Il carcere che cambia: dall’orto sociale al lavoro che salva i detenuti

untitled 2Esiste un mondo contiguo e speculare, per niente lontano e distante dall’immaginario comune, si chiama carcere, ma si legge -per molti -come luogo di contenimento e di espiazione. Drammatiche le condizioni in cui versano le carceri italiane negli ultimi anni. Quella dei penitenziari è una bomba ad orologeria che rischia di esplodere. Gli scenari della carceri italiane ammutoliscono. Celle di sei, otto detenuti insieme, spesso non sono detenuti condannati ma in attesa di una sentenza – a cui attendono da mesi-. Docce comuni, orari fissi e sguardi attenti, poliziotti che vegliano. Condizioni igieniche quasi nulle. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. Aumentano le violenze, le risse ed i sucidi. La speranza è attesa di una richiestissima riforma penitenziaria, che da tempo giace nei meandri di Camera e Senato. In questa giungla di dolore, solitudine e sofferenza, nelle case di detenzione maschili, femminili e minorili si fanno sempre più largo le realtà associative, Onlus di volontariato che offrono agli ospiti opportunità di lavoro creative e valide. E’ il caso di dire che il lavoro salva il carcere e sono molte le protagoniste di questa mission: unire la forze sfruttando le risorse sociali per far sentire più alta la propria voce. Il lavoro passa e riparte proprio dal carcere: un laboratorio di idee e progetti utili a dare un segnale forte dimostrando la forza riabilitativa del lavoro e dei percorsi di formazione e istruzione come strumenti di valore legati alla dignità della persona. Si crea così una vera e propria economia carceraria, che secondo i responsabili di molte Onlus che operano nel settore, ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore sociale e rigenerativo. Ogni cosa che prende vita in carcere è sinonimo di qualità e di riscatto sociale, di una scommessa su se stessi che ha il profumo di valore e valori. Così si macinano idee e progetti, volano dell’economia carceraria ed italiana. “Cotti in Fragranza” , start-up a vocazione sociale: un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno di alta qualità, commercializzati nel territorio locale e nazionale. Nasce a Palermo ed è un esempio innovativo nel territorio del sud Italia, prima realtà imprenditoriale all’interno di un Istituto Penale per i Minorenni del sud (terza in tutta Italia). L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere una stabile inclusione dei giovani del Malaspina che, previa formazione, potranno diventare lavoratori specializzati e autonomi, anche al di fuori del percorso detentivo. Apprendimento reciproco come condizione necessaria ed unica strategia vincente. Il “noi” che vuole diventare insieme persone competenti, capaci di operare scelte precise per il proprio benessere e quello altrui, capaci di cogliere il significato delle cose, valutare e decidere. Insieme, in grado di utilizzare strategie adeguate nei diversi contesti per trovare nuovi adattamenti e soluzioni creative. Il caffè diventa Galeotto al penitenziario Rebibbia di Roma, i detenuti producono e confezionano la torrefazione. Un eccellente prodotto solidale, miscelato con i migliori crudi, provenienti da continenti lontani. Si chiamano “lanzarelle” del caffè, sono le donne del carcere femminile di Pozzuoli e producono caffè artigianale, secondo la tradizione napoletana. Cinquantasei le donne che nel tempo si sono susseguite, perché solo il lavoro offre dignità e possibilità di riscatto reale. Molte di loro prima di lavorare al progetto, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. Ora hanno la possibilità di imparare un mestiere, ma ancor di più acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro possibilità. “Buoni dentro”, al Beccaria di Milano, carcere minorile si è intrapresi la sfida di pianificazione e pasticceria. Una piccola bottega nel cuore del penitenziario minorile, strutturato in forma di bottega di produzione artigiana, dove i giovani attivi nel laboratorio sono affiancati da un formatore sotto la supervisione di un maestro artigiano. Il laboratorio sforna quotidianamente pane, focaccia biscotti, destinati al consumo interno dell’istituto. In occasione delle festività realizza la produzione artigianale di dolci tradizionali: panettone per Natale e colomba per Pasqua. Dal febbraio 2015 è attivo anche il laboratorio di panificazione con punto vendita di pezzi di pane Piazza Bettini a Milano, che impiega alcuni giovani detenuti sotto la guida e la supervisione di un maestro artigiano.  Il lavoro costituisce un fattore cruciale per favorire il cambiamento nei giovani sottoposti a restrizione della libertà e rappresenta un fattore determinante per il successo dei progetti di reinserimento sociale. Ai ragazzi viene offerta un’opportunità concreta di supporto al cambiamento e alla ri-costruzione dell’identità personale attraverso il lavoro che nasce dalle loro capacità e dal loro impegno. Un orto sociale e un’area verde per i colloqui con le famiglie lì dove prima vi era un campo da calcio in erba per anni abbandonato. Oggi, cambia sembianze il supercarcere di Ascoli Piceno. Oggi quel campo è tornato a nuova vita, in parte destinato di nuovo a piccolo perimetro di gioco, in parte ad area verde per i colloqui con le famiglie e per il resto destinato ad orto sociale. Un’innovativa esperienza nella quale il valore ricreativo ed educativo dell’orto, viene affiancato da un’esperienza teorico-pratica nella gestione del verde e del giardinaggio, per creare specifiche professionalità di settore. “La pizza buona dentro e fuori” questo lo slogan utilizzato dal carcere di Fuorni (Salerno) che nei giorni scorsi ha presentato il progetto di una pizzeria sociale all’interno del penitenziario salernitano. Siglato il documento che realizzerà la pizzeria in un locale già individuato, si iniziano ora a formare i detenuti che potranno acquisire il titolo di pizzaiolo che sarà spendibile poi una volta tornati in libertà. Secondo il direttore del penitenziario, il progetto, in carcere continuerà, perché sarà favorito il passaggio di testimoni tra i detenuti. “Questa idea progettuale –ha dichiarato Martone- deve essere foriera di lavoro, di opportunità trattamentali, di opportunità formative e di attestati spendibili anche all’estero”. Tra carenze e diritti che sembrano essere negati, si fa largo un’idea di carcere sociale e costruttiva, attesa da tanto, troppo tempo e che sembra prendere il sopravvento con realtà belle e che vale la pena raccontare e perché no, acquistare.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Morti della strada. La lenta agonia dell’Italia verso la sicurezza stradale

untitledUn rumore sordo squarcia il silenzio della notte, sulla carreggiata una vita umana investita, che molto spesso ne resta vittima, uccisa da un’auto in corsa o con alla guida un uomo stanco o in alcuni casi ubriaco. Un tempo, non poco più di qualche anno fa, le chiamavano “stragi del sabato sera”, l’apertura dei tg nazionali alla domenica era un bollettino da guerra: incidenti stradali, auto ribaltate, accartocciate, sinistri nel cuore della notte post movida. Erano giovani, perlopiù neo patentati, o semplicemente ragazzi inghiottiti dall’acceleratore che viaggiava ad alta velocità. Oggi, la cronaca degli incidenti è quasi quotidiana. Vite umane spezzate dal contachilometri che segna l’alta velocità, dalla fretta e dalla distrazione alla guida, dai pensieri che offuscano la mente, dalla stanchezza del lavoro o del post divertimento. Investiti sulle strisce pedonali, all’uscita di un negozio o di una discoteca, in pieno giorno o in notte inoltrata. Vite umane che hanno trovato la morte lungo la strada. Le morti a seguito di incidenti stradali in Italia sono almeno quattromila ogni anno. Il 2018 che sta per chiudersi è uno degli anni peggiori per la sicurezza stradale. E’ stato questo il clima che ha accompagnato la celebrazione della giornata mondiale della memoria delle vittime della strada istituita dall’Onu e celebrata la scorsa settimana. Una serie tragica e mai vista di eventi: crollo del viadotto Morandi a Genova, incidente gravissimo con l’esplosione dell’autocisterna a Bologna, incidente con decine di vittime fra i migranti in Puglia, è solo il paradigma di una situazione generale sulle strade veramente preoccupante. Secondo le statistiche il 90% degli incidenti sono imputabili all’uomo: disattenzione, uso improprio del cellulare, mancato rispetto delle norme e della segnaletica, velocità non adeguata sono cause che vanno debellate accrescendo il senso di responsabilità e di miglioramento della capacità di guida di tutti noi utenti della strada. Morti della strada. Vittime in aumento, l’obiettivo dell’ Unione Europea sulla riduzione di morti e feriti sulla strada è ormai un’utopia, soprattutto per l’Italia, ma un passo in avanti sembra averlo compiuto il nostro paese, nel duemilasedici tra molte aspettative ed il dolore di molti familiari fu firmata la legge che introdusse nel nostro ordinamento il reato dell’omicidio stradale. Non un modo di vivere la “vendetta” ma un modo per avere giustizia, questo lo spirito che ha accumunato ed accomuna ancora oggi i familiari delle vittime della strada. Una legge che ha contribuito a rendere l’Italia un paese più degno. La legge riconosce due nuove reati: omicidio stradale e lesioni personali stradali. Per chi si mette alla guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto stupefacenti e causa la morte di qualcuno la pena della reclusione va da 5 a 12 anni. Se l’investitore si dimostra lucido e sobrio, ma la sua velocità di guida è il doppio del consentito, la pena va da 4 a 8 anni. In caso di omicidio multiplo, la pena può essere triplicata ma non superiore a 18 anni. È invece punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni chi, guidando non sobrio o non lucido, procura lesioni permanenti. Nel caso di lesioni aumentano le pene se chi guida è ubriaco o drogato: da 3 a 5 anni per lesioni gravi e da 4 a 7 per quelle gravissime. In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Le chiamano “vittime della strada”, in realtà sono le vittime dei delinquenti della strada: di chi corre troppo, di chi si mette alla guida ubriaco o sotto l’effetto di droghe, di chi si distrae per rispondere al cellulare e dopo aver messo sotto qualcuno in tanti casi scappa. Nomi di esseri umani di una lunga lista di quattromila morti all’anno,  donne, uomini, bambini che non ci sono più. Oltre 180mila gli incidenti stradali con lesioni a persone, migliaia i morti, quasi 260mila i feriti. La denuncia dei familiari delle vittime e delle associazioni che in Italia si battono contro questa piaga, chiedono la certezza della pena, ma anche le modifiche al codice della strada e maggiori controlli tesi alla prevenzione. La legge c’è, seppur ancora poco conosciuta nei suoi reali contenuti, e si pensava potesse incidere sensibilmente sulle dinamiche della sinistrosità ma nei fatti non è così. Seppur va detto che non era questo lo scopo, la norma perseguiva, invece, l’obiettivo di una maggiore giustizia e adeguatezza nelle norme per gli omicidi della strada. Obiettivo in parte raggiunto ma non del tutto. C’è chi tuona che vi siano delle parti illogiche della legge 41/2016 sull’omicidio stradale che devono essere assolutamente e presto modificate, oltre a ciò c’è bisogno di più attenzione, coscienza e responsabilizzazione umana. Guidare richiede prontezza dei riflessi e massima concentrazione, che a volte mancano alla guida ed è bene prenderne coscienza ed evitare di guidare un’auto: è un atto di rispetto umano per se stessi e per gli altri, fondamento di senso civico.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Violenza sulle donne, come aiutare le vittime

untitled 2Umiliate, sminuite, picchiate, maltrattate, uccise. Un’ignobile guerra degli uomini contro le donne. Violenze ed omicidi che si consumano tra le mura domestiche e per mano dell’uomo che si è scelti in nome di un sentimento nobile: l’amore. Uomini che lasciano posto all’ossessione per la donna che professano di amare, diventando gelosi, aggressivi e violenti. L’uomo che diventa orco, un tormento, un calvario fatto di minacce, persecuzioni, telefonate, che cristallizzano le donne nella paura, che molto spesso subiscono in silenzio e la cronaca ci racconta l’epilogo, spesso, tragico. E’ un pugno dritto allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conventi e padri che hanno ammazzato la “loro” compagna di vita. Bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate, e da anni ci imbattiamo. Molti uomini divenuti assassini li abbiamo visti in salotti televisivi recitare un “copione” ben definito. Lacrime e parole amorevoli, inviti alle loro consorti, mentre, ormai erano già morte e per mano loro. Una carrellata di assassini. Facce normali. Facce semplici. Facce pulite. Facce serene e rassicuranti. Eppure covavano una ferocia in un’esistenza apparentemente anonima. L’amore e la passione non c’entrano nulla, né i “raptus” di follia. Gli omicidi di donne sono una vera e propria esclation di violenza, fino ad uccidere. Sono morti annunciate. Morte che camminano. Sono omicidi premeditati. Si resta sconcertati dinanzi alle storie e alle morti delle tanti, troppe donne mentre sembra inarrestabile questa guerra contro le donne da parte degli uomini. Troppo spesso al sospetto o alla certezza di un maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare sentimenti di rabbia o peggio, incredulità. Fare i conti con la violenza domestica significa mettere in gioco i propri sentimenti e pensieri, confrontarsi con i preconcetti e prendere una posizione. Questo non è sempre facile, soprattutto se si conosce la vittima e chi esercita violenza, perché, credere e denunciare, significa schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza. Va detto che esistono dei campanelli d’allarme che possono essere facilmente riconosciuti e che possono aiutare a comprendere se una donna sta subendo violenza. Sono diversi gli indicatori: da un aspetto psicologico: stati d’ansia, stress, attacchi di panico, auto colpevolizzazione; ad uno stato comportamentale insolito e che non le appartiene: ritardi o assenze a lavoro, agitazione per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite; infine, l’indicatore fisico: contusioni, bruciature, lividi. Bisogna aprire una strada verso il dialogo, anche se non siamo professionisti, mostrandoci attenti, pronti all’ascolto ed evitando le interruzioni: quando una donna si apre che sia l’amica o una conoscente con la quale ha rotto il muro del silenzio, è importante lasciarle tempo e spazio per esprimersi, improntando un dialogo di confronto con serenità, calma e tranquillità, ciò ci consentirà di capire meglio se chi conosciamo è vittima di una qualche forma di maltrattamento. E’ importante rapportarci a lei con l’intenzione reale di volerla aiutare prima di offrirle il nostro aiuto. Non si è mai conoscitori della violenza domestica ed è per questo motivo che è bene informarsi, documentandosi o confrontandosi con un centro antiviolenza. Non lasciamoci prendere da soluzioni rapide, definitive e semplici; spesso istintive e naturali. Mostrarsi partecipi e soprattutto crederle dimostrandoglielo e dicendoglielo è molto importante. Non stupirsi del fatto che il racconto può far emergere sentimenti incongruenti nei confronti del compagno nonostante il suo racconto di violenza. Ci sono donne che provano compassione, amore, ma anche odio e paura nei confronti del loro compagno. Si tratta di donne che tendono a giustificare la violenza da parte degli uomini o a colpevolizzarsi in prima persona, per cui bisogna aiutarla a farle capire che la violenza, qualsiasi essa sia non ha alcun motivo per esistere. Donne umiliate nell’animo, si sentono indebolite, fallite, nulle, ma bisogna farle capire che ogni donna è artefice della propria vita, della propria felicità e che ha un potenziale nel riemergere più forte di prima, più forte della violenza. Man mano che il discorso scorre è bene cercare di capire il clima casalingo, specie se vi sono armi in casa, servirà per chiarire la pericolosità della situazione che sta vivendo. E’ bene, se non siamo professionisti evitare di dare giudizi o consigli ma supportarla nel chiedere aiuto alle autorità ed ai professionisti competenti. Il nostro supporto, la nostra vicinanza diventano essenziali non solo per il clima di fiducia creatosi piuttosto perché si tratta di una donna che lentamente si è dissociata dalle amicizie, dal rapporto con l’esterno, isolandosi. Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di tentativo di abbandono o denuncia. Spesso è per questo motivo che la donna non denuncia, ma farle capire che la tutela dei suoi figli passa prima di tutto da un clima sereno in famiglia e che è e resterà una buona madre e di coraggio anche nel momento in cui denuncerà, è fondamentale per lei e per i suoi figli, che spesso assistono inermi alle violenze che le madri subiscono tra le mura domestiche. Propri i figli, nella maggior parte dei casi, sono la tenacia che manca alle donne per denunciare. Tutelarli e “farlo per loro” spesso diventa la spinta decisiva. Chiunque si avvicini ad una donna maltratta estraneo all’aspetto professionale dovrà essere consapevole che la donna potrà assumere qualsiasi decisione e questo esporrà chi è al suo fianco a qualunque rischio, per cui se la si vuole davvero aiutare, si deve cercare di essere pazienti e avere rispetto per le sue decisioni. Il supporto che si darà a chi vorremmo aiutare, unito a quello dei professionisti a cui la donna si rivolgerà sarà il percorso di rinascita di una donna che per troppo tempo ha vissuto in un clima di paure, incertezze, delusioni e maltrattamenti. Affiancarci ad una donna sola, vittima di una relazione malata, sarà l’atto più umano e più ricco della vita di ognuno, perché nessuno si salva da solo.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Elogio all’Indipendenza

untitledElogio all’Indipendenza

Da quando, un anno fa, la mia storia “d’amore” è giunta al capolinea, con gli strascichi e con tutto ciò che un rapporto che naufraga comporta e non sto qui a dirvi chi ha lasciato chi, chi ha commesso più errori di chi, perché è finita: storia troppo lunga, personale e poco social. Ma, da quando è finita, dagli amici o presunti tali, in ordine sparso,  mi sono sentita dire:

-ho avuto persone che all’inizio mi sono state accanto, poi lentamente hanno preso le distanze, lasciando spazio al silenzio. D’impatto iniziale le ho cercate, ho provato a capire, poi ho lasciato scorrere. Non si può forzare qualcuno ad un’amicizia che magari ha bisogno di più vicinanza, più chiacchierate e meno “ridiamoci su”.

-mi sono sentita dire: “la nostra comitiva è composta di sole coppie, capirai bene che tu sola…” e come mi ha detto una mia amica: “la mamma degli stupidi è sempre incinta”. In effetti, forse non ha tutti i torti. Glisso e ci scherzo su: “non esistono più le comitive di una volta”: maschi e femmine, coppie e single;

-qualcuno ha sussurrato ad altri per vie traverse che per rispetto al mio ex fidanzato mi hanno allontanato dalle loro amicizie.

Traduzione: ci si schiera da una parte o dall’altra;

 

-mi sono sentita dire: “una sera ti aggreghi a noi, ti faccio sapere dove andiamo, solitamente stiamo tra amici e ci divertiamo”.

Attendo ancora quella telefonata, eppure il mio telefono funziona: la linea c’è, i messaggi li ricevo… ;

 

-qualcuno ha utilizzato la strada della diplomazia: “ti richiamo”, “sono impegnata in questo periodo”, “che stress in queste settimane”.

Peccato che poi alla fine non abbia neanche scritto un messaggio, un biglietto col piccione viaggiatore o un non so cosa.

 

Insomma, un decalogo quello che potrei scrivervi e raccontarvi, che oggi mi suona buffo.

E’ pur vero che quando ci si lascia e quando hai sofferto e covato dolore dentro, non sei al massimo dello splendore, delle risate, ma certo non sei da emarginare.

Certo qualche errore- specie quando ero in coppia- con gli amici l’ho commesso anche io, per carità.

Ma io di questo periodo di solitudine ne ho fatto un punto di forza e di ripartenza. Stare a casa di sabato sera o nel week end non mi è pesato, anzi l’ho vissuto come un riapprezzare il relax, la musica, i libri da divorare, il piacere di lasciarsi coccolare da casa propria, perché potremmo farci del male, sbagliare nella vita, ma c’è sempre un posto dove si ritorna ed è la propria casa. Non sempre la casa è sinonimo di solitudine e di depressione, certo, ci sono persone che vivono male la fine di una storia e stare in casa è come stare in trappola. Nel mio caso l’ho visto come un ritrovarmi, come un riesplorarmi, come un tempo per me. Un tempo che fa riflettere, capire, fa male anche perché prendi coscienza di tante cose ma solo imparando a stare da soli è possibile poi stare bene con gli altri, con gli amici che ritrovi, con le nuove comitive, o se volete e siete pronti con un nuovo flairt o un nuovo amore.

Si giunge poi ad un momento che il periodo di “relax casalingo” un po’ stufa e un po’ pesa e così ho capito che si riparte e sempre e solo da un’unica persona –sembrerà egoistico- ma da se stessi. Così ho ripreso a vestirmi con un outfit da sabato sera, ad andare al teatro, a mettermi in auto e girare a vuoto per la città o semplicemente entrando in un bar. Beh sì DA SOLA, che poi infondo non si è mai da soli perché si incontra sempre qualcuno che si conosce, con quale ti intrattieni a chiacchierare.

Mentre scrivo mi chiedo se l’ho fatto più per ripicca nei confronti di chi mi ha ferita e fatta male dal mio ex fidanzato a tutti quelli che citati sopra mi hanno risposto in quel modo. Non saprei, infondo, il problema è più Loro che Mio.

 

Quindi, donne, la forza siamo noi, le nostre capacità, le nostre energie, la nostra tenacia, la nostra curiosità, la nostra INDIPENDENZA e si riparte sempre da questa fantastica ed unica avventura: l’Indipendenza di se stessi.

Vi starete chiedendo se sono felice? Sono felice di aver preso coraggio un anno fa, contenta di esser ripartita da me stessa, certo cerco un lavoro stabile, mi confronto con le ansie e le paure dei concorsi, non ho smesso di studiare, lavoro con un progetto e questo è stato anche il mio punto di forza nelle settimane più burrascose e tempestose. Insomma non è una vita perfetta e delineata ma d’altra parte cosa lo è a questo mondo ed in questa vita?

Perché vi scrivo e vi racconto ciò? Perché nel tempo, per lavoro e anche per rapporti personali, ho incontrato donne e anche mie coetanee che cercavano un fidanzato o restavano con quella persona perché la solitudine era un mostro impossibile da affrontare. Ma, nessuno merita di vivere in rapporti – che siano anche amicizie- che sono di convenienza o di apparenza solo perché non si riesce a guardare un po’ più dentro di se stessi, scovando la parte migliore di noi: coraggio ed indipendenza, che permettetemi di dire nelle donne è in dosi massicce.

Viva l’Indipendenza, viva le Donne.

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Bambini in corsia. Un protocollo sancisce i diritti dei piccoli in ospedale

untitledDiritti in corsia per i bimbi. Un protocollo siglato pochi giorni fa garantisce più diritti per i piccoli pazienti in corsia, in primis quello di non essere trattati come “piccoli adulti” ma nel rispetto della loro età. Questo l’incipit dell’accordo siglato tra l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (Aopi). La firma del protocollo a ridosso della Giornata Mondiale per i diritti del Fanciullo, che si celebra ogni anno il 20 novembre, ha visto intorno al tavolo dell’accordo sedute tredici eccellenze ospedaliere pediatriche italiane, dal Mayer di Firenze al Bambino Gesù di Roma, passando per il Santobono di Napoli, sino al Burlo Garofalo di Trieste. Diritti esigibili e misurabili, sanciti già dall’allora Carta dei Diritti dei bambini in ospedale, in cui vengono elencati una serie di diritti per i piccoli pazienti, garantiti dal personale sanitario a tutti i minori che fruiscono delle prestazioni sanitarie erogate, senza alcuna distinzione ed a prescindere da ogni considerazione di razza, colore, sesso, religione, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. La carta delinea quattordici diritti inviolabili dei bambini in corsia: dal diritto al godimento del massimo grado raggiungibile di salute con diritto ad essere assistito in modo “globale”, garantendogli il miglior livello di cura e di assistenza, rispettando la propria identità personale, culturale e religiosa, con pieno rispetto della sua privacy, tutelando il suo sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino, infatti, secondo la Carta, ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessita di isolamento. Il bambino ha diritto a non essere trattato con mezzi di contenzione. Il piccolo, tuttavia, ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute, sulle procedure a cui sarà sottoposto, con un linguaggio chiaro e comprensibile, esprimendo la sua opinione, che dovrà essere prese in considerazione tenendo conto della sua età e del grado di maturazione. Il piccolo, ha piena facoltà di esprimere assenso o dissenso sulle pratiche sanitarie che lo riguardano, il suo consenso o dissenso può essere espresso anche in merito ai progetti di ricerca e sperimentazione clinica a cui sarà coinvolto. Il piccolo ha diritto a manifestare il proprio disagio e la propria sofferenza, con diritto ad essere sottoposto agli interventi meno invasivi e dolorosi. Si dovrà proteggere i bambini da ogni forma di violenza, oltraggio o di altra brutalità fisica o mentale, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Educazione ed interventi autonomi di “auto-cura” in caso di malattia aiutandolo ad acquisire la consapevolezza dei segni e dei sintomi specifici. Il piccolo paziente ha diritto a chiedere e ricevere informazioni sull’uso dei farmaci, delle sostanze nocive ed eventuali evoluzioni verso le tossicodipendenze, con indirizzo ai servizi di riabilitazione se necessario. Infine, il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione. Un’idea di fondo lega la Carta: un ospedale senza dolore, un luogo ricco di amore e comprensione, in cui sia assicurato il miglior livello di assistenza. Dall’accordo siglato nasce anche un’applicazione che consente di veicolare la Carta dei Diritti, attraverso la  quale i bimbi potranno dare il loro feedback in merito al rispetto dei loro diritti. Una piccola popolazione impaziente di crescere, con sogni ed occhi furbetti, sorridenti e con la vita che beffarda gli ha tirato uno strano tranello, giorni o mesi in ospedale, sono molti i bambini che ogni anno trascorrono giorni all’interno dei reparti ospedalieri italiani. Tredici gli ospedali pediatrici italiani da Nord a Sud, per una popolazione stimata di 5 milioni di abitanti. Il numero di bambini con età inferiore a 18 anni dimessi negli ultimi anni da tutte le strutture di ricovero, pubbliche e private, è stato di 104 per 1000 bambini in degenza ordinaria, a cui si aggiungono i circa mille ricoveri in day hospital. Un’esperienza che lascia il segno nella vita dei piccoli. Il ricovero in ospedale comporta sempre per il bambino, a qualsiasi età, la necessità di un riadattamento della vita quotidiana e dei suoi ritmi per il distacco dagli oggetti e dalle persone che rappresentano per lui punti di riferimento e per dover fronteggiare richieste molto diverse da quelle familiari. Il ricovero può concretizzare nel piccolo l’idea di essere malato e bisognoso di cure. Ci sono bambini che mostrano una forte insofferenza alle regole e alle limitazioni ospedaliere: una maschera che serve a coprire la rabbia e l’ansia di sentirsi malati. Ogni bambino reagisce e si relazione alla dimensione ospedaliera in modo differente. E’ importante che i genitori cerchino di riconoscere l’origine della rabbia dei propri figli e la accolgano, perché serve a liberare le tensioni ed aiuta il bambino ad “organizzare” le proprie difese per arginare una situazione sentita come difficile. Minimizzare o criticare le lamentele di un bambino non aiuta a dare valore al suo disagio, che dovrà essere, invece, accolto e gestito. Mostrare comprensione è un primo passo di condivisione tra i genitori ed il bambino che si sentirà supportato e lo accompagna nel suo percorso. I genitori devono considerare che il bambino è spaventato e preoccupato e cerca nei loro comportamenti rassicurazione per tenere a bada le proprie paure. È quindi importante, per quanto è possibile, comunicargli la realtà senza caricarla delle proprie ansie e tensioni. È possibile per questo, come per altre esigenze, farsi aiutare dal personale sanitario del reparto. Ospedali pediatrici e reparti che negli anni si sono colorati, rimodernati e ridisegnati affinché potessero essere sempre più a misura di bambino, cercando di alleggerire il peso del dolore e della sofferenza. Numerosi i progetti in tal senso, dalla clownterapia alla musicoterapia, dalla pet therapy all’utilizzo di tecnologie non farmacologiche, dalla preparazione psicologica all’intervento chirurgico. Gli ingredienti sono sorriso, buona volontà, compagnia, generosità, collaborazione, bontà, capacità con una dose di amicizia e informazione. In altri termini umanità oltre il camice. Umanità che si sposa al rispetto dei diritti dei fanciulli in corsia sancito prima dalla Carta dei Diritti dei piccoli pazienti ed oggi ribadito dal protocollo siglato sempre più al fianco dei diritti dei bambini anche in una fase delicata e difficile che li vede in corsia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Black-out challenge il “gioco” più seguito dalla rete che istiga i ragazzini al suicidio

untitled 2“Giochi pericolosi in rete”, basta digitare questa frase in internet per imbattersi nel black-out challenge, il “gioco” che uccide. Qualcosa che si stringe attorno al collo, l’aria che inizia a mancare, il buio. Un blackout, una pratica che prevede di soffocarsi per poco tempo così da sperimentare la sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritornano al cervello. Blackout è solo l’ultimo nome con cui è stata battezzata una pratica pericolosa che da anni continua a provocare vittime: il choking game, il gioco del soffocamento. Si tratta di una delle tante sfide virali con cui gli adolescenti si mettono alla prova per mille motivi che vanno dal dimostrare di essere dei veri duri, al superare i propri limiti, sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso. In questo caso, l’obiettivo della black-out challenge è quello di provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno da soli o chiedendo aiuto a qualcuno per qualche minuto. In rete ci sono decine di tutorial in merito e altrettanti video seguitissimi di adolescenti di mezzo mondo che ridono divertiti assistendo alla challenge. Uno di questi video li ha visti anche Igor, morto lo scorso 6 settembre. Sportivo e promessa del free climber, per provocarsi quell’assenza di ossigeno si era legato al collo una corda da montagna ed è morto soffocato. Inizialmente la polizia aveva classificato la morte come suicidio, ma i genitori del giovane non hanno mai creduto all’ipotesi che il ragazzo avesse potuto compiere un gesto tanto folle. Hanno così passato a setaccio le sue cose e la cronologia dei siti internet visitati dal giovane, trovando così le risposte. I genitori, hanno voluto rendere pubblica la loro scoperta per lanciare l’allarme ad altri genitori. Il fenomeno, sembra consolidato e seguito in rete, più di novecentomila visualizzazioni si contano ai video tutorial. Nato nel 2008, attira giovanissimi di ogni età, che secondo una citata ricerca statunitense, i ragazzini si avvicinano a questa pratica prevalentemente per solitudine, il 95,7% degli incidenti pare siano avvenuti mentre la vittima era da sola. Si parla di un’età media intorno ai 13 anni. Video virali. Nessun santone della morte, nessun guru oscuro che convince i ragazzi a provare il choking game. I video più visti su questo argomento sono semplicemente delle raccolte di curiosità. La sfida al soffocamento esiste da decenni, ma la rete ha reso virale la diffusione di questo pericolosissimo “gioco”. Secondo gli esperti, sia a livello famigliare sia a livello scolastico non c’è abbastanza sensibilizzazione sui rischi e sui pericoli delle varie challenge: dalla blue whale alla tide pods challenge, passando per la candom snorting challenge e spesso gli adulti ignorano persino l’esistenza di simili sfide, nella migliore delle ipotesi i genitori pensano: “mio figlio non farebbe mai una cosa tanto stupida” e invece il caso di Igor e di molti ragazzi morti per “gioco” dimostra che anche in una famiglia attenta e sensibile possono avvenire le tragedie. Il disagio adolescenziale è un mostro silenzioso che troppe volte in famiglia viene sottovalutato. I genitori pensano al proprio figlio in termini di “dover essere” e non si chiedono chi esso sia davvero. Le priorità sono eccellere a scuola, nello sport scelto, tenere in ordine la camera, e nel tentativo di cercare di tenere insieme tutte queste cose e di farle funzionare, non accorgendosi del male di vivere dei teen-ager forse attirati dal lato oscuro della rete, dai giochi pericolosi e dalle dannate sfide per dimostrare di essere in gamba. Ma i segnali allertanti per un genitore attento ci sono. Se d’improvviso il proprio figlio diventa apatico, trascorrendo tempo al cellulare, se smette di uscire con gli amici o al contrario esce più spesso, torna tardi, non fornisce indicazioni di dove andrà, cosa farà, con chi si vedrà; se dorme poco o cambia le sue abitudini alimentari, se diventa meno comunicativo e più musone potrebbe nascondere un disagio che non può essere liquidato come “paturnie da adolescente”. E’ vero che i genitori non devono sostituirsi agli investigatori, ma ogni tanto “indagare”, informandosi sulla vita e su ciò che segue il proprio figlio può essere un valido deterrente, anche perché la vita umana non può essere un “gioco” da rete, ma un fenomeno complesso e fantastico da vivere e se un momento della vita è più buio è bene che i ragazzi si sentano sorretti e sostenuti dai genitori e non dalla rete, che tenta ed inganna come un falso amico.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Figli della droga. Nascere con la sostanza stupefacente nel dna

untitled 2Viene a contatto con la marijuana, la inala e si sente male. Vittima una bambina di un anno e mezzo della provincia di Salerno. La piccola è stata immediatamente trasportata e ricoverata all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, nel frattempo la Poliza di Stato ha avviato le indagini, interrogando il papà della piccola, un 21 enne già noto alle forze dell’ordine per altri reati, perquisito la casa della piccola, dove non sono state rinvenute tracce di sostanze stupefacenti, ma le indagini continuano. La madre della piccola, una 17 enne, non ha saputo fornire indicazioni su come la bimba sia venuta a contatto con la droga. I risultati degli esami tossicologici sulla piccola sono stati consegnati al Tribunale per i Minorenni che dovrà pronunciarsi sull’affidamento della bambina. Genitori troppo violenti e dediti all’uso di droga, con questa decisione il Tribunale per i Minori di Salerno ha revocato l’affidamento di una bambina di 7 anni ai propri genitori. Le indagini della procura, generate da un procedimento poi terminato con una condanna per il padre, accusato di maltrattamenti, si sono avvalse del prezioso contributo degli assistenti sociali, che pare-secondo quanto riportano alcune testate giornalistiche locali- la bambina, pare abbia riferito agli assistenti sociali di un clima di violenza e di tensione, la piccola sembrerebbe aver spiegato agli operatori sociali anche il procedimento di confezionamento della cannabis. Diversi gli episodi riferiti dalla piccina, come quello che vide la bambina essere tirata per i capelli, dopo un litigio tra la madre ed il padre. Conflittualità su conflittualità, perché alla violenza genitoriale si aggiungeva il rapporto burrascoso e violento tra nonni e genitori, tanto che il Tribunale per i Minorenni ha preferito per l’affidamento della piccola ad una struttura che possa accompagnarla nel ritrovare il benessere psico-fisico e nel frattempo i suoi genitori dovranno seguire un percorso di recupero, al fine di riacquistare la podestà genitoriale e la capacità di poter mediare all’interno dell’ambiente familiare. L’emergenza droga, in Italia, è un fenomeno in aumento anche tra le donne. Sono sempre più giovani quelle che vivono esperienze di tossicodipendenza, stato che si protrae anche in gravidanza. Figli della droga, nascono con la droga in circolo o assistono a momenti di confezionamento, stati di dipendenza o astinenza dei genitori, in alcuni casi sono utilizzati come piccole leve emergenti della droga. Oltre la cronaca si nasconde una realtà dura e vera. Un’emergenza del nostro tempo.  Sembra incredibile, ma quella dei neonati sofferenti per vere e proprie crisi d’astinenza poiché figli di madri che hanno continuato a drogarsi in gravidanza è una realtà terribile ma più diffusa, purtroppo, di quanto si possa pensare. Piccoli “drogati” in cui si assiste a cose al limite dell’umana immaginazione: bambini di appena pochi mesi in preda alle convulsioni, al tremore, tutto a causa dell’astinenza da sostanze tossiche. Bambini che alla nascita sono dipendenti dalle sostanze assunte dalle loro madri durante la gestazione, avvertono la mancanza di eroina o di metadone, a seconda della sostanza utilizzata sino al momento del parto. Il neonato trema incredibilmente è in astinenza da oppio. Madri che assumono sostanze e perdono i freni inibitori, incapaci di gestire la vita di un neonato, arrivando anche a gesti violenti perché sovraeccitate per via del consumo di droga. Le mamme spesso raccontano di non riuscire a fare al meno della sostanza, “sembra sia tutto ok, che tu non stia facendo nulla di sbagliato”. La chiamano sindrome da astinenza e colpisce i neonati, crisi e manifestazioni cliniche che si verificano nel neonato la cui la madre ha assunto regolarmente sostanze stupefacenti durante la gravidanza, causate dalla brusca interruzione, avvenuta con il parto, dell’apporto delle sostanze stupefacenti al feto. Sostante compromettenti. Naturalmente molti fattori influiscono sulla sintomatologia del neonato, ma sicuramente giocano un ruolo importante il tipo di sostanza assunta dalla madre, la quantità di droga consumata abitualmente, anche il periodo di assunzione. Per capire se un bambino presenta sintomi di astinenza non è necessario aspettare troppo: sono sufficienti 3 giorni, in genere, anche se in alcuni casi si può aspettare anche la prima settimana di vita. I medici che diagnosticano questi sintomi devono avviare tempestivamente la segnalazione alle forze dell’ordine ed al Tribunale per i Minorenni, occupandosi della cura dei piccoli, poi il trasferimento in una comunità protetta, in attesa di chiarire la situazione dei genitori naturali. Le decisioni che si operano dipendono se la madre è consenziente, viene accompagnata con il suo bambino in una comunità e si decide come proseguire il percorso di recupero. Spesso subentra in una fase successiva l’affido ad una famiglia, ma i rapporti con la madre biologica sono mantenuti e gli incontri protetti avvengono alla presenza di un’assistente sociale, a cadenza –solitamente- settimanale. Ovviamente se la mamma poi dimostra di non far più uso di stupefacenti e di essere in grado di badare al figlioletto, il bimbo le viene riaffidato. Ci sono casi anche in cui è necessario allontanare il minore dal suo nucleo familiare originario perché- come spesso avviene- la madre non riesce a badare ai suoi bisogni: igiene, nutrizione, accudimento. Una spirale che inghiotte queste madri dove la droga la fa da padrona e domina la loro vita, sottraendole alla maternità e alla genitorialità, un lavoro complesso e difficile attende gli operatori sia sotto l’aspetto clinico che sociale. I bambini citati in apertura ricorderanno metodi di confezionamento, crisi d’astinenza dei genitori, gli effetti della droga, ed avranno bisogno di supporto per rielaborare e per un’immagine familiare “diversa”, perché si rischierebbe da adulti un facile avvicinamento alla sostanza stupefacente. Nel caso dei neonati, è importante l’aspetto clinico che porti alla disintossicazione, in creature che non hanno anticorpi e difese immunitarie. Oltre ai bambini vanno salvati da un destino che sembra già segnato dalla droga anche i genitori, un percorso non semplice, tortuoso, difficile e faticoso, che deve presuppore la buona volontà e la capacità di reazione dell’adulto, spesso i figli diventano la forza giusta per intraprendere un percorso di disintossicazione, un atto d’amore prima che umano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Agire, subito. A fianco delle donne vittime di violenza e di chi non ha più voce…

untitled 2Donne umiliate, maltrattate, picchiate ed uccise. Un bollettino da guerra, la cronaca di queste ultime ore. Da Nord a Sud dell’Italia e non c’è ceto sociale o differenze culturali che tengano. Gli uomini diventano violenti, bastardi e cattivi. Senza se e senza ma. Un’ignobile guerra contro le donne che ci rimettono i sentimenti, le paure, le angosce e molto-troppo spesso la vita. Inaccettabile. Intollerabile. Fermiamo questa violenza inaudita. Abbiamo bisogno di uno Stato che stia accanto alle vittime, che le supporti, li tuteli. Abbiamo bisogno di pene certe e severe.

Siamo stanche “del poi faremo”, “è pronto un disegno di legge”, proclami a cui non seguono i fatti e si continua ad essere umiliate o uccise dall’uomo che credevamo ci amasse.
E’ impensabile che alle soglie del 2019 in una società che corre veloce e fatta di donne di potere e di carattere, le donne siano ancora l’avamposto della politica e delle tutele.

Avete idea di cosa di prova a stare accanto ad una persona che anche per una banalità diventa violento, irascibile, aggressivo, che ti accusa –anche se colpa non ne hai?

Avete idea di cosa si prova ad aver paura-ma di quelle che ti scappa la pipì- quando inizia a sbattere i pugni su qualsiasi cosa, quando la rabbia è fuoco nei suoi occhi e ti guarda come se fossi il diavolo in persona? Avete idea di cosa si prova fingere a se stessi che è solo un momento, che poi passerà? O quando ti fai mille domande e magari cerchi di capire dove hai sbagliato, colpevolizzandoti, ne avete idea?

Avete idea di come la tua vita diventa “oggetto suo”, ti priva prima degli amici, poi ti impone dei diktat, poi inizia a mettere bocca nel tuo lavoro, sui tuoi accordi lavorativi, sino ad allontanarti da tutto. Ne avete idea?

Avete idea di come “quell’uomo” riesca a spegnere quell’uragano di vitalità, energia, spensieratezza, gioia che sei? E’ come se un albero si spogliasse di tutte le sue foglie anche se non è autunno. Ti spegni. Ti annulli. Ti cancelli.

Avete idea di cosa si prova ad essere abbandonati su una strada di notte solo perché “hai osato” dire di voler tornare a casa. Perché casa dei tuoi genitori è sempre il porto sicuro dove vuoi tornare.

Vi potrei chiedere altri dieci, cento “avete idea”, ma preferisco fermarmi qui.

 

Direte e penserete: “gli uomini violenti vanno lasciati e subito. Ai primi segnali”, sapete se lo ripetono anche le donne che prendono coscienza di essere annullate, violentante psicologicamente, fisicamente, donne che si sentono oggetto, ma non è sempre così facile e sapete perché? Perché la paura si amplifica, arrivano le scenate sotto casa, arrivano i messaggi che fanno paura, le ansie si moltiplicano, e nel frattempo ti sei spenta totalmente: non sorridi più, non hai più tutta quell’energia, ti senti una stupida: “perché i segnali c’erano” (te lo dici da sola) e sai di non essere tutelata da nessuno: se denunci non possono agire, infondo e –nella stragrande maggioranza dei casi- è un incensurato, e poi secondo il nostro sistema giuridico alla prima denuncia non si può intervenire. Che poi anche alla seconda, terza, centesima non è che sempre ci siano interventi di tutela, a volte sono delle misure di allontanamento che poco o nulla fanno. Così decidi di fare da sola, farti aiutare, supportare e proteggere dalla tua famiglia. Esci con gli amici-almeno sei in compagnia-, cambi abitudini, blocchi numero, social, porti con te sempre il telefono-si sa mai qualcosa- e speri (forse egoisticamente ed in cattiva fede) che lui possa distogliere il suo sguardo e magari invaghirsi di un’altra-mentre ti ripeti: ”poverina”-.

E quando le cose si placano –nella migliore delle ipotesi che auguro a tutti che possa essere così- ti ritrovi con la famiglia che è indebolita e sfinita, ma è stata la tua salvezza, pochi veri amici al tuo fianco, sono passate settimane e mesi e sei ritornata quella che eri con la tua vita, i tuoi difetti, il tuo carattere, ed una sera ti ritrovi a parlarne come se stessi parlando in terza persona, come se tu stessi raccontando la storia di qualcun altro, non la tua.

Ma non sempre ahimè, ahinoi così, a volte c’è una tomba che aspetta le donne che non potranno parlarne più e non potranno più riprendersi la loro vita.
Agiamo, Agite subito, adesso, non c’è più tempo.

 

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“Mamma posso usare lo smartphone?” Se i figli chiedono, i genitori cosa dovrebbero rispondere?

untitledAdolescenti solitari e depressi, immagine di una generazione da smartphone, che si annoia e si sente “troppo libera” quando è in astinenza da cellulare. Sbronzi di telefono. Senza cellulare si sentono soli e più stressati. I Millennials sono pigri, eterni insoddisfatti e socialmente dipendenti. Hanno detto addio al caro diario ed hanno fatto del cellulare il loro miglior confidente. I nativi digitali crescono davanti al telefono, dialogano con l’intelligenza artificiale, guadagnano follower. E la nuova età adulta per web e social si abbassa vertiginosamente. “Ce l’hanno tutti”, “Mi serve per i compiti”, “Mi serve per parlare con i miei amici su watsapp”, le abbiamo sentite tutti queste frasi almeno una volta nella vita da genitori o da educatori di una nuova società che dallo smartphone proprio non riesce a staccarsene. La richiesta dello smartphone presto o tardi, tocca a tutti i genitori, che si sentono spaesati e temendo di fare del proprio figlio un escluso o di generare infinita discordia, lo consegnano nelle sue mani inesperte dei loro figli. Anche perché molti genitori lo vedono come un rassicurante elettronico in grado di rintracciare il proprio figlio ovunque ed in qualsiasi momento. Ma qual è l’età giusta? Non esiste un’età giusta e non saranno posti dei limiti. Secondo i dati di “Eukids” 2017, in Italia, più della metà dei bambini già a 9 anni possiede uno smartphone, percentuale al 97% quando si arriva ai 15. Prima di regalarglielo chiedetevi: “gli serve? E’ pronto per utilizzarlo e per gestirne la complessità?” Sempre più ricerche dimostrano che i bambini che usano precocemente e intensamente le tecnologie sviluppano meno abilità sociali. Oggi sappiamo che lo smartphone impatta in modo definitivo sulle competenze cognitive ed emotive e su alcune delle sfide evolutive come lo sviluppo sessuale, la costruzione delle passioni, quella delle dipendenze. Lo smartphone è la principale causa di distrazione, stimolando a fare più cose contemporaneamente, in un momento in cui la concentrazione e l’attenzione devono essere sperimentate da soli. Da un punto di vista dello studio, riduce la creatività e la risoluzione di problemi a un click con un motore di ricerca. Secondo alcuni terapeuti sono molti i genitori che si rivolgono ad un esperto per aiutarli a gestire le problematiche di abuso da tecnologia. Lo smartphone non va vietato, piuttosto regolarizzato. E’ buona regola dare ai figli delle fasce orarie in cui utilizzare il cellulare, intervallando anche i momenti che precedono e seguono i compiti. Cercate di dare uno sguardo alle sue ricerche e alle sue chat. Lasciategli più spazio per navigare in internet e meno dallo smartphone. Spesso il cellulare è richiesto per avere a portata di mano i social network, mentre internet consente di poter approfondire e ricercare ed è possibile farlo da un normalissimo computer o tablet. Accertatevi del reale utilizzo che vorrebbe farne vostro figlio. Se credete che sia giunto il momento per i vostri figli di avere uno smartphone, per i primi mesi optate per un cellulare condiviso, di famiglia, così da controllare giochi, social e chat. Poi costruite con lui un “contratto educativo” con regole chiare e precise in cui stabilite i momenti on-line ed off-line, stabilendo gli orari e la durata della navigazione. Una mia utente mi ha raccontato di una sveglietta che dopo trenta minuti di utilizzo dello smartphone suona ed i bimbi la vivono come una regola goliardica. Mentre, un’altra mia utente che non riusciva a gestire più la prestazione continua dello smartphone della figlia, mi ha raccontato di una “moda” molto in voga tra i giovanissimi: gare notturne su watsapp per controllare chi “crolla” prima al sonno. L’ultimo accesso segna il momento in cui l’altro compagno si è lasciato andare tra le braccia di Morfeo. E così gli adolescenti vanno a dormire addirittura alle tre di notte, pur di essere svegli ed arrivare primi. Comunicate loro limiti da non trapassare e fategli sapere che sarete lì a presidiare. Senza dimenticare che alcune regole esistono già, di legge. Se vi chiede di aprire un profilo Facebook, sappiate che sino ai 13 anni è vietato. Per watsapp ditegli che può usarlo ma sotto il vostro controllo, perché è un’app consentita a chi ha già 16 anni. Salviamo almeno le zone franche. Ciò che ha fatto la Francia, che ha vietato di usarlo in classe. Quando l’anno scorso la ministra dell’ Istruzione, Valeria Fedeli, lo ha sdoganato in nome di una scuola digitale, le polemiche non si fecero attendere e ammetto di essere contraria all’uso del cellulare in classe. Distrae, crea confusione, permette ai ragazzi di fotografare di nascosto compagni ed insegnanti e di divulgarle come e quando vogliono, mentre, la scuola è il luogo dell’istruzione, dell’educazione e delle regole e se proprio vogliamo renderla digitale ci pensano già lavagne e aule informatiche. Credo che i cellulari vadano lasciati a casa, quantomeno nelle ore scolastiche. Forse se i ragazzi posassero il cellulare e iniziassero a guardarsi negli occhi, condividendo la ricreazione in un rapporto umano anziché sui social, forse sarebbero meno digitali e più umani, più altruisti. Più consapevoli e meno egoisti. Più veri e meno finti. In classe è necessario concentrarsi sul volto dell’altro, prestare attenzione a chi parla. La scuola deve rimanere un luogo dove regole e comportamenti sono condivisi da tutti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Pronti per la notte di Halloween? Gli aspetti educativi della festa celtica ed i consigli di una meck up artist per un trucco “da paura”

untitledC’è stato un tempo nel quale la festività di Halloween era patrimonio esclusivo delle popolazioni celtiche. Poi, negli Stati Uniti, quel ceppo originario ha assunto connotazioni meno sacre e più commerciali, meno sociali e più festaiole. Ed è così che ormai si festeggia, come l’occasione per indossare costumi più o meno spaventosi, un trucco più accentuato e per divertirsi senza troppi pensieri – almeno per gli adulti-. Criticata, osteggiata, ma vissuta da grandi e piccini, che si voglia o meno ormai è una festa che di diritto è entrata nella nostra se vogliamo tradizione. Non c’è scuola o famiglia che non organizzi una festa di halloween, non c’è locale o discoteca pronta a viverla a suon di musica e divertimento. Come zia e come assistente sociale, mi trovo alle volte alle prese con genitori ed amici che mi chiedono consigli su come rispondere alla richiesta da parte dei figli di poter partecipare alla festa di halloween dell’amichetto. Questa ricorrenza, sempre più diffusa nel nostro paese, pare sia ogni anno in grado di scaldare gli animi e dividere le coscienze. In particolare alcuni sembrano temere il riferimento a un mondo considerato “macabro”, popolato di zombie, fantasmi, mostri, streghe e vampiri, creature “terribili” colpevoli, secondo molti, di insinuarsi nella coscienza dei più piccoli e di poterla in qualche modo attirare verso il mondo dell’occulto. C’è chi ha timore che sia proprio questa festa a portare mostri e paure nei sogni dei bambini, e che forse sarebbe meglio proteggerli. Sgombriamo il campo da paure ed ansie che i più piccoli non si pongono ma che vivono se siamo noi adulti a trasmettergliele. Eppure ci sono degli aspetti educativi per cui potrebbe valere la pena farla diventare una festa un po’ nostra. Anzitutto, perché dà spazio ad altre culture, sarebbe bello se questo valesse per tutte le culture e non solo per quelle dominanti, è sempre positivo, aprire la mente e conoscerne delle altre. Aiuta a crescere. Aspetto da non trascurare ed educativo secondo la psicologia, è il travestimento. Il travestirsi da mostro o quant’altro e il giocare con pipistrelli, teschi e ragni, sortisce l’effetto contrario a quello prospettato dai genitori spaventati. Il travestimento in generale è il mezzo per “vestire e calarsi nei panni di un altro”, principesca o grottesca che sia, è un’attività che non dovrebbe mai mancare tra le occasioni ludiche dei bambini, almeno dai tre anni in su. E’ da questa fascia d’età, infatti, che il loro livello di sviluppo consente di distinguere tra realtà e fantasia, a godere del “fare finta di” e, come accade nei festeggiamenti di halloween, anche farsi scherno delle proprie paure. Infatti, il travestimento è il potente mezzo per esorcizzare le proprie paure. La festa di halloween, servendosi di simboli magici che affascinano, evoca e libera dalla paura proprio per i contenuti a sfondo macabro che sono il tema dominante. Halloween ha una funzione liberatoria: grazie ai “rituali” del 31 ottobre si ha l’occasione di prendere in giro la paura, di  combatterla e di sconfiggerla. Vale per adulti e ancor di più per i più piccoli che sono alle prese con la grande paura della crescita, paura che deve superare attraverso la maturazione che può passare anche per eventi esterni come, ad esempio, i festeggiamenti di halloween. Il bambino saprà sicuramente di quale creatura terribile vorrà indossarne i panni. Si trasformerà così nelle sue stesse paure, entrerà in quello che per lui è il mondo dell’ignoto, e riuscirà a farsi beffa di questo sapendo di essere “protetto”. Se in passato per sconfiggere i loro timori i ragazzi sognavano di essere Superman, il Supereroe tutto muscoli, oggi i nuovi giovani hanno come modello Harry Potter, orfano indifeso, che supera le grandi paure con l’intelligenza, l’astuzia, il coraggio. Il mondo delle paure trova, quindi, espressione anche nella festa di halloween e non va censurata perché è bene che il bambino sappia che di certe cose se ne può parlare. Ma c’è di più, diventare strega, folletto, fantasma o mostro per gioco può anche essere un modo per dare forma a quelle emozioni o parti di se stessi che trovano la possibilità di espressione in modo innocuo e divertente. Tra gli elementi educativi di halloween, troviamo il tema delicato della morte. La festa di halloween permette di avvicinare i bambini al tema della morte in modo ludico, con un tocco di ironia. Nulla vieta, dopo, di ricordare i propri cari defunti secondo le personali usanze e tradizioni. Il tradizionale giro scandito da “trick or treat” permette di entrare in contatto con bambini ed adulti del quartiere o del vicinato, di cui spesso si ignora anche la faccia. I piccoli vanno coinvolti anche nei preparativi, in laboratori creativi, come l’intaglio della zucca, per scoprire il reale significato dell’espressione “zucca vuota”. La zucca simbolo chiave della festa si fa conoscere e spesso bimbi inorriditi dalle verdure, sono incuriositi dal conoscerne il sapore, scoprendo giocando nuovi gusti. Halloween è un’occasione ulteriore per divertirsi in famiglia tutti assieme, visto che halloween non ha età. Allora perché non allargare gli orizzonti e pensare a come vestirsi e truccarsi nella notte più spaventosa dell’anno? Ho interrogato, Elisabetta Mariotti per farci spiegare piccoli, semplici stratagemmi per un trucco “da paura” per adulti e piccini.

Banale, forse scontata la mia domanda, ma ho l’occasione di porLa ad una professionista del settore: perché il trucco dopo il travestimento è un elemento fondamentale di halloween?

Io mi sento di dire che è il trucco ad essere l’elemento essenziale. L’abito viene forse dopo con i suoi accessori al seguito. Con il trucco, in questa occasione, possiamo sperimentare e osare come in nessun’altra occasione potremmo. Che decidiamo di trasformarci in streghe, zombie, scheletri, la scelta del make up è fondamentale per immergerci nell’atmosfera misteriosa e spaventosa di Halloween.

Quali consigli che puoi fornirci per un trucco ad effetto per un adulto uomo e un adulto donna?

Moltissimi sono i trucchi che potremmo realizzare per questa occasione. Di impatto e non troppo difficili da realizzare ci sono sicuramente gli scheletri, che si adattano sia ad una donna che a un uomo, indipendentemente dall’età e non passano mai di moda.

Per una donna che vuole apparire non poi così spaventosa ma comunque colpire e rimanere nel tema, mi sento di proporre un “diamond skull makeup”. Si tratta, di base, di un classico scheletro. Ciò che lo rende piacevole ed estremamente femminile, quasi elegante, sono questi diamantini facilmente trovabili in merceria. (Consiglio di applicarli con la colla per ciglia finte.) Completerà il look una bella corona di fiori finti e un bell’abito nero che credo sia immancabile nell’armadio di ogni donna.

Per l’uomo che quasi sicuramente, non me ne vogliate, sarà meno abile delle donne a giostrarsi con il makeup ma che per quel giorno ha la “scusa” di potercisi cimentare, mi sento di proporre diversi trucchi: dal vampiro al classico scheletro.

Il trucco-vampiro necessita di un colorito piuttosto pallido quindi per questo makeup è necessario disporre di un fondotinta bianco o cerone e cipria trasparente per fissare la nostra base. Giocare con matita, ombretto e rossetto rosso sarà sicuramente essenziale per creare un forte contrasto tra lo scuro degli occhi (con occhiaie effetto misterioso) e labbra rosse, a voler richiamare il contatto con il sangue. Per quanto riguarda il costume, possiamo facilmente comporlo con quello che abbiamo a disposizione. Una camicia bianca con dei pantaloni neri eleganti e l’immancabile mantello, sono sufficienti per il travestimento. Per completare il look e renderlo ancora più spaventoso, consiglio delle lenti a contatto e i classici denti da dracula, seppur non “comodissimi”.

Il trucco da teschio è un trucco semplice da realizzare, ma si presta a numerosissime variazioni sul tema. In più ci bastano pochi prodotti per realizzare questo make up.

Per prima cosa bisogna fare la base bianca. Per realizzarla si può utilizzare un apposito cerone, oppure un fondotinta nella tonalità più chiara disponibile, il cui effetto pallore si può rafforzare con una cipria molto chiara, che contribuisce anche a fissare il make up. Trucchiamo in questo modo anche le labbra.

Servendoci di un kajal e ombretto nero cerchiamo i nostri occhi di nero, anche esagerando. Sempre utilizzando la matita nera coloriamo la parte più interna delle labbra e disegniamo linee nere a mo’ di denti sulle labbra. Coloriamo di nero anche il naso. Se siamo un po’ più abili divertiamoci a disegnare altri dettagli, come ad esempio gli zigomi incavati, usando anche uno sfumino per modellare meglio il segno della matita e dell’ombretto.

Come truccare un bambino: optare per una trucco sobrio o è possibile osare, ed in che modo osare?

Innanzitutto è regola di base quella di usare solo ed esclusivamente trucchi e cosmetici per bambini, devono essere dermatologicamente testati. Per questo, sconsiglio di comprarli nei negozi cinesi. Prima di iniziare, consiglio di testare il trucco su una piccola parte di pelle per verificare che non ci sia una reazione. Meglio comunque usare colori ad acqua, più traspiranti e facili da togliere.

Si sa che ai bambini si divertono molto più di noi a travestirsi e in questa occasione non sembrano affatto spaventati da queste figure horror.

Per una bambina, un must have è il trucco da strega. Si inizia scegliendo il colore principale: le streghe, si sa, possono arrivare sulla scopa vestite di verde o di viola. Qui immancabile però sarà il noto cappello a punta e l’abitino da strega con scopa al seguito. Compra un trucco da viso per halloween per bambini: che sia verde o viola non è importante, l’importante è che sia anallergico. Dopo aver applicato la base del colore che si preferisce, ci si concentra sulle decorazioni, dalle ragnatele, ai pipistrelli, ai fantasmini.

Per un bambino, molto carino e semplice da realizzare, è il trucco da zucca. Tutto ciò che serve è un trucco per viso arancione, uno bianco ed una matita nera. Ci si può concentrare sull’intero viso oppure solo su una metà.

Suggerimenti per i prodotti da utilizzare?

Per i prodotti da utilizzare per questi tipi di makeup credo che bisogni disporre di un cerone o, più leggero, un fondotinta molto chiaro che poi andrà fissato con una cipria molto chiara o, meglio, trasparente. Immancabile la matita o un ombretto nero. Utili sono gli aquacolor, disponibili in tutti i colori e facilmente reperibili negli appositi negozi o, eventualmente, su amazon. Si tratta di una sorta di acquerelli ma creati appositamente per essere utilizzati sul corpo. Andranno poi via facendosi una doccia.

Per i bambini, invece, come già detto esistono trucchi appositamente per loro. L’importante è che siano anallergici e testati dermatologicamente. Comunque consiglio sempre di fare una prova sul braccio del bambino qualche giorno prima per verificare che non ci sia alcun problema.

Qual è il trucco halloween 2018?

Spesso i trucchi di halloween seguono ciò che le ultime uscite cinematografiche a tema horror, ci propongono. Ricordo che l’anno scorso uscì IT e difatti spopolavano makeup del clown ovunque, indistintamente tra uomini e donne. Quest’anno in voga potrebbe esserci la mostruosa suora protagonista di “The Conjouring 2”, davvero terrificante.

Con la collaborazione di Elisabetta Mariotti make up artist

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