La malattia diventa un post su Facebook. Un malore è ancora una questione privata?

untitledUno scatto che ritrae uno degli amici che è nella nostra lista di seguaci nei nostri social in un letto d’ospedale o poco prima di entrare in sala operatoria. L’impatto visivo ed umano è forte, scorrendo i commenti possiamo leggere preghiere, incoraggiamenti, preoccupazione, che alimenta altra preoccupazione. Nell’era 3.0 e dei social network che ormai a gamba tesa sono entrati nella nostra vita, governandola e gestendola, la malattia è sempre più social. Scorrendo le bacheche di Facebook e Instagram, ci si imbatte in foto di amici-non solo del mondo dello spettacolo- con capelli rasati dopo la chemioterapia, di amici in trattamento chemioterapico, di amici che postano preghiere e foto religiose accompagnandole con frasi che lasciano intendere un momento di vita difficile, nell’attesa che qualcuno chieda, quasi come se l’invadenza sia ben accetta, lasciando da parte la discrezione e il pudore che solitamente accompagnano questi momenti. Ammettiamolo fa sempre effetto l’esibizione della fragilità. Avvicina, turba, spaventa. Risvegliando anche tanti interrogativi. E’ giusto condividere il dolore? Spettacolarizzare la malattia? Perché lo si fa? Sono domande che mi sono posta guardando le foto ed i post di amici che stanno combattendo la loro battaglia più importante nella vita. Non hanno bisogno di pudore, intimità, privacy del dolore? Ma in un momento della vita si cade e così si ha bisogno di ascolto e di empatia. Di qualcuno che si prenda una parte del carico che gli si è piombato addosso e tiri fuori dalla buca in cui si è franati un giorno qualunque, scoprendo una cosa che non sapevi di avere-il valore sballato di un esame di routine, il cuore meno forte di quello che pensavi, un nodulo sotto al seno. Ci sentiamo tutti forti e immortali, certi di superare ogni cosa, di schivare le buche ed i pericoli. Poi in un momento si cade. Nulla è più come prima. Non bastano la volontà, la fede, l’impegno, l’appoggio di chi ami, il sorriso e la spontaneità con la quale sei abituato a vivere. Vorresti solo riprendere la tua vita dall’esatto momento in cui qualcosa si è spezzato nel corpo e nel cuore, nella balorda convinzione che a te certe cose non capitino, che tu sei diverso. E se il dolore colpisce sul personale, c’è chi sente un disperato bisogno di urlarlo e di condividerlo a suon di post sui social, che fanno scatenare commenti e like spinti dalla compassione che forse serve all’amico malato, ma non cambia la condizione. E’ diventato difficile anche soffrire, figuriamoci soffrire del dolore di qualcun altro, o esserne minimamente toccati. Le disgrazie ed i drammi altrui sono diventati quotidianità attraverso i mezzi di comunicazione, che siamo assuefatti all’istanza “quando può andare male, andrà peggio”, da digerire senza problemi le notizie più brutte. La condivisione del dolore, nostro e altrui, va a toccare corde che in questa epoca digitale sono particolarmente scoperti e sensibili: la dignità. La smania di voler essere protagonisti in tutto e di pubblicare i momenti più dolorosi, scegliendo di condividerli con tutti non è un cercare comprensione, ma volere approvazione. La volontà di essere ricordati in salute e felici e non malati e sofferenti, viene accantonata dalla smania di condividere. Una condivisione che si ferma allo schermo di un dispositivo digitale, che non è capace di arrivare dritto agli utenti e vive una vita breve, alimentata inizialmente da molti like, con qualche cuoricino e poi cade nell’oblio. Facciamo fatica, ormai, a tenere le cose per noi, e allo stesso tempo non sappiamo come condividerle con gli altri se non attraverso il mondo virtuale. Si avverte un disperato bisogno di esternare il dolore, e chi se lo tiene per sé tende ad essere discriminato: chi non condivide i suoi dolori sul web è ormai considerato un apolide digitale. Il dolore, sacralizzato da rituali religiosi vecchi migliaia di anni, è qualcosa di arcano e profondo, che scava dentro fino alla parte più sensibile e nascosta del nostro essere. I social network sono un tipo di narrazione che parte dal proprio io e si rivolge agli altri espandendosi a macchia d’olio lungo un orizzonte piatto e democratico. Secondo alcuni, proprio perché profondo e personale, il dolore, quando tocca certi livelli, non può trovare consolazione nella platea globalizzata della rete, ma in una spalla a cui appoggiarsi, che sia quella di un amico o del partner, qualcuno che ha di noi una conoscenza tanto profonda quanto la soglia raggiunta dalla tragedia. Per altri la condivisione del dolore significa dare ad esso un senso e Internet è indubbiamente il mezzo più rapido ed efficace per condividere qualsiasi cosa. Chi ha ragione? Forse non vale la pena chiederselo, ma la sensazione è che quel senso sottile e rassicurante di “privato”, di esclusivo, quella necessità di tenere dentro di sé il dolore e condividerlo solo con pochi intimi sta svanendo. La compassione, come l’indignazione, è un sentimento oramai volatile e le conseguenze di questo “smorfinamento emozionale le vedremo nella loro interezza solo tra qualche decennio.

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Ferite a morte. Pene dimezzate per gli orchi del femminicidio, una sconfitta per la società civile

untitledUno aveva agito in preda ad una “tempesta emotiva”, l’altro perché lei lo aveva “illuso”. Sentenze che pongono al centro il comportamento della vittima ed i sentimenti – sentenza dei “risentimenti” di un uomo che colpisce a morte la propria compagna di vita- pare proprio che abbia un peso nelle aule di tribunale. Una relazione altalenante e burrascosa o un’infanzia anaffettiva possono costituire attenuanti e alleggerire la condanna per un reato tanto agghiacciate e che non può trovare scusanti. Per entrambi gli autori di femminicidi, le pene per aver ucciso le moglie e le compagne hanno avuto una forte riduzione: da 30 a 16 anni di reclusione. Immediata l’indignazione. In un caso, il 57 enne emiliano, aveva confessato di aver strangolato a mani nude la compagna perché non accettava l’idea che lo lasciasse. Condannato a trent’anni in primo grado, la Corte d’Appello di Bologna ha dimezzato la pena a sedici anni, richiamando la perizia secondo cui l’uomo era in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, testimoniata dal tentativo di suicidio. Dieci giorno dopo la sentenza emiliana, la stessa pena viene inflitta al 52 enne ecuadoriano che nell’aprile del 2018 a Genova uccise accoltellando la moglie dopo aver scoperto che lei non aveva lasciato l’amante, come invece gli aveva promesso. Nel suo caso il rito abbreviato gli ha concesso una condanna a sedici anni. Il giudice nella sentenza ha scritto che l’uomo era stato mosso da un “misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento” e avrebbe agito – sempre stando a quanto scrive il giudice – “sotto una spinta di uno stato d’animo intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. Le sentenze vanno rispettate, ma anche le vittime e le famiglie che restano a piangere dovrebbero esserlo: considerare ogni caso singolarmente e concedere riti speciali sono quando ritenuto opportuno potrebbe essere un primo passo. Quando i giudici scrivano che lo stato d’animo dell’ecuadoriano “non è umanamente del tutto comprensibile” sembra proprio che affermino che è umanamente comprensibile, lasciando trasparire tra le righe una sentenza di condanna all’atteggiamento fedifrago e contraddittorio della moglie. Lei gli ha solo promesso qualcosa che non ha mantenuto: fedeltà continua. Non è la prima e non sarà l’ultima donna a tradire il proprio compagno di vita, bisogna solo capire se questo debba essere considerato come un’aggravante o un’attenuante, quando dall’infedeltà si passa all’omicidio. Ma non sarà il primo né l’ultimo uomo al mondo ad aver avuto un’infanzia infelice e ad essere preda a “soverchiante tempesta emotiva e passionale” come nel caso del 57 enne emiliano. Nei cosiddetti delitti passionali e in tutti i femminicidi compiuti da uomini che non accettano di essere lasciati, ci sarà una componente emotiva. Una donna che decide di lavorare, una ragazza che decide di lasciare il proprio fidanzato, ogni donna che sceglierà provocherà una reazione emotiva, che non possono in alcun modo diventare attenuanti, non solo in fase processuale, ma ancor di più nella nostra cultura. La percezione che nasce da queste sentenze è che ci sia un ritorno al “delitto d’onore” che in passato era previsto nei casi di omicidio commesso da un uomo o da una donna nei confronti di un parente per “difendere l’onore suo e della sua famiglia” in caso di tradimento. Le analogie con il caso di Genova riguardano il legame di parentela tra omicida e vittima, e il più mite trattamento sanzionatorio, che nel caso del delitto d’onore prevedeva fino a un massimo di sette anni di carcere. Rievocarlo è suggestivo, ma le similitudini si possono constatare. Intanto, ci si chiede a che punto sia l’iter di approvazione del “codice rosa” che prevede una corsia preferenziale per le donne che denunciano abusi e violenze. Il testo sarebbe “un punto di svolta importante” –ha affermato il titolare della giustizia Alfonso Bonafede. Nel presente però queste sentenze hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e stiamo correndo un duplice rischio: che la pena risenta della sensibilità dei giudici e che qualcuno inizi o ricominci a considerare il comportamento di una donna come la causa di una reazione violenta, di un atteggiamento prevaricatore, di un omicidio. E questo non possiamo permetterlo. Un paese democratico, un paese che tutela i diritti, che tutela le donne, che scende in piazza tra scarpe rosse e fiaccolate, non può permetterlo.

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Gender Pay Gap: una donna italiana che lavora è pagata meno di un uomo. Perché?

untitled 2Mimose e cioccolatini hanno celebrato anche quest’anno la donna, quasi una contraddizione in un panorama di incertezze e violenze che da tempo accompagnano le donne, ma i giorni che celebrano le ricorrenze diventano anche momenti di riflessione, una su tutte le donne nel panorama lavorativo. Mind the gap: attenzione non tanto al vuoto tra il treno e la banchina, come annunciano gli avvisi all’interno delle stazioni, ma tra la propria scrivania e quella del collega. Il gap in questione, quando si parla di occupazione femminile, è il divario retributivo a seconda del sesso di appartenenza, ribattezzato “gender pay gap” ed è un fenomeno molto diffuso, più di quanto si possa pensare. In altre parole significa che due persone, a parità di inquadramento e funzione lavorativa, hanno retribuzioni diverse in base al sesso: solo perché una è uomo e l’altra donna. Una discriminazione che pesa sulla busta paga ed espressamente vietata per legge: la parità di retribuzione a parità di lavoro è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ma di fatto realmente esistente. Infatti, il numero che produce il gender pay gap, viene monitorato dall’Eurostat costantemente. Dapprima con un’analisi statistica, calcolando la retribuzione oraria lorda media delle donne confrontandola con quella degli uomini, a parità di mansione. Il risultato in percentuale, detta gender pay gap medio, dice che in Europa le donne guadagnano in media il 16.3% in meno all’ora rispetto ai loro colleghi uomini. Ma non finisce qui: se si analizza il gender pay gap a livello salariale annuo si calcola il cosiddetto divario retributivo complessivo tra uomini e donne. Non si tiene conto solo della paga oraria ma si deve tener conto anche dell’effettivo numero di ore lavorate, dei permessi richiesti e di eventuali part-time ed in questo caso il divario tra uomini e donne cresce fino al 39% in Europa. Guardando a casa nostra, il pay gap medio, si attesta al 5.5%, mentre quello complessivo arriva al 43.7%, superando di gran lunga la media europea. Siamo l’unico paese d’Europa dove la differenza è marcata. Il motivo è presto spiegato: nel settore pubblico il 56.2% della forza lavoro è femminile e nei contratti di pubblico impiego c’è sostanziale parità di retribuzione su base oraria ma le cose cambiano radicalmente quando parliamo di opportunità di carriera, e quindi di stipendio: cambiano nel settore privato come in quello pubblico. Secondo i dati Istat: esclusa la scuola, dove il 66% dei casi le donne hanno ruoli di vertici, negli altri campi, come ad esempio in polizia, le donne al comando sono solo il 13%, in ambito universitario il 22%. Ma la vera impennata del gender pay gap complessivo, così sfavorevole per le donne, è dato dal settore privato, dove le donne prendono in busta paga il 29% in meno dei loro colleghi uomini di parigrado. Rabbia ma realtà, anche perché il tutto avviene nell’assoluta legalità. Se nel settore pubblico si accede mediante concorso pubblico e non è consentito al datore di lavoro di applicare una politica retributiva “intuitu personae” come accade nel privato, dove due pari grado in una stessa azienda avranno stipendi diversi tra loro, nel rispetto comunque della legge. Una discriminazione illegale ma nei fatti lecita, difficile da denunciare, inutile appellarsi alla “discrezionalità” del datore di lavoro, reclamare compensi pari al collega, salvo in alcuni casi eclatanti, è davvero complesso. Chiunque lavori nel settore privato sa bene di cosa stiamo parlando. Possibile che nel cuore del 2019 non si possa ancora colmare questo gap? Qualcuno in Europa ha affrontato il problema: l’Islanda che ha varato lo scorso anno una normativa valida per ogni azienda pubblica o privata con più di venticinque dipendenti che prevede sanzioni per i datori di lavoro che non dimostrino l’assenza di discriminazioni salariali. Obiettivo che l’Islanda si è posta è quello di eliminare il gender pay gap entro tre anni. Sulla stessa linea anche il Portogallo, che sembra aver intrapreso la stessa strada. In Italia il dibattito sembra solo alle fasi iniziali ma la speranza è che l’attenzione sul tema resti alto e che ognuno faccia la propria parte per rendere questo Paese all’altezza delle donne partendo dal lavoro, chiave principale dell’indipendenza umana e femminile.

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Bambini adottati: la scuola è ancora indietro?

untitledLa tutina indossata nel viaggio di ingresso in Italia, il peluche da sempre amico, un pupazzo regalato prima di andare via dai compagni dell’orfanotrofio: un “tappeto di tesori”. Oggetti ma soprattutto ricordi, tassello della loro identità, che portano con sé e che conservano gelosamente per la vita, i figli di genitori che hanno deciso di aprire il loro cuore all’adozione. Oggetti che parlano, raccontando tasselli della loro esistenza. Ma ci sono modi e tempi per raccontare la propria storia d’adozione. Bambini che nascono dal cuore delle coppie, piccoli che hanno il diritto di sapere e di ricordare chi erano prima dell’ingresso nella nuova famiglia. I bambini devono sapere di essere adottati: l’adozione và raccontata ai piccoli e loro hanno il diritto di condividerla nei modi e nei tempi voluti con i loro coetanei. Un percorso di racconti e di sentimenti di vita che li aiuta nel percorso di consapevolezza e costruzione dell’identità, in modo che, in seconda elementare, sappiano affrontare la storia personale come richiesto dal programma scolastico. E al tempo stesso aiuta gli insegnanti a creare un ambiente favorevole. L’ingresso dei bambini adottati a scuola è un tema delicato e difficile e spesso la scuola è impreparata. Basta poco per risvegliare un ricordo traumatico: la maestra che chiede di portare le foto della mamma incinta o che chieda di farsi raccontare i primi giorni di vita, secondo i racconti della mamma. A volte, è questione di sensibilità. I bambini adottati hanno bisogno di mantenere ritualità rassicurative: stesso posto in classe, in fila, possibilmente vicino all’insegnante. Bisogna prestare attenzione agli spostamenti tra gli spazi classe e corridoio. Riducendo quanto più possibile l’imprevedibile e il frammentario nella vita quotidiana. Un suggerimento prezioso per le scuole in tema di adozione arriva da “le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati” emanate dal Ministero dell’Istruzione agli inizi del 2015 e inglobate nella legge sulla buona scuola. Anche perché l’Italia è il primo paese in Europa per numero di minori adottati, seconda la Spagna. Quando entrano nelle famiglie italiane, i piccoli hanno in media sei anni. Ma sono pronti per andare a scuola? Non sempre. Evitando le dovute generalizzazioni. Le difficoltà iniziali sono principalmente di apprendimento e di comportamento. Nel primo caso le esperienze traumatiche vissute interferiscono con la motivazione, con l’attenzione, con la capacità di dare un significato alle emozioni e di elaborare le nuove informazioni. Quanto al comportamento, i bambini che hanno vissuto un abbandono fanno difficoltà a prevedere cosa succede e anche un minimo cambiamento li mette in agitazione. Sono sensibili, tendono a lasciarsi andare al pianto e si distraggono facilmente. Soffrono ai cambiamenti e ancor di più ai passaggi, come quelli del ciclo scolastico, in quanto devono fare i conti con un nuovo ambiente, un nuovo contesto, nuove figure di riferimento. Le linee di indirizzo delineate dal ministero, rispondono a problemi pratici, come la possibilità di iscrizione del bambino in ogni momento, o di ingresso con un anno di ritardo rispetto a quello anagrafico, se necessario; inoltre, viene suggerito un tempo di inserimento: almeno dodici settimane dall’arrivo in famiglia. Il ministero propone anche la nomina di un referente, che faccia da ponte con la famiglia. Il problema è che in molti istituti non c’è. Molte scuole non ne hanno nemmeno mai sentito parlare. E si rischia di incorrere in frasi pronunciate dagli insegnanti che feriscono gli studenti. Docenti che chiedono di portare l’ecografia della mamma, o di scrivere una lettera alla propria mamma biologica, ma anche l’insegnante di lingua che rimprovera il ragazzo per il suo accento, seppur italiano e figlio di una coppia italiana. Ma la storia adottiva resta per sempre e la scuola ha ancora tanto da fare.

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Autostima, chiamata d’ordine per le famiglie

untitled 2Cuore e cervello per antipasto, una buona dose di energia e umorismo, pasta di parole e confronto, e per dessert – lo strappo alla regola- panna e cioccolata, viva la domenica e viva il pranzo in famiglia. E’ il pasto perfetto per un bambino affaticato, annoiato e giù di corde, che per un’intera settimana si divide tra scuola, compiti, passioni, genitori in perenne corsa. Un modo per raccontare qualcosa di sé e anche della settimana trascorsa, perché condividere è la parola d’ordine. Il “menù a tema” è uno dei giochi che unisce la famiglia e la riporta al dialogo e alla condivisione. Perché la famiglia è sinonimo di comunità e come tale è giusto che funzioni. Un pranzo perfetto per una famiglia felice che non è da intendere quella degli spot, ma quella reale con le contraddizioni, i litigi, il tempo che scorre troppo velocemente, ma anche quella che conosce i propri punti di forza e di debolezza, dove ognuno contribuisce a un progetto condiviso. L’idea di base è che per far funzionare, il delicato e difficile ingranaggio familiare, serva sviluppare l’autostima dei singoli. Se ognuno sta bene, l’intero nucleo sta bene e l’autostima familiare ci guadagna. Sdoganate e superate l’idea che le famiglie felici sono tutte uguali. Anche perché c’è da chiedersi: cos’è per noi e per la nostra famiglia la felicità? Per niente uguali le famiglie felici. Ciascuna deve fare i conti con il valore che dà a sé. E lavorarci con impegno ed interesse. Con giochi che uniscono e momenti di condivisione, ma fondamentalmente con tanto tempo e con programmi familiari comuni. Gli elementi da considerare, per un controllo della propria vita, secondo anche molti esperti sono sei: la qualità delle relazioni con amici e colleghi, gli affetti, la capacità di gestire le emozioni, la consapevolezza del corpo, la scuola e il lavoro, l’ambiente. E’ un puzzle di vita che merita attenzione. Le gare e i giochi familiari, devono esser visti in positivo, per una competizione sana e non esagerata. Non deve interessare l’esito della performance ma lo spirito di gruppo. La famiglia è la ricarica quando il morale è a terra. La famiglia, sceneggiatura perfetta ed imperfetta di molti registi e scrittori che nonostante tutto continuano a raccontare le famiglie di oggi. Magari non sempre perfette e felici ma ognuna con il suo metodo e la sua clessidra dell’amore. Famiglia che nasce dall’essere prima di tutto coppia e molto spesso non sempre il duo viaggia in equilibrio, come ha scritto Giada Sundas in “Le mamme ribelli non hanno paura” – “Io e il mio compagno Moreno abbiamo avuto momenti difficili. Ma ogni volta che uno si sentiva a pezzi, l’altro aiutava.” Non sono perfetti Giada e Moreno ma sono riusciti a fare tesoro delle proprie debolezze. Sapere di non essere sempre genitori al top vuol dire essere un genitore con una buona autostima. Bisogna abbandonare l’anacronismo, non pensare alla famiglia delle pubblicità ma a quella contemporanea, che in alcuni casi è imperfetta, scomposta, folle, sopra le righe e fuori dagli schemi. Ne è un esempio la famiglia Pozzoli, ovvero Gianmarco, Alice e Giosuè di due anni e Olivia Tosca: celebri su Facebook come “The Pozzolis Family” con oltre mezzo milioni di seguaci entusiasti, dalla quale è nato anche “Un figlio e ho detto tutto” edito da Mondadori, Gianmarco ed Alice si raccontano tutti i giorni: il loro “metodo famiglia felice” è basato proprio sulla condivisione, da molti dimenticata o irraggiungibile. La coppia ha trasformato la loro vita in un lavoro, così da viversi la genitorialità pienamente. I due fanno i turni per essere sempre presenti con i bimbi Non se la sente di dare ricette di felicità, tranne una: “Ci avevano terrorizzato le mamme tuttologhe che sparavano sentenze mentre i mariti erano messi da parte. Ci è venuto naturale conservare l’identità di coppia”.

E voi ora chiedetevi se ve la sentite di condividere in famiglia? Ci proverete ad essere felici senza strane pubblicità ed idee perfette?

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Autismo, le paure e le angosce si affrontano con la Onoterapia

untitled 2Una diagnosi che arriva d’improvviso, gelando i genitori, impreparati ed impauriti dinanzi alla sindrome spettro autistico. Colpisce un bambino su sessantotto, dato cresciuto dieci volte negli ultimi quarant’anni. La diagnosi arriva tra i diciotto e i ventiquattro mesi, spesso già entro il primo anno di vita è possibile individuare i bambini a rischio. Una diagnosi precoce nel caso dell’autismo riveste un’importanza fondamentale. I primi campanelli d’allarme: ritardo nel linguaggio, il bambino non si gira se chiamato, rifiuta il contatto fisico, ha comportamenti ripetitivi. In Italia mezzo milione le famiglie coinvolte, nel mondo i casi sono aumentati di dieci volte. Ad oggi non esistono farmaci ma è comunque importantissimo un intervento precoce in un centro specializzato. Vi sono diversi profili e cause diverse nel disturbo dello spettro autistico ed è fondamentale un intervento medico terapeutico, soprattutto nella fase iniziale. Dopodiché è importante proseguire con percorsi di integrazione per sviluppare relazioni usando modalità specifiche, che spesso si basa su sacrifici e buona volontà degli operatori. Un panorama difficile quello in cui si inserisce l’autismo, la carenza di risorse, nel napoletano ad esempio, ogni disabile è sostenuto con risorse fino a sedici volte inferiori a quelle stanziate in altre realtà, e più in generale, il fondo per le non autosufficienze rimane inadeguato. Dall’altra parte ci sono i genitori inseriti in un panorama incerto delle politiche sociali, ogni giorno devono scacciare dalla loro mente l’angoscia del “dopo di noi”, cercando di stabilire legami ed affetti per tutta la vita del figlio, fornendogli buone abitudini, che non sono così scontate, affinché se le ritrovi. Molti ragazzini autistici amano il contatto fisico sino ad abbracciare i compagni e gli affetti ma ci sono anche ragazzi che quel contatto lo percepiscono come una minaccia. Nelle relazioni, secondo anche i neuropsichiatri, bisogna essere categorici: se il bimbo autistico abbraccia troppo forte i coetanei o fa gesti insopportabili, bisogna dirgli di smettere. Proprio come si fa con tra pari e per non escluderlo. A scuola, ad oggi, l’integrazione è ancora lenta, ma la sensibilità dei bambini supera quella dell’adulto più chiuso, perché i ragazzini sanno cogliere la diversità come risorsa per loro e non solo contrario. Bambini che concepiscono l’autismo non come una malattia ma un modo di essere. Ma restano scoperte le ore di sostegno, l’assistenza specialistica, ferma a troppe poche ore che non consentono, spesso, ai bambini autistici di frequentare regolarmente la scuola. E così l’integrazione fatica ad esserci. La scuola, in questo caso è risorsa importante, crescita per i coetanei, condivisione. Inoltre, gli autistici sono dei geni, secondo gli studi, la metà delle persone affetta da Dsa presenta anche un deficit cognitivo. L’altro cinquanta percento, presenta un quoziente intellettivo pari a quello della maggior parte della popolazione. Solo pochi presentano un QI di 140. Insomma, mentre ai nostri ragazzi insegniamo a vivere, loro ci insegnano come va la vita mentre speriamo in una comunità che inizi a prendersi cura dei ragazzi con autismo. Sogno di molti genitori.

Da Nord a Sud dell’Italia si susseguono iniziative, nascono associazioni, si creano reti di volontariato per supportare le famiglie ed i ragazzi con autismo di oggi, adulti di domani, cercando di sviluppare in loro creatività e attività di condivisione. Nel cuore del Lazio, a Civitavecchia, nella zona del Santuario della Madonna delle lacrime, nel lontano 2012 è nata l’associazione “Il mondo di Gina Onlus”, gestita da Enrica Jasinski e dalla sua famiglia. Si avvicinano all’autismo attraverso gli asinelli, ovvero, sperimentano ogni giorno l’onoterapia. Una fattoria, gli animali, perlopiù asini, giocano coi più piccoli e con i loro genitori. Si moltiplicano ogni giorno progetti, infatti, il mondo di Gina lavora anche a braccetto con l’Asl di Roma 4, e numerose idee che vedono dalla loro parte anche la Regione Lazio. Nei prossimi mesi sarà sperimentato anche il “trekking sommegiato” escursioni di un’intera giornata all’interno della natura accompagnati dagli amici asini. La terapia consiste nel prendersi cura dell’animale, che essendo sensibile, da subito si affeziona alla persona. I ragazzi con autismo impareranno a prendersi cura di un essere animale, a spazzolarlo, pulirlo e dargli del fieno. Da un punto di vista medico sembrerebbe stimolare e rafforzare le capacità cognitive, migliora la prensione sulle mani e l’equilibrio, aumentando l’autostima e la sicurezza interiore. L’onoterapia si affianca e si integra ad ulteriore terapie, da sola non basta, e iniziarla non significa sospendere altre terapie. L’associazione di Jasinski, ci riferisce che i risultati sono tangibili e in un brevissimo lasso di tempo: dai sei mesi all’anno. Le attività assistite con gli asini per i bambini speciali vengono svolte in modo individuale con pacchetti personalizzati, solitamente, ogni pacchetto comprende dieci lezioni dalla durata di un’ora a settimana. Nel fine settimana, l’associazione organizza gruppi di bambini dai dieci/quindici e senza limiti di tempo per avvicinare genitori e figli e trascorrere del tempo insieme in compagnia della natura e degli animali. Una terapia se non altro “alternativa” che si svolge in campagna, all’aria aperta, con poche regole, con parità, senza camici ed un rapporto empatico e umano che si istaura tra il ragazzo e il suo volontario. “Mai abbandonare la speranza di miglioramenti grandi o piccoli che possono essere e se intervengono in età precoce possono davvero migliorare la loro qualità della vita.” Ci dice Enrica Jasinski. Un’associazione che cresce sempre più grazie anche ai tanti genitori che in loro hanno trovato accoglienza e conforto, grazie ai social, ma da sola non basta e così da qualche settimana è stata lanciata una campagna “adotta un asinello”. L’adozione di un asinello ha importi bassi, a seconda del periodo che si sceglie di adottare: dal singolo mese, all’intero anno, passando per qualche mese, e servirà ad aiutare la terapia di tanti ragazzini che in un asinello hanno trovato un amico per la loro terapia ma che le loro famiglie non riescono a sostenerne i costi. Chiunque ne fosse interessato può consultare la pagina Facebook “Il mondo di Gina Onlus”, un gesto che può tendere la mano. Perché i traguardi, per le persone con autismo, spesso sono gesti o attività apparentemente insignificanti per gli altri, piccole vittorie che li aiutano a sviluppare l’autostima e l’autonomia.

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Da Cardito a Caivano, bambini vittime di violenze e soprusi. E le mamme?

untitledDifficile raccogliere i ricordi e la testimonianza cruda e drammatica della piccola Noemi, che sul volto porta ancora i lividi delle botte, quando le chiedono cosa le sia successo. Difficile, anche per il giudice di Napoli Nord, Antonio Santoro, che scrive “si fa fatica a giungere alla fine del verbale” del delitto di Cardito “tanto è l’orrore che vi è rappresentato”. Le pagine sono quelle dell’ordinanza che dispone il carcere per Tony Esobti Badre, l’uomo che ha ucciso a bastonate uno dei tre figli della sua compagna, Valentina, il piccolo Giuseppe di 6 anni appena, ferendo gravemente anche la sorellina Noemi, solo un anno più grande, sono come una finestra spalancata su luoghi oscuri e insondabili della violenza umana. Il quadro è quello di un uomo violento, aveva picchiato anche la compagna, calci, pugni, sputi in faccia – si legge- ma nessuno era intervenuto né lei aveva denunciato. Lei, la mamma dei tre piccoli, compagna di  Tony da sei mesi, una casa insieme, una vita, una quotidianità, forse non rosea, eppure è su di lei che in queste ore si concentrano dubbi, sospetti, mamme infuriate che dai social alle piazze pubbliche si chiedono come sia possibile assistere ed udire alle botte che un uomo perpetra sui propri figli e restare inermi. Ci si chiede come è possibile che per molte ore una mamma lasci agonizzante il proprio bambino massacrato dalle botte steso sul divano per ore, senza chiedere aiuto, senza chiamare i soccorsi. E l’interrogativo che tutti ci siamo posti: “Giuseppe poteva salvarsi?” Ombre e sospetti che si addossano sulla madre. Lo ribattezzarono “parco degli orrori”, periferia Nord di Napoli, Caivano, a seguito della morte di due bambini di 3 e 6 anni, precipitati nel vuoto dei piani alti dei palazzi. La scorsa estate i riflettori si sono riaccesi su Caivano per un nuovo caso di presunti abusi sessuali ai danni di una bambina di 4 anni, che sarebbe avvenuto proprio al Parco Verde. Anche qui le domande e gli interrogativi si susseguivano sulle mamme, sulla loro attenzione, sapevano o non sapevano? Girovagava, abbandonato in strada ad otto anni, ha esclamato “mamma non mi vuole più”. Era da solo, senza documenti, senza un giubbotto, con addosso un maglioncino di lana leggera. Non è mai andato a scuola, ora è in comunità. Riflettori puntanti ancora una volta sulla mamma. Riflettori puntanti in queste settimane, giorni ed ore sulla maternità, il dono-dicono essere- più bello della vita. Mamme, che però finiscono nel tritacarne mediatico e sociale, ma ancor di più nei giudizi di coscienza delle altre mamme. Credo, leggendo e spulciando i commenti in rete, che non ci sia cosa peggiore di una mamma che punti il dito contro un’altra mamma. Come se la maternità fosse perfezione. Come se fosse uno stemma omologato. Come se tutte nascessero con la vocazione di fare le mamme. La verità che mamme forse ci si sente davvero quando quel bambino è tra le tue braccia, quando sai che dipenderà da te, quando sai che ogni cosa che dirai o farai non sarà più la stessa, perché c’è un esserino al mondo che prenderà esempio. La violenza, qualunque essa sia, non si giustifica e non è questa la sede, ma poniamoci qualche domanda, capiamo queste mamme prime di giudicarle e ammettiamo che forse qualcuna non si senta realmente mamma e che quel bambino di otto anni che vagava magari era sulla strada – e ce lo auguriamo- di una famiglia, di calore umano e genitoriale. Prima di essere mamme, sono donne, donne che hanno un vissuto, storie familiari difficili, spesso quella maternità è fuga dalla realtà e così – ve lo assicuro, anche per lavoro- queste donne poco più che bambine mettono al mondo un altro essere umano, il loro figlio. Inizialmente, si fatica a comprendere chi sia il bambino tra i due, quali strumenti, quali valori, quale educazione riesca a trasmettere una poco più che bambina con i suoi drammi e i suoi lutti interiori umani ad un altro essere umano. Oggi, Valentina ed il papà biologico dei bimbi hanno la potestà genitoriale sospesa. Ma un genitore resta tale nell’animo. Valentina è nei discorsi di molti, specie delle mamme. Probabilmente Valentina, dovrà chiarire ai magistrati come e se ha tentato di soccorrere i suoi bambini. E’ però, non dimentichiamocelo, una donna che ha visto morire il figlio. Su di lei pesano gravidanze giovanissime, il carico di un matrimonio naufragato, i figli da crescere, il tentativo di rifarsi una vita, fallito, perché aveva incontrato un compagno violento e vigliacco. Certo, lascia sconcerti come le donne non chiedano aiuto, come non si ribellino alla violenza subita e a quella che quasi quotidianamente vivono i propri figli. Per anni, ognuno, dai propri canali e secondo le proprie competenze professionali, ha invitato, invocato, esortato le donne a denunciare i propri compagni violenti, se non altro farlo per i propri figli, per restituirgli dignità ed un modello familiare idoneo. E spesso, la molla della denuncia di una donna, erano proprio i figli: denunciare per loro. Diventavano forza di una donna. E oggi? Oggi, le donne subiscono, assistono persino alla violenza sui propri figli e restano inermi e paralizzate. Certo, lo shock, naturale ed umano, ma lo shock dura un episodio, dura frazione di minuti, la violenza perpetrata a lungo diventa orrore, diventa gabbia, ed è possibile che una donna, una madre non riesca a rendersene conto? Ecco, forse, la rabbia che le donne oggi nutrono verso Valentina, verso le mamme che sanno e tacciono, verso quelle mamme che in queste ore stanno dimostrando l’anti mammismo, è proprio non reagire davanti alla violenza sui propri figli. Inconcepibile, vero, ma sta accadendo e bisogna fermarlo. Le donne rimangono vittime della spirale di violenza, soggiogate psicologicamente. Hanno paura ma non reagiscono e i commenti, la rete, le parole delle altre donne agguerrite ed arrabbiate non aiutano. Bisogna invocare a denunciare, senza puntare il dito, ma supportare. Invocarle a chiedere aiuto, creando una rete di operatori e di servizi che supporti le donne. Ma, permettetemi di dire che nessuno è giudice morale di nessun altro, comprendiamo che esistono realtà dove la povertà e il degrado sociale come a Cardito la fanno da padroni, e iniziamo a tendere lo sguardo, anche al vicino di casa, perché di famiglie e di donne come Valentina ne sono piene le periferie d’Italia. E forse anche accanto casa nostra, mentre sembra che la vita scorra in modo naturale.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Reddito di Cittadinanza, gli oneri prevedono lavori di pubblica utilità. Ecco di cosa si tratta

untitled 2Sono approdate, così come le ha definite il premier Giuseppe Conte, -“le misure più qualificanti dal punto di vista sociale e politico”, il reddito di cittadinanza e quota cento per le pensioni, presentate sotto forma di decreto legge al tavolo di Governo durante il Consiglio dei ministri dello scorso giovedì. Il decreto giunto nelle mani dei ministri, racchiude l’attesissimo reddito di cittadinanza in ventisette articoli. Una misura di politica attiva a garanzia del diritto al lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Riguarderà un milione e settecentomila famiglie, compresi duecentocinquantamila nuclei con disabili. Tra i requisiti richiesti un reddito Isee inferiore a 9.360 euro, un valore patrimoniale mobiliare diverso dalla prima casa non superiore a 30.000 euro e un conto corrente non superiore a 6.000 euro. La soglia cresce in base al numero dei figli e alla presenza di disabili. Bisogna essere residente in Italia da almeno dieci anni. Si tratta di un’integrazione al reddito fino ad un massimo di 780 euro mensili, erogati ai beneficiari tramite un’apposita carta elettronica, spendibile in una rete di negozi, è possibile un prelievo di un massimo di 100 euro. Non sarà possibile cumulare il beneficio mensile: infatti, il contributo mensile che il nucleo non utilizzerà ritornerà nelle casse del ministero. La misura dura diciotto mesi, rinnovabile dopo un mese di pausa. Tra gli obblighi oltre a quella di seguire corsi di formazione, accettare una delle tre offerte di lavoro. In caso di frodi si rischia una condanna fino a sei anni. Connotato importante del reddito di cittadinanza, che lo evolve in una forma neanche innovata né innovativa, dei lavori socialmente utili. Coloro che usufruiranno del reddito di cittadinanza, saranno chiamati a prendere parte ad attività di pubblica utilità organizzate dai comuni per un minimo di otto ore settimanali. Esonerati solo i soggetti dichiarati inabili al lavoro, le persone con disabilità accertata o il caregiver, il familiare che accudisce quotidianamente la persona con disabilità. Sarà proprio con queste otto ore lavorative gratuite di pubblica utilità, infatti, che il beneficiario “ripagherà” l’investimento che lo Stato fa concedendogli il reddito di cittadinanza, allo stesso tempo, il soggetto beneficiario dovrà impegnarsi nel formarsi partecipando a dei corsi finalizzati al conseguimento di una qualifica professionale e ad accettare una delle tre proposte di lavoro che gli verranno presentate dal centro per l’impiego. Gli LPU sono quelle prestazioni non retribuite a favore della collettività che si svolgono presso enti locali, organizzazioni di volontariato o di assistenza sociale. Nel caso del Reddito di Cittadinanza, sembra proprio che saranno svolti presso i comuni. Il concetto di lavori di pubblica utilità è stato introdotto da un decreto del Ministero della Giustizia nel Marzo 2001, al fine di essere considerato a tutti gli effetti una sanzione penale sostitutiva. Quando, infatti, si parla di lavori di pubblica utilità, si fa riferimento a quel modo alternativo di scontare una condanna penale, attraverso un’attività riparativa e restitutiva. Nel caso del reddito di cittadinanza sarebbe più corretto parlare di lavori socialmente utili, ossia la partecipazione ad iniziative di pubblica utilità al quale si dedicano, limitatamente nel tempo, i soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro. Ad oggi i lavoratori che si dedicano ai lavori socialmente utili, l’Inps, riconosce un assegno mensile, cosa che non avverrà per chi percepirà il reddito di cittadinanza. Il decreto legislativo 468/1997, determina i settori nella quale gli LPU svolgono le loro attività: dall’assistenza all’infanzia, al recupero dei tossicodipendenti, passando per il sostegno agli anziani, ma anche raccolta differenziata e gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani; tutela delle aree protette e dei parchi naturali; miglioramento della rete idrica. Molti sono gli esempi di lavori socialmente utili e di pubblica utilità, molto dipenderà dalle esigenze del territorio e dalle necessità del comune di appartenenza. E’ bene sottolineare, come ha ribadito una sentenza del 2007 del Consiglio di Stato, chiarendo che le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne “consentono la qualificazione come rapporto di impiego”. Questo perché “il rapporto dei lavori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali e riguarda un impegno lavorativo certamente precario”. Si tratta, se non altro, di una riproduzione di politiche attive che da un lato generano distorsioni da parte del lavoratore, che vivrà con l’aspettativa della stabilizzazione nel pubblico impiego sin dal primo giorno d’esperienza, dall’altro genera “dipendenza” da parte dell’ente pubblico ospitante che non riesce a colmare la garanza d’organico con unità lavorative aggiunte, per di più retribuite da un ente superiore. Eppure, non essendo una politica nuova, basterebbe girarsi indietro e osservare cosa è accaduto in questi anni, specie nelle regioni del Sud, molti lavoratori, si sono trovati a in queste misure “anti povertà” dove la spesso bassa indennità percepita, pur non essendo un salario occupazionale ma solo un’indennità di tirocinio o lavoro socialmente utile, è diventata l’unica fonte di sostentamento certo tanto da generare dipendenza. A quel punto, in pochi si sono avventurati nella ricerca di un’occupazione nel settore privato che proprio in quelle Regioni è debole ed economicamente povero, e chi riceveva altre opportunità, magari per fare l’insegnante fuori regione, è stato portato a rifiutare nella speranza della stabilizzazione. Ma se oggi, nel 2018, e dopo decenni di lavori socialmente utili, per alcuni di loro si può parlare, finalmente, di stabilizzazioni, grazie a politiche regionali e nazionali di assorbimento del precariato, non è pensabile che da oggi si tracci un simile percorso per altre migliaia di persone e che lo si venda, per giunta, come una politica innovativa e di cambiamento. Forse sarebbe opportuno che i beneficiari la vedano nell’ottica di un contributo alla propria collettività, come delle ore da dare agli altri, con altruismo e anche come auto mutuo sostegno per uscire dalla spirale dell’assistenzialismo.

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Droga, nel 2018 sessanta nuove sostanze. I drug-test non le rilevano

untitled 2La droga che la passa liscia: nuovi potenti psicotropi sintetici passano senza alcun problema i controlli in più di nove laboratori italiani su dieci, impreparati all’analisi delle nuove molecole di ultima generazione che continuamente vengono immersi sul mercato. Il nostro Paese rimane così arretrato e persino in ritardo nell’aggiornamento delle tabelle, mentre si susseguono lungo tutto lo stivale italiano i sequestri da parte dei Nas. Le sostanze diventano social, viaggiano e vengono vendute anche attraverso i moderni canali dei social network. Un messaggio da un account anonimo, lasciato sulla bacheca di un gruppo Facebook, indica un link, che solo apparentemente riporta ad un sito di “casa e giardinaggio” ma scorgendo nel suo forum, nasconde le indicazioni per comprare ketamina o catinoni sintetici, che provano un’alterazione della percezione di se stessi, allucinazioni e in alcuni casi è utilizzato anche per aumentare il piacere sessuale. Si tratta di droga, ancor più forte di cocaina o ecstasy, ma passa inosservata ai drug-test. Stupefacenti invisibili, nel solo 2018, sono state sessanta le nuove sostanze rilevate nel nostro Paese, che continuano a proliferarsi sotto lo sguardo attonito e impreparato all’analisi di centinaia di nuove molecole da parte dei laboratori ospedalieri italiani. I social diventano il dark web che si affaccia ai laboratori asiatici, statunitensi e dell’est Europa. E’ da qui che partono le spedizioni in pacchetti da meno di un Kg, leggeri ma che minano il cervello. Da un grammo di sostanza si ricavano al massimo tre dosi, che costano ognuna tra i quindici ed i trenta euro, a seconda della sostanza: polveri o liquidi che possono essere sniffati, ingeriti o fumati. I Nas, in un anno hanno sequestrato centinaia di migliaia di dosi, destinati a giovani e over quaranta. Sostanze destinate anche al popolo giovanile, nel 3% dei casi le stesse sostanze sono state rilevate nell’organismo di ragazzi al di sotto dei 15 anni. Ottocento le molecole messi in lista dall’Osservatorio Europeo, nel nostro Paese ne sono state recensite solo circa duecentocinquanta. Le nuove molecole rilevate dall’Osservatorio sono circa sessanta e molte di queste sono state già rilevate sugli assuntori italiani, ma nonostante tutto, come altri centinaia di tipi, non sono ancora classificate come tali dalle tabelle aggiornate dal ministero. Tra le nuove sostanze i catinoni sintetici, utilizzati maggiormente nella pratica del “chem-sex” e i cannabinoidi sintetici e le fenetilamine, “ma per la quasi totalità dei laboratori negli ospedali, se hai assunto ad esempio catinoni, sei pulito”- ha dichiarato Carlo Locatelli, direttore del Centro Nazionale di Informazione Tossicologica. Nel frattempo vecchie e nuove generazioni di droghe si fondono e viaggiano veloce superando anche le procedure burocratiche. Ascoltando il punto di vista degli esperti in tossicologia, una caratteristica del fenomeno delle nuove droghe è il turn-over, infatti, in dieci anni si sono già avvicendate quattro generazioni di stupefacenti. Le difficoltà non si riscontrano solo in campo medico ma anche in quello investigativo, perché il traffico è un viaggio che abbraccia varie nazioni anche oltre confine ed inserirsi non è facile, se non in un piccolo segmento, scontrandosi a volte con alcuni Stati anche europei che non considerano alcune sostanze tossiche. E nel deserto dei controlli si pensa al futuro ad un ospedale che potrebbe analizzare duecento sostanze in mezzora con dati che potrebbero confluire nel “Sistema di Allerta Precoce”, il primo ospedale italiano è il Sant’Anna di Fermo della Battaglia, in provincia di Como. I dati potrebbero confluire nel Sistema di Allerta Precoce del dipartimento per le politiche antidroga e dell’Istituto Superiore di Sanità, un progetto che creerebbe maggiore sinergia e coordinamento tra gli ospedali, i centri di ricerca e le forze di polizia, ma che al momento è ai nastri di partenza, che fanno però ben sperare, perché una cosa è certa nuove sostanze nascono quasi ogni giorno e nelle nuove piazze di spiaccio, i social, vengono continuamente immersi con rischi notevoli per la salute dell’uomo e faro d’attrazione per i più giovani, che in rete ci passano molto tempo e riescono a reperire queste sostanze con una facilità a portata di click e di tasca, considerate le cifre a cui vengono vendute. Così i medici, i tossicologi di laboratorio e gli investigatori, restano spiazzati, inermi e cercano con non poca difficoltà di guardare al futuro e di analizzare, schedare e capire quante più sostanze possibili. Sembra proprio una sfida attuale tra il sempre più emergente mondo delle sostanze stupefacenti ed i medici.

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