Violenza sulle donne, numeri e storie di una piaga sociale

Il 25 novembre, si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. I numeri sono da piaga sociale: tre donne su dieci hanno subito vessazioni. E in troppe ancora non denunciano. Picchiate tra le mura domestiche, violentate per strada, vittime di cyber bullismo. Donne vittime di violenze fisiche e sessuali, persecuzione e stalking. Uccise dalla violenza dei loro compagni. Una giornata, quella del 25 novembre, destinata ad essere una data simbolo per far riflettere collettivamente sulla gravità di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi. La crescita del fenomeno è capillare in tutto lo stivale, senza distinzione tra Nord e Sud, con un’unica differenza che dal centro nord ci sono più organizzazioni di aiuto rispetto al sud, dove è ancora viva la cultura della riservatezza ad ammettere che si subisce violenza, per paura ma soprattutto per vergogna delle dicerie di paese. La pandemia non ha aiutato. Il coronavirus fuori e il proprio compagno violento dentro casa. Le restrizioni anti contagio imposte dal Governo non hanno aiutato tante donne che hanno dovuto affrontare una doppia paura e un doppio nemico. Secondo l’Istat le chiamate al numero antiviolenza 1522, durante il lockdown è stato intorno al 73%; ma il 72,8% non denuncia il reato subito. Sono invece 32 le vittime uccise da gennaio a giungo 2020. Il coronavirus non ferma la violenza sulle donne, ma cambia solo la narrazione. Raccontando di una realtà falsata: un crimine vero e proprio finisce sotto la dicitura “il dramma delle convivenza forzata”. La convivenza forzata con un uomo violento, ha peggiorato ulteriormente situazioni insostenibili, accelerando le aggressioni più frequentemente e talvolta con violenza, come avviene ad esempio durante le festività, i periodi estivi o durante i weekend. Un elemento resta costante: il tutto avviene per mano di uomini violenti.

Un fenomeno che sembra inarrestabile, eppure si può contare sul sistema legislativo che negli anni ne ha fatto una priorità, oggi, infatti, è in essere la legge n. 69/2019 ribattezzata “codice rosso”, che ha modificato il codice di procedura penale, con l’intento di favorire un percorso prioritario di trattazione di questi procedimenti a tutela delle vittime. La legge, obbliga la polizia giudiziaria a “riferire immediatamente al pubblico ministero anche in forma orale” – con l’intento di abbattere i tempi delle indagini, mentre il PM (Pubblico Ministero) dovrà trattare il caso assumendo “entro 3 giorni” informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti. Senza dubbio c’è molto da fare nella sua applicabilità soprattutto in termini di personale da impiegare, la carenza d’organico e la mole di lavoro degli uffici giudiziari si ripercuote anche in tematiche così delicate e complesse. Ma denunciare è importante, il primo passo – seppur difficile- verso un nuovo inizio. Eppure tante donne non lo fanno, quelle che invece lo fanno, spesso non sono costanti, ritirano poco dopo la loro denuncia, talvolta ritornano anche con l’uomo maltrattante, e spesso non per timore, ma per senso di amore – che di fatto è solo accudimento, sintomo di “crocerossina”.

In psicologia si parla ormai da anni di “ciclo della violenza” costituito da vere e proprie fasi che puntualmente si succedono in maniera ripetitiva. Sono state individuate da Walker e sono quattro, questo può aiutarci a capire e talvolta a comprendere perché spesso le donne ritirano la denuncia e con fatica l’opinione pubblica accetta e metabolizza questa scelta.

  • Fase dell’accumulo di tensione: vi è un graduale aumento della tensione caratterizzato da litigi frequenti e atteggiamenti violenti. Non vi è una durata stabilita, può perdurare anche per settimane. In questa fase possono presentarsi anche scenate di gelosia o grida.  La violenza e gli insulti agli occhi della vittima vengono percepiti sporadici, mentre l’aggressore vive sbalzi d’umore e si arrabbia per futili motivi. La vittima cerca di calmarlo e adotta comportamenti che possano non irritare il compagno. E’ proprio in questi momenti che la donna si colpevolizza.
  • Fase dell’aggressione: è una fase breve e sfocia nella violenza vera e propria. La vittima è anietata ed incredula, isolandosi da ciò che succede, infatti, molte donne prima di chiedere aiuto lascia passare molti giorni.
  • Fase del pentimento. In questa fase l’aggressore si presenta mite e pacato, pentito, servendosi di strategie: regali e promesse. La vittima si auto convince che non accadrà più, per questo motivo non chiede aiuto. E quelle che hanno denunciato, hanno iniziato a trovare equilibrio interiore e si convincono che quell’unione possa continuare.
  • Fase della riconciliazione. Maltrattante e maltrattato tornano a vivere insieme. L’apparente calma e il comportamento affettuoso dell’aggressore fanno credere alla vittima che sia cambiato davvero. Questa fase finisce quando dalla calma si passa nuovamente alle discussioni e vessazioni.

Per porre fine al ciclo della violenza, la vittima deve essere consapevole della sua situazione, senza motivazione e consapevolezza nessun aiuto sarà efficace.

“Qualsiasi momento del giorno o della notte è quello giusto per dire basta e porre fine a una fase della tua vita che vorresti non aver mai vissuto.”
Raunda de Penaflor

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Educare i bambini alle emozioni. Un cartone animato “Inside out” può aiutarci

Essere genitori, che fatica! Esserlo in questo periodo tanto incerto e complesso, che pone gli adulti ad una dura prova di vita, lo è ancora di più. Ma nel complesso mondo che viviamo ci sono anche loro, i bambini. La sfida è educare alle emozioni. Solo aiutando i più piccoli, li prepareremo a gestire correttamente la propria emotività, usufruendo di quel bagaglio interiore necessario per vivere meglio e per relazionarsi con gli altri in modo equilibrato e sereno. Spetta agli adulti: genitori, nonni, adulti di riferimento fornirgli la base per sottrarli all’analfabetismo emotivo che in molti casi diventa base di comportamenti dannosi. Educare alle emozioni dovrebbe essere un impegno che dovrebbe iniziare fin dai primi istanti di vita del neonato per proseguire e svilupparsi durante l’età evolutiva. Ma, spesso dimentichiamo che le emozioni che viviamo di riflesso le vivano anche i bambini, ci voleva una pandemia mondiale per farci riscoprire le emozioni e farci notare che queste le vivono anche i più piccoli. Non ci vogliono i super poteri, per educare serve soprattutto saper ascoltare, riuscire a percepire lo stato emotivo del bambino, entrare nel suo “caos” interiore e saper fare chiarezza con decisione e autorità, ma anche con dolcezza. Mostrare rabbia o stanchezza, o addirittura mostrarsi confusi aggrava ancor di più la confusione del bambino. Mostrasi tranquilli, significa mostrare al bambino che mamma e papà sanno capirlo e placarlo. Un modo per capire il mondo delle emozioni dei bambini è il cartone animato “Inside out”, talvolta si rivela più comprensibile agli adulti che ai bambini. Riley, la protagonista nella sua testa ha cinque emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Queste emozioni sono una sorta di gruppo di lavoro che prendono una serie di decisioni affinché la bambina sia in grado di affrontare le diverse sfide della vita. Niente di diverso da quello che ci accade continuamente, ecco perché “Inside out” potrebbe essere uno spunto per i grandi e un modo per divertirsi e capire insieme anche ai più piccoli. Cosa fa capire realmente il cartone?

Non è possibile far finta di provare emozioni nella presa di decisioni. Le emozioni sono alla base delle buone decisioni, una sorta di filtro che ci aiutano a scegliere le opportunità meno dannose. Infatti, le emozioni non devono tacere ma dobbiamo imparare ad ascoltarle, connettendoci con il nostro mondo emotivo, ascoltando anche la pancia, molte delle cose che si sentono partono da lì e poi investono cuore e testa. Chiedersi perché il proprio bambino si comporta in un certo modo, significa connettersi con la propria “parte bambina”.

I ricordi cambiano la loro traccia emotiva con il tempo. La memoria, come anche il cartone lo ricorda, è un processo sempre attivo ed in continua evoluzione. Quindi quello che si ricorda oggi non è uguale a quello che si ricorda domani. Le emozioni che proviamo cambiano il modo in cui guardiamo gli eventi che ci sono accaduti e quindi cambiano i nostri ricordi. Non è raro avere ricordi felici della propria infanzia, ma talvolta la mente ripensa ad episodi che generano nostalgia o tristezza, come anche episodi tristi per un bambino che da adulto ripensando al perché, prova allegria. Quello che accade è che ricordando non riusciamo a separarlo dalla persona che siamo oggi. Cambiamento che inevitabilmente trasforma i nostri ricordi.

Potenziare le emozioni positive perché sono in svantaggio. Il cartone mette in risalto le cinque principali emozioni ma vi sono anche quelle “secondarie”: disprezzo, frustrazione, eccitazione, imbarazzo e sorpresa. Istintivamente attiviamo quelle negative perché accadono frequentemente e sono in numero maggiore di quelle positive, perché siamo tarati per metterci al sicuro, ecco perché si attivano quelle negativi, per istinto anche di protezione dal pericolo, mentre i segnali positivi possono essere meno intensi.

Ad un certo punto del cartone si parla di “spazzatura mentale” notando come i ricordi sbiaditi vengono cancellati. Quindi è importante fare una check list delle emozioni: quello che ci piace, quello che ci fa stare bene, di ciò che abbiamo bisogno. Non lasciamole andare a causa delle routine frenetica. Infine, il cartone ci ricorda come tutte le emozioni son necessarie e non dobbiamo allontanarle o negarle: tutte hanno un messaggio da trasmetterci. Se impariamo ad accettare tutte le nostre emozioni, riconoscendole, sapremo rispondere meglio a quanto i più piccoli sentono, diventando maggiormente empatici e capiremo così le conseguenze delle nostre e delle loro azioni.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Diritti dei bambini. Giornata mondiale

🎯Giornata Mondiale dei diritti dei bambini

📌Se tutti i bambini del mondo hanno gli stessi diritti, qualsiasi sia il loro sesso, luogo di nascita, religione, lingua o condizione sociale, lo si deve alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child – CRC), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia con la legge n. 176/1991.

📍Quattro i principi ispiratori:
principi ispiratori:

✅ non discriminazione

✅superiore interesse del minore

✅diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo

✅ rispetto per l’opinione del minore.

⁉️Nessuno direbbe che alcuni bambini hanno meno diritti di altri. Eppure, ancora oggi, molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese, sono vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati o vivono in condizioni di grave trascuratezza e disagio. Alcuni soffrono ancora la fame, la privazione degli affetti dei genitori e non frequentano la scuola.

🎯  Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza. In tempo di covid 19 è bene ricordarsi dei tanti minori che vivono in contesti disfunzionali e abbandonati: dove mancano strumenti per la Dad e supporto adeguato. Dei tanti che oggi si sentono al sicuro a casa ma che domani vivranno la difficoltà del ritorno. Di quanti si ritroveranno a fare i conti con le disuguaglianze che lascerà questa pandemia.

📌 il monito dovrebbe essere lavorare oggi come adulti, operatori del sociale, istituzioni, per costruire un domani più sereno, perché è un Dovere dell’adulto e un Diritto del minore.

giornatamondialedeidirittiminori #minori #assistentesociale #nessunosisalvadasolo

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Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

La zona rossa. Il nuovo lockdown. Le notizie sempre più allarmanti.
L’essere umano che si trova a vivere un tempo ed uno spazio nuovo, da rivedere e da ridisegnare.

Ansia e paura, solitamente prevalgono.

🎯 Ma siamo in grado di capovolgere queste emozioni e di trarne vantaggio a nostro favore?

Sta a noi scegliere quale atteggiamento adottare in questo periodo: di paura, di apprendimento o di crescita. L’opzione dipende da quale lezione stiamo traendo da questa emergenza globalizzata non solo sanitaria.

🎯 Dove siamo ma soprattutto dove scegliamo di andare in questo periodo in cui siamo chiusi in casa?

🎯 Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

Una mappa molto utile per interpretare questo momento storico.

assistentesociale #riflettiamoinsieme #chivoglioessere #unasoluzioneatutto #nessunosisalvadasolo

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#pensateci

Parliamone.
Queste settimane di emergenza che stanno paralizzando il mondo che non riesce più a vivere nella sua corsa affannosa, assistiamo in ordine sparso:

-alla pubblicazione e divulgazione del video di un paziente probabilmente affetto da covid che è stato ritrovato morto nel bagno dell’ospedale Cardarelli di Napoli.
Premesso che ogni essere umano ed ogni morte va rispettata, per cui c’è sempre un limite da porre all’informazione soprattutto rispettando la morte ed i familiari di quell’essere umano che ha trovato la morte improvvisamente, senza poter chiedere aiuto all’interno di un bagno dell’ospedale.
Questo non è giornalismo, me ne dissocio.
Il rispetto prima di ogni cosa.
Davanti a notizie ed immagini del genere bisogna solo provare “vergogna” da parte di chi ci governa e sa le reali condizioni sanitarie al Sud ed in Campania.
Dolore e preghiera da parte dell’opinione pubblica anziché farlo rimbalzare da una chat all’altra o da una bacheca all’altra. Silenzio e non commenti del tipo aveva o non aveva altre patologie. Ditelo.
Non è un gioco al massacro questa, si chiama Vita, eppure in questo momento surreale e tragico dovremmo ricordarcene.

-un ragazzo di 26 anni perde la vita in Italia a causa del covid, un titolo specifica che aveva già pregresse patologie e così i commenti dicono “finalmente lo dite che aveva pregresse patologie”, come se avere altre patologie giustificasse che si possa morire. Così come quelli che giustificano la morte degli anziani “tanto era anziano”, ma perché scusatemi chi è anziano, chi ha altre patologie può o deve morire secondo voi?

-un governatore della regione posta un tweet dove dice che nella sua regione per covid muoiono gli anziani che non sono più produttivi al tessuto economico. Ecco un rappresentante istituzionale che con un post che suona tanto come pacca sulla spalla legittima la morte degli anziani per covid, tanto alla fine -suo messaggio sublime- che ce ne facciamo? Ma ci rendiamo conto che parliamo di esseri umani, di persone che hanno prodotto in questo Paese, di persone che sono patrimonio umano?

-l’Italia viene divisa in colori, i contributi arrivano solo per alcune regioni, chi è reduce dal primo lockdown aspetta ancora gli aiuti pregressi. Infondo basta pubblicare un decreto e dire “facciamo. Ci siamo”. Ma dove siete quando la gente non può mettere il piatto a tavola?

-gli ospedali sono in affanno eppure però c’è chi dice “ci atteniamo ai dati”. Ma perché ci vogliono i numeri anziché vedere barelle qua e là nei corridoi, gente che viene soccorsa in auto, gente che muore nell’attesa fila di accesso al Pronto Soccorso. Poi ci voleva il genio della lampada per prevederlo? Non si sapeva che sarebbero andati in affanno totale, specie dove la sanità è sempre stata commissariata o finanziata continuamente?

-ci siamo dimenticati che non ci si ammala solo di covid, ma anche di altro, che si possa aver bisogno di un ospedale per altre problematiche?

-vogliamo parlare del senso civico quasi inesistente? La gente viola la quarantena, chi è in isolamento ed asintomatico, si sente libero di poter uscire. Di gente che non indossa la mascherina o la porta come accessorio scalda collo. Di esercizi commerciali che ancora non fanno rispettare le regole perché uno è amico, perché non vogliono discussioni, perché dobbiamo campare anche noi.

Ci siamo riempiti la bocca e le bacheche che saremmo diventati persone diverse, migliori, che saremmo tornati ad una quotidianità cambiata con consapevolezza ed accortezza. Siete sicuri? No, perché io francamente mi sembra che siamo diventati peggio, del tipo: ognuno per sé e dio per tutti; del “io speriamo che me la cavi”; “morte tua vita mea”; del “tanto a me il virus non mi tocca”. Infondo ora la cosa più importante è se possiamo fare il cenone a Natale e Conte sta vagliando in che modo possiamo farlo per accontentare quelli che dobbiamo essere “sett ott e nuje”.
Alla fine di questa malvagia giostra fermiamoci a farci un esame di coscienza.

#pensateci

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Parole in circolo. Racconto di una quarantena, la mia

Diario post quarantena. Da ieri si è conclusa la mia quarantena fiduciaria, terminata non prima di ricevere l’esito del tampone che sanciva la mia negatività. Seppur ancora non sono uscita di casa: la propria tana è fonte di protezione, e fatico a non capire come non lo sia per molti. Tiro un sospiro di sollievo e mi lascio alle spalle il rigoroso isolamento. Distanti sotto lo stesso tetto. Ho vissuto nella mia stanza, non ho mangiato coi miei familiari, ho usato un altro bagno, li ho visti raramente in casa a distanza e con le mascherine. Una prova di vita. Questo virus già solo nelle sue esposizioni ti incute timore e ti pone di fronte a momenti di vita inimmaginabili. Appena ho saputo di essere entrata in contatto, come del resto altri miei colleghi, con una persona positiva mi sono auto isolata. Inizialmente è prevalso in me una sensazione di smarrimento.

Le informazioni si susseguivano, ognuno diceva qualcosa, è raro trovare indicazioni univoche, seppur da qualche ora in rete ho notato che qualche ASL pone degli schemi con indicazioni utili su come comportarsi dal momento che si è entrati a contatto con una persona positiva. Io mi sono affidata al mio medico di base, il dottor Enrico Cascone, che ringrazio pubblicamente, perché da subito mi ha indicato cosa fare, come pormi anche coi miei familiari e mi ha anche spiegato quanti giorni devono passare per fare un tampone in quanto il virus potrebbe essere in incubazione. Sapere cosa fare e come comportarmi, mi ha rasserenata.

Cosa fare? Porsi in quarantena e quindi in isolamento dalla società per almeno dieci giorni, al termine del quale sottoporsi ad un tampone che se risulterà negativo torneremo ad essere liberi. In famiglia è bene porsi a distanza, evitare contatti, in quanto i propri familiari possono continuare a condurre la loro vita, rapportandosi anche alla società, pertanto è bene non avere contatti con loro durante la quarantena e che loro non frequentino luoghi affollati ed evitino situazioni di possibili assembramenti. I propri familiari si sottopongono a tampone solo se il proprio tampone risulterà positivo.

È bene fare un chiarimento sulla definizione tra quarantena fiduciaria ed isolamento. Nel primo caso, si pongono lontano dalla società e con dovute precauzioni dai propri familiari coloro che sono venuti a contatto con un caso positivo accertato. In isolamento si pongono coloro che risultano positivi o avvertono i sintomi.

Quarantena ed isolamento hanno la medesima finalità quella di evitare che ci sia trasmissione del virus o presunto tale. La differenza sta che chi si pone in quarantena potrebbe sviluppare nell’arco dei giorni, ecco perché il tampone si può fare solo dal decimo giorno; chi è in isolamento è perché ha sviluppato i sintomi del covid o è risultato positivo al tampone, pur non avendo sintomi. Chi è in quarantena deve mantenere distanze dai propri familiari, usare la mascherina in casa, se ha possibilità come nel mio caso usare un altro bagno, mangiare in momenti diversi dagli altri membri.

È una prova dura. Sarei un’ipocrita a dire diversamente. Anzitutto, ho pensato a chi non ha la fortuna di avere una casa grande e di porsi in quarantena allontanandosi fisicamente in modo da tutelare gli altri familiari. Ma è importante provare ad organizzarsi: orari diversi per mangiare, usare la mascherina anche in casa e distanziamento, pensiamo che potremmo sviluppare la malattia e contagiarli.

Psicologicamente ho pensato a chi non ha la stessa forza. Parliamoci chiaro un’assistente sociale è temprato alle

emozioni e ai cambiamenti a cui adattarsi, per cui ti adatti per automatismo, ma il peso degli affetti ed il timore di essere un vettore e di poterli contagiare lo porti dentro con te. È paradossale pensare che li hai a pochi metri da te ma siete separati.

È naturale avere il dubbio che si possa sviluppare in te il virus, io ahimè non riesco a pensare di essere invincibile o un super eroe lontano dal virus. Il virus c’è, esiste, è vicino a noi, gomito a gomito. Sta a noi con i nostri comportamenti, le nostre precauzioni tenerlo alla larga.

Nella mia stanza in quarantena le giornate sono state scandite anche dalla fortuna di lavorare (fortuna che non tutti hanno) in Smart working. Questo permette anche di tenere a bada le emozioni e continuare ad avere un ritmo di vita, facendo ciò che da sempre è nel nostro quotidiano.

Ho pensato a chi in isolamento lo è non in via preventiva ma perché asintomatico o sintomatico, alla dura prova psicologica e fisica. A quanto questo virus sia subdolo e maligno. Pensate a quanto ci sta cambiando negli affetti, nel rapporto con gli altri. A quanto vertiginosamente sta cambiando la sanità, l’aspetto economico e sociale.

Eppure c’è chi ancora crede che non esiste, che è una montatura, chi in quarantena non riesce a starci. E non so fino a quando riusciremo un giorno, quando tutto questo sarà finito, ad essere persone migliori, se proprio ora non capiamo il pericolo e quanto ognuno di noi possa realmente fare.

Questa per me è stata una lezione di vita. L’assenza fa riflettere e fa pensare. Perché da paure e smarrimento iniziale ho provato a trarne vantaggio personale. Mi direte forse che esagerata “solo per una quarantena”. Senza dubbio c’è chi diversamente da me ha vissuto e vive peggio, ma esperienze come queste cambiano le persone.

Non sono mai stata scettica su questo virus, anzi, sono sempre stata molto attenta: non sono andata da mio nipote a Roma per via dei mezzi pubblici, paura anche solo di poter essere involontariamente un vettore, ho sempre detto fino alla noia in molti colloqui con utenti indisciplinati “signora si alzi la mascherina, signora la prego la maschierina”. Ho dovuto cacciare fuori un utente perché aveva violato la quarantena (e che agitazione in quel momento).

Da oggi però sarò più dura perché forse è proprio la rigidità che potrà portarci verso una strada migliore e francamente, attaccatemi pure, ci vuole da parte del governo decisioni incisive anche se queste toccano settori a rischio e già fragili. Il virus viaggia ad una velocità che neppure ci rendiamo conto e noi spesso siamo superficiali e irresponsabili. Questa estate ci siamo comportati come se fosse finita la guerra, mentre il virus indisturbato ringraziava nei nostri abbracci e baci, nelle nostre strette di mano e nelle nostre feste.

Io torno a vivere, diversamente, anche con empatia e affetti diversi, perché in questi momenti hai il tempo per riflettere e fare un viaggio interiore anche tra gli affetti e gli amici.

Torno alla normalità del momento consapevole che la forza a questo virus la diamo soprattutto noi, consapevole che ci sta cambiando le vite e le emozioni.

Consapevole che l’ho scampata. E ringrazio Dio.

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Il sì dell’Aifa alla pillola dei cinque giorni dopo alle minorenni

Non servirà più la ricetta medica per le minorenni che decideranno di fare ricorso alla cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo. Lo ha deciso l’Agenzia Italiana del Farmaco dopo l’approvazione dell’Agenzia Europea nel 2009. Ulipistral nota come pillola dei cinque giorni dopo, spiegano i medici, è un derivato del progesterone e serve a prevenire una gravidanza dopo un rapporto non protetto, bloccando l’ovulazione. Al momento dell’acquisto in farmacia, il farmaco sarà accompagnato da un foglio informativo al fine di promuovere una contraccezione efficace ed informata. Inoltre, per prevenire l’uso inappropriato della pillola, l’Aifa sta mettendo a punto la creazione di un sito internet con indicazioni approfondite sulla contraccezione ed  il suo uso. Infatti, la maggior parte delle gravidanze delle adolescenti non sono pianificate e molte decidono di optare per un aborto.  Secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco questa pillola fermerà gli aborti clandestini a cui spesso vengono sottoposte le adolescenti. Presto, come ha chiarito la stessa Aifa, non servirà la ricetta nemmeno per la pillola del giorno dopo, attualmente necessaria per le minorenni. Critiche dal Forum per le famiglie che la ritiene una scelta irresponsabile, per l’OMS un farmaco essenziale per le teenegers, che in questa svolta potranno trovare tutela per la loro salute fisica e psicologica. Va chiarito che si tratta di una contraccezione di emergenza che non può essere paragonato ad un farmaco da utilizzare regolarmente. In altri termini non è un’aspirina nelle mani delle adolescenti, che vanno comunque accompagnate a rapporti consenzienti e protetti, anche attraverso campagne di sensibilizzazione, superando il tabù del sesso che ancora molte famiglie vivono, mentre gli adolescenti si trovano a vivere le loro prime esperienze sessuali totalmente inesperti ed esponendosi anche ad eventuali rischi. L’evento di una nascita nelle adolescenti è spesso accompagnato da situazioni di rischio, connesse prevalentemente alla difficoltà della giovane madre di accedere ai servizi materno- infantili, ma  anche problematiche interpersonali e psicologiche. Infatti, mancano i servizi ed i supporti per una maternità responsabile anche per le minorenni che decidono di portare a termine la gravidanza. Teenegers lasciate sole senza alcun supporto psicologico, eppure la loro vita da bambine sta velocemente cambiando per lasciare posto alla responsabilità di un’altra vita umana: quella di un bambino. Molte di loro provengono da famiglie che ogni giorno incontrano difficoltà economiche, famiglie spesso alla soglia della povertà, dove accudire e soddisfare un neonato non è facile, gli aiuti sono del tutto inesistenti se non fosse per le organizzazioni del terzo settore, troppo poco nonostante gli sforzi. In queste famiglie cambia tutto nonostante la gioia di una nuova vita rischiano di diventare vulnerabili nella loro gestione oltre che psicologicamente. Con la conseguenza per le madri adolescenti di avere meno probabilità di portare a termine gli studi e trovare un posto di lavoro, rischiando più di altre di crescere i propri figli sole e in contesti disagiati. Molte di loro hanno difficoltà ad elaborare eventi drammatici della loro vita, traumi o maltrattamenti, avvertono un senso di trascuratezza in famiglia, talvolta con un vuoto affettivo. Bisogno che si risconta anche in famiglie socialmente più elevate. Così un figlio diventa un modo per dare un senso alla propria vita, trovare un significato, un ruolo, una fonte d’affetto, riversando le attenzioni mai ricevute. Si fa quasi fatica a chiamarle mamme. Hanno i lineamenti del viso ancora dolci e l’ingenuità dell’infanzia che sta lasciando il posto all’adolescenza, ma nel loro grembo c’è una vita che cresce. Il fenomeno in questo 2020 è in crescita, infatti, sono aumentate le baby gravidanze, registrando un boom durante il lockdown, specie al Nord, con un’età compresa tra i 13 ed i 15 anni. Secondo i dati, le baby mamme provengono da contesti disagiati e appartengono a famiglie in cui un figlio in adolescenza non è una novità. Baby mamme in un’Italia che ha visto aumentare il fenomeno negli ultimi anni: si parla di più di ventimila. Un esercito di mamme precoci lasciate spesso sole senza un accompagnamento alla genitorialità, oltre che un accompagnamento volto ad aumentare la loro capacità accuditiva. Certo non sarà una pillola a cambiare tutto questo, ma forse un primo passo, che andrà senza dubbio rafforzato dedicando tempo e spazio alla contraccezione, oltre a potenziare servizi materno-infantile non solo volti alla prevenzione ma anche all’accompagnamento delle tante adolescenti che si ritrovano a vivere una gravidanza precoce.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Gli effetti collaterali del Covid: un mucchio di notizie che incidono sulla psiche e sul sociale

Dagli altoparlanti dei centri commerciali, alle radio che in filo diffusione aggiornano e raccontano un mondo nelle mani di un virus che per quanto sconosciuto stronca vite e infonde terrore, ai telegiornali con titoli ad effetto, passando per i social network: sempre più cruciali durante l’attuale emergenza sanitaria globale. Le reti sociali, per altro, sono divenute uno dei canali di informazione più utilizzati che se da un lato permettono di raggiungere le comunità più isolate, dall’altro è un susseguirsi di flash news e di bollettini che hanno trasformato uno dei social più noti per tenersi in contatto in un social news dove si susseguono fake news e procurato allarmismo. Un mucchio di notizie che bombardano la nostre mente costantemente: un giro in un centro commerciale è accompagnato regolarmente da informazioni e dati sul coronavirus; un appuntamento dall’estetista si trasforma in un sottofondo radio che alterna qualche canzone a commenti in studio e dati sul coronavirus. Un giro virtuale sui social si trasforma in angoscia e preoccupazione. Che l’informazione sia giusta e sacrosanta, arrivando a tutti è fuori discussione, ma ciò che si contesta è forse il continuo bombardamento di notizie, a volte affidato anche ai social e a persone che di giornalismo e talvolta di medicina non se ne intendono. Il covid esiste, anche se c’è chi vuole negarlo, chi propone teorie complottiste, proteggersi è un atto di civiltà verso se stessi e verso gli altri. Il  covid è una guerra il cui nemico è armato ma chi vuole difendersi non sa come farlo. L’informazione è giusta nella misura in cui racconta gli eventi che accadono, è giusta quando scuote la società, ma ad oggi rischia di diventare un effetto collaterale. Non lo avremmo mai immaginato, solitamente ci si sofferma sul fatto grosso: in questo caso il covid, ma gli effetti collaterali si compiono accanto, sono un mondo nel mondo. L’allarmismo da coronavirus rischia di isolarci. Che il coronavirus avesse rilevanti implicazioni psicologiche e sociali era risaputo, ma uno dei principali pericoli è in senso di minaccia generalizzato che rischia di distruggere o indebolire i legami comunitari, facendoci sentire isolati e pronti a tutelare solo il nostro interesse personale a discapito degli altri. Un continuo di notizie allarmanti e divisive che non fanno altro che farci sentire sempre più distanti dall’altro, che spingono a trovare un colpevole di turno per poterci proteggere da un evento i cui confini non sono per niente delineati e che la stessa mente umana non sa definire. La mente non è pronta alle emergenze seppur prova ad adattarsi e cerca anche di chiedere aiuto all’esterno con momenti di svago, il problema è la pluralità di messaggi poco coerenti che unita alle informazioni enfatizzate e talvolta manipolate dai social aggiungono incertezza e provocano ansia, paura, terrore,  generando una grande confusione. L’essere umano si sente così spaesato, non riesce a dare senso a ciò che sta vivendo, cercando a tutti i costi un capro espiatorio. E più siamo incerti, frammentati, contrapposti meno saremo equipaggiati ad affrontare un’emergenza come il virus. Dall’epidemiologo che rilascia un’intervista, all’amico che invia il link che viene condiviso, tutti, nessuno escluso abbiamo la responsabilità di tutto ciò che comunichiamo: dobbiamo essere sicuri che le informazioni che diamo siano interpretate correttamente dal destinatario, che siano in grado di essere rapportate alla sua esperienza e al suo contesto. E questo da settimane non sta accadendo. Informazioni sbagliate possono farci vedere il pericolo in maniera diversa: se c’è da una parte chi esce di casa senza mascherina, dall’altra c’è chi se ne va beatamente alle feste e non indossa la mascherina, convinto che a lui possa non accadere nulla. Un fenomeno che gli addetti ai lavori definiscono “percezione di immunità oggettiva”.  Di base manca una corretta informazione d’emergenza, prima di catastrofi, terremoti o virus, bisognerebbe parlare e sensibilizzare l’opinione pubblica al rischio. Una buona comunicazione in ogni sua forma può contribuire a salvare vite umane. Essere preparati significa conoscere eventuali rischi derivanti da un fenomeno d’emergenza e come fronteggiarlo. Per quanto riguarda il Covid ad oggi i messaggi veicolati sono stati più o meno incoerenti, ecco perché oggi c’è chi ha tanta paura e chi in vece non riesce a comprendere l’allarmismo che lo circonda.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Condomini contro le case rifugio per donne vittime di violenza. Siamo davvero dediti al sociale?

Il claim risuona forte e spregiante: “via da qui, ci deprezzate le case”. I residenti di case di pregio della Roma Nord hanno manifestato tutto il loro dissenso per una casa rifugio per donne umiliate e vittime di soprusi della violenza maschile, che dovrebbe sorgere vicino alle loro case. Stando a quanto riporta nel suo virgolettato “Repubblica”, i residenti hanno affermato “noi in quel palazzo non le vogliamo: ci deprezzano il valore del bene, non sia mai che un giorno i nostri figli dovessero trovarsi in classe con i bambini di quelle donne, ci sono pure molti studi di professionisti in zona, ne risentirebbero anche loro”. Nulla è ancora deciso. Ma il putiferio è scaturito durante un sopralluogo della presidente di “Telefono Rosa” in uno degli immobili messo a bando dal comune di Roma per scopi sociali. E non è la prima volta. Un episodio analogo solo pochi giorni fa ai Parioli – zona di Roma- in una casa rifugio aperta in un appartamento-bene confiscato alle mafie. Episodi non isolati, già durante il lockdown un servizio del tg1 accendeva i riflettori sui condomini che rifiutavano le case rifugio per donne vittime di violenza. Storie di ingiustizia sociale che aggiunge violenza alla violenza, quella fisica e psicologica subita da donne e bambini tra le mura domestiche ora sotto protezione, si somma quella morale, donne disprezzate e umiliate da alcuni residenti che non le vogliono nel loro condominio. Fatti che offendono le donne a cui non viene riconosciuto il sopruso e la sofferenza, mortificandole ancora una volta senza ritegno e rispetto, ma si insulta anche il duro lavoro degli operatori e delle associazioni che con molta fatica ed energia lavorano ogni giorno per tutelare donne e bambini vittime di violenza, cercando di garantire loro un’alternativa alla loro difficile e segnata vita. La violenza sulle donne e di riflesso quella che subiscono i minori perché ne assistono o subiscono in prima persona, in Italia  i numeri sono spaventosi, a questi si aggiungono le donne del femminicidio. Il lockdown poi ha acuito molte forme di violenza domestica. Sono molte le donne che denunciano e lì dove non è possibile trovare una rete familiare dedita all’accoglienza per lei e per i suoi figli si attiva dopo la denuncia per maltrattamenti familiari il ricovero in case-rifugio, luoghi dediti all’accoglienza e che garantiscono un tetto ed una quotidianità alle vittime e ai loro bambini, un ricovero che può durare anche dei mesi; basato su un progetto che individua assistenza legale, psicologica e anche un percorso di reinserimento sociale. Secondo il dato raccolto da ActionAid il numero di donne che decidono di denunciare una violenza è in costante crescita. Un atto di coraggio, per decenni impensabile per tantissime donne, che probabilmente meriterebbero più rispetto e considerazione. Negatogli dall’uomo che avrebbe dovuto amarle, rispettarle e proteggerle, ma negatogli anche dalla società civile, che da sempre si è detta dalla parte delle donne, che si è detta società civile e sociale, ma che mostra tutt’altro che civiltà. Sembra un passo retrogrado. Queste donne per una parte di questi condomini sembra siano un ingombro, un disagio per chi non è disposto all’accoglienza, un comprensorio dedito al benestare che sbarra la porta alle donne che si vedono il rifiuto ad essere accolte in una nuova casa e in una nuova dimensione di vita. E’ una questione culturale e ancor di più di mentalità: queste donne per loro non fanno parte del loro mondo. Ma è un dispiacere enorme sentire alle soglie del 2021 queste offese in una società che si è detta aperta, in cui l’integrazione sembrava realtà. Ma troppi dubbi e troppe ingiustizie regnano per chi dalla vita ne ha subite già molte. Sono donne e bambini- spesso neonati o piccoli di pochi anni, che colpa ne hanno? Quale potrà esse il suo futuro? Nessuna colpa, se non quella dell’ignoranza e di una società che di civile e altruistico non ha dimostrato ancora nulla.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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SOS potenziate i Dipartimenti di Salute Mentale

Ansia, depressione, disturbi di personalità, disturbi di schizofrenia, ma anche disturbi affettivi, nevrotici e depressivi, si diffondono sempre più nella società moderna, eredità psicologica dei tempi moderni, acuite anche dal Covid-19. La pandemia ed il lockdown hanno segnato ancor di più malesseri latenti o evidenti, che inevitabilmente hanno risentito del delicato momento agendo sulla fragilità psichica di molti, rilanciando anche il bisogno di politiche nazionali di salute mentale. Sulle quali regna, invece un grande silenzio e anche una frammentarietà degli interventi di rete. Cresce il numero di pazienti e potenziali pazienti da prendere in carico da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale dislocati su tutto il territorio nazionale. Aumentano le diagnosi e i problemi, curare quelli che già esistono, psichiatri e medici si trovano da soli. E parliamo di uomini e donne malate sul serio: tendenze suicide, manie, sindromi gravi. Come si fa a dare tempo a chi soffre? Gli investimenti sono fermi al palo, i malati aumento: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2050 la depressione sarà al primo posto fra le malattie più diffuse. Già oggi ne sarebbero avvolti 350 milioni di cittadini. E oltre alle diagnosi crescono anche le concrete richieste d’aiuto. Il sanitario spesso incontra il sociale, non da poco tempo i tribunali per i minorenni che aprono e curano nel tempo con gli assistenti sociali del territorio referenti del caso situazioni nate all’interno dei nuclei familiari, richiedono una valutazione psico diagnostica per i componenti adulti, fine ad accertare eventuali patologie e a valutare la presa in carico anche sotto l’aspetto sanitario. Il tutto al fine di creare una rete tra sociale e sanitario. Crescono anche le richiede d’aiuto dal carcere, dove vi sono pazienti da curare. Ma la carenza di finanziamenti e di professionisti all’interno dei DSM nazionali, rischiano di sfilacciare sempre più queste reti, con utenti che rischiano di acuire le loro paure verso il mondo e gli altri, quando un percorso multidisciplinare potrebbe aiutare a stare al mondo. Eppure chiudere i manicomi, realizzare una rete di servizi pubblici ispirati alla psichiatria di comunità, integrati nel sistema del Servizio Sanitario Nazionale è stato il principio ispiratore della battaglia di civiltà condotta da Franco Basaglia, che portò alla nascita della legge 180/78, non è stato facile e non si tratta di un percorso compiuto. Sono ancora troppe le disparità territoriali, poco il personale multidisciplinare che dovrebbe operare all’interno dei DSM: psichiatri, psicologici, assistenti sociali ed infermieri, che spesso lavorano in trincea e al collasso, con pazienti che restano in attesa di una valutazione o di un trattamento terapeutico. Interventi efficaci sarebbero: diagnosi precoce, trattamento, inserimento sociale. La psichiatria è fatta anzitutto di risorse umane. Se il numero non è adeguato è destinata a rimanere monca. Qualunque persona può attraversare stati di benessere, stati di disagio o di disturbo. Questo dipende dalle difficoltà, dai conflitti, dalle frustrazioni cui un essere umano può andare incontro nel corso della propria vita. Ma un percorso multidisciplinare ed eventualmente con compensazione  farmacologica può stabilizzare e in alcuni casi – dipende dalla patologia diagnosticata dagli psichiatri- una persona può superare lo stato di disagio e ritornare a vivere uno stato di equilibrio. Bisogna partire dalla consapevolezza che non c’è salute senza salute mentale. Se la mente sta bene, il corpo sta bene. “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di inferminità” per citare le parole dell’OMS sul quale si base il Piano di azione per la salute mentale 2013-2020, peccato che sia un obiettivo ancora non raggiunto e dimenticato da molti. SOS potenziate i DSM perché nessuno si salva da solo ed  è un diritto poter essere supportati.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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