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Ferite a morte. Pene dimezzate per gli orchi del femminicidio, una sconfitta per la società civile

untitledUno aveva agito in preda ad una “tempesta emotiva”, l’altro perché lei lo aveva “illuso”. Sentenze che pongono al centro il comportamento della vittima ed i sentimenti – sentenza dei “risentimenti” di un uomo che colpisce a morte la propria compagna di vita- pare proprio che abbia un peso nelle aule di tribunale. Una relazione altalenante e burrascosa o un’infanzia anaffettiva possono costituire attenuanti e alleggerire la condanna per un reato tanto agghiacciate e che non può trovare scusanti. Per entrambi gli autori di femminicidi, le pene per aver ucciso le moglie e le compagne hanno avuto una forte riduzione: da 30 a 16 anni di reclusione. Immediata l’indignazione. In un caso, il 57 enne emiliano, aveva confessato di aver strangolato a mani nude la compagna perché non accettava l’idea che lo lasciasse. Condannato a trent’anni in primo grado, la Corte d’Appello di Bologna ha dimezzato la pena a sedici anni, richiamando la perizia secondo cui l’uomo era in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, testimoniata dal tentativo di suicidio. Dieci giorno dopo la sentenza emiliana, la stessa pena viene inflitta al 52 enne ecuadoriano che nell’aprile del 2018 a Genova uccise accoltellando la moglie dopo aver scoperto che lei non aveva lasciato l’amante, come invece gli aveva promesso. Nel suo caso il rito abbreviato gli ha concesso una condanna a sedici anni. Il giudice nella sentenza ha scritto che l’uomo era stato mosso da un “misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento” e avrebbe agito – sempre stando a quanto scrive il giudice – “sotto una spinta di uno stato d’animo intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. Le sentenze vanno rispettate, ma anche le vittime e le famiglie che restano a piangere dovrebbero esserlo: considerare ogni caso singolarmente e concedere riti speciali sono quando ritenuto opportuno potrebbe essere un primo passo. Quando i giudici scrivano che lo stato d’animo dell’ecuadoriano “non è umanamente del tutto comprensibile” sembra proprio che affermino che è umanamente comprensibile, lasciando trasparire tra le righe una sentenza di condanna all’atteggiamento fedifrago e contraddittorio della moglie. Lei gli ha solo promesso qualcosa che non ha mantenuto: fedeltà continua. Non è la prima e non sarà l’ultima donna a tradire il proprio compagno di vita, bisogna solo capire se questo debba essere considerato come un’aggravante o un’attenuante, quando dall’infedeltà si passa all’omicidio. Ma non sarà il primo né l’ultimo uomo al mondo ad aver avuto un’infanzia infelice e ad essere preda a “soverchiante tempesta emotiva e passionale” come nel caso del 57 enne emiliano. Nei cosiddetti delitti passionali e in tutti i femminicidi compiuti da uomini che non accettano di essere lasciati, ci sarà una componente emotiva. Una donna che decide di lavorare, una ragazza che decide di lasciare il proprio fidanzato, ogni donna che sceglierà provocherà una reazione emotiva, che non possono in alcun modo diventare attenuanti, non solo in fase processuale, ma ancor di più nella nostra cultura. La percezione che nasce da queste sentenze è che ci sia un ritorno al “delitto d’onore” che in passato era previsto nei casi di omicidio commesso da un uomo o da una donna nei confronti di un parente per “difendere l’onore suo e della sua famiglia” in caso di tradimento. Le analogie con il caso di Genova riguardano il legame di parentela tra omicida e vittima, e il più mite trattamento sanzionatorio, che nel caso del delitto d’onore prevedeva fino a un massimo di sette anni di carcere. Rievocarlo è suggestivo, ma le similitudini si possono constatare. Intanto, ci si chiede a che punto sia l’iter di approvazione del “codice rosa” che prevede una corsia preferenziale per le donne che denunciano abusi e violenze. Il testo sarebbe “un punto di svolta importante” –ha affermato il titolare della giustizia Alfonso Bonafede. Nel presente però queste sentenze hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e stiamo correndo un duplice rischio: che la pena risenta della sensibilità dei giudici e che qualcuno inizi o ricominci a considerare il comportamento di una donna come la causa di una reazione violenta, di un atteggiamento prevaricatore, di un omicidio. E questo non possiamo permetterlo. Un paese democratico, un paese che tutela i diritti, che tutela le donne, che scende in piazza tra scarpe rosse e fiaccolate, non può permetterlo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Gender Pay Gap: una donna italiana che lavora è pagata meno di un uomo. Perché?

untitled 2Mimose e cioccolatini hanno celebrato anche quest’anno la donna, quasi una contraddizione in un panorama di incertezze e violenze che da tempo accompagnano le donne, ma i giorni che celebrano le ricorrenze diventano anche momenti di riflessione, una su tutte le donne nel panorama lavorativo. Mind the gap: attenzione non tanto al vuoto tra il treno e la banchina, come annunciano gli avvisi all’interno delle stazioni, ma tra la propria scrivania e quella del collega. Il gap in questione, quando si parla di occupazione femminile, è il divario retributivo a seconda del sesso di appartenenza, ribattezzato “gender pay gap” ed è un fenomeno molto diffuso, più di quanto si possa pensare. In altre parole significa che due persone, a parità di inquadramento e funzione lavorativa, hanno retribuzioni diverse in base al sesso: solo perché una è uomo e l’altra donna. Una discriminazione che pesa sulla busta paga ed espressamente vietata per legge: la parità di retribuzione a parità di lavoro è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ma di fatto realmente esistente. Infatti, il numero che produce il gender pay gap, viene monitorato dall’Eurostat costantemente. Dapprima con un’analisi statistica, calcolando la retribuzione oraria lorda media delle donne confrontandola con quella degli uomini, a parità di mansione. Il risultato in percentuale, detta gender pay gap medio, dice che in Europa le donne guadagnano in media il 16.3% in meno all’ora rispetto ai loro colleghi uomini. Ma non finisce qui: se si analizza il gender pay gap a livello salariale annuo si calcola il cosiddetto divario retributivo complessivo tra uomini e donne. Non si tiene conto solo della paga oraria ma si deve tener conto anche dell’effettivo numero di ore lavorate, dei permessi richiesti e di eventuali part-time ed in questo caso il divario tra uomini e donne cresce fino al 39% in Europa. Guardando a casa nostra, il pay gap medio, si attesta al 5.5%, mentre quello complessivo arriva al 43.7%, superando di gran lunga la media europea. Siamo l’unico paese d’Europa dove la differenza è marcata. Il motivo è presto spiegato: nel settore pubblico il 56.2% della forza lavoro è femminile e nei contratti di pubblico impiego c’è sostanziale parità di retribuzione su base oraria ma le cose cambiano radicalmente quando parliamo di opportunità di carriera, e quindi di stipendio: cambiano nel settore privato come in quello pubblico. Secondo i dati Istat: esclusa la scuola, dove il 66% dei casi le donne hanno ruoli di vertici, negli altri campi, come ad esempio in polizia, le donne al comando sono solo il 13%, in ambito universitario il 22%. Ma la vera impennata del gender pay gap complessivo, così sfavorevole per le donne, è dato dal settore privato, dove le donne prendono in busta paga il 29% in meno dei loro colleghi uomini di parigrado. Rabbia ma realtà, anche perché il tutto avviene nell’assoluta legalità. Se nel settore pubblico si accede mediante concorso pubblico e non è consentito al datore di lavoro di applicare una politica retributiva “intuitu personae” come accade nel privato, dove due pari grado in una stessa azienda avranno stipendi diversi tra loro, nel rispetto comunque della legge. Una discriminazione illegale ma nei fatti lecita, difficile da denunciare, inutile appellarsi alla “discrezionalità” del datore di lavoro, reclamare compensi pari al collega, salvo in alcuni casi eclatanti, è davvero complesso. Chiunque lavori nel settore privato sa bene di cosa stiamo parlando. Possibile che nel cuore del 2019 non si possa ancora colmare questo gap? Qualcuno in Europa ha affrontato il problema: l’Islanda che ha varato lo scorso anno una normativa valida per ogni azienda pubblica o privata con più di venticinque dipendenti che prevede sanzioni per i datori di lavoro che non dimostrino l’assenza di discriminazioni salariali. Obiettivo che l’Islanda si è posta è quello di eliminare il gender pay gap entro tre anni. Sulla stessa linea anche il Portogallo, che sembra aver intrapreso la stessa strada. In Italia il dibattito sembra solo alle fasi iniziali ma la speranza è che l’attenzione sul tema resti alto e che ognuno faccia la propria parte per rendere questo Paese all’altezza delle donne partendo dal lavoro, chiave principale dell’indipendenza umana e femminile.

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Reddito di Cittadinanza, gli oneri prevedono lavori di pubblica utilità. Ecco di cosa si tratta

untitled 2Sono approdate, così come le ha definite il premier Giuseppe Conte, -“le misure più qualificanti dal punto di vista sociale e politico”, il reddito di cittadinanza e quota cento per le pensioni, presentate sotto forma di decreto legge al tavolo di Governo durante il Consiglio dei ministri dello scorso giovedì. Il decreto giunto nelle mani dei ministri, racchiude l’attesissimo reddito di cittadinanza in ventisette articoli. Una misura di politica attiva a garanzia del diritto al lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Riguarderà un milione e settecentomila famiglie, compresi duecentocinquantamila nuclei con disabili. Tra i requisiti richiesti un reddito Isee inferiore a 9.360 euro, un valore patrimoniale mobiliare diverso dalla prima casa non superiore a 30.000 euro e un conto corrente non superiore a 6.000 euro. La soglia cresce in base al numero dei figli e alla presenza di disabili. Bisogna essere residente in Italia da almeno dieci anni. Si tratta di un’integrazione al reddito fino ad un massimo di 780 euro mensili, erogati ai beneficiari tramite un’apposita carta elettronica, spendibile in una rete di negozi, è possibile un prelievo di un massimo di 100 euro. Non sarà possibile cumulare il beneficio mensile: infatti, il contributo mensile che il nucleo non utilizzerà ritornerà nelle casse del ministero. La misura dura diciotto mesi, rinnovabile dopo un mese di pausa. Tra gli obblighi oltre a quella di seguire corsi di formazione, accettare una delle tre offerte di lavoro. In caso di frodi si rischia una condanna fino a sei anni. Connotato importante del reddito di cittadinanza, che lo evolve in una forma neanche innovata né innovativa, dei lavori socialmente utili. Coloro che usufruiranno del reddito di cittadinanza, saranno chiamati a prendere parte ad attività di pubblica utilità organizzate dai comuni per un minimo di otto ore settimanali. Esonerati solo i soggetti dichiarati inabili al lavoro, le persone con disabilità accertata o il caregiver, il familiare che accudisce quotidianamente la persona con disabilità. Sarà proprio con queste otto ore lavorative gratuite di pubblica utilità, infatti, che il beneficiario “ripagherà” l’investimento che lo Stato fa concedendogli il reddito di cittadinanza, allo stesso tempo, il soggetto beneficiario dovrà impegnarsi nel formarsi partecipando a dei corsi finalizzati al conseguimento di una qualifica professionale e ad accettare una delle tre proposte di lavoro che gli verranno presentate dal centro per l’impiego. Gli LPU sono quelle prestazioni non retribuite a favore della collettività che si svolgono presso enti locali, organizzazioni di volontariato o di assistenza sociale. Nel caso del Reddito di Cittadinanza, sembra proprio che saranno svolti presso i comuni. Il concetto di lavori di pubblica utilità è stato introdotto da un decreto del Ministero della Giustizia nel Marzo 2001, al fine di essere considerato a tutti gli effetti una sanzione penale sostitutiva. Quando, infatti, si parla di lavori di pubblica utilità, si fa riferimento a quel modo alternativo di scontare una condanna penale, attraverso un’attività riparativa e restitutiva. Nel caso del reddito di cittadinanza sarebbe più corretto parlare di lavori socialmente utili, ossia la partecipazione ad iniziative di pubblica utilità al quale si dedicano, limitatamente nel tempo, i soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro. Ad oggi i lavoratori che si dedicano ai lavori socialmente utili, l’Inps, riconosce un assegno mensile, cosa che non avverrà per chi percepirà il reddito di cittadinanza. Il decreto legislativo 468/1997, determina i settori nella quale gli LPU svolgono le loro attività: dall’assistenza all’infanzia, al recupero dei tossicodipendenti, passando per il sostegno agli anziani, ma anche raccolta differenziata e gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani; tutela delle aree protette e dei parchi naturali; miglioramento della rete idrica. Molti sono gli esempi di lavori socialmente utili e di pubblica utilità, molto dipenderà dalle esigenze del territorio e dalle necessità del comune di appartenenza. E’ bene sottolineare, come ha ribadito una sentenza del 2007 del Consiglio di Stato, chiarendo che le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne “consentono la qualificazione come rapporto di impiego”. Questo perché “il rapporto dei lavori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali e riguarda un impegno lavorativo certamente precario”. Si tratta, se non altro, di una riproduzione di politiche attive che da un lato generano distorsioni da parte del lavoratore, che vivrà con l’aspettativa della stabilizzazione nel pubblico impiego sin dal primo giorno d’esperienza, dall’altro genera “dipendenza” da parte dell’ente pubblico ospitante che non riesce a colmare la garanza d’organico con unità lavorative aggiunte, per di più retribuite da un ente superiore. Eppure, non essendo una politica nuova, basterebbe girarsi indietro e osservare cosa è accaduto in questi anni, specie nelle regioni del Sud, molti lavoratori, si sono trovati a in queste misure “anti povertà” dove la spesso bassa indennità percepita, pur non essendo un salario occupazionale ma solo un’indennità di tirocinio o lavoro socialmente utile, è diventata l’unica fonte di sostentamento certo tanto da generare dipendenza. A quel punto, in pochi si sono avventurati nella ricerca di un’occupazione nel settore privato che proprio in quelle Regioni è debole ed economicamente povero, e chi riceveva altre opportunità, magari per fare l’insegnante fuori regione, è stato portato a rifiutare nella speranza della stabilizzazione. Ma se oggi, nel 2018, e dopo decenni di lavori socialmente utili, per alcuni di loro si può parlare, finalmente, di stabilizzazioni, grazie a politiche regionali e nazionali di assorbimento del precariato, non è pensabile che da oggi si tracci un simile percorso per altre migliaia di persone e che lo si venda, per giunta, come una politica innovativa e di cambiamento. Forse sarebbe opportuno che i beneficiari la vedano nell’ottica di un contributo alla propria collettività, come delle ore da dare agli altri, con altruismo e anche come auto mutuo sostegno per uscire dalla spirale dell’assistenzialismo.

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Il carcere che cambia: dall’orto sociale al lavoro che salva i detenuti

untitled 2Esiste un mondo contiguo e speculare, per niente lontano e distante dall’immaginario comune, si chiama carcere, ma si legge -per molti -come luogo di contenimento e di espiazione. Drammatiche le condizioni in cui versano le carceri italiane negli ultimi anni. Quella dei penitenziari è una bomba ad orologeria che rischia di esplodere. Gli scenari della carceri italiane ammutoliscono. Celle di sei, otto detenuti insieme, spesso non sono detenuti condannati ma in attesa di una sentenza – a cui attendono da mesi-. Docce comuni, orari fissi e sguardi attenti, poliziotti che vegliano. Condizioni igieniche quasi nulle. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. Aumentano le violenze, le risse ed i sucidi. La speranza è attesa di una richiestissima riforma penitenziaria, che da tempo giace nei meandri di Camera e Senato. In questa giungla di dolore, solitudine e sofferenza, nelle case di detenzione maschili, femminili e minorili si fanno sempre più largo le realtà associative, Onlus di volontariato che offrono agli ospiti opportunità di lavoro creative e valide. E’ il caso di dire che il lavoro salva il carcere e sono molte le protagoniste di questa mission: unire la forze sfruttando le risorse sociali per far sentire più alta la propria voce. Il lavoro passa e riparte proprio dal carcere: un laboratorio di idee e progetti utili a dare un segnale forte dimostrando la forza riabilitativa del lavoro e dei percorsi di formazione e istruzione come strumenti di valore legati alla dignità della persona. Si crea così una vera e propria economia carceraria, che secondo i responsabili di molte Onlus che operano nel settore, ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore sociale e rigenerativo. Ogni cosa che prende vita in carcere è sinonimo di qualità e di riscatto sociale, di una scommessa su se stessi che ha il profumo di valore e valori. Così si macinano idee e progetti, volano dell’economia carceraria ed italiana. “Cotti in Fragranza” , start-up a vocazione sociale: un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno di alta qualità, commercializzati nel territorio locale e nazionale. Nasce a Palermo ed è un esempio innovativo nel territorio del sud Italia, prima realtà imprenditoriale all’interno di un Istituto Penale per i Minorenni del sud (terza in tutta Italia). L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere una stabile inclusione dei giovani del Malaspina che, previa formazione, potranno diventare lavoratori specializzati e autonomi, anche al di fuori del percorso detentivo. Apprendimento reciproco come condizione necessaria ed unica strategia vincente. Il “noi” che vuole diventare insieme persone competenti, capaci di operare scelte precise per il proprio benessere e quello altrui, capaci di cogliere il significato delle cose, valutare e decidere. Insieme, in grado di utilizzare strategie adeguate nei diversi contesti per trovare nuovi adattamenti e soluzioni creative. Il caffè diventa Galeotto al penitenziario Rebibbia di Roma, i detenuti producono e confezionano la torrefazione. Un eccellente prodotto solidale, miscelato con i migliori crudi, provenienti da continenti lontani. Si chiamano “lanzarelle” del caffè, sono le donne del carcere femminile di Pozzuoli e producono caffè artigianale, secondo la tradizione napoletana. Cinquantasei le donne che nel tempo si sono susseguite, perché solo il lavoro offre dignità e possibilità di riscatto reale. Molte di loro prima di lavorare al progetto, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. Ora hanno la possibilità di imparare un mestiere, ma ancor di più acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro possibilità. “Buoni dentro”, al Beccaria di Milano, carcere minorile si è intrapresi la sfida di pianificazione e pasticceria. Una piccola bottega nel cuore del penitenziario minorile, strutturato in forma di bottega di produzione artigiana, dove i giovani attivi nel laboratorio sono affiancati da un formatore sotto la supervisione di un maestro artigiano. Il laboratorio sforna quotidianamente pane, focaccia biscotti, destinati al consumo interno dell’istituto. In occasione delle festività realizza la produzione artigianale di dolci tradizionali: panettone per Natale e colomba per Pasqua. Dal febbraio 2015 è attivo anche il laboratorio di panificazione con punto vendita di pezzi di pane Piazza Bettini a Milano, che impiega alcuni giovani detenuti sotto la guida e la supervisione di un maestro artigiano.  Il lavoro costituisce un fattore cruciale per favorire il cambiamento nei giovani sottoposti a restrizione della libertà e rappresenta un fattore determinante per il successo dei progetti di reinserimento sociale. Ai ragazzi viene offerta un’opportunità concreta di supporto al cambiamento e alla ri-costruzione dell’identità personale attraverso il lavoro che nasce dalle loro capacità e dal loro impegno. Un orto sociale e un’area verde per i colloqui con le famiglie lì dove prima vi era un campo da calcio in erba per anni abbandonato. Oggi, cambia sembianze il supercarcere di Ascoli Piceno. Oggi quel campo è tornato a nuova vita, in parte destinato di nuovo a piccolo perimetro di gioco, in parte ad area verde per i colloqui con le famiglie e per il resto destinato ad orto sociale. Un’innovativa esperienza nella quale il valore ricreativo ed educativo dell’orto, viene affiancato da un’esperienza teorico-pratica nella gestione del verde e del giardinaggio, per creare specifiche professionalità di settore. “La pizza buona dentro e fuori” questo lo slogan utilizzato dal carcere di Fuorni (Salerno) che nei giorni scorsi ha presentato il progetto di una pizzeria sociale all’interno del penitenziario salernitano. Siglato il documento che realizzerà la pizzeria in un locale già individuato, si iniziano ora a formare i detenuti che potranno acquisire il titolo di pizzaiolo che sarà spendibile poi una volta tornati in libertà. Secondo il direttore del penitenziario, il progetto, in carcere continuerà, perché sarà favorito il passaggio di testimoni tra i detenuti. “Questa idea progettuale –ha dichiarato Martone- deve essere foriera di lavoro, di opportunità trattamentali, di opportunità formative e di attestati spendibili anche all’estero”. Tra carenze e diritti che sembrano essere negati, si fa largo un’idea di carcere sociale e costruttiva, attesa da tanto, troppo tempo e che sembra prendere il sopravvento con realtà belle e che vale la pena raccontare e perché no, acquistare.

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“Mamma posso usare lo smartphone?” Se i figli chiedono, i genitori cosa dovrebbero rispondere?

untitledAdolescenti solitari e depressi, immagine di una generazione da smartphone, che si annoia e si sente “troppo libera” quando è in astinenza da cellulare. Sbronzi di telefono. Senza cellulare si sentono soli e più stressati. I Millennials sono pigri, eterni insoddisfatti e socialmente dipendenti. Hanno detto addio al caro diario ed hanno fatto del cellulare il loro miglior confidente. I nativi digitali crescono davanti al telefono, dialogano con l’intelligenza artificiale, guadagnano follower. E la nuova età adulta per web e social si abbassa vertiginosamente. “Ce l’hanno tutti”, “Mi serve per i compiti”, “Mi serve per parlare con i miei amici su watsapp”, le abbiamo sentite tutti queste frasi almeno una volta nella vita da genitori o da educatori di una nuova società che dallo smartphone proprio non riesce a staccarsene. La richiesta dello smartphone presto o tardi, tocca a tutti i genitori, che si sentono spaesati e temendo di fare del proprio figlio un escluso o di generare infinita discordia, lo consegnano nelle sue mani inesperte dei loro figli. Anche perché molti genitori lo vedono come un rassicurante elettronico in grado di rintracciare il proprio figlio ovunque ed in qualsiasi momento. Ma qual è l’età giusta? Non esiste un’età giusta e non saranno posti dei limiti. Secondo i dati di “Eukids” 2017, in Italia, più della metà dei bambini già a 9 anni possiede uno smartphone, percentuale al 97% quando si arriva ai 15. Prima di regalarglielo chiedetevi: “gli serve? E’ pronto per utilizzarlo e per gestirne la complessità?” Sempre più ricerche dimostrano che i bambini che usano precocemente e intensamente le tecnologie sviluppano meno abilità sociali. Oggi sappiamo che lo smartphone impatta in modo definitivo sulle competenze cognitive ed emotive e su alcune delle sfide evolutive come lo sviluppo sessuale, la costruzione delle passioni, quella delle dipendenze. Lo smartphone è la principale causa di distrazione, stimolando a fare più cose contemporaneamente, in un momento in cui la concentrazione e l’attenzione devono essere sperimentate da soli. Da un punto di vista dello studio, riduce la creatività e la risoluzione di problemi a un click con un motore di ricerca. Secondo alcuni terapeuti sono molti i genitori che si rivolgono ad un esperto per aiutarli a gestire le problematiche di abuso da tecnologia. Lo smartphone non va vietato, piuttosto regolarizzato. E’ buona regola dare ai figli delle fasce orarie in cui utilizzare il cellulare, intervallando anche i momenti che precedono e seguono i compiti. Cercate di dare uno sguardo alle sue ricerche e alle sue chat. Lasciategli più spazio per navigare in internet e meno dallo smartphone. Spesso il cellulare è richiesto per avere a portata di mano i social network, mentre internet consente di poter approfondire e ricercare ed è possibile farlo da un normalissimo computer o tablet. Accertatevi del reale utilizzo che vorrebbe farne vostro figlio. Se credete che sia giunto il momento per i vostri figli di avere uno smartphone, per i primi mesi optate per un cellulare condiviso, di famiglia, così da controllare giochi, social e chat. Poi costruite con lui un “contratto educativo” con regole chiare e precise in cui stabilite i momenti on-line ed off-line, stabilendo gli orari e la durata della navigazione. Una mia utente mi ha raccontato di una sveglietta che dopo trenta minuti di utilizzo dello smartphone suona ed i bimbi la vivono come una regola goliardica. Mentre, un’altra mia utente che non riusciva a gestire più la prestazione continua dello smartphone della figlia, mi ha raccontato di una “moda” molto in voga tra i giovanissimi: gare notturne su watsapp per controllare chi “crolla” prima al sonno. L’ultimo accesso segna il momento in cui l’altro compagno si è lasciato andare tra le braccia di Morfeo. E così gli adolescenti vanno a dormire addirittura alle tre di notte, pur di essere svegli ed arrivare primi. Comunicate loro limiti da non trapassare e fategli sapere che sarete lì a presidiare. Senza dimenticare che alcune regole esistono già, di legge. Se vi chiede di aprire un profilo Facebook, sappiate che sino ai 13 anni è vietato. Per watsapp ditegli che può usarlo ma sotto il vostro controllo, perché è un’app consentita a chi ha già 16 anni. Salviamo almeno le zone franche. Ciò che ha fatto la Francia, che ha vietato di usarlo in classe. Quando l’anno scorso la ministra dell’ Istruzione, Valeria Fedeli, lo ha sdoganato in nome di una scuola digitale, le polemiche non si fecero attendere e ammetto di essere contraria all’uso del cellulare in classe. Distrae, crea confusione, permette ai ragazzi di fotografare di nascosto compagni ed insegnanti e di divulgarle come e quando vogliono, mentre, la scuola è il luogo dell’istruzione, dell’educazione e delle regole e se proprio vogliamo renderla digitale ci pensano già lavagne e aule informatiche. Credo che i cellulari vadano lasciati a casa, quantomeno nelle ore scolastiche. Forse se i ragazzi posassero il cellulare e iniziassero a guardarsi negli occhi, condividendo la ricreazione in un rapporto umano anziché sui social, forse sarebbero meno digitali e più umani, più altruisti. Più consapevoli e meno egoisti. Più veri e meno finti. In classe è necessario concentrarsi sul volto dell’altro, prestare attenzione a chi parla. La scuola deve rimanere un luogo dove regole e comportamenti sono condivisi da tutti.

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Decreto sicurezza, le proposte di Salvini e le sfide delle Ong e dei contrari

untitled 2Ha incassato il voto all’unanimità il decreto che porta la firma del vicepremier Matteo Salvini, che ha visto il “suo” decreto approvato, introducendo importanti novità in tema di sicurezza, immigrazione, gestione dei beni confiscati alla mafia e protezione internazionale. Ora il decreto passerà al vaglio del Quirinale per il parere del Presidente della Repubblica che se lo firmerà diventerà atto avente forza di legge, che avrà bisogno di essere ratificato entro sessanta giorni da entrambe le aule parlamentari, altrimenti il suo valore sarà nullo. “Disposizioni urgenti –titola l’atto- in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.” La dicitura serve a giustificare l’atto che è stato direttamente emanato dal Governo in quanto atto urgente avente forza di legge senza passare per il Parlamento. Quello cui punta la nuova legge è ridurre il numero di concessioni del diritto d’asilo eliminando il permesso di soggiorno per motivi umanitari, introducendo una tipizzazione dei casi di tutela complementare, con precisi requisiti per i soggetti interessati. La protezione umanitaria viene sostituita da “sei permessi speciali”: vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel Paese d’origine, cure mediche e atti di particolare valore civile. Inoltre, il decreto, propone la revoca del diritto d’asilo per chi delinque, la revoca dalla cittadinanza per chi viene condannato per terrorismo e il raddoppiamento del periodo in cui è possibile che un immigrato possa essere tenuto nei centri per il rimpatrio (CPR) in modo da poter contrastare la clandestinità evitando la dispersione di irregolari sul territorio nazionale. Si parla poi dei casi specifici in cui il permesso di soggiorno e la cittadinanza possono essere revocati e gli stranieri espulsi. La protezione internazionale viene negata o sospesa dopo una condanna in primo grado per i reati di violenza sessuale, lesioni gravi e rapina, violenza a pubblico ufficiale, mutilazioni sessuali, furto aggravato e traffico di droga. Previsti provvedimenti analoghi anche in caso di pericolosità sociale seppure l’immigrato non sia ancora stato condannato. Per chi subisce una condanna in via definitiva per reati di terrorismo è prevista la revoca della cittadinanza acquisita e l’espulsione immediata. In tema di rimpatri, almeno sulla carta, cambia tutto. Nei centri di permanenza per il rimpatrio gli stranieri potranno ora stare fino a 180 giorni, prima era di 90 giorni, affinché in quel periodo di tempo, possa essere organizzata l’effettiva esecuzione della misura ed è prevista la costruzione di nuovi centri, gli attuali possono ospitare sino ad un massimo di quattrocento persone. Prima del decreto al trascorrere dei novanta giorni, se il migrante non era ancora stato rimpatriato non poteva essere più tenuto nel centro e, seppur privo di permesso di soggiorno, veniva lasciato andare. Il decreto prevede la riduzione dei progetti di inclusione sociale e integrazione. Solo i titolari di protezione internazionale ed i minori stranieri non accompagnati hanno diritto a seguire i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema. Inoltre, i richiedenti asilo, potranno essere accolti solo nei “Centri di accoglienza secondaria” e nei “Centri di accoglienza per richiedenti asilo”. Oltre al pacchetto immigrazione il decreto introduce novità in fatto di sicurezza urbana. Il cosiddetto braccialetto elettronico potrebbe essere introdotto per reati quali stalking e maltrattamenti; i vigili urbani delle grandi città verranno dotati di taser, pistola elettronica in vi di sperimentazione in queste settimane, il Daspo, sarà esteso anche a chi è indiziato per reati di terrorismo. Il Daspo diventerà anche urbano col divieto di avvicinarsi ad ospedali, scuole, aree dove si svolgono mercati o fiere per tutti gli indiziati di terrorismo. Chiude il pacchetto l’idea di inasprire le pene per chi occupa abusivamente gli immobili e nuove norme che permettono il miglioramento della gestione dei beni confiscati alla mafia. Contrastato, discusso e “inequilibrato” per molti, che ritengano che il decreto sicurezza avrà effetti opposti a quelli che vorrebbe ottenere sulla carta. Scettici anche i sindaci che temono un abbandono delle periferie e una totale mancanza sul territorio di progetti d’inclusione. In disaccordo anche “medici senza frontiere” che parla di un decreto orientato a smantellare ulteriormente il sistema di accoglienza italiano, già fragile e precario, a prolungare la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine, e a ridurre le protezioni attualmente disponibili per persone vulnerabili. “Un ulteriore passo nelle politiche migratorie repressive del governo italiano, volte a un indiscriminato arresto dei flussi e alla criminalizzazione della migrazione, in mare e in terra, e senza alcun interesse per la vita, la salute e la dignità di migliaia di uomini, donne e bambini” – ha dichiarato il capomissione MSF in Italia. Sembra proprio che lasci discutere molto questo nuovo decreto che in realtà abbandona il lato umano e solidale, tratto caratteristico dell’Italia. Il problema immigrazione và affrontato e con i paesi dell’Unione Europea, perché si tratta di vite umane che necessitano di protezione ed assistenza, non di repressione, che è giusta nel momento in cui c’è da punire la commissione di un reato. C’è da chiedersi se un decreto che rivede la sicurezza e le misure di integrazione riesca a gestire e ad operare in un’altra ottica l’immigrazione. A posteri ardua sentenza.

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Scuola, il diritto allo studio non vale per gli studenti disabili

untitled 2“Mio figlio per andare a scuola dovrà attendere l’arrivo del sostegno”. “Le ore di sostegno sono state ridotte”, sono alcune delle storie che mi scrivono o mi raccontano i genitori di ragazzi con disabilità. Le storie che raccolgo dimostrano che il diritto a frequentare la scuola in Italia non vale per tutti. Sono migliaia gli alunni e studenti con disabilità fisica o psichica, che a poche ore dall’inizio dell’anno scolastico non possono ancora partecipare alle lezioni insieme ai loro compagni di classe. L’assenza di assistenza personale in classe e di un trasporto adeguato purtroppo non è una sorpresa. L’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare segnala criticità e problemi: assistenza carente e barriere architettoniche, specialmente nelle regioni del Sud. Criticità e problemi che mettono a rischio il diritto allo studio degli alunni con disabilità, sancito in primis dalla Costituzione italiana e in secundis dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità. Molte le carenze: dagli insegnanti di sostegno specializzati, alla mancanza di piani didattici personalizzati. Secondo i dati sono oltre 250 mila gli alunni con disabilità, un numero in crescita che mostra un elemento positivo in vista di una piena inclusione scolastica di tutti i giovani con disabilità, ma la mancanza di investimenti che assicurino personale qualificato ed un giusto trasporto, rischia di peggiorare la situazione e danneggiare chi non ha colpa. I disagi si estendono su tutto il territorio nazionale, con criticità diverse sia a livello geografico, sia dei singoli istituti scolastici. L’orario di frequenza in teoria è uguale per tutti, ma per i tanti alunni e studenti con disabilità si devono poi tener conto anche delle ore necessarie per il sostegno, delle ore che effettivamente vengono assegnate e che possono essere “coperte” da insegnanti specializzati e da educatori personali. 139 mila insegnanti di sostegno accoglieranno gli studenti con disabilità, 13 mila i recenti stabilizzati, ma secondo i recenti dati di Fish, mancano ancora all’appello circa 40 mila posti di ruolo di docenti specializzati. Le stabilizzazioni sono senza dubbio un intervento positivo ma non sufficienti a garantire la continuità didattica e a fare in modo che tutti i bambini e i ragazzi con disabilità possano seguire le lezioni ogni giorno. Stando ai dai di Fish, circa l’80% degli alunni ha cambiato due insegnati di sostegno nel corso dello scorso anno scolastico e il 48% ne ha cambiati persino tre. Secondo la normativa vigente l’insegnante di sostegno è a pieno titolo docente di tutta la classe: ciò significa che la sua presenza è un valore per tutta la classe e non solo per lo studente con disabilità. In molti casi la sola insegnante di sostegno non basta, alcuni alunni non sono autonomi nella mobilità, nel mangiare o nell’andare in bagno, deve poter contare sul supporto fornito da un’altra figura professionale: l’assistente all’autonomia e alla comunicazione o assistente ad personam, figura professionale specifica e riconosciuta e finanziata dagli enti locali. Secondo i dati Istati, in stima questi alunni possono contare su circa 12.5 ore settimanali di assistente ad personam nelle scuole primarie e circa 11.5 ore in quelle secondarie. Nel Mezzogiorno tale aiuto si riduce drasticamente con un gap di oltre tre ore rispetto alle scuole del Nord. Un capitolo alquanto reale sono le ancora troppe barriere architettoniche nelle scuole. Secondo la Corte dei Conti, nello scorso anno scolastico su un totale di 39.847 edifici attivi, più di 10 mila non risultano in regola con la normativa sulle barriere architettoniche. In particolare, non risultano a norma, le scale e i servizi igienici specie nel Mezzogiorno, si riscontra anche la scarsa presenza di segnali visivi, acustici e tattili nelle scuole di tutta Italia. Alunni e genitori che si ritrovano a scontrarsi con la lenta burocrazia che lascia l’amaro in bocca, carenza di servizi e strutture non adeguate ai loro figli. Ci sono genitori che mi raccontano di banchi inadeguati per le disabilità dei loro figli, dopo i pellegrinaggi tra uffici comunali, Asl, dirigente scolastico, estenuati arrivano a reperirlo o a farselo costruire pur di garantire un’esperienza unica al proprio figlio, perché la scuola favorisce la relazione, l’autonomia, la conoscenza di cose nuove, la socializzazione con figure nuove e con i compagni, che offrono la possibilità di progredire, di acquisire nuove conoscenze. Genitori che si trovano sempre più in difficoltà a gestire situazioni che richiedono spesso di assentarsi dal lavoro per ottenere ciò che è di diritto, sentendosi abbandonati invece che accolti da un sistema che fatica a funzionare come dovrebbe. Sembra proprio che le istituzioni continuino a parlare di inclusione scolastica e di diritto allo studio, ma nei fatti restano solo parole. Sembra quasi che sia un favore elargire i diritti dovuti ai nostri ragazzi, come il sostegno a scuola, e sembra quasi che ciò che a loro è dovuto sia un privilegio concesso. È necessario costruire un impianto strutturale solido in cui le istituzioni si prendano cura degli studenti e collaborino con le associazioni del territorio per la realizzazione del diritto allo studio. E’ importante creare collaborazioni, fare rete, partendo dal dialogo con i docenti ed i genitori per trovare insieme soluzioni che permettano agli studenti di scegliere liberamente e di vivere l’esperienza scolastica oltre la loro disabilità, che non può e non deve essere un limite ma un valore aggiunto che permette la piena integrazione scolastica. Non smettono di crederci gli alunni e nemmeno i genitori che non si arrendono di fronte ad una fredda burocrazia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Orfani del mare, ai minori stranieri non accompagnati l’accoglienza dei tutori volontari

untitledLa nave “Diciotti” è diventata ormai una nave simbolo della guerra dell’accoglienza tra Italia e Unione Europea. Nel trattenere i migranti a bordo il governo italiano vuole far smuovere l’Unione Europea sul delicato tema dell’accoglienza. E’ così che dopo cinque giorni di navigazione e due di fermo nel porto di Catania, dopo le sollecitazioni della Procura di Agrigento e quella dei minori di Catania, in base a quanto previsto dalle convenzioni internazionali e dalla legge italiana, il Ministro degli Interni, Matteo Salvini, ha annunciato il “sì” allo sbarco dei 29 minori non accompagnati a bordo. Si tratta di ragazzi eritrei tra i 14 ed i 16 anni e di una bambina che sono stati trasferiti in due centri di accoglienza messi a disposizione dai servizi sociali del comune di Catania. Orfani delle onde del Mediterraneo, piccoli anonimi che arrivano in Italia. Schiavi invisibili, giovanissime vittime dello sfruttamento e della tratta dei migranti. Un fenomeno nascosto e difficile da tracciare che vede come protagonisti i minori stranieri giunti in Italia via mare e via terra, molti dei quali non accompagnati da genitori o parenti. Rappresentando un potenziale bacino di sfruttamento per coloro che cercano di trarre beneficio dal flusso migratorio, speculando in vari modi sulla vulnerabilità dei più piccoli: dallo sfruttamento nel mercato del lavoro nero, alla prostituzione, passando per lo spaccio di droga, sino ad attività criminali. Secondo un rapporto di “Save the Children” , tre minori su quattro che arrivano in Italia sono soli. E negli ultimi anni i numeri si sono addirittura quadruplicati. E negli ultimi anni i numeri si sono addirittura quadruplicati. Sono più di 16 mila i ragazzi arrivati in Italia da soli. Dal 2011 costituiscono il dieci percento di tutti i rifugiati. Rischiano di finire in un girone infernale delineato dallo sfruttamento e dal maltrattamento, ma l’opportunità di tutela è fornita dall’esercito di tutori volontari per minori stranieri soli. Assumere la rappresentanza giuridica di un minore straniero solo, farsi carico dei suoi problemi, capire e spiegare agli altri suoi bisogni e diventare portavoce dei suoi diritti fino alla maggiore età. Insomma, proteggerlo negli anni più fragili e difficili. E’ questo il ruolo più importante del tutore volontario, una nuova figura nata per dare un sostegno ai percorsi di accoglienza, educazione e integrazione nella nostra società, per i quasi 18 mila minori stranieri rimasti soli sul territorio italiano. Un numero forte ed in continua crescita che ha portato alla legge 47/2017, che prevede tra le altre cose l’istituzione presso i Tribunali per i minori di elenchi di tutori volontari disponibili ad assumere la tutela. Protezione e tutela, le parole d’ordine per i quasi 18 mila minori soli, di cui la maggioranza è al maschile, le ragazze sono un numero esiguo: 1.209, molti dei quali provengono dalla Nigeria, e necessitano di massima attenzione. E’ stata ribattezzata come “cittadinanza attiva” o “genitorialità sociale” dall’autorità garante per l’infanzia. Sono già oltre tremila le persone che hanno dato la loro disponibilità in questi mesi a diventare tutore volontario, decidendo di dedicare una parte del loro tempo per migliorare la vita di uno dei quasi diciannovemila minori stranieri non accompagnati presenti nel nostro paese. Impegni ed iniziative per il tutore. La nuova legge non prevede, infatti, la presa in carico domiciliare ed economica del minore. Il tutore svolge le pratiche amministrative, come ad esempio il permesso di soggiorno, valuta se presentare domanda di asilo o protezione internazionale, se sono necessarie prestazioni sanitarie urgenti, accompagna il giovane nella formazione, nell’istruzione scolastica e nell’apprendimento della lingua italiana. “Il tutore dovrà prendersi cura del minore e avrà la funzione di guida”, dicono dall’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Alcune regioni hanno avviato anche corsi di formazione per i futuri tutori. La durata dell’impegno del tutore è legata all’età del minore. Le persone vengono inserite nell’elenco istituto presso il Tribunale per i minori da cui il giudice attinge per nominare i tutori. Ogni tutore volontario può  essere chiamato ad affiancare fino ad un massimo di tre minori stranieri  non accompagnati, salvo sussistano delle ragioni speciali, ad esempio un gruppo di quattro fratelli. Una persona smette di essere tutore per un ragazzo al compimento dei 18 anni e può diventare tutore di un altro minore. Si rende necessario però un’attività di raccordo tra i Tribunali per i minori dove sono istituti gli elenchi e il tribunale ordinario deputato alla nomina. Un istituto, quello del tutore, che la legge prevede nella sua gratuita dei compiti. Alcune regioni hanno previsto delle forme di sostegno su particolari questioni, come la stipula di una polizza assicurativa. Negli ultimi mesi sono stati pubblicati diversi bandi per tutori, le prime risposte sembrano essere più che nuove, ma non sufficienti secondo le autorità per i 18 mila ragazzi che hanno bisogno di una guida. Così si rafforzano le campagne pubblicitarie e web per rafforzare l’idea di una genitorialità sociale dando l’occasione ad un ragazzo di cambiare con l’aiuto di un tutore il suo presente e modellare il suo futuro.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)
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Febbre da gioco. Adolescenti sempre più a rischio dipendenza

untitled 2Il gioco d’azzardo strega gli italiani. Business record da 95 miliardi di euro. GrattaeVinci, slot machine e videopoker: nel 2016 il giro d’affari è cresciuto del 7%. Un milione i ludopatici: da curare. In mezzo c’è un’area grigia di chi trascorre ore nei bar, nelle tabaccherie, tra slot, gratta e vinci e lotto istantaneo. Due milioni e mezzo di giocatori che, pur non compulsivi, investono cifre consistenti di denaro nella speranza del colpo di fortuna che possa cambiare la loro vita.  E’ di 95 miliardi di euro l’anno il giro d’affari del gioco d’azzardo legale, una delle prime industrie del paese che garantisce migliaia di posti di lavoro. Una “febbre” che ha  creato anche un’emergenza da gioco patologico per la prima volta inserita dallo Stato tra le nuove dipendenze. 7 mila le persone in cura ufficialmente in Italia, numerosi gli ambulatori che continuano ad aprire su e giù per il Paese. Tra loro un adolescente su due.  In un presente più instabile e nella ricerca di un futuro migliore, sempre più spesso i ragazzini finiscono per credere che per risolvere i problemi la classica botta di fortuna sia più valida ed efficace dell’impegno, dello studio e della fatica. Secondo una recente ricerca condotta dalla Caritas di Roma e presentata all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, a 580.000 milioni è stata diagnosticata la dipendenza da gioco, una forma di dipendenza non meno pericolosa di quella da alcol e droghe. Una dipendenza silenziosa, difficile da notare in famiglia. I ragazzi, complici della tecnologia scommettono online, puntando denaro sullo sport, ma giocano anche a poker, slot machine o ruolette. L’assenza di autocontrollo fa crescere l’aspirale della dipendenza e così le scommesse vanno a rialzo e spesso è qualcosa di innato che parte già in famiglia, quando i genitori sfidano i figli con frasi: “scommetto che non riesci a finire quello che hai nel piatto”, oppure “scommetto che non hai sistemato ancora la tua camera”. Input che possono trasformarsi in un boomerang portando il ragazzo a ritenere la “scommessa” un qualcosa di normale e fonte di stimolo. Bisogna aiutare i ragazzi al personale autocontrollo, è uno dei primi elementi per evitare il tipo di dipendenza. L’autocontrollo nei ragazzini è un tratto caratteriale che di solito è scarsamente presente in quanto per crescere hanno bisogno di sfidare i propri limiti giocando sempre al rialzo. Da quanto si legge nel rapporto Caritas ci sono tre grandi categorie di fattori che predispongono alla dipendenza intrecciandosi tra loro: aspetti biologici di tipo neurofisiologico, socio ambientali relativi al contesto in cui si vive e si cresce, e quelli psicologici, che comprendono una propensione verso certi tratti di personalità. Da un punto di vista biologico, nei giocatori d’azzardo i circuiti celebrali guidano il comportamento e subiscono una sorta di “inganno”, iniziando a rispondere come se l’azione del gioco fosse necessaria alla sopravvivenza. L’aspetto psicologico innesca la scarsa capacità di autocontrollo, che poi si fondono col contesto socio-economico in cui i giovanissimi vivono: da eventi stressanti a familiarità con le dipendenze. Per aiutare i ragazzi che finiscono incastrati nel tunnel del gioco è fondamentale riconoscere i sintomi della dipendenza, si legge nel rapporto Caritas che vi sono quattro elementi che sono ricorrenti negli addicted da gioco: il craving, ovvero il desiderio improvviso e incontrollabile di giocare, l’astinenza, caratterizzata da nervosismo, atteggiamenti violenti e dalla necessità fisica di giocare, poi c’è l’assuefazione ed il gambling, cioè la tendenza a sovrastimare la propria abilità di calcolo delle probabilità e a sottostimare l’esborso economico che porterà ad una vincita. L’aspetto economico non è secondario per capire a cosa possa condurre la dipendenza da gioco nei minori. I ragazzi, infatti, non guadagnando denaro proprio e nelle fasi più acute, finiscono per sottrarre soldi ai genitori. Identificati i campanelli d’allarme e riconosciuta la presenza di un problema è importante che la famiglia chieda aiuto agli specialisti. Tra le terapie più efficaci vengono raccomandati i gruppi di auto aiuto che prevedono un percorso specifico per il superamento del problema. Molto utili sono anche i gruppi terapeutici per giocatori d’azzardo compulsivi, condotti da psicoterapeuti formati e che coinvolgono l’intera famiglia: importante è il dialogo e la collaborazione tra l’adolescente, il terapeuta e la sua famiglia. Bisogna ricordare, infine, che sviluppare una dipendenza è il sintomo di un problema, non il suo esito. Per risolvere una patologia, sottolineano gli esperti, bisogna capire qual è il vantaggio secondario che si cela dietro questo comportamento in maniera tale da evitare di sostituire dipendenza a dipendenza e garantire la correzione del comportamento disfunzionale nel ragazzo.
La febbre da gioco d’azzardo, dunque, è una malattia della nostra società, il governo giallo-verde, sembrerebbe voler mettere mano alla crescente foga del gioco, infatti, il decreto dignità, interviene sulla ludopatia, ponendosi un obiettivo importante: contrastare il grave fenomeno del gioco d’azzardo compulsivo, vietando la pubblicità di giochi o scommesse con vincite in denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni ed internet. Previste sanzioni per chi trasgredisce le nuove norme, restando invariate le sanzioni già previste. Un passo giusto che servirà da deterrente e basterà da solo a fermare la voglia di giocarE? Sicuramente una prima azione che non può e non deve essere fine a se stessa, perché la ludopatia non è solo una pubblicità è ben altro.
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“L’africano”, Giffoni Film Festival lascia ai giovani il testimone delle tradizioni locali

20180725_111256.jpgL’hanno ribattezzata “Pagani città di Santi, Artisti e Mercanti”, nel suo ventre, il piccolo comune del salernitano, conserva storia, tradizioni, riti e miti che il tempo non ha cancellato bensì scalfito. I vicoli, intatti, sanno di storia e di unione: “o vicino è ‘mmiezo parente”, rapporti umani e fedeli che si tramandano. Fede che và a braccetto con tradizione, giovani che nascono nel solco di antiche tradizioni, una su tutte la festa della Madonna delle Galline, un vero rito che abbraccia tra fede e momenti civili un’intera comunità la prima domenica in albis, per tre giorni Pagani sa di tagliolino al sugo e carciofi arrostiti, di preghiere ed incenso, di vie che si affollano, si riempiono di vita e di devozione. Alla tavola del paganese c’è sempre un posto, per chiunque, per vivere insieme una festa sentita, vera, mai banale, che si rinnova. Identità scolpita e scalfita da lui, Franco Tiano. Nei toselli, c’è la vera anima della festa e lui ne è l’ideatore e l’anima che nonostante la sua scomparsa, si ricorda con cuore colmo di affetto ed una mancanza che si percepisce e si sente. Una festa che non perde l’anima sacra e viscerale, lasciata anche da Franco Tiano e trasformata in una cosa ancor più grande. Si intitola “L’Africano” il tratto umano, personale, storico, emozionante dedicato a Franco Tiano, nato dalla regia di Laura Mandolesi Ferrini, giornalista Rai e regista appassionata, che firma il mediometraggio, un film documentario, proiettato fuori concorso al Giffoni Film Festival, la grande astronave del cinema giovanile. Occhi puntati sullo schermo, assorti, rapiti, incuriositi, ero in sala e guardandomi in torno vedevo una generazioni di ragazzini provenienti da ogni parte d’Italia abbandonare il cellulare, i post, i like per immergersi nei vicoli della storia paganese, cercando di capire questo uomo che ha segnato una festa. Il tratto di un uomo di comunità, che da questo centro del salernitano è partito ed è stato compagno di tournè e di avventure è raccontato dalla voce di Isa Danieli, Peppe Barra, Teresa De Sio assieme a Marcello Colasurdo, Eugenio Bennato, Pietra Montecorvino e Cristina Donadio, tratteggiano la personalità umana ed artistica di Franco Tiano, che dal palco alla vita reale era vero, originale, sincero, non perdeva occasione per ricordare, raccontare la “sua Pagani”. Uomo che credeva nei rapporti, al giornalista Alfonso Tramontano Guerritore, che nel post visione del docu-film, racconta che Tiano gli disse che qualsiasi conflitto d’amore o d’amicizia, di odio o di bene si risolve danzando. Occhi negli occhi. Confronto fisico di movenze. Lo chiamavano “L’Africano”, per la carnagione olivastra, artista poliedrico, uomo mistico e pittoresco, persona influente della comunità paganese e più in generale della cultura popolare meridionale del secolo scorso, Franco Tiano ha lasciato un’impronta fortissima della sua figura sulla popolazione locale e su altri rappresentanti del panorama culturale partenopeo moderno, perfettamente descritta nel documentario che racconta la figura complessa ed articolata di Franco Tiano. Un excursus dagli anni settanta ai primi anni 2000, ricoprendo gli studi antropologici ed etnografi realizzati sul mondo delle tradizioni e culture popolari. Immagini di repertorio, tratteggiano il ricordo di Tiano. “Il sangue cammina, non è acqua. Le tradizioni, i patrimoni vanno trasmessi”, racconta una delle voci che tratteggia Tiano e la festa paganese, e non posso che condividere. Ognuno di noi ha bisogno di capire, di trovare le proprie origini e quando nasci nei fazzoletti di terra del Sud, che hanno bellezza, storia, tradizioni, non puoi fare altro che capirle dal di dentro, perché raccontano l’identità delle tue origini. I giovani hanno bisogno di testimoni e se uno di questi si chiama Franco Tiano, lì potranno attingere umanità, ironia, vero legame alle proprie origini, alla propria storia, che si vive e si trasmette anche grazie alle feste popolari, che vanno oltre i social, perché restano così vere anche attualizzandole ai moderni canali sociali, perché la festa “signora del Carmelo” ha tutti gli elementi di educativi . La conoscenza delle proprie radici culturali e del proprio territorio è fondamentale per il processo formativo, perché amplia le conoscenze e gli stimoli per confronti culturali e sociali oggi più che mai attuali. . I festeggiamenti in onore della Vergine del Carmelo è una delle più alte rappresentazioni della cultura popolare, la festa può essere vissuta e raccontata in molti elementi naturali e antropologici, che coinvolgono i cinque sensi, con sensazioni e stati d’animo in continuo mutamento. I profumi del cibo accompagnano per ore ed i più piccoli si affascinano ai nuovi sapori, che conserveranno il ricordo dell’associazione odori-sapori sino all’anno successivo. Un insieme di colori: dal rosso del pomodoro, al giallo dei tagliolini, passando per il verde dei carciofi, che i bambini mescolano ed associano alla festa. La tammurriata, ballo popolare paganese viene tramandato da generazioni, accompagnato dal suono della tammorra, delle nacchere, del patipù e del triccheballacche. Il ritmo musicale è importante nella crescita di un individuo. Con la danza si ha una cooperazione organizzata delle facoltà mentali, emotivi e corporee che si traduce in azioni, la cui esperienza è della massima importanza per lo sviluppo della coordinazione, dell’armonia e anche della personalità. Il canto popolare si sviluppa in una melodia inizialmente imparata: passando di bocca in bocca questa può cambiare, mutando parole e anche melodia. Avvicinare i più piccoli ed i ragazzi al linguaggio poetico popolare favorisce il confronto con il vissuto interiore e con le potenziali capacità fantastiche e creative che ogni persona possiede. Dal cibo alla musica, tutto è magia in onore della Vergine del Carmelo ed attrae i bambini che ne usciranno arricchiti ed entusiasti. Non resta che vivere questa festa con i più piccoli per rivivere insieme a loro la magia dell’incontro con il passato, che rivive nel presente ed è destinato al futuro donandogli un’aurea di gioiosa sacralità nel solco tracciato da Franco Tiano.

E sono certa che dopo la visione del docu-film in molti emozionati ed entusiasti vivranno e si avvicineranno alla festa con più affetto, mentre, più giovani dopo Giffoni Film Festival arriveranno a Pagani per viverla dal di dentro la festa per riscoprire il piacere di qualcosa che tramanda storia e veridicità.

Le radici non vanno perse, non perdiamole, nel frattempo non le hanno perse il giornalista, firma de “Il Mattino” Aldo Padovano, Luca Tiano, l’associazione “Ambress….Am..press” di Santino Desiderio che tra l’altro ha curato le musiche, da Brigida Civale e Gerardo Ferraioli. La regista Laura Mandolesi Ferrini, il fotografo Gaetano Del Mauro che insieme a Emiliano Checchero, helene Schelfout ed Eva Stanzione, firmano le riprese; il montaggio di Roberto Mencherini; il mixaggio audio di Alessandro D’Aniello; le musiche di Giuseppe Desiderio, Sharon Viola e Alessandro D’Aniello. Una squadra che ha dato vita alla memoria che appartiene a tutti noi.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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