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Il carcere che cambia: dall’orto sociale al lavoro che salva i detenuti

untitled 2Esiste un mondo contiguo e speculare, per niente lontano e distante dall’immaginario comune, si chiama carcere, ma si legge -per molti -come luogo di contenimento e di espiazione. Drammatiche le condizioni in cui versano le carceri italiane negli ultimi anni. Quella dei penitenziari è una bomba ad orologeria che rischia di esplodere. Gli scenari della carceri italiane ammutoliscono. Celle di sei, otto detenuti insieme, spesso non sono detenuti condannati ma in attesa di una sentenza – a cui attendono da mesi-. Docce comuni, orari fissi e sguardi attenti, poliziotti che vegliano. Condizioni igieniche quasi nulle. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. Aumentano le violenze, le risse ed i sucidi. La speranza è attesa di una richiestissima riforma penitenziaria, che da tempo giace nei meandri di Camera e Senato. In questa giungla di dolore, solitudine e sofferenza, nelle case di detenzione maschili, femminili e minorili si fanno sempre più largo le realtà associative, Onlus di volontariato che offrono agli ospiti opportunità di lavoro creative e valide. E’ il caso di dire che il lavoro salva il carcere e sono molte le protagoniste di questa mission: unire la forze sfruttando le risorse sociali per far sentire più alta la propria voce. Il lavoro passa e riparte proprio dal carcere: un laboratorio di idee e progetti utili a dare un segnale forte dimostrando la forza riabilitativa del lavoro e dei percorsi di formazione e istruzione come strumenti di valore legati alla dignità della persona. Si crea così una vera e propria economia carceraria, che secondo i responsabili di molte Onlus che operano nel settore, ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore sociale e rigenerativo. Ogni cosa che prende vita in carcere è sinonimo di qualità e di riscatto sociale, di una scommessa su se stessi che ha il profumo di valore e valori. Così si macinano idee e progetti, volano dell’economia carceraria ed italiana. “Cotti in Fragranza” , start-up a vocazione sociale: un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno di alta qualità, commercializzati nel territorio locale e nazionale. Nasce a Palermo ed è un esempio innovativo nel territorio del sud Italia, prima realtà imprenditoriale all’interno di un Istituto Penale per i Minorenni del sud (terza in tutta Italia). L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere una stabile inclusione dei giovani del Malaspina che, previa formazione, potranno diventare lavoratori specializzati e autonomi, anche al di fuori del percorso detentivo. Apprendimento reciproco come condizione necessaria ed unica strategia vincente. Il “noi” che vuole diventare insieme persone competenti, capaci di operare scelte precise per il proprio benessere e quello altrui, capaci di cogliere il significato delle cose, valutare e decidere. Insieme, in grado di utilizzare strategie adeguate nei diversi contesti per trovare nuovi adattamenti e soluzioni creative. Il caffè diventa Galeotto al penitenziario Rebibbia di Roma, i detenuti producono e confezionano la torrefazione. Un eccellente prodotto solidale, miscelato con i migliori crudi, provenienti da continenti lontani. Si chiamano “lanzarelle” del caffè, sono le donne del carcere femminile di Pozzuoli e producono caffè artigianale, secondo la tradizione napoletana. Cinquantasei le donne che nel tempo si sono susseguite, perché solo il lavoro offre dignità e possibilità di riscatto reale. Molte di loro prima di lavorare al progetto, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. Ora hanno la possibilità di imparare un mestiere, ma ancor di più acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro possibilità. “Buoni dentro”, al Beccaria di Milano, carcere minorile si è intrapresi la sfida di pianificazione e pasticceria. Una piccola bottega nel cuore del penitenziario minorile, strutturato in forma di bottega di produzione artigiana, dove i giovani attivi nel laboratorio sono affiancati da un formatore sotto la supervisione di un maestro artigiano. Il laboratorio sforna quotidianamente pane, focaccia biscotti, destinati al consumo interno dell’istituto. In occasione delle festività realizza la produzione artigianale di dolci tradizionali: panettone per Natale e colomba per Pasqua. Dal febbraio 2015 è attivo anche il laboratorio di panificazione con punto vendita di pezzi di pane Piazza Bettini a Milano, che impiega alcuni giovani detenuti sotto la guida e la supervisione di un maestro artigiano.  Il lavoro costituisce un fattore cruciale per favorire il cambiamento nei giovani sottoposti a restrizione della libertà e rappresenta un fattore determinante per il successo dei progetti di reinserimento sociale. Ai ragazzi viene offerta un’opportunità concreta di supporto al cambiamento e alla ri-costruzione dell’identità personale attraverso il lavoro che nasce dalle loro capacità e dal loro impegno. Un orto sociale e un’area verde per i colloqui con le famiglie lì dove prima vi era un campo da calcio in erba per anni abbandonato. Oggi, cambia sembianze il supercarcere di Ascoli Piceno. Oggi quel campo è tornato a nuova vita, in parte destinato di nuovo a piccolo perimetro di gioco, in parte ad area verde per i colloqui con le famiglie e per il resto destinato ad orto sociale. Un’innovativa esperienza nella quale il valore ricreativo ed educativo dell’orto, viene affiancato da un’esperienza teorico-pratica nella gestione del verde e del giardinaggio, per creare specifiche professionalità di settore. “La pizza buona dentro e fuori” questo lo slogan utilizzato dal carcere di Fuorni (Salerno) che nei giorni scorsi ha presentato il progetto di una pizzeria sociale all’interno del penitenziario salernitano. Siglato il documento che realizzerà la pizzeria in un locale già individuato, si iniziano ora a formare i detenuti che potranno acquisire il titolo di pizzaiolo che sarà spendibile poi una volta tornati in libertà. Secondo il direttore del penitenziario, il progetto, in carcere continuerà, perché sarà favorito il passaggio di testimoni tra i detenuti. “Questa idea progettuale –ha dichiarato Martone- deve essere foriera di lavoro, di opportunità trattamentali, di opportunità formative e di attestati spendibili anche all’estero”. Tra carenze e diritti che sembrano essere negati, si fa largo un’idea di carcere sociale e costruttiva, attesa da tanto, troppo tempo e che sembra prendere il sopravvento con realtà belle e che vale la pena raccontare e perché no, acquistare.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Caporalato: Braccianti morti sotto il sole del lavoro

untitledDi lavoro e di caldo si muore davvero. La cronaca di questa estate ci restituisce sedici morti. Migranti stipati in furgone, morti nella tratta dai campi alle loro baracche. Ieri nuovo schianto nel Foggiano, morti dodici braccianti. Sabato un altro incidente in cui hanno perso la vita quattro vittime. Si indaga per verificare se fossero nelle mani dei caporali. Ombre e sospetti che riportano alla cronaca le morti sul lavoro che a causa delle temperature altissime portano i braccianti ad accasciarsi nei campi, nei cantieri e anche sui camion. Lo chiamano caporalato, ma si legge sfruttamento umano, che non conosce limiti e va combattuto, tutelando i diritti dei lavoratori, qualunque essi siano, qualsiasi sia la loro nazionalità, oltre ogni colore della pelle. Lavoratori, che prima di tutto sono esseri umani. Sono lavoratori invisibili per la legge che però assicurano manodopera nelle condizioni più disagiate e con paghe da fame. Secondo alcune stime sarebbero 400 mila in tutta Italia e la conta delle vittime dello sfruttamento rischia di rimanere parziale: le loro morti a volte passano in silenzio, altre volte rischiano di essere catalogate come incidenti stradali, perché spesso si ribaltano i pulmini carichi di lavoratori. Viaggiano in venti su mezzi omologati per nove e finiscono per essere contate come vittime della strada. Un fenomeno che non nasce oggi, ma si radica di anno in anno, anche perché le norme, sancite dalla legge 199/2016, che sanzionano il caporalato sono di difficile applicazione. Le aziende trattano direttamente con i caporali il prezzo della manodopera, i lavoratori vengono caricati su dei pulmini all’alba, per arrivare in campi di periferia, durante il viaggio qualcuno si addormenta e quando arriva a destinazione, scendendo i gradini del pulmino non sa neppure dove si trova. Uno o due euro per ogni cassetta di prodotti della terra, che vuol dire ore ed ore con la schiena piegata sotto il sole cocente. Così il sole del Sud per molti è sinonimo di vacanza ben riuscita, per altri si trasforma in una condanna quotidiana. Un’emergenza e le morti ci invitano a reagire ed in tempi brevi. Nell’estate del decreto dignità che vuole restituire, stando alle parole del suo ideatore il Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, dignità ai lavoratori, non possiamo e non dobbiamo girarci dall’altra parte dinanzi ad una realtà vera e disumana. Impegno ed intensità, proprio come si combatte da anni nel nostro paese la battaglia contro la criminalità organizzata, perché i caporali sono delinquenti. Nel frattempo in una delle estati più calde uomini e donne continuano a spaccarsi la schiena per pochi euro al giorno, rischiando ogni giorno di morire di caldo e di lavoro, una realtà che ci circonda: molti dei prodotti che acquistiamo al supermercato provengono da una filiera sporca, fatta di sfruttamento nei campi e grandi guadagni per le multinazionali dell’agricoltura. Eppure gli strumenti ci sono, basterebbe solo accoglierli in un’ottica di rispetto ed umanità. Il rispetto dei diritti umani, specialmente in campo lavorativo, permette il progresso economico, sociale e culturale. Il lavoro dignitoso, dunque, è proprio la chiave di volta, l’elemento essenziale capace di implementare uno sviluppo equo e sostenibile nel tempo. C’è bisogno di uno sforzo condiviso: da parte del lavoratore che deve superare le paure ed i timori e denunciare lo sfruttamento lavorativo, perché il silenzio di tutti rafforza ciò che puzza di illegale e disumano. Di recente è nata una campagna nazionale di Fai-Cisl, denominata “Sos caporalato”, un numero verde e spazi social dedicati a raccogliere le segnalazioni e le denunce di quanti lavorano in condizioni di sfruttamento e illegalità nell’agroalimentare. Le segnalazioni al numero verde 800-199-100 serviranno per un monitoraggio sull’evoluzione del fenomeno e consentiranno anche a dare voce a tante lavoratrici e tanti lavoratori vittime di caporalato. D’altra parte c’è bisogno di uno sforzo legislativo che garantisca dignità ai lavoratori, punendo il fenomeno con la certezza della pena. Puntando a creare una filiera agroalimentare controllata, tracciata e seguita.
Riusciremo a rendere dignitoso ed umano il lavoro?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Donne impronta della vita e del sociale

foto per copertina blogL’otto marzo, Festa della Donna in tutte le sue sfumature, torna dalla scena politica, a quella culturale, passando per la scena artistica. La festa profumata di mimose è diventata, complice di movimenti di empowerment femminile per rafforzare il ruolo della donna nella società, una realtà uniforme ma ricca di significati. La scienza dice che altro che parità, l’8 marzo sarebbe il caso di festeggiare il primato femminile in diversi campi e settori della vita sociale e lavorativa: secondo la scienza le donne sono multitasking, sorridono di più e sanno degustare meglio il vino. Non solo: felicemente solitari e orgogliosamente nerd, sono almeno dieci i settori che vedono le donne primeggiare. Se la scienza motiva il nostro genere, la ricorrenza ci riporta alla realtà della disuguaglianza e della violenza di genere. E c’è chi in 70 cortei scenderà in piazza contro la precarietà e le discriminazioni. Contro i ruoli imposti nella società fin da piccole, contro i ricatti sul lavoro che generano molestie e violenze, per un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Dalle virago in carriera anni ’80 alle moderne mamme “pancine”, dalle edoniste alle rivoluzionarie, che combattono l’Isis ed il consumismo, dalle spregiudicate single metropolitane alle tante spose e figlie prigioniere dei vincoli familiari: e così dalle nobildonne alle single metropolitane, negli anni, la storia ha costruito modelli per le donne. Ma ogni giorno le donne giocano una sfida, ed una di queste avviene nel sociale, mostrando il volto di un’Italia in cui le donne non sono costrette alle quote rosa ma sono parte integrante e dirigente di aziende e cooperative sociali. Da Nord a Sud, disegnando il volto di un Paese che si è “disabituato a volere”. Si unisce così il Nord con la tradizione delle cooperative sociali e il coraggio dell’impresa rosa del Sud, specie nel napoletano, con la determinazione dei centri antiviolenza. Un popolo femminile operoso e silenzioso che tesse la rete del welfare italiano. Femminile plurale per la nuova economica e così si tesse la tela della cooperazione sociale nelle mani delle donne. Un mondo esattamente contrario a quello che siamo abituati a vedere tutti i giorni. Non è solo quello del 50% di disoccupazione femminile, non è solo quello costretto alle quote rosa per ottenere un minimo di rappresentanza, non è solo quello della condizione salariale discriminante né quello – vergognoso – del 9% nei ruoli dirigenti in rosa. E’ un paese in cui il lavoro si coniuga con i tempi e i diritti di genere: nelle cooperative sociali c’è il 70% di occupazione femminile e il 50% di donne nei consigli di amministrazione, senza dimenticare che per “Legacoopsociali” sono le donne presidente e vicepresidente nazionali. Una pagina femminile e sociale che si coniuga perfettamente con l’esempio di decine di donne che hanno fatto la storia del lavoro sociale. Da Maria Gaetana Agnesi a Gisela Konopka passando per il premio nobel Jane Addams. Donne che hanno scritto pagine importanti nel settore del welfare a livello nazionale ed internazionale seguendo sempre un’ideale di giustizia, rispetto e uguaglianza. Esempio che non possono restare un bel proclama e la storia moderna ci mostra l’esempio di cooperative divenute “ascensore sociale” per le donne, creando una rete femminile in grado di superare le difficoltà e generare nuove opportunità di lavoro e ricchezza, non solo nel nostro paese ma anche in molti paesi in via di sviluppo. Confcooperative in prossimità dell’8 marzo ha snocciolato alcuni numeri relativi all’occupazione femminile che registra nel settore il 61% degli occupati nelle sue imprese, dove la governance femminile si attesta al 26%. I dati mostrano come in Italia le cooperative sono uno dei pochissimi ascensori sociali per le donne ed i giovani. Sguardo puntato anche sulle cooperative nelle zone in via di sviluppo che sono impegnate a trasferire knowhow dei modelli produttivi per innescare sviluppo sul territorio, rendendo protagoniste le donne delle comunità locali. L’obiettivo è raggiungere l’uguaglianza di genere e favorire l’empowerment di ragazze e donne come previsto da Agenda 2030, perché non rappresenta solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un modello di sviluppo di cui tutti potranno beneficiare e le donne, specialmente in contesti di povertà, sono quelle che conferiscono la maggior parte della forza lavoro, sono le più affidabili nelle restituzioni dei crediti e sono quelle che giocano un ruolo chiave nei processi di inclusone e di integrazione nei territori. Insomma, un potere femminile infinito anche in un campo come il sociale che ha bisogno di sorrisi, energia e tenacia, che sembrerebbe provenire proprio dalle donne.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Quando la terra trema c’è anche l’assistente sociale. Il lavoro di emergenza tra le macerie

IMG_0217Una notte come tante, quella di martedì 25 agosto 2016, una notte che segnerà e colpirà, creando una ferita nel cuore e nelle vite di molti italiani. Interminabili minuti di paura, che sconvolgono e distruggono gran parte del Centro Italia. Il terremoto nella sua furia spazza via case, interi paesi, cancellando borghi, storie e talvolta vite. Quel che resta è il silenzio del dolore, la desolazione e cumoli di macerie che tracciano una ferita in più nella vita degli italiani. Le immagini che le televisioni ci propongono sono forti, spaventano, eppure mostrano un popolo composto che sa fondere paura e razionalità, nonostante il tragico momento, in cui il bilancio delle vittime sale di ora in ora, di giorno in giorno. Ci sono momenti così, nella storia degli uomini, dove si reagisce con l’emozione oltre che con la razionalità, perché l’emozione sveglia, incita a stare all’erta. Quell’emozione che smuove quanti per lavoro o semplicemente per impeto agiscono, accorrono nelle zone terremotate per dare il loro contributo, per fornire il loro personale aiuto. Sono i volontari o più comunemente “angeli”, che sfidano la paura, l’angoscia, il senso di smarrimento per aiutare chi nel terremoto ha perso tutto o chi farà i conti con la terra che trema ogni notte. A condividere per mesi il dramma della perdita della quotidianità, la fatica e le delusioni della ricostruzione, lo sforzo di tornare ad una normalità di vita dopo un evento destabilizzante, destrutturante come un terremoto, ci sono anche gli assistenti sociali, che ricoprono un duplice ruolo: curare le ferite piscologiche, con l’ascolto, la comprensione, l’empatia; ed i bisogni sociali, legati ai sussidi economici, alle richieste di assistenza, supporto agli anziani, ai minori. Un “pronto intervento sociale”, in cui il servizio sociale interviene come connettore di rete in grado di raccogliere i diversi bisogni portati dai cittadini colpiti dall’emergenza per attuare interventi idonei ad aiutare la popolazione ad affrontare meglio il momento di crisi. Assistenti sociali che arrivano sul luogo del terremoto quando i riflettori si spengono, quando il ricordo inizia a svanire nelle menti degli altri. L’assistente sociale arriva nei luoghi terremotati dopo le prime 72 ore. All’inizio la cosa più importante è non fare danni ma lasciare fare: persone competenti affinché facciano il proprio lavoro, ovvero, salvare vite. Passate le prime emergenze, inizia il lavoro dell’assistente sociale, che per codice deontologico è chiamata a mettersi a disposizione in queste situazioni. Il vantaggio di intervenire in questi momenti è conoscere d’anticipo la popolazione per il quale si lavorerà: si conoscono già le situazioni di fragilità, anziani soli, minori rimasti soli per il quale bisogna avviare una procedura d’affido. L’obiettivo principale è evitare l’acuirsi di disagi già presenti, cosa non sempre facile, perché si parla di zone ormai orfane di ogni via di comunicazione, di ogni tipo di struttura. L’assistente sociale arriva e lavora, quando le tende dei volontari si smontano e restano le problematiche: pensate a persone in misura alternativa al carcere o a ragazzi minorenni rimasti senza famiglia. Aiutare le famiglie a guardare avanti. Dunque, supporto, prospettiva e counselling sono le parole chiavi della professione di fronte ad un contesto crollato, ad un ambiente rotto, a delle relazioni rotte, perché prima di tutto è necessario ascoltare, capire, interpretare gesti, movenze, disegni dei più piccoli, che nascondono paure, fragilità, speranze nel futuro. Il ruolo dell’assistente sociale è un lavoro chiave specie in queste situazioni, in quanto può riportare un equilibrio, ristabilire il funzionamento sociale delle persone, ma per ognuna servono strumenti adeguati e bisogna individuarli, per farlo però c’è bisogno di ascolto, di comprensione, di un setting, ovvero, di un ambiente idoneo, improntato alla dignità, all’intimità e alla riservatezza. Un lavoro che non è solo, ma anello di un ingranaggio perfetto, di un lavoro di rete, in collaborazione con i medici di base, psicologi, neuropsichiatri, insegnati ed educatori. E’ importante che si cerchi di creare soprattutto per i più piccoli una normalità, fatta anche dalla scuola, quindi più che mai è importante il lavoro di rete con gli insegnanti, che dovranno anche fungere da supporto psicologico per i più piccoli. Non solo piccoli ma anche adulti, ed è anche a loro che l’assistente sociale porta il suo supporto, accogliendo le paure, le angosce del futuro, cercando di essere tramite con la parte amministrativa e politica, anche perché un’unica certezza accomuna chi è sopravvissuto al terremoto: non abbandonare il proprio paese. In effetti, le persone non vanno allontanate da quello che rimane delle loro vite e del loro passato. Un’esigenza che anche i politici devono abbracciare. La soluzione più economica non sempre è ottimale nel lungo periodo: le risorse vanno utilizzate con criterio ed intelligenza. Bisogna ricostruire e non creare marginalità. Arginare difficoltà non fa che crearne delle altre, talvolta più complesse.

Pubblicato su “ildenaro.it”

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Click e Rec…intervistando

Qualche mia intervista per Medianews24

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