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Condomini contro le case rifugio per donne vittime di violenza. Siamo davvero dediti al sociale?

Il claim risuona forte e spregiante: “via da qui, ci deprezzate le case”. I residenti di case di pregio della Roma Nord hanno manifestato tutto il loro dissenso per una casa rifugio per donne umiliate e vittime di soprusi della violenza maschile, che dovrebbe sorgere vicino alle loro case. Stando a quanto riporta nel suo virgolettato “Repubblica”, i residenti hanno affermato “noi in quel palazzo non le vogliamo: ci deprezzano il valore del bene, non sia mai che un giorno i nostri figli dovessero trovarsi in classe con i bambini di quelle donne, ci sono pure molti studi di professionisti in zona, ne risentirebbero anche loro”. Nulla è ancora deciso. Ma il putiferio è scaturito durante un sopralluogo della presidente di “Telefono Rosa” in uno degli immobili messo a bando dal comune di Roma per scopi sociali. E non è la prima volta. Un episodio analogo solo pochi giorni fa ai Parioli – zona di Roma- in una casa rifugio aperta in un appartamento-bene confiscato alle mafie. Episodi non isolati, già durante il lockdown un servizio del tg1 accendeva i riflettori sui condomini che rifiutavano le case rifugio per donne vittime di violenza. Storie di ingiustizia sociale che aggiunge violenza alla violenza, quella fisica e psicologica subita da donne e bambini tra le mura domestiche ora sotto protezione, si somma quella morale, donne disprezzate e umiliate da alcuni residenti che non le vogliono nel loro condominio. Fatti che offendono le donne a cui non viene riconosciuto il sopruso e la sofferenza, mortificandole ancora una volta senza ritegno e rispetto, ma si insulta anche il duro lavoro degli operatori e delle associazioni che con molta fatica ed energia lavorano ogni giorno per tutelare donne e bambini vittime di violenza, cercando di garantire loro un’alternativa alla loro difficile e segnata vita. La violenza sulle donne e di riflesso quella che subiscono i minori perché ne assistono o subiscono in prima persona, in Italia  i numeri sono spaventosi, a questi si aggiungono le donne del femminicidio. Il lockdown poi ha acuito molte forme di violenza domestica. Sono molte le donne che denunciano e lì dove non è possibile trovare una rete familiare dedita all’accoglienza per lei e per i suoi figli si attiva dopo la denuncia per maltrattamenti familiari il ricovero in case-rifugio, luoghi dediti all’accoglienza e che garantiscono un tetto ed una quotidianità alle vittime e ai loro bambini, un ricovero che può durare anche dei mesi; basato su un progetto che individua assistenza legale, psicologica e anche un percorso di reinserimento sociale. Secondo il dato raccolto da ActionAid il numero di donne che decidono di denunciare una violenza è in costante crescita. Un atto di coraggio, per decenni impensabile per tantissime donne, che probabilmente meriterebbero più rispetto e considerazione. Negatogli dall’uomo che avrebbe dovuto amarle, rispettarle e proteggerle, ma negatogli anche dalla società civile, che da sempre si è detta dalla parte delle donne, che si è detta società civile e sociale, ma che mostra tutt’altro che civiltà. Sembra un passo retrogrado. Queste donne per una parte di questi condomini sembra siano un ingombro, un disagio per chi non è disposto all’accoglienza, un comprensorio dedito al benestare che sbarra la porta alle donne che si vedono il rifiuto ad essere accolte in una nuova casa e in una nuova dimensione di vita. E’ una questione culturale e ancor di più di mentalità: queste donne per loro non fanno parte del loro mondo. Ma è un dispiacere enorme sentire alle soglie del 2021 queste offese in una società che si è detta aperta, in cui l’integrazione sembrava realtà. Ma troppi dubbi e troppe ingiustizie regnano per chi dalla vita ne ha subite già molte. Sono donne e bambini- spesso neonati o piccoli di pochi anni, che colpa ne hanno? Quale potrà esse il suo futuro? Nessuna colpa, se non quella dell’ignoranza e di una società che di civile e altruistico non ha dimostrato ancora nulla.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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SOS potenziate i Dipartimenti di Salute Mentale

Ansia, depressione, disturbi di personalità, disturbi di schizofrenia, ma anche disturbi affettivi, nevrotici e depressivi, si diffondono sempre più nella società moderna, eredità psicologica dei tempi moderni, acuite anche dal Covid-19. La pandemia ed il lockdown hanno segnato ancor di più malesseri latenti o evidenti, che inevitabilmente hanno risentito del delicato momento agendo sulla fragilità psichica di molti, rilanciando anche il bisogno di politiche nazionali di salute mentale. Sulle quali regna, invece un grande silenzio e anche una frammentarietà degli interventi di rete. Cresce il numero di pazienti e potenziali pazienti da prendere in carico da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale dislocati su tutto il territorio nazionale. Aumentano le diagnosi e i problemi, curare quelli che già esistono, psichiatri e medici si trovano da soli. E parliamo di uomini e donne malate sul serio: tendenze suicide, manie, sindromi gravi. Come si fa a dare tempo a chi soffre? Gli investimenti sono fermi al palo, i malati aumento: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2050 la depressione sarà al primo posto fra le malattie più diffuse. Già oggi ne sarebbero avvolti 350 milioni di cittadini. E oltre alle diagnosi crescono anche le concrete richieste d’aiuto. Il sanitario spesso incontra il sociale, non da poco tempo i tribunali per i minorenni che aprono e curano nel tempo con gli assistenti sociali del territorio referenti del caso situazioni nate all’interno dei nuclei familiari, richiedono una valutazione psico diagnostica per i componenti adulti, fine ad accertare eventuali patologie e a valutare la presa in carico anche sotto l’aspetto sanitario. Il tutto al fine di creare una rete tra sociale e sanitario. Crescono anche le richiede d’aiuto dal carcere, dove vi sono pazienti da curare. Ma la carenza di finanziamenti e di professionisti all’interno dei DSM nazionali, rischiano di sfilacciare sempre più queste reti, con utenti che rischiano di acuire le loro paure verso il mondo e gli altri, quando un percorso multidisciplinare potrebbe aiutare a stare al mondo. Eppure chiudere i manicomi, realizzare una rete di servizi pubblici ispirati alla psichiatria di comunità, integrati nel sistema del Servizio Sanitario Nazionale è stato il principio ispiratore della battaglia di civiltà condotta da Franco Basaglia, che portò alla nascita della legge 180/78, non è stato facile e non si tratta di un percorso compiuto. Sono ancora troppe le disparità territoriali, poco il personale multidisciplinare che dovrebbe operare all’interno dei DSM: psichiatri, psicologici, assistenti sociali ed infermieri, che spesso lavorano in trincea e al collasso, con pazienti che restano in attesa di una valutazione o di un trattamento terapeutico. Interventi efficaci sarebbero: diagnosi precoce, trattamento, inserimento sociale. La psichiatria è fatta anzitutto di risorse umane. Se il numero non è adeguato è destinata a rimanere monca. Qualunque persona può attraversare stati di benessere, stati di disagio o di disturbo. Questo dipende dalle difficoltà, dai conflitti, dalle frustrazioni cui un essere umano può andare incontro nel corso della propria vita. Ma un percorso multidisciplinare ed eventualmente con compensazione  farmacologica può stabilizzare e in alcuni casi – dipende dalla patologia diagnosticata dagli psichiatri- una persona può superare lo stato di disagio e ritornare a vivere uno stato di equilibrio. Bisogna partire dalla consapevolezza che non c’è salute senza salute mentale. Se la mente sta bene, il corpo sta bene. “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di inferminità” per citare le parole dell’OMS sul quale si base il Piano di azione per la salute mentale 2013-2020, peccato che sia un obiettivo ancora non raggiunto e dimenticato da molti. SOS potenziate i DSM perché nessuno si salva da solo ed  è un diritto poter essere supportati.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Scuola al tempo del covid, come affrontarla?

Sul rientro a scuola, è ancora tutto un interrogativo. La data c’è, gran parte delle scuole italiane riapriranno il prossimo 14 Settembre, che per la ministra Azzolina è una certezza ma per tanti non è così, considerati gli annunci ed i passi indietro, i genitori hanno ancora qualche dubbio e molte domande a cui cercano una risposta. Paure ed angosce si susseguono. Tra i mille interrogativi c’è anche: “ma se il proprio figlio viene contagiato e deve essere messo in quarantena, i genitori che lavorano entrambi come devono e possono fare?” Su questo il Governo ci sta lavorando e la proposta attualmente sul tavolo è quella di offrire dei congedi e consentire lo smart working per permettere alle famiglie di gestire la ripresa delle scuole con maggiore tutela. Una certezza c’è ed è stata delineata dalle linee guida dell’ISS, qualora uno studente dovesse risultare positivo al coronavirus, i medici potranno imporre la quarantena al bambino, a tutta la classe e anche gli alunni delle altre classi con cui lo studente ha avuto contatti. Nel frattempo, in attesa di un protocollo di sicurezza definitivo, emergono le indicazioni per ripartire in sicurezza, per mettere a punto un nuovo regolamento sulla sicurezza anti-covid per il rientro a scuola, misure in parte già adottate per gli esami di Stato, ma anche nuove disposizioni da mettere in campo. Si discute in queste ore dagli orari alla mensa, dai bagni alla ricreazione. Le linee guida prevedono una rimodulazione degli orari di entrata ed uscita, con classi in entrata scaglionate dai dieci ai trenta minuti. In aula la distanza sarà di un metro, infatti, le scuole si stanno attrezzando con banchi monoposto. Sull’uso della mascherina al banco è ancora tutto un dibattito e un’incertezza. In bagno, invece, potrà andare uno studente per volta e munito di mascherina. La ricreazione non sarà più una corsa in cortile, solo le scuole più grandi potranno far uscire gli alunni dalle aule per prendere aria, ma sempre con mascherina e a turni, rispettando le indicazioni degli ingressi. Altre scuole invece dovranno far consumare la merenda al banco. Il capitolo mensa è ancora tutto da disegnare, infatti, molti presidi vorrebbero che i bambini consumino il pasto in aula, al proprio banco, senza spostarli dalla posizione stabilita. Insomma, una scuola che necessariamente cambia ed ha difficoltà a conciliare le esigenze dei ragazzi con quelle dettate da una pandemia mondiale che continua a spaventare tutti, eppure c’è bisogno che si riprenda proprio dalla scuola. Infatti, i più piccoli sono stati quelli che hanno risentito più di tutti un cambiamento vertiginoso che improvvisamente li ha confinati in casa con una scuola a distanza ed una socialità affidata solo agli strumenti digitali, quelli che fino a poco prima gli adulti gli limitavano o impedivano. Il ritorno a scuola sembra certo, seppur con molti dubbi ed interrogativi che senza dubbio spaventano tutti, ma queste angosce non possono essere trasmesse ai ragazzi. E’ importante parlargli del ritorno a scuola, di pensare all’organizzazione delle giornate anche in funzione del covid, spiegando loro con calma e tranquillità che questo virus ha cambiato le abitudini di tutti e anche a scuola bisognerà adottare alcune precauzione che serviranno per sé e per gli altri. Non sarà semplice per i genitori abituare i bambini alla routine del mattino dopo tanti giorni di vacanza. Vi propongo qualche suggerimento per prepararsi al ritorno a scuola.

  1. Riprendere i giusti ritmi del sonno: il sonno è importante per i bambini, specie nel momento pre-scuola. Dormire poco influisce non poco sul rendimento scolastico e sull’umore dei piccoli. Aiutiamoli anticipando il risveglio e l’orario per andare a letto, evitando attività che possono agitarli prima di andare a dormire.
  2. Scegliere lo zaino: per distrarli dopo un lungo periodo lontano dalla scuola, catturiamo la loro voglia di cambiare zaino e dedichiamo qualche ora insieme a lui nella scelta del corredo con il suo personaggio preferito.
  3. Fare i compiti: Preparate un calendario per organizzare i compiti in vista dell’inizio della scuola, servirà anche a calcolare i giorni che mancano all’inizio della scuola e a prepararli al ritmo dello studio.
  4. Poesie e filastrocche per il ritorno a scuola: per rendere il ritorno a scuola più divertente potrete affidarvi alle filastrocche per bambini.  Le parole in rima hanno una musica speciale che ricorda le formule magiche e riusciranno a strappare un sorriso ai vostri piccoli e rendere mena amara la fine delle vacanze.
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Hikikomori, i giovani reclusi in casa che dicono “no” alla vita

untitled 2In camera tutto il giorno. Il mondo è confinato in una socialità virtuale e senza alcun legame col mondo esterno. Prigionieri di se stessi. Iperconnessi ed in perenne solitudine. Una gioventù limitata nel tempo e nello spazio, una stop forzato alla crescita. Giovani che si ritirano dal mondo, si chiamano “hikikomori”. Erano 100 mila in Italia prima del lockdown ma i numeri sono aumentati con la pandemia. Reclusi in casa, in particolare in camera, spesso per paura del mondo esterno. Per loro la notte è sinonimo di sicurezza, al mattino, invece, cresce l’ansia. Il pc ed i social sono il loro mondo. Per loro le relazioni umane si azzerano, quasi inesistenti, nella maggior parte dei casi molti di questi ragazzi non ha mai avuto una relazione affettiva.  Qualcuno li definisce inetti e pigri, ma sono figli della generazione hikikomori, parola giapponese che significa strare in disparte, ritirarsi. In Giappone, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, dove si stima siano un milione gli autoreclusi.  Covano dentro di loro dolore e vergogna nel mostrarsi al mondo esterno. La vergogna, sembra essere proprio l’elemento fondamentale, secondo lo psicoterapeuta Piotti, tra i primi in Italia ad occuparsi di ritiro sociale. La società è ormai diventata spietata con e tra gli adolescenti, nulla perdona: dal brufolo alla gaffe fatta in classe. Una società dove la bellezza è centrale e lo sguardo dell’altro è il giudice più temuto. E se ti senti inadatto e brutto, l’unica soluzione è optare per il virtuale e restare chiuso nel posto in cui più ti senti al sicuro. Internet li protegge e allo stesso tempo imprigiona. Una sindrome sociale che nell’ 80% dei casi colpisce i maschi ma il numero delle ragazze è in continuo aumento. Secondo dei dati, giunti dal Giappone, colpisce soprattutto i primogeniti ed i figli unici. Solitamente si tratta di intelligenze sopra la media, carriere scolastiche brillanti interrotte e mai riprese. Molti provengono da famiglie acculturate ed istruite. In alcuni casi i genitori sono reduci da separazioni ed uno dei due è assente nella vita del minore. Gli anni di chiusura solitamente oscillano tra i tre ed i dieci anni, ma possono anche andare oltre. Alla base di questa scelta solitamente c’è delusione, un caso di bullismo, o anche un’offesa che ha ferito. Il corpo si nasconde, quasi si annulla, il sesso non interessa. Molti hikikomori si professano asessuali. Il primo campanello d’allarme per i genitori è l’abbandono della scuola. L’anno critico solitamente arriva in seconda o terza media, oppure poco dopo l’inizio del primo anno delle superiori. Da un’indagine dell’Associazione Hikikomori Italia, unico punto di riferimento nel nostro paese per le famiglie, con molti gruppi di auto mutuo aiuto, il fenomeno è più presente al Nord, mentre il Lazio è la regione che registra più casi. . E la quarantena dovuta alla pandemia non ha fatto altro che acuire il fenomeno, infatti, in molti hanno trasformato l’isolamento forzato in casa in un isolamento volontario. Senza scuola, senza hobby e con una routine ormai consolidata, il rischio ora è quello di non aver voglia di tornare fuori.  La risposta è forse in una ribellione solitaria al mondo fatto di apparenze, di conflitti e di competitività che abbiamo lasciato loro in eredità, dove la fuga dal mondo per un mondo celato sembra in loro l’unica via d’uscita.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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Il sociale invisibile: le comunità e l’operato assistenziale al tempo del Covid-19

untitledNei giorni che hanno segnato il mondo e le vite, così sospesi in un flusso digitale quasi ininterrotto, in cui abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra il bisogno di comprendere ed il seguire il naturale corso degli eventi, cercando di sottrarci al marasma di informazioni, analisi e dati statistici. Un mondo però andava avanti con operai, cassieri, impiegati, sanitari e operatori sociali che continuavano a lavorare instancabilmente consapevoli di essere il motore pulsante di un Paese che andava avanti e che avrebbe dovuto ripartire e ricominciare nel post covid. Il sociale è uno dei settori che in questo surreale ed improvviso periodo non si è mai fermato, anzi, è stato uno dei tasselli fondamentali del puzzle di vita dell’emergenza epidemiologica. Il lockdown ha acuito molti bisogni, accentuato la forbice di disparità sociale, aumentato la povertà in ogni sua forma: da quella economica a quella educativa, la violenza domestica e familiare è aumentata, e molti assistenti sociali e psicologi si sono ritrovati in piena emergenza. L’emergenza nell’emergenza. In questo periodo le comunità per minori, le comunità psichiatriche, i servizi per i disabili, l’educativa di strada, l’assistenza ai senza fissa dimora, le residenze per anziani hanno continuato ad operare a pieno regime, mentre i servizi di assistenza domiciliare hanno riconvertito la loro funzione in un senso maggiormente assistenziale come pure per l’assistenza scolastica. Gli operatori ed i professionisti del sociale non si sono tirati indietro anche perché nascono nel motto del “fare con quello che c’è”. La volontà, quella non è mai mancata, non si sono mai tirati indietro, lavorando anche in un momento alquanto difficile: perché le paure sono di tutti. Uomini e donne, professionisti del sociale e del mondo sanitario che in questa emergenza sanitaria e sociale hanno mostrato umanità e competenza, senso del dovere e abnegazione, eppure per molto tempo hanno incarnato nell’immaginario comune e politico l’ultimo baluardo e martire del defunto welfare italiano. Eppure se non ci fosse stato il cuore delle comunità educative, delle case famiglia, delle residenze per anziani, questi ospiti che fine avrebbero fatto? L’hastag #iorestoacasa valeva anche per loro. Ma c’era chi un a casa non ce l’aveva e chi, pur avendola, non viveva con la propria famiglia: i bambini, i ragazzi, gli anziani che vivono in comunità ospitanti. Le comunità sono un servizio residenziale e non può sospendere le sue attività, non può allontanare nessuno per “sicurezza” perché proprio per la loro “sicurezza e protezione” sono stati accolti, allontanati da  famiglie maltrattanti e abusanti, o per gli adulti da contesti di abbandono e solitudine.
La comunità resta aperta per 24 ore, non può fare orario ridotto e anzi durante l’emergenza epidemiologica, più che mai, con il tempo dilatato, i giorni della settimana non hanno più avuto confine: mancava la routine, le abitudini, la scuola, lo sport che sono parte del lavoro educativo. Un lavoro che ha richiesto di essere reinventato. Gli operatori hanno trascorso il loro tempo con gli ospiti delle strutture, cercando di rendere il tempo ormai dilatato ricco di esperienze diversificate. Un lavoro che è passato in secondo piano, quasi nessuno se ne è ricordato, eppure si tratta di persone che ogni giorno combattevano con la paura umana e comprensibile, e spesso combattono con turni lunghi, cambi improvvisi, un lavoro spesso sottopagato o a progetti a breve tempo, con Enti Locali spesso inadempienti economicamente e le comunità si ritrovano in affanno senza entrate. Uomini e donne di cui nessuno se ne è occupato eppure svolgevano il loro lavoro fondamentale, molto spesso. Persone che hanno dovuto comunque gestire lo stress di questo periodo. Dinanzi a loro la paura personale, la paura familiare e quella dei loro ospiti, a cui hanno dovuto cercare di dare amore ed empatia, perché alla sera quegli ospiti non tornavano a casa, nel proprio ambiente di vita, che talvolta coccola e appaca, e per loro il destino è stato già alquanto difficoltoso e di certo un’emergenza epidemiologica ha acuito ancor di più le mancanze e le difficoltà della vita. Forse in questa nuova fase della vita che ha riallacciato le cinture dovremmo ricordarci di molte cose che hanno reso migliore un mondo segnato.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La pandemia ci ha reso persone migliori?

untitled 2I nostri giorni hanno preso una piega inaspettata. Solo tre mesi fa il mondo conosceva da vicino una pandemia che ha distrutto vite e confinato tutti dentro un cubo ribattezzato lockdown. L’allentamento delle misure ha consentito al mondo di riprendere parte del suo ritmo e alle nostre vite di ritornare ad una normalità che ha subito non pochi mutamenti con cautela e timore. In questi mesi di confinamento domestico ci hanno incoraggiato definendoci pazienti e bravi nel rispetto di quanto ci veniva detto, che questo momento che ha segnato profondamente l’umanità ci  avrebbe reso persone migliori, dove la bontà e la solidarietà avrebbero fatto da padrona in un mondo troppo preso. Eppure non mi sembra che sia un processo automatico. Non mi pare che il dolore possa dettare un semplice processo di miglioramento individuale e collettivo, e non è ben definito come l’essere umano riesca ad auto-migliorarsi. Questo periodo ha vissuto parallelamente due vite opposte. La convivenza forzata ha aumentato il numero delle vittime di violenza in famiglia. I più piccoli sono stati costretti a spazi angusti. Sono aumentate le disuguaglianze sociali, abitative e culturali tra i bambini. La vita degli adolescenti è stata una socialità digitale senza la possibilità di incontrarsi. L’istruzione a distanza ha funzionato a macchia di leopardo ed in modo molto disuguale. I professionisti che hanno continuato a lavorare e ad assicurare la loro presenza ricorderanno questo periodo come un grande stress ed una fatica fisica e psicologica. I medici come di una lotta durissima, di turni massacranti, di morti difficilmente arginabili, di paure e di angosce. E poi c’è l’altra vita quella altruistica e generosa, fatta di donazioni, lavoro di squadra, un mondo che si è riscoperto volontario, costruendo una rete di protezione e di sopravvivenza per le fasce deboli. Di certo è che di fronte a noi abbiamo mesi ed anni di radicali novità. Mutamenti che per quanto possano inizialmente affascinare perché qualcosa di nuovo richiedono una risposta adattiva. Le nostre comunità devono iniziare a cambiare per adattarsi e per farlo necessitano di uno sforzo cooperativo che richiede la partecipazione di tutti, ognuno per la propria parte. E se ci fermiamo a pensare “ci ha reso migliori”, la risposta è forse “non lo so”, ci ha obbligato a fare cose a cui non eravamo abituati, come lo stare in casa, condividere momenti sparsi con i nostri familiari. Ma non è detto che questo diventi necessariamente essere migliori. E se la vita qualcosa ci ha insegnato sino ad oggi è che un essere umano cambia non sulla base di una spinta esterna, ma sulla base delle sue motivazioni interiori. Vi starete chiedendo “e allora tutti gli slogan incoraggianti?” Quelli sono auspici che bisogna far credere ai bambini che a differenza degli adulti hanno anche il potere della fantasia che li porta lontano, ma l’essere umano razionale e maturo non riesce a credere a queste cose. L’essere umano si è scontrato con la realtà fatta di morti e di notizie che di giorno in giorno ci spegnevano umanamente e psicologicamente con l’impatto di un mondo in piena sofferenza. Allora resta da chiederci ma oltre al pane in casa cosa abbiamo imparato da questa vicenda?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Aborto, diritto negato al tempo della pandemia

Chiusuntitledi i reparti, respinte le donne. Consultori fermi. L’emergenza epidemiologica che ha fermato il mondo ha paralizzato molti rami della sanità pubblica, uno su tutti il diritto delle donne ad abortire. In Italia al tempo della pandemia, abortire è diventato quasi impossibile, la crisi generata dal covid-19 ha mandato in frantumi la già fragilissima rete della legge 194 del 1978. Un effetto collaterale della pandemia. Gran parte dei reparti ospedalieri deputati all’interruzione volontaria di gravidanza sono stati rimodulati e destinati ai letti per malati di coronavirus. In molti ospedali, i pochi anestesisti non obiettori sono stati dirottati sulle terapie intensive, vietato dalle ordinanze spostarsi per cercare un’altra struttura, i consultori sono rimasti fermi: chiusi al ricevimento dell’utenza, mentre le donne in stato di gestazione sono rimaste sole e disperate, senza alcuna indicazione. Una tragedia nella tragedia. Una gravidanza indesiderata al tempo di una pandemia mondiale. Nonostante il Ministero della Salute abbia specificato che l’IVG rientri negli interventi indifferibili, molte strutture hanno equiparato gli aborti ad interventi di routine e fermato gli accessi. I racconti che si possono leggere in rete in molti forum femminili sono drammatici, raccontano di ansie ed angosce, di giorni in cui le donne sono state a telefono cercando risposte ed indicazioni, molte vicine anche al termine previsto. Qualcuna racconta di aver violato le ordinanze e di essersi recata di nascosto al Sud.

In Italia, l’aborto arrivò nel ’78, in contrasto al volere della Chiesa cattolica, che riconosce il diritto alla vita sin dalla procreazione, mentre, gioivano i movimenti femministi, per una conquista ed un diritto pienamente sancito. La norma prevede il diritto per la donna di interrompere volontariamente la gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni, se si tratta di un aborto terapeutico entro il secondo trimestre. Prevista una procedura, che prevede un colloquio, dopo il quale il medico rilascia un certificato con una pausa di riflessione per la donna di sette giorni, al fine di ponderare la sua decisione. Il certificato consentirà alle donne di potersi recare in ospedale o in una struttura convenzionata per praticare l’intervento.

In Italia soltanto il 64% degli ospedali ha reparti per la legge 194, con un’obiezione di coscienza – la possibilità per il medico di astenersi dal praticare l’intervento- che supera il 70%, specie nelle regione del Sud Italia. E’ bastato che alcuni ospedali chiudessero le porte alle pazienti, per mandare al collasso un sistema già fragile. A quarant’anni dalla sua approvazione l’epidemia covid-19, a cui si somma lo smantellamento dei centri IVG, minacciano la sopravvivenza stessa del diritto di una donna all’aborto sicuro, così come prevede la legge. In rete si legge disperazione e anche disinformazione in questo periodo di emergenza epidemiologica. Una piattaforma femminista di “Non una di meno” ribattezzata “Obiezione respinta” in questi giorni ha creato un canale Telegram e un numero dedicato proprio per questa emergenza. Le richieste sono triplicate. Ciò che affiora và oltre un’emergenza sanitaria, la 194 è sempre stata osteggiata, mostrando così una rete fragile che all’arrivo della pandemia si è mostrata ancora più disgregata ricadendo sulle donne che si sono viste spaesate e con un diritto negato. Così molte strutture sono state prese d’assalto, secondo quanto riporta “Repubblica” la clinica Sant’Anna di Caserta è passata in poche settimane da 120 a 160 aborti al mese. Segno che il sistema che assicura l’applicazione della legge 194 è ormai così depauperato che basta poco per mettere in crisi tutto e lasciare le donne sempre più sole. Lontano, osteggiato e ancora tanto discusso in Italia è l’aborto farmacologico, che in questo periodo molti medici però hanno richiesto, al fine di evitare gli accessi in ospedale delle donne, che riveste ancora un ruolo marginale. Di certo regna molta confusione che si ripercuote non senza conseguenze sulle donne che si ritrovano a fronteggiare psicologicamente una gravidanza indesiderata e una pandemia che limita gli accessi ospedalieri. Eppure, è un diritto poter decidere di abortire, un diritto che deve essere garantito tutelando la salute e anche l’aspetto psicologico delle donne. D’altra parte i consultori e gli ospedali italiani necessitano di un programma che consenta di monitorare la situazione e spiegare alle donne l’aborto oltre l’emergenza epidemiologica. Pensare all’aborto farmacologico, che potrebbe presentare sintomi e che non và sottovalutato, deve anche farci riflettere su quanto si sappia poco dell’aborto in generale e su quanto spesso le donne siano lasciate sole e disinformate. E se qualcosa questo periodo ci ha insegnato è nessuno deve essere lasciato solo.

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Il suicidio di un adolescente, perché?

untitled 2Tragico, disumano, scomodo persino da concepire, inimmaginabile. Eppure il dramma dei giovani adolescenti che arrivano a togliersi la vita è una vera emergenza sociale. La cronaca degli ultimi tempi è un susseguirsi di notizie che riportano la morte tragica di ragazzini poco più che adolescenti che hanno deciso di togliersi la vita. Con loro svanisce il senso della vita dei genitori, l’illusione si essere una famiglia normale e serena. In loro la domanda più dolorosa “come ha potuto fare un gesto del genere?” Purtroppo, quel gesto non è così raro. In Italia, secondo le statistiche, lo compiono circa 500 giovani ogni anno. Per uno che ve ne riesce, ci sono circa quattro o cinque tentativi sventati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è la seconda causa di morte in Europa nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, segue poi la morte per incidente stradale.

Un paradosso delle società occidentali: cresce la qualità della vita, si accarezza il benessere ma non diminuisce il numero di chi decide di togliersi la vita. Il problema è l’inafferrabile solitudine dei figli. Il salto nel vuoto di ogni giorno. Da genitori si può sbagliare per amore, ma sbagliare per amore non cancella l’errore. I genitori spesso cercano tra le cose dei figli, la paura più grande dell’ultimo decennio è l’hashish, alcuni di questi chiamano i carabinieri, per risolvere alla radice il problema generato dalla scoperta e può apparire un atto di coraggio. Forse lo è, forse però no. Un gesto, a volte dettato dalla disperazione. Ma dietro lo sballo o la chiusura totale del figlio c’è la solitudine. C’è il silenzio lancinante. Il dialogo oramai divenuto impossibile con la generazione di oggi. Il silenzio delle chat, gli smartphone, l’aver dimenticato di guardarsi negli occhi quando si parla, di non avere un adulto di riferimento con il quale confidarsi. La mente di un adolescente è un universo a sé. Il mondo a volte può ferire, travolgere, agitare una coscienza. I genitori sono avvolti in un amore permissivo che impedisce di guardare nel cuore dei propri figli. Le canne, saranno pure un problema ma la morte come auto-punizione inflittasi è del tutto sproporzionata. I campanelli d’allarme ci sono. Ma spesso vengono sottovalutati. Di morte non se ne parla, ancor di più di suicidio, in famiglia come a scuola, è ancora considerato un tabù. Bisogna imparare a parlarne e ad ascoltare. Se l’adolescente fa capire di avere intenzione di togliersi la vita, bisogna prendere seriamente il suo messaggio ed intervenire. Alcuni adulti credono che di certi argomenti sia meglio non parlarne per non istigare, ma le ricerche dimostrano che non è così. Affrontare l’argomento in modo diretto e dare ascolto alle voci dei ragazzi è esattamente quello che bisogna fare. Un adolescente su due ha pensieri suicidi. L’adolescenza è un periodo difficile, se non si percepiscono prospettive e speranza per il futuro, ma si avvertono ostacoli e difficoltà, che a quell’età appaiono insormontabili, si può decidere di voler scomparire. L’adolescenza è il passaggio alla vita ed è il momento in cui si prende consapevolezza della difficoltà della vita.  I fattori scatenanti possono essere i conflitti con i genitori, brutti voti scolastici, il cyberbullismo. Bisogna fare attenzione e coglierli come segnali non solo l’annuncio da parte del ragazzino di volersi suicidare, ma anche quando mostrano eccessiva tristezza, chiusura, quando provano a scappare di casa. A quel punto tocca all’adulto cercare il dialogo e affrontare il problema e talvolta farlo anche con uno psicoterapeuta in grado di ascoltare dapprima l’adolescente e poi la famiglia, in grado di ricongiungere un dialogo familiare inesistente o perso. Le famiglie però faticano a chiedere aiuto, perché c’è ancora un pesante stigma sociale intorno alla sofferenza mentale.  L’adulto deve essere in grado di andare oltre le proprie idee e i propri preconcetti, e prendere sul serio il figlio, ricalibrare le reazioni in base al problema del suo ragazzo prima che sia troppo tardi. I genitori non sono responsabili del male di vivere dei figli. Anzi, se adeguatamente supportati da uno psicoterapeuta la famiglia è una risorsa preziosa per questi ragazzi.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Effetti del Covid-19, le coppie potranno divorziare via mail

untitledC’eravamo tanto amati, ma ci diciamo addio con una mail. In tempo di pandemia dirsi addio dopo anni d’amore e d’unione matrimoniale è diventato a portata di click. Lo avevamo immaginato che questo virus avrebbe cambiato le nostre abitudine e avrebbe inciso non poco in molti settori e infatti, una delle cose che la pandemia da Coronavirus ci ha fatto riscoprire, è quanto sia diventato facile ridurre i tempi burocratici- spesso molto lunghi- grazie all’apporto del digitale. Anche in un settore, come quello della giustizia, dove velocizzare sembrava un’utopia. Così considerato il differimento delle udienze in programma a causa dell’emergenza epidemiologica ed il rinvio prossimo in considerazione dell’estate, la tanto agognata semplificazione è diventata fattibile. La pandemia ha cambiato le regole e le procedure per le richieste di divorzi e separazione dei coniugi. La soluzione che i Tribunali hanno individuato anche per rispettare le norme sul distanziamento sociale per il contenimento del contagio, è l’udienza virtuale nei casi in cui la separazione ed il divorzio trovino consenso tra gli ormai quasi ex coniugi, ovvero, per le procedure dove le coppie hanno già trovato un’intesa sui termini pratici dell’addio. Il Consiglio nazionale forense ha varato delle nuove linee guida sulla gestione dei procedimenti che hanno per oggetto la famiglia. Regole che sono divenute necessarie perché pur rispettando e comprendendo il periodo di stasi e sospensione, la vita di relazione delle persone non può rimanere cristallizzata per mesi, considerato – recitano le linee guida- “la salute è da tutelare, ma la famiglia non è da meno.” E tutti i procedimenti in materia-si legge nelle linee guida- sono intrinsecamente connotati d’urgenza. In molti tribunali del Nord Italia, da fine aprile, chiunque voglia presentare ricorso per la separazione consensuale potrà farlo in via telematica attraverso un protocollo ad hoc previsto. Quindi, moglie e marito dichiareranno con atto separato di essere informati della possibilità di procedere senza la loro presenza fisica e di aver aderito liberamente e coscientemente, oltre che di non averci ripensato e ribadendo la loro volontà a non riconciliarsi. I ricorsi dovranno essere inviati tramite l’utilizzo di una pec e con sottoscrizione da entrambe le parti. Una formula che lascia chiedersi se sarà il futuro in tema di separazione, seppur è ancora da capire se funzionerà. Per adesso viene applicata in alcuni tribunali in altri non viene neppure esplorata. Eppure la pandemia non ha fatto riscoprire a molti il piacere di stare in coppia, anzi in molti stati del mondo e non solo, i divorzi sono aumentati a causa della quarantena. E in Italia cosa accadrà alle coppie in post quarantena? Certamente la gestionale familiare, gli spazi da condividere, il lavoro da casa, le lunghe giornate tra le sole mura domestiche, hanno lavorato contro chi era forse già un po’ a rischio. E ora, potendo ritornare fuori casa, potrebbe essere più deciso a mettere fine alla propria relazione, se non altro per ritrovare un equilibrio umano che in coppia non funzionava. Una vera e propria casistica italiana, ad oggi non è possibile farla, di certo però ci sarà una mole di separazioni accantonate da gestire nei tribunali italiani, mentre dovremmo attendere la fine totale del lokdown per comprendere quante “pause di riflessione” nelle coppie italiane ci sono state.

Un dato però sembra certo: secondo una proiezione del Censis, nel 2031 non saranno celebrati matrimoni nelle nostre chiese. Secondo l’indagine statistica ribattezzata “non mi sposo”, le nozze non saranno più il “baricentro della vita”. I matrimoni saranno superati e anche in via d’estinzione. Non saranno più considerati garanzia di un amore eterno né sinonimo di famiglia felice. Infondo, le conquiste di questi ultimi anni hanno giovato ai figli in primis, in quanto è stata-finalmente- superata la distinzione tra figli nati fuori e dentro il matrimonio, e le coppie di fatto hanno conquistato molti diritti. E se magari aggiungessimo anche future pandemie che potrebbero portarci a stretto contatto h24, il dato Censis potrebbe risultato quasi certo.

Ai posteri ardua sentenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Smart working, rivoluzione portata dal virus ma sappiamo gestirlo in termini di stress?

untitledAziende e pubbliche amministrazioni per limitare il diffondersi dell’epidemia hanno dovuto fare di necessità virtù al tempo del lockdown, adottando lo smart working: lavoro da remoto, dimostrando che si può lavorare da casa. Così in molti dipendenti dalle zone rosse, epicentro dell’epidemia, sino al Sud Italia e passando per il centro del bel paese, sono finiti in smart working pur tra mille iniziali difficoltà. Ammettiamolo, molti di noi, con l’inizio della pandemia, non pensavano che sarebbero riusciti a lavorare bene – o quasi- anche da casa. Uffici con flussi di lavoro, rapporti umani e ravvicinati, programmazioni, riunioni, sembrava tutto lontano e impossibile da riadattare all’era digitale. Eppure ce l’abbiamo fatta. Con tempo, pazienza, spirito di adattamento e con un approccio meno diffidente verso i contenuti digitali. Così abbiamo iniziato a sperimentare nuove idee: riunioni in conference telefoniche o in modalità videochiamata, linee telefoniche dedicate all’utenza, progetti che iniziavano a prendere anima e corpo ma questa volta sotto la spinta digitale. Comprendendo che alla base di tutto ci fosse l’innovazione, quale chiave su cui ruoteranno anche i cambiamenti futuri. Innovazione che ha trasformato il lavoro. La giornata di ognuno di noi, prima scandita secondo precise abitudini, ora si interseca con le esigenze di vita: a casa bisogna lavorare e occuparsi del menage familiare.  L’innovazione digitale ci consente di restare connessi e di gestire il tempo in base alle necessità che anch’esse sono cambiate, ribaltando il tradizionale paradigma della rivoluzione industriale: il lavoratore era pagato per le ore che metteva a disposizione, ora si è pagati per obiettivo. Certo, lo smart working può essere diverso per settori lavorativi e non può essere applicato a molte professioni, in alcuni casi bisogna alternarlo al lavoro in presenza o comunque rimodulare gli obiettivi, insomma, una sfida continua che si trasforma in opportunità futura.

Se c’è un aspetto futuristico ed innovativo, d’altra parte c’è anche una domanda di fondo.

Ma lavorare da casa è davvero meno stressante che andare in ufficio tutti i giorni? Per alcuni sì, ma non per tutti. La sfida digitale del lavoro al tempo della pandemia molti l’hanno vissuta come una nuova avventura che ha spinto a nuove idee adattandole al difficile momento storico. Altri, invece, descrivono lo smart working come una connessione costante, fatta di web e telefonate ad ogni ora del giorno e anche della sera, come un’infinita catena di montaggio.

C’è chi in smart working si trova a suo agio, e si scopre super produttivo, e chi invece fatica a trovare la motivazione e a organizzarsi, aumentando così la pressione delle cose da fare che si accumulano. Secondo uno studio condotto a fine 2018 dalla Baylor University, lavorare da casa non è da tutti, adattabile solo a persone che hanno determinate personalità. I ricercatori hanno scoperto che i dipendenti più adatti a lavorare da casa erano quelli che avevano autonomia, capacità di lavorare bene in modo indipendente, e anche una certa stabilità emotiva. Insomma, per le persone giuste, lavorare da casa potrebbe aumentare addirittura la produttività e ridurre lo stress. Infatti, sarebbero persone in grado di equilibrare le loro giornate ed i loro ritmi di vita, facilitando una sana e corretta alimentazione, imparando a dosare nel miglior equilibrio lavoro e vita privata.  Di conseguenza, mangiare più sano e avere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli amici può aiutare a sentirsi meno stressati, il che renderà una giornata lavorativa produttiva e felice.

Senza dubbio il lavoro agile è arrivato prepotente in un momento già difficile psicologicamente ed emotivamente, cogliendoci impreparati, ma era impossibile non accettare questa nuova sfida, anche perché univa il lavoro – che da sempre ci rende umani- con il diritto alla salvaguardia della salute. Una sfida che da Nord a Sud sembra abbiamo colto anche con successo e la pensione per lo smart working almeno per il momento sembra lontano, seppur nella “fase due” bisognerà apportare correzioni e miglioramenti al modello organizzativo non solo sotto l’aspetto tecnico (piattaforme, gestione dei dati personali) ma anche l’introduzione al diritto alla disconnessione, che di base però dovrebbe avere quella che viene ribattezzata dall’America “work life balance” la cultura della ricerca del sano equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. In altre parole, imparare a non rispondere alle email se arrivano dalle ventuno in poi. Imparare che è consuetudine rimandare al giorno dopo.

E voi da che parte siete in questa era che si è affacciata allo smart working?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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