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Gaming disorder, adolescenti in dipendenza da Internet e videogiochi. Quando staccare la spina?

La sfida al videogame diventa insistente, la smania di giocare prende il sopravvento su altri interessi e sulle attività quotidiane, l’attività ludica diventa persistente, una priorità su tutto il resto. E così la sfida a videogame diventa di troppo. Un problema crescente e che coinvolge molti adolescenti per cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha coniato il termine “gamingdisorder” e ha inserito la dipendenza da videogames nell’aggiornamento dell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale delle malattie. Ma non generalizziamo o demoralizziamo, certo è che come recita un noto proverbio “il troppo storpia”. Questo non significa che chiunque giochi svilupperà dipendenza: il disturbo come fa notare l’Oms, interessa solo una piccola parte degli appassionati di videogiochi, seppur non và sottovaluto il fatto che giocare senza freni possa portare alla dipendenza patologica, che spesso rappresenta il lato oscuro del piacere. Così alla lunga il piacere di una vittoria rischia di trasformarsi in ossessione tanto da perderne il controllo, sino a non riuscire a staccare la spina o il wifi. Occhio al tempo di connessione. Secondo uno studio condotto su un campione di adolescenti è emerso che l’8% di loro trascorre in rete più di sei ore al giorno e oltre il 22% degli studenti interpellati presenta un rapporto disfunzionale con il web. Insomma, per oltre un adolescente su cinque l’uso di Internet rischia di rivelarsi problematico. Interviste e test specifici condotti su molti adolescenti dimostrano l’impatto dell’uso di Internet sulla quotidianità: scuola, rapporti con i familiari, relazioni interpersonali, durata e qualità del sonno. Ma anche una sensazione di disagio che i giovani provano quando non possono accedere al web come e quando vorrebbero, in alcuni di loro scatta una vera e propria aggressività. Segnali di una dipendenza che genera ripercussioni significative sul benessere psicofisico. Secondo gli esperti, tra i giovani italiani, si è abbassata l’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, di comportamenti quali il bine drinking e la drunkoressia, il sottoporsi cioè a restrizione alimentare prima di consumare alcoli, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziale gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco prevalentemente online. L’adolescenza, fase critica dello sviluppo, è anche un’età caratterizzata anche da una fragilità neurobiologica che può favorire una maggiore propensione al rischio e una maggiore vulnerabilità nei confronti delle dipendenze. L’adolescente è più vulnerabile allo sviluppo di alcuni disturbi da dipendenza perché il suo cervello è in fase di trasformazione – ci sono cioè circuiti che si devono ancora pienamente modellare e strutturare – e la non completa maturazione di alcune vie nervose – come per esempio le zone frontali che sono fondamentali per l’attenzione, il giudizio, la decisione, il controllo degli impulsi immediati; lo inducono a correre rischi maggiori e ad avere meno il controllo della situazione.La tendenza ad agire rapidamente e impulsivamente è uno dei fattori che alimenta la vulnerabilità degli adolescenti e in loro comportamenti ripetitivi e disfunzionali, anche se è possibile ipotizzare che le dipendenze comportamentali siano espressione di una fragilità psicopatologica soggiacente, piuttosto che sintomi di eccessivo coinvolgimento in attività disadattive di per sé. Attenzione ai campanelli d’allarme al tempo di connessione, il tempo trascorso in rete sui dispositivi vari per affrontare l’ennesima sfida; altro segnale d’allarme è dato dallo sviluppo di comportamenti insoliti, come maggiore irritabilità, discontrollo degli impulsi, peggioramento del rendimento scolastico; infine, attenzione anche all’isolamento e all’apatia: possono essere indicativi di un uso disfunzionale della rete e di un abuso dei videogiochi, che diventano l’unica attività degna di nota per la quale vengono trascurate le altre attività fondamentali per una crescita sana, le relazioni amicali, la scuola e lo sport. I consigli per un genitore sono anzitutto una maggiore presenza, cercando di prestare attenzione, manifestando interesse per quelle che sono le attività quotidiane, le relazioni ed il rendimento scolastico. Ma non solo osservatori passivi, è importante il dialogo ed il confronto con l’adolescente, mettendolo in guardia dai rischi che si annidano nell’uso smoderato dei videogiochi. Fondamentale porre delle regole chiare: non serve a nulla proibire, alimenterà ancor di più la sua voglia di gioco, piuttosto è bene fornirgli dei limiti giornalieri o settimanali, coinvolgendoli in attività alternative e di svago nelle restanti ore. Il gioco è giusto ed accettabile nel tempo libero ma nelle giuste dosi, non deve impegnare l’intera giornata. Ovviamente, di fronte ad un uso incontrollato ed ingestibile anche da parte dello stesso adolescente è bene rivolgersi ad un medico per essere indirizzati ad un centro specializzato per il trattamento delle dipendenze, per avviare un percorso di sostegno per uscire dal ghetto della dipendenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

 

 

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L’adolescenza dei figli adottivi è più complessa. Ecco perché….

untitledLe prime difficoltà iniziano alle medie, con le aggressioni a sfondo razziale, insulti, offese e derisione da parte di qualche bullo. Sette ragazzi adottati su dieci sono sistematicamente bullizati, a rivelarlo un’indagine condotta da Ufai con oltre millecinquecento famiglie, che restituisce un report che delinea una prima dimensione quantitativa del fenomeno, ovviamente parziale, ma molto significativa. Un report, che ha per oggetto un tema delicato: la scuola e la sua capacità inclusiva nei confronti degli alunni con una storia di adozione, fornendoci uno squarcio diretto su ciò che a scuola accade. L’84% dei ragazzi riferisce di avere subito saltuariamente offese, parolacce, insulti. Nel 40% dei casi la derisione dipende dal colore della pelle o dall’etnia, seguita nel 14% dei casi dall’aspetto fisico, segue poi la difficoltà nell’esprimersi nella nuova lingua e dalle difficoltà di integrazione nel gruppo classe. Nella metà dei casi si arriva a denunciare questi episodi. Gli adottati sono additati, fin dalle elementari, i bambini sentono i ragionamenti che si fanno in casa e riportano commenti pesanti, creando spesso situazioni di grosso disagio. E questo nonostante la scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di inclusione. Gli alunni adottivi sono ancorai in forte sofferenza in ambito scolastico poiché non si è raggiunto un adeguato livello della cultura dell’adozione: preparazione del personale docente, sinergia scuola-famiglia, l’apertura a culture differenti. La controprova? Il 67% dei ragazzi è stato costretto a cambiare scuola, molti altri –e ciò apre uno spaccato molto preoccupante-hanno disturbi alimentari. Fase alquanto critica e complessa per genitori e figli è senza dubbio l’adolescenza, momento in cui ognuno costruisce la propria identità. In un ragazzo adottato è più complessa, perché c’è un puzzle con più tessere da inserire. Diventa difficile rispondere alle domande: “Chi sono io?, se mancano dei pezzi. Ma ancora più difficile è risponde ad un’altra domanda: “Cosa sarebbe stato di me se non…?” Consapevole o meno, di base c’è l’idea che il destino sia di penso da qualcun altro, dal genitore biologico che ha abbandonato, creando nell’adottato una mancanza di autostima, pensando di non valere abbastanza. Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto col corpo che cambia. E’ vero, nessun teeneger si accetta, ma per l’adottato il percorso di accettazione è più faticoso, perché dovrà riconoscersi diverso da mamma e papà. In questa fase di transizione, le tensioni crescono e non si tollerano le imposizioni. Bisogna lavorarci, trovare le risposte giuste alle domande del passato e accettare il passato per andare avanti, legittimare definitivamente i genitori adottivi e trovare un equilibrio tra passato e presente, prima di emanciparsi autonomamente. E’ bene sapere che l’adozione è un tassello del puzzle della propria vita con la quale fare i conti tutta la vita e nei momenti di snodo come l’adolescenza viene alla ribalta. Le difficoltà però non sono solo dei teeneger adottati ma anche dei genitori che si interrogano. Hanno superato la difficoltà dell’adozione, poi l’inserimento, l’amore colmo per un figlio, ma proprio quando sembra che tutto abbia trovato equilibrio e dimensione, si scatena la ribellione. Si sentono inermi e sconfitti, la distanza cresce, la crisi è dietro l’angolo. Spetta agli adulti con tenacia ed amore gestirla. Bisogna superare la fase ribattezzata “profezia che si autoavvera”: “siccome mio figlio è brasiliano sarà sempre in strada, o se è russo berrà”. Si dovrà superare lo stereotipo che spesso porta con se ansie e sviluppa comportamenti che si vogliono evitare. Ma c’è un momento che è l’incubo di ogni genitore adottivo, quando il ragazzino gli urla “non sei mia mamma”, è qui che bisogna mantenere il self-control e raccontare che i figli possono nascere dal cuore, proprio come lui o lei. L’adolescente ha bisogno di punti fermi e chiari, che solo l’adulto può dare. Oggi nell’affrontare l’adolescenza di un ragazzo adottivo c’è un problema oggettivo:  i bambini entrano in famiglia intorno ai sei/otto anni ed ha meno tempo per radicarsi, prima del ciclone adolescenziale. Quando arriva è travolto da affetto, cure, amore e la domanda “da dove vengo” porta con sé tanto dolore. E non accade solo a chi ha ricordi di una vita preadottiva. Al contrario, chi non li ha, li cerca, per colmare un vuoto. L’importante che i ragazzi non siano lasciati soli a gestire emozioni così grandi e forti. Vanno accompagnati, lavorando sull’autostima e sulla loro doppia appartenenza. Genitori e figli devono imparare a ri-conoscersi e a ri-scegliersi. Se si procede insieme, la complessità può diventare ricchezza. E dal conflitto può emergere una nuova famiglia, più forte.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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La vita nel post carcere. La difficoltà di ricostruire le reti della propria vita

untitled 2Carlo, nome di fantasia, aveva meno di trent’anni quando è entrato in uno dei tanti penitenziari italiani, lasciando a casa una moglie malata di cancro e un bambino di diciotto mesi. Quando ne è uscito con una qualifica da cuoco ed una da panettiere, con dentro il mondo sommerso del carcere, si è ritrovato compagno di vita di una donna cambiata e segnata dalla malattia e dalle difficoltà, e padre di un ragazzino poco più che adolescente. Il carcere ha segnato Carlo quanto la sua famiglia. Li incontro in un colloquio di servizio sociale, sono spaesati e quasi spaventati dalla nuova vita da ridisegnare e ricostruire. Parlare del “dopo”, di quando il cancello si chiude dietro le spalle di un detenuto e si riacquista la tanto desiderata, sognata e sperata “libertà”, è un argomento complicato, dove risulta facile scoraggiarsi e perdersi fra tutti i problemi che si riscontrano nel fine pena, cioè in quella fase della vita di un detenuto che dovrebbe rappresentare invece la fine del “problema dei problemi”, la carcerazione. Il fine pena è la gioia per la fine di un incubo, ma può rappresentare anche l’inizio di un altro momento buio. I problemi che franano addosso ad una persona che esce dal carcere sono molti: la mancanza di affetti, le amicizie perse, i legami familiari da riconquistare e la difficile ricostruzione dei rapporti sociali; poi i problemi pratici, come la perdita della residenza, in molti, infatti, hanno dimora presso l’istituto di pena; alcuni ex detenuti hanno anche la difficoltà di trovare un luogo dove dormire. Ma anche la mancanza di un minimo di disponibilità economiche per le prime necessità e per gli spostamenti, a volte si lascia l’istituto di pena con un sacchetto, quelli neri che contengono i propri effetti personali. Si scontrano con la mancanza di un lavoro, anche le persone in affidamento ai servizi sociali con un discreto lavoro, si vedono messi “alle strette” da quelle cooperative che danno lavoro solo a detenuti e non anche ad “ex”. Difficile anche l’assistenza medica, che a volte viene a mancare, se la persona perde la residenza che aveva fuori dal carcere. Infine, la crisi d’identità, non solo per chi è senza rapporti affettivi, lo scontro non è solo con un ambiente fortemente critico per i suoi trascorsi, ma anche con se stessi: gli incubi notturni, la difficoltà a ritrovarsi in un ambiente che per quanto dovrebbe essere familiare e proprio, fatica a diventare il proprio ambiente. Il carcere segna, lascia dentro paure, difficoltà, ed una volta fuori è difficile lasciarsi tutto alle spalle e paradossalmente il carcere sembra per molti un luogo “sicuro” rispetto a tutte le insicurezze del dopo. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, reggere l’urto del passato senza defilarsi: “non potevi pensarci prima”, gli sguardi della gente, le loro attenzioni, i rimpianti: una galera personale che tortura dentro. Situazioni e mancanze che incidono in modo indelebile sulla psiche dell’ex-detenuto. Carlo, mi racconta che quasi ha dimenticato cosa significhi amare, mostrare atteggiamenti affettuosi, e seppur si senta padre, oggi nella vita di suo figlio si sente un perfetto sconosciuto: un rimprovero sembra inascoltato, un abbraccio quasi impossibile: il carcere lo ha reso anaffettivo. Il solo sostegno emotivo e morale non basta a Carlo e alla sua famiglia, prima di tutto Carlo ha bisogno di ritrovare se stesso, superando gli incubi, i ricordi del carcere, le mancanze e le difficoltà, con un percorso di sostegno psicologico che nel tempo si integrerà al figlio, perché padre e figlio devono avere il tempo ed il modo di costruire un rapporto mai esistito e sarà possibile partendo dalle basi: accompagnarlo a scuola, una passeggiata in bici, un semplice abbraccio sul divano durante una serie televisiva. Un percorso non semplice, che certo incontrerà ostacoli e difficoltà, che si scontrerà con la diffidenza, ma è un percorso umano e familiare che serve a rinascere, perché il fine pena è un inizio di pene nuove, come nel gioco dell’oca, si torna indietro, si ricomincia, si riparte da zero. Ma serve un percorso parallelo fatto di una giustizia umana fatta di accompagnamento nel fine pena, gli sforzi umani e solidali delle tante associazioni- poche e con pochi mezzi- che supportano gli ex detenuti, aiutandoli a reinserirsi nella società, sono una goccia nel mare, anche perché il volontariato è spesso “sbilanciato” all’interno delle carceri molto più che sul territorio. L’accompagnamento deve confrontarsi anche con l’aspetto morale e materiale, sarebbe opportuno all’uscita del carcere fornire uno zainetto con i primi oggetti specie per le emergenze, utilissimo anche se un po’ deprimente, bisognerebbe intensificare i colloquio nei mesi che anticipano l’uscita, monitorare i bisogni e attrezzarsi sul territorio, per rendere più efficace il sostegno. Urge e potrebbe diventare un obiettivo futuro, uno sportello che si occupi attivamente delle persone che stanno per finire la loro pena. Una rete di sostegno forte che individui i bisogni di queste persone, dall’affiancamento ai primi autonomi passi fuori dal carcere: la ricerca di un alloggio, l’aiuto quando piombano addosso multe, divieti, cancellazioni di residenza e tutto quello che somiglia al “dopo carcere” dove sembra un percorso ad ostacoli e sembra più semplice sfracellarsi che superare le tante barriere che si incontrano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Autostima, chiamata d’ordine per le famiglie

untitled 2Cuore e cervello per antipasto, una buona dose di energia e umorismo, pasta di parole e confronto, e per dessert – lo strappo alla regola- panna e cioccolata, viva la domenica e viva il pranzo in famiglia. E’ il pasto perfetto per un bambino affaticato, annoiato e giù di corde, che per un’intera settimana si divide tra scuola, compiti, passioni, genitori in perenne corsa. Un modo per raccontare qualcosa di sé e anche della settimana trascorsa, perché condividere è la parola d’ordine. Il “menù a tema” è uno dei giochi che unisce la famiglia e la riporta al dialogo e alla condivisione. Perché la famiglia è sinonimo di comunità e come tale è giusto che funzioni. Un pranzo perfetto per una famiglia felice che non è da intendere quella degli spot, ma quella reale con le contraddizioni, i litigi, il tempo che scorre troppo velocemente, ma anche quella che conosce i propri punti di forza e di debolezza, dove ognuno contribuisce a un progetto condiviso. L’idea di base è che per far funzionare, il delicato e difficile ingranaggio familiare, serva sviluppare l’autostima dei singoli. Se ognuno sta bene, l’intero nucleo sta bene e l’autostima familiare ci guadagna. Sdoganate e superate l’idea che le famiglie felici sono tutte uguali. Anche perché c’è da chiedersi: cos’è per noi e per la nostra famiglia la felicità? Per niente uguali le famiglie felici. Ciascuna deve fare i conti con il valore che dà a sé. E lavorarci con impegno ed interesse. Con giochi che uniscono e momenti di condivisione, ma fondamentalmente con tanto tempo e con programmi familiari comuni. Gli elementi da considerare, per un controllo della propria vita, secondo anche molti esperti sono sei: la qualità delle relazioni con amici e colleghi, gli affetti, la capacità di gestire le emozioni, la consapevolezza del corpo, la scuola e il lavoro, l’ambiente. E’ un puzzle di vita che merita attenzione. Le gare e i giochi familiari, devono esser visti in positivo, per una competizione sana e non esagerata. Non deve interessare l’esito della performance ma lo spirito di gruppo. La famiglia è la ricarica quando il morale è a terra. La famiglia, sceneggiatura perfetta ed imperfetta di molti registi e scrittori che nonostante tutto continuano a raccontare le famiglie di oggi. Magari non sempre perfette e felici ma ognuna con il suo metodo e la sua clessidra dell’amore. Famiglia che nasce dall’essere prima di tutto coppia e molto spesso non sempre il duo viaggia in equilibrio, come ha scritto Giada Sundas in “Le mamme ribelli non hanno paura” – “Io e il mio compagno Moreno abbiamo avuto momenti difficili. Ma ogni volta che uno si sentiva a pezzi, l’altro aiutava.” Non sono perfetti Giada e Moreno ma sono riusciti a fare tesoro delle proprie debolezze. Sapere di non essere sempre genitori al top vuol dire essere un genitore con una buona autostima. Bisogna abbandonare l’anacronismo, non pensare alla famiglia delle pubblicità ma a quella contemporanea, che in alcuni casi è imperfetta, scomposta, folle, sopra le righe e fuori dagli schemi. Ne è un esempio la famiglia Pozzoli, ovvero Gianmarco, Alice e Giosuè di due anni e Olivia Tosca: celebri su Facebook come “The Pozzolis Family” con oltre mezzo milioni di seguaci entusiasti, dalla quale è nato anche “Un figlio e ho detto tutto” edito da Mondadori, Gianmarco ed Alice si raccontano tutti i giorni: il loro “metodo famiglia felice” è basato proprio sulla condivisione, da molti dimenticata o irraggiungibile. La coppia ha trasformato la loro vita in un lavoro, così da viversi la genitorialità pienamente. I due fanno i turni per essere sempre presenti con i bimbi Non se la sente di dare ricette di felicità, tranne una: “Ci avevano terrorizzato le mamme tuttologhe che sparavano sentenze mentre i mariti erano messi da parte. Ci è venuto naturale conservare l’identità di coppia”.

E voi ora chiedetevi se ve la sentite di condividere in famiglia? Ci proverete ad essere felici senza strane pubblicità ed idee perfette?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Da Cardito a Caivano, bambini vittime di violenze e soprusi. E le mamme?

untitledDifficile raccogliere i ricordi e la testimonianza cruda e drammatica della piccola Noemi, che sul volto porta ancora i lividi delle botte, quando le chiedono cosa le sia successo. Difficile, anche per il giudice di Napoli Nord, Antonio Santoro, che scrive “si fa fatica a giungere alla fine del verbale” del delitto di Cardito “tanto è l’orrore che vi è rappresentato”. Le pagine sono quelle dell’ordinanza che dispone il carcere per Tony Esobti Badre, l’uomo che ha ucciso a bastonate uno dei tre figli della sua compagna, Valentina, il piccolo Giuseppe di 6 anni appena, ferendo gravemente anche la sorellina Noemi, solo un anno più grande, sono come una finestra spalancata su luoghi oscuri e insondabili della violenza umana. Il quadro è quello di un uomo violento, aveva picchiato anche la compagna, calci, pugni, sputi in faccia – si legge- ma nessuno era intervenuto né lei aveva denunciato. Lei, la mamma dei tre piccoli, compagna di  Tony da sei mesi, una casa insieme, una vita, una quotidianità, forse non rosea, eppure è su di lei che in queste ore si concentrano dubbi, sospetti, mamme infuriate che dai social alle piazze pubbliche si chiedono come sia possibile assistere ed udire alle botte che un uomo perpetra sui propri figli e restare inermi. Ci si chiede come è possibile che per molte ore una mamma lasci agonizzante il proprio bambino massacrato dalle botte steso sul divano per ore, senza chiedere aiuto, senza chiamare i soccorsi. E l’interrogativo che tutti ci siamo posti: “Giuseppe poteva salvarsi?” Ombre e sospetti che si addossano sulla madre. Lo ribattezzarono “parco degli orrori”, periferia Nord di Napoli, Caivano, a seguito della morte di due bambini di 3 e 6 anni, precipitati nel vuoto dei piani alti dei palazzi. La scorsa estate i riflettori si sono riaccesi su Caivano per un nuovo caso di presunti abusi sessuali ai danni di una bambina di 4 anni, che sarebbe avvenuto proprio al Parco Verde. Anche qui le domande e gli interrogativi si susseguivano sulle mamme, sulla loro attenzione, sapevano o non sapevano? Girovagava, abbandonato in strada ad otto anni, ha esclamato “mamma non mi vuole più”. Era da solo, senza documenti, senza un giubbotto, con addosso un maglioncino di lana leggera. Non è mai andato a scuola, ora è in comunità. Riflettori puntanti ancora una volta sulla mamma. Riflettori puntanti in queste settimane, giorni ed ore sulla maternità, il dono-dicono essere- più bello della vita. Mamme, che però finiscono nel tritacarne mediatico e sociale, ma ancor di più nei giudizi di coscienza delle altre mamme. Credo, leggendo e spulciando i commenti in rete, che non ci sia cosa peggiore di una mamma che punti il dito contro un’altra mamma. Come se la maternità fosse perfezione. Come se fosse uno stemma omologato. Come se tutte nascessero con la vocazione di fare le mamme. La verità che mamme forse ci si sente davvero quando quel bambino è tra le tue braccia, quando sai che dipenderà da te, quando sai che ogni cosa che dirai o farai non sarà più la stessa, perché c’è un esserino al mondo che prenderà esempio. La violenza, qualunque essa sia, non si giustifica e non è questa la sede, ma poniamoci qualche domanda, capiamo queste mamme prime di giudicarle e ammettiamo che forse qualcuna non si senta realmente mamma e che quel bambino di otto anni che vagava magari era sulla strada – e ce lo auguriamo- di una famiglia, di calore umano e genitoriale. Prima di essere mamme, sono donne, donne che hanno un vissuto, storie familiari difficili, spesso quella maternità è fuga dalla realtà e così – ve lo assicuro, anche per lavoro- queste donne poco più che bambine mettono al mondo un altro essere umano, il loro figlio. Inizialmente, si fatica a comprendere chi sia il bambino tra i due, quali strumenti, quali valori, quale educazione riesca a trasmettere una poco più che bambina con i suoi drammi e i suoi lutti interiori umani ad un altro essere umano. Oggi, Valentina ed il papà biologico dei bimbi hanno la potestà genitoriale sospesa. Ma un genitore resta tale nell’animo. Valentina è nei discorsi di molti, specie delle mamme. Probabilmente Valentina, dovrà chiarire ai magistrati come e se ha tentato di soccorrere i suoi bambini. E’ però, non dimentichiamocelo, una donna che ha visto morire il figlio. Su di lei pesano gravidanze giovanissime, il carico di un matrimonio naufragato, i figli da crescere, il tentativo di rifarsi una vita, fallito, perché aveva incontrato un compagno violento e vigliacco. Certo, lascia sconcerti come le donne non chiedano aiuto, come non si ribellino alla violenza subita e a quella che quasi quotidianamente vivono i propri figli. Per anni, ognuno, dai propri canali e secondo le proprie competenze professionali, ha invitato, invocato, esortato le donne a denunciare i propri compagni violenti, se non altro farlo per i propri figli, per restituirgli dignità ed un modello familiare idoneo. E spesso, la molla della denuncia di una donna, erano proprio i figli: denunciare per loro. Diventavano forza di una donna. E oggi? Oggi, le donne subiscono, assistono persino alla violenza sui propri figli e restano inermi e paralizzate. Certo, lo shock, naturale ed umano, ma lo shock dura un episodio, dura frazione di minuti, la violenza perpetrata a lungo diventa orrore, diventa gabbia, ed è possibile che una donna, una madre non riesca a rendersene conto? Ecco, forse, la rabbia che le donne oggi nutrono verso Valentina, verso le mamme che sanno e tacciono, verso quelle mamme che in queste ore stanno dimostrando l’anti mammismo, è proprio non reagire davanti alla violenza sui propri figli. Inconcepibile, vero, ma sta accadendo e bisogna fermarlo. Le donne rimangono vittime della spirale di violenza, soggiogate psicologicamente. Hanno paura ma non reagiscono e i commenti, la rete, le parole delle altre donne agguerrite ed arrabbiate non aiutano. Bisogna invocare a denunciare, senza puntare il dito, ma supportare. Invocarle a chiedere aiuto, creando una rete di operatori e di servizi che supporti le donne. Ma, permettetemi di dire che nessuno è giudice morale di nessun altro, comprendiamo che esistono realtà dove la povertà e il degrado sociale come a Cardito la fanno da padroni, e iniziamo a tendere lo sguardo, anche al vicino di casa, perché di famiglie e di donne come Valentina ne sono piene le periferie d’Italia. E forse anche accanto casa nostra, mentre sembra che la vita scorra in modo naturale.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Reddito di Cittadinanza, gli oneri prevedono lavori di pubblica utilità. Ecco di cosa si tratta

untitled 2Sono approdate, così come le ha definite il premier Giuseppe Conte, -“le misure più qualificanti dal punto di vista sociale e politico”, il reddito di cittadinanza e quota cento per le pensioni, presentate sotto forma di decreto legge al tavolo di Governo durante il Consiglio dei ministri dello scorso giovedì. Il decreto giunto nelle mani dei ministri, racchiude l’attesissimo reddito di cittadinanza in ventisette articoli. Una misura di politica attiva a garanzia del diritto al lavoro e di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Riguarderà un milione e settecentomila famiglie, compresi duecentocinquantamila nuclei con disabili. Tra i requisiti richiesti un reddito Isee inferiore a 9.360 euro, un valore patrimoniale mobiliare diverso dalla prima casa non superiore a 30.000 euro e un conto corrente non superiore a 6.000 euro. La soglia cresce in base al numero dei figli e alla presenza di disabili. Bisogna essere residente in Italia da almeno dieci anni. Si tratta di un’integrazione al reddito fino ad un massimo di 780 euro mensili, erogati ai beneficiari tramite un’apposita carta elettronica, spendibile in una rete di negozi, è possibile un prelievo di un massimo di 100 euro. Non sarà possibile cumulare il beneficio mensile: infatti, il contributo mensile che il nucleo non utilizzerà ritornerà nelle casse del ministero. La misura dura diciotto mesi, rinnovabile dopo un mese di pausa. Tra gli obblighi oltre a quella di seguire corsi di formazione, accettare una delle tre offerte di lavoro. In caso di frodi si rischia una condanna fino a sei anni. Connotato importante del reddito di cittadinanza, che lo evolve in una forma neanche innovata né innovativa, dei lavori socialmente utili. Coloro che usufruiranno del reddito di cittadinanza, saranno chiamati a prendere parte ad attività di pubblica utilità organizzate dai comuni per un minimo di otto ore settimanali. Esonerati solo i soggetti dichiarati inabili al lavoro, le persone con disabilità accertata o il caregiver, il familiare che accudisce quotidianamente la persona con disabilità. Sarà proprio con queste otto ore lavorative gratuite di pubblica utilità, infatti, che il beneficiario “ripagherà” l’investimento che lo Stato fa concedendogli il reddito di cittadinanza, allo stesso tempo, il soggetto beneficiario dovrà impegnarsi nel formarsi partecipando a dei corsi finalizzati al conseguimento di una qualifica professionale e ad accettare una delle tre proposte di lavoro che gli verranno presentate dal centro per l’impiego. Gli LPU sono quelle prestazioni non retribuite a favore della collettività che si svolgono presso enti locali, organizzazioni di volontariato o di assistenza sociale. Nel caso del Reddito di Cittadinanza, sembra proprio che saranno svolti presso i comuni. Il concetto di lavori di pubblica utilità è stato introdotto da un decreto del Ministero della Giustizia nel Marzo 2001, al fine di essere considerato a tutti gli effetti una sanzione penale sostitutiva. Quando, infatti, si parla di lavori di pubblica utilità, si fa riferimento a quel modo alternativo di scontare una condanna penale, attraverso un’attività riparativa e restitutiva. Nel caso del reddito di cittadinanza sarebbe più corretto parlare di lavori socialmente utili, ossia la partecipazione ad iniziative di pubblica utilità al quale si dedicano, limitatamente nel tempo, i soggetti svantaggiati nel mercato del lavoro. Ad oggi i lavoratori che si dedicano ai lavori socialmente utili, l’Inps, riconosce un assegno mensile, cosa che non avverrà per chi percepirà il reddito di cittadinanza. Il decreto legislativo 468/1997, determina i settori nella quale gli LPU svolgono le loro attività: dall’assistenza all’infanzia, al recupero dei tossicodipendenti, passando per il sostegno agli anziani, ma anche raccolta differenziata e gestione di discariche e di impianti per il trattamento di rifiuti solidi urbani; tutela delle aree protette e dei parchi naturali; miglioramento della rete idrica. Molti sono gli esempi di lavori socialmente utili e di pubblica utilità, molto dipenderà dalle esigenze del territorio e dalle necessità del comune di appartenenza. E’ bene sottolineare, come ha ribadito una sentenza del 2007 del Consiglio di Stato, chiarendo che le caratteristiche dei lavori socialmente utili non ne “consentono la qualificazione come rapporto di impiego”. Questo perché “il rapporto dei lavori socialmente utili trae origine da motivi assistenziali e riguarda un impegno lavorativo certamente precario”. Si tratta, se non altro, di una riproduzione di politiche attive che da un lato generano distorsioni da parte del lavoratore, che vivrà con l’aspettativa della stabilizzazione nel pubblico impiego sin dal primo giorno d’esperienza, dall’altro genera “dipendenza” da parte dell’ente pubblico ospitante che non riesce a colmare la garanza d’organico con unità lavorative aggiunte, per di più retribuite da un ente superiore. Eppure, non essendo una politica nuova, basterebbe girarsi indietro e osservare cosa è accaduto in questi anni, specie nelle regioni del Sud, molti lavoratori, si sono trovati a in queste misure “anti povertà” dove la spesso bassa indennità percepita, pur non essendo un salario occupazionale ma solo un’indennità di tirocinio o lavoro socialmente utile, è diventata l’unica fonte di sostentamento certo tanto da generare dipendenza. A quel punto, in pochi si sono avventurati nella ricerca di un’occupazione nel settore privato che proprio in quelle Regioni è debole ed economicamente povero, e chi riceveva altre opportunità, magari per fare l’insegnante fuori regione, è stato portato a rifiutare nella speranza della stabilizzazione. Ma se oggi, nel 2018, e dopo decenni di lavori socialmente utili, per alcuni di loro si può parlare, finalmente, di stabilizzazioni, grazie a politiche regionali e nazionali di assorbimento del precariato, non è pensabile che da oggi si tracci un simile percorso per altre migliaia di persone e che lo si venda, per giunta, come una politica innovativa e di cambiamento. Forse sarebbe opportuno che i beneficiari la vedano nell’ottica di un contributo alla propria collettività, come delle ore da dare agli altri, con altruismo e anche come auto mutuo sostegno per uscire dalla spirale dell’assistenzialismo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Droga, nel 2018 sessanta nuove sostanze. I drug-test non le rilevano

untitled 2La droga che la passa liscia: nuovi potenti psicotropi sintetici passano senza alcun problema i controlli in più di nove laboratori italiani su dieci, impreparati all’analisi delle nuove molecole di ultima generazione che continuamente vengono immersi sul mercato. Il nostro Paese rimane così arretrato e persino in ritardo nell’aggiornamento delle tabelle, mentre si susseguono lungo tutto lo stivale italiano i sequestri da parte dei Nas. Le sostanze diventano social, viaggiano e vengono vendute anche attraverso i moderni canali dei social network. Un messaggio da un account anonimo, lasciato sulla bacheca di un gruppo Facebook, indica un link, che solo apparentemente riporta ad un sito di “casa e giardinaggio” ma scorgendo nel suo forum, nasconde le indicazioni per comprare ketamina o catinoni sintetici, che provano un’alterazione della percezione di se stessi, allucinazioni e in alcuni casi è utilizzato anche per aumentare il piacere sessuale. Si tratta di droga, ancor più forte di cocaina o ecstasy, ma passa inosservata ai drug-test. Stupefacenti invisibili, nel solo 2018, sono state sessanta le nuove sostanze rilevate nel nostro Paese, che continuano a proliferarsi sotto lo sguardo attonito e impreparato all’analisi di centinaia di nuove molecole da parte dei laboratori ospedalieri italiani. I social diventano il dark web che si affaccia ai laboratori asiatici, statunitensi e dell’est Europa. E’ da qui che partono le spedizioni in pacchetti da meno di un Kg, leggeri ma che minano il cervello. Da un grammo di sostanza si ricavano al massimo tre dosi, che costano ognuna tra i quindici ed i trenta euro, a seconda della sostanza: polveri o liquidi che possono essere sniffati, ingeriti o fumati. I Nas, in un anno hanno sequestrato centinaia di migliaia di dosi, destinati a giovani e over quaranta. Sostanze destinate anche al popolo giovanile, nel 3% dei casi le stesse sostanze sono state rilevate nell’organismo di ragazzi al di sotto dei 15 anni. Ottocento le molecole messi in lista dall’Osservatorio Europeo, nel nostro Paese ne sono state recensite solo circa duecentocinquanta. Le nuove molecole rilevate dall’Osservatorio sono circa sessanta e molte di queste sono state già rilevate sugli assuntori italiani, ma nonostante tutto, come altri centinaia di tipi, non sono ancora classificate come tali dalle tabelle aggiornate dal ministero. Tra le nuove sostanze i catinoni sintetici, utilizzati maggiormente nella pratica del “chem-sex” e i cannabinoidi sintetici e le fenetilamine, “ma per la quasi totalità dei laboratori negli ospedali, se hai assunto ad esempio catinoni, sei pulito”- ha dichiarato Carlo Locatelli, direttore del Centro Nazionale di Informazione Tossicologica. Nel frattempo vecchie e nuove generazioni di droghe si fondono e viaggiano veloce superando anche le procedure burocratiche. Ascoltando il punto di vista degli esperti in tossicologia, una caratteristica del fenomeno delle nuove droghe è il turn-over, infatti, in dieci anni si sono già avvicendate quattro generazioni di stupefacenti. Le difficoltà non si riscontrano solo in campo medico ma anche in quello investigativo, perché il traffico è un viaggio che abbraccia varie nazioni anche oltre confine ed inserirsi non è facile, se non in un piccolo segmento, scontrandosi a volte con alcuni Stati anche europei che non considerano alcune sostanze tossiche. E nel deserto dei controlli si pensa al futuro ad un ospedale che potrebbe analizzare duecento sostanze in mezzora con dati che potrebbero confluire nel “Sistema di Allerta Precoce”, il primo ospedale italiano è il Sant’Anna di Fermo della Battaglia, in provincia di Como. I dati potrebbero confluire nel Sistema di Allerta Precoce del dipartimento per le politiche antidroga e dell’Istituto Superiore di Sanità, un progetto che creerebbe maggiore sinergia e coordinamento tra gli ospedali, i centri di ricerca e le forze di polizia, ma che al momento è ai nastri di partenza, che fanno però ben sperare, perché una cosa è certa nuove sostanze nascono quasi ogni giorno e nelle nuove piazze di spiaccio, i social, vengono continuamente immersi con rischi notevoli per la salute dell’uomo e faro d’attrazione per i più giovani, che in rete ci passano molto tempo e riescono a reperire queste sostanze con una facilità a portata di click e di tasca, considerate le cifre a cui vengono vendute. Così i medici, i tossicologi di laboratorio e gli investigatori, restano spiazzati, inermi e cercano con non poca difficoltà di guardare al futuro e di analizzare, schedare e capire quante più sostanze possibili. Sembra proprio una sfida attuale tra il sempre più emergente mondo delle sostanze stupefacenti ed i medici.

 (Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Reddito di Cittadinanza, certezza solida del sociale nel 2019?

untitledVotata nelle ore a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno, la legge di bilancio è entrata in vigore proprio nel primo giorno del 2019. In primo piano, tra le misure, il reddito di cittadinanza. Partirà il prossimo Aprile e sarà coinvolta tutta la famiglia. Cominciano a prendere forma i contorni del nuovo reddito di cittadinanza che dovrebbe confluire in un decreto a metà Gennaio. Si potrà beneficiare del sostegno al reddito per un massimo di 18 mesi, rinnovabili dopo una sospensione di un mese. La misura, secondo le prime stime, riguarderà 1 milione e 375 mila nuclei familiari compresi gli stranieri se residenti da almeno cinque anni con regolare permesso di soggiorno, ma secondo le voci delle ultime ore per gli stranieri potrebbero servire addirittura dieci anni di residenza e secondo molti la modifica alla bozza sul reddito di cittadinanza potrebbe prevedere per gli immigrati di lungo periodo anche il vincolo di non avere precedenti penali. Sarà coinvolta tutta la famiglia, quindi tutti i componenti del nucleo familiare in età lavorativa, escluso chi si occupa di bambini al di sotto dei tre anni o di disabili, dovranno rispettare alcuni obblighi: accettare almeno una delle tre offerte di lavoro sottoposte e una disponibilità per un massimo di otto ore settimanali ai progetti di utilità sociale, altrimenti pena la perdita del beneficio per l’intero nucleo familiare. Infine, un vero e proprio “patto di collaborazione” che prevede una ricerca attiva del lavoro, l’accettazione di corsi di formazione e colloqui psicoattitudinali e eventuali prove di selezione. Paletti per il reddito, non solo un Isee complessivo entro i 9.360 euro ma anche un reddito familiare che non superi i 6.000 euro per un single fino ad arrivare ad un massimo di 12.600 euro per un nucleo familiare, un patrimonio immobiliare sotto i 30.000 euro e un patrimonio mobiliare sotto i 6.000 euro, niente auto o moto di grossa cilindrata né barche. L’assegno non sarà di 780 euro ma di 500 euro. Funzionerà come una integrazione al reddito. Se, per esempio, le entrate mensili sono di 200 euro, si aggiungeranno solo altri 300 euro. A 780 euro arriverà soltanto chi non abita in una casa di proprietà ma deve pagare un affitto. In questo caso il contributo che potrà essere riconosciuto potrà arrivare fino a 280 euro al mese. Se la famiglia possiede una casa di proprietà ma paga ancora il muto, allora sarà riconosciuto un contributo mensile di 150 euro. Contributo analogo sarà assegnato agli anziani che percepiranno la pensione di cittadinanza e vivono in una casa in fitto. Intanto, in attesa dei provvedimenti attuativi del reddito di cittadinanza trapelano i primi dettagli sui passaggi necessari per ottenere la misura di sostegno alle fasce più deboli. Per ottenere il reddito di cittadinanza, i potenziali fruitori, circa cinque milioni, dovranno presentare una domanda telematica a Poste Italiane a partire dal primo Marzo. Una volta verificati i requisiti richiesti, seguirà il l’ok definitivo da parte dell’Inps, dopo il sì da parte dell’Istituto di Previdenza, bisognerà entro i successivi trenta giorni recarsi in un ufficio postale per ritirare la card con l’importo spettante. Passo successivo per il beneficiario è rivolgersi ad un Centro per l’Impiego o ad un’agenzia privata e stipulare un patto di lavoro. Se l’interessato è un soggetto svantaggiato dovrà firmare il Patto di Inclusione Sociale. Allo studio, l’ipotesi, che le imprese che assumeranno potranno ottenere uno sgravio contributivo. Per il fruitore, da questo momento, potranno arrivare le offerte di lavoro. La prima entro i primi sei mesi dalla fruizione del sostegno con non più di cento kilometri dalla residenza, tra il sesto ed il dodicesimo mese di fruizione la distanza del posto di lavoro offerto potrà arrivare fino ad un massimo di duecentocinquanta kilometri di distanza, per la terza proposta di lavoro, la distanza si amplia degli oltre i 250 kilometri. Il reddito di cittadinanza, secondo le prime stime, andrà soprattutto al Sud, ma tra le prime sei regioni anche Lazio, Lombardia e Piemonte.

Simile, a quanto sembra nelle sue prime forme, al Rei – Reddito di Inclusione, che fece il suo ingresso sul finire del 2017, allargando poi la platea dei beneficiari basandosi sulle sole condizioni economiche nella scorsa estate del 2018. Somiglianze che fanno presagire almeno ad oggi una copia in cui a cambiare sarà solo il nome e la firma del partito di governo. Il Rei nei suoi mesi d’ingresso, seppur seguiva il già introdotto Sia –Sostegno Inclusione Attiva- fu accompagnato da un caos generato dalla carenza di strumenti e di personale. Infatti, il Rei prevede che le domande siano compilate ed inviate all’Istituto di Previdenza Sociale dall’assistente sociale dell’Ambito Territoriale, ma il personale in molte realtà d’Italia è ridotto all’osso con mezzi obsoleti e gli utenti hanno dovuto fare i conti con lunghe attesi dinanzi agli uffici, ritardi. E se la prima parte che prevede la compilazione della richiesta di beneficio, l’ok da parte dell’Inps, si concludeva, non facile per gli Ambiti Territoriali, per l’equipe di lavoro e per l’utente, la seconda fase, quella del “patto di servizio” con la ricerca intensiva del lavoro o con la sottoscrizione del “progetto personalizzato”. Tra intoppi e problemi vari, in questi ultimi mesi il Rei sembra marciare ed i fruitori sembrano essere molti italiani, qualcuno ha persino potuto sperimentare un tirocinio e tornare a confrontarsi con la società e con il lavoro, ma difficile appare almeno adesso il cammino del Reddito di Cittadinanza, la cui platea dei beneficiari al cospetto del Rei, sarà maggiore ed il personale e le strutture sembrano essere davvero ridotti ai minimi termini, ancor di più i Centri per l’Impiego, dove il turn over del personale è fermo da molti anni e gli strumenti di lavoro sono più che obsoleti, specie a Sud, dove nei prossimi mesi si immaginano già lunghe code per richiedere il beneficio. Ma, la domanda di fondo, che cerca di oltrepassare degli oggettivi problemi che inevitabilmente si incontreranno- specie per gli operatori che lavoreranno al Reddito di Cittadinanza- il sostegno al reddito è davvero la marcia giusta per rendere un soggetto autonomo ed indipendente?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Italia in povertà. 5 milioni di italiani, tanti i bambini in stato di bisogno, il sociale al loro fianco

untitled 2Sono oltre cinque milioni i poveri in Italia, l’8,4% della popolazione residente, secondo le stime. Un dato in aumento costante: in dieci anni la povertà assoluta è infatti aumentata del 182%. Più di un milione e duecento mila sono bambini e ragazzi. La lotta alla povertà, però, può contare sul cuore grande, generoso, vero del sociale, articolato in un sistema di misure, piccole e grandi, per lo più sconosciute e invisibili alla società, che fanno però la differenza in qualità della vita per tante persone e famiglie. A promuovere questi interventi lungo tutto lo stivale, sono enti locali, organizzazioni del terzo settore, aziende e comunità. Spesso lavorano insieme unendo obiettivi e forze. La povertà però non è solo questione economica ma anche educativa, abitativa e sanitaria. Contro i diversi tipi di povertà si mobilitano progetti per facilitare il ricollocamento nel mondo del lavoro, per poter assicurare un pasto al giorno, migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, offrire un tetto a chi dorme per strada. Da una parte anziani soli in case troppo grandi, dall’altra, persone che hanno perso il lavoro e la casa, e non sanno dove andare. Ma se questi due bisogni si uniscono nasce il cohousing, un progetto di coabitazione solidale pensato da “Auser” di Firenze per contrastare la povertà abitativa. Dal capoluogo toscano il progetto si è esteso a molte città del nord Italia. In alcune realtà si è dato vita ai condomini solidali che ospitano sino a 49 persone. Non solo un luogo fisico ma intreccio di relazioni e di incontri umani. Un lento percorso di inserimento fatto di incertezze, timori, paure e diffidenze, per questo ci si incontra più volte per conoscersi, spesso seguiti dai volontari, sino poi alla stipula di un “patto di convivenza” dove si dividono spazi, angoli di vita, spese vive e bollette. Dai forni ai poveri. A Roma, i volontari, recuperano il pane non venduto ma ancora buono per destinarlo a circa 2300 poveri della capitale. Da qualche mese il recupero si è esteso anche a frutta e verdura. Si stima un valore di 250 mila euro, grazie al recupero di pane e di ortofrutta. Da qualche settimana è stata messa a punto un’applicazione “Romacheserve” che consente di incontrare le realtà produttive che hanno eccedenze alimentari per donarle alle realtà sociali che invece hanno bisogno di riceverle.

E’ maschio ed ha 44 anni, il volto dell’utente-tipo che chiede aiuto alla rete Caritas per problemi legati alla povertà. In un caso su quattro le richieste abbracciano il range d’età dai 18 ai 34 anni. Nel 2017, secondo i dati della Caritas, sono stati quasi 200 mila le persone che hanno chiesto una qualche forma di sostegno o d’aiuto ai Centri d’Ascolto. 2 milioni e 600 mila interventi, il valore assoluto della rete Caritas. Diminuiscono le storie di povertà intercettate, si rileva però una maggiore complessità e cronicità dei casi. In crescita il numero delle persone senza fissa dimora, ancora oggi la rottura dei legami familiari costituisce un fattore scatenante nell’entrata in uno stato di povertà. La forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali, fra queste spiccano le distribuzioni di pacchi di viveri , di vestiario e i pasti alla mensa. In alcune parti d’Italia è sul legame di collaborazione fra pubblico e privato che si gioca la scommessa del contrasto alla povertà sul territorio. Intorno a questo rapporto sono nati diversi interventi messi in atto dalle amministrazioni comunali, coordinate dal settore welfare dell’Anci. Strategia principale sono i ‘patti’, veri e propri contratti sottoscritti tra la persona in difficoltà e un ente partner: in base ai bisogni, la persona ha a disposizione un’assistenza necessaria (un sussidio e un percorso per potenziare risorse personali e lavorative) in modo da superare lo stato di vulnerabilità, in cambio deve essere “responsabile” del cambiamento.  All’improvviso il filo conduttore della vita può spezzarsi: la perdita di un lavoro, un incontro sbagliato, un passo fatale che genera un errore, da cui è difficile riprendersi e si finisce per strada senza più nulla. Storie di vita “invisibili”, ma attorno a questo stato di povertà assoluta, molte Onlus italiane hanno avviato un progetto per creare opportunità lavorative per i senza fissa dimora, così da farli rimettere in gioco. In effetti è il principio ispiratore del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, inventore del microcredito: la povertà si vince dando ad ognuno la fiducia, creando lavori possibili anche solo con piccoli incentivi. Perché essere esclusi porta ad una condizione di non ritorno e dalla povertà pochi si salvano, così le strutture sociali non stanno a guardare. A Roma è in fase di sperimentazione il progetto “Ricomincio da me” che impegna i senza fissa dimora in città nella cura del verde pubblico. La povertà si ripercuote anche sullo stato di salute, così in molte città italiane i medici in pensione si mettono a disposizione degli indigenti per consulenze e visite mediche. Veri e propri ambulatori solidali. Mentre, venti scuole di sette regioni italiane sono al lavoro per il contrasto alla povertà educativa. Si tratta di un intervento che vede coinvolti studenti, docenti e genitori con l’obiettivo di assicurare e garantire a bambini e ragazzi il diritto di un’educazione di qualità. Il progetto si chiama “Lost in Education” e coinvolgerà per tre anni, fino a novembre 2021, circa 4500 fra ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Capofila di “Lost in Education” è Unicef Italia, sul sito dell’associazione è possibile approfondire il progetto e spulciare tra le varie regioni aderenti. “Mani nel fango per costruire” sono i maestri che lavorano a Napoli tra la strada e le istituzioni. I loro studenti sono ragazzi che, per vari motivi, hanno difficoltà a seguire un percorso scolastico o anche solo ad accedervi. una sessantina di educatori, attivi a Napoli, in lotta contro la dispersione scolastica, terreno in cui prospera la povertà. Il lavoro si gioca tra l’aula scolastica con i singoli studenti e con l’intera classe, sia sul territorio. Anche andando a cercare lo studente che non va a scuola, che ci è stato segnalato dai servizi o dalle scuole, contattando le famiglie.

Una rete di uomini, donne, istituzioni, associazioni, che anziché girarsi dall’altra parte guardano con occhi di speranza, di ottimismo, futuro, solidarietà agli altri, agli ultimi della società, non solo durante il periodo più dolce dell’anno: il Natale, perché il cuore e la solidarietà devono coesistere tutto l’anno ed è il caso di dire: Evviva il Sociale!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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