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Gaming disorder, adolescenti in dipendenza da Internet e videogiochi. Quando staccare la spina?

La sfida al videogame diventa insistente, la smania di giocare prende il sopravvento su altri interessi e sulle attività quotidiane, l’attività ludica diventa persistente, una priorità su tutto il resto. E così la sfida a videogame diventa di troppo. Un problema crescente e che coinvolge molti adolescenti per cui l’Organizzazione mondiale della sanità ha coniato il termine “gamingdisorder” e ha inserito la dipendenza da videogames nell’aggiornamento dell’International Classification of Diseases (ICD), l’elenco ufficiale delle malattie. Ma non generalizziamo o demoralizziamo, certo è che come recita un noto proverbio “il troppo storpia”. Questo non significa che chiunque giochi svilupperà dipendenza: il disturbo come fa notare l’Oms, interessa solo una piccola parte degli appassionati di videogiochi, seppur non và sottovaluto il fatto che giocare senza freni possa portare alla dipendenza patologica, che spesso rappresenta il lato oscuro del piacere. Così alla lunga il piacere di una vittoria rischia di trasformarsi in ossessione tanto da perderne il controllo, sino a non riuscire a staccare la spina o il wifi. Occhio al tempo di connessione. Secondo uno studio condotto su un campione di adolescenti è emerso che l’8% di loro trascorre in rete più di sei ore al giorno e oltre il 22% degli studenti interpellati presenta un rapporto disfunzionale con il web. Insomma, per oltre un adolescente su cinque l’uso di Internet rischia di rivelarsi problematico. Interviste e test specifici condotti su molti adolescenti dimostrano l’impatto dell’uso di Internet sulla quotidianità: scuola, rapporti con i familiari, relazioni interpersonali, durata e qualità del sonno. Ma anche una sensazione di disagio che i giovani provano quando non possono accedere al web come e quando vorrebbero, in alcuni di loro scatta una vera e propria aggressività. Segnali di una dipendenza che genera ripercussioni significative sul benessere psicofisico. Secondo gli esperti, tra i giovani italiani, si è abbassata l’età del primo contatto con le sostanze d’abuso, di comportamenti quali il bine drinking e la drunkoressia, il sottoporsi cioè a restrizione alimentare prima di consumare alcoli, sia per limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso, sia per potenziale gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, nonché dell’uso problematico di Internet e del gioco prevalentemente online. L’adolescenza, fase critica dello sviluppo, è anche un’età caratterizzata anche da una fragilità neurobiologica che può favorire una maggiore propensione al rischio e una maggiore vulnerabilità nei confronti delle dipendenze. L’adolescente è più vulnerabile allo sviluppo di alcuni disturbi da dipendenza perché il suo cervello è in fase di trasformazione – ci sono cioè circuiti che si devono ancora pienamente modellare e strutturare – e la non completa maturazione di alcune vie nervose – come per esempio le zone frontali che sono fondamentali per l’attenzione, il giudizio, la decisione, il controllo degli impulsi immediati; lo inducono a correre rischi maggiori e ad avere meno il controllo della situazione.La tendenza ad agire rapidamente e impulsivamente è uno dei fattori che alimenta la vulnerabilità degli adolescenti e in loro comportamenti ripetitivi e disfunzionali, anche se è possibile ipotizzare che le dipendenze comportamentali siano espressione di una fragilità psicopatologica soggiacente, piuttosto che sintomi di eccessivo coinvolgimento in attività disadattive di per sé. Attenzione ai campanelli d’allarme al tempo di connessione, il tempo trascorso in rete sui dispositivi vari per affrontare l’ennesima sfida; altro segnale d’allarme è dato dallo sviluppo di comportamenti insoliti, come maggiore irritabilità, discontrollo degli impulsi, peggioramento del rendimento scolastico; infine, attenzione anche all’isolamento e all’apatia: possono essere indicativi di un uso disfunzionale della rete e di un abuso dei videogiochi, che diventano l’unica attività degna di nota per la quale vengono trascurate le altre attività fondamentali per una crescita sana, le relazioni amicali, la scuola e lo sport. I consigli per un genitore sono anzitutto una maggiore presenza, cercando di prestare attenzione, manifestando interesse per quelle che sono le attività quotidiane, le relazioni ed il rendimento scolastico. Ma non solo osservatori passivi, è importante il dialogo ed il confronto con l’adolescente, mettendolo in guardia dai rischi che si annidano nell’uso smoderato dei videogiochi. Fondamentale porre delle regole chiare: non serve a nulla proibire, alimenterà ancor di più la sua voglia di gioco, piuttosto è bene fornirgli dei limiti giornalieri o settimanali, coinvolgendoli in attività alternative e di svago nelle restanti ore. Il gioco è giusto ed accettabile nel tempo libero ma nelle giuste dosi, non deve impegnare l’intera giornata. Ovviamente, di fronte ad un uso incontrollato ed ingestibile anche da parte dello stesso adolescente è bene rivolgersi ad un medico per essere indirizzati ad un centro specializzato per il trattamento delle dipendenze, per avviare un percorso di sostegno per uscire dal ghetto della dipendenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

 

 

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L’adolescenza dei figli adottivi è più complessa. Ecco perché….

untitledLe prime difficoltà iniziano alle medie, con le aggressioni a sfondo razziale, insulti, offese e derisione da parte di qualche bullo. Sette ragazzi adottati su dieci sono sistematicamente bullizati, a rivelarlo un’indagine condotta da Ufai con oltre millecinquecento famiglie, che restituisce un report che delinea una prima dimensione quantitativa del fenomeno, ovviamente parziale, ma molto significativa. Un report, che ha per oggetto un tema delicato: la scuola e la sua capacità inclusiva nei confronti degli alunni con una storia di adozione, fornendoci uno squarcio diretto su ciò che a scuola accade. L’84% dei ragazzi riferisce di avere subito saltuariamente offese, parolacce, insulti. Nel 40% dei casi la derisione dipende dal colore della pelle o dall’etnia, seguita nel 14% dei casi dall’aspetto fisico, segue poi la difficoltà nell’esprimersi nella nuova lingua e dalle difficoltà di integrazione nel gruppo classe. Nella metà dei casi si arriva a denunciare questi episodi. Gli adottati sono additati, fin dalle elementari, i bambini sentono i ragionamenti che si fanno in casa e riportano commenti pesanti, creando spesso situazioni di grosso disagio. E questo nonostante la scuola dovrebbe essere il primo laboratorio di inclusione. Gli alunni adottivi sono ancorai in forte sofferenza in ambito scolastico poiché non si è raggiunto un adeguato livello della cultura dell’adozione: preparazione del personale docente, sinergia scuola-famiglia, l’apertura a culture differenti. La controprova? Il 67% dei ragazzi è stato costretto a cambiare scuola, molti altri –e ciò apre uno spaccato molto preoccupante-hanno disturbi alimentari. Fase alquanto critica e complessa per genitori e figli è senza dubbio l’adolescenza, momento in cui ognuno costruisce la propria identità. In un ragazzo adottato è più complessa, perché c’è un puzzle con più tessere da inserire. Diventa difficile rispondere alle domande: “Chi sono io?, se mancano dei pezzi. Ma ancora più difficile è risponde ad un’altra domanda: “Cosa sarebbe stato di me se non…?” Consapevole o meno, di base c’è l’idea che il destino sia di penso da qualcun altro, dal genitore biologico che ha abbandonato, creando nell’adottato una mancanza di autostima, pensando di non valere abbastanza. Altro aspetto da non sottovalutare è il rapporto col corpo che cambia. E’ vero, nessun teeneger si accetta, ma per l’adottato il percorso di accettazione è più faticoso, perché dovrà riconoscersi diverso da mamma e papà. In questa fase di transizione, le tensioni crescono e non si tollerano le imposizioni. Bisogna lavorarci, trovare le risposte giuste alle domande del passato e accettare il passato per andare avanti, legittimare definitivamente i genitori adottivi e trovare un equilibrio tra passato e presente, prima di emanciparsi autonomamente. E’ bene sapere che l’adozione è un tassello del puzzle della propria vita con la quale fare i conti tutta la vita e nei momenti di snodo come l’adolescenza viene alla ribalta. Le difficoltà però non sono solo dei teeneger adottati ma anche dei genitori che si interrogano. Hanno superato la difficoltà dell’adozione, poi l’inserimento, l’amore colmo per un figlio, ma proprio quando sembra che tutto abbia trovato equilibrio e dimensione, si scatena la ribellione. Si sentono inermi e sconfitti, la distanza cresce, la crisi è dietro l’angolo. Spetta agli adulti con tenacia ed amore gestirla. Bisogna superare la fase ribattezzata “profezia che si autoavvera”: “siccome mio figlio è brasiliano sarà sempre in strada, o se è russo berrà”. Si dovrà superare lo stereotipo che spesso porta con se ansie e sviluppa comportamenti che si vogliono evitare. Ma c’è un momento che è l’incubo di ogni genitore adottivo, quando il ragazzino gli urla “non sei mia mamma”, è qui che bisogna mantenere il self-control e raccontare che i figli possono nascere dal cuore, proprio come lui o lei. L’adolescente ha bisogno di punti fermi e chiari, che solo l’adulto può dare. Oggi nell’affrontare l’adolescenza di un ragazzo adottivo c’è un problema oggettivo:  i bambini entrano in famiglia intorno ai sei/otto anni ed ha meno tempo per radicarsi, prima del ciclone adolescenziale. Quando arriva è travolto da affetto, cure, amore e la domanda “da dove vengo” porta con sé tanto dolore. E non accade solo a chi ha ricordi di una vita preadottiva. Al contrario, chi non li ha, li cerca, per colmare un vuoto. L’importante che i ragazzi non siano lasciati soli a gestire emozioni così grandi e forti. Vanno accompagnati, lavorando sull’autostima e sulla loro doppia appartenenza. Genitori e figli devono imparare a ri-conoscersi e a ri-scegliersi. Se si procede insieme, la complessità può diventare ricchezza. E dal conflitto può emergere una nuova famiglia, più forte.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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Lavoro minorile, 168 milioni di bambini sfruttati. Sulle nostre tavole i proventi del loro lavoro

untitledPiccole obbligate a lavorare nelle case senza paga né documenti: ragazzine che devono lavorare per pagarsi la dote, bambini che lavoro nei campi sotto il ricatto che la loro famiglia ha ricevuto un anticipo sul loro compenso. Il lavoro forzato assume mille sfumature diverse e tocca tutti i continenti, compreso il mondo industrializzato. Costretti ad avere un’occupazione nonostante la loro tenera età, i bambini costretti a lavorare invece di andare a scuola e di giocare sono una realtà ancora largamente diffusa, come se le norme a tutela della fanciullezza non siano ancora riuscite a strappare i più piccoli alla schiavitù e allo sfruttamento. E non soltanto nei paesi in via di sviluppo. Sono 168 milioni i minori nel mondo che lavorano, nei più disparati settori: cuciono scarpe da ginnastica, sgusciano gamberetti, tessono palloni. Sono almeno 340 mila gli under sedici che lavorano in Italia, di cui 28 mila sono impegnati in attività pericolose per la salute e la sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro minorile non tralascia neppure l’agricoltura, sono 108 milioni i bambini sfruttati nelle campagne, dal riso basmati del Vietnam all’aglio argentino, passando per le rose africane. La denuncia arriva da Coldiretti, che ha lanciato il suo allarme in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. E l’Italia – sottolinea Coldiretti- importa ingenti quantità di prodotti agricoli ed alimentari che arrivano sulle nostre tavole. Dal riso asiatico all’ortofrutta sudamericana, quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia da Paesi extracomunitari che non rispettano le normative in materia di tutela dei lavorati. Frutti del “caporalato invisibile”, inosservato, solo perché avviene in paesi lontani. Non si ferma così la piaga del lavoro minorile nel mondo: quasi tre bambini su quattro messi al lavoro sono occupati in agricoltura e rispetto al 2012, sono dieci milioni in più. Dopo anni di declino, negli ultimi anni, il lavoro minorile in agricoltura negli ultimi anni ha ripreso a crescere, alimentato anche dai conflitti e dalla catastrofi provocate dal clima. Minacciando di fatti il benessere di milioni di bambini e minando anche gli sforzi per porre fine alla fame e alla povertà. Le famiglie nei campi profughi siriani in Libano – fa notare l’Onu- ad esempio sono inclini a ricorrere al lavoro minorile per assicurare la sopravvivenza della famiglia. I bambini rifugiati devono occuparsi della produzione di aglio, della produzione di pomodori, raccolta della patate. Esponendosi ai rischi dei pesticidi, alle scarse condizioni igienico – sanitarie del campo, alle alte temperature e all’affaticamento nel fare lavori fisici. Il lavoro minorile in agricoltura è una questione seria e globale che nuoce ai bambini, danneggia il settore agricolo e perpetua la povertà rurale. I bambini spesso solo l’unica fonte di sostentamento per le famiglie, ma ciò priva i bambini dell’infanzia e dell’istruzione, impedendo così di poter ottenere posti di lavori e redditi sufficienti al futuro. Occorre un piano nazionale sul lavoro minorile, che contrasti e prevenga il fenomeno nel nostro paese. Secondo una ricerca di “Save the Children” tra i minori che lavorano in Italia, più di due su tre sono maschi e circa il 7% è un minore straniero. Lavorano perlopiù in attività di famiglia (44,9%), mentre per quelli impiegati all’esterno del circuito familiare, i settori principali sono la ristorazione (43%), artigianato (20%) e agricoltura (20%). Un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà dei suoi coetanei ad accedere a un lavoro dignitoso in età più adulta e correrà molti più rischi di rimanere ai margini della società, in condizioni di sfruttamento. E’ importante puntare sull’educazione in Italia e nel mondo, perché solo garantendo l’accesso ad un’istruzione di qualità e contrastando la dispersione scolastica si può contribuire a ridurre lo sfruttamento lavorativo dei bambini e degli adolescenti. Se sono messi nelle condizioni di poter andare a scuola, allora i bambini e gli adolescenti sono in misura minore al rischio di abbandonare la scuola e di venire inseriti in circuiti di sfruttamento lavorativo. Ma, non bisogna abbandonare le famiglie, bisogna potenziare l’empowerment personale, riducendo così la possibilità che i figli vadano a lavorare, sensibilizzando i genitori sull’importanza dell’istruzione e rendere i bambini consapevoli dei propri diritti. Oltre ai Trattati e alle Convenzioni che riconoscano e garantiscano i diritti dei bambini a livello formale, seppur importanti e fondamentali. E’ necessario anche e soprattutto partire dal basso, agire a livello delle comunità, cercando di fornire un’educazione accessibile e di qualità a tutti i bambini, sensibilizzando i genitori, gli insegnanti, gli stakeholders e le istituzioni sull’importanza dell’educazione, rompendo stereotipi diffuso e combattendo tradizioni e norme che non tutelano i diritti dei bambini e degli adolescenti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La vita nel post carcere. La difficoltà di ricostruire le reti della propria vita

untitled 2Carlo, nome di fantasia, aveva meno di trent’anni quando è entrato in uno dei tanti penitenziari italiani, lasciando a casa una moglie malata di cancro e un bambino di diciotto mesi. Quando ne è uscito con una qualifica da cuoco ed una da panettiere, con dentro il mondo sommerso del carcere, si è ritrovato compagno di vita di una donna cambiata e segnata dalla malattia e dalle difficoltà, e padre di un ragazzino poco più che adolescente. Il carcere ha segnato Carlo quanto la sua famiglia. Li incontro in un colloquio di servizio sociale, sono spaesati e quasi spaventati dalla nuova vita da ridisegnare e ricostruire. Parlare del “dopo”, di quando il cancello si chiude dietro le spalle di un detenuto e si riacquista la tanto desiderata, sognata e sperata “libertà”, è un argomento complicato, dove risulta facile scoraggiarsi e perdersi fra tutti i problemi che si riscontrano nel fine pena, cioè in quella fase della vita di un detenuto che dovrebbe rappresentare invece la fine del “problema dei problemi”, la carcerazione. Il fine pena è la gioia per la fine di un incubo, ma può rappresentare anche l’inizio di un altro momento buio. I problemi che franano addosso ad una persona che esce dal carcere sono molti: la mancanza di affetti, le amicizie perse, i legami familiari da riconquistare e la difficile ricostruzione dei rapporti sociali; poi i problemi pratici, come la perdita della residenza, in molti, infatti, hanno dimora presso l’istituto di pena; alcuni ex detenuti hanno anche la difficoltà di trovare un luogo dove dormire. Ma anche la mancanza di un minimo di disponibilità economiche per le prime necessità e per gli spostamenti, a volte si lascia l’istituto di pena con un sacchetto, quelli neri che contengono i propri effetti personali. Si scontrano con la mancanza di un lavoro, anche le persone in affidamento ai servizi sociali con un discreto lavoro, si vedono messi “alle strette” da quelle cooperative che danno lavoro solo a detenuti e non anche ad “ex”. Difficile anche l’assistenza medica, che a volte viene a mancare, se la persona perde la residenza che aveva fuori dal carcere. Infine, la crisi d’identità, non solo per chi è senza rapporti affettivi, lo scontro non è solo con un ambiente fortemente critico per i suoi trascorsi, ma anche con se stessi: gli incubi notturni, la difficoltà a ritrovarsi in un ambiente che per quanto dovrebbe essere familiare e proprio, fatica a diventare il proprio ambiente. Il carcere segna, lascia dentro paure, difficoltà, ed una volta fuori è difficile lasciarsi tutto alle spalle e paradossalmente il carcere sembra per molti un luogo “sicuro” rispetto a tutte le insicurezze del dopo. La galera, quella che piega la roccia, è lo stare esposti alle domande, reggere l’urto del passato senza defilarsi: “non potevi pensarci prima”, gli sguardi della gente, le loro attenzioni, i rimpianti: una galera personale che tortura dentro. Situazioni e mancanze che incidono in modo indelebile sulla psiche dell’ex-detenuto. Carlo, mi racconta che quasi ha dimenticato cosa significhi amare, mostrare atteggiamenti affettuosi, e seppur si senta padre, oggi nella vita di suo figlio si sente un perfetto sconosciuto: un rimprovero sembra inascoltato, un abbraccio quasi impossibile: il carcere lo ha reso anaffettivo. Il solo sostegno emotivo e morale non basta a Carlo e alla sua famiglia, prima di tutto Carlo ha bisogno di ritrovare se stesso, superando gli incubi, i ricordi del carcere, le mancanze e le difficoltà, con un percorso di sostegno psicologico che nel tempo si integrerà al figlio, perché padre e figlio devono avere il tempo ed il modo di costruire un rapporto mai esistito e sarà possibile partendo dalle basi: accompagnarlo a scuola, una passeggiata in bici, un semplice abbraccio sul divano durante una serie televisiva. Un percorso non semplice, che certo incontrerà ostacoli e difficoltà, che si scontrerà con la diffidenza, ma è un percorso umano e familiare che serve a rinascere, perché il fine pena è un inizio di pene nuove, come nel gioco dell’oca, si torna indietro, si ricomincia, si riparte da zero. Ma serve un percorso parallelo fatto di una giustizia umana fatta di accompagnamento nel fine pena, gli sforzi umani e solidali delle tante associazioni- poche e con pochi mezzi- che supportano gli ex detenuti, aiutandoli a reinserirsi nella società, sono una goccia nel mare, anche perché il volontariato è spesso “sbilanciato” all’interno delle carceri molto più che sul territorio. L’accompagnamento deve confrontarsi anche con l’aspetto morale e materiale, sarebbe opportuno all’uscita del carcere fornire uno zainetto con i primi oggetti specie per le emergenze, utilissimo anche se un po’ deprimente, bisognerebbe intensificare i colloquio nei mesi che anticipano l’uscita, monitorare i bisogni e attrezzarsi sul territorio, per rendere più efficace il sostegno. Urge e potrebbe diventare un obiettivo futuro, uno sportello che si occupi attivamente delle persone che stanno per finire la loro pena. Una rete di sostegno forte che individui i bisogni di queste persone, dall’affiancamento ai primi autonomi passi fuori dal carcere: la ricerca di un alloggio, l’aiuto quando piombano addosso multe, divieti, cancellazioni di residenza e tutto quello che somiglia al “dopo carcere” dove sembra un percorso ad ostacoli e sembra più semplice sfracellarsi che superare le tante barriere che si incontrano.

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La malattia diventa un post su Facebook. Un malore è ancora una questione privata?

untitledUno scatto che ritrae uno degli amici che è nella nostra lista di seguaci nei nostri social in un letto d’ospedale o poco prima di entrare in sala operatoria. L’impatto visivo ed umano è forte, scorrendo i commenti possiamo leggere preghiere, incoraggiamenti, preoccupazione, che alimenta altra preoccupazione. Nell’era 3.0 e dei social network che ormai a gamba tesa sono entrati nella nostra vita, governandola e gestendola, la malattia è sempre più social. Scorrendo le bacheche di Facebook e Instagram, ci si imbatte in foto di amici-non solo del mondo dello spettacolo- con capelli rasati dopo la chemioterapia, di amici in trattamento chemioterapico, di amici che postano preghiere e foto religiose accompagnandole con frasi che lasciano intendere un momento di vita difficile, nell’attesa che qualcuno chieda, quasi come se l’invadenza sia ben accetta, lasciando da parte la discrezione e il pudore che solitamente accompagnano questi momenti. Ammettiamolo fa sempre effetto l’esibizione della fragilità. Avvicina, turba, spaventa. Risvegliando anche tanti interrogativi. E’ giusto condividere il dolore? Spettacolarizzare la malattia? Perché lo si fa? Sono domande che mi sono posta guardando le foto ed i post di amici che stanno combattendo la loro battaglia più importante nella vita. Non hanno bisogno di pudore, intimità, privacy del dolore? Ma in un momento della vita si cade e così si ha bisogno di ascolto e di empatia. Di qualcuno che si prenda una parte del carico che gli si è piombato addosso e tiri fuori dalla buca in cui si è franati un giorno qualunque, scoprendo una cosa che non sapevi di avere-il valore sballato di un esame di routine, il cuore meno forte di quello che pensavi, un nodulo sotto al seno. Ci sentiamo tutti forti e immortali, certi di superare ogni cosa, di schivare le buche ed i pericoli. Poi in un momento si cade. Nulla è più come prima. Non bastano la volontà, la fede, l’impegno, l’appoggio di chi ami, il sorriso e la spontaneità con la quale sei abituato a vivere. Vorresti solo riprendere la tua vita dall’esatto momento in cui qualcosa si è spezzato nel corpo e nel cuore, nella balorda convinzione che a te certe cose non capitino, che tu sei diverso. E se il dolore colpisce sul personale, c’è chi sente un disperato bisogno di urlarlo e di condividerlo a suon di post sui social, che fanno scatenare commenti e like spinti dalla compassione che forse serve all’amico malato, ma non cambia la condizione. E’ diventato difficile anche soffrire, figuriamoci soffrire del dolore di qualcun altro, o esserne minimamente toccati. Le disgrazie ed i drammi altrui sono diventati quotidianità attraverso i mezzi di comunicazione, che siamo assuefatti all’istanza “quando può andare male, andrà peggio”, da digerire senza problemi le notizie più brutte. La condivisione del dolore, nostro e altrui, va a toccare corde che in questa epoca digitale sono particolarmente scoperti e sensibili: la dignità. La smania di voler essere protagonisti in tutto e di pubblicare i momenti più dolorosi, scegliendo di condividerli con tutti non è un cercare comprensione, ma volere approvazione. La volontà di essere ricordati in salute e felici e non malati e sofferenti, viene accantonata dalla smania di condividere. Una condivisione che si ferma allo schermo di un dispositivo digitale, che non è capace di arrivare dritto agli utenti e vive una vita breve, alimentata inizialmente da molti like, con qualche cuoricino e poi cade nell’oblio. Facciamo fatica, ormai, a tenere le cose per noi, e allo stesso tempo non sappiamo come condividerle con gli altri se non attraverso il mondo virtuale. Si avverte un disperato bisogno di esternare il dolore, e chi se lo tiene per sé tende ad essere discriminato: chi non condivide i suoi dolori sul web è ormai considerato un apolide digitale. Il dolore, sacralizzato da rituali religiosi vecchi migliaia di anni, è qualcosa di arcano e profondo, che scava dentro fino alla parte più sensibile e nascosta del nostro essere. I social network sono un tipo di narrazione che parte dal proprio io e si rivolge agli altri espandendosi a macchia d’olio lungo un orizzonte piatto e democratico. Secondo alcuni, proprio perché profondo e personale, il dolore, quando tocca certi livelli, non può trovare consolazione nella platea globalizzata della rete, ma in una spalla a cui appoggiarsi, che sia quella di un amico o del partner, qualcuno che ha di noi una conoscenza tanto profonda quanto la soglia raggiunta dalla tragedia. Per altri la condivisione del dolore significa dare ad esso un senso e Internet è indubbiamente il mezzo più rapido ed efficace per condividere qualsiasi cosa. Chi ha ragione? Forse non vale la pena chiederselo, ma la sensazione è che quel senso sottile e rassicurante di “privato”, di esclusivo, quella necessità di tenere dentro di sé il dolore e condividerlo solo con pochi intimi sta svanendo. La compassione, come l’indignazione, è un sentimento oramai volatile e le conseguenze di questo “smorfinamento emozionale le vedremo nella loro interezza solo tra qualche decennio.

Articolo pubblicato sul mio blog (Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Ferite a morte. Pene dimezzate per gli orchi del femminicidio, una sconfitta per la società civile

untitledUno aveva agito in preda ad una “tempesta emotiva”, l’altro perché lei lo aveva “illuso”. Sentenze che pongono al centro il comportamento della vittima ed i sentimenti – sentenza dei “risentimenti” di un uomo che colpisce a morte la propria compagna di vita- pare proprio che abbia un peso nelle aule di tribunale. Una relazione altalenante e burrascosa o un’infanzia anaffettiva possono costituire attenuanti e alleggerire la condanna per un reato tanto agghiacciate e che non può trovare scusanti. Per entrambi gli autori di femminicidi, le pene per aver ucciso le moglie e le compagne hanno avuto una forte riduzione: da 30 a 16 anni di reclusione. Immediata l’indignazione. In un caso, il 57 enne emiliano, aveva confessato di aver strangolato a mani nude la compagna perché non accettava l’idea che lo lasciasse. Condannato a trent’anni in primo grado, la Corte d’Appello di Bologna ha dimezzato la pena a sedici anni, richiamando la perizia secondo cui l’uomo era in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, testimoniata dal tentativo di suicidio. Dieci giorno dopo la sentenza emiliana, la stessa pena viene inflitta al 52 enne ecuadoriano che nell’aprile del 2018 a Genova uccise accoltellando la moglie dopo aver scoperto che lei non aveva lasciato l’amante, come invece gli aveva promesso. Nel suo caso il rito abbreviato gli ha concesso una condanna a sedici anni. Il giudice nella sentenza ha scritto che l’uomo era stato mosso da un “misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento” e avrebbe agito – sempre stando a quanto scrive il giudice – “sotto una spinta di uno stato d’animo intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. Le sentenze vanno rispettate, ma anche le vittime e le famiglie che restano a piangere dovrebbero esserlo: considerare ogni caso singolarmente e concedere riti speciali sono quando ritenuto opportuno potrebbe essere un primo passo. Quando i giudici scrivano che lo stato d’animo dell’ecuadoriano “non è umanamente del tutto comprensibile” sembra proprio che affermino che è umanamente comprensibile, lasciando trasparire tra le righe una sentenza di condanna all’atteggiamento fedifrago e contraddittorio della moglie. Lei gli ha solo promesso qualcosa che non ha mantenuto: fedeltà continua. Non è la prima e non sarà l’ultima donna a tradire il proprio compagno di vita, bisogna solo capire se questo debba essere considerato come un’aggravante o un’attenuante, quando dall’infedeltà si passa all’omicidio. Ma non sarà il primo né l’ultimo uomo al mondo ad aver avuto un’infanzia infelice e ad essere preda a “soverchiante tempesta emotiva e passionale” come nel caso del 57 enne emiliano. Nei cosiddetti delitti passionali e in tutti i femminicidi compiuti da uomini che non accettano di essere lasciati, ci sarà una componente emotiva. Una donna che decide di lavorare, una ragazza che decide di lasciare il proprio fidanzato, ogni donna che sceglierà provocherà una reazione emotiva, che non possono in alcun modo diventare attenuanti, non solo in fase processuale, ma ancor di più nella nostra cultura. La percezione che nasce da queste sentenze è che ci sia un ritorno al “delitto d’onore” che in passato era previsto nei casi di omicidio commesso da un uomo o da una donna nei confronti di un parente per “difendere l’onore suo e della sua famiglia” in caso di tradimento. Le analogie con il caso di Genova riguardano il legame di parentela tra omicida e vittima, e il più mite trattamento sanzionatorio, che nel caso del delitto d’onore prevedeva fino a un massimo di sette anni di carcere. Rievocarlo è suggestivo, ma le similitudini si possono constatare. Intanto, ci si chiede a che punto sia l’iter di approvazione del “codice rosa” che prevede una corsia preferenziale per le donne che denunciano abusi e violenze. Il testo sarebbe “un punto di svolta importante” –ha affermato il titolare della giustizia Alfonso Bonafede. Nel presente però queste sentenze hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e stiamo correndo un duplice rischio: che la pena risenta della sensibilità dei giudici e che qualcuno inizi o ricominci a considerare il comportamento di una donna come la causa di una reazione violenta, di un atteggiamento prevaricatore, di un omicidio. E questo non possiamo permetterlo. Un paese democratico, un paese che tutela i diritti, che tutela le donne, che scende in piazza tra scarpe rosse e fiaccolate, non può permetterlo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Gender Pay Gap: una donna italiana che lavora è pagata meno di un uomo. Perché?

untitled 2Mimose e cioccolatini hanno celebrato anche quest’anno la donna, quasi una contraddizione in un panorama di incertezze e violenze che da tempo accompagnano le donne, ma i giorni che celebrano le ricorrenze diventano anche momenti di riflessione, una su tutte le donne nel panorama lavorativo. Mind the gap: attenzione non tanto al vuoto tra il treno e la banchina, come annunciano gli avvisi all’interno delle stazioni, ma tra la propria scrivania e quella del collega. Il gap in questione, quando si parla di occupazione femminile, è il divario retributivo a seconda del sesso di appartenenza, ribattezzato “gender pay gap” ed è un fenomeno molto diffuso, più di quanto si possa pensare. In altre parole significa che due persone, a parità di inquadramento e funzione lavorativa, hanno retribuzioni diverse in base al sesso: solo perché una è uomo e l’altra donna. Una discriminazione che pesa sulla busta paga ed espressamente vietata per legge: la parità di retribuzione a parità di lavoro è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ma di fatto realmente esistente. Infatti, il numero che produce il gender pay gap, viene monitorato dall’Eurostat costantemente. Dapprima con un’analisi statistica, calcolando la retribuzione oraria lorda media delle donne confrontandola con quella degli uomini, a parità di mansione. Il risultato in percentuale, detta gender pay gap medio, dice che in Europa le donne guadagnano in media il 16.3% in meno all’ora rispetto ai loro colleghi uomini. Ma non finisce qui: se si analizza il gender pay gap a livello salariale annuo si calcola il cosiddetto divario retributivo complessivo tra uomini e donne. Non si tiene conto solo della paga oraria ma si deve tener conto anche dell’effettivo numero di ore lavorate, dei permessi richiesti e di eventuali part-time ed in questo caso il divario tra uomini e donne cresce fino al 39% in Europa. Guardando a casa nostra, il pay gap medio, si attesta al 5.5%, mentre quello complessivo arriva al 43.7%, superando di gran lunga la media europea. Siamo l’unico paese d’Europa dove la differenza è marcata. Il motivo è presto spiegato: nel settore pubblico il 56.2% della forza lavoro è femminile e nei contratti di pubblico impiego c’è sostanziale parità di retribuzione su base oraria ma le cose cambiano radicalmente quando parliamo di opportunità di carriera, e quindi di stipendio: cambiano nel settore privato come in quello pubblico. Secondo i dati Istat: esclusa la scuola, dove il 66% dei casi le donne hanno ruoli di vertici, negli altri campi, come ad esempio in polizia, le donne al comando sono solo il 13%, in ambito universitario il 22%. Ma la vera impennata del gender pay gap complessivo, così sfavorevole per le donne, è dato dal settore privato, dove le donne prendono in busta paga il 29% in meno dei loro colleghi uomini di parigrado. Rabbia ma realtà, anche perché il tutto avviene nell’assoluta legalità. Se nel settore pubblico si accede mediante concorso pubblico e non è consentito al datore di lavoro di applicare una politica retributiva “intuitu personae” come accade nel privato, dove due pari grado in una stessa azienda avranno stipendi diversi tra loro, nel rispetto comunque della legge. Una discriminazione illegale ma nei fatti lecita, difficile da denunciare, inutile appellarsi alla “discrezionalità” del datore di lavoro, reclamare compensi pari al collega, salvo in alcuni casi eclatanti, è davvero complesso. Chiunque lavori nel settore privato sa bene di cosa stiamo parlando. Possibile che nel cuore del 2019 non si possa ancora colmare questo gap? Qualcuno in Europa ha affrontato il problema: l’Islanda che ha varato lo scorso anno una normativa valida per ogni azienda pubblica o privata con più di venticinque dipendenti che prevede sanzioni per i datori di lavoro che non dimostrino l’assenza di discriminazioni salariali. Obiettivo che l’Islanda si è posta è quello di eliminare il gender pay gap entro tre anni. Sulla stessa linea anche il Portogallo, che sembra aver intrapreso la stessa strada. In Italia il dibattito sembra solo alle fasi iniziali ma la speranza è che l’attenzione sul tema resti alto e che ognuno faccia la propria parte per rendere questo Paese all’altezza delle donne partendo dal lavoro, chiave principale dell’indipendenza umana e femminile.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bambini adottati: la scuola è ancora indietro?

untitledLa tutina indossata nel viaggio di ingresso in Italia, il peluche da sempre amico, un pupazzo regalato prima di andare via dai compagni dell’orfanotrofio: un “tappeto di tesori”. Oggetti ma soprattutto ricordi, tassello della loro identità, che portano con sé e che conservano gelosamente per la vita, i figli di genitori che hanno deciso di aprire il loro cuore all’adozione. Oggetti che parlano, raccontando tasselli della loro esistenza. Ma ci sono modi e tempi per raccontare la propria storia d’adozione. Bambini che nascono dal cuore delle coppie, piccoli che hanno il diritto di sapere e di ricordare chi erano prima dell’ingresso nella nuova famiglia. I bambini devono sapere di essere adottati: l’adozione và raccontata ai piccoli e loro hanno il diritto di condividerla nei modi e nei tempi voluti con i loro coetanei. Un percorso di racconti e di sentimenti di vita che li aiuta nel percorso di consapevolezza e costruzione dell’identità, in modo che, in seconda elementare, sappiano affrontare la storia personale come richiesto dal programma scolastico. E al tempo stesso aiuta gli insegnanti a creare un ambiente favorevole. L’ingresso dei bambini adottati a scuola è un tema delicato e difficile e spesso la scuola è impreparata. Basta poco per risvegliare un ricordo traumatico: la maestra che chiede di portare le foto della mamma incinta o che chieda di farsi raccontare i primi giorni di vita, secondo i racconti della mamma. A volte, è questione di sensibilità. I bambini adottati hanno bisogno di mantenere ritualità rassicurative: stesso posto in classe, in fila, possibilmente vicino all’insegnante. Bisogna prestare attenzione agli spostamenti tra gli spazi classe e corridoio. Riducendo quanto più possibile l’imprevedibile e il frammentario nella vita quotidiana. Un suggerimento prezioso per le scuole in tema di adozione arriva da “le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati” emanate dal Ministero dell’Istruzione agli inizi del 2015 e inglobate nella legge sulla buona scuola. Anche perché l’Italia è il primo paese in Europa per numero di minori adottati, seconda la Spagna. Quando entrano nelle famiglie italiane, i piccoli hanno in media sei anni. Ma sono pronti per andare a scuola? Non sempre. Evitando le dovute generalizzazioni. Le difficoltà iniziali sono principalmente di apprendimento e di comportamento. Nel primo caso le esperienze traumatiche vissute interferiscono con la motivazione, con l’attenzione, con la capacità di dare un significato alle emozioni e di elaborare le nuove informazioni. Quanto al comportamento, i bambini che hanno vissuto un abbandono fanno difficoltà a prevedere cosa succede e anche un minimo cambiamento li mette in agitazione. Sono sensibili, tendono a lasciarsi andare al pianto e si distraggono facilmente. Soffrono ai cambiamenti e ancor di più ai passaggi, come quelli del ciclo scolastico, in quanto devono fare i conti con un nuovo ambiente, un nuovo contesto, nuove figure di riferimento. Le linee di indirizzo delineate dal ministero, rispondono a problemi pratici, come la possibilità di iscrizione del bambino in ogni momento, o di ingresso con un anno di ritardo rispetto a quello anagrafico, se necessario; inoltre, viene suggerito un tempo di inserimento: almeno dodici settimane dall’arrivo in famiglia. Il ministero propone anche la nomina di un referente, che faccia da ponte con la famiglia. Il problema è che in molti istituti non c’è. Molte scuole non ne hanno nemmeno mai sentito parlare. E si rischia di incorrere in frasi pronunciate dagli insegnanti che feriscono gli studenti. Docenti che chiedono di portare l’ecografia della mamma, o di scrivere una lettera alla propria mamma biologica, ma anche l’insegnante di lingua che rimprovera il ragazzo per il suo accento, seppur italiano e figlio di una coppia italiana. Ma la storia adottiva resta per sempre e la scuola ha ancora tanto da fare.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Autostima, chiamata d’ordine per le famiglie

untitled 2Cuore e cervello per antipasto, una buona dose di energia e umorismo, pasta di parole e confronto, e per dessert – lo strappo alla regola- panna e cioccolata, viva la domenica e viva il pranzo in famiglia. E’ il pasto perfetto per un bambino affaticato, annoiato e giù di corde, che per un’intera settimana si divide tra scuola, compiti, passioni, genitori in perenne corsa. Un modo per raccontare qualcosa di sé e anche della settimana trascorsa, perché condividere è la parola d’ordine. Il “menù a tema” è uno dei giochi che unisce la famiglia e la riporta al dialogo e alla condivisione. Perché la famiglia è sinonimo di comunità e come tale è giusto che funzioni. Un pranzo perfetto per una famiglia felice che non è da intendere quella degli spot, ma quella reale con le contraddizioni, i litigi, il tempo che scorre troppo velocemente, ma anche quella che conosce i propri punti di forza e di debolezza, dove ognuno contribuisce a un progetto condiviso. L’idea di base è che per far funzionare, il delicato e difficile ingranaggio familiare, serva sviluppare l’autostima dei singoli. Se ognuno sta bene, l’intero nucleo sta bene e l’autostima familiare ci guadagna. Sdoganate e superate l’idea che le famiglie felici sono tutte uguali. Anche perché c’è da chiedersi: cos’è per noi e per la nostra famiglia la felicità? Per niente uguali le famiglie felici. Ciascuna deve fare i conti con il valore che dà a sé. E lavorarci con impegno ed interesse. Con giochi che uniscono e momenti di condivisione, ma fondamentalmente con tanto tempo e con programmi familiari comuni. Gli elementi da considerare, per un controllo della propria vita, secondo anche molti esperti sono sei: la qualità delle relazioni con amici e colleghi, gli affetti, la capacità di gestire le emozioni, la consapevolezza del corpo, la scuola e il lavoro, l’ambiente. E’ un puzzle di vita che merita attenzione. Le gare e i giochi familiari, devono esser visti in positivo, per una competizione sana e non esagerata. Non deve interessare l’esito della performance ma lo spirito di gruppo. La famiglia è la ricarica quando il morale è a terra. La famiglia, sceneggiatura perfetta ed imperfetta di molti registi e scrittori che nonostante tutto continuano a raccontare le famiglie di oggi. Magari non sempre perfette e felici ma ognuna con il suo metodo e la sua clessidra dell’amore. Famiglia che nasce dall’essere prima di tutto coppia e molto spesso non sempre il duo viaggia in equilibrio, come ha scritto Giada Sundas in “Le mamme ribelli non hanno paura” – “Io e il mio compagno Moreno abbiamo avuto momenti difficili. Ma ogni volta che uno si sentiva a pezzi, l’altro aiutava.” Non sono perfetti Giada e Moreno ma sono riusciti a fare tesoro delle proprie debolezze. Sapere di non essere sempre genitori al top vuol dire essere un genitore con una buona autostima. Bisogna abbandonare l’anacronismo, non pensare alla famiglia delle pubblicità ma a quella contemporanea, che in alcuni casi è imperfetta, scomposta, folle, sopra le righe e fuori dagli schemi. Ne è un esempio la famiglia Pozzoli, ovvero Gianmarco, Alice e Giosuè di due anni e Olivia Tosca: celebri su Facebook come “The Pozzolis Family” con oltre mezzo milioni di seguaci entusiasti, dalla quale è nato anche “Un figlio e ho detto tutto” edito da Mondadori, Gianmarco ed Alice si raccontano tutti i giorni: il loro “metodo famiglia felice” è basato proprio sulla condivisione, da molti dimenticata o irraggiungibile. La coppia ha trasformato la loro vita in un lavoro, così da viversi la genitorialità pienamente. I due fanno i turni per essere sempre presenti con i bimbi Non se la sente di dare ricette di felicità, tranne una: “Ci avevano terrorizzato le mamme tuttologhe che sparavano sentenze mentre i mariti erano messi da parte. Ci è venuto naturale conservare l’identità di coppia”.

E voi ora chiedetevi se ve la sentite di condividere in famiglia? Ci proverete ad essere felici senza strane pubblicità ed idee perfette?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Autismo, le paure e le angosce si affrontano con la Onoterapia

untitled 2Una diagnosi che arriva d’improvviso, gelando i genitori, impreparati ed impauriti dinanzi alla sindrome spettro autistico. Colpisce un bambino su sessantotto, dato cresciuto dieci volte negli ultimi quarant’anni. La diagnosi arriva tra i diciotto e i ventiquattro mesi, spesso già entro il primo anno di vita è possibile individuare i bambini a rischio. Una diagnosi precoce nel caso dell’autismo riveste un’importanza fondamentale. I primi campanelli d’allarme: ritardo nel linguaggio, il bambino non si gira se chiamato, rifiuta il contatto fisico, ha comportamenti ripetitivi. In Italia mezzo milione le famiglie coinvolte, nel mondo i casi sono aumentati di dieci volte. Ad oggi non esistono farmaci ma è comunque importantissimo un intervento precoce in un centro specializzato. Vi sono diversi profili e cause diverse nel disturbo dello spettro autistico ed è fondamentale un intervento medico terapeutico, soprattutto nella fase iniziale. Dopodiché è importante proseguire con percorsi di integrazione per sviluppare relazioni usando modalità specifiche, che spesso si basa su sacrifici e buona volontà degli operatori. Un panorama difficile quello in cui si inserisce l’autismo, la carenza di risorse, nel napoletano ad esempio, ogni disabile è sostenuto con risorse fino a sedici volte inferiori a quelle stanziate in altre realtà, e più in generale, il fondo per le non autosufficienze rimane inadeguato. Dall’altra parte ci sono i genitori inseriti in un panorama incerto delle politiche sociali, ogni giorno devono scacciare dalla loro mente l’angoscia del “dopo di noi”, cercando di stabilire legami ed affetti per tutta la vita del figlio, fornendogli buone abitudini, che non sono così scontate, affinché se le ritrovi. Molti ragazzini autistici amano il contatto fisico sino ad abbracciare i compagni e gli affetti ma ci sono anche ragazzi che quel contatto lo percepiscono come una minaccia. Nelle relazioni, secondo anche i neuropsichiatri, bisogna essere categorici: se il bimbo autistico abbraccia troppo forte i coetanei o fa gesti insopportabili, bisogna dirgli di smettere. Proprio come si fa con tra pari e per non escluderlo. A scuola, ad oggi, l’integrazione è ancora lenta, ma la sensibilità dei bambini supera quella dell’adulto più chiuso, perché i ragazzini sanno cogliere la diversità come risorsa per loro e non solo contrario. Bambini che concepiscono l’autismo non come una malattia ma un modo di essere. Ma restano scoperte le ore di sostegno, l’assistenza specialistica, ferma a troppe poche ore che non consentono, spesso, ai bambini autistici di frequentare regolarmente la scuola. E così l’integrazione fatica ad esserci. La scuola, in questo caso è risorsa importante, crescita per i coetanei, condivisione. Inoltre, gli autistici sono dei geni, secondo gli studi, la metà delle persone affetta da Dsa presenta anche un deficit cognitivo. L’altro cinquanta percento, presenta un quoziente intellettivo pari a quello della maggior parte della popolazione. Solo pochi presentano un QI di 140. Insomma, mentre ai nostri ragazzi insegniamo a vivere, loro ci insegnano come va la vita mentre speriamo in una comunità che inizi a prendersi cura dei ragazzi con autismo. Sogno di molti genitori.

Da Nord a Sud dell’Italia si susseguono iniziative, nascono associazioni, si creano reti di volontariato per supportare le famiglie ed i ragazzi con autismo di oggi, adulti di domani, cercando di sviluppare in loro creatività e attività di condivisione. Nel cuore del Lazio, a Civitavecchia, nella zona del Santuario della Madonna delle lacrime, nel lontano 2012 è nata l’associazione “Il mondo di Gina Onlus”, gestita da Enrica Jasinski e dalla sua famiglia. Si avvicinano all’autismo attraverso gli asinelli, ovvero, sperimentano ogni giorno l’onoterapia. Una fattoria, gli animali, perlopiù asini, giocano coi più piccoli e con i loro genitori. Si moltiplicano ogni giorno progetti, infatti, il mondo di Gina lavora anche a braccetto con l’Asl di Roma 4, e numerose idee che vedono dalla loro parte anche la Regione Lazio. Nei prossimi mesi sarà sperimentato anche il “trekking sommegiato” escursioni di un’intera giornata all’interno della natura accompagnati dagli amici asini. La terapia consiste nel prendersi cura dell’animale, che essendo sensibile, da subito si affeziona alla persona. I ragazzi con autismo impareranno a prendersi cura di un essere animale, a spazzolarlo, pulirlo e dargli del fieno. Da un punto di vista medico sembrerebbe stimolare e rafforzare le capacità cognitive, migliora la prensione sulle mani e l’equilibrio, aumentando l’autostima e la sicurezza interiore. L’onoterapia si affianca e si integra ad ulteriore terapie, da sola non basta, e iniziarla non significa sospendere altre terapie. L’associazione di Jasinski, ci riferisce che i risultati sono tangibili e in un brevissimo lasso di tempo: dai sei mesi all’anno. Le attività assistite con gli asini per i bambini speciali vengono svolte in modo individuale con pacchetti personalizzati, solitamente, ogni pacchetto comprende dieci lezioni dalla durata di un’ora a settimana. Nel fine settimana, l’associazione organizza gruppi di bambini dai dieci/quindici e senza limiti di tempo per avvicinare genitori e figli e trascorrere del tempo insieme in compagnia della natura e degli animali. Una terapia se non altro “alternativa” che si svolge in campagna, all’aria aperta, con poche regole, con parità, senza camici ed un rapporto empatico e umano che si istaura tra il ragazzo e il suo volontario. “Mai abbandonare la speranza di miglioramenti grandi o piccoli che possono essere e se intervengono in età precoce possono davvero migliorare la loro qualità della vita.” Ci dice Enrica Jasinski. Un’associazione che cresce sempre più grazie anche ai tanti genitori che in loro hanno trovato accoglienza e conforto, grazie ai social, ma da sola non basta e così da qualche settimana è stata lanciata una campagna “adotta un asinello”. L’adozione di un asinello ha importi bassi, a seconda del periodo che si sceglie di adottare: dal singolo mese, all’intero anno, passando per qualche mese, e servirà ad aiutare la terapia di tanti ragazzini che in un asinello hanno trovato un amico per la loro terapia ma che le loro famiglie non riescono a sostenerne i costi. Chiunque ne fosse interessato può consultare la pagina Facebook “Il mondo di Gina Onlus”, un gesto che può tendere la mano. Perché i traguardi, per le persone con autismo, spesso sono gesti o attività apparentemente insignificanti per gli altri, piccole vittorie che li aiutano a sviluppare l’autostima e l’autonomia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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