Archivio dell'autore: Maria Rosaria Mandiello

Genitori separati e figli, per le vacanze?

untitledPrepotente è arrivata l’estate con la fine della scuola, il caldo afoso e la voglia di mare e sole, in poche parole di vacanza, che per i figli di genitori separati rischia di diventare un vero e proprio boomerang. Litigi, incomprensioni, genitori che un accordo proprio non riesco a trovarlo. Eppure i dubbi e le perplessità in tema di vacanza per i figli di genitori separati dovrebbero essere superati dal provvedimento che dispone l’affido condiviso, perché qualunque provvedimento che sancisce l’affido condiviso di un minore e ne disciplini il diritto di frequentazione con il genitore collocatario, non trascura di prevedere espressamente il calendario di visita nel periodo estivo. La prassi vuole, con specifico riferimento ai tre mesi estivi in cui il minore non frequenta la scuola, che il genitore collocatario trascorra almeno due settimane e preferibilmente consecutive con il figlio; garantendo così al minore la possibilità di sperimentare ed in alcuni casi rafforzare la quotidianità e la confidenza col genitore che nel corso dell’anno, vede, di media, per non più di due giorni consecutivi. Nella restante parte del periodo estivo, il minore resta invece affidato alle cure del genitore collocatario, il quale – seppur sospeso l’ordinario calendario di frequentazione – deve garantire all’altro la regolarità e la frequenza dei contatti con il figlio. Questo, nel pieno rispetto del principio della bigenitorialità, che non ammette che, per un periodo così lungo, il diritto dei bambini a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori possa essere in alcun modo sacrificato in nome del loro, indiscusso, diritto allo svago e al divertimento. Vacanze alle porte, mamma e papà sono così chiamati a concordare come spartirsi i rispettivi periodi di vacanza, conciliando gli impegni lavorativi, le esigenze logistiche, le preferenze geografiche e le opinioni personali. Ed è proprio qui che, molto spesso, nascono le incomprensioni o, nei casi più estremi, i conflitti. Ad esempio, è frequente che il genitore in partenza con minore al seguito, a ridosso della vacanza, non abbia ancora fornito all’altro tutti i dettagli: destinazione, orari del viaggio, indirizzo, recapiti,  disattendendo così all’onere informativo che non è espressamente disciplinare ma richiama al pacifico dovere di collaborare nell’interesse superiore del minore. Inoltre, nelle separazioni più conflittuali, proprio la gestione del periodo che, per antonomasia, è sinonimo di spensieratezza e serenità, rischia di diventare il momento perfetto per mettere in atto l’ennesima battaglia contro l’altro: è frequente, infatti, che un genitore, con un pretesto, arrivi a negare il proprio consenso al rilascio dei documenti validi per l’espatrio dell’altro – o del figlio minore – impedendone così la partenza. Da un punto di vista normativo, questo diniego deve essere sorretto da motivazioni fondate sul concreto pregiudizio che, dall’espatrio, potrebbe derivare al minore, il genitore vittima dell’ostruzionismo dell’altro può chiedere l’intervento del Giudice Tutelare il quale, svolti gli opportuni accertamenti, se ritenuto, potrà “scavalcare” il dissenso pretestuoso opposto da uno dei due e autorizzare la partenza. Insomma, un momento tanto spensierato rischia di diventare un ennesimo motivo di dissidio che finisce per approdare in un’aula di tribunale per l’egoismo di un genitore o il rancore di un ex coniuge, a spese dei minori che innocenti ed inermi restano a guardare con delusione ed amarezza. Forse basterebbe solo buon senso e collaborazione che restano gli ingredienti determinanti seppur rari per non rovinare ai più piccoli il periodo più atteso durante tutto l’anno. Anche perché  è bene ricordare che la responsabilità genitoriale, da qualunque punto la si guardi, non va mai in vacanza. O almeno non dovrebbe.

 

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Pride 2019: l’Italia arcobaleno che viola i diritti delle persone Lgbt

untitled 2Da alcune settimane le piazze italiane stanno ospitando cortei festosi e parate arcobaleno a favore dell’amore, contro ogni discriminazione. L’Onda Pride popolerà nei prossimi mesi le città italiane, con appuntamento incentrati sull’orgoglio LGBT, sigla che sta per “lesbiche, gay, bisessuali, trans gender”. Un affresco di colori e umanità in un Paese da sempre diviso tra battaglie contro i pregiudizi nei confronti del diverso – ma da chi?- e un atteggiamento di chiusura portato avanti da una parte dell’opinione pubblica, ma anche da una parte della politica e dei media, spesso inclini a dare risalto alla libertà sessuale solo se associata a un certo grado di spettacolarizzazione. Momenti questi che invitano a riflettere, già, perché quando si parla di coming out non c’è umanità: c’è chi lo sostiene senza “se” e senza “ma” e chi, al contrario, difende il diritto di tutti di non mettere in piazza la propria vita privata. Chi non si è mai nascosta è la paladina dei diritti LGBT, Vladimir Luxuria,che ha sempre invitato ad abbandonare ogni forma di negazione della propria identità. Luxuria, peraltro, detiene il titolo di prima parlamentare trans d’Europa e proprio quest’anno ha pubblicato un disco. Ma se per molti giovani e giovanissimi l’argomento è sdoganato, il prossimo step è il riconoscimento dei diritti di uomini e donne che non hanno alcuna colpa se non quella di amarsi. I gay pride che colorano le piazze italiane devono essere un invito alla riflessione su un tema ancora controverso, che in momenti differenti viene affrontato ma con approcci da discussione. Legislazione incompleta. Incitamento all’odio proveniente anche da funzionari pubblici e politici. Figli di genitori omosessuali non ancora pienamente riconosciuti e protetti. Nessuna regolamentazione su omofobia e trans fobia. Difficoltà a riconoscere lo status di rifugiato alle persone migranti che si dichiarano lgbt. Argomenti che nascondono dietro esseri umani che vedono ancora diritti violati e negati. Argomenti che sono diventati le principali evidenze del documento Italia: lo stato dei diritti umani di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans gender e intersessuali presentato all’Onu da una coalizione di associazioni. A novembre, infatti, alle Nazioni Unite si terrà la trentaquattresima sessione della revisione periodica universale italiana, nel corso della quale il consiglio per i diritti umani dell’Onu esaminerà lo stato dei diritti umani in Italia. Il documento mostra uno spaccato italiano, mettendo in risalto anche un ambiente ostile per i giovani lgbt nelle scuole: tra termini dispregiativi, reati, molestie verbali e fisiche. Non sembra una priorità delle scuole italiane accogliere e rispettare la diversità. In molti casi, i dirigenti scolastici vietano di parlare di identità di genere o orientamento sessuale. Discriminazione ed omofobia secondo i dati si riversano anche sul tema della salute. Il 10,2% delle persone lgbt è stato discriminato nell’accesso al sistema sanitario da parte del personale medico e non medico. In molti casi le persone omosessuali non rivelano il proprio orientamento sessuale al proprio medico. Di conseguenza, le persone lgbt hanno un accesso ancora più limitato alle informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva legate ai loro bisogni. Ancora troppe, tante le discriminazioni per chi ha un orientamento sessuale differente e allora ben vengano i gay pride, che ancora sono contestati e discussi, certamente gli eccessi lasciano sbigottiti e allontanano da quello che è senso di parata e marcia che vuole esaltare l’orgoglio di essere gay, opposto alla vergogna e allo stigma sociale. Volendo sottolineare un’accezione positiva contro la discriminazione e la violenza nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e trans gender. Lo scopo è promuovere l’autoaffermazione e la dignità LGBT, i diritti all’uguaglianza, aumentare la visibilità LGBT come gruppo sociale, costruire una comunità e celebrare la diversità sessuale e la varietà di genere. Il simbolo di questo orgoglio è la bandiera arcobaleno, che differisce da quella della pace per la disposizione speculare dei colori. Oggi però si preferisce parlare di “Pride”, piuttosto che di “Gay Pride”, per comprendere così non soltanto gli omosessuali ma tutta la realtà arcobaleno, che spera – un po’ come tutti – che i propri diritti siano riconosciuti e che si possa convivere in una società tollerante e anti-diversa.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Anoressia ai tempi dei social: occhio ai blog “pro ana” dove si disimpara a mangiare

untitledE’ attraverso i social che oggi, più che mai, si propaganda il canone estetico del corpo filiforme, con numeri ormai da pandemia sociale. Il luogo di ritrovo sono i blog “pro ana”. E’ lì che le “amministratrici” reclutano ragazze, spesso poco più che bambine e le invitano a lasciare il loro numero di cellulare. Pochi minuti dopo si ritrovano inserite in un gruppi creati su watsapp per celebrare l’anoressia e cercare nuove adepte. Una modalità che bypassa tutti i controlli di rete da parte della polizia postale. Una spirale che avvolge e velocemente travolge. L’obiettivo minimo è perdere cinque chili in dieci giorni, ma con il passare del tempo diventa sempre più elevato. Nel gruppo compagne che insegnano a rifiutare il cibo e a vomitare, chi spiega che non puoi assumere più di dieci calorie al giorno, chi suggerisce di bere litri di acqua ghiacciata per ingannare la sensazione di fame, chi suggerisce di digiunare dopo le cinque del pomeriggio. Sono dieci i comandamenti da seguire:

  1. Se non sei magra, non sei attraente.
    Esser magri è più importante che esser sani.
    3. Compra vestiti, tagliati i capelli, prendi lassativi,
    muori di fame, fai di tutto per sembrare più magra.
    4. Non puoi mangiare senza sentirti colpevole.
    5. Non puoi mangiare cibo ingrassante senza punirti dopo.
    6. Devi contare le calorie e ridurne l’assunzione.
    7. Quello che dice la bilancia è la cosa più importante.
    8. Perdere peso è bene, guadagnare peso è male.
    9. Non sarai mai troppo magra.
    10. Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo;

ogni sette giorni bisogna comunicare il proprio peso. Se non si raggiunge la soglia fissata si èfuori dal gioco. Un punto di non ritorno l’anoressia. Tre milioni di persone in Italia soffrono di disturbi alimentari. Il 95% sono donne e la fascia più colpita è quella dell’adolescenza. Nel mondo sono 70 milioni, un numero spaventoso ed in continua crescita. Il cibo diventa nemico, nella loro mente si fa largo l’idea che il cibo è sporco, contamina e se mangi ti devi vergognare, devi vomitare e punirti. Le diete “fai da te”, i consigli delle blogger, i canoni di bellezza che sfornano i social, influenzano e “aiutano” nel perdere peso, arrivando alla soglia dei 32 chili, quella che tanto viene desiderata da molte ragazzine che entrano nel vortice dell’anoressia. Con quel peso, dicono gli esperti, senti solo un freddo atroce anche ad agosto, la pelle si spacca, le ginocchia non reggonono, il ciclo mestruale sparisce. Oggi non è più un’epidemia, ma una pandemia. Si tratta della seconda causa di morte per i ragazzi dai 15 ai 24 anni, dopo gli incidenti stradali. Secondo le statistiche il 15% di chi si ammala non ce la fa ad uscire. E’ la malattia delle società opulente. E oltre ai dati ufficiali c’è un sommerso di cui nessuno parla. Non esiste una causa sola, certo la moda ed i social influenzano e propongono un modello inesistente: taglie sempre più strette e longilinee, ma anche taglie sempre più piccole ed unisex, così è cresciuto anche il numero dei maschi che ne soffrono, ora sono quasi il dieci percento. Sui basta riportare gli hastag #meanspo, #thinspo, #thighap, #ana per trovarsi davanti ad una galleria degli orrori. Ragazze che si fotografano orgogliose delle loro gambe scheletriche, graziosi muscoli, ossa dove si contano solo le costole. Le diciture riprendono la frase “voglio essere skinny”, “ana è la mia unica amica. Lei non mi abbandonerà mai”. I social amplificano. Dai gruppi watsapp chiusi e clandestini, si passa al pubblico e ai social più usati: Instagram. C’è il gusto di mostrale, il premio è nello sguardo dell’altro. I like rafforzano il sintomo. Sono sempre più giovani quelle colpite dalla malattia, arrivano al ricovero, dopo lunghi digiuni, bambine di otto/nove anni. Molte lo fanno per attirare l’attenzione a casa, spesso hanno un rapporto conflittuale con la famiglia. L’anoressia è un attacco a mano armata alla madre. Giovani che non hanno bisogno di cibo ma di amore, adolescenti che vogliono regredire all’infanzia, culla della sicurezza. Si tratta di perlopiù di ragazzine sensibili e molte sole, magari con le mamme a dieta da sempre; con la convinzione che se non sono magre non valgono niente. Un male oscuro, i segnali di una battaglia sembrano lontano. Andrebbe prevista una legge che preveda il reato per chi istiga in rete, chi inneggia all’anoressia e induce a non mangiare. I disturbi del comportamento alimentare dovrebbero essere riconosciuti come malattia sociale. Ulteriore passo sarebbe quello di potenziare i centri specializzati, troppo pochi ancora in Italia, nel Sud Italia sono quasi inesistenti. E curarsi contro l’anoressia è già di per sé un’odissea che viene alimentata ancor di più dalla mancanza di strutture, personale e dalla possibilità di intervenire in tempo utile.

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Gaming disorder, adolescenti in dipendenza da Internet e videogiochi. Quando staccare la spina?

untitled 2La sfida al videogame diventa insistente, la smania di giocare prende il sopravvento su altri interessi e sulle attività quotidiane, l’attività ludica diventa persistente, una priorità su tutto il resto. E così la sfida a videogame diventa di troppo. Un problema crescente e che coinvolge molti adolescenti per cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha coniato il termine “gamingdisorder” e ha inserito la dipendenza da videogames nell’aggiornamento dell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale delle malattie. Ma non generalizziamo o demoralizziamo, certo è che come recita un noto proverbio “il troppo storpia”. Questo non significa che chiunque giochi svilupperà dipendenza: il disturbo come fa notare l’Oms, interessa solo una piccola parte degli appassionati di videogiochi, seppur non và sottovaluto il fatto che giocare senza freni possa portare alla dipendenza patologica, che spesso rappresenta il lato oscuro del piacere. Così alla lunga il piacere di una vittoria rischia di trasformarsi in ossessione tanto da perderne il controllo, sino a non riuscire a staccare la spina o il wifi. Occhio al tempo di connessione. Secondo uno studio condotto su un campione di adolescenti è emerso che l’8% di loro trascorre in rete più di sei ore al giorno e oltre il 22% degli studenti interpellati presenta un rapporto disfunzionale con il web. Insomma, per oltre un adolescente su cinque l’uso di Internet rischia di rivelarsi problematico. Interviste e test specifici condotti su molti adolescenti dimostrano l’impatto dell’uso di Internet sulla quotidianità: scuola, rapporti con i familiari, relazioni interpersonali, durata e qualità del sonno. Ma anche una sensazione di disagio che i giovani provano quando non possono accedere al web come e quando vorrebbero, in alcuni di loro scatta una vera e propria aggressività. Segnali di una dipendenza che genera ripercussioni significative sul benessere psicofisico. Secondo gli esperti, tra i giovani italiani, si è abbassata l’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, di comportamenti quali il bine drinking e la drunkoressia, il sottoporsi cioè a restrizione alimentare prima di consumare alcoli, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziale gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco prevalentemente online. L’adolescenza, fase critica dello sviluppo, è anche un’età caratterizzata anche da una fragilità neurobiologica che può favorire una maggiore propensione al rischio e una maggiore vulnerabilità nei confronti delle dipendenze. L’adolescente è più vulnerabile allo sviluppo di alcuni disturbi da dipendenza perché il suo cervello è in fase di trasformazione – ci sono cioè circuiti che si devono ancora pienamente modellare e strutturare – e la non completa maturazione di alcune vie nervose – come per esempio le zone frontali che sono fondamentali per l’attenzione, il giudizio, la decisione, il controllo degli impulsi immediati; lo inducono a correre rischi maggiori e ad avere meno il controllo della situazione.La tendenza ad agire rapidamente e impulsivamente è uno dei fattori che alimenta la vulnerabilità degli adolescenti e in loro comportamenti ripetitivi e disfunzionali, anche se è possibile ipotizzare che le dipendenze comportamentali siano espressione di una fragilità psicopatologica soggiacente, piuttosto che sintomi di eccessivo coinvolgimento in attività disadattive di per sé. Attenzione ai campanelli d’allarme al tempo di connessione, il tempo trascorso in rete sui dispositivi vari per affrontare l’ennesima sfida; altro segnale d’allarme è dato dallo sviluppo di comportamenti insoliti, come maggiore irritabilità, discontrollo degli impulsi, peggioramento del rendimento scolastico; infine, attenzione anche all’isolamento e all’apatia: possono essere indicativi di un uso disfunzionale della rete e di un abuso dei videogiochi, che diventano l’unica attività degna di nota per la quale vengono trascurate le altre attività fondamentali per una crescita sana, le relazioni amicali, la scuola e lo sport. I consigli per un genitore sono anzitutto una maggiore presenza, cercando di prestare attenzione, manifestando interesse per quelle che sono le attività quotidiane, le relazioni ed il rendimento scolastico. Ma non solo osservatori passivi, è importante il dialogo ed il confronto con l’adolescente, mettendolo in guardia dai rischi che si annidano nell’uso smoderato dei videogiochi. Fondamentale porre delle regole chiare: non serve a nulla proibire, alimenterà ancor di più la sua voglia di gioco, piuttosto è bene fornirgli dei limiti giornalieri o settimanali, coinvolgendoli in attività alternative e di svago nelle restanti ore. Il gioco è giusto ed accettabile nel tempo libero ma nelle giuste dosi, non deve impegnare l’intera giornata. Ovviamente, di fronte ad un uso incontrollato ed ingestibile anche da parte dello stesso adolescente è bene rivolgersi ad un medico per essere indirizzati ad un centro specializzato per il trattamento delle dipendenze, per avviare un percorso di sostegno per uscire dal ghetto della dipendenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

 

 

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L’adolescenza dei figli adottivi è più complessa. Ecco perché….

untitledLe prime difficoltà iniziano alle medie, con le aggressioni a sfondo razziale, insulti, offese e derisione da parte di qualche bullo. Sette ragazzi adottati su dieci sono sistematicamente bullizati, a rivelarlo un’indagine condotta da Ufai con oltre millecinquecento famiglie, che restituisce un report che delinea una prima dimensione quantitativa del fenomeno, ovviamente parziale, ma molto significativa. Un report, che ha per oggetto un tema delicato: la scuola e la sua capacità inclusiva nei confronti degli alunni con una storia di adozione, fornendoci uno squarcio diretto su ciò che a scuola accade. L’84% dei ragazzi riferisce di avere subito saltuariamente offese, parolacce, insulti. Nel 40% dei casi la derisione dipende dal colore della pelle o dall’etnia, seguita nel 14% dei casi dall’aspetto fisico, segue poi la difficoltà nell’esprimersi nella nuova lingua e dalle difficoltà di integrazione nel gruppo classe. Nella metà dei casi si arriva a denunciare questi episodi. Gli adottati sono additati, fin dalle elementari, i bambini sentono i ragionamenti che si fanno in casa e riportano commenti pesanti, creando spesso situazioni di grosso disagio. E questo nonostante la scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di inclusione. Gli alunni adottivi sono ancorai in forte sofferenza in ambito scolastico poiché non si è raggiunto un adeguato livello della cultura dell’adozione: preparazione del personale docente, sinergia scuola-famiglia, l’apertura a culture differenti. La controprova? Il 67% dei ragazzi è stato costretto a cambiare scuola, molti altri –e ciò apre uno spaccato molto preoccupante-hanno disturbi alimentari. Fase alquanto critica e complessa per genitori e figli è senza dubbio l’adolescenza, momento in cui ognuno costruisce la propria identità. In un ragazzo adottato è più complessa, perché c’è un puzzle con più tessere da inserire. Diventa difficile rispondere alle domande: “Chi sono io?, se mancano dei pezzi. Ma ancora più difficile è risponde ad un’altra domanda: “Cosa sarebbe stato di me se non…?” Consapevole o meno, di base c’è l’idea che il destino sia di penso da qualcun altro, dal genitore biologico che ha abbandonato, creando nell’adottato una mancanza di autostima, pensando di non valere abbastanza. Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto col corpo che cambia. E’ vero, nessun teeneger si accetta, ma per l’adottato il percorso di accettazione è più faticoso, perché dovrà riconoscersi diverso da mamma e papà. In questa fase di transizione, le tensioni crescono e non si tollerano le imposizioni. Bisogna lavorarci, trovare le risposte giuste alle domande del passato e accettare il passato per andare avanti, legittimare definitivamente i genitori adottivi e trovare un equilibrio tra passato e presente, prima di emanciparsi autonomamente. E’ bene sapere che l’adozione è un tassello del puzzle della propria vita con la quale fare i conti tutta la vita e nei momenti di snodo come l’adolescenza viene alla ribalta. Le difficoltà però non sono solo dei teeneger adottati ma anche dei genitori che si interrogano. Hanno superato la difficoltà dell’adozione, poi l’inserimento, l’amore colmo per un figlio, ma proprio quando sembra che tutto abbia trovato equilibrio e dimensione, si scatena la ribellione. Si sentono inermi e sconfitti, la distanza cresce, la crisi è dietro l’angolo. Spetta agli adulti con tenacia ed amore gestirla. Bisogna superare la fase ribattezzata “profezia che si autoavvera”: “siccome mio figlio è brasiliano sarà sempre in strada, o se è russo berrà”. Si dovrà superare lo stereotipo che spesso porta con se ansie e sviluppa comportamenti che si vogliono evitare. Ma c’è un momento che è l’incubo di ogni genitore adottivo, quando il ragazzino gli urla “non sei mia mamma”, è qui che bisogna mantenere il self-control e raccontare che i figli possono nascere dal cuore, proprio come lui o lei. L’adolescente ha bisogno di punti fermi e chiari, che solo l’adulto può dare. Oggi nell’affrontare l’adolescenza di un ragazzo adottivo c’è un problema oggettivo:  i bambini entrano in famiglia intorno ai sei/otto anni ed ha meno tempo per radicarsi, prima del ciclone adolescenziale. Quando arriva è travolto da affetto, cure, amore e la domanda “da dove vengo” porta con sé tanto dolore. E non accade solo a chi ha ricordi di una vita preadottiva. Al contrario, chi non li ha, li cerca, per colmare un vuoto. L’importante che i ragazzi non siano lasciati soli a gestire emozioni così grandi e forti. Vanno accompagnati, lavorando sull’autostima e sulla loro doppia appartenenza. Genitori e figli devono imparare a ri-conoscersi e a ri-scegliersi. Se si procede insieme, la complessità può diventare ricchezza. E dal conflitto può emergere una nuova famiglia, più forte.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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Lavoro minorile, 168 milioni di bambini sfruttati. Sulle nostre tavole i proventi del loro lavoro

untitledPiccole obbligate a lavorare nelle case senza paga né documenti: ragazzine che devono lavorare per pagarsi la dote, bambini che lavoro nei campi sotto il ricatto che la loro famiglia ha ricevuto un anticipo sul loro compenso. Il lavoro forzato assume mille sfumature diverse e tocca tutti i continenti, compreso il mondo industrializzato. Costretti ad avere un’occupazione nonostante la loro tenera età, i bambini costretti a lavorare invece di andare a scuola e di giocare sono una realtà ancora largamente diffusa, come se le norme a tutela della fanciullezza non siano ancora riuscite a strappare i più piccoli alla schiavitù e allo sfruttamento. E non soltanto nei paesi in via di sviluppo. Sono 168 milioni i minori nel mondo che lavorano, nei più disparati settori: cuciono scarpe da ginnastica, sgusciano gamberetti, tessono palloni. Sono almeno 340 mila gli under sedici che lavorano in Italia, di cui 28 mila sono impegnati in attività pericolose per la salute e la sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro minorile non tralascia neppure l’agricoltura, sono 108 milioni i bambini sfruttati nelle campagne, dal riso basmati del Vietnam all’aglio argentino, passando per le rose africane. La denuncia arriva da Coldiretti, che ha lanciato il suo allarme in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. E l’Italia – sottolinea Coldiretti- importa ingenti quantità di prodotti agricoli ed alimentari che arrivano sulle nostre tavole. Dal riso asiatico all’ortofrutta sudamericana, quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia da Paesi extracomunitari che non rispettano le normative in materia di tutela dei lavorati. Frutti del “caporalato invisibile”, inosservato, solo perché avviene in paesi lontani. Non si ferma così la piaga del lavoro minorile nel mondo: quasi tre bambini su quattro messi al lavoro sono occupati in agricoltura e rispetto al 2012, sono dieci milioni in più. Dopo anni di declino, negli ultimi anni, il lavoro minorile in agricoltura negli ultimi anni ha ripreso a crescere, alimentato anche dai conflitti e dalla catastrofi provocate dal clima. Minacciando di fatti il benessere di milioni di bambini e minando anche gli sforzi per porre fine alla fame e alla povertà. Le famiglie nei campi profughi siriani in Libano – fa notare l’Onu- ad esempio sono inclini a ricorrere al lavoro minorile per assicurare la sopravvivenza della famiglia. I bambini rifugiati devono occuparsi della produzione di aglio, della produzione di pomodori, raccolta della patate. Esponendosi ai rischi dei pesticidi, alle scarse condizioni igienico – sanitarie del campo, alle alte temperature e all’affaticamento nel fare lavori fisici. Il lavoro minorile in agricoltura è una questione seria e globale che nuoce ai bambini, danneggia il settore agricolo e perpetua la povertà rurale. I bambini spesso solo l’unica fonte di sostentamento per le famiglie, ma ciò priva i bambini dell’infanzia e dell’istruzione, impedendo così di poter ottenere posti di lavori e redditi sufficienti al futuro. Occorre un piano nazionale sul lavoro minorile, che contrasti e prevenga il fenomeno nel nostro paese. Secondo una ricerca di “Save the Children” tra i minori che lavorano in Italia, più di due su tre sono maschi e circa il 7% è un minore straniero. Lavorano perlopiù in attività di famiglia (44,9%), mentre per quelli impiegati all’esterno del circuito familiare, i settori principali sono la ristorazione (43%), artigianato (20%) e agricoltura (20%). Un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà dei suoi coetanei ad accedere a un lavoro dignitoso in età più adulta e correrà molti più rischi di rimanere ai margini della società, in condizioni di sfruttamento. E’ importante puntare sull’educazione in Italia e nel mondo, perché solo garantendo l’accesso ad un’istruzione di qualità e contrastando la dispersione scolastica si può contribuire a ridurre lo sfruttamento lavorativo dei bambini e degli adolescenti. Se sono messi nelle condizioni di poter andare a scuola, allora i bambini e gli adolescenti sono in misura minore al rischio di abbandonare la scuola e di venire inseriti in circuiti di sfruttamento lavorativo. Ma, non bisogna abbandonare le famiglie, bisogna potenziare l’empowerment personale, riducendo così la possibilità che i figli vadano a lavorare, sensibilizzando i genitori sull’importanza dell’istruzione e rendere i bambini consapevoli dei propri diritti. Oltre ai Trattati e alle Convenzioni che riconoscano e garantiscano i diritti dei bambini a livello formale, seppur importanti e fondamentali. E’ necessario anche e soprattutto partire dal basso, agire a livello delle comunità, cercando di fornire un’educazione accessibile e di qualità a tutti i bambini, sensibilizzando i genitori, gli insegnanti, gli stakeholders e le istituzioni sull’importanza dell’educazione, rompendo stereotipi diffuso e combattendo tradizioni e norme che non tutelano i diritti dei bambini e degli adolescenti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La vita nel post carcere. La difficoltà di ricostruire le reti della propria vita

untitled 2Carlo, nome di fantasia, aveva meno di trent’anni quando è entrato in uno dei tanti penitenziari italiani, lasciando a casa una moglie malata di cancro e un bambino di diciotto mesi. Quando ne è uscito con una qualifica da cuoco ed una da panettiere, con dentro il mondo sommerso del carcere, si è ritrovato compagno di vita di una donna cambiata e segnata dalla malattia e dalle difficoltà, e padre di un ragazzino poco più che adolescente. Il carcere ha segnato Carlo quanto la sua famiglia. Li incontro in un colloquio di servizio sociale, sono spaesati e quasi spaventati dalla nuova vita da ridisegnare e ricostruire. Parlare del “dopo”, di quando il cancello si chiude dietro le spalle di un detenuto e si riacquista la tanto desiderata, sognata e sperata “libertà”, è un argomento complicato, dove risulta facile scoraggiarsi e perdersi fra tutti i problemi che si riscontrano nel fine pena, cioè in quella fase della vita di un detenuto che dovrebbe rappresentare invece la fine del “problema dei problemi”, la carcerazione. Il fine pena è la gioia per la fine di un incubo, ma può rappresentare anche l’inizio di un altro momento buio. I problemi che franano addosso ad una persona che esce dal carcere sono molti: la mancanza di affetti, le amicizie perse, i legami familiari da riconquistare e la difficile ricostruzione dei rapporti sociali; poi i problemi pratici, come la perdita della residenza, in molti, infatti, hanno dimora presso l’istituto di pena; alcuni ex detenuti hanno anche la difficoltà di trovare un luogo dove dormire. Ma anche la mancanza di un minimo di disponibilità economiche per le prime necessità e per gli spostamenti, a volte si lascia l’istituto di pena con un sacchetto, quelli neri che contengono i propri effetti personali. Si scontrano con la mancanza di un lavoro, anche le persone in affidamento ai servizi sociali con un discreto lavoro, si vedono messi “alle strette” da quelle cooperative che danno lavoro solo a detenuti e non anche ad “ex”. Difficile anche l’assistenza medica, che a volte viene a mancare, se la persona perde la residenza che aveva fuori dal carcere. Infine, la crisi d’identità, non solo per chi è senza rapporti affettivi, lo scontro non è solo con un ambiente fortemente critico per i suoi trascorsi, ma anche con se stessi: gli incubi notturni, la difficoltà a ritrovarsi in un ambiente che per quanto dovrebbe essere familiare e proprio, fatica a diventare il proprio ambiente. Il carcere segna, lascia dentro paure, difficoltà, ed una volta fuori è difficile lasciarsi tutto alle spalle e paradossalmente il carcere sembra per molti un luogo “sicuro” rispetto a tutte le insicurezze del dopo. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, reggere l’urto del passato senza defilarsi: “non potevi pensarci prima”, gli sguardi della gente, le loro attenzioni, i rimpianti: una galera personale che tortura dentro. Situazioni e mancanze che incidono in modo indelebile sulla psiche dell’ex-detenuto. Carlo, mi racconta che quasi ha dimenticato cosa significhi amare, mostrare atteggiamenti affettuosi, e seppur si senta padre, oggi nella vita di suo figlio si sente un perfetto sconosciuto: un rimprovero sembra inascoltato, un abbraccio quasi impossibile: il carcere lo ha reso anaffettivo. Il solo sostegno emotivo e morale non basta a Carlo e alla sua famiglia, prima di tutto Carlo ha bisogno di ritrovare se stesso, superando gli incubi, i ricordi del carcere, le mancanze e le difficoltà, con un percorso di sostegno psicologico che nel tempo si integrerà al figlio, perché padre e figlio devono avere il tempo ed il modo di costruire un rapporto mai esistito e sarà possibile partendo dalle basi: accompagnarlo a scuola, una passeggiata in bici, un semplice abbraccio sul divano durante una serie televisiva. Un percorso non semplice, che certo incontrerà ostacoli e difficoltà, che si scontrerà con la diffidenza, ma è un percorso umano e familiare che serve a rinascere, perché il fine pena è un inizio di pene nuove, come nel gioco dell’oca, si torna indietro, si ricomincia, si riparte da zero. Ma serve un percorso parallelo fatto di una giustizia umana fatta di accompagnamento nel fine pena, gli sforzi umani e solidali delle tante associazioni- poche e con pochi mezzi- che supportano gli ex detenuti, aiutandoli a reinserirsi nella società, sono una goccia nel mare, anche perché il volontariato è spesso “sbilanciato” all’interno delle carceri molto più che sul territorio. L’accompagnamento deve confrontarsi anche con l’aspetto morale e materiale, sarebbe opportuno all’uscita del carcere fornire uno zainetto con i primi oggetti specie per le emergenze, utilissimo anche se un po’ deprimente, bisognerebbe intensificare i colloquio nei mesi che anticipano l’uscita, monitorare i bisogni e attrezzarsi sul territorio, per rendere più efficace il sostegno. Urge e potrebbe diventare un obiettivo futuro, uno sportello che si occupi attivamente delle persone che stanno per finire la loro pena. Una rete di sostegno forte che individui i bisogni di queste persone, dall’affiancamento ai primi autonomi passi fuori dal carcere: la ricerca di un alloggio, l’aiuto quando piombano addosso multe, divieti, cancellazioni di residenza e tutto quello che somiglia al “dopo carcere” dove sembra un percorso ad ostacoli e sembra più semplice sfracellarsi che superare le tante barriere che si incontrano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La malattia diventa un post su Facebook. Un malore è ancora una questione privata?

untitledUno scatto che ritrae uno degli amici che è nella nostra lista di seguaci nei nostri social in un letto d’ospedale o poco prima di entrare in sala operatoria. L’impatto visivo ed umano è forte, scorrendo i commenti possiamo leggere preghiere, incoraggiamenti, preoccupazione, che alimenta altra preoccupazione. Nell’era 3.0 e dei social network che ormai a gamba tesa sono entrati nella nostra vita, governandola e gestendola, la malattia è sempre più social. Scorrendo le bacheche di Facebook e Instagram, ci si imbatte in foto di amici-non solo del mondo dello spettacolo- con capelli rasati dopo la chemioterapia, di amici in trattamento chemioterapico, di amici che postano preghiere e foto religiose accompagnandole con frasi che lasciano intendere un momento di vita difficile, nell’attesa che qualcuno chieda, quasi come se l’invadenza sia ben accetta, lasciando da parte la discrezione e il pudore che solitamente accompagnano questi momenti. Ammettiamolo fa sempre effetto l’esibizione della fragilità. Avvicina, turba, spaventa. Risvegliando anche tanti interrogativi. E’ giusto condividere il dolore? Spettacolarizzare la malattia? Perché lo si fa? Sono domande che mi sono posta guardando le foto ed i post di amici che stanno combattendo la loro battaglia più importante nella vita. Non hanno bisogno di pudore, intimità, privacy del dolore? Ma in un momento della vita si cade e così si ha bisogno di ascolto e di empatia. Di qualcuno che si prenda una parte del carico che gli si è piombato addosso e tiri fuori dalla buca in cui si è franati un giorno qualunque, scoprendo una cosa che non sapevi di avere-il valore sballato di un esame di routine, il cuore meno forte di quello che pensavi, un nodulo sotto al seno. Ci sentiamo tutti forti e immortali, certi di superare ogni cosa, di schivare le buche ed i pericoli. Poi in un momento si cade. Nulla è più come prima. Non bastano la volontà, la fede, l’impegno, l’appoggio di chi ami, il sorriso e la spontaneità con la quale sei abituato a vivere. Vorresti solo riprendere la tua vita dall’esatto momento in cui qualcosa si è spezzato nel corpo e nel cuore, nella balorda convinzione che a te certe cose non capitino, che tu sei diverso. E se il dolore colpisce sul personale, c’è chi sente un disperato bisogno di urlarlo e di condividerlo a suon di post sui social, che fanno scatenare commenti e like spinti dalla compassione che forse serve all’amico malato, ma non cambia la condizione. E’ diventato difficile anche soffrire, figuriamoci soffrire del dolore di qualcun altro, o esserne minimamente toccati. Le disgrazie ed i drammi altrui sono diventati quotidianità attraverso i mezzi di comunicazione, che siamo assuefatti all’istanza “quando può andare male, andrà peggio”, da digerire senza problemi le notizie più brutte. La condivisione del dolore, nostro e altrui, va a toccare corde che in questa epoca digitale sono particolarmente scoperti e sensibili: la dignità. La smania di voler essere protagonisti in tutto e di pubblicare i momenti più dolorosi, scegliendo di condividerli con tutti non è un cercare comprensione, ma volere approvazione. La volontà di essere ricordati in salute e felici e non malati e sofferenti, viene accantonata dalla smania di condividere. Una condivisione che si ferma allo schermo di un dispositivo digitale, che non è capace di arrivare dritto agli utenti e vive una vita breve, alimentata inizialmente da molti like, con qualche cuoricino e poi cade nell’oblio. Facciamo fatica, ormai, a tenere le cose per noi, e allo stesso tempo non sappiamo come condividerle con gli altri se non attraverso il mondo virtuale. Si avverte un disperato bisogno di esternare il dolore, e chi se lo tiene per sé tende ad essere discriminato: chi non condivide i suoi dolori sul web è ormai considerato un apolide digitale. Il dolore, sacralizzato da rituali religiosi vecchi migliaia di anni, è qualcosa di arcano e profondo, che scava dentro fino alla parte più sensibile e nascosta del nostro essere. I social network sono un tipo di narrazione che parte dal proprio io e si rivolge agli altri espandendosi a macchia d’olio lungo un orizzonte piatto e democratico. Secondo alcuni, proprio perché profondo e personale, il dolore, quando tocca certi livelli, non può trovare consolazione nella platea globalizzata della rete, ma in una spalla a cui appoggiarsi, che sia quella di un amico o del partner, qualcuno che ha di noi una conoscenza tanto profonda quanto la soglia raggiunta dalla tragedia. Per altri la condivisione del dolore significa dare ad esso un senso e Internet è indubbiamente il mezzo più rapido ed efficace per condividere qualsiasi cosa. Chi ha ragione? Forse non vale la pena chiederselo, ma la sensazione è che quel senso sottile e rassicurante di “privato”, di esclusivo, quella necessità di tenere dentro di sé il dolore e condividerlo solo con pochi intimi sta svanendo. La compassione, come l’indignazione, è un sentimento oramai volatile e le conseguenze di questo “smorfinamento emozionale le vedremo nella loro interezza solo tra qualche decennio.

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Ferite a morte. Pene dimezzate per gli orchi del femminicidio, una sconfitta per la società civile

untitledUno aveva agito in preda ad una “tempesta emotiva”, l’altro perché lei lo aveva “illuso”. Sentenze che pongono al centro il comportamento della vittima ed i sentimenti – sentenza dei “risentimenti” di un uomo che colpisce a morte la propria compagna di vita- pare proprio che abbia un peso nelle aule di tribunale. Una relazione altalenante e burrascosa o un’infanzia anaffettiva possono costituire attenuanti e alleggerire la condanna per un reato tanto agghiacciate e che non può trovare scusanti. Per entrambi gli autori di femminicidi, le pene per aver ucciso le moglie e le compagne hanno avuto una forte riduzione: da 30 a 16 anni di reclusione. Immediata l’indignazione. In un caso, il 57 enne emiliano, aveva confessato di aver strangolato a mani nude la compagna perché non accettava l’idea che lo lasciasse. Condannato a trent’anni in primo grado, la Corte d’Appello di Bologna ha dimezzato la pena a sedici anni, richiamando la perizia secondo cui l’uomo era in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, testimoniata dal tentativo di suicidio. Dieci giorno dopo la sentenza emiliana, la stessa pena viene inflitta al 52 enne ecuadoriano che nell’aprile del 2018 a Genova uccise accoltellando la moglie dopo aver scoperto che lei non aveva lasciato l’amante, come invece gli aveva promesso. Nel suo caso il rito abbreviato gli ha concesso una condanna a sedici anni. Il giudice nella sentenza ha scritto che l’uomo era stato mosso da un “misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento” e avrebbe agito – sempre stando a quanto scrive il giudice – “sotto una spinta di uno stato d’animo intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. Le sentenze vanno rispettate, ma anche le vittime e le famiglie che restano a piangere dovrebbero esserlo: considerare ogni caso singolarmente e concedere riti speciali sono quando ritenuto opportuno potrebbe essere un primo passo. Quando i giudici scrivano che lo stato d’animo dell’ecuadoriano “non è umanamente del tutto comprensibile” sembra proprio che affermino che è umanamente comprensibile, lasciando trasparire tra le righe una sentenza di condanna all’atteggiamento fedifrago e contraddittorio della moglie. Lei gli ha solo promesso qualcosa che non ha mantenuto: fedeltà continua. Non è la prima e non sarà l’ultima donna a tradire il proprio compagno di vita, bisogna solo capire se questo debba essere considerato come un’aggravante o un’attenuante, quando dall’infedeltà si passa all’omicidio. Ma non sarà il primo né l’ultimo uomo al mondo ad aver avuto un’infanzia infelice e ad essere preda a “soverchiante tempesta emotiva e passionale” come nel caso del 57 enne emiliano. Nei cosiddetti delitti passionali e in tutti i femminicidi compiuti da uomini che non accettano di essere lasciati, ci sarà una componente emotiva. Una donna che decide di lavorare, una ragazza che decide di lasciare il proprio fidanzato, ogni donna che sceglierà provocherà una reazione emotiva, che non possono in alcun modo diventare attenuanti, non solo in fase processuale, ma ancor di più nella nostra cultura. La percezione che nasce da queste sentenze è che ci sia un ritorno al “delitto d’onore” che in passato era previsto nei casi di omicidio commesso da un uomo o da una donna nei confronti di un parente per “difendere l’onore suo e della sua famiglia” in caso di tradimento. Le analogie con il caso di Genova riguardano il legame di parentela tra omicida e vittima, e il più mite trattamento sanzionatorio, che nel caso del delitto d’onore prevedeva fino a un massimo di sette anni di carcere. Rievocarlo è suggestivo, ma le similitudini si possono constatare. Intanto, ci si chiede a che punto sia l’iter di approvazione del “codice rosa” che prevede una corsia preferenziale per le donne che denunciano abusi e violenze. Il testo sarebbe “un punto di svolta importante” –ha affermato il titolare della giustizia Alfonso Bonafede. Nel presente però queste sentenze hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e stiamo correndo un duplice rischio: che la pena risenta della sensibilità dei giudici e che qualcuno inizi o ricominci a considerare il comportamento di una donna come la causa di una reazione violenta, di un atteggiamento prevaricatore, di un omicidio. E questo non possiamo permetterlo. Un paese democratico, un paese che tutela i diritti, che tutela le donne, che scende in piazza tra scarpe rosse e fiaccolate, non può permetterlo.

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Gender Pay Gap: una donna italiana che lavora è pagata meno di un uomo. Perché?

untitled 2Mimose e cioccolatini hanno celebrato anche quest’anno la donna, quasi una contraddizione in un panorama di incertezze e violenze che da tempo accompagnano le donne, ma i giorni che celebrano le ricorrenze diventano anche momenti di riflessione, una su tutte le donne nel panorama lavorativo. Mind the gap: attenzione non tanto al vuoto tra il treno e la banchina, come annunciano gli avvisi all’interno delle stazioni, ma tra la propria scrivania e quella del collega. Il gap in questione, quando si parla di occupazione femminile, è il divario retributivo a seconda del sesso di appartenenza, ribattezzato “gender pay gap” ed è un fenomeno molto diffuso, più di quanto si possa pensare. In altre parole significa che due persone, a parità di inquadramento e funzione lavorativa, hanno retribuzioni diverse in base al sesso: solo perché una è uomo e l’altra donna. Una discriminazione che pesa sulla busta paga ed espressamente vietata per legge: la parità di retribuzione a parità di lavoro è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ma di fatto realmente esistente. Infatti, il numero che produce il gender pay gap, viene monitorato dall’Eurostat costantemente. Dapprima con un’analisi statistica, calcolando la retribuzione oraria lorda media delle donne confrontandola con quella degli uomini, a parità di mansione. Il risultato in percentuale, detta gender pay gap medio, dice che in Europa le donne guadagnano in media il 16.3% in meno all’ora rispetto ai loro colleghi uomini. Ma non finisce qui: se si analizza il gender pay gap a livello salariale annuo si calcola il cosiddetto divario retributivo complessivo tra uomini e donne. Non si tiene conto solo della paga oraria ma si deve tener conto anche dell’effettivo numero di ore lavorate, dei permessi richiesti e di eventuali part-time ed in questo caso il divario tra uomini e donne cresce fino al 39% in Europa. Guardando a casa nostra, il pay gap medio, si attesta al 5.5%, mentre quello complessivo arriva al 43.7%, superando di gran lunga la media europea. Siamo l’unico paese d’Europa dove la differenza è marcata. Il motivo è presto spiegato: nel settore pubblico il 56.2% della forza lavoro è femminile e nei contratti di pubblico impiego c’è sostanziale parità di retribuzione su base oraria ma le cose cambiano radicalmente quando parliamo di opportunità di carriera, e quindi di stipendio: cambiano nel settore privato come in quello pubblico. Secondo i dati Istat: esclusa la scuola, dove il 66% dei casi le donne hanno ruoli di vertici, negli altri campi, come ad esempio in polizia, le donne al comando sono solo il 13%, in ambito universitario il 22%. Ma la vera impennata del gender pay gap complessivo, così sfavorevole per le donne, è dato dal settore privato, dove le donne prendono in busta paga il 29% in meno dei loro colleghi uomini di parigrado. Rabbia ma realtà, anche perché il tutto avviene nell’assoluta legalità. Se nel settore pubblico si accede mediante concorso pubblico e non è consentito al datore di lavoro di applicare una politica retributiva “intuitu personae” come accade nel privato, dove due pari grado in una stessa azienda avranno stipendi diversi tra loro, nel rispetto comunque della legge. Una discriminazione illegale ma nei fatti lecita, difficile da denunciare, inutile appellarsi alla “discrezionalità” del datore di lavoro, reclamare compensi pari al collega, salvo in alcuni casi eclatanti, è davvero complesso. Chiunque lavori nel settore privato sa bene di cosa stiamo parlando. Possibile che nel cuore del 2019 non si possa ancora colmare questo gap? Qualcuno in Europa ha affrontato il problema: l’Islanda che ha varato lo scorso anno una normativa valida per ogni azienda pubblica o privata con più di venticinque dipendenti che prevede sanzioni per i datori di lavoro che non dimostrino l’assenza di discriminazioni salariali. Obiettivo che l’Islanda si è posta è quello di eliminare il gender pay gap entro tre anni. Sulla stessa linea anche il Portogallo, che sembra aver intrapreso la stessa strada. In Italia il dibattito sembra solo alle fasi iniziali ma la speranza è che l’attenzione sul tema resti alto e che ognuno faccia la propria parte per rendere questo Paese all’altezza delle donne partendo dal lavoro, chiave principale dell’indipendenza umana e femminile.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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