Archivio dell'autore: Maria Rosaria Mandiello

Muri di street art per risvegliare le coscienze

L’arte che smuove le coscienze, così le città e le periferie, i luoghi simbolo toccati dalle morti ingiuste ma ricche di significato, tornano a vivere e a smuovere le coscienze civili, diventando testimone di legalità e giustizia nelle nuove generazioni. Qualche giorno fa il famoso street artist Jorit, ha lasciato la sua arte impressa nel ritratto di Marcello Torre, che fu a Pagani (Sa) sindaco e che venne assassinato l’11 dicembre 1980. L’artista ha colto il firmamento del sindaco Torre, riportando come base del ritratto una parte della lettera-testamento che l’avvocato sindaco lasciò nelle mani del giudice Santacroce il 30 maggio del 1980, nel quale egli ribadiva il sogno di una Pagani libera e civile, a servizio della quale si era messo con tanta determinazione ed altrettanta competenza. Un murales che oggi ha il sapore di un memorandum per il governo e per i giorni che stiamo vivendo, in cui a farla da padrona è la notizia della scarcerazione di Giovanni Brusca, boss che firmò la strage di Capaci, colui che azionò il telecomando della strage, ha ricevuto l’applicazione dei benefici previsti per i collaboratori di giustizia “affidabili”, dopo un quarto di secolo in galera.  Scarcerazione che indigna e confonde chi nella giustizia nutre un sentimento di forza e di speranza. Muri che si riempiono di parole e volti, messaggi di speranza e di futuro, ma soprattutto conoscenza per i più giovani a digiuno di storia contemporanea e di esempi veri e leali, la street art è il modo più diretto, semplice e giovanile per arrivare a loro e per “parlargli” di uomini giusti, che con il loro impegno ed il loro sacrificio hanno segnato anni e coscienze, lasciando alle generazioni future un insegnamento di vita, affinché uomini di potere e criminalità organizzata, fossero messi all’angolo da giovani di ideali e di valori, che con coscienza pulita e schiena dritta segnano il gol tanto desiderato dal loro impegno. I murales risvegliano le coscienze ma salvano anche molte zone e periferie da Nord a Sud Italia, e pur restando ancora un fenomeno di frontiera, la street art è riconosciuta nel mondo dell’arte, guadagnando il rispetto delle altre forme artistiche tradizionali ed entrando nelle gallerie di tutto il mondo. Riesce a promuovere l’impegno della comunità, l’inclusione sociale, abbellisce i luoghi, combatte il degrado e promuove e recupera spazi di socializzazione. Una vera e propria soluzione la street art. Segno anche di un percorso di mutazione: quello che un tempo era associato ad atti di vandalismo, di espropriazione dello spazio pubblico ad opera di imbrattatori notturni con scarso senso civico, oggi è considerata una forma di espressione collettiva in grado di raggiungere le masse e di colpire gli occhi e le coscienze, capace di unire culture, generazioni e linguaggi diversi. Una realtà nel quale molte amministrazioni comunali si affidano per rigenerare e qualificare intere porzioni urbane disagiate e degradate. Perché se la periferia si presenta come una spia analitica dello stato di salute di una società, con i murales emergono tutte le contraddizioni e le potenzialità di un territorio e di un contesto urbano. In questo modo l’opera di strada si fa descrizione di quei luoghi contribuendo a risvegliare nelle coscienze di chi li abita la volontà di reclamare la propria esistenza ed i propri diritti. Al Parco Merola di Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli, luogo difficile e con scarso accesso ai servizi, c’è poco verde e tanto grigio, ma da qualche tempo nella giungla di cemento spuntano i colori delle grandi facciate dipinte del Parco dei murales, che ha ridato nuova identità al complesso residenziale: un progetto di riqualificazione artistica e rigenerazione sociale, che grazie all’abbellimento promuove arte, valori e consapevolezza anche in un contesto disagiato che si avvicina all’integrazione nelle periferie. Insomma non più muri da imbrattare ma da ammirare la cui forza espressiva è un colpo dritto alle coscienze. Allora c’è da chiedersi se forse abbiamo trovato un modo del tutto nuovo per arrivare ai più giovani su temi sociali di grande importanza?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Riforma processo penale, con la giustizia riparativa si incontrano vittima e autore del reato. Cosa cambia?

Via libera unanime da parte del consiglio dei ministri alla riforma della giustizia. L’ok è arrivato dopo una lunga discussione e una breve sospensione, ora la discussione passa al Parlamento, al quale si è appellato il presidente del consiglio dei ministri Mario Draghi, chiedendo di sostenere con lealtà questo importante provvedimento che porta la firma del ministro Cartabia. L’intervento è corposo: dal reset della durata delle indagini preliminari, al “contingentamento” dell’obbligatorietà dell’azione penale al capitolo sanzioni e riti alternativi, ma soprattutto il ritorno “parziale” della prescrizione. Ma uno degli emendamenti del ddl di riforma del processo penale, disciplina in modo organico il metodo della giustizia riparativa. Nel pieno rispetto della direttiva europea e nell’interesse sia della vittima che dell’autore del reato. Ad oggi l’emendamento prevede l’accesso ai programmi di giustizia riparativa in ogni fase del procedimento, su base volontaria e con il consenso libero e informato della vittima e dell’autore, spetterà al giudice la positiva valutazione sull’utilità del programma in ambito penale. Inoltre è prevista la ritrattabilità del consenso a questi percorsi in qualsiasi momento. L’obiettivo primario della giustizia riparativa è quello di porre attenzione alle dimensioni umane e sociali che investono il crimine. Senza le quali la pena non è altro che una punizione. Al centro della mediazione ci sono le vittime. Non si può restituire ai violenti la possibilità di tornare all’interno della società senza passare dalla giustizia riparativa che mette al centro proprio le vittime. La chiave di tutto è la riparazione, dove per riparare si possono intendere molte cose, a cominciare dal fatto che l’autore ha compreso sino in fondo il disvalore del suo comportamento, eventualmente risarcisca il danno, arrivando all’interazione fra il reo e la vittima, o la sua famiglia. Il mediatore ha il compito anzitutto di scomporre un atto lesivo, cercando di capire cosa abbia prodotto e come lavorare con chi lo ha commesso. Il senso della giustizia riparativa è anzitutto consapevolezza da parte dell’autore del reato commesso, il quale con il supporto di un mediatore ha l’occasione di riparare il male che ha fatto, portando all’obiettivo di abbattere i fenomeni di recidiva. La logica di fondo è abbandonare il concetto che molti hanno “lasciarli dentro e buttare la chiave”, che rischia di non pagare, la sicurezza si potrebbe ottenere con le misure alternative. E’ solo se riusciamo ad avere una visione diversa e ad applicare un paradigma di giustizia innovativo, come avviene già in molti paesi europei, che forse si potrà restituire un autore alla società consapevole. La giustizia riparativa è “un paradigma che coinvolge la vittima, il reo e la comunità nella ricerca di una soluzione che promuova la riparazione, la riconciliazione e il senso di sicurezza collettivo” (Howard Zehr). Si propone, quindi, l’obiettivo di ricostruire l’equilibrio spezzato tra la società, l’autore del reato e la vittima a causa proprio di una condotta illecita. L’autore del reato è supportato nella presa di coscienza dell’impatto provocato dall’azione illecita da lui compiuta sia nella vita della vittima sia nella società civile, ed è stimolato a porre rimedio alle conseguenze negative del suo comportamento; la vittima è aiutata a recuperare quella stabilità minata dalla sofferenza provocata dal reato; per quanto riguarda la società, si intende ripristinare la pace sociale, anche mediante il reinserimento dell’autore con lavori sociali e il risarcimento dei danni subiti. Un approccio, dunque, molto diverso da quello tradizionale, si tratta di abbandonare la logica della sola punizione del reato con il carcere e la vergogna. La giustizia riparativa è importante ricordare che non si applica solo al settore penale ma anche ai conflitti che si generano all’interno della comunità, della famiglia, della scuola o del lavoro. La giustizia riparativa è un orizzonte culturale che appoggia il rispetto, l’equità, l’inclusione e la partecipazione. Lo sforzo principale è quello di indirizzare il dolore di chi subisce il reato, il reo e la società su qualcosa di nuovo che nasca da esso. Qualcosa che non sia però odio e vergogna o ghettizzazione da parte della società. Gli episodi violenti verso i detenuti non sono nuovi e la società tende ad emarginarli, ciò non restituisce nulla. L’orizzonte culturale deve essere quello in cui ogni comunità diventi riparativa ciascuna per sé. Ce la faremo a cambiare il paradigma giudiziario e culturale in essere?

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Napoli “capitale” del reddito di cittadinanza, ma a che punto siamo con la misura per eccellenza di contrasto alla povertà?

La spesa del reddito di cittadinanza a marzo nella sola Napoli ha sfiorato quella dell’intero Nord Italia. In totale, secondo le tabelle dell’Inps, le famiglie che hanno goduto di almeno una mensilità del sostegno tra gennaio e marzo di quest’anno sono state 157.000, 459.000 le persone coinvolte nel complesso. Nello stesso periodo nell’intero Nord 224.872 famiglie percepivano il reddito o la pensione di cittadinanza. L’importo medio è più basso al Nord che al Sud. I dati dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale vedono 1,8 milioni di percettori nelle regioni del Sud, 452 mila al Nord e 334 mila al Centro: la regione in testa è la Campania, segue la Sicilia, il Lazio e la Puglia. Prevalgono i nuclei composti da una o due persone, mentre costituiscono il 34% i nuclei in cui sono coinvolti anche i minori. Ammonta a quasi 13 miliardi di euro la somma spesa per il reddito e la pensione di cittadinanza che l’Italia ha speso tra l’aprile 2019 e il marzo 2021. La crisi economica dapprima poi l’avvento della pandemia hanno portato sempre più persone a fare richiesta della misura di contrasto alla povertà. Di fatto, il paradigma della povertà si è totalmente convertito, le famiglie abbastanza autonome ed addentrate nel tessuto sociale ed economico, si sono ritrovate a fare i conti con l’improvvisa povertà economica. Negli ultimi mesi, sempre più famiglie italiane e ancor di più nel Sud Italia, dove già le opportunità lavorative scarseggiavano ed il lavoro era a giornata, si sono ritrovate morose con le utenze e con l’affitto dell’abitazione. L’unica misura ad oggi accessibile con un Isee non superiore ai 9.360 euro, e con requisiti di soggiorno e cittadinanza, è solo il reddito di cittadinanza, che ha visto la platea dei beneficiari ampliarsi sempre di più. Si era detto all’inizio dell’avvento nel 2019 non una misura di assistenzialismo, prevedendo delle condizionalità, cioè dei vincoli per i beneficiari: la sottoscrizione della Did, disponibilità immediata al lavoro, l’obbligo della sottoscrizione di un patto di lavoro coi centri per l’impiego o del patto di inclusione sociale con i servizi sociali territoriali, oltre all’obbligo della partecipazione ai Progetti Utili alla Collettività (PUC). In altri termini un aiuto reciproco: lo Stato assiste economicamente per un periodo di diciotto mesi – durata del beneficio- il cittadino in difficoltà, consentendogli poi attraverso anche gli obblighi previsti il suo reinserimento sociale e lavorativo. Da assistente sociale e cittadina italiana mi chiedo e vi chiedo ma a distanza di più di un anno e mezzo dall’introduzione della misura d’eccellenza di contrasto alla povertà quale il reddito di cittadinanza, che ci avrebbe o comunque nei fatti ci ha uniformato ai paesi europei che prevedono una misura di contrasto alla povertà, è cambiato davvero qualcosa? A che punto siamo?

Il punto forse è quello della non mai partenza. L’Inps eroga i soldi ai beneficiari e su questo nulla questio, ma la ricerca del lavoro, la rete sociale, sanitaria, da creare intorno al beneficiario e al suo nucleo familiare di fatto è ancora ferma. L’identikit dei fruitori del reddito li vede con una scarsa scolarizzazione e senza la minima esperienza informatica, quasi impossibile per i navigator trovargli un impiego. Ad aggiungersi a questo la mancata applicazione dei decreti attuativi di cui avrebbe dovuto occuparsi il Ministero del Lavoro. Infatti, dopo due anni dall’approvazione del decreto 4/2019 con il quale è stato introdotto il reddito di cittadinanza, mancano ancora diversi decreti attuativi, necessari per il funzionamento della misura, senza i quali siamo davanti a poco più di un sussidio. Degli esempi: sgravi per l’azienda che assume il beneficiario del reddito, pari alle mensilità che il beneficiario non prende più. Decreto mai formalizzato. O ancora al beneficiario vengono proposte tre offerte di lavoro congrue, se rifiuta decade il beneficio, assortigliando la platea degli aventi diritto, ma le offerte non sono mai state proposte a molti beneficiari. A questo si aggiunge la scarsa conoscenza degli strumenti informatici: molte persone non posseggono né un pc né uno smartphone, determinando già la prima impossibilità per i fruitori di iscriversi al sito dell’Anpal, luogo deputato all’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Per i navigator e per gli operatori sociali dei comuni c’è una piattaforma che purtroppo non ha interoperabilità: ovvero non vi è dialogo. Un esempio: un beneficiario risulta ancora “attivo” per cui percettore della misura, viene convocato ma ad egli il beneficio è stato revocato o sono venute meno delle condizioni pertanto è decaduto, o egli stesso ha deciso di presentare regolare rinuncia all’Inps, ma la piattaforma è ferma ancora allo stato “attivo”. Ciò capita anche per i deceduti. Da mesi mi ritrovo una donna deceduta da diverso tempo, per la piattaforma ella è da convocare e il suo caso non può essere chiuso in quanto per il sistema risulta percepire ancora il beneficio economico. Una confusione che rallenta il lavoro degli operatori e che non conquista la fiducia dei beneficiari del reddito di cittadinanza. I quali al di là di non aver compreso alcuni obblighi legati alla misura, non comprendono la finalità della convocazione ai servizi sociali e la motivazione per la quale debbano sottostare a degli obblighi: se dall’analisi preliminare – dialogo con egli- viene fuori una problematica anche sanitaria, tale da richiedere un coordinamento con altre figure professionali –di fatto molto difficile perché manca spesso il personale negli enti preposti- per cui molto si chiedono: “ma se percepisco un aiuto perché mi convochi tu? E perché sono obbligato a delle cose ed eventualmente a sottopormi a controlli medici?” E’ lontana la visione che la finalità non è solo un sostegno economico puro assistenzialismo, ma un aiuto globale che investe la sfera sociale, lavorativa, sanitaria, tappe per una piena integrazione sociale.

Il target di cui ci troviamo di fronte è analfabeta o con una scarsa scolarità. Se il mondo del lavoro è andato avanti grazie alle macchine e alla tecnologica, richiedendo quindi conoscenza e competenze anche minime, come si può pensare di potergli garantire un lavoro? Non sarebbe più opportuno prevedere la loro partecipazione nell’ambito dei fondi destinati al reddito di cittadinanza la loro partecipazione a corsi di specializzazione o per l’ottenimento di una qualifica professionale? Nel frattempo però gran parte della popolazione ha già preso il primo ciclo del reddito di cittadinanza 18 mesi, molti hanno già iniziato la replica che durerà altri 18 mesi previo un mese di sosta e si andrà avanti così fino a quando sarà disponibile.

Forse, c’è da chiedersi se tale misura vada rivista e ripensata?

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Superlega, le conseguenze sociali (a cui nessuno ha pensato) nell’idea sfumata della secessione calcistica

Un fulmine a ciel sereno ha scosso le notizie di questo tempo sospeso di pandemia, la Superlega: una competizione privata a numero chiuso alternativa alla Champions League che riunisce le venti migliori squadre europee. Sposato alla nascita da dodici club europei fra cui Juventus, Inter e Milan. Una notizia che ha scosso il mondo del calcio, che da sempre ha unito generazioni e famiglie, diviso nel suo tifo; calcio che da sempre fa sognare i bambini, e fa discutere, oggi più che mai. Le reazioni non sono mancate come anche le perplessità ed i commenti social.  Il progetto è sfumato nell’arco di quarantotto ore, dopo la levata di scudi della singolare unione nella contrarietà di leader politici, parlamento Europeo, istituzioni sportive, tutti i media internazionali, tifosi, allenatori e giocatori, persino delle società che avevano aderito al progetto e che non immaginavano si sarebbero trovate di fronte questo scenario. Le angolature economiche e politiche, sono state ampiamente affrontate e dibattute, ma un’angolatura molti l’hanno dimenticata, quella sociale e le conseguenze sociali di questo progetto. Un mito sembra venir meno, la famosa dicitura “il calcio è di tutti”, la secessione avrebbe fatto emergere come soldi e potere possano decidere e segnare nuove strade con buona pace di tutti, spegnendo i riflettori del popolo e populismo nati proprio nel calcio, curve e tifoserie. Qualcuno l’ha definita moderna rivoluzione, il calcio che cambia ed avanza nel futuro, per altri avrebbe rappresentato il collasso. Di certo è che in tempi moderni abbiamo assistito alla discesa in campo aperto sotto gli occhi attoniti di un mondo che col calcio sogna, tifa, si riunisce, senza alcuna distinzione, di soldi e potere, capiremo solo chissà quando chi però avrebbe vinto questa partita. Segno però che lo sport ed i suoi valori talvolta nobili e di grande insegnamento ai più giovani, sia considerato un pezzo isolato dalla società. Lo sport è di tutti, per tutti, è società, è sociale. E il grande carrozzone del calcio dimentica le conseguenze sociali e di educazione alla vita. Se il meccanismo fosse entrato in crisi, tutto l’indotto del calcio giovanile andrebbe riformato su basi nuove e trasparenti, capaci di trasmettere valori di partecipazione e inclusione, che proprio non si sposano alla nuova ottica che avrebbero voluto della dittatura del reclutamento e della selezione. E la passione, cuore pulsante del tifoso e delle squadre, quella che regge tutto? Quella ha vacillato e rischiato di cedere il posto ad uomini di marketing freddi, calcolatori umani di profitti di successo. Nel 1998, Zdeneck Zeman, che con le sue dichiarazioni sul doping venne accusato di destabilizzare il sistema,  disse “ci sono valori che fanno appassionare la gente, i bambini, al calcio. Io non so se con i soldi si possano compare le passioni della gente”, parole che sembrano oggi a rileggerle una profezia. Il calcio, signori cari ha rischiato di non essere più sociale, ed i club neppure ci hanno pensato, infondo, lo sport è stato rilegato nella visione del business dei grandi club di potere. Il messaggio lanciato sublime è stato forte e chiaro, l’opinione pubblica – che poi si è ribellata- è  vista solo come clienti con buona pace del romanticismo, ormai andato. Ai giovani non si vuole insegnare passione e tenacia, non gli si vuole più lasciare spazio a sogno e fantasia, ma una corsa al successo a tutti i costi, lasciandogli il testimone di un mondo dove i club più forti economicamente possono decidere e vincere. L’analisi psicologica vuole che il tifo calcistico è una necessità incontrovertibile per molte persone, che permette di entrare a far parte di un gruppo, il quale comprende non solo il pubblico ma anche le società ed i giocatori. Perciò quando la squadra vince è anche il tifoso a vincere, e lo stesso ragionamento vale per la sconfitta. Essendo questa relazione fra tifoso e squadra basata sull’aspirazione alla vittoria, che in senso lato equivale ad uno stato di piacere, è scontata la genesi di un rapporto intimo fra i due poli. Un legame di questo tipo con la squadra si ripercuote di conseguenza sul calcio più in generale, e pian piano il tifoso matura la passione per lo sport indipendentemente da quella per la squadra. Un esempio di ciò può essere il bambino che prima viene a contatto con il pallone in televisione e si innamora di una squadra, e più tardi decide di cominciare a praticare lo sport. Il passo successivo avviene quando il tifoso, ormai maturo, sente di dover difendere la propria squadra a qualunque costo, perché in ballo non c’è solo la gioia del successo, ma anche la sua credibilità e la sua identità personale che sono dipendenti dai risultati del gruppo a cui appartiene (quindi della squadra). Nel caso di successo della propria squadra, questo permette al soggetto di mettere da parte i fallimenti della vita quotidiana, e di poter in qualche modo ripararvi, riguadagnando significato personale. Lo scenario sarebbe stato totalmente stravolto da un campionato dove i ricchi giocavano soltanto contro i ricchi, per diventare ancora più ricchi. In una storia che avrebbe avuto un gruppo di grandi club e cinici proprietari che in nome del denaro avrebbero ucciso la passione dei tifosi, che sarebbero diventati solo consumatori. La negazione del calcio. Certo, il progetto è durato quanto “un gatto in tangenziale” ma è stato pensato, studiato e ha visto la luce, seppur passeggera, e questo fa pensare e anche preoccupare. Chiediamoci dove stiamo andando…

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Legge Zan, cos’è il ddl contro l’omotransfobia di cui molti temono?

Sempre più persone, dai volti noti a quelli comuni, sui social si uniscono alla campagna per sostenere l’approvazione del ddlzan, che proprio grazie ai social network viaggia in rete e porta alla ribalta il disegno di legge che tutela le persone contro l’odio verso gli omosessuali, i trans, le donne e i disabili. Un’occasione fondamentale per l’Italia di educare al rispetto e alla libertà, fondamentali in un Paese civile. Dallo scorso 30 marzo il Parlamento e l’Italia si sono ritrovati inesorabilmente ad un bivio: scegliere o meno se portare avanti, tramite discussione parlamentare, il progetto di legge contro l’omotransfobia, che porta la firma dell’Onorevole Zan, promotore della legge. Per omofobia si intende la paura e l’odio nei confronti degli omosessuali e l’omotransfobia aggiunge la dimensione della transessualità a questa nozione di paura e odio. Il progetto di legge prevede di apportare sostanziali modifiche agli articoli 604 bis e 604 ter del codice penale in materia di violenza e discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere. Ad oggi il codice penale punisce i “crimini d’odio” punendo tanto la violenza quanto l’incitamento ad atti violenti per motivi inerenti l’etnia, la nazionalità o la fede. La norma tutelerebbe le donne, le persone lgbtq e i disabili. Categorie facilmente soggette a discriminazioni e violenze. Infatti, un recente studio di Vox Osservatorio Italiano sui Diritti, ha identificato i gruppi sociali maggiormente colpiti dall’intolleranza. Sono sei: donne, persone omo o transessuali, migranti, disabili, ebrei e musulmani. In sostanza cambierebbe la configurazione del reato, l’aggressore sarebbe giudicato per l’atto di violenza in sé con l’aggravante del crimine d’odio. Non solo punizione ai misfatti ma anche azioni per sensibilizzare i cittadini, infatti, sono previsti fondi per campagne televisive, iniziative nelle scuole e nelle pubbliche amministrazione. Lo stesso parlamentare ha fatto esempi concreti, come il caso dei transessuali, molti di loro, quando la transizione è in atto ma non hanno ancora ottenuto il cambio nome all’anagrafe, si rifiutano di andare a votare per non sottoporsi all’umiliazione di dover scegliere la cabina degli uomini, quando di fatto non sono più uomini. Una legge che rappresenterebbe una scelta di campo. Attualmente l’Italia è al 35 esimo posto in Europa per accettazione sociale delle persone Lgbtq. Un passo progressista che fa paura a molti, specie all’estrema destra che osteggia l’approvazione della legge, spaventa la Cei, che si è scagliata contro il ddl Zan perché limiterebbe la libertà critica ai gruppi anti-Lgbt. Eppure il testo esclude il reato di propaganda di idee. In sintesi le persone Lgbtq diventano soggetti vulnerabili. Eppure episodi di odio, spesso accompagnati dalla minaccia o dalla violenza vera e propria, che rimbalzano agli onori della cronaca o rimangono sotto la soglia della visibilità, sono ai nostri giorni in Italia scene di vita quotidiana. Un sommerso di violenza e odio che neppure arriva alle forze dell’ordine, altre restano taciute, altre ancora si fermano alle associazioni del territorio. Secondo il Centro Risorse Lgbti in pochi mesi le storie giunte sono 672 ma il sospetto che moltissime non emergano, tuttavia sono una fotografia della realtà. Negli ultimi cinque anni gli episodi di violenza verbale e fisica non sono mai stati meno di cento. Nel solo 2016 anno in cui è entrata in vigore la legge Cirinnà sulle unioni civili. Si è trattato della prima legge nazionale che si occupasse dei diritti della minoranza lgbt, almeno il diritto al riconoscimento delle relazioni tra persone dello stesso sesso. Se per alcuni è sembrato un primo passo per un percorso di accettazione e riconoscimento, i numeri delle violenze e le storie raccolte dal Centro Risorse Lgbti mostrano avanzamenti limitati. Insomma, forse c’è ancora tanto da fare, oltre ad istituire e celebrare la giornata mondiale contro l’omo-lesbo-bi-trans-fobia il 17 maggio, c’è bisogno di prendere posizione. Si tratta di diritti umani. La sfida in gioco è importante, culturale, decisiva. Guardare dall’altra parte non è più accettabile in un Paese civile. “Tacere non è più un’opzione” – ha concluso Zan.

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La pandemia cambia le tradizioni che restano patrimonio dell’intera umanità

La pandemia ha cambiato le vite, il quotidiano, le abitudini di molti. Ha cancellato riti e tradizioni popolari, ha cambiato lo stile di vita dei cittadini. Ma c’è una cosa che abbiamo imparato più di tutte in questa lunga emergenza pandemica: la capacità di reinventarsi. Anche per questo le tradizioni non si cancellano. Cambiano, si modificano, si riscrivono e si riadattano, per conservare un inestimabile patrimonio per l’intera umanità. Forse in tempo di pandemia e di ristrettezze, tra le tante cose che abbiamo imparato a ri-apprezzare, c’è proprio quella di mantenere vivo il ricordo delle tradizioni: gesti, riti, omaggi, intenzioni di preghiera e intenzioni profane, che restano e si tramandano. Se un popolo non avesse delle tradizioni non esisterebbe e nessuno lo conoscerebbe, e il bello del mondo è proprio la varietà di usi e costumi. Tramandate – ancora di più in questo periodo disorientato e incerto ai  più giovani- da una generazione all’altra, sono una testimonianza viva di una cultura legata alla natura e alle stagioni, ai cicli della vita, ai riti e alla devozione religiosa. Senza alimentare nostalgie di un passato ormai trascorso, si alimenta il ricordo delle tradizioni e di semplici e genuini valori, elemento vitale per lo sviluppo della nostra società. Quando un paese perde il contatto col suo passato, con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, peggiora rapidamente, smette di pensare, di creare e sparisce. In tempo di pandemia, dove l’esigenza di molti è aggrapparsi a qualcosa, le tradizioni da sempre ponte tra il passato ed il futuro, non possono che essere un valido supporto, riportando e riadattando alle restrizioni gesti e rituali, talvolta anche culinari, per insegnare anche alle nuove generazioni la speranza del futuro sulla base del passato. Certo, dimentichiamoci bande, processioni, struscio tipico tra le strade cittadine, ma riportiamo nelle case e nelle vite gesti semplici ed umili: le lenzuola migliori da stendere al passaggio della Vergine, che quest’anno proviamo ad immaginare, calandoci con trasporto e fede in un momento che sembrava rituale ma anche suggestivo di anno in anno; riportiamo per quanto possibile in tavola i sapori del menù di tradizione; accendiamo una candela e ritagliamoci un momento di riflessione – che si creda o meno-, con questo gesto aiutiamo anche i più giovani a riflettere con sé stessi, in un momento che è divenuto complicato e ristrettivo anche e soprattutto per loro. Forse sarà una rivisitazione di gesti e rituali tipici e forse anche meccanici che probabilmente ci aiuteranno a riscoprire il vero valore di una festa e di una tradizione. E’ proprio quando qualcuno và via, che si sente davvero la sua mancanza. Ed è proprio quando ci sono dei divieti, delle limitazioni, delle regole da rispettare anche per la salvaguardia della salute di tutti, che si riscopre il valore di ciò che non si ha più. Riscoprendo le tradizioni, ci si può rendere conto come queste siano un patrimonio importantissimo per l’intera umanità. Il fatto che si parli di “valore” positivo delle tradizioni non significa doverle vedere come un bene a tutti i costi. Ma, con voi, vorrei affrontare qualche riflessione sugli effetti positivi delle tradizioni che quindi si collocano come patrimonio per l’umanità. Anzitutto, la memoria. È grazie alla memoria che può quindi esistere la stessa tradizione e di conseguenza tanta varietà di cibi, costumi, danze e altri elementi che rendono il mondo interessante. Una sorta di interconnessione. Si  “sostengono” l’una con l’altra, perché allo stesso tempo la tradizione è importante per la memoria: si tratta infatti di un meccanismo che consente di conservarla in un modo unico e particolare. Tradizione è sinonimo di turismo e di scoperta di luoghi, posti, culture, modi di vivere, dialetti, di gente, di confronto. La tradizione è occasione speciale, rompe gli schemi della routine e della vita frenetica, per irrompere in un momento unico, passeggero, che trasporta, che insegna e riscopre, talvolta è momento di incontro e di condivisione con gli altri. Grazie alle tradizioni il mondo può essere vario e interessante: musiche, balli, cucine tipiche, capi d’abbigliamento, pensieri, religioni diverse, architetture e simboli. Le tradizioni sono, le nostre radici. Siamo noi, il nostro sangue, la nostra cultura, la nostra identità, il nostro mondo. Un popolo senza tradizioni è un popolo privo di anima.

Igor Stravinsky scriveva.“Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente.”

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I dimenticati del lockdown: disabili e caregiver

Sfaccettature e volti della pandemia che se da un lato ha generato lockdown – giusti- non ha risparmiato non poche ripercussioni economiche e sociali, e proprio l’aspetto sociale ha mostrato fragilità e carenze, generando l’acuirsi di bisogni latenti ma anche il generarsi di nuovi bisogni. Confinati tra le mura domestiche anche i portatori di handicap e i loro caregiver, il familiare che li accudisce quotidianamente, un percorso estremamente difficile anche a causa dell’emergenza pandemica. Un’emergenza nell’emergenza che riguarda, secondo il rapporto Istat del 2019, oltre due milioni di famiglie. Genitori, mariti, mogli, figli, alle prese con i parenti disabili da assistere. Una vita nell’ombra fatta di giornate lunghe che fanno invecchiare e ammalare. Sono i caregiver familiari, segmento trascurato del mondo dell’assistenza ai disabili, lavoratori a tempo pieno, non volontari e non riconosciuti, vincolati dal legame di sangue e affettivo, che trascurano e dimenticano la loro vita e le loro esigenze per assistere il loro familiare. Ad oggi non esiste una legge nazionale che li riconosca, eccetto le leggi regionali dell’Emilia Romagna e della Campania, nonostante le promesse, ancora attendono una qualche forma di sussidio per i sacrifici sostenuti durante la pandemia. Ombre e luci su un mondo esistente e parallelo al nostro: la disabilità e chi li assiste. Dimenticata o quasi la disabilità in tempo di covid. Sono rimasti fuori dai provvedimenti del legislatore durante la quarantena tutti gli aspetti ludici, psicologici e specifici per i bambini e i ragazzi disabili. Molti bambini non hanno potuto ricorrere alle lezioni on line. Le lezioni frontali con video non sono facilmente fruibili da tutti, come ad esempio i ragazzi con difficoltà cognitive. Impensabile pensare che un bambino con un ritardo importante riesca a rimanere concentrato tante ore davanti ad uno schermo. L’impatto dell’isolamento sui minori affetti da disabilità ha generato ripercussioni notevoli: senza terapie la regressione è quotidiana. Senza scuola stanno perdendo piccole grandi abilità e conquiste di autonomia e di autostima, momenti di socializzazione, che avevano faticosamente guadagnato. Per loro servono programmi individuali, e molto spesso, vicinanza fisica, in contrasto con le severe misure di distanziamento sociale. Ma anche i disabili adulti fanno i conti con le penalizzazioni generate dalla quarantena. Coloro che lavoravano fanno i conti con l’isolamento: è venuto a mancare quell’aspetto di socialità e autonomia tanto importante per il mantenimento delle loro funzioni cognitive. Il cervello è un muscolo da mantenere allenato. Sempre e da tutti. Le misure in campo, seppur volte a tutelare la salute delle persone, hanno prodotto un inevitabile effetto collaterale: un lungo periodo di isolamento, difficile da sopportare, soprattutto per i più fragili. Alcune disabilità hanno risentito ancor di più dell’isolamento domestico, come il Disturbo dello Spettro dell’Autismo, le giornate di queste persone prima della chiusura dei servizi erano strutturate con una routine ben definita (scuola, centri di riabilitazione, sport) che improvvisamente vengono a mancare. Il cambiamento per un autistico, non è facile. I genitori si sono ritrovati h24, sette giorni su sette, i propri figli a casa, senza alcun momento di respiro, cercando di gestire e arricchire le giornate sempre più deprivate di stimoli. Per alcuni disabili, affrontare il covid può essere molto complesso. Si pensi ai non udenti o a chi ha una lesione alta e dunque difficoltà a respirare, in quei casi la mascherina è un elemento di disturbo. Allo stesso tempo chi ha difficoltà motorie e deve prendere un mezzo di trasporto, deve tenere le distanze, quando invece l’aiuto della gente per salire o scendere da un autobus a volte è fondamentale. Senza tralasciare le loro paure nel perdere i propri punti di riferimento, iniziando dal caregiver che potrebbe ammalarsi. Sono questi i sentimenti a cui bisogna fare i conti se si è disabili. Paure, difficoltà e sentimenti contrastanti sperimentano i disabili ma anche i loro caregiver, che con il covid-19 sono piombati in una sorta di realtà distopica. Le madri dominano di più la scena, leonesse nell’assistenza dei figli disabili, se da un lato alcune mamme hanno potuto dedicargli più tempo dall’altro hanno azzerato del tutto i momenti di respite. Eppure a loro resta la speranza, carburante della resilienza di queste famiglie, quello che gli consente di rispondere ogni giorno alla prova personale difficile. E in fondo, il locdown imposto dall’emergenza sanitaria non è molto diverso dal loro quotidiano. Perché le famiglie con soggetti disabili vivono normalmente una sorta di locwdown, con una vita sociale molto sacrificata. Angeli custodi e spalle della vita di bambini e adulti disabili che con grande intensità e amore, consapevoli ma non troppo, sfidano i limiti e vivono il loro quotidiano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Più poveri e disuguali in pandemia. Siamo pronti alla sfida assistenziale post covid?

Disuguaglianze, nuove forme di povertà, volti diversi alle famiglie, l’eredità e gli effetti economici e sociali che la pandemia lascerà rischiano di essere più pesanti del previsto. Il nuovo volto disegnato dalla pandemia è segnato da fragilità e povertà. Gli italiani si sono riscoperti più poveri e più soli. Le storie che gli assistenti sociali, gli operatori delle associazioni di volontariato e della Caritas che ogni giorno ascoltano, sono storie di coppie e famiglie normali diventate povere durante la pandemia. Lavoratori onesti ed umili, ma in un anno pandemico sono precipitati a reddito zero. E’ l’effetto della pandemia e lo stop a tante attività economiche, nel 2020 la povertà assoluta in Italia è tornata ai livelli di quindici anni fa. Persone che incontrano grandi difficoltà ad effettuare  le spese essenziali per il cibo o per curarsi. L’anno scorso i poveri assoluti sono stati un milione in più rispetto al 2019, più di trecentocinquantamila famiglie totalmente indigenti in un anno. In totale – secondo l’Istat- si tratta di oltre due milioni di famiglie. Le difficoltà maggiori tra le famiglie numerose e i lavoratori tra i 35 e i 44 anni, quelli cioè con lavori precari. Al Sud la situazione più difficile. Ma nelle regioni del Nord la povertà cresce più velocemente. Nell’anno della pandemia si sono azzerati i passi fatti nel 2019, ad oggi i minori coinvolti sono circa un milione e mezzo. Il covid ha fatto crollare anche la spesa delle famiglie: si evitano gli acquisti, se non necessari.  Il volto della povertà è cambiato: sono coloro che fino a poco tempo fa donavano e oggi si ritrovano a bussare alle porte di associazioni e Caritas.

La situazione rischia di peggiorare. A primavera scade la misura che, insieme alla cassa integrazione, ha in parte arginato la crisi da covid per alcune categorie. Nei prossimi mesi, infatti, si prospetta lo sblocco dei licenziamenti e  solo in Campania si rischiano 100mila licenziamenti, 1 milione quasi in tutta Italia, già alcune storiche attività commerciali e di ristorazione nel capoluogo campano non ce l’hanno fatta a sopravvivere al post lockdown ed hanno cessato le loro attività, saltati già diversi posti di lavoro. Nei mesi si sono susseguiti aiuti economici e sociali, dal Reddito di Emergenza, ai buoni spesa, al decreto ristori, agli interventi dei singoli comuni o dei fondi diocesani dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti magari legate al pagamento dell’affitto degli immobili, dalle rate del mutuo, delle utenze o agli acquisti alla ripartenza delle attività. Misure a cui non tutti hanno avuto eguale accesso,  il reddito delle scorso anno era totalmente differente alla situazione attuale. Infondo, però si tratta di palliativi, di assistenzialismo che serve nell’emergenza ma non lascia margine di prospettive future. Oggi quasi una persona su due di quelle accompagnate e sostenute è un “nuovo povero”. L’incremento nell’incidenza delle donne, più fragili e svantaggiate sul piano occupazionale e spesso portavoce dei bisogni dell’intero nucleo familiare. E allora quale prospettiva in tema di politiche economiche e sociali ci aspettano per fronteggiare i postumi della pandemia? Ad oggi, l’unica certezza che sembra esistere è quella del Reddito di Cittadinanza, seppur si prospettano cambiamenti, di fatto qualche novità già esiste: chi ha percepito per le prime diciotto mensilità la misura di contrasto alla povertà, rischia di veder ridotto notevolmente il contributo mensile in quanto le precedenti mensilità sono conteggiate ai fini dell’Isee aggiornato. D’altra parte da solo il  reddito di cittadinanza non riuscirebbe a coprire i tanti poveri, con quali mezzi poi?

Al di là di tutto resta la necessità di misure fiscali e finanziarie utili a sostenere la ripresa e la ripartenza delle tante attività economiche e commerciali, utili anche le agevolazioni all’assunzione di personale, inoltre và pensato e studiato un programma di assistenza a medio-lungo termine, che superi la logica del puro assistenzialismo e garantisca effettiva integrazione sociale e lavorativa, iniziando dalle opportunità di lavoro, ma se le attività chiudono è difficile l’assunzione. Insomma, un cane che si morde la coda, nel frattempo le famiglie sperimentano situazioni di povertà e disuguaglianze che rischiano solo di peggiorare e non migliorare, forse è tempo di pensarci e iniziare a costruire il domani delle famiglie, dell’economia e del sociale del nostro Paese, per non farci trovare impreparati e più forti nella ripresa post pandemia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Com’è dura affrontare un attacco di panico

Il fiato si spezza all’altezza del petto. Un nodo chiude la gola. La vena inizia a pulsare. Il cuore ha un ritmo accelerato, incontrollabile, lo senti anche nelle orecchie, che si chiudono, intorno tutto ha un silenzio surreale. La vista si offusca. Il corpo è ingestibile. Il sudore è freddo, la salivazione a zero, le palpitazioni sono continue. Assurdo ma reale, è quello che si prova in pieno attacco di panico. Un attacco di panico è devastante e terrorizza, ciò che più fa paura è che possa riaccadere, e chissà dove e chissà quando, perché è perfido, arriva, ti colpisce ovunque sei e ti annetta. Non conosce gioia o dolore, non conosce momenti imbarazzanti o luoghi inappropriati. Capita che ti aspetti una gratificazione e non uno shock. Un ospite indisturbato che colpisce senza bussare alla porta, che colpisce quando vuole lui, e sa colpire. La mia vita è sempre stata un susseguirsi di emozioni, di ritmi frenetici, di gratificazioni e di momenti più tristi, e anche di tanto stress, così la prima volta, il primo attacco di panico, ho pensato fosse “solo” un avvertimento al mio ritmo di vita troppo veloce, ma quel battito “accelerato” mi è rimasto dentro, indimenticabile. Ma alla seconda volta che l’attacco mi ha attaccata, l’ho capito subito. Certo, il ritmo di vita e di stress incide, inutile nasconderlo, ma inutile negare che in tempo di pandemia, di pensieri negativi, di incognite future, di fiato corto già a causa delle mascherine, gli attacchi di panico, sono abbastanza comuni. Secondo le percentuali almeno il 10% delle persone – in tempi normali- e prevalentemente donne- hanno sperimentato questa spiacevole sensazione. Chi vive un attacco di panico, lo paragona ad un infarto o ictus. Normalmente la durata è breve, la fase più acuta dura pochi momenti, ma le sensazioni sono intense e gettano la persona nel terrore. Alla fine rischia di generare una dinamica perversa “vivo nel panico del panico e quindi non vivo più” soprattutto quando si attuano meccanismi per evitare proprio quelle sensazioni potenzialmente impanicanti: il pensiero costante ad evitare luoghi, situazioni, dinamiche che possono provocare una crisi. Una vita in fuga. I soggetti “allenati” imparano a gestire l’attacco di panico sul lavoro e nelle varie situazioni della vita quotidiana ma ciò non basta, bisogna lavorare su se stessi e su ciò che lo genera. Altrimenti tornerà sempre indisturbato e farà i suoi comodi. E’ importante capire quando sia arrivato il momento di affidarsi ad uno psicoterapeuta per lavorare su se stessi e sulle questioni irrisolte con la propria vita. Capita molto spesso che un collega o un amico in nostra compagnia ha un attacco di panico, cosa fare? Mantenete la calma. Sangue freddo. Non è una cosa che si trasferire, non aggiungete altra ansia. Abbassatevi o sedetevi con lui, servirà per non farlo sentire in imbarazzo. Tranquillizzatelo, parlate piano, lentamente e con serenità, ponetegli domande su cosa sente e cosa avverte, non ponete fretta nelle risposte. Non toccatelo con frequenza, non stategli troppo vicino e non assumete movimenti scattosi o un tono di voce teso. Comunicategli di respirare più piano, la respirazione di chi è in un attacco di panico è in iperventilazione – una panacea per l’attacco-.L’attacco di panico non è un tabù o una vergogna, parlarne, condividerlo, così come spesso hanno fatto e fanno molti personaggi dello spettacolo è importante, perché capita a tutti, non esiste distinzione di età, di sesso o anche di vita, è il ritmo che conduciamo, perché l’attacco di panico è un grido di allarme forte e dirompente nel nostro cervello. Una sorta di disperato ed accorato grido d’aiuto che ci auto-lanciamo. Ignorarlo, provare a giustificarlo e nasconderlo anche a noi stessi è solo un palliativo e un tentativo goffo ma non una soluzione. I sintomi potrebbero peggiorare, gli attacchi potrebbero essere più frequenti e addirittura limitarci per paura di viverli. Non aspettate inerti che la situazione passi, da sola non lo farà, siete voi che dovrete affrontarlo e talvolta col supporto di specialisti. Non ditevi “ormai”, “passerà”, “non ho tempo per queste cose”, in quel momento gli state segnando gol ad un bastardo che vi attaccherà col vostro consenso.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bellezza a tutti i costi, ma con quali conseguenze?

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Chiedeva la perfida di turno, un po’ invidiosa, in una nota favola. Quello stesso specchio che è divenuto vibrazione crudele e da far paura a molti, che non ritrovano nella loro immagine l’amico “perfetto” che cercano. Bastano un regime alimentare sostenuto, molto sport, trucco e parrucco sempre impeccabili, abiti succinti e seducenti, per potersi dire di bell’aspetto? La risposta che molti si danno è sì. Tanti saluti a “come mamma ti ha fatto”, tanto tutto può essere manipolato dall’uomo, ancor di più dalla chirurgia, che tutto può. Così gli adulti nell’ossessione del corpo perfetto, si sono rivolti alla chirurgia per un bendaggio gastrico, il loro sovrappeso – a volte non proprio tale- gli ha causato danni permanenti, in alcuni casi persino la morte. L’idea comune è mangiare meno per evitare i chili di troppo, trovando nella chirurgia la strada più semplice e duratura, anziché delle diete sane ed equilibrate indicate da professionisti. E se gli adulti inseguono canoni di bellezza, i giovanissimi influenzati dai personaggi del momento e dagli esempi degli adulti, richiedono per il loro compleanno ritocchi di bellezza dal chirurgo estetico, talvolta non curanti che l’età seppur poco più che maggiorenne non consente per questioni di biologia di intervenire. Cosa importa? L’ossessione della bellezza a tutti i costi è più forte e rischia di far cadere in un vero e proprio limbo: dopo il primo intervento, c’è qualche altra parte del corpo “poco perfetta” e così si ritorna dal chirurgo plastico. E così la bellezza ai nostri giorni, più che coincidere con il bene, aderisce perfettamente al diktat del marketing. In rete spopolano gli influencer belli, magri, perfetti, propongono consigli, regimi alimentari, prodotti, nella loro immagine mai una sbavatura, mai un’imperfezione, impossibile per chi li segue non ammirarli, invidiarli e cercare di seguire il loro “modello”. Il risultato è una mortificazione personale che molti si auto infliggono dinanzi allo specchio e non solo. C’è chi arriva a coprire gli specchi che ha in casa. Altri spendono ciò che possono in creme, prodotti di bellezza, ritocchini e cure varie, ritrovandosi poco dopo allo stesso punto di partenza. E se bellezza per qualcuno fosse sinonimo di apparire/emergere? In rete spopolano gli influencer che non hanno un filo di pancia o di cellulite, ma nella società moderna dove unico canone è la bellezza, se questo per molti significasse farsi notare ed emergere in un contesto? C’è da chiedersi se è la strada giusta, e soprattutto cosa stiamo trasmettendo a tutte le generazioni nell’immagine che proponiamo sulle passerelle, nei programmi televisivi e anche nelle campagne pubblicitarie. Anziché sulle manifeste, a volte irrimediabili, carenze di un individuo, siano esse fisiche o mentali, si dovrebbe puntare sulle sue qualità migliori, in particolar modo quando queste non vengono riconosciute dal contesto livellatore e sempre più anonimo in cui viviamo. Ecco, una battaglia esteriore, una vittoria interiore: il riconosciuto di se stessi e della propria specificità,rendendoci diversi e differenti dagli altri, garantendoci l’unicità. Un monito a tutti noi, che vale per tutti. Come insegna il sommo Dostoevskij, la bellezza non serve affatto a riscattare la finitezza della vita, bensì ad attraversare gli sconforti, e persino le miserie, che rendono autentica l’esistenza. A ognuno poi la sua, di salvezza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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