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Ragazzi fuori famiglia, i 18 anni rischiano di diventare un incubo ma un progetto potrebbe cambiare le cose…

untitled 2Allontanati durante la minore età da genitori violenti, disadattati o criminali, alla maggiore età vengono abbandonati al loro destino, perdendo casa e vitto, diventando degli invisibili agli occhi delle istituzioni e della società civile. La maggiore età per i minori fuori famiglia diventano una mannaia sul sussidio. Dalla retta versata dal comune di residenza alla comunità che lo ospita a zero euro. Per i circa 28 mila ragazzi allontanati dalle famiglie d’origine, compiere 18 anni significa perdere ogni tutela: niente più assistenza, né vitto né alloggio. Privi di mezzi di sostentamento eppure formalmente adulti. Appena diventano maggiorenni non hanno più la sicurezza dell’ospitalità, salvo in alcuni casi in cui il Tribunale per i Minorenni può disporre il prolungamento sino al ventunesimo anno d’età. Provvedimento che spesso non viene emesso in considerazione  delle difficoltà dei comuni, infatti, molti enti non sono in grado di sostenere l’onere della retta, pertanto i minori fuori famiglia perdono tutto, trovandosi soli e abbandonati al loro destino, che qualche volta li riporta nella famiglia dal quale sono stati allontanati. Ragazzi che al compleanno più importante della vita si ritrovano preoccupazioni invece che festeggiamenti e la maggiore età rischia di diventare una disgrazia dove incontrano senso di vuoto, precarietà e nessuna certezza. Secondo i dati i minori fuori dal nucleo d’origine sono 28.449, suddivisi tra famiglie affidatarie e comunità residenziali. Una fotografia che mostra come la pressione per l’autonomia, per loro, non sia paragonabile a quella che vivono i coetanei. Sono stati ribattezzati care levars questi giovani che vivono in maniera più drammatica di altri le difficoltà legate al passaggio all’età adulta e all’indipendenza. Soggetti con una doppia vulnerabilità: riconducibili all’essere giovani in tempi di incertezza e allo stesso tempo giovani senza o con fragili relazioni familiari e senza un rete nel panorama del welfare adeguata a sostenerli. Secondo alcune ricerche internazionali i care leaver presentano spesso serie difficoltà ad uscire dai percorsi assistenziali, a portare a termine o continuare i percorsi di studio e formazione, a costruire adeguati percorsi professionali, a perseguire stili di vita personali e familiari a cui aspirano e soprattutto ad evitare i rischi di caduta nella spirale della povertà. Di questi giovani si sa poco o nulla. Qualcosa però nel panorama sociale sta cambiando, in alcune regioni si stanno sperimentando i “gruppi appartamento” per favorire l’autonomia e l’indipendenza dei care lever. Mentre, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito del fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, ha dato vita alla sperimentazione di interventi in favore di coloro che al compimento della maggiore età vivono fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Il progetto viene sperimentato su tutto il territorio nazionale. Destinatari della sperimentazione sia i ragazzi interessati da un provvedimento di prosieguo amministrativo, sia coloro che non ne sono beneficiari. L’obiettivo generale del progetto è quello di accompagnare i neomaggiorenni all’autonomia attraverso la creazione di supporti necessari per consentire loro di costruirsi gradualmente un futuro e di diventare adulti dal momento in cui escono dal sistema di tutele. Il progetto di accompagnamento verso l’età adulta sarà strutturato da una valutazione multidimensionale che nascerà dall’Analisi preliminare e dal Quadro di analisi che sarà elaborato dall’assistente sociale in unione con gli educatori della comunità o i familiari affidatari già dal diciassettesimo anno d’età. Il progetto verso l’autonomia dei care lever  potrà avere una durata triennale accompagnando i beneficiari fino al ventunesimo anno d’età. I ragazzi vengono accompagnati con una borsa individuale pari a una somma non superiore a 780 euro per un totale annuo non superiore a 9.360 euro, calcolato anche dal valore ISEE in corso di validità e non superiore a 9.360 euro. A tal proposito si chiarisce che l’ISEE potrà essere prodotto dal ragazzo al compimento del diciottesimo anno d’età, avendo acquisito una residenza fuori comunità, anche in una coabitazione e senza il vincolo di presentare redditi precedenti. Tale borsa individuale mira ad accompagnare il neo maggiorenne verso il completamento degli studi, la formazione professionale e anche un luogo di dimora indipendente ed autonomo. A coadiuvarli anche un tutor per l’autonomia che sarà individuato dai servizi sociali nella figura di un educatore che stimolerà la rete amicale e l’inclusione sociale. Infine, và detto che la borsa individuale si coniuga ai progetti di Garanzia Giovani o tirocini di inclusione ed al Reddito di Cittadinanza, in questo caso la quota della borsa individuale potrebbe subire una variazione nell’approvazione del Reddito di Cittadinanza. Il progetto è stato presentato agli ambiti territoriali della regione Campania, durante un incontro organizzato qualche settimana fa a Palazzo Armieri a Napoli, e si pone senza dubbio almeno nella fase iniziale come un progetto pilota per alcuni ragazzi in carico ai Servizi Sociali, ma senza dubbio stimolante ed incoraggiante affinché questi figli del Servizio Sociale non diventino alla maggiore età degli invisibili che senza meta o supporto brancolano nel mare di incertezze e paure.

Postilla finale: solo qualche giorno fa è stato varato alla Camera un emendamento che integra con tre milioni di euro, per ciascun anno dal 2021 al 2024, il fondo per i giovani care leaver estendendo la misura per la prima volta fino ai venticinque anni.

 

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Reddito di cittadinanza, la vera sfida da vincere: facciamo chiarezza

untitled 2Il reddito di cittadinanza introdotto lo scorso anno nel nostro paese è ormai una realtà consolidata, che nei mesi ha consentito a molte famiglie di poter beneficiare di un contributo economico che in molte di queste si è tradotto in un aiuto concreto alle spese del menage familiare. Una misura attesa che al di là di una propaganda politica trova d’accordo anche l’Unione Europea che da tempo strigliava l’Italia circa l’attuazione di una misura di contrasto alla povertà. Misura esistente, seppur con criteri e requisiti diversi, anche in altre parti del mondo e dentro e fuori i confini dell’Europa. In Italia partito in fretta,  nei mesi ha iniziato a sviscerare alcuni contorni, come la piattaforma “GEPI” per gli operatori sociali, che impone di contattare i nuclei familiari per delineare un’analisi preliminare, tesa a conoscere il nucleo familiare e le esigenze che possono emergere. In sostanza è quella che da molti viene ribattezzata “fase due”, perché c’è da fare qualche chiarimento: la seconda fase non è relativa all’attuazione dei tanto invocati lavori di pubblica utilità, ma è caratterizzata dalla convocazione dei nuclei familiari per un colloquio presso i Servizi Sociali comunali, che delineeranno con l’analisi preliminare-formata da domande standard da compilare in tempo reale sulla piattaforma messa a disposizione dal Ministero- che definirà un profilo: la convocazione da parte dei centri per l’impiego per la sottoscrizione del patto di lavoro; una presa in carico dal servizio sociale professionale – che prevederà un percorso fatto di obiettivi e monitoraggio; la valutazione e presa in carico di un’equipe specialistica ed infine la presa in carico da un servizio specialistico -che consentirà di collaborare con strutture e servizi del territorio. L’ambito territoriale che in questa sede mi sento di rappresentare, Azienda Consortile “Agro Solidale” ambito S01-03, capitanata dal dottor Porfidio Monda, da mesi porta avanti la convocazione dei nuclei familiari, sottoscrivendo analisi preliminari e portando avanti il monitoraggio di molti nuclei familiari. Per quanto riguarda i tanto discussi Progetti Utili alla Collettività, meglio conosciuti come Puc, la fase è ancora quella embrionale, in quanto è in via di definizione e consolidamento, pertanto questa fase mi sento di ribattezzarla “terza” e che coinvolgerà i nuclei familiari nei lavori utili alla collettività. Dove badate bene si tratta solo di essere d’ausilio a personale già esistente nella pubblica amministrazione che ne avrà anche le responsabilità connesse a quella mansione. In attesa di addentrarci nei Puc, in virtù dell’esperienza diretta e costante che ho avuto a contatto con il reddito di cittadinanza  mi ha portata a comprendere che la misura è una sfida tesa a tirare fuori il meglio del sistema del welfare. Senza dubbio il Reddito di Cittadinanza ad oggi paga lo scotto della “fretta”, nato all’indomani delle elezioni, pertanto molti nuclei familiari per mesi hanno beneficiato di un contributo senza vedere applicate ulteriori servizi e misure previste dalla legge. In molti hanno iniziato a beneficiare dal mese di Aprile ma solo a Settembre sono stati chiamati, almeno per quanto riguarda il nostro ambito territoriale, per l’analisi preliminare. Ad oggi ci sono ambiti territoriali e comuni che sono fermi alle relative procedure per accreditarsi sulla piattaforma Gepi, per niente semplice all’inizio e senza una guida che specificasse a noi operatori come poter navigarci nel suo interno: intuito ed un pizzico di professionalità- almeno per noi- hanno avuto la meglio. E non è certo una nota positiva, perché così facendo molti colleghi si sono sentiti scoraggiati ed hanno iniziato ad avere un approccio poco stimolante verso il reddito di cittadinanza che invece può essere una sfida che tutti noi possiamo vincere se solo ci fosse il tempo per gli operatori di addentrarsi all’interno dell’ottica del sistema, la collaborazione degli utenti che devono abbandonare il concetto di un assistenzialismo fine a se stesso e l’applicabilità di servizi ed interventi: la famosa rete da costruire. L’esser partiti senza aver risolto una serie di nodi operativi fondamentali, come il raccordo tra servizi sociali comunali e centro per l’impiego, che ad oggi ancora non dialogano nonostante la creazione di un sistema informativo, non aiuta. Ecco perché ho compreso l’importanza del reddito di cittadinanza perché in sé è una misura che abbraccia ogni forma di povertà: economica, formativa, lavorativa, sociale, d’animo e persino familiare. Quelle domande apparentemente standard e fredde nascondono se ricevono una risposta sincera un bisogno che finalmente esce dalle mura casalinghe ed approda nelle sedi opportune. Davanti a ciò c’è la possibilità di sviluppo del welfare locale senza precedenti. Il rischio che non possiamo permetterci è di farla male. Ma per farla bene occorre tempo che è sinonimo di qualità e di attenzione per gli operatori e soprattutto strumenti. L’utente che si affida con sincerità al colloquio con l’assistente sociale e risponde seriamente alle domande ha a disposizione la  strada per risollevarsi dalla povertà, ma per fare ciò l’operatore ha bisogno di potergli garantire risposte attraverso servizi. L’esempio è quello che ogni giorno all’Azienda Consortile “agro solidale” il patto di inclusione sociale avviene proponendo agli utenti alcuni dei percorsi previsti dal progetto ITIA “Intese Territoriali di Inclusione Attivata”, un progetto che gode del finanziamento della Regione Campania e che prevede tre azioni. La prima rivolta alle  famiglie con bambini piccoli o con ragazzi con disabilità dove è prevista la figura dell’educatore familiare o del tutor specialistico a domicilio; la seconda azione, prevede una serie di corsi di formazione che prevedono retribuzione e attestato finale: perché se non c’è una formazione di base che consente alle persone di acquisire conoscenza e sapere, non potrà esserci spendibilità nel mondo del lavoro; infine poi la terza azione prevede l’attivazione di tirocini di inclusione sociale per persone normodotate o con disabilità, al fine di potersi riavvicinare al mondo del lavoro e dell’inclusione sociale. Ecco azioni che consentono di coniugare il reddito di cittadinanza con risposte concrete. Ma non tutti hanno queste possibilità e queste risposte.Dati alla mano, con i fondi per i servizi sociali, con l’investimento sui servizi e sui centri per l’impiego da parte di questo governo, davanti a noi c’è la possibilità di uno sviluppo del welfare locale che finora non si era avuto. Ecco perché questa possibilità non possiamo permetterci di gestirla male. Purtroppo, ad oggi, alcuni aspetti del RdC acuiscono questo rischio. Lo scenario per i servizi locali sarà più complicato di quello disegnato dal REI – per la frammentazione delle risposte, per la fretta, per l’incremento troppo veloce dell’utenza – quindi ci sarà ancora più bisogno della creatività e dell’impegno di tutti gli operatori locali. Gli operatori a questo punto sono cruciali, nella consapevolezza che una misura nazionale dà indicazioni ma il livello locale ha molti spazi per realizzarla nel modo migliore possibile. L’obbiettivo deve essere quello di tirar fuori il meglio del Reddito di Cittadinanza, essere capaci di limitarne i punti deboli e valorizzarne i punti di forza. Sapendo però anche che il lavoro fatto fino ad oggi nei territori è un ottimo punto di partenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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La maternità è davvero quello che vogliamo?

untitledUn blog è uno spazio dove poter riflettere e confrontarsi con le opinioni ed i pensieri altrui, e se un blog si unisce anche alla professione di un giornalista che come nel mio caso svolge anche un lavoro sociale, credo debba suscitare anche emozioni, sconvolgimenti personali e confronti di idee e perché no, un confronto intimo e personale. Infondo si dice che il Capodanno, che per altro ci siamo lasciati da poco alle spalle, sia tempo di bilanci e credo che per fare dei bilanci bisogna anche interrogarsi con se stessi e con le proprie opinioni, cosa che forse abbiamo smesso di fare perché assorbiti dai social e dalla vita sempre più confusionaria e frenetica.

La domanda che mi e vi pongo: la maternità è davvero quello che vogliamo?

La realizzazione personale di una donna non passa inesorabilmente per l’essere madre. E spesso, il desiderio di maternità non è spontaneo ma indotto da pressioni culturali o familiari. Nel mio lavoro incontro poco più che maggiorenni che cresciute nel desiderio di una famiglia immaginata e costruita nelle loro menti che poi si scontra con la realtà ed i fallimenti, restando madri, e si sentono intrappolate perché devono badare alla crescita di un essere che non ha chiesto di venire al mondo ma che ha i suoi ritmi ed i suoi tempi. Ne incontro spesso di mamme che si ritrovano strette in questo ruolo, anche perché devono provvedere economicamente alla loro crescita e conciliare i tempi con gli orari ed i lavori precari, saltuari e mal pagati. Così intorno a loro proviamo a creare una rete fatta di servizi: educativa domiciliare, tirocini di inclusione sociale – affinché ritrovino il senso di stare nella società ed un lavoro dignitoso con orari accessibili e conciliabili, la rete familiare: i nonni, i parenti prossimi affinché alleggeriscano il carico; i pediatri affinché monitorino il benessere fisico: ci sono bambini a cui mancano i vaccini obbligatori; sostegno alla genitorialità per supportarla nel ruolo che sembra a molti naturale e spontaneo, ma di fatto non lo è.

Di contro ci sono anche donne che hanno un desiderio fuori dal comune, un cuore colmo di amore e di speranza, desiderose di essere mamme e quando ti raccontano il loro desiderio davvero ti si apre il cuore. Poi c’è la società e le credenze culturali: una donna che non vuole avere figli? Assurdo. Una donna che giunta alla fatidica età non ha ancora figli? Assurdo. Eppure nessuno si ferma a riflettere su quanto queste domande e credenze possano ferire o pungere nell’orgoglio di una donna: puoi incontrare quella che lo desidera un figlio ma anche quella che in quel momento è concentrata su se stessa o non prova alcun desiderio di maternità, quest’ultima viene messa al rogo come la peggiore delle streghe. Ma signori miei, come scriveva la poetessa Alda Merini, “i figli si partoriscono ogni giorno”. Quello del genitore, me lo ripete ogni giorno mia mamma e me lo insegna ogni mattina il mio lavoro, è un “mestiere” che non conosce pause. Tutte le donne sono “predisposte” o più semplicemente vogliono avere figli? Il desiderio di maternità nella stragrande maggioranza dei casi è sempre naturale o è piuttosto indotto? Alcune donne nel proprio intimo si chiedono: “voglio davvero essere madre?”, “lo sarò mai”? Un modo scientifico per darsi una risposto o per capire se davvero è ciò che si desidera quello di avere un figlio non esiste, ma esistono domande utili da porsi prima di fare un passo che cambierà radicalmente la propria vita e per carità nessuno mette in dubbio che sarà bellissimo ed unico e che dolori, notti insonni e poppate possano essere unicamente belle ma non è detto che lo sia per tutti allo stesso modo o che sia il desiderio di tutte. Ad ogni modo vi suggeriscono quattro domande da porsi per capire se si è predisposte o se si desidera davvero diventare madri:

posso/voglio far posto nella mia vita a qualcuno che dipenderà totalmente da me? Quanto sono condizionata da un’aspettativa sociale o familiare? Il mio desiderio di avere un figlio potrebbe essere legato al desiderio di risolvere le mie carenze personali o di rendere più solida la mia relazione? Siamo in due a volerlo, o è solo un desiderio mio?

 

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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La gratuità del cuore: riscopriamo l’empatia

untitledNoi umani abbiamo un super potere. E’ l’empatia che ci rende eccezionali. Gli anni di evoluzione hanno reso il nostro cervello sempre più potente nel calcolo. Ma la nostra migliore “dotazione” che ci ha permesso di stabilire relazioni e di “leggere” nella mente degli altri e di farci provare le loro stesse emozioni, una peculiarità – forse dimenticata- alla base della nostra vita sociale. Nessun trucco da prestigiatore, tutto merito dell’empatia. Riuscire a percepire le emozioni del prossimo, a immedesimarsi con lo stato d’animo delle altre persone e fornire loro un’adeguata risposta emotiva, che spesso viene rappresentata dalla frase “la capacità di mettersi nei panni dell’altro”, comunemente nota come empatia, è più o meno sviluppata in ciascun individuo, non è solo il risultato di diversi fattori esterni: la propria storia personale, l’evoluzione delle sensibilità individuale e l’educazione ricevuta, ma è una qualità secondo molti studi insita nel nostro corredo genetico. La strada per l’empatia implica uno sforzo maggiore diversamente dalla gentilezza. L’empatia è un’abilità, quella di vedere il mondo attraverso gli occhi di un altro, capirlo nella sua prospettiva e sentire le sue stesse emozioni. Oltre oceano hanno dato l’installazione “a mile in my shoe” basata sulla metafora del camminare nelle scarpe altrui. In un mondo iperconnesso con la convinzione di essere globalmente connessi attraverso i social media siamo diventati sempre più individualisti e narcisisti. C’è bisogno di una rivoluzione dell’empatia: dalla scuola alle professioni, imparare a puntare meno il dito e la bocca del giudizio e iniziare una forza inarrestabile per il cambiamento sociale che può portarci solo alla compassione e alla base. Clare Patey, artista specializzata in lavori site specific e oggi direttrice dell’Empathy Museum, il primo al mondo, un progetto nato a Londra  nel 2015, ha stilato un decalogo per l’empatia: si parte con l’ascolto e la comunicazione con le persone, per poi mettersi nei panni dell’altro, prendendosi i rischi di cose che solitamente non si fanno, viaggiare col corpo ma anche con l’arte e la letteratura, uscendo un po’ dal cerchio sociale e lavorativo, ponendo attenzione alla comunicazione non verbale, lasciandosi andare a voli d’immaginazione, cercando anche avventure esperienziali praticando l’arte della conversazione ed infine ispirare una “piccola” rivoluzione. E bastano cinque gesti per capire chi hai di fronte: dallo sguardo. A chi non è mai capitato di essere rapito da uno sguardo che incrocia il nostro in modo improvviso, inaspettato? Altro gesto è senza dubbio il sorriso che rompe ogni barriera. La sofferenza o il benessere non riguardano solo il corpo e sorridere aiuta a ricordarci che, nella nostra fragilità, siamo tutti umani. Empatia e simpatia possono trasformarsi purtroppo in un’arma a doppio taglio. Queste qualità possono essere trasformate in retorica, in parole vuote dagli imprenditori della simpatia”. Quindi attenzione all’inganno. Spazio alla gratuità del cuore. I latini usavano il termine cum-partire, cioè “sentire con”. Questo è il senso della parola empatia e se vogliamo anche di simpatia. Infine, attenzione alle parole tanto più vere e leggere saranno daranno il vero senso all’empatia. n un mondo frenetico ed iperconesso in cui viviamo in questi giorni di festa a tutti voi lettori che da qualche anno mi tenete viva e a cui va un profondo ringraziamento, sento di augurare di ritrovare in questi giorni di festa e di magia il senso dell’empatia e della gentilezza, per capovolgere questo mondo a tratti cattivo e beffardo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

 

 

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Il “no” dei genitori testimoni di Geova alla trasfusione di sangue mette in discussione la responsabilità genitoriale

untitled 2Nella disputa tra procedure mediche e convinzioni religiose è dovuto intervenire il pm di turno. Al centro del conflitto le sorti di una bambina. Lei è una bimba piccola. Ha appena 10 mesi di vita. La storia che ha per sfondo Legnano, area metropolitana di Milano, accade qualche giorno fa, quando la piccola è in casa, cade e batte la testa. I genitori la soccorrono, apparentemente sembra un brutto spavento, la bambina è vigile e sta bene. Qualche ora più tardi, la bambina inizia a tossire, suda e vomita. I genitori la portano in ospedale, la piccola viene sottoposta ad una serie di esami, la situazione appare grave, i medici decidono di trasferirla all’ospedale di Legnano, dove i sanitari le diagnosticano un versamento alla testa. Una grave emorragia celebrale. Deve essere operata d’urgenza. I medici in via precauzionale chiedono ai genitori l’autorizzazione per un eventuale trasfusione di sangue. La mamma ed il papà della bimba non ci pensano due volte, negano il consenso. Un secco no. Sono testimoni di Geova, la loro religione non lo permette. I medici spiegano la situazione: le condizioni della bambina sono gravi. Non ci sono alternative, bisogna intervenire immediatamente ed una volta iniziato l’intervento, potrebbe essere necessaria una trasfusione, in quel caso non ci sarebbe tempo da perdere. La piccola rischia di morire. Loro non sentono ragioni, sono categorici: non vogliono che la figlia venga contaminata con sangue altrui. I medici insistono, spiegano quanto possa essere necessario, quanto il loro “no” possa determinare la condanna a morte per la piccola. I genitori non sentono alcuna ragione. I medici si trovano davanti ad un muro e allertano i carabinieri che tentano di far ragionare i genitori, che non arretrano di un millimetro nella loro decisione, così viene richiesto l’intervento urgente della Procura dei Minori di Milano. Il magistrato firma un provvedimento che sospende la responsabilità genitoriale e autorizza all’operazione. La bimba viene operata. Le sue condizioni migliorano, la trasfusione non è più necessaria, è salva. Per dovere di cronaca è giusto riportare quanto affermato dalla congregazione cristiana dei testimoni di Geova, che riferisce che la piccola non è mai stata in pericolo di vita. Secondo la loro versione, è infondata la notizia che la Procura abbia ordinato la trasfusione, né ai genitori è stato comunicato alcun provvedimento del tribunale per limitare la loro responsabilità genitoriale. La vicenda è terreno per affrontare un tema alquanto delicato: genitori che proiettano e trasferiscono sui figli credenze religiose, abitudini alimentari, idee e convinzioni, causandogli in alcuni casi danni anche irreparabili. Solo pochi giorni fa e non è la prima volta che accade in Italia, un bimbo di due anni figlio di vegani è stato ricoverato a Nuoro per denutrizione. “Noi siamo vegani e lo è anche lui”, si sarebbero giustificati i genitori. Bambini in tenera età e nel pieno della crescita che sono costretti a subire le decisioni degli adulti con la conseguenza di un impatto devastante per la loro vita. Poi arrivano i giudici ed intervengono con decisioni nette che si ripercuotono anche sull’essere genitore. Il bene del bambino, in questo caso la sua vita, viene prima di ogni altra cosa. Eppure resto basita nonostante il mio lavoro di assistente sociale mi porti a confrontarmi con genitori di ogni tipo, sentendone di tutti i colori, persino genitori che non si sono mai sentiti tali, ma può un genitore che ha desiderato con tutto se stesso un figlio, decidere in nome di un Dio di non acconsentire ad una trasfusione di sangue, che potrebbe salvargli la vita? Ci sono genitori che darebbero la vita pur di salvare i propri figli, genitori che hanno donato un loro organo pur di ridare la vita ad un figlio. E poi ci sono genitori che davanti alla vita dei propri figli si fanno prendere dalle loro credenze, che per carità è giusto, ma i bambini non scelgono, non decidono, subiscono le scelte degli adulti e perché non dovrebbero avere la possibilità di crescere carnivori e aperti alle trasfusioni di sangue, alla donazione degli organi e quant’altro, scegliendo poi da adulti quale sia la scelta giusta, quale sia la dieta da seguire o la religione da praticare? Ed invece ad oggi deve intervenire un giudice che decida per loro, mettendo in discussione anche l’essere genitore, che in molti casi nasconde tanto affetto e amore, ma che ha scelto di dare priorità alle sue idee anziché al cuore.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.ti)

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Barbie disabile e altri tentativi di giochi inclusivi

untitledHa unito generazioni di bambine affascinate dal mito inconfondibile di Barbie, che negli anni ha indossato i panni di astronauta, veterinaria, pilota e dallo scorso mese di giugno due nuove Barbie sono entrate in commercio: una è seduta su una sedia a rotelle, disponibile in due versioni: bianca e bionda oppure di colore; costo 19,9 dollari; l’altra, la mora, ha grandi orecchini dorati ai lobi e una protesi alla gamba; costo 9,9 dollari. L’intento di casa Mattel, è quello di aiutare a cambiare il modo di vedere la disabilità, partendo da una bambola tanto amata. All’indomani dell’annuncio dei fondatori di casa Mattel, Alex Zanardi si è chiesto con un tweet se non si stia esagerando col “politically correct”. Mentre, Giusy Versace, atleta paralimpica, a cui sono state amputate le gambe, ha espresso più entusiasmo, vedendo nella famosa Barbie un messaggio inclusivo importante capace di essere strumento di educazione e formazione culturale. E come darle torto, infondo si stimola la creatività dei bambini, bisognosi ogni giorno di buoni esempi. Stando al pensiero di Mattel, grazie alle due Barbie che per ora sono commercializzate solo negli Stati Uniti, i bambini ed in particolar modo le bambine, con disabilità potranno finalmente trovare immagini e giocattoli che li rappresentino, che li facciano sentire parte della società come qualunque altro bambino, senza alcuna distinzione. Forse un po’ presto per brindare al successo, perché nonostante gli slogan e le buone intenzioni, tutta questa immedesimazione non è così immediata né scontata. Ma a voler essere ottimisti, senza dubbio questa identificazione, seppur possa essere inizialmente parziale, sarebbe un gran passo in avanti, considerato anche che a lungo per i bambini con disabilità è stato impossibile trovare sugli scaffali e nelle pubblicità qualche giocattolo che avesse caratteristiche simili a loro. A dimostrarlo è stato anche uno studio di “COFACE Families Europe” che nel 2015 ha analizzato 32 cataloghi di nove paesi europei, compresa l’Italia, dei 3125 bambini raffigurati – secondo la coordinatrice della ricerca- 2908 erano stati identificati come bianchi, 120 neri, 59 di famiglie miste, 31 asiatici, 7 medio-orientali. Nessuno aveva disabilità visibili. Negli anni, di fronte al vuoto lasciato dalla grande distribuzione di giocattoli, alcuni genitori si erano organizzati da sé, qualcuno nel tempo attraverso i social ha lanciato idee ed hastag, affinché i produttori di giocattoli presentassero sul mercato di vendita giocattoli che rappresentassero la disabilità. Queste due Barbie potenzialmente potrebbero raggiungere i bambini di tutto il mondo. Tuttavia, affinché si possa cambiare il modo di vedere la disabilità, serve uno sforzo maggiore: queste Barbie dovrebbero finire nelle mani dei bambini che non possiedono alcuna disabilità, solo così si potrebbero superare barriere che spesso si configurano come mentali oltre che quelle architettoniche. Ma iniziative come quella adottata da Mattel non può che essere considerata positiva, anzi, dovrebbe essere d’esempio per altri grandi marchi affinché si riesca ad abbattere il muro degli stereotipi di genere e della disabilità, perché non possono che contribuire a svelare e rendere visibile ciò che oggi è quasi del tutto invisibile non solo nel modo dei giocattoli, ma anche nelle statistiche, nella politica, nella società. Perché, come ricorda anche un rapporto presentato nelle scorse settimane dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza: i bambini e gli adolescenti con disabilità insieme alle loro famiglie sono troppo spesso invisibili. Tutto resta come un rumore di fondo che non viene analizzato né considerato a livello politico, sociale, sanitario né educativo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bibbiano&Co: affido familiare che cos’è. Dopo l’inchiesta reggiana, tutto quello che c’è da sapere

untitledL’inchiesta ribattezzata “angeli e demoni” che a Reggio Emilia ha portato a misure cautelari per diciotto persone e che accusa la rete dei servizi sociali di aver sottratto decine di minori alle famiglie d’origine, creando in loro ricordi, per affidarli in affido retribuito a conoscenti. Sottrarre figli alle famiglie inventando di sana pianta per guadagnare soldi, è qualcosa di osceno. Non c’è reato più turpe di questo, non esiste, umanamente, azione più ignobile. Comportamenti del genere vergognano e gettano fango su un’intera categoria professionale che ogni giorno con sacrificio, passione, abnegazione ed empatia entra nelle vite di famiglie complesse e di minori in stato di bisogno. Al di là della notizia di cronaca che senza dubbio indigna e crea allarmismi in molte famiglie che in tutta Italia sono seguiti dai servizi sociali, vediamo come funziona l’istituto dell’affido familiare, uno dei pilastri della tutela dell’infanzia. Cos’è l’affido? L’affido familiare non è un’adozione: è una misura pensata come temporanea, affinché il minore possa trovare accoglienza quando la sua famiglia attraversa un momento di difficoltà: tanto da creare visite ed incontri tra famiglia d’origine e famiglia affidataria, rapporti che dovrebbero prolungarsi anche quando la fase d’emergenza è rientrata ed il bambino fa rientro presso la famiglia biologica. In Italia, l’istituto dell’affido è regolamentato dalla legge 184/1983, con successiva modifica dalla legge 149/2001. Pensata per i minori al di sotto dei diciotto anni, che sia italiano o straniero, volendo creare intorno a lui un sistema che vuole garantirgli un ambiente che tuteli la presenza affettiva, il sostegno materiale ed infine l’aspetto educativo. “Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo è affidato a una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”. Cita la norma. All’interno della categoria dell’affido c’è quello viene chiamato “affido professionale”, che avviene per il tramite di una cooperativa, come nel caso della cooperativa di Torino coinvolta nell’inchiesta.  Ovvero, i servizi sociali si affidano a cooperative che a loro volta affidano i minori a nuclei familiari selezionati, e sostenuti dalla rete di operatori della cooperativa. Alla famiglia affidataria è richiesto di partecipare a un progetto elaborato per il minore; ciò implica la scelta di un membro familiare che diventerà “referente professionale” che dovrà seguire il bambino. Il referente professionale è un tramite con la cooperativa, ricevendo un compenso che è distinto dal contributo economico che solitamente è previsto per le famiglie affidatarie. La domanda che molti si pongono è “quali bambini possono essere dati in affidamento?” I minori per cui viene deciso l’affido provengono da famiglie che attraversano una fase di instabilità che non tutela i loro diritti. Questo può avvenire per i motivi più vari: abusi fisici o psicologici, ma anche mancato accadimento: bambini che non sono seguiti, di genitori con problemi psichici o di abuso di sostanze o condizioni materiali tali da non garantire una vita normale: ad esempio la mancata frequenza a scuola. E se vi state chiedendo chi decide, sappiate che l’ultima decisione proviene dall’autorità giudiziaria ovvero da un giudice tutelare, decisione che giunge al termine di un iter che coinvolge i servizi sociali territoriali, che una volta allertati esprime una diagnosi psicosociale della situazione familiare e deve presentare al giudice un progetto con obiettivi a medio e lungo termine. L’affidamento familiare può avvenire anche con consenso dei genitori, si tratta di una decisione amministrativa presa dai servizi sociali e solo confermata dal giudice tutelare, oppure può essere decisa dal tribunale per i minorenni a prescindere del consenso della famiglia d’origine. La famiglia affidataria viene proposta al giudice dai servizi sociali e può essere nominata famiglia affidataria una coppia sposata, convivente o anche single, con o senza figli e senza limiti d’età. I requisiti vanno oltre l’aspetto economico: si richiede però agli affidatari di avere spazio nella vita ed in casa per accogliere un bambino; di essere capaci di prendersene cura e di supportarli nel cammino della vita, senza pretendere di cambiare il minore né annullare la sua famiglia d’origine. Aiutandolo a sviluppare le sue potenzialità; gli affidatari devono quindi sempre tenere in conto l’importanza della famiglia d’origine e favorire quando indicato i suoi rapporti con il minore. La famiglia affidataria normalmente ha diritto a un contributo mensile e a coperture assicurative. L’entità del contributo è molto variabile perché è decisa dal Comune di residenza e non è erogato automaticamente ma dietro specifica richiesta della famiglia affidataria. Insomma, essere un genitore affidatario è prima di tutto una scelta di cuore che punta al solo benessere del bambino che dovrà fare ritorno poi nella sua famiglia d’origine. Oltre la cronaca c’è vita, ma spesso questa si macchia e getta nel panico centinaia di famiglie e decine di bambini che hanno subito lavaggi del cervello e ricordi fasulli o alterati, contro ogni legge naturale e deontologica.

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Genitori separati e figli, per le vacanze?

untitledPrepotente è arrivata l’estate con la fine della scuola, il caldo afoso e la voglia di mare e sole, in poche parole di vacanza, che per i figli di genitori separati rischia di diventare un vero e proprio boomerang. Litigi, incomprensioni, genitori che un accordo proprio non riesco a trovarlo. Eppure i dubbi e le perplessità in tema di vacanza per i figli di genitori separati dovrebbero essere superati dal provvedimento che dispone l’affido condiviso, perché qualunque provvedimento che sancisce l’affido condiviso di un minore e ne disciplini il diritto di frequentazione con il genitore collocatario, non trascura di prevedere espressamente il calendario di visita nel periodo estivo. La prassi vuole, con specifico riferimento ai tre mesi estivi in cui il minore non frequenta la scuola, che il genitore collocatario trascorra almeno due settimane e preferibilmente consecutive con il figlio; garantendo così al minore la possibilità di sperimentare ed in alcuni casi rafforzare la quotidianità e la confidenza col genitore che nel corso dell’anno, vede, di media, per non più di due giorni consecutivi. Nella restante parte del periodo estivo, il minore resta invece affidato alle cure del genitore collocatario, il quale – seppur sospeso l’ordinario calendario di frequentazione – deve garantire all’altro la regolarità e la frequenza dei contatti con il figlio. Questo, nel pieno rispetto del principio della bigenitorialità, che non ammette che, per un periodo così lungo, il diritto dei bambini a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori possa essere in alcun modo sacrificato in nome del loro, indiscusso, diritto allo svago e al divertimento. Vacanze alle porte, mamma e papà sono così chiamati a concordare come spartirsi i rispettivi periodi di vacanza, conciliando gli impegni lavorativi, le esigenze logistiche, le preferenze geografiche e le opinioni personali. Ed è proprio qui che, molto spesso, nascono le incomprensioni o, nei casi più estremi, i conflitti. Ad esempio, è frequente che il genitore in partenza con minore al seguito, a ridosso della vacanza, non abbia ancora fornito all’altro tutti i dettagli: destinazione, orari del viaggio, indirizzo, recapiti,  disattendendo così all’onere informativo che non è espressamente disciplinare ma richiama al pacifico dovere di collaborare nell’interesse superiore del minore. Inoltre, nelle separazioni più conflittuali, proprio la gestione del periodo che, per antonomasia, è sinonimo di spensieratezza e serenità, rischia di diventare il momento perfetto per mettere in atto l’ennesima battaglia contro l’altro: è frequente, infatti, che un genitore, con un pretesto, arrivi a negare il proprio consenso al rilascio dei documenti validi per l’espatrio dell’altro – o del figlio minore – impedendone così la partenza. Da un punto di vista normativo, questo diniego deve essere sorretto da motivazioni fondate sul concreto pregiudizio che, dall’espatrio, potrebbe derivare al minore, il genitore vittima dell’ostruzionismo dell’altro può chiedere l’intervento del Giudice Tutelare il quale, svolti gli opportuni accertamenti, se ritenuto, potrà “scavalcare” il dissenso pretestuoso opposto da uno dei due e autorizzare la partenza. Insomma, un momento tanto spensierato rischia di diventare un ennesimo motivo di dissidio che finisce per approdare in un’aula di tribunale per l’egoismo di un genitore o il rancore di un ex coniuge, a spese dei minori che innocenti ed inermi restano a guardare con delusione ed amarezza. Forse basterebbe solo buon senso e collaborazione che restano gli ingredienti determinanti seppur rari per non rovinare ai più piccoli il periodo più atteso durante tutto l’anno. Anche perché  è bene ricordare che la responsabilità genitoriale, da qualunque punto la si guardi, non va mai in vacanza. O almeno non dovrebbe.

 

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Pride 2019: l’Italia arcobaleno che viola i diritti delle persone Lgbt

untitled 2Da alcune settimane le piazze italiane stanno ospitando cortei festosi e parate arcobaleno a favore dell’amore, contro ogni discriminazione. L’Onda Pride popolerà nei prossimi mesi le città italiane, con appuntamento incentrati sull’orgoglio LGBT, sigla che sta per “lesbiche, gay, bisessuali, trans gender”. Un affresco di colori e umanità in un Paese da sempre diviso tra battaglie contro i pregiudizi nei confronti del diverso – ma da chi?- e un atteggiamento di chiusura portato avanti da una parte dell’opinione pubblica, ma anche da una parte della politica e dei media, spesso inclini a dare risalto alla libertà sessuale solo se associata a un certo grado di spettacolarizzazione. Momenti questi che invitano a riflettere, già, perché quando si parla di coming out non c’è umanità: c’è chi lo sostiene senza “se” e senza “ma” e chi, al contrario, difende il diritto di tutti di non mettere in piazza la propria vita privata. Chi non si è mai nascosta è la paladina dei diritti LGBT, Vladimir Luxuria,che ha sempre invitato ad abbandonare ogni forma di negazione della propria identità. Luxuria, peraltro, detiene il titolo di prima parlamentare trans d’Europa e proprio quest’anno ha pubblicato un disco. Ma se per molti giovani e giovanissimi l’argomento è sdoganato, il prossimo step è il riconoscimento dei diritti di uomini e donne che non hanno alcuna colpa se non quella di amarsi. I gay pride che colorano le piazze italiane devono essere un invito alla riflessione su un tema ancora controverso, che in momenti differenti viene affrontato ma con approcci da discussione. Legislazione incompleta. Incitamento all’odio proveniente anche da funzionari pubblici e politici. Figli di genitori omosessuali non ancora pienamente riconosciuti e protetti. Nessuna regolamentazione su omofobia e trans fobia. Difficoltà a riconoscere lo status di rifugiato alle persone migranti che si dichiarano lgbt. Argomenti che nascondono dietro esseri umani che vedono ancora diritti violati e negati. Argomenti che sono diventati le principali evidenze del documento Italia: lo stato dei diritti umani di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans gender e intersessuali presentato all’Onu da una coalizione di associazioni. A novembre, infatti, alle Nazioni Unite si terrà la trentaquattresima sessione della revisione periodica universale italiana, nel corso della quale il consiglio per i diritti umani dell’Onu esaminerà lo stato dei diritti umani in Italia. Il documento mostra uno spaccato italiano, mettendo in risalto anche un ambiente ostile per i giovani lgbt nelle scuole: tra termini dispregiativi, reati, molestie verbali e fisiche. Non sembra una priorità delle scuole italiane accogliere e rispettare la diversità. In molti casi, i dirigenti scolastici vietano di parlare di identità di genere o orientamento sessuale. Discriminazione ed omofobia secondo i dati si riversano anche sul tema della salute. Il 10,2% delle persone lgbt è stato discriminato nell’accesso al sistema sanitario da parte del personale medico e non medico. In molti casi le persone omosessuali non rivelano il proprio orientamento sessuale al proprio medico. Di conseguenza, le persone lgbt hanno un accesso ancora più limitato alle informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva legate ai loro bisogni. Ancora troppe, tante le discriminazioni per chi ha un orientamento sessuale differente e allora ben vengano i gay pride, che ancora sono contestati e discussi, certamente gli eccessi lasciano sbigottiti e allontanano da quello che è senso di parata e marcia che vuole esaltare l’orgoglio di essere gay, opposto alla vergogna e allo stigma sociale. Volendo sottolineare un’accezione positiva contro la discriminazione e la violenza nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e trans gender. Lo scopo è promuovere l’autoaffermazione e la dignità LGBT, i diritti all’uguaglianza, aumentare la visibilità LGBT come gruppo sociale, costruire una comunità e celebrare la diversità sessuale e la varietà di genere. Il simbolo di questo orgoglio è la bandiera arcobaleno, che differisce da quella della pace per la disposizione speculare dei colori. Oggi però si preferisce parlare di “Pride”, piuttosto che di “Gay Pride”, per comprendere così non soltanto gli omosessuali ma tutta la realtà arcobaleno, che spera – un po’ come tutti – che i propri diritti siano riconosciuti e che si possa convivere in una società tollerante e anti-diversa.

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Gaming disorder, adolescenti in dipendenza da Internet e videogiochi. Quando staccare la spina?

untitled 2La sfida al videogame diventa insistente, la smania di giocare prende il sopravvento su altri interessi e sulle attività quotidiane, l’attività ludica diventa persistente, una priorità su tutto il resto. E così la sfida a videogame diventa di troppo. Un problema crescente e che coinvolge molti adolescenti per cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha coniato il termine “gamingdisorder” e ha inserito la dipendenza da videogames nell’aggiornamento dell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale delle malattie. Ma non generalizziamo o demoralizziamo, certo è che come recita un noto proverbio “il troppo storpia”. Questo non significa che chiunque giochi svilupperà dipendenza: il disturbo come fa notare l’Oms, interessa solo una piccola parte degli appassionati di videogiochi, seppur non và sottovaluto il fatto che giocare senza freni possa portare alla dipendenza patologica, che spesso rappresenta il lato oscuro del piacere. Così alla lunga il piacere di una vittoria rischia di trasformarsi in ossessione tanto da perderne il controllo, sino a non riuscire a staccare la spina o il wifi. Occhio al tempo di connessione. Secondo uno studio condotto su un campione di adolescenti è emerso che l’8% di loro trascorre in rete più di sei ore al giorno e oltre il 22% degli studenti interpellati presenta un rapporto disfunzionale con il web. Insomma, per oltre un adolescente su cinque l’uso di Internet rischia di rivelarsi problematico. Interviste e test specifici condotti su molti adolescenti dimostrano l’impatto dell’uso di Internet sulla quotidianità: scuola, rapporti con i familiari, relazioni interpersonali, durata e qualità del sonno. Ma anche una sensazione di disagio che i giovani provano quando non possono accedere al web come e quando vorrebbero, in alcuni di loro scatta una vera e propria aggressività. Segnali di una dipendenza che genera ripercussioni significative sul benessere psicofisico. Secondo gli esperti, tra i giovani italiani, si è abbassata l’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, di comportamenti quali il bine drinking e la drunkoressia, il sottoporsi cioè a restrizione alimentare prima di consumare alcoli, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziale gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco prevalentemente online. L’adolescenza, fase critica dello sviluppo, è anche un’età caratterizzata anche da una fragilità neurobiologica che può favorire una maggiore propensione al rischio e una maggiore vulnerabilità nei confronti delle dipendenze. L’adolescente è più vulnerabile allo sviluppo di alcuni disturbi da dipendenza perché il suo cervello è in fase di trasformazione – ci sono cioè circuiti che si devono ancora pienamente modellare e strutturare – e la non completa maturazione di alcune vie nervose – come per esempio le zone frontali che sono fondamentali per l’attenzione, il giudizio, la decisione, il controllo degli impulsi immediati; lo inducono a correre rischi maggiori e ad avere meno il controllo della situazione.La tendenza ad agire rapidamente e impulsivamente è uno dei fattori che alimenta la vulnerabilità degli adolescenti e in loro comportamenti ripetitivi e disfunzionali, anche se è possibile ipotizzare che le dipendenze comportamentali siano espressione di una fragilità psicopatologica soggiacente, piuttosto che sintomi di eccessivo coinvolgimento in attività disadattive di per sé. Attenzione ai campanelli d’allarme al tempo di connessione, il tempo trascorso in rete sui dispositivi vari per affrontare l’ennesima sfida; altro segnale d’allarme è dato dallo sviluppo di comportamenti insoliti, come maggiore irritabilità, discontrollo degli impulsi, peggioramento del rendimento scolastico; infine, attenzione anche all’isolamento e all’apatia: possono essere indicativi di un uso disfunzionale della rete e di un abuso dei videogiochi, che diventano l’unica attività degna di nota per la quale vengono trascurate le altre attività fondamentali per una crescita sana, le relazioni amicali, la scuola e lo sport. I consigli per un genitore sono anzitutto una maggiore presenza, cercando di prestare attenzione, manifestando interesse per quelle che sono le attività quotidiane, le relazioni ed il rendimento scolastico. Ma non solo osservatori passivi, è importante il dialogo ed il confronto con l’adolescente, mettendolo in guardia dai rischi che si annidano nell’uso smoderato dei videogiochi. Fondamentale porre delle regole chiare: non serve a nulla proibire, alimenterà ancor di più la sua voglia di gioco, piuttosto è bene fornirgli dei limiti giornalieri o settimanali, coinvolgendoli in attività alternative e di svago nelle restanti ore. Il gioco è giusto ed accettabile nel tempo libero ma nelle giuste dosi, non deve impegnare l’intera giornata. Ovviamente, di fronte ad un uso incontrollato ed ingestibile anche da parte dello stesso adolescente è bene rivolgersi ad un medico per essere indirizzati ad un centro specializzato per il trattamento delle dipendenze, per avviare un percorso di sostegno per uscire dal ghetto della dipendenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

 

 

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