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I giovani al tempo del Coronavirus: isolamento, rifiuto alla Dad e dispersione scolastica

Didattica a distanza, vita sociale azzerata e impossibilità di costruire relazioni, di vedere posti nuovi, hanno caratterizzato la vita degli adolescenti negli ultimi undici mesi. Misure – seppur giuste- per contenere il contagio da covid-19, che però non risparmiano ripercussioni sulla psiche e nella vita di molti adolescenti, fase già di per sé complicata e caratterizzata da transizioni nuove e  più o meno complesse. Un momento storico che anche i più giovani non dimenticheranno facilmente, se non altro per i postumi che questo lascerà, anzitutto, le ripercussioni negative sulla loro capacità di socializzare, già di per sé mutata rispetto al passato, inclini più al dialogo virtuale che de visu, perdendosi il meglio degli incontri interpersonali. Ma anche il loro stato d’animo e l’umore ne risente, molti adolescenti, vivono momenti d’angoscia, ansia, smarrimento,difficoltà ad immaginare un domani; altri, invece, manifestano aggressività che si traduce anche in scatti d’ira, preoccupando molti genitori, che in alcuni casi sono arrivati a denunciare i figli minori attivando i servizi sociali, in altri invece, intraprendendo un percorso di psicoterapia per adolescenti. Fenomeni e comportamenti, che anche un recente rapporto di “Save the Children” riporta, rimarcando gli effetti di questo storico periodo sui giovanissimi d’oggi e sulle ripercussioni che questo potrà avere sul loro futuro. Diverse le fasi che hanno vissuto gli adolescenti, inizialmente stupore, provando anche un certo interesse nel provare a vivere un’esperienza diversa dal comune, provando anche a giovare degli effetti derivanti da una diminuzione dell’impegno scolastico. Poco dopo si è sviluppata una seconda fase che ha comportato il fatto che iniziassero a ritirarsi sempre di più in se stessi e in questa situazione di isolamento. Pur non sapendo dove e come saranno condotti domani, hanno chiaro il loro attuale stato d’animo, il loro stare male nel vivere. Una nuova dipendenza, nel frattempo rischia di prendere il sopravvento per i giovanissimi, l’uso continuo e smoderato dei social e dello smartphone: nella realtà virtuale gli adolescenti cercano la possibilità di gestire delle situazioni. Tensioni che si accumulano. Inoltre, non va tralasciato anche il pericolo che si sviluppino altre dipendenze dall’alcol, ad esempio. Seppur disagi che richiamano a delle preoccupazioni, la maggior parte degli adolescenti non ha però bisogno di una terapia psicologica clinica, devono essere i genitori i costruttori insieme ai figli della capacità di problem solving, risoluzione dei problemi, aiutandoli a lavorare sulle loro capacità e sulle loro potenzialità. Bisogna fornirgli uno sguardo esterno sulle loro risorse e insegnare loro a metterle in campo. Alto tasto dolente di questo sospeso periodo della vita degli studenti è la didattica a distanza, vissuta da molti bambini ed adolescenti con difficoltà, non da meno dai genitori. Il divario è palese. Molti genitori sono costretti ad andare a lavorare o restare a casa in modalità agile, senza riuscire a seguire e a prestare attenzione ai figli che devono seguire le lezioni online; dall’altra parte le famiglie numerose, ma anche quelle che vivono in case con spazi angusti e ristretti, dove non c’è spazio sufficiente e silenzio adeguato per ognuno dei figli che deve seguire la dad; ragazzini che vivono in zone in cui la connessione è lenta e difficile; genitori che rappresentano non poche difficoltà nel provare a gestire la dad, spesso si tratta di adulti che non hanno neppure la licenza media: impossibile demandargli anche l’istruzione dei loro figli, qualsiasi sia il grado scolastico che questi frequentino. La dispersione scolastica in Italia già prima della pandemia aveva numeri preoccupanti, rappresentati dal 30,6% degli oltre 11 milioni di studenti. Secondo l’indagine di Ipsos “i giovani ai tempi del Coronavirus”, per Save the Children, condotto tra gli studenti tra i 14 e i 18 anni, il 28% degli giovani intervistati ha dichiarato che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. Tra le cause principali delle assenze durante la Dad la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione. Almeno 34 mila studenti delle superiori rischiano l’abbandono scolastico. La dispersione scolastica è un film dai sogni spezzati per i ragazzini. Alcuni comprendono che studiare sia l’unica possibilità per crearsi un futuro migliore, per essere partecipi del reale cambiamento della realtà in cui vivono, altri vivono nell’incertezza se studiare o meno, altri ancora abbandonano il percorso scolastico: il fatto che ci sia l’obbligo scolastico fino a sedici anni non li turba, e non turba neanche le loro famiglie (alcuni non sanno neanche che ci sia l’obbligo). Una regola imposta dal mondo che è intorno ai ragazzi, quel mondo in cui loro saranno i protagonisti, senza neppure rendersene conto. La scuola resta sempre il valore aggiunto, che può dare una chance di miglioramento, aiutando a realizzare i sogni ai ragazzi. Vale la pena ricordare a noi adulti, che l’abbandono scolastico ruba il futuro ai ragazzi, e spesso li consegna in altre mani. Consiglio la visione del film “la nostra strada” per ricordarci quanto i ragazzi abbandonano la scuola possano essere attratti dalla cultura dei favori anziché la cultura dei diritti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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E se fosse davvero Natale?

Un Natale anomalo. Unico. Distanziato. Limitato negli spostamenti. Il colore rosso, simbolo di festa colora le regioni e impone un lockdown in tempo di festa. Le città vivono il Natale con l’immaginazione e affidandosi al potere rievocativo di ognuno di noi. Le luminarie restano in strade vuote dal passaggio e dalla scambio d’auguri. Il Presepe è immaginario, come ad Assisi dove sull’intera facciata della Basilica Superiore di San Francesco viene proiettata la Natività di Gesù: statue a grandezza naturale e immagini video dell’affresco della navata inferiore della Basilica. Un Natale per molte famiglie senza ricongiungimenti, altre invece, fanno i conti con le ristrettezze economiche, che improvvisamente sono piombate in famiglie che oggi vivono l’incertezza del domani. Un Natale del silenzio, privo di abbracci o di incontri e cenoni. Nessuno lo avrebbe mai immaginato. Un mastodontico cambiamento. Perché nessuno è davvero mai preparato ai cambiamenti. E’ una delle grandi paure che accompagna l’essere umano: l’imprevedibile. In questo strano e sospeso anno abbiamo imparato il suono del silenzio: le città senza i rumori di sottofondo, il silenzio che ci spingeva a riflettere e capire, il silenzio della paura e dell’incertezza del domani, il silenzio delle saracinesche abbassate, il silenzio di uffici vuoti e spenti, dei ristoranti e bar chiusi, degli stadi vuoti. Oggi ci viene chiesto di mantenere in silenzio un momento che solitamente è accompagnato da musica, fantasia, immaginazione e magia, nonché chiasso: Natale e Capodanno. Questo sarà il Natale del cambiamento. Del ricordo freddo e distaccato. Il Natale del silenzio. Il Natale in cui tante famiglie accuseranno il vuoto e la mancanza. Anche questo è un valore. E se invece cogliessimo questo momento sospeso questo “strano Natale” come occasione, l’ennesima che questo anno doloroso ci sta ponendo? Per riflettere sulle mancanze e sul loro valore, sul senso delle cose e delle persone, sul tempo e lo spazio che avevamo e che non abbiamo più, sulla Vita che seppur un fantastico viaggio è imprevedibile e lo ha dimostrato. Su quanto le nostre vite fossero frenetiche, piene, incasinate, e povere: avevamo smesso di vedere la bellezza delle persone, dei luoghi, del tempo, della noia, delle possibilità che avevamo. Certo, questo Natale così ridimensionato e diverso è un imprevisto. E’ risaputo che gli imprevisti facciano molta paura. Abbiamo spesso l’illusione di avere la “cassetta degli attrezzi” con gli strumenti giusti per controllare il nostro destino; se possiamo controllare il nostro destino possiamo mettere in atto delle scelte. I cambiamenti radicali sono le scelte più difficili da compiere, tanto difficile che a volte rimandiamo la stessa scelta. E a volte la vita sceglie per noi. E siamo costretti ad adeguarci o a subire. Tutti noi con diversi gradi di difficoltà e adattamento, oggi siamo chiamati ad adeguare le nostre abitudini, anche il nostro modo di vivere le festività. La vera sfida sta nel cogliere il cambiamento, perché forse un cambiamento radicale è proprio quello di cui abbiamo bisogno per ristabilire il peso dei sentimenti e dell’animo umano. Anche attraverso il silenzio che dominerà le festività. E questo 2020 lo ricorderemo come di delimitazioni, sicurezza, misure estreme, cambiamenti e modifiche. Ma nulla ci vieta di riflettere e cambiare qualcosa di noi e del nostro essere, sognando e sperando che il 2021 ci regali umanità e serenità, e perché no cambiamento personale.

Buon Natale e buon anno ai lettori di Pagine Sociali de il denaro.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Disturbi alimentari e pandemia, effetto limbo del covid sull’alimentazione

Mancanza d’appetito, leggera nausea, rifiuto verso uno dei piaceri della vita: la tavola imbandita di cibo, dall’altra parte chi del cibo ne ha fatto occasione gradita, con spuntini in ogni momento, pasti abbandonati e ricchi. Il coronavirus ha disorientato molti ed ha avuto non poche ripercussioni sull’alimentazione di tanti. La crisi sanitaria ha acuito i disturbi del comportamento alimentare: allo stress e all’ansia della situazione sociale si sono aggiunte le difficoltà di accedere al sistema sanitario. I medici avvertono un ritardo a causa della saturazione del sistema, con ricadute e più gravi condizioni cliniche per chi soffre di disturbi alimentari. La metà delle nuove segnalazioni riguarda la bulimia nervosa. E da marzo sono quintuplicate le chiamate al numero verde Sos disturbi alimentari. L’età si è abbassata 10-11 anni e c’è una maggiore diffusione del disturbo nella popolazione maschile. Il 50% dei nuovi casi diagnosticati riguarda la bulimia nervosa, caratterizzata da abbuffate seguite poi da episodi di vomito o utilizzo di lassativi per liberarsi dell’eccesso di cibo ingerito, spesso accompagnato dall’utilizzo di droghe, con disturbi della condotta sessuale e della personalità. In molti, invece, fanno i conti con l’anoressia nervosa, che si manifesta con l’ossessione per il proprio peso corporeo e restrizione dell’assunzione di cibo, e binge-eating, cioè abbuffate di cibo non seguite da pratiche di eliminazione come con la bulimia. L’aggravarsi dei disturbi alimentari durante il lockdown ha un’origine post-traumatica. La privazione dagli amici, l’impossibilità di alcuni riti specifici, l’impossibilità di fare sport che accresce la paura di ingrassare, le difficoltà economiche delle famiglie, il peggioramento di relazioni già difficili con i genitori, sono espressioni di un disagio. La paura del cibo è paura nel mondo. Ad esser maggiormente colpiti dai disturbi alimentari sono i giovanissimi, ma anche gli adulti ne soffrono, alcuni col tempo sono diventati bravi nel nasconderlo, ma col lockdown per tanti è stato difficile celarlo ai propri familiari. Il clima di paura vissuto dall’adulto, dalla famiglia, avvertito anche nelle telefonate e videochiamate tra i familiari, unitamente alle tante preoccupazioni per la salute e per il lavoro, hanno sottoposto molti ad uno stress continuo e a tratti insostenibile. Il cibo in questo periodo l’ha fatta da padrona in molte famiglie ed ha assunto un nuovo peso nelle nostre giornate. C’è chi ne ha riscoperto il valore e la bellezza di prepararlo per sé e per gli altri, ma anche chi ha dovuto fare i conti con il fondo da toccare a causa del cibo: rifiutandolo o avvertendo l’acuirsi dei disturbi alimentari, chi ne ha fatto un valore troppo aggiunto o ponendosi la domanda “mi andrà tutto stretto dopo?” Insomma, abbiamo scoperto il cibo e tutto quello ad esso collegato, che talvolta ha ripercussioni sociali e psicologiche.

E’ possibile però chiedere aiuto quando ci si rende conto che si vive un disturbo alimentare o questo si sia acuito, è possibile consultare il sito www.disturbialimentarionline.it per una mappa delle strutture e delle associazioni più vicine. Nel frattempo ho voluto approfondire l’argomento alimentazione nelle sue sfaccettature con la biologa molecolare e nutrizionista specializzata in nutrizione umana e oncologica Giusy Colaps.

  1. Il cibo sta forse assumendo un nuovo peso nelle nostre giornate: dal #andràtuttostretto per chi si è dato alla cucina a chi vive l’esperienza di un disturbo alimentare

un periodo molto particolare, dove passiamo molto tempo con noi stessi e si amplificano le nostre angosce e insoddisfazioni. Sicuramente la casa per antonomasia è sinonimo di cibo, perché la maggior parte dei pasti li consumiamo a casa, come anche i pranzi di famiglia, i cenoni e quant’altro. Fin qui tutto bene, perché il rischio maggiore è di mettere qualche chilo in più, che successivamente con una buona volontà e tra una buona alimentazione e l’attività fisica si recupera il proprio peso forma. Ma il problema nasce nel momento in cui ci sono già delle difficoltà e, rimanendo rinchiusi in casa, si accentuano i pensieri e il frigorifero diventa “la via” più a portata di mano per compensare le forti emozioni. Personalmente, in questa situazione, consiglio di vedere il lato positivo: anche se si è costretti a vivere a tu per tu con i propri problemi, quasi da sentirsi schiacciati, “rincorsi” per casa, consiglio di fermarsi e affrontarli. Come? Rivolgendosi a degli specialisti, per vivere al meglio la “convivenza forzata”, e intraprendere un percorso-psico-nutrizionale, senza aspettare che le cattive abitudini si cronicizzino.

  1. Quando è tempo di rivolgersi ad uno specialista: quali sono i campanelli d’allarme?

Di campanelli d’allarme ce ne sono un bel po’ e prima si sentono, minore è il rischio di incappare in danni gravi per l’organismo o, addirittura, salvare la vita di chi ne soffre. Quindi occorre fare attenzione ad ogni minimo campanello d’allarme per non compromettere la qualità della vita. Quali sono? Per esempio la paura di mettere peso, un calo o un incremento esagerato del proprio peso, difficoltà a mangiare con gli altri, paura di non riuscire a rispettare sempre le proprie abitudini rigide, eccessiva attività fisica solo con lo scopo di bruciare le calorie ingerite. Diciamo che ce ne sono un bel po’, ovviamente vanno considerati alla luce della storia della persona. Il problema principale è che i disturbi dell’alimentazione sono subdoli, perché chi ne soffre tende a nasconderli e non ne ha piena consapevolezza.

  1. Quali sono i consigli per un’alimentazione sana in tempo di pandemia?

La pandemia ha cambiato molto le nostre abitudini alimentari, basta pensare che prima si aveva pochissimo tempo per preparare un pasto e, per rifocillarsi, spesso, si consumavano pasti frugali e confezionati. Oggi, invece, si ha molto più tempo e bisogna utilizzarlo al meglio. Prima ci si lamentava che non c’era tempo, ora non ci sono scuse e possiamo migliorare le nostre abitudini. Un consiglio che posso suggerire, oltre a dedicarsi ai propri hobby compatibili con la “clausura”, è di dedicare tempo alla prima colazione e, se in casa abitano più persone, farla tutti insieme per condividere questo importante pasto della giornata. Bisogna aumentare il consumo degli alimenti indispensabili alla nostra dieta, come per esempio vegetali, frutta, cereali integrali e legumi, che a volte, per motivi di tempo non si preparano spesso. Se cucinare ti rilassa ed è il tuo hobby preferito, ti consiglio di preparare pietanze con pochi grassi e poco sale e di sperimentare nuove ricette con ingredienti leggeri e salutari. Insomma, questo periodo va visto come un modo per resettare le cattive abitudini e introdurne delle nuove e più salutari, e con l’aiuto degli specialisti, nutrizionista e psicologo, sarà più semplice adattarsi al nuovo stile alimentare.  CARPE DIEM!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Il mondo post-covid: fragilità emotive e socialità simulata

Il covid oltre il covid: l’eredità che lascia la pandemia mondiale è davvero una pietra pesante. Dall’economia, al lavoro, passando al sociale, ogni settore ed ogni essere umano: grande o piccolo ha risentito, risente e risentirà degli amari effetti del covid-19, ma ancor di più dei giusti ed emergenziali lockdown, che se in prima battuta hanno cristallizzato il mondo e fermato settori produttivi nonché le vite delle persone, in seconda battuta e sulla scorta della prima esperienza l’impatto non è stato certo meno difficolto e devastante. Settori produttivi messi in ginocchio, economia in difficoltà, lavoro in serio pericolo, l’incertezza del futuro e del domani, ma anche la salute continuamente minacciata, un pericolo costante che ha inciso ed inciderà non poco sulla psiche e sul sociale di ognuno di noi. Il mondo ripartirà, l’Italia stessa ripartirà, come e quando ancora non è stabilito, ma l’umanità inevitabilmente sarà cambiata e talvolta nei suoi comportamenti, nella sua prima normalità dovrà cambiare. Banale ma forse vero, ci sarà un prima e un dopo nell’esistenza di tutti noi. Coloro che hanno vissuto la malattia si ritroveranno a fare i conti con l’ansia e l’angoscia, talvolta allucinazioni, il terrore di poter essere ri- contagiati, in molti potrebbero sviluppare la “sindrome della capanna”, rintanarsi a casa perché il posto più sicuro. Coloro che sono stati ricoverati in un reparto ed hanno assistito a quello che in molti hanno definito “girone dantesco”, difficilmente riusciranno a dimenticare un’esperienza alquanto difficile. L’esperienza più estrema per un essere umano: la speranza della vita e la morte. Metabolizzare esperienze del genere richiedono tempo, energia motiva ed un lavoro psicologico, che solo con l’aiuto di un terapeuta e di una routine più o meno normale della vita si potrà superare. E’ per questo motivo che tra i vari piani di rilancio bisogna prevedere anche un rafforzamento dei dipartimenti territoriali di salute mentale, un rafforzamento degli psicologi. Non c’è salute fisica se non c’è salute mentale. Quella salute mentale che rischia la sindrome del bourn out in molti operatori sanitari chiamati da mesi in prima linea nella lotta al virus, con turni massacranti, decisioni umanamente difficili, vite umane che talvolta si spengono nonostante gli sforzi, esseri umani che vedono altri esseri umani privati nella lotta alla malattia e talvolta alla morte soli, senza poter contare sul sostegno umano e amorevole dei propri familiari. Questa pandemia dovrebbe ricordarci di restare umani. Le fragilità emotive con stati di ansia e paura riguardano tutti. Un’emergenza psicologica. Questa situazione dai risvolti surreali, sta esasperando chi già viveva sul filo del fragile equilibrio emotivo e psichico ma sta mettendo a dura prova un po’ tutti. Questa pandemia ci sta facendo sperimentare la paura di stare da soli a casa, dovuta all’isolamento forzato, imposto a tutela della salute di tutti. La paura che nulla sarà come prima. L’incertezza del domani e del futuro: si ha paura di un progetto a medio/lungo termine. Infondo saltano i matrimoni, per cui abbiamo smesso di sognare la bellezza del domani. In un’era in cui l’essere umano ha la tendenza a sentirsi invincibile e indistruttibile, un virus invisibile ci sta dicendo quanto in verità siamo fragili e indifesi di fronte alla potenza spiazzante della natura. Ci sta ricordando su quanti aspetti della nostra vita non possiamo avere il controllo. Sentirsi smarriti o sopraffatti può essere naturale in una simile situazione. Evitare di farsi schiacciare dalle emozioni, ma accoglierle, anche se spiacevoli, può essere un primo passo. Se contrasteremo le emozioni le renderemo più forti. Se le accoglieremo saranno loro a rendere più forti noi. Bisognerà nella ripartenza del nuovo mondo, ripartire da un nuovo Io. Una ripartenza, ricostruzione, come nel dopoguerra. E se dopo un periodo buio, dopo privazioni e limitazioni alle libertà personali, seguiranno gioia, bisognerà concepire che le nostre abitudini, i nostri stili di vita cambieranno, quindi anche la nostra socialità. Ci penseremo bene prima di una stretta di mano o di un abbraccio. Adotteremo nel post covid comportamenti più distaccati simili a quelli del Nord Europa. Saremo sempre più connessi: dalla scuola da ricercare nel soggiorno o nella cucina di casa. Allo smart working che diventerà sempre più realtà. Saremo sempre più connessi e la realtà virtuale ci porterà ovunque. In futuro gli happening diventeranno eventi in streaming, le conferenze stampa saranno in diretta pc. Un mondo virtuale che forse ci allontanerà dal valore dell’essere fisicamente in un posto. Saremo sempre online. Uno scenario, che già ha ridotto la socializzazione che viene definitivamente sostituita dalla socialità. Tenderemo ad interagire con altre persone, non a inserirci nel loro ambiente. Manterremo quel metro e oltre di distanza che oggi ci impone il virus, magari da un social network che sempre più simula la nostra  socialità.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Violenza sulle donne, numeri e storie di una piaga sociale

Il 25 novembre, si celebra la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne. I numeri sono da piaga sociale: tre donne su dieci hanno subito vessazioni. E in troppe ancora non denunciano. Picchiate tra le mura domestiche, violentate per strada, vittime di cyber bullismo. Donne vittime di violenze fisiche e sessuali, persecuzione e stalking. Uccise dalla violenza dei loro compagni. Una giornata, quella del 25 novembre, destinata ad essere una data simbolo per far riflettere collettivamente sulla gravità di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi. La crescita del fenomeno è capillare in tutto lo stivale, senza distinzione tra Nord e Sud, con un’unica differenza che dal centro nord ci sono più organizzazioni di aiuto rispetto al sud, dove è ancora viva la cultura della riservatezza ad ammettere che si subisce violenza, per paura ma soprattutto per vergogna delle dicerie di paese. La pandemia non ha aiutato. Il coronavirus fuori e il proprio compagno violento dentro casa. Le restrizioni anti contagio imposte dal Governo non hanno aiutato tante donne che hanno dovuto affrontare una doppia paura e un doppio nemico. Secondo l’Istat le chiamate al numero antiviolenza 1522, durante il lockdown è stato intorno al 73%; ma il 72,8% non denuncia il reato subito. Sono invece 32 le vittime uccise da gennaio a giungo 2020. Il coronavirus non ferma la violenza sulle donne, ma cambia solo la narrazione. Raccontando di una realtà falsata: un crimine vero e proprio finisce sotto la dicitura “il dramma delle convivenza forzata”. La convivenza forzata con un uomo violento, ha peggiorato ulteriormente situazioni insostenibili, accelerando le aggressioni più frequentemente e talvolta con violenza, come avviene ad esempio durante le festività, i periodi estivi o durante i weekend. Un elemento resta costante: il tutto avviene per mano di uomini violenti.

Un fenomeno che sembra inarrestabile, eppure si può contare sul sistema legislativo che negli anni ne ha fatto una priorità, oggi, infatti, è in essere la legge n. 69/2019 ribattezzata “codice rosso”, che ha modificato il codice di procedura penale, con l’intento di favorire un percorso prioritario di trattazione di questi procedimenti a tutela delle vittime. La legge, obbliga la polizia giudiziaria a “riferire immediatamente al pubblico ministero anche in forma orale” – con l’intento di abbattere i tempi delle indagini, mentre il PM (Pubblico Ministero) dovrà trattare il caso assumendo “entro 3 giorni” informazioni dalla persona offesa o da chi ha denunciato i fatti. Senza dubbio c’è molto da fare nella sua applicabilità soprattutto in termini di personale da impiegare, la carenza d’organico e la mole di lavoro degli uffici giudiziari si ripercuote anche in tematiche così delicate e complesse. Ma denunciare è importante, il primo passo – seppur difficile- verso un nuovo inizio. Eppure tante donne non lo fanno, quelle che invece lo fanno, spesso non sono costanti, ritirano poco dopo la loro denuncia, talvolta ritornano anche con l’uomo maltrattante, e spesso non per timore, ma per senso di amore – che di fatto è solo accudimento, sintomo di “crocerossina”.

In psicologia si parla ormai da anni di “ciclo della violenza” costituito da vere e proprie fasi che puntualmente si succedono in maniera ripetitiva. Sono state individuate da Walker e sono quattro, questo può aiutarci a capire e talvolta a comprendere perché spesso le donne ritirano la denuncia e con fatica l’opinione pubblica accetta e metabolizza questa scelta.

  • Fase dell’accumulo di tensione: vi è un graduale aumento della tensione caratterizzato da litigi frequenti e atteggiamenti violenti. Non vi è una durata stabilita, può perdurare anche per settimane. In questa fase possono presentarsi anche scenate di gelosia o grida.  La violenza e gli insulti agli occhi della vittima vengono percepiti sporadici, mentre l’aggressore vive sbalzi d’umore e si arrabbia per futili motivi. La vittima cerca di calmarlo e adotta comportamenti che possano non irritare il compagno. E’ proprio in questi momenti che la donna si colpevolizza.
  • Fase dell’aggressione: è una fase breve e sfocia nella violenza vera e propria. La vittima è anietata ed incredula, isolandosi da ciò che succede, infatti, molte donne prima di chiedere aiuto lascia passare molti giorni.
  • Fase del pentimento. In questa fase l’aggressore si presenta mite e pacato, pentito, servendosi di strategie: regali e promesse. La vittima si auto convince che non accadrà più, per questo motivo non chiede aiuto. E quelle che hanno denunciato, hanno iniziato a trovare equilibrio interiore e si convincono che quell’unione possa continuare.
  • Fase della riconciliazione. Maltrattante e maltrattato tornano a vivere insieme. L’apparente calma e il comportamento affettuoso dell’aggressore fanno credere alla vittima che sia cambiato davvero. Questa fase finisce quando dalla calma si passa nuovamente alle discussioni e vessazioni.

Per porre fine al ciclo della violenza, la vittima deve essere consapevole della sua situazione, senza motivazione e consapevolezza nessun aiuto sarà efficace.

“Qualsiasi momento del giorno o della notte è quello giusto per dire basta e porre fine a una fase della tua vita che vorresti non aver mai vissuto.”
Raunda de Penaflor

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Educare i bambini alle emozioni. Un cartone animato “Inside out” può aiutarci

Essere genitori, che fatica! Esserlo in questo periodo tanto incerto e complesso, che pone gli adulti ad una dura prova di vita, lo è ancora di più. Ma nel complesso mondo che viviamo ci sono anche loro, i bambini. La sfida è educare alle emozioni. Solo aiutando i più piccoli, li prepareremo a gestire correttamente la propria emotività, usufruendo di quel bagaglio interiore necessario per vivere meglio e per relazionarsi con gli altri in modo equilibrato e sereno. Spetta agli adulti: genitori, nonni, adulti di riferimento fornirgli la base per sottrarli all’analfabetismo emotivo che in molti casi diventa base di comportamenti dannosi. Educare alle emozioni dovrebbe essere un impegno che dovrebbe iniziare fin dai primi istanti di vita del neonato per proseguire e svilupparsi durante l’età evolutiva. Ma, spesso dimentichiamo che le emozioni che viviamo di riflesso le vivano anche i bambini, ci voleva una pandemia mondiale per farci riscoprire le emozioni e farci notare che queste le vivono anche i più piccoli. Non ci vogliono i super poteri, per educare serve soprattutto saper ascoltare, riuscire a percepire lo stato emotivo del bambino, entrare nel suo “caos” interiore e saper fare chiarezza con decisione e autorità, ma anche con dolcezza. Mostrare rabbia o stanchezza, o addirittura mostrarsi confusi aggrava ancor di più la confusione del bambino. Mostrasi tranquilli, significa mostrare al bambino che mamma e papà sanno capirlo e placarlo. Un modo per capire il mondo delle emozioni dei bambini è il cartone animato “Inside out”, talvolta si rivela più comprensibile agli adulti che ai bambini. Riley, la protagonista nella sua testa ha cinque emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Queste emozioni sono una sorta di gruppo di lavoro che prendono una serie di decisioni affinché la bambina sia in grado di affrontare le diverse sfide della vita. Niente di diverso da quello che ci accade continuamente, ecco perché “Inside out” potrebbe essere uno spunto per i grandi e un modo per divertirsi e capire insieme anche ai più piccoli. Cosa fa capire realmente il cartone?

Non è possibile far finta di provare emozioni nella presa di decisioni. Le emozioni sono alla base delle buone decisioni, una sorta di filtro che ci aiutano a scegliere le opportunità meno dannose. Infatti, le emozioni non devono tacere ma dobbiamo imparare ad ascoltarle, connettendoci con il nostro mondo emotivo, ascoltando anche la pancia, molte delle cose che si sentono partono da lì e poi investono cuore e testa. Chiedersi perché il proprio bambino si comporta in un certo modo, significa connettersi con la propria “parte bambina”.

I ricordi cambiano la loro traccia emotiva con il tempo. La memoria, come anche il cartone lo ricorda, è un processo sempre attivo ed in continua evoluzione. Quindi quello che si ricorda oggi non è uguale a quello che si ricorda domani. Le emozioni che proviamo cambiano il modo in cui guardiamo gli eventi che ci sono accaduti e quindi cambiano i nostri ricordi. Non è raro avere ricordi felici della propria infanzia, ma talvolta la mente ripensa ad episodi che generano nostalgia o tristezza, come anche episodi tristi per un bambino che da adulto ripensando al perché, prova allegria. Quello che accade è che ricordando non riusciamo a separarlo dalla persona che siamo oggi. Cambiamento che inevitabilmente trasforma i nostri ricordi.

Potenziare le emozioni positive perché sono in svantaggio. Il cartone mette in risalto le cinque principali emozioni ma vi sono anche quelle “secondarie”: disprezzo, frustrazione, eccitazione, imbarazzo e sorpresa. Istintivamente attiviamo quelle negative perché accadono frequentemente e sono in numero maggiore di quelle positive, perché siamo tarati per metterci al sicuro, ecco perché si attivano quelle negativi, per istinto anche di protezione dal pericolo, mentre i segnali positivi possono essere meno intensi.

Ad un certo punto del cartone si parla di “spazzatura mentale” notando come i ricordi sbiaditi vengono cancellati. Quindi è importante fare una check list delle emozioni: quello che ci piace, quello che ci fa stare bene, di ciò che abbiamo bisogno. Non lasciamole andare a causa delle routine frenetica. Infine, il cartone ci ricorda come tutte le emozioni son necessarie e non dobbiamo allontanarle o negarle: tutte hanno un messaggio da trasmetterci. Se impariamo ad accettare tutte le nostre emozioni, riconoscendole, sapremo rispondere meglio a quanto i più piccoli sentono, diventando maggiormente empatici e capiremo così le conseguenze delle nostre e delle loro azioni.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Diritti dei bambini. Giornata mondiale

🎯Giornata Mondiale dei diritti dei bambini

📌Se tutti i bambini del mondo hanno gli stessi diritti, qualsiasi sia il loro sesso, luogo di nascita, religione, lingua o condizione sociale, lo si deve alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child – CRC), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia con la legge n. 176/1991.

📍Quattro i principi ispiratori:
principi ispiratori:

✅ non discriminazione

✅superiore interesse del minore

✅diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo

✅ rispetto per l’opinione del minore.

⁉️Nessuno direbbe che alcuni bambini hanno meno diritti di altri. Eppure, ancora oggi, molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese, sono vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati o vivono in condizioni di grave trascuratezza e disagio. Alcuni soffrono ancora la fame, la privazione degli affetti dei genitori e non frequentano la scuola.

🎯  Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza. In tempo di covid 19 è bene ricordarsi dei tanti minori che vivono in contesti disfunzionali e abbandonati: dove mancano strumenti per la Dad e supporto adeguato. Dei tanti che oggi si sentono al sicuro a casa ma che domani vivranno la difficoltà del ritorno. Di quanti si ritroveranno a fare i conti con le disuguaglianze che lascerà questa pandemia.

📌 il monito dovrebbe essere lavorare oggi come adulti, operatori del sociale, istituzioni, per costruire un domani più sereno, perché è un Dovere dell’adulto e un Diritto del minore.

giornatamondialedeidirittiminori #minori #assistentesociale #nessunosisalvadasolo

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Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

La zona rossa. Il nuovo lockdown. Le notizie sempre più allarmanti.
L’essere umano che si trova a vivere un tempo ed uno spazio nuovo, da rivedere e da ridisegnare.

Ansia e paura, solitamente prevalgono.

🎯 Ma siamo in grado di capovolgere queste emozioni e di trarne vantaggio a nostro favore?

Sta a noi scegliere quale atteggiamento adottare in questo periodo: di paura, di apprendimento o di crescita. L’opzione dipende da quale lezione stiamo traendo da questa emergenza globalizzata non solo sanitaria.

🎯 Dove siamo ma soprattutto dove scegliamo di andare in questo periodo in cui siamo chiusi in casa?

🎯 Chi voglio essere durante questo periodo di Covid?

Una mappa molto utile per interpretare questo momento storico.

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Il sì dell’Aifa alla pillola dei cinque giorni dopo alle minorenni

Non servirà più la ricetta medica per le minorenni che decideranno di fare ricorso alla cosiddetta pillola dei cinque giorni dopo. Lo ha deciso l’Agenzia Italiana del Farmaco dopo l’approvazione dell’Agenzia Europea nel 2009. Ulipistral nota come pillola dei cinque giorni dopo, spiegano i medici, è un derivato del progesterone e serve a prevenire una gravidanza dopo un rapporto non protetto, bloccando l’ovulazione. Al momento dell’acquisto in farmacia, il farmaco sarà accompagnato da un foglio informativo al fine di promuovere una contraccezione efficace ed informata. Inoltre, per prevenire l’uso inappropriato della pillola, l’Aifa sta mettendo a punto la creazione di un sito internet con indicazioni approfondite sulla contraccezione ed  il suo uso. Infatti, la maggior parte delle gravidanze delle adolescenti non sono pianificate e molte decidono di optare per un aborto.  Secondo l’Agenzia Italiana del Farmaco questa pillola fermerà gli aborti clandestini a cui spesso vengono sottoposte le adolescenti. Presto, come ha chiarito la stessa Aifa, non servirà la ricetta nemmeno per la pillola del giorno dopo, attualmente necessaria per le minorenni. Critiche dal Forum per le famiglie che la ritiene una scelta irresponsabile, per l’OMS un farmaco essenziale per le teenegers, che in questa svolta potranno trovare tutela per la loro salute fisica e psicologica. Va chiarito che si tratta di una contraccezione di emergenza che non può essere paragonato ad un farmaco da utilizzare regolarmente. In altri termini non è un’aspirina nelle mani delle adolescenti, che vanno comunque accompagnate a rapporti consenzienti e protetti, anche attraverso campagne di sensibilizzazione, superando il tabù del sesso che ancora molte famiglie vivono, mentre gli adolescenti si trovano a vivere le loro prime esperienze sessuali totalmente inesperti ed esponendosi anche ad eventuali rischi. L’evento di una nascita nelle adolescenti è spesso accompagnato da situazioni di rischio, connesse prevalentemente alla difficoltà della giovane madre di accedere ai servizi materno- infantili, ma  anche problematiche interpersonali e psicologiche. Infatti, mancano i servizi ed i supporti per una maternità responsabile anche per le minorenni che decidono di portare a termine la gravidanza. Teenegers lasciate sole senza alcun supporto psicologico, eppure la loro vita da bambine sta velocemente cambiando per lasciare posto alla responsabilità di un’altra vita umana: quella di un bambino. Molte di loro provengono da famiglie che ogni giorno incontrano difficoltà economiche, famiglie spesso alla soglia della povertà, dove accudire e soddisfare un neonato non è facile, gli aiuti sono del tutto inesistenti se non fosse per le organizzazioni del terzo settore, troppo poco nonostante gli sforzi. In queste famiglie cambia tutto nonostante la gioia di una nuova vita rischiano di diventare vulnerabili nella loro gestione oltre che psicologicamente. Con la conseguenza per le madri adolescenti di avere meno probabilità di portare a termine gli studi e trovare un posto di lavoro, rischiando più di altre di crescere i propri figli sole e in contesti disagiati. Molte di loro hanno difficoltà ad elaborare eventi drammatici della loro vita, traumi o maltrattamenti, avvertono un senso di trascuratezza in famiglia, talvolta con un vuoto affettivo. Bisogno che si risconta anche in famiglie socialmente più elevate. Così un figlio diventa un modo per dare un senso alla propria vita, trovare un significato, un ruolo, una fonte d’affetto, riversando le attenzioni mai ricevute. Si fa quasi fatica a chiamarle mamme. Hanno i lineamenti del viso ancora dolci e l’ingenuità dell’infanzia che sta lasciando il posto all’adolescenza, ma nel loro grembo c’è una vita che cresce. Il fenomeno in questo 2020 è in crescita, infatti, sono aumentate le baby gravidanze, registrando un boom durante il lockdown, specie al Nord, con un’età compresa tra i 13 ed i 15 anni. Secondo i dati, le baby mamme provengono da contesti disagiati e appartengono a famiglie in cui un figlio in adolescenza non è una novità. Baby mamme in un’Italia che ha visto aumentare il fenomeno negli ultimi anni: si parla di più di ventimila. Un esercito di mamme precoci lasciate spesso sole senza un accompagnamento alla genitorialità, oltre che un accompagnamento volto ad aumentare la loro capacità accuditiva. Certo non sarà una pillola a cambiare tutto questo, ma forse un primo passo, che andrà senza dubbio rafforzato dedicando tempo e spazio alla contraccezione, oltre a potenziare servizi materno-infantile non solo volti alla prevenzione ma anche all’accompagnamento delle tante adolescenti che si ritrovano a vivere una gravidanza precoce.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Gli effetti collaterali del Covid: un mucchio di notizie che incidono sulla psiche e sul sociale

Dagli altoparlanti dei centri commerciali, alle radio che in filo diffusione aggiornano e raccontano un mondo nelle mani di un virus che per quanto sconosciuto stronca vite e infonde terrore, ai telegiornali con titoli ad effetto, passando per i social network: sempre più cruciali durante l’attuale emergenza sanitaria globale. Le reti sociali, per altro, sono divenute uno dei canali di informazione più utilizzati che se da un lato permettono di raggiungere le comunità più isolate, dall’altro è un susseguirsi di flash news e di bollettini che hanno trasformato uno dei social più noti per tenersi in contatto in un social news dove si susseguono fake news e procurato allarmismo. Un mucchio di notizie che bombardano la nostre mente costantemente: un giro in un centro commerciale è accompagnato regolarmente da informazioni e dati sul coronavirus; un appuntamento dall’estetista si trasforma in un sottofondo radio che alterna qualche canzone a commenti in studio e dati sul coronavirus. Un giro virtuale sui social si trasforma in angoscia e preoccupazione. Che l’informazione sia giusta e sacrosanta, arrivando a tutti è fuori discussione, ma ciò che si contesta è forse il continuo bombardamento di notizie, a volte affidato anche ai social e a persone che di giornalismo e talvolta di medicina non se ne intendono. Il covid esiste, anche se c’è chi vuole negarlo, chi propone teorie complottiste, proteggersi è un atto di civiltà verso se stessi e verso gli altri. Il  covid è una guerra il cui nemico è armato ma chi vuole difendersi non sa come farlo. L’informazione è giusta nella misura in cui racconta gli eventi che accadono, è giusta quando scuote la società, ma ad oggi rischia di diventare un effetto collaterale. Non lo avremmo mai immaginato, solitamente ci si sofferma sul fatto grosso: in questo caso il covid, ma gli effetti collaterali si compiono accanto, sono un mondo nel mondo. L’allarmismo da coronavirus rischia di isolarci. Che il coronavirus avesse rilevanti implicazioni psicologiche e sociali era risaputo, ma uno dei principali pericoli è in senso di minaccia generalizzato che rischia di distruggere o indebolire i legami comunitari, facendoci sentire isolati e pronti a tutelare solo il nostro interesse personale a discapito degli altri. Un continuo di notizie allarmanti e divisive che non fanno altro che farci sentire sempre più distanti dall’altro, che spingono a trovare un colpevole di turno per poterci proteggere da un evento i cui confini non sono per niente delineati e che la stessa mente umana non sa definire. La mente non è pronta alle emergenze seppur prova ad adattarsi e cerca anche di chiedere aiuto all’esterno con momenti di svago, il problema è la pluralità di messaggi poco coerenti che unita alle informazioni enfatizzate e talvolta manipolate dai social aggiungono incertezza e provocano ansia, paura, terrore,  generando una grande confusione. L’essere umano si sente così spaesato, non riesce a dare senso a ciò che sta vivendo, cercando a tutti i costi un capro espiatorio. E più siamo incerti, frammentati, contrapposti meno saremo equipaggiati ad affrontare un’emergenza come il virus. Dall’epidemiologo che rilascia un’intervista, all’amico che invia il link che viene condiviso, tutti, nessuno escluso abbiamo la responsabilità di tutto ciò che comunichiamo: dobbiamo essere sicuri che le informazioni che diamo siano interpretate correttamente dal destinatario, che siano in grado di essere rapportate alla sua esperienza e al suo contesto. E questo da settimane non sta accadendo. Informazioni sbagliate possono farci vedere il pericolo in maniera diversa: se c’è da una parte chi esce di casa senza mascherina, dall’altra c’è chi se ne va beatamente alle feste e non indossa la mascherina, convinto che a lui possa non accadere nulla. Un fenomeno che gli addetti ai lavori definiscono “percezione di immunità oggettiva”.  Di base manca una corretta informazione d’emergenza, prima di catastrofi, terremoti o virus, bisognerebbe parlare e sensibilizzare l’opinione pubblica al rischio. Una buona comunicazione in ogni sua forma può contribuire a salvare vite umane. Essere preparati significa conoscere eventuali rischi derivanti da un fenomeno d’emergenza e come fronteggiarlo. Per quanto riguarda il Covid ad oggi i messaggi veicolati sono stati più o meno incoerenti, ecco perché oggi c’è chi ha tanta paura e chi in vece non riesce a comprendere l’allarmismo che lo circonda.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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