentirsi meno stressati, il che renderà una giornata lavorativa produttiva e felice.

Senza dubbio il lavoro agile è arrivato prepotente in un momento già difficile psicologicamente ed emotivamente, cogliendoci impreparati, ma era impossibile non accettare questa nuova sfida, anche perché univa il lavoro – che da sempre ci rende umani- con il diritto alla salvaguardia della salute. Una sfida che da Nord a Sud sembra abbiamo colto anche con successo e la pensione per lo smart working almeno per il momento sembra lontano, seppur nella “fase due” bisognerà apportare correzioni e miglioramenti al modello organizzativo non solo sotto l’aspetto tecnico (piattaforme, gestione dei dati personali) ma anche l’introduzione al diritto alla disconnessione, che di base però dovrebbe avere quella che viene ribattezzata dall’America “work life balance” la cultura della ricerca del sano equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. In altre parole, imparare a non rispondere alle email se arrivano dalle ventuno in poi. Imparare che è consuetudine rimandare al giorno dopo.

E voi da che parte siete in questa era che si è affacciata allo smart working?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Mafiosi al 41 bis, l’emergenza sanitaria li riporta a casa?

untitled 2I cronisti di giudiziaria lo chiamano laconicamente “41 bis”. Un numero che descrive un articolo di legge dell’ordinamento penitenziario, norma che regolamenta la detenzione all’interno delle strutture carcerarie italiane. Il 41 bis in realtà è il “regime detentivo speciale”, istituito a cavallo delle due stragi che ferirono l’Italia: Capaci e via D’Amelio, erede delle già “carceri speciali” create negli anni Settanta contro il terrorismo e poi abolite nell’ottantasei con la legge Gozzini. In questo regime vi finiscono quegli uomini ritenuti dallo Stato il piano più alto del crimine. Il carcere duro viene usato per spezzare i legami con l’esterno degli uomini affiliati ai clan: ma anche per fiaccarne la resistenza, per spingerli alla resa. In questo regime sono finiti uomini che sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa, alcuni sono ritenuti autori di omicidi, estorsioni, violenze o di aver pilotato appalti pubblici, insomma persone che nella loro vita hanno adottato condotte discutibili giuridicamente, pertanto, i giudici hanno deciso di applicare il regime del 41 bis: carcere duro che per legge non prevede la possibilità di usufruire di pene alternative. Almeno, sino ai giorni scorsi, infatti, sembrerebbe che il giudice di sorveglianza abbia concesso gli arresti domiciliari per motivi di salute, al capomafia di Palarmo, Francesco Bonura, 78 anni. Bonura è considerato uno dei boss più influenti ed è stato condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Così la notizia ribalzata sugli organi di stampa nazionale rischia di segnare – secondo molti- un precedente che aprirebbe le porte del carcere per molti mafiosi che hanno segnato epoche di terrore e di omicidi. Il là sembra che sia stato dato dal Dap (amministrazione penitenziaria) che il 21 marzo scorso ha inviato ai direttori delle carceri italiane una circolare che li invitava a segnalare detenuti malati e anziani per eventuali pene alternative. In altre parole, l’emergenza epidemiologica dettata dal covid19 porterebbe alcuni boss di cosa nostra agli arresti domiciliari in quanto il loro stato di salute sarebbe incompatibile in considerazione anche dell’emergenza covid, con il carcere.
Una situazione questa che genera all’interno della società civile indignazione e stupore. La giustizia è uno dei capisaldi del nostro Paese, ci appelliamo ad essa e ne confidiamo ogniqualvolta episodi violenti segnano la nostra società ed incidono ferite nelle nostre coscienze. Il regime del 41 bis, psicologicamente per l’opinione pubblica rispecchia il sinonimo  della definizione “buttate la chiave della sua cella”, infondo, sapere che una persona che si è macchiata di crimini feroci o si è affiliato alla criminalità organizzata per loschi benefici, stia patendo isolamento e stringenti condizioni di vita, appaga e non poco. Ed ora pensare che una pandemia possa riportare fuori dai penitenziari uomini vettori del virus mafioso, spaventa ed indigna, facendo calare in molti il senso di fiducia nutrito verso la giustizia. La stessa che và in frantumi e schiaffeggia i familiari delle vittime di mafia e non rende giustizia alle morti per mano di persone che non si sono posti alcun scrupolo e che nel corso della loro vita non hanno mai abiurato alla loro appartenenza alle più pericolose organizzazioni criminali del mondo. E chi ha vissuto gli anni del terrore oggi teme un ritorno al passato, come un dejavu alla stagione post-stragista, consentendo a queste persone di rafforzare il loro potere che si nutre anche di presenza fisica sul territorio e di potergli lasciare margine per nuove strategie di attacco allo Stato. Indignazione e paura che fanno parte di aspetti sociali e psicologici, umani e comprensibili, ma c’è anche un aspetto giuridico, che senza dubbio và approfondito e compreso, per questo motivo ho deciso di parlarne con l’avvocato penalista del foro di Nocera Inferiore, Giovanni Pentangelo, che ci aiuta a delineare meglio il quadro del 41 bis.

  1. Avvocato, anzitutto ci spiega in cosa consiste il regime del 41bis?

L’ art. 41 bis dell’ Ordinamento Penitenziario, comunemente conosciuto come “carcere duro” non è una pena, come da tanti erroneamente ritenuto, bensì una modalità di esecuzione della pena o della misura di custodia cautelare. Viene applicato su provvedimento del Ministro della Giustizia, previa richiesta del Ministro degli Interni o, più frequentemente, previa richiesta dell’ Ufficio della Direzione Distrettuale Antimafia che procede alle indagini sul detenuto, per reati di associazione mafiosa o di terrorismo con finalità eversive. Lo scopo è quello di isolare quasi totalmente il detenuto al fine di impedirgli di comunicare con i suoi sodali, anche attraverso canali indiretti e così interrompere il suo apporto direttivo o partecipativo all’ organizzazione criminosa di cui fa parte. Consiste in una notevole compressione dei diritti del detenuto ai limiti della tortura.
Si pensi che il detenuto al 41 bis trascorre 22 ore al giorno in una cella che, alla finestra, ha applicata una placca di metallo che gli impedisce di guardare fuori e che permette soltanto ad un fascio di luce naturale di entrare. É sorvegliato a vista 24 ore su 24. Ha una sola ora d’ aria al giorno ed una di socialità che svolge in gruppi di massimo 4 persone di età e di provenienza geografica differente. Ha un solo colloquio al mese con i familiari che incontra per un’ora in una stanza, alla presenza costante di un agente della Polizia Penitenziaria. É diviso dai familiari da uno spesso vetro divisorio che impedisce contatti “epidermici”e comunica con loro, attraverso un citofono. Tutta la posta che scambia è sottoposta a censura, tranne le comunicazioni con il suo difensore che rechino la dicitura “per interesse di Giustizia”.
I colloqui con i difensori non hanno limiti temporali ma vengono svolti alla presenza costante di un agente di polizia penitenziaria o sono video filmati. La partecipazione ai processi può avvenire esclusivamente in videoconferenza e mai fisicamente.

  1. Ritiene che tale misura considerata l’emergenza epidemiologica possa avere delle eccezioni? In altri termini le chiedo, può un detenuto in regime di 41 bis essere scarcerato ad oggi?

Per come è “ridotto” all’ isolamento quasi assoluto, il pericolo del contagio da Covid-19 è una ipotesi pressoché remota per il detenuto al regime speciale del 41 bis. Si badi che lo stesso ha contatto esclusivamente con il gruppo di tre agenti penitenziari che si alternano nel sorvegliarlo a vista. Per cui, con il controllo sanitario degli agenti penitenziari che prestano servizio nelle sezioni detentive e degli avvocati che vanno a colloquio, il rischio contagio è scongiurato.

  1. Ammesso che un detenuto in tale regime avanzi istanza tramite il suo legale di scontare la pena in regime domiciliare, potrebbe essere accolta? La legge lascia margine e discrezionalità al giudice?

Bisogna distinguere  se il detenuto è in regime di espiazione pena o se è in regime di custodia cautelare, in altre parole se sta scontando una pena oppure è in attesa di giudizio definitivo. Nel primo caso è competente il Tribunale o il Magistrato di Sorveglianza per i detenuti al regime del 41 bis con unica sede in Roma, nel secondo caso è competente il Giudice innanzi al quale si sta svolgendo il processo. Il tribunale di Sorveglianza per i 41 bis ha percentuali di accoglimento delle istanze di attenuazione del regime detentivo rasenti lo zero. Nel secondo caso, venute meno le esigenze cautelari, il Giudice “del processo” deve valutare concretamente le istanze di attenuazione della misura.

  1. A Lei è capitato di ottenere una scarcerazione di un detenuto al regime del 41 bis?

Io ho difeso tre detenuti sottoposti a questo regime speciale. Uno in regime di espiazione pena a cui sono riuscito ad anticipare la scarcerazione grazie ad uno sconto di pena di oltre cinque mesi ottenuto sfruttando una norma che tutela detenuti, come il mio assistito, che  hanno vissuto un periodo considerevole di detenzione in condizioni ritenute degradanti ed inumane.
Gli altri due in regime erano di custodia cautelare perché ancora sotto giudizio.
Per uno sono riuscito, ad ottenere gli arresti domiciliari in un paese limitrofo al suo, grazie ad una istanza presentata dopo l’esame di alcuni collaboratori di Giustizia ritenuti originariamente “determinanti per l’accusa” ma poi non rivelatisi propriamente tali.
Per l’altro, non ho potuto fare altro che attendere la decorrenza dei termini di custodia cautelare perché sottoposto contemporaneamente a più processi in fasi dibattimentali diverse.

  1. Francesco Bonura, detenuto al carcere di Opera in regime di 41 bis ha ottenuto i domiciliari nella sua Palermo. Un caso singolo e dettato da cosa? Potrebbe creare un precedente, secondo lei?

Per poter rispondere, avrei bisogno di leggere attentamente il provvedimento che non ho ancora trovato sulla banca dati. A senso, ritengo che le motivazioni dell’attenuazione del regime detentivo per il Bonura non risiedano direttamente nel pericolo di contagio da Covid-19 ma più in un grave ed irreversibile stato patologico che, di fatto, gli impedirebbe anche di riprendere contatti con vecchi, o potenzialmente nuovi, sodali.
In altre parole, le gravi patologie e il decorso del tempo lo renderebbero avulso dagli attuali  sistemi criminali organizzati.

  1. Ad oggi vi è una legge, un decreto, qualche linea di indirizzo che concede ai detenuti per qualsiasi reato e regime –in questo caso vado oltre al 41 bis- in considerazione dell’emergenza epidemiologica di poter scontare la pena al di fuori di un penitenziario?

L’ art.  123 del Decreto Legislativo n. 18 del 17 marzo scorso, ripercorrendo la vecchia Legge 199 del 2010 tuttora in vigore, prevede che tutti i detenuti in regime di espiazione pena cha a giugno 2020 residuano non più di 18 mesi di pena da espiare, possono ottenere l’ attenuazione del regime detentivo, continuando a scontare la pena presso il proprio domicilio con il monitoraggio dato dal braccialetto elettronico. In modo molto cauto, i Magistrati di Sorveglianza competenti a decidere sulle istanze, hanno provveduto, ad oggi, ad attenuare il regime detentivo esclusivamente dei soggetti con serie patologie potenzialmente seriamente aggravabili dal Covid-19.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Informazione e comunicazione al tempo del covid

Amo la comunicazione, è stato ed è angolo di rifugio nella mia vita, passione vecchia quando il mondo, ogni tanto presto il mio contributo perché credo ancora nell’ideale del Giornalismo fatto di fatti e di denunce. Perché l’Informazione è tale solo se dà voce ai diritti, se segue il profumo della libertà e della notizia.
Perdonatemi, ma in queste settimane non è più Informazione, non c’è più comunicazione o senso della notizia.
Scorro le testate giornalistiche ed è un continuo di virologi ognuno con un’opinione diversa. In queste ultime ore ho letto e sentito:
-il virus non andrà via così facilmente;
-nonni e nipoti non potranno più stare insieme come prima mentre domenica ho sentito un medico dire in diretta RAI una cosa diversa;
-con il mutare delle temperature il virus non sarà più aggressivo;
-questa estate ci dimenticheremo del virus perché non ci saranno più contagi.
Capitolo contagi
-i contagi diminuiscono, qualche testata ore dopo “i contagi continuano a salire e preoccupare”;
Per non parlare degli atteggiamenti da e non assumere nella fase due, sembrano mondi diversi, chi riferisce basta la mascherina ed i guanti, poi c’è lo studio dello Spallanzani che dice di indossare gli occhiali, ma non quelli classici servirebbero a ben poco.

Davvero, io credo di essere ancora un po’ sana di mente, ma credetemi non so più a chi credere e soprattutto cosa sperare nel domani che ci aspetterà. Siate uniti e chiari. Date indicazioni. Evitiamo la corsa dei professionisti in tv che hanno indicazioni discordanti l’uno con l’altro. Non è audience.

Poi c’è la ciliegina sulla torta. Vittorio Feltri che da sempre sappiamo essere tagliente e a volte troppo fuori i suoi confini, lo ha fatto anche coi titoli dei suoi giornali. Per cui ha esordito dicendo che i meridionali in alcuni casi sono inferiori rispetto ai settentrionali.
Non entro nel merito di uno che viene ospitato perché si sa che prima o poi farà parlare e quindi accendere i riflettori sulla propria trasmissione ma:
a) Feltri andava fermato e richiamato fermamente dal conduttore della trasmissione, quale padrone di casa e quale anche mediatore in quel momento;
b) Feltri va sospeso e sottoposto a provvedimento disciplinare. Senza se e senza ma.
c) Scuse pubbliche anche da parte del conduttore della trasmissione. È così che si fa, signori miei.

Infine, la televisione va generalizzata, basta coi soliti programmi a tema di coronavirus, la psiche di tutti ne risente, ancor di più di che è maggiormente esposto. 24/24h di solite interviste, opinioni discordanti, dibattiti in tema covid non fanno bene, a nessuno. La tv ha un ruolo sociale e di intrattenimento. Non dimentichiamocelo.

tvaltempodelcoronavirus

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