Archivio dell'autore: Maria Rosaria Mandiello

I giovani al tempo del Coronavirus: isolamento, rifiuto alla Dad e dispersione scolastica

Didattica a distanza, vita sociale azzerata e impossibilità di costruire relazioni, di vedere posti nuovi, hanno caratterizzato la vita degli adolescenti negli ultimi undici mesi. Misure – seppur giuste- per contenere il contagio da covid-19, che però non risparmiano ripercussioni sulla psiche e nella vita di molti adolescenti, fase già di per sé complicata e caratterizzata da transizioni nuove e  più o meno complesse. Un momento storico che anche i più giovani non dimenticheranno facilmente, se non altro per i postumi che questo lascerà, anzitutto, le ripercussioni negative sulla loro capacità di socializzare, già di per sé mutata rispetto al passato, inclini più al dialogo virtuale che de visu, perdendosi il meglio degli incontri interpersonali. Ma anche il loro stato d’animo e l’umore ne risente, molti adolescenti, vivono momenti d’angoscia, ansia, smarrimento,difficoltà ad immaginare un domani; altri, invece, manifestano aggressività che si traduce anche in scatti d’ira, preoccupando molti genitori, che in alcuni casi sono arrivati a denunciare i figli minori attivando i servizi sociali, in altri invece, intraprendendo un percorso di psicoterapia per adolescenti. Fenomeni e comportamenti, che anche un recente rapporto di “Save the Children” riporta, rimarcando gli effetti di questo storico periodo sui giovanissimi d’oggi e sulle ripercussioni che questo potrà avere sul loro futuro. Diverse le fasi che hanno vissuto gli adolescenti, inizialmente stupore, provando anche un certo interesse nel provare a vivere un’esperienza diversa dal comune, provando anche a giovare degli effetti derivanti da una diminuzione dell’impegno scolastico. Poco dopo si è sviluppata una seconda fase che ha comportato il fatto che iniziassero a ritirarsi sempre di più in se stessi e in questa situazione di isolamento. Pur non sapendo dove e come saranno condotti domani, hanno chiaro il loro attuale stato d’animo, il loro stare male nel vivere. Una nuova dipendenza, nel frattempo rischia di prendere il sopravvento per i giovanissimi, l’uso continuo e smoderato dei social e dello smartphone: nella realtà virtuale gli adolescenti cercano la possibilità di gestire delle situazioni. Tensioni che si accumulano. Inoltre, non va tralasciato anche il pericolo che si sviluppino altre dipendenze dall’alcol, ad esempio. Seppur disagi che richiamano a delle preoccupazioni, la maggior parte degli adolescenti non ha però bisogno di una terapia psicologica clinica, devono essere i genitori i costruttori insieme ai figli della capacità di problem solving, risoluzione dei problemi, aiutandoli a lavorare sulle loro capacità e sulle loro potenzialità. Bisogna fornirgli uno sguardo esterno sulle loro risorse e insegnare loro a metterle in campo. Alto tasto dolente di questo sospeso periodo della vita degli studenti è la didattica a distanza, vissuta da molti bambini ed adolescenti con difficoltà, non da meno dai genitori. Il divario è palese. Molti genitori sono costretti ad andare a lavorare o restare a casa in modalità agile, senza riuscire a seguire e a prestare attenzione ai figli che devono seguire le lezioni online; dall’altra parte le famiglie numerose, ma anche quelle che vivono in case con spazi angusti e ristretti, dove non c’è spazio sufficiente e silenzio adeguato per ognuno dei figli che deve seguire la dad; ragazzini che vivono in zone in cui la connessione è lenta e difficile; genitori che rappresentano non poche difficoltà nel provare a gestire la dad, spesso si tratta di adulti che non hanno neppure la licenza media: impossibile demandargli anche l’istruzione dei loro figli, qualsiasi sia il grado scolastico che questi frequentino. La dispersione scolastica in Italia già prima della pandemia aveva numeri preoccupanti, rappresentati dal 30,6% degli oltre 11 milioni di studenti. Secondo l’indagine di Ipsos “i giovani ai tempi del Coronavirus”, per Save the Children, condotto tra gli studenti tra i 14 e i 18 anni, il 28% degli giovani intervistati ha dichiarato che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. Tra le cause principali delle assenze durante la Dad la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione. Almeno 34 mila studenti delle superiori rischiano l’abbandono scolastico. La dispersione scolastica è un film dai sogni spezzati per i ragazzini. Alcuni comprendono che studiare sia l’unica possibilità per crearsi un futuro migliore, per essere partecipi del reale cambiamento della realtà in cui vivono, altri vivono nell’incertezza se studiare o meno, altri ancora abbandonano il percorso scolastico: il fatto che ci sia l’obbligo scolastico fino a sedici anni non li turba, e non turba neanche le loro famiglie (alcuni non sanno neanche che ci sia l’obbligo). Una regola imposta dal mondo che è intorno ai ragazzi, quel mondo in cui loro saranno i protagonisti, senza neppure rendersene conto. La scuola resta sempre il valore aggiunto, che può dare una chance di miglioramento, aiutando a realizzare i sogni ai ragazzi. Vale la pena ricordare a noi adulti, che l’abbandono scolastico ruba il futuro ai ragazzi, e spesso li consegna in altre mani. Consiglio la visione del film “la nostra strada” per ricordarci quanto i ragazzi abbandonano la scuola possano essere attratti dalla cultura dei favori anziché la cultura dei diritti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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E se fosse davvero Natale?

Un Natale anomalo. Unico. Distanziato. Limitato negli spostamenti. Il colore rosso, simbolo di festa colora le regioni e impone un lockdown in tempo di festa. Le città vivono il Natale con l’immaginazione e affidandosi al potere rievocativo di ognuno di noi. Le luminarie restano in strade vuote dal passaggio e dalla scambio d’auguri. Il Presepe è immaginario, come ad Assisi dove sull’intera facciata della Basilica Superiore di San Francesco viene proiettata la Natività di Gesù: statue a grandezza naturale e immagini video dell’affresco della navata inferiore della Basilica. Un Natale per molte famiglie senza ricongiungimenti, altre invece, fanno i conti con le ristrettezze economiche, che improvvisamente sono piombate in famiglie che oggi vivono l’incertezza del domani. Un Natale del silenzio, privo di abbracci o di incontri e cenoni. Nessuno lo avrebbe mai immaginato. Un mastodontico cambiamento. Perché nessuno è davvero mai preparato ai cambiamenti. E’ una delle grandi paure che accompagna l’essere umano: l’imprevedibile. In questo strano e sospeso anno abbiamo imparato il suono del silenzio: le città senza i rumori di sottofondo, il silenzio che ci spingeva a riflettere e capire, il silenzio della paura e dell’incertezza del domani, il silenzio delle saracinesche abbassate, il silenzio di uffici vuoti e spenti, dei ristoranti e bar chiusi, degli stadi vuoti. Oggi ci viene chiesto di mantenere in silenzio un momento che solitamente è accompagnato da musica, fantasia, immaginazione e magia, nonché chiasso: Natale e Capodanno. Questo sarà il Natale del cambiamento. Del ricordo freddo e distaccato. Il Natale del silenzio. Il Natale in cui tante famiglie accuseranno il vuoto e la mancanza. Anche questo è un valore. E se invece cogliessimo questo momento sospeso questo “strano Natale” come occasione, l’ennesima che questo anno doloroso ci sta ponendo? Per riflettere sulle mancanze e sul loro valore, sul senso delle cose e delle persone, sul tempo e lo spazio che avevamo e che non abbiamo più, sulla Vita che seppur un fantastico viaggio è imprevedibile e lo ha dimostrato. Su quanto le nostre vite fossero frenetiche, piene, incasinate, e povere: avevamo smesso di vedere la bellezza delle persone, dei luoghi, del tempo, della noia, delle possibilità che avevamo. Certo, questo Natale così ridimensionato e diverso è un imprevisto. E’ risaputo che gli imprevisti facciano molta paura. Abbiamo spesso l’illusione di avere la “cassetta degli attrezzi” con gli strumenti giusti per controllare il nostro destino; se possiamo controllare il nostro destino possiamo mettere in atto delle scelte. I cambiamenti radicali sono le scelte più difficili da compiere, tanto difficile che a volte rimandiamo la stessa scelta. E a volte la vita sceglie per noi. E siamo costretti ad adeguarci o a subire. Tutti noi con diversi gradi di difficoltà e adattamento, oggi siamo chiamati ad adeguare le nostre abitudini, anche il nostro modo di vivere le festività. La vera sfida sta nel cogliere il cambiamento, perché forse un cambiamento radicale è proprio quello di cui abbiamo bisogno per ristabilire il peso dei sentimenti e dell’animo umano. Anche attraverso il silenzio che dominerà le festività. E questo 2020 lo ricorderemo come di delimitazioni, sicurezza, misure estreme, cambiamenti e modifiche. Ma nulla ci vieta di riflettere e cambiare qualcosa di noi e del nostro essere, sognando e sperando che il 2021 ci regali umanità e serenità, e perché no cambiamento personale.

Buon Natale e buon anno ai lettori di Pagine Sociali de il denaro.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Disturbi alimentari e pandemia, effetto limbo del covid sull’alimentazione

Mancanza d’appetito, leggera nausea, rifiuto verso uno dei piaceri della vita: la tavola imbandita di cibo, dall’altra parte chi del cibo ne ha fatto occasione gradita, con spuntini in ogni momento, pasti abbandonati e ricchi. Il coronavirus ha disorientato molti ed ha avuto non poche ripercussioni sull’alimentazione di tanti. La crisi sanitaria ha acuito i disturbi del comportamento alimentare: allo stress e all’ansia della situazione sociale si sono aggiunte le difficoltà di accedere al sistema sanitario. I medici avvertono un ritardo a causa della saturazione del sistema, con ricadute e più gravi condizioni cliniche per chi soffre di disturbi alimentari. La metà delle nuove segnalazioni riguarda la bulimia nervosa. E da marzo sono quintuplicate le chiamate al numero verde Sos disturbi alimentari. L’età si è abbassata 10-11 anni e c’è una maggiore diffusione del disturbo nella popolazione maschile. Il 50% dei nuovi casi diagnosticati riguarda la bulimia nervosa, caratterizzata da abbuffate seguite poi da episodi di vomito o utilizzo di lassativi per liberarsi dell’eccesso di cibo ingerito, spesso accompagnato dall’utilizzo di droghe, con disturbi della condotta sessuale e della personalità. In molti, invece, fanno i conti con l’anoressia nervosa, che si manifesta con l’ossessione per il proprio peso corporeo e restrizione dell’assunzione di cibo, e binge-eating, cioè abbuffate di cibo non seguite da pratiche di eliminazione come con la bulimia. L’aggravarsi dei disturbi alimentari durante il lockdown ha un’origine post-traumatica. La privazione dagli amici, l’impossibilità di alcuni riti specifici, l’impossibilità di fare sport che accresce la paura di ingrassare, le difficoltà economiche delle famiglie, il peggioramento di relazioni già difficili con i genitori, sono espressioni di un disagio. La paura del cibo è paura nel mondo. Ad esser maggiormente colpiti dai disturbi alimentari sono i giovanissimi, ma anche gli adulti ne soffrono, alcuni col tempo sono diventati bravi nel nasconderlo, ma col lockdown per tanti è stato difficile celarlo ai propri familiari. Il clima di paura vissuto dall’adulto, dalla famiglia, avvertito anche nelle telefonate e videochiamate tra i familiari, unitamente alle tante preoccupazioni per la salute e per il lavoro, hanno sottoposto molti ad uno stress continuo e a tratti insostenibile. Il cibo in questo periodo l’ha fatta da padrona in molte famiglie ed ha assunto un nuovo peso nelle nostre giornate. C’è chi ne ha riscoperto il valore e la bellezza di prepararlo per sé e per gli altri, ma anche chi ha dovuto fare i conti con il fondo da toccare a causa del cibo: rifiutandolo o avvertendo l’acuirsi dei disturbi alimentari, chi ne ha fatto un valore troppo aggiunto o ponendosi la domanda “mi andrà tutto stretto dopo?” Insomma, abbiamo scoperto il cibo e tutto quello ad esso collegato, che talvolta ha ripercussioni sociali e psicologiche.

E’ possibile però chiedere aiuto quando ci si rende conto che si vive un disturbo alimentare o questo si sia acuito, è possibile consultare il sito www.disturbialimentarionline.it per una mappa delle strutture e delle associazioni più vicine. Nel frattempo ho voluto approfondire l’argomento alimentazione nelle sue sfaccettature con la biologa molecolare e nutrizionista specializzata in nutrizione umana e oncologica Giusy Colaps.

  1. Il cibo sta forse assumendo un nuovo peso nelle nostre giornate: dal #andràtuttostretto per chi si è dato alla cucina a chi vive l’esperienza di un disturbo alimentare

un periodo molto particolare, dove passiamo molto tempo con noi stessi e si amplificano le nostre angosce e insoddisfazioni. Sicuramente la casa per antonomasia è sinonimo di cibo, perché la maggior parte dei pasti li consumiamo a casa, come anche i pranzi di famiglia, i cenoni e quant’altro. Fin qui tutto bene, perché il rischio maggiore è di mettere qualche chilo in più, che successivamente con una buona volontà e tra una buona alimentazione e l’attività fisica si recupera il proprio peso forma. Ma il problema nasce nel momento in cui ci sono già delle difficoltà e, rimanendo rinchiusi in casa, si accentuano i pensieri e il frigorifero diventa “la via” più a portata di mano per compensare le forti emozioni. Personalmente, in questa situazione, consiglio di vedere il lato positivo: anche se si è costretti a vivere a tu per tu con i propri problemi, quasi da sentirsi schiacciati, “rincorsi” per casa, consiglio di fermarsi e affrontarli. Come? Rivolgendosi a degli specialisti, per vivere al meglio la “convivenza forzata”, e intraprendere un percorso-psico-nutrizionale, senza aspettare che le cattive abitudini si cronicizzino.

  1. Quando è tempo di rivolgersi ad uno specialista: quali sono i campanelli d’allarme?

Di campanelli d’allarme ce ne sono un bel po’ e prima si sentono, minore è il rischio di incappare in danni gravi per l’organismo o, addirittura, salvare la vita di chi ne soffre. Quindi occorre fare attenzione ad ogni minimo campanello d’allarme per non compromettere la qualità della vita. Quali sono? Per esempio la paura di mettere peso, un calo o un incremento esagerato del proprio peso, difficoltà a mangiare con gli altri, paura di non riuscire a rispettare sempre le proprie abitudini rigide, eccessiva attività fisica solo con lo scopo di bruciare le calorie ingerite. Diciamo che ce ne sono un bel po’, ovviamente vanno considerati alla luce della storia della persona. Il problema principale è che i disturbi dell’alimentazione sono subdoli, perché chi ne soffre tende a nasconderli e non ne ha piena consapevolezza.

  1. Quali sono i consigli per un’alimentazione sana in tempo di pandemia?

La pandemia ha cambiato molto le nostre abitudini alimentari, basta pensare che prima si aveva pochissimo tempo per preparare un pasto e, per rifocillarsi, spesso, si consumavano pasti frugali e confezionati. Oggi, invece, si ha molto più tempo e bisogna utilizzarlo al meglio. Prima ci si lamentava che non c’era tempo, ora non ci sono scuse e possiamo migliorare le nostre abitudini. Un consiglio che posso suggerire, oltre a dedicarsi ai propri hobby compatibili con la “clausura”, è di dedicare tempo alla prima colazione e, se in casa abitano più persone, farla tutti insieme per condividere questo importante pasto della giornata. Bisogna aumentare il consumo degli alimenti indispensabili alla nostra dieta, come per esempio vegetali, frutta, cereali integrali e legumi, che a volte, per motivi di tempo non si preparano spesso. Se cucinare ti rilassa ed è il tuo hobby preferito, ti consiglio di preparare pietanze con pochi grassi e poco sale e di sperimentare nuove ricette con ingredienti leggeri e salutari. Insomma, questo periodo va visto come un modo per resettare le cattive abitudini e introdurne delle nuove e più salutari, e con l’aiuto degli specialisti, nutrizionista e psicologo, sarà più semplice adattarsi al nuovo stile alimentare.  CARPE DIEM!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Il mondo post-covid: fragilità emotive e socialità simulata

Il covid oltre il covid: l’eredità che lascia la pandemia mondiale è davvero una pietra pesante. Dall’economia, al lavoro, passando al sociale, ogni settore ed ogni essere umano: grande o piccolo ha risentito, risente e risentirà degli amari effetti del covid-19, ma ancor di più dei giusti ed emergenziali lockdown, che se in prima battuta hanno cristallizzato il mondo e fermato settori produttivi nonché le vite delle persone, in seconda battuta e sulla scorta della prima esperienza l’impatto non è stato certo meno difficolto e devastante. Settori produttivi messi in ginocchio, economia in difficoltà, lavoro in serio pericolo, l’incertezza del futuro e del domani, ma anche la salute continuamente minacciata, un pericolo costante che ha inciso ed inciderà non poco sulla psiche e sul sociale di ognuno di noi. Il mondo ripartirà, l’Italia stessa ripartirà, come e quando ancora non è stabilito, ma l’umanità inevitabilmente sarà cambiata e talvolta nei suoi comportamenti, nella sua prima normalità dovrà cambiare. Banale ma forse vero, ci sarà un prima e un dopo nell’esistenza di tutti noi. Coloro che hanno vissuto la malattia si ritroveranno a fare i conti con l’ansia e l’angoscia, talvolta allucinazioni, il terrore di poter essere ri- contagiati, in molti potrebbero sviluppare la “sindrome della capanna”, rintanarsi a casa perché il posto più sicuro. Coloro che sono stati ricoverati in un reparto ed hanno assistito a quello che in molti hanno definito “girone dantesco”, difficilmente riusciranno a dimenticare un’esperienza alquanto difficile. L’esperienza più estrema per un essere umano: la speranza della vita e la morte. Metabolizzare esperienze del genere richiedono tempo, energia motiva ed un lavoro psicologico, che solo con l’aiuto di un terapeuta e di una routine più o meno normale della vita si potrà superare. E’ per questo motivo che tra i vari piani di rilancio bisogna prevedere anche un rafforzamento dei dipartimenti territoriali di salute mentale, un rafforzamento degli psicologi. Non c’è salute fisica se non c’è salute mentale. Quella salute mentale che rischia la sindrome del bourn out in molti operatori sanitari chiamati da mesi in prima linea nella lotta al virus, con turni massacranti, decisioni umanamente difficili, vite umane che talvolta si spengono nonostante gli sforzi, esseri umani che vedono altri esseri umani privati nella lotta alla malattia e talvolta alla morte soli, senza poter contare sul sostegno umano e amorevole dei propri familiari. Questa pandemia dovrebbe ricordarci di restare umani. Le fragilità emotive con stati di ansia e paura riguardano tutti. Un’emergenza psicologica. Questa situazione dai risvolti surreali, sta esasperando chi già viveva sul filo del fragile equilibrio emotivo e psichico ma sta mettendo a dura prova un po’ tutti. Questa pandemia ci sta facendo sperimentare la paura di stare da soli a casa, dovuta all’isolamento forzato, imposto a tutela della salute di tutti. La paura che nulla sarà come prima. L’incertezza del domani e del futuro: si ha paura di un progetto a medio/lungo termine. Infondo saltano i matrimoni, per cui abbiamo smesso di sognare la bellezza del domani. In un’era in cui l’essere umano ha la tendenza a sentirsi invincibile e indistruttibile, un virus invisibile ci sta dicendo quanto in verità siamo fragili e indifesi di fronte alla potenza spiazzante della natura. Ci sta ricordando su quanti aspetti della nostra vita non possiamo avere il controllo. Sentirsi smarriti o sopraffatti può essere naturale in una simile situazione. Evitare di farsi schiacciare dalle emozioni, ma accoglierle, anche se spiacevoli, può essere un primo passo. Se contrasteremo le emozioni le renderemo più forti. Se le accoglieremo saranno loro a rendere più forti noi. Bisognerà nella ripartenza del nuovo mondo, ripartire da un nuovo Io. Una ripartenza, ricostruzione, come nel dopoguerra. E se dopo un periodo buio, dopo privazioni e limitazioni alle libertà personali, seguiranno gioia, bisognerà concepire che le nostre abitudini, i nostri stili di vita cambieranno, quindi anche la nostra socialità. Ci penseremo bene prima di una stretta di mano o di un abbraccio. Adotteremo nel post covid comportamenti più distaccati simili a quelli del Nord Europa. Saremo sempre più connessi: dalla scuola da ricercare nel soggiorno o nella cucina di casa. Allo smart working che diventerà sempre più realtà. Saremo sempre più connessi e la realtà virtuale ci porterà ovunque. In futuro gli happening diventeranno eventi in streaming, le conferenze stampa saranno in diretta pc. Un mondo virtuale che forse ci allontanerà dal valore dell’essere fisicamente in un posto. Saremo sempre online. Uno scenario, che già ha ridotto la socializzazione che viene definitivamente sostituita dalla socialità. Tenderemo ad interagire con altre persone, non a inserirci nel loro ambiente. Manterremo quel metro e oltre di distanza che oggi ci impone il virus, magari da un social network che sempre più simula la nostra  socialità.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Violenza sulle donne, numeri e storie di una piaga sociale

Il 25 novembre, si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. I numeri sono da piaga sociale: tre donne su dieci hanno subito vessazioni. E in troppe ancora non denunciano. Picchiate tra le mura domestiche, violentate per strada, vittime di cyber bullismo. Donne vittime di violenze fisiche e sessuali, persecuzione e stalking. Uccise dalla violenza dei loro compagni. Una giornata, quella del 25 novembre, destinata ad essere una data simbolo per far riflettere collettivamente sulla gravità di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi. La crescita del fenomeno è capillare in tutto lo stivale, senza distinzione tra Nord e Sud, con un’unica differenza che dal centro nord ci sono più organizzazioni di aiuto rispetto al sud, dove è ancora viva la cultura della riservatezza ad ammettere che si subisce violenza, per paura ma soprattutto per vergogna delle dicerie di paese. La pandemia non ha aiutato. Il coronavirus fuori e il proprio compagno violento dentro casa. Le restrizioni anti contagio imposte dal Governo non hanno aiutato tante donne che hanno dovuto affrontare una doppia paura e un doppio nemico. Secondo l’Istat le chiamate al numero antiviolenza 1522, durante il lockdown è stato intorno al 73%; ma il 72,8% non denuncia il reato subito. Sono invece 32 le vittime uccise da gennaio a giungo 2020. Il coronavirus non ferma la violenza sulle donne, ma cambia solo la narrazione. Raccontando di una realtà falsata: un crimine vero e proprio finisce sotto la dicitura “il dramma delle convivenza forzata”. La convivenza forzata con un uomo violento, ha peggiorato ulteriormente situazioni insostenibili, accelerando le aggressioni più frequentemente e talvolta con violenza, come avviene ad esempio durante le festività, i periodi estivi o durante i weekend. Un elemento resta costante: il tutto avviene per mano di uomini violenti.

Un fenomeno che sembra inarrestabile, eppure si può contare sul sistema legislativo che negli anni ne ha fatto una priorità, oggi, infatti, è in essere la legge n. 69/2019 ribattezzata “codice rosso”, che ha modificato il codice di procedura penale, con l’intento di favorire un percorso prioritario di trattazione di questi procedimenti a tutela delle vittime. La legge, obbliga la polizia giudiziaria a “riferire immediatamente al pubblico ministero anche in forma orale” – con l’intento di abbattere i tempi delle indagini, mentre il PM (Pubblico Ministero) dovrà trattare il caso assumendo “entro 3 giorni” informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti. Senza dubbio c’è molto da fare nella sua applicabilità soprattutto in termini di personale da impiegare, la carenza d’organico e la mole di lavoro degli uffici giudiziari si ripercuote anche in tematiche così delicate e complesse. Ma denunciare è importante, il primo passo – seppur difficile- verso un nuovo inizio. Eppure tante donne non lo fanno, quelle che invece lo fanno, spesso non sono costanti, ritirano poco dopo la loro denuncia, talvolta ritornano anche con l’uomo maltrattante, e spesso non per timore, ma per senso di amore – che di fatto è solo accudimento, sintomo di “crocerossina”.

In psicologia si parla ormai da anni di “ciclo della violenza” costituito da vere e proprie fasi che puntualmente si succedono in maniera ripetitiva. Sono state individuate da Walker e sono quattro, questo può aiutarci a capire e talvolta a comprendere perché spesso le donne ritirano la denuncia e con fatica l’opinione pubblica accetta e metabolizza questa scelta.

  • Fase dell’accumulo di tensione: vi è un graduale aumento della tensione caratterizzato da litigi frequenti e atteggiamenti violenti. Non vi è una durata stabilita, può perdurare anche per settimane. In questa fase possono presentarsi anche scenate di gelosia o grida.  La violenza e gli insulti agli occhi della vittima vengono percepiti sporadici, mentre l’aggressore vive sbalzi d’umore e si arrabbia per futili motivi. La vittima cerca di calmarlo e adotta comportamenti che possano non irritare il compagno. E’ proprio in questi momenti che la donna si colpevolizza.
  • Fase dell’aggressione: è una fase breve e sfocia nella violenza vera e propria. La vittima è anietata ed incredula, isolandosi da ciò che succede, infatti, molte donne prima di chiedere aiuto lascia passare molti giorni.
  • Fase del pentimento. In questa fase l’aggressore si presenta mite e pacato, pentito, servendosi di strategie: regali e promesse. La vittima si auto convince che non accadrà più, per questo motivo non chiede aiuto. E quelle che hanno denunciato, hanno iniziato a trovare equilibrio interiore e si convincono che quell’unione possa continuare.
  • Fase della riconciliazione. Maltrattante e maltrattato tornano a vivere insieme. L’apparente calma e il comportamento affettuoso dell’aggressore fanno credere alla vittima che sia cambiato davvero. Questa fase finisce quando dalla calma si passa nuovamente alle discussioni e vessazioni.

Per porre fine al ciclo della violenza, la vittima deve essere consapevole della sua situazione, senza motivazione e consapevolezza nessun aiuto sarà efficace.

“Qualsiasi momento del giorno o della notte è quello giusto per dire basta e porre fine a una fase della tua vita che vorresti non aver mai vissuto.”
Raunda de Penaflor

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Educare i bambini alle emozioni. Un cartone animato “Inside out” può aiutarci

Essere genitori, che fatica! Esserlo in questo periodo tanto incerto e complesso, che pone gli adulti ad una dura prova di vita, lo è ancora di più. Ma nel complesso mondo che viviamo ci sono anche loro, i bambini. La sfida è educare alle emozioni. Solo aiutando i più piccoli, li prepareremo a gestire correttamente la propria emotività, usufruendo di quel bagaglio interiore necessario per vivere meglio e per relazionarsi con gli altri in modo equilibrato e sereno. Spetta agli adulti: genitori, nonni, adulti di riferimento fornirgli la base per sottrarli all’analfabetismo emotivo che in molti casi diventa base di comportamenti dannosi. Educare alle emozioni dovrebbe essere un impegno che dovrebbe iniziare fin dai primi istanti di vita del neonato per proseguire e svilupparsi durante l’età evolutiva. Ma, spesso dimentichiamo che le emozioni che viviamo di riflesso le vivano anche i bambini, ci voleva una pandemia mondiale per farci riscoprire le emozioni e farci notare che queste le vivono anche i più piccoli. Non ci vogliono i super poteri, per educare serve soprattutto saper ascoltare, riuscire a percepire lo stato emotivo del bambino, entrare nel suo “caos” interiore e saper fare chiarezza con decisione e autorità, ma anche con dolcezza. Mostrare rabbia o stanchezza, o addirittura mostrarsi confusi aggrava ancor di più la confusione del bambino. Mostrasi tranquilli, significa mostrare al bambino che mamma e papà sanno capirlo e placarlo. Un modo per capire il mondo delle emozioni dei bambini è il cartone animato “Inside out”, talvolta si rivela più comprensibile agli adulti che ai bambini. Riley, la protagonista nella sua testa ha cinque emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Queste emozioni sono una sorta di gruppo di lavoro che prendono una serie di decisioni affinché la bambina sia in grado di affrontare le diverse sfide della vita. Niente di diverso da quello che ci accade continuamente, ecco perché “Inside out” potrebbe essere uno spunto per i grandi e un modo per divertirsi e capire insieme anche ai più piccoli. Cosa fa capire realmente il cartone?

Non è possibile far finta di provare emozioni nella presa di decisioni. Le emozioni sono alla base delle buone decisioni, una sorta di filtro che ci aiutano a scegliere le opportunità meno dannose. Infatti, le emozioni non devono tacere ma dobbiamo imparare ad ascoltarle, connettendoci con il nostro mondo emotivo, ascoltando anche la pancia, molte delle cose che si sentono partono da lì e poi investono cuore e testa. Chiedersi perché il proprio bambino si comporta in un certo modo, significa connettersi con la propria “parte bambina”.

I ricordi cambiano la loro traccia emotiva con il tempo. La memoria, come anche il cartone lo ricorda, è un processo sempre attivo ed in continua evoluzione. Quindi quello che si ricorda oggi non è uguale a quello che si ricorda domani. Le emozioni che proviamo cambiano il modo in cui guardiamo gli eventi che ci sono accaduti e quindi cambiano i nostri ricordi. Non è raro avere ricordi felici della propria infanzia, ma talvolta la mente ripensa ad episodi che generano nostalgia o tristezza, come anche episodi tristi per un bambino che da adulto ripensando al perché, prova allegria. Quello che accade è che ricordando non riusciamo a separarlo dalla persona che siamo oggi. Cambiamento che inevitabilmente trasforma i nostri ricordi.

Potenziare le emozioni positive perché sono in svantaggio. Il cartone mette in risalto le cinque principali emozioni ma vi sono anche quelle “secondarie”: disprezzo, frustrazione, eccitazione, imbarazzo e sorpresa. Istintivamente attiviamo quelle negative perché accadono frequentemente e sono in numero maggiore di quelle positive, perché siamo tarati per metterci al sicuro, ecco perché si attivano quelle negativi, per istinto anche di protezione dal pericolo, mentre i segnali positivi possono essere meno intensi.

Ad un certo punto del cartone si parla di “spazzatura mentale” notando come i ricordi sbiaditi vengono cancellati. Quindi è importante fare una check list delle emozioni: quello che ci piace, quello che ci fa stare bene, di ciò che abbiamo bisogno. Non lasciamole andare a causa delle routine frenetica. Infine, il cartone ci ricorda come tutte le emozioni son necessarie e non dobbiamo allontanarle o negarle: tutte hanno un messaggio da trasmetterci. Se impariamo ad accettare tutte le nostre emozioni, riconoscendole, sapremo rispondere meglio a quanto i più piccoli sentono, diventando maggiormente empatici e capiremo così le conseguenze delle nostre e delle loro azioni.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Diritti dei bambini. Giornata mondiale

🎯Giornata Mondiale dei diritti dei bambini

📌Se tutti i bambini del mondo hanno gli stessi diritti, qualsiasi sia il loro sesso, luogo di nascita, religione, lingua o condizione sociale, lo si deve alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child – CRC), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia con la legge n. 176/1991.

📍Quattro i principi ispiratori:
principi ispiratori:

✅ non discriminazione

✅superiore interesse del minore

✅diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo

✅ rispetto per l’opinione del minore.

⁉️Nessuno direbbe che alcuni bambini hanno meno diritti di altri. Eppure, ancora oggi, molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese, sono vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati o vivono in condizioni di grave trascuratezza e disagio. Alcuni soffrono ancora la fame, la privazione degli affetti dei genitori e non frequentano la scuola.

🎯  Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza. In tempo di covid 19 è bene ricordarsi dei tanti minori che vivono in contesti disfunzionali e abbandonati: dove mancano strumenti per la Dad e supporto adeguato. Dei tanti che oggi si sentono al sicuro a casa ma che domani vivranno la difficoltà del ritorno. Di quanti si ritroveranno a fare i conti con le disuguaglianze che lascerà questa pandemia.

📌 il monito dovrebbe essere lavorare oggi come adulti, operatori del sociale, istituzioni, per costruire un domani più sereno, perché è un Dovere dell’adulto e un Diritto del minore.

giornatamondialedeidirittiminori #minori #assistentesociale #nessunosisalvadasolo

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Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

La zona rossa. Il nuovo lockdown. Le notizie sempre più allarmanti.
L’essere umano che si trova a vivere un tempo ed uno spazio nuovo, da rivedere e da ridisegnare.

Ansia e paura, solitamente prevalgono.

🎯 Ma siamo in grado di capovolgere queste emozioni e di trarne vantaggio a nostro favore?

Sta a noi scegliere quale atteggiamento adottare in questo periodo: di paura, di apprendimento o di crescita. L’opzione dipende da quale lezione stiamo traendo da questa emergenza globalizzata non solo sanitaria.

🎯 Dove siamo ma soprattutto dove scegliamo di andare in questo periodo in cui siamo chiusi in casa?

🎯 Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

Una mappa molto utile per interpretare questo momento storico.

assistentesociale #riflettiamoinsieme #chivoglioessere #unasoluzioneatutto #nessunosisalvadasolo

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#pensateci

Parliamone.
Queste settimane di emergenza che stanno paralizzando il mondo che non riesce più a vivere nella sua corsa affannosa, assistiamo in ordine sparso:

-alla pubblicazione e divulgazione del video di un paziente probabilmente affetto da covid che è stato ritrovato morto nel bagno dell’ospedale Cardarelli di Napoli.
Premesso che ogni essere umano ed ogni morte va rispettata, per cui c’è sempre un limite da porre all’informazione soprattutto rispettando la morte ed i familiari di quell’essere umano che ha trovato la morte improvvisamente, senza poter chiedere aiuto all’interno di un bagno dell’ospedale.
Questo non è giornalismo, me ne dissocio.
Il rispetto prima di ogni cosa.
Davanti a notizie ed immagini del genere bisogna solo provare “vergogna” da parte di chi ci governa e sa le reali condizioni sanitarie al Sud ed in Campania.
Dolore e preghiera da parte dell’opinione pubblica anziché farlo rimbalzare da una chat all’altra o da una bacheca all’altra. Silenzio e non commenti del tipo aveva o non aveva altre patologie. Ditelo.
Non è un gioco al massacro questa, si chiama Vita, eppure in questo momento surreale e tragico dovremmo ricordarcene.

-un ragazzo di 26 anni perde la vita in Italia a causa del covid, un titolo specifica che aveva già pregresse patologie e così i commenti dicono “finalmente lo dite che aveva pregresse patologie”, come se avere altre patologie giustificasse che si possa morire. Così come quelli che giustificano la morte degli anziani “tanto era anziano”, ma perché scusatemi chi è anziano, chi ha altre patologie può o deve morire secondo voi?

-un governatore della regione posta un tweet dove dice che nella sua regione per covid muoiono gli anziani che non sono più produttivi al tessuto economico. Ecco un rappresentante istituzionale che con un post che suona tanto come pacca sulla spalla legittima la morte degli anziani per covid, tanto alla fine -suo messaggio sublime- che ce ne facciamo? Ma ci rendiamo conto che parliamo di esseri umani, di persone che hanno prodotto in questo Paese, di persone che sono patrimonio umano?

-l’Italia viene divisa in colori, i contributi arrivano solo per alcune regioni, chi è reduce dal primo lockdown aspetta ancora gli aiuti pregressi. Infondo basta pubblicare un decreto e dire “facciamo. Ci siamo”. Ma dove siete quando la gente non può mettere il piatto a tavola?

-gli ospedali sono in affanno eppure però c’è chi dice “ci atteniamo ai dati”. Ma perché ci vogliono i numeri anziché vedere barelle qua e là nei corridoi, gente che viene soccorsa in auto, gente che muore nell’attesa fila di accesso al Pronto Soccorso. Poi ci voleva il genio della lampada per prevederlo? Non si sapeva che sarebbero andati in affanno totale, specie dove la sanità è sempre stata commissariata o finanziata continuamente?

-ci siamo dimenticati che non ci si ammala solo di covid, ma anche di altro, che si possa aver bisogno di un ospedale per altre problematiche?

-vogliamo parlare del senso civico quasi inesistente? La gente viola la quarantena, chi è in isolamento ed asintomatico, si sente libero di poter uscire. Di gente che non indossa la mascherina o la porta come accessorio scalda collo. Di esercizi commerciali che ancora non fanno rispettare le regole perché uno è amico, perché non vogliono discussioni, perché dobbiamo campare anche noi.

Ci siamo riempiti la bocca e le bacheche che saremmo diventati persone diverse, migliori, che saremmo tornati ad una quotidianità cambiata con consapevolezza ed accortezza. Siete sicuri? No, perché io francamente mi sembra che siamo diventati peggio, del tipo: ognuno per sé e dio per tutti; del “io speriamo che me la cavi”; “morte tua vita mea”; del “tanto a me il virus non mi tocca”. Infondo ora la cosa più importante è se possiamo fare il cenone a Natale e Conte sta vagliando in che modo possiamo farlo per accontentare quelli che dobbiamo essere “sett ott e nuje”.
Alla fine di questa malvagia giostra fermiamoci a farci un esame di coscienza.

#pensateci

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Parole in circolo. Racconto di una quarantena, la mia

Diario post quarantena. Da ieri si è conclusa la mia quarantena fiduciaria, terminata non prima di ricevere l’esito del tampone che sanciva la mia negatività. Seppur ancora non sono uscita di casa: la propria tana è fonte di protezione, e fatico a non capire come non lo sia per molti. Tiro un sospiro di sollievo e mi lascio alle spalle il rigoroso isolamento. Distanti sotto lo stesso tetto. Ho vissuto nella mia stanza, non ho mangiato coi miei familiari, ho usato un altro bagno, li ho visti raramente in casa a distanza e con le mascherine. Una prova di vita. Questo virus già solo nelle sue esposizioni ti incute timore e ti pone di fronte a momenti di vita inimmaginabili. Appena ho saputo di essere entrata in contatto, come del resto altri miei colleghi, con una persona positiva mi sono auto isolata. Inizialmente è prevalso in me una sensazione di smarrimento.

Le informazioni si susseguivano, ognuno diceva qualcosa, è raro trovare indicazioni univoche, seppur da qualche ora in rete ho notato che qualche ASL pone degli schemi con indicazioni utili su come comportarsi dal momento che si è entrati a contatto con una persona positiva. Io mi sono affidata al mio medico di base, il dottor Enrico Cascone, che ringrazio pubblicamente, perché da subito mi ha indicato cosa fare, come pormi anche coi miei familiari e mi ha anche spiegato quanti giorni devono passare per fare un tampone in quanto il virus potrebbe essere in incubazione. Sapere cosa fare e come comportarmi, mi ha rasserenata.

Cosa fare? Porsi in quarantena e quindi in isolamento dalla società per almeno dieci giorni, al termine del quale sottoporsi ad un tampone che se risulterà negativo torneremo ad essere liberi. In famiglia è bene porsi a distanza, evitare contatti, in quanto i propri familiari possono continuare a condurre la loro vita, rapportandosi anche alla società, pertanto è bene non avere contatti con loro durante la quarantena e che loro non frequentino luoghi affollati ed evitino situazioni di possibili assembramenti. I propri familiari si sottopongono a tampone solo se il proprio tampone risulterà positivo.

È bene fare un chiarimento sulla definizione tra quarantena fiduciaria ed isolamento. Nel primo caso, si pongono lontano dalla società e con dovute precauzioni dai propri familiari coloro che sono venuti a contatto con un caso positivo accertato. In isolamento si pongono coloro che risultano positivi o avvertono i sintomi.

Quarantena ed isolamento hanno la medesima finalità quella di evitare che ci sia trasmissione del virus o presunto tale. La differenza sta che chi si pone in quarantena potrebbe sviluppare nell’arco dei giorni, ecco perché il tampone si può fare solo dal decimo giorno; chi è in isolamento è perché ha sviluppato i sintomi del covid o è risultato positivo al tampone, pur non avendo sintomi. Chi è in quarantena deve mantenere distanze dai propri familiari, usare la mascherina in casa, se ha possibilità come nel mio caso usare un altro bagno, mangiare in momenti diversi dagli altri membri.

È una prova dura. Sarei un’ipocrita a dire diversamente. Anzitutto, ho pensato a chi non ha la fortuna di avere una casa grande e di porsi in quarantena allontanandosi fisicamente in modo da tutelare gli altri familiari. Ma è importante provare ad organizzarsi: orari diversi per mangiare, usare la mascherina anche in casa e distanziamento, pensiamo che potremmo sviluppare la malattia e contagiarli.

Psicologicamente ho pensato a chi non ha la stessa forza. Parliamoci chiaro un’assistente sociale è temprato alle

emozioni e ai cambiamenti a cui adattarsi, per cui ti adatti per automatismo, ma il peso degli affetti ed il timore di essere un vettore e di poterli contagiare lo porti dentro con te. È paradossale pensare che li hai a pochi metri da te ma siete separati.

È naturale avere il dubbio che si possa sviluppare in te il virus, io ahimè non riesco a pensare di essere invincibile o un super eroe lontano dal virus. Il virus c’è, esiste, è vicino a noi, gomito a gomito. Sta a noi con i nostri comportamenti, le nostre precauzioni tenerlo alla larga.

Nella mia stanza in quarantena le giornate sono state scandite anche dalla fortuna di lavorare (fortuna che non tutti hanno) in Smart working. Questo permette anche di tenere a bada le emozioni e continuare ad avere un ritmo di vita, facendo ciò che da sempre è nel nostro quotidiano.

Ho pensato a chi in isolamento lo è non in via preventiva ma perché asintomatico o sintomatico, alla dura prova psicologica e fisica. A quanto questo virus sia subdolo e maligno. Pensate a quanto ci sta cambiando negli affetti, nel rapporto con gli altri. A quanto vertiginosamente sta cambiando la sanità, l’aspetto economico e sociale.

Eppure c’è chi ancora crede che non esiste, che è una montatura, chi in quarantena non riesce a starci. E non so fino a quando riusciremo un giorno, quando tutto questo sarà finito, ad essere persone migliori, se proprio ora non capiamo il pericolo e quanto ognuno di noi possa realmente fare.

Questa per me è stata una lezione di vita. L’assenza fa riflettere e fa pensare. Perché da paure e smarrimento iniziale ho provato a trarne vantaggio personale. Mi direte forse che esagerata “solo per una quarantena”. Senza dubbio c’è chi diversamente da me ha vissuto e vive peggio, ma esperienze come queste cambiano le persone.

Non sono mai stata scettica su questo virus, anzi, sono sempre stata molto attenta: non sono andata da mio nipote a Roma per via dei mezzi pubblici, paura anche solo di poter essere involontariamente un vettore, ho sempre detto fino alla noia in molti colloqui con utenti indisciplinati “signora si alzi la mascherina, signora la prego la maschierina”. Ho dovuto cacciare fuori un utente perché aveva violato la quarantena (e che agitazione in quel momento).

Da oggi però sarò più dura perché forse è proprio la rigidità che potrà portarci verso una strada migliore e francamente, attaccatemi pure, ci vuole da parte del governo decisioni incisive anche se queste toccano settori a rischio e già fragili. Il virus viaggia ad una velocità che neppure ci rendiamo conto e noi spesso siamo superficiali e irresponsabili. Questa estate ci siamo comportati come se fosse finita la guerra, mentre il virus indisturbato ringraziava nei nostri abbracci e baci, nelle nostre strette di mano e nelle nostre feste.

Io torno a vivere, diversamente, anche con empatia e affetti diversi, perché in questi momenti hai il tempo per riflettere e fare un viaggio interiore anche tra gli affetti e gli amici.

Torno alla normalità del momento consapevole che la forza a questo virus la diamo soprattutto noi, consapevole che ci sta cambiando le vite e le emozioni.

Consapevole che l’ho scampata. E ringrazio Dio.

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