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La pandemia ci ha reso persone migliori?

untitled 2I nostri giorni hanno preso una piega inaspettata. Solo tre mesi fa il mondo conosceva da vicino una pandemia che ha distrutto vite e confinato tutti dentro un cubo ribattezzato lockdown. L’allentamento delle misure ha consentito al mondo di riprendere parte del suo ritmo e alle nostre vite di ritornare ad una normalità che ha subito non pochi mutamenti con cautela e timore. In questi mesi di confinamento domestico ci hanno incoraggiato definendoci pazienti e bravi nel rispetto di quanto ci veniva detto, che questo momento che ha segnato profondamente l’umanità ci  avrebbe reso persone migliori, dove la bontà e la solidarietà avrebbero fatto da padrona in un mondo troppo preso. Eppure non mi sembra che sia un processo automatico. Non mi pare che il dolore possa dettare un semplice processo di miglioramento individuale e collettivo, e non è ben definito come l’essere umano riesca ad auto-migliorarsi. Questo periodo ha vissuto parallelamente due vite opposte. La convivenza forzata ha aumentato il numero delle vittime di violenza in famiglia. I più piccoli sono stati costretti a spazi angusti. Sono aumentate le disuguaglianze sociali, abitative e culturali tra i bambini. La vita degli adolescenti è stata una socialità digitale senza la possibilità di incontrarsi. L’istruzione a distanza ha funzionato a macchia di leopardo ed in modo molto disuguale. I professionisti che hanno continuato a lavorare e ad assicurare la loro presenza ricorderanno questo periodo come un grande stress ed una fatica fisica e psicologica. I medici come di una lotta durissima, di turni massacranti, di morti difficilmente arginabili, di paure e di angosce. E poi c’è l’altra vita quella altruistica e generosa, fatta di donazioni, lavoro di squadra, un mondo che si è riscoperto volontario, costruendo una rete di protezione e di sopravvivenza per le fasce deboli. Di certo è che di fronte a noi abbiamo mesi ed anni di radicali novità. Mutamenti che per quanto possano inizialmente affascinare perché qualcosa di nuovo richiedono una risposta adattiva. Le nostre comunità devono iniziare a cambiare per adattarsi e per farlo necessitano di uno sforzo cooperativo che richiede la partecipazione di tutti, ognuno per la propria parte. E se ci fermiamo a pensare “ci ha reso migliori”, la risposta è forse “non lo so”, ci ha obbligato a fare cose a cui non eravamo abituati, come lo stare in casa, condividere momenti sparsi con i nostri familiari. Ma non è detto che questo diventi necessariamente essere migliori. E se la vita qualcosa ci ha insegnato sino ad oggi è che un essere umano cambia non sulla base di una spinta esterna, ma sulla base delle sue motivazioni interiori. Vi starete chiedendo “e allora tutti gli slogan incoraggianti?” Quelli sono auspici che bisogna far credere ai bambini che a differenza degli adulti hanno anche il potere della fantasia che li porta lontano, ma l’essere umano razionale e maturo non riesce a credere a queste cose. L’essere umano si è scontrato con la realtà fatta di morti e di notizie che di giorno in giorno ci spegnevano umanamente e psicologicamente con l’impatto di un mondo in piena sofferenza. Allora resta da chiederci ma oltre al pane in casa cosa abbiamo imparato da questa vicenda?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Aborto, diritto negato al tempo della pandemia

Chiusuntitledi i reparti, respinte le donne. Consultori fermi. L’emergenza epidemiologica che ha fermato il mondo ha paralizzato molti rami della sanità pubblica, uno su tutti il diritto delle donne ad abortire. In Italia al tempo della pandemia, abortire è diventato quasi impossibile, la crisi generata dal covid-19 ha mandato in frantumi la già fragilissima rete della legge 194 del 1978. Un effetto collaterale della pandemia. Gran parte dei reparti ospedalieri deputati all’interruzione volontaria di gravidanza sono stati rimodulati e destinati ai letti per malati di coronavirus. In molti ospedali, i pochi anestesisti non obiettori sono stati dirottati sulle terapie intensive, vietato dalle ordinanze spostarsi per cercare un’altra struttura, i consultori sono rimasti fermi: chiusi al ricevimento dell’utenza, mentre le donne in stato di gestazione sono rimaste sole e disperate, senza alcuna indicazione. Una tragedia nella tragedia. Una gravidanza indesiderata al tempo di una pandemia mondiale. Nonostante il Ministero della Salute abbia specificato che l’IVG rientri negli interventi indifferibili, molte strutture hanno equiparato gli aborti ad interventi di routine e fermato gli accessi. I racconti che si possono leggere in rete in molti forum femminili sono drammatici, raccontano di ansie ed angosce, di giorni in cui le donne sono state a telefono cercando risposte ed indicazioni, molte vicine anche al termine previsto. Qualcuna racconta di aver violato le ordinanze e di essersi recata di nascosto al Sud.

In Italia, l’aborto arrivò nel ’78, in contrasto al volere della Chiesa cattolica, che riconosce il diritto alla vita sin dalla procreazione, mentre, gioivano i movimenti femministi, per una conquista ed un diritto pienamente sancito. La norma prevede il diritto per la donna di interrompere volontariamente la gravidanza in una struttura pubblica entro i primi 90 giorni, se si tratta di un aborto terapeutico entro il secondo trimestre. Prevista una procedura, che prevede un colloquio, dopo il quale il medico rilascia un certificato con una pausa di riflessione per la donna di sette giorni, al fine di ponderare la sua decisione. Il certificato consentirà alle donne di potersi recare in ospedale o in una struttura convenzionata per praticare l’intervento.

In Italia soltanto il 64% degli ospedali ha reparti per la legge 194, con un’obiezione di coscienza – la possibilità per il medico di astenersi dal praticare l’intervento- che supera il 70%, specie nelle regione del Sud Italia. E’ bastato che alcuni ospedali chiudessero le porte alle pazienti, per mandare al collasso un sistema già fragile. A quarant’anni dalla sua approvazione l’epidemia covid-19, a cui si somma lo smantellamento dei centri IVG, minacciano la sopravvivenza stessa del diritto di una donna all’aborto sicuro, così come prevede la legge. In rete si legge disperazione e anche disinformazione in questo periodo di emergenza epidemiologica. Una piattaforma femminista di “Non una di meno” ribattezzata “Obiezione respinta” in questi giorni ha creato un canale Telegram e un numero dedicato proprio per questa emergenza. Le richieste sono triplicate. Ciò che affiora và oltre un’emergenza sanitaria, la 194 è sempre stata osteggiata, mostrando così una rete fragile che all’arrivo della pandemia si è mostrata ancora più disgregata ricadendo sulle donne che si sono viste spaesate e con un diritto negato. Così molte strutture sono state prese d’assalto, secondo quanto riporta “Repubblica” la clinica Sant’Anna di Caserta è passata in poche settimane da 120 a 160 aborti al mese. Segno che il sistema che assicura l’applicazione della legge 194 è ormai così depauperato che basta poco per mettere in crisi tutto e lasciare le donne sempre più sole. Lontano, osteggiato e ancora tanto discusso in Italia è l’aborto farmacologico, che in questo periodo molti medici però hanno richiesto, al fine di evitare gli accessi in ospedale delle donne, che riveste ancora un ruolo marginale. Di certo regna molta confusione che si ripercuote non senza conseguenze sulle donne che si ritrovano a fronteggiare psicologicamente una gravidanza indesiderata e una pandemia che limita gli accessi ospedalieri. Eppure, è un diritto poter decidere di abortire, un diritto che deve essere garantito tutelando la salute e anche l’aspetto psicologico delle donne. D’altra parte i consultori e gli ospedali italiani necessitano di un programma che consenta di monitorare la situazione e spiegare alle donne l’aborto oltre l’emergenza epidemiologica. Pensare all’aborto farmacologico, che potrebbe presentare sintomi e che non và sottovalutato, deve anche farci riflettere su quanto si sappia poco dell’aborto in generale e su quanto spesso le donne siano lasciate sole e disinformate. E se qualcosa questo periodo ci ha insegnato è nessuno deve essere lasciato solo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Il suicidio di un adolescente, perché?

untitled 2Tragico, disumano, scomodo persino da concepire, inimmaginabile. Eppure il dramma dei giovani adolescenti che arrivano a togliersi la vita è una vera emergenza sociale. La cronaca degli ultimi tempi è un susseguirsi di notizie che riportano la morte tragica di ragazzini poco più che adolescenti che hanno deciso di togliersi la vita. Con loro svanisce il senso della vita dei genitori, l’illusione si essere una famiglia normale e serena. In loro la domanda più dolorosa “come ha potuto fare un gesto del genere?” Purtroppo, quel gesto non è così raro. In Italia, secondo le statistiche, lo compiono circa 500 giovani ogni anno. Per uno che ve ne riesce, ci sono circa quattro o cinque tentativi sventati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è la seconda causa di morte in Europa nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, segue poi la morte per incidente stradale.

Un paradosso delle società occidentali: cresce la qualità della vita, si accarezza il benessere ma non diminuisce il numero di chi decide di togliersi la vita. Il problema è l’inafferrabile solitudine dei figli. Il salto nel vuoto di ogni giorno. Da genitori si può sbagliare per amore, ma sbagliare per amore non cancella l’errore. I genitori spesso cercano tra le cose dei figli, la paura più grande dell’ultimo decennio è l’hashish, alcuni di questi chiamano i carabinieri, per risolvere alla radice il problema generato dalla scoperta e può apparire un atto di coraggio. Forse lo è, forse però no. Un gesto, a volte dettato dalla disperazione. Ma dietro lo sballo o la chiusura totale del figlio c’è la solitudine. C’è il silenzio lancinante. Il dialogo oramai divenuto impossibile con la generazione di oggi. Il silenzio delle chat, gli smartphone, l’aver dimenticato di guardarsi negli occhi quando si parla, di non avere un adulto di riferimento con il quale confidarsi. La mente di un adolescente è un universo a sé. Il mondo a volte può ferire, travolgere, agitare una coscienza. I genitori sono avvolti in un amore permissivo che impedisce di guardare nel cuore dei propri figli. Le canne, saranno pure un problema ma la morte come auto-punizione inflittasi è del tutto sproporzionata. I campanelli d’allarme ci sono. Ma spesso vengono sottovalutati. Di morte non se ne parla, ancor di più di suicidio, in famiglia come a scuola, è ancora considerato un tabù. Bisogna imparare a parlarne e ad ascoltare. Se l’adolescente fa capire di avere intenzione di togliersi la vita, bisogna prendere seriamente il suo messaggio ed intervenire. Alcuni adulti credono che di certi argomenti sia meglio non parlarne per non istigare, ma le ricerche dimostrano che non è così. Affrontare l’argomento in modo diretto e dare ascolto alle voci dei ragazzi è esattamente quello che bisogna fare. Un adolescente su due ha pensieri suicidi. L’adolescenza è un periodo difficile, se non si percepiscono prospettive e speranza per il futuro, ma si avvertono ostacoli e difficoltà, che a quell’età appaiono insormontabili, si può decidere di voler scomparire. L’adolescenza è il passaggio alla vita ed è il momento in cui si prende consapevolezza della difficoltà della vita.  I fattori scatenanti possono essere i conflitti con i genitori, brutti voti scolastici, il cyberbullismo. Bisogna fare attenzione e coglierli come segnali non solo l’annuncio da parte del ragazzino di volersi suicidare, ma anche quando mostrano eccessiva tristezza, chiusura, quando provano a scappare di casa. A quel punto tocca all’adulto cercare il dialogo e affrontare il problema e talvolta farlo anche con uno psicoterapeuta in grado di ascoltare dapprima l’adolescente e poi la famiglia, in grado di ricongiungere un dialogo familiare inesistente o perso. Le famiglie però faticano a chiedere aiuto, perché c’è ancora un pesante stigma sociale intorno alla sofferenza mentale.  L’adulto deve essere in grado di andare oltre le proprie idee e i propri preconcetti, e prendere sul serio il figlio, ricalibrare le reazioni in base al problema del suo ragazzo prima che sia troppo tardi. I genitori non sono responsabili del male di vivere dei figli. Anzi, se adeguatamente supportati da uno psicoterapeuta la famiglia è una risorsa preziosa per questi ragazzi.

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Smart working, rivoluzione portata dal virus ma sappiamo gestirlo in termini di stress?

untitledAziende e pubbliche amministrazioni per limitare il diffondersi dell’epidemia hanno dovuto fare di necessità virtù al tempo del lockdown, adottando lo smart working: lavoro da remoto, dimostrando che si può lavorare da casa. Così in molti dipendenti dalle zone rosse, epicentro dell’epidemia, sino al Sud Italia e passando per il centro del bel paese, sono finiti in smart working pur tra mille iniziali difficoltà. Ammettiamolo, molti di noi, con l’inizio della pandemia, non pensavano che sarebbero riusciti a lavorare bene – o quasi- anche da casa. Uffici con flussi di lavoro, rapporti umani e ravvicinati, programmazioni, riunioni, sembrava tutto lontano e impossibile da riadattare all’era digitale. Eppure ce l’abbiamo fatta. Con tempo, pazienza, spirito di adattamento e con un approccio meno diffidente verso i contenuti digitali. Così abbiamo iniziato a sperimentare nuove idee: riunioni in conference telefoniche o in modalità videochiamata, linee telefoniche dedicate all’utenza, progetti che iniziavano a prendere anima e corpo ma questa volta sotto la spinta digitale. Comprendendo che alla base di tutto ci fosse l’innovazione, quale chiave su cui ruoteranno anche i cambiamenti futuri. Innovazione che ha trasformato il lavoro. La giornata di ognuno di noi, prima scandita secondo precise abitudini, ora si interseca con le esigenze di vita: a casa bisogna lavorare e occuparsi del menage familiare.  L’innovazione digitale ci consente di restare connessi e di gestire il tempo in base alle necessità che anch’esse sono cambiate, ribaltando il tradizionale paradigma della rivoluzione industriale: il lavoratore era pagato per le ore che metteva a disposizione, ora si è pagati per obiettivo. Certo, lo smart working può essere diverso per settori lavorativi e non può essere applicato a molte professioni, in alcuni casi bisogna alternarlo al lavoro in presenza o comunque rimodulare gli obiettivi, insomma, una sfida continua che si trasforma in opportunità futura.

Se c’è un aspetto futuristico ed innovativo, d’altra parte c’è anche una domanda di fondo.

Ma lavorare da casa è davvero meno stressante che andare in ufficio tutti i giorni? Per alcuni sì, ma non per tutti. La sfida digitale del lavoro al tempo della pandemia molti l’hanno vissuta come una nuova avventura che ha spinto a nuove idee adattandole al difficile momento storico. Altri, invece, descrivono lo smart working come una connessione costante, fatta di web e telefonate ad ogni ora del giorno e anche della sera, come un’infinita catena di montaggio.

C’è chi in smart working si trova a suo agio, e si scopre super produttivo, e chi invece fatica a trovare la motivazione e a organizzarsi, aumentando così la pressione delle cose da fare che si accumulano. Secondo uno studio condotto a fine 2018 dalla Baylor University, lavorare da casa non è da tutti, adattabile solo a persone che hanno determinate personalità. I ricercatori hanno scoperto che i dipendenti più adatti a lavorare da casa erano quelli che avevano autonomia, capacità di lavorare bene in modo indipendente, e anche una certa stabilità emotiva. Insomma, per le persone giuste, lavorare da casa potrebbe aumentare addirittura la produttività e ridurre lo stress. Infatti, sarebbero persone in grado di equilibrare le loro giornate ed i loro ritmi di vita, facilitando una sana e corretta alimentazione, imparando a dosare nel miglior equilibrio lavoro e vita privata.  Di conseguenza, mangiare più sano e avere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli amici può aiutare a sentirsi meno stressati, il che renderà una giornata lavorativa produttiva e felice.

Senza dubbio il lavoro agile è arrivato prepotente in un momento già difficile psicologicamente ed emotivamente, cogliendoci impreparati, ma era impossibile non accettare questa nuova sfida, anche perché univa il lavoro – che da sempre ci rende umani- con il diritto alla salvaguardia della salute. Una sfida che da Nord a Sud sembra abbiamo colto anche con successo e la pensione per lo smart working almeno per il momento sembra lontano, seppur nella “fase due” bisognerà apportare correzioni e miglioramenti al modello organizzativo non solo sotto l’aspetto tecnico (piattaforme, gestione dei dati personali) ma anche l’introduzione al diritto alla disconnessione, che di base però dovrebbe avere quella che viene ribattezzata dall’America “work life balance” la cultura della ricerca del sano equilibrio tra vita lavorativa e vita privata. In altre parole, imparare a non rispondere alle email se arrivano dalle ventuno in poi. Imparare che è consuetudine rimandare al giorno dopo.

E voi da che parte siete in questa era che si è affacciata allo smart working?

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Mafiosi al 41 bis, l’emergenza sanitaria li riporta a casa?

untitled 2I cronisti di giudiziaria lo chiamano laconicamente “41 bis”. Un numero che descrive un articolo di legge dell’ordinamento penitenziario, norma che regolamenta la detenzione all’interno delle strutture carcerarie italiane. Il 41 bis in realtà è il “regime detentivo speciale”, istituito a cavallo delle due stragi che ferirono l’Italia: Capaci e via D’Amelio, erede delle già “carceri speciali” create negli anni Settanta contro il terrorismo e poi abolite nell’ottantasei con la legge Gozzini. In questo regime vi finiscono quegli uomini ritenuti dallo Stato il piano più alto del crimine. Il carcere duro viene usato per spezzare i legami con l’esterno degli uomini affiliati ai clan: ma anche per fiaccarne la resistenza, per spingerli alla resa. In questo regime sono finiti uomini che sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa, alcuni sono ritenuti autori di omicidi, estorsioni, violenze o di aver pilotato appalti pubblici, insomma persone che nella loro vita hanno adottato condotte discutibili giuridicamente, pertanto, i giudici hanno deciso di applicare il regime del 41 bis: carcere duro che per legge non prevede la possibilità di usufruire di pene alternative. Almeno, sino ai giorni scorsi, infatti, sembrerebbe che il giudice di sorveglianza abbia concesso gli arresti domiciliari per motivi di salute, al capomafia di Palarmo, Francesco Bonura, 78 anni. Bonura è considerato uno dei boss più influenti ed è stato condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Così la notizia ribalzata sugli organi di stampa nazionale rischia di segnare – secondo molti- un precedente che aprirebbe le porte del carcere per molti mafiosi che hanno segnato epoche di terrore e di omicidi. Il là sembra che sia stato dato dal Dap (amministrazione penitenziaria) che il 21 marzo scorso ha inviato ai direttori delle carceri italiane una circolare che li invitava a segnalare detenuti malati e anziani per eventuali pene alternative. In altre parole, l’emergenza epidemiologica dettata dal covid19 porterebbe alcuni boss di cosa nostra agli arresti domiciliari in quanto il loro stato di salute sarebbe incompatibile in considerazione anche dell’emergenza covid, con il carcere.
Una situazione questa che genera all’interno della società civile indignazione e stupore. La giustizia è uno dei capisaldi del nostro Paese, ci appelliamo ad essa e ne confidiamo ogniqualvolta episodi violenti segnano la nostra società ed incidono ferite nelle nostre coscienze. Il regime del 41 bis, psicologicamente per l’opinione pubblica rispecchia il sinonimo  della definizione “buttate la chiave della sua cella”, infondo, sapere che una persona che si è macchiata di crimini feroci o si è affiliato alla criminalità organizzata per loschi benefici, stia patendo isolamento e stringenti condizioni di vita, appaga e non poco. Ed ora pensare che una pandemia possa riportare fuori dai penitenziari uomini vettori del virus mafioso, spaventa ed indigna, facendo calare in molti il senso di fiducia nutrito verso la giustizia. La stessa che và in frantumi e schiaffeggia i familiari delle vittime di mafia e non rende giustizia alle morti per mano di persone che non si sono posti alcun scrupolo e che nel corso della loro vita non hanno mai abiurato alla loro appartenenza alle più pericolose organizzazioni criminali del mondo. E chi ha vissuto gli anni del terrore oggi teme un ritorno al passato, come un dejavu alla stagione post-stragista, consentendo a queste persone di rafforzare il loro potere che si nutre anche di presenza fisica sul territorio e di potergli lasciare margine per nuove strategie di attacco allo Stato. Indignazione e paura che fanno parte di aspetti sociali e psicologici, umani e comprensibili, ma c’è anche un aspetto giuridico, che senza dubbio và approfondito e compreso, per questo motivo ho deciso di parlarne con l’avvocato penalista del foro di Nocera Inferiore, Giovanni Pentangelo, che ci aiuta a delineare meglio il quadro del 41 bis.

  1. Avvocato, anzitutto ci spiega in cosa consiste il regime del 41bis?

L’ art. 41 bis dell’ Ordinamento Penitenziario, comunemente conosciuto come “carcere duro” non è una pena, come da tanti erroneamente ritenuto, bensì una modalità di esecuzione della pena o della misura di custodia cautelare. Viene applicato su provvedimento del Ministro della Giustizia, previa richiesta del Ministro degli Interni o, più frequentemente, previa richiesta dell’ Ufficio della Direzione Distrettuale Antimafia che procede alle indagini sul detenuto, per reati di associazione mafiosa o di terrorismo con finalità eversive. Lo scopo è quello di isolare quasi totalmente il detenuto al fine di impedirgli di comunicare con i suoi sodali, anche attraverso canali indiretti e così interrompere il suo apporto direttivo o partecipativo all’ organizzazione criminosa di cui fa parte. Consiste in una notevole compressione dei diritti del detenuto ai limiti della tortura.
Si pensi che il detenuto al 41 bis trascorre 22 ore al giorno in una cella che, alla finestra, ha applicata una placca di metallo che gli impedisce di guardare fuori e che permette soltanto ad un fascio di luce naturale di entrare. É sorvegliato a vista 24 ore su 24. Ha una sola ora d’ aria al giorno ed una di socialità che svolge in gruppi di massimo 4 persone di età e di provenienza geografica differente. Ha un solo colloquio al mese con i familiari che incontra per un’ora in una stanza, alla presenza costante di un agente della Polizia Penitenziaria. É diviso dai familiari da uno spesso vetro divisorio che impedisce contatti “epidermici”e comunica con loro, attraverso un citofono. Tutta la posta che scambia è sottoposta a censura, tranne le comunicazioni con il suo difensore che rechino la dicitura “per interesse di Giustizia”.
I colloqui con i difensori non hanno limiti temporali ma vengono svolti alla presenza costante di un agente di polizia penitenziaria o sono video filmati. La partecipazione ai processi può avvenire esclusivamente in videoconferenza e mai fisicamente.

  1. Ritiene che tale misura considerata l’emergenza epidemiologica possa avere delle eccezioni? In altri termini le chiedo, può un detenuto in regime di 41 bis essere scarcerato ad oggi?

Per come è “ridotto” all’ isolamento quasi assoluto, il pericolo del contagio da Covid-19 è una ipotesi pressoché remota per il detenuto al regime speciale del 41 bis. Si badi che lo stesso ha contatto esclusivamente con il gruppo di tre agenti penitenziari che si alternano nel sorvegliarlo a vista. Per cui, con il controllo sanitario degli agenti penitenziari che prestano servizio nelle sezioni detentive e degli avvocati che vanno a colloquio, il rischio contagio è scongiurato.

  1. Ammesso che un detenuto in tale regime avanzi istanza tramite il suo legale di scontare la pena in regime domiciliare, potrebbe essere accolta? La legge lascia margine e discrezionalità al giudice?

Bisogna distinguere  se il detenuto è in regime di espiazione pena o se è in regime di custodia cautelare, in altre parole se sta scontando una pena oppure è in attesa di giudizio definitivo. Nel primo caso è competente il Tribunale o il Magistrato di Sorveglianza per i detenuti al regime del 41 bis con unica sede in Roma, nel secondo caso è competente il Giudice innanzi al quale si sta svolgendo il processo. Il tribunale di Sorveglianza per i 41 bis ha percentuali di accoglimento delle istanze di attenuazione del regime detentivo rasenti lo zero. Nel secondo caso, venute meno le esigenze cautelari, il Giudice “del processo” deve valutare concretamente le istanze di attenuazione della misura.

  1. A Lei è capitato di ottenere una scarcerazione di un detenuto al regime del 41 bis?

Io ho difeso tre detenuti sottoposti a questo regime speciale. Uno in regime di espiazione pena a cui sono riuscito ad anticipare la scarcerazione grazie ad uno sconto di pena di oltre cinque mesi ottenuto sfruttando una norma che tutela detenuti, come il mio assistito, che  hanno vissuto un periodo considerevole di detenzione in condizioni ritenute degradanti ed inumane.
Gli altri due in regime erano di custodia cautelare perché ancora sotto giudizio.
Per uno sono riuscito, ad ottenere gli arresti domiciliari in un paese limitrofo al suo, grazie ad una istanza presentata dopo l’esame di alcuni collaboratori di Giustizia ritenuti originariamente “determinanti per l’accusa” ma poi non rivelatisi propriamente tali.
Per l’altro, non ho potuto fare altro che attendere la decorrenza dei termini di custodia cautelare perché sottoposto contemporaneamente a più processi in fasi dibattimentali diverse.

  1. Francesco Bonura, detenuto al carcere di Opera in regime di 41 bis ha ottenuto i domiciliari nella sua Palermo. Un caso singolo e dettato da cosa? Potrebbe creare un precedente, secondo lei?

Per poter rispondere, avrei bisogno di leggere attentamente il provvedimento che non ho ancora trovato sulla banca dati. A senso, ritengo che le motivazioni dell’attenuazione del regime detentivo per il Bonura non risiedano direttamente nel pericolo di contagio da Covid-19 ma più in un grave ed irreversibile stato patologico che, di fatto, gli impedirebbe anche di riprendere contatti con vecchi, o potenzialmente nuovi, sodali.
In altre parole, le gravi patologie e il decorso del tempo lo renderebbero avulso dagli attuali  sistemi criminali organizzati.

  1. Ad oggi vi è una legge, un decreto, qualche linea di indirizzo che concede ai detenuti per qualsiasi reato e regime –in questo caso vado oltre al 41 bis- in considerazione dell’emergenza epidemiologica di poter scontare la pena al di fuori di un penitenziario?

L’ art.  123 del Decreto Legislativo n. 18 del 17 marzo scorso, ripercorrendo la vecchia Legge 199 del 2010 tuttora in vigore, prevede che tutti i detenuti in regime di espiazione pena cha a giugno 2020 residuano non più di 18 mesi di pena da espiare, possono ottenere l’ attenuazione del regime detentivo, continuando a scontare la pena presso il proprio domicilio con il monitoraggio dato dal braccialetto elettronico. In modo molto cauto, i Magistrati di Sorveglianza competenti a decidere sulle istanze, hanno provveduto, ad oggi, ad attenuare il regime detentivo esclusivamente dei soggetti con serie patologie potenzialmente seriamente aggravabili dal Covid-19.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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La vita e i disagi dei più piccoli al tempo del lokdown

untitled 2In un attimo ci siamo trovati catapultati in una realtà da fantascienza o da previsione di stregoneria. La pandemia da coronavirus ha sconvolto le nostre vite di adulti, possiamo solo immaginare quali danni rischi di fare in menti in formazione come quelle dei bambini. Proprio per questo motivo in molti avevano avanzato alle istituzioni la richiesta “dell’ora d’aria”: brevi passeggiate periodiche per i più piccoli al fine di fargli sgranchire le gambe e fargli vedere la luce del sole. Idea che ha sollevato opinioni discordanti specie tra i pediatri che ipotizzando degli assembramenti in parchi pubblici avevano sconsigliato ai genitori l’ora d’aria per i più piccoli. Così i piccini si sono ritrovati in quarantena tra sogni e bisogni. All’inizio sembrava che l’emergenza si sarebbe risolta in poche settimane ed invece ad un mese e poco più di lockdown, tranquillizzare i bambini, capire i loro bisogni non è per niente facile. Và in pensione anche l’arcobaleno coi suoi colori ed il motto “andrà tutto bene” . Improvvisamente i più piccoli si sono trovati catapultati in una realtà che in poche ore è cambiata: lo shock della chiusura delle scuole, mamma e papà a lavoro da casa, insomma un giorno tutto si è fermato improvvisamente: chiusi in casa e isolati da tutti per settimane. Niente compagni, niente amici, niente nonni o parenti, niente più attività pomeridiane, e nessuna possibilità di uscire di casa. Così si è cercati di non spaventarli: fiabe, disegni, garantire loro una normalità “riadatta” con compiti a casa. Ma nel frattempo i loro bisogni crescono, come i dubbi e le domande che certo un disegno o un abbraccio non spazzano via. Ci sono bambini che sono diventati più agitati, fanno i capricci o manifestano tristezza e si lasciano andare a crisi di pianto senza un apparente motivo. Sono le emozioni che chiedono di essere espresse.  E’ bene però porre attenzione ai loro atteggiamenti: sintomi regressivi, ovvero, il bambino manifesta la richiesta di vicinanza fisica ai genitori specie nelle ore notturne, presentando anche un sonno agitato e caratterizzato da frequenti risvegli, molti di loro sviluppano anche paure nuove, che prima non presentavano. Metà dei bambini in questo periodo presenta una maggiore irritabilità, intolleranza alle regole, un notevole calo di attenzione, alimentato dal disinteresse di molte attività. Particolare attenzione deve essere prestata al comportamento di adattamento che potrebbe nascondere la presenza di vissuti depressivi o comunque di un importante malessere psicologico. Molti bambini sembrano che si siano adattati con facilità alle restrizioni, eppure potrebbero nascondere capricci, incomprensioni, problemi del sonno e richieste che prima non avevano avanzato: spie di un malessere psicologico.

Evitiamo di creare per loro attività strutturate e ripetitive: disegno di una casetta, dolci da fare insieme, ma lasciamoli liberi di sfogarsi, di mettere in circolo le loro emozioni, la loro fantasia e la loro creatività. Capovolgiamo le cose: gli adulti si adattano alle loro decisioni e prove, qualsiasi sia il risultato. E se le emozioni vengono fuori su carta in un disegno, invitiamoli a raccontare. I bambini esprimono il loro mondo con le azioni, gli adulti con le parole. C’è poi un aspetto che non va tralasciato: l’immobilità relazionale e fisica a cui sono costretti i bambini ormai da troppo tempo. Le restrizioni hanno costretto i piccini in casa, appartamenti piccoli o grandi, privandoli della possibilità di movimento e di relazioni sociali, contrariamente al passato. Sono sempre stati bambini iperattivi e con giornate piene di impegni: dalla scuola alle attività extrascolastiche, oggi pur assaporando il piacere della casa e della famiglia nei più piccoli però queste restrizioni pesano non poco. Senza dubbio la tecnologia và in loro aiuto anche al fine di continuare a sentirsi coi loro coetanei purché questa sia guidata e mediata sempre più dagli adulti di riferimento. Non dimentichiamoci che i bambini hanno bisogno di muoversi e respirare aria pulita, quindi se non abbiamo uno spazio verde o un viale di casa dove lasciarli correre in spensieratezza e fantasia, lasciamo che la casa non sia più casa, adattiamola alla loro dimensione  e al loro caos, lasciamola arieggiare: assimilare i raggi del sole e il profumo della primavera farà bene ai più piccoli ma anche ai grandi.

Insomma, siamo tutti chiamati ad un’esperienza che mai ci saremmo aspettati e per cui nessuno era preparato, aspetti per il quale sono chiamati a confrontarsi gli adulti, sia perché hanno competenze e sia perché designati del compito evolutivo, oltre che da sempre l’adulto è anche sinonimo di protezione per i più piccoli. Proteggere, però non significa omettere la realtà o dimenticare che i bambini hanno delle esigenze, un linguaggio non verbale e delle emozioni che potrebbero faticare  ad emergere. Quindi osserviamoli e consentiamogli di continuare il loro percorso di crescita in modo più fisiologico possibile. Infondo è un loro diritto fondamentale, sancito anche dalla Carta dei diritti del Fanciullo , che recita: “Ogni bambino deve avere protezione e facilitazioni, secondo le leggi o disposizioni analoghe in modo da crescere sano fisicamente, intellettualmente, moralmente e così via” e anche in questa situazione è nostro dovere garantirgliela.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Coronavirus, l’istinto sociale di uscire che rischia di infrangere la legge

untitled 2Ai tempi del coronavirus c’è chi scalpita, chi brontola, chi ha cercato di ridisegnare la propria vita adattandola ai limiti imposti dalla pandemia mondiale: zero socialità, che si è riversata sui social e nella vita casalinga, abbracciando il cambiamento in favore del bene collettivo, dando esempio di una società non poi così avida ed egoista, ma c’è anche chi i limiti e le restrizioni non le ha accolte con favore, percependole come delle barriere di vita ingiustificate ed infondate. Così c’è chi continua a farsi la passeggiata mattutina, la corsa pomeridiana, chi esce a fare la spesa più volte al giorno. C’è l’emergenza coronavirus e queste misure sono necessarie per il contenimento del virus. Ma allora, ci si chiede, perché è comunque faticoso accettare di dover rimanere in casa fino a quando la situazione non migliorerà? Psicologicamente le restrizioni così come la pandemia sono approdati improvvisamente nelle nostre vite, creando disorientamento e trauma. Ci sentiamo come agli arresti domiciliari, e sappiamo che sono previste sanzioni e pertanto ci sentiamo puniti non dalla legge dello Stato, ma dalla legge della natura. L’uomo è chiamato a confrontarsi con la fragilità umana: deve gestire quel bambino pulsionale che c’è in lui e non sempre ci riesce. La nostra psiche non è abituata a raffrontarsi con questo tipo di situazioni di emergenza. Perché molti arrivano a trasgredire? La trasgressione l’abbiamo conosciuta dalla nostra stessa società, il benessere che ci ha portati a trasgredire. Nei paesi poveri, chi trasgredisce è un delinquente, da noi invece si ha la percezione di una persona perbene. Rimanere a casa è un bene per sé e per gli altri ma bisogna investire tutte le energie psichiche per fare in modo di non pensare che lo stare in casa sia tempo vano. Questi momenti ci fanno conoscere il nostro livello più profondo, facendoci migliorare. Contro l’angoscia della solitudine e della perdita delle abitudini, bisogna cercare di costruire pensieri positivi.

Non vi è solo un aspetto psicologico e sociale che ci vieta di uscire di casa, ma vi è un aspetto altrettanto importante ed è quello della legge. Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus si parla di sanzioni per chi esce di casa senza un giustificato motivo, l’avvocato penalista Stanislao Sessa, autore e cultore della materia in diritto penale presso l’Università di Salerno, che ci spiega cosa succede se usciamo di casa ed infrangiamo la legge

 

Avvocato, qual è il punto di vista legale riguardo al decreto che prevede sanzioni per chi esce di casa senza giustificato motivo? E cosa si rischia uscendo di casa?

  • Nell’attuale decreto-legge, soffermandomi, specificamente, sull’operatività delle ultime modifiche, rimarco anzitutto che il mancato rispetto delle misure di contenimento COVID-19 è perseguito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro, salvo ovviamente che il fatto costituisca reato.

Sempre nel testo del decreto, in virtù dell’ultima modifica, si statuisce che non si applicheranno più le sanzioni penali (di natura contravvenzionale) previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità.

Questo significa che, a partire dal 25 marzo 2020, chiunque venga fermato dalle Forze dell’Ordine fuori della propria abitazione, senza un valido motivo, che non sia quello delle comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza per trasferimento in Comune diverso, situazioni di necessità o motivi di salute, rischia non più una denunzia per violazione dell’articolo 650 del codice penale “Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” — che prevedeva l’applicazione dell’ammenda fino a 206 euro o l’arresto fino a tre mesi — bensì una sanzione amministrativa da 400 fino a 3.000 euro, che potrà essere aumentata fino ad un terzo (ovvero fino a 4.000 euro) se il fatto è commesso alla guida di un veicolo o in caso di recidiva.

Si badi bene, ciò non significa che le misure siano meno severe, anzi, il Governo ha contestualmente ordinato che vengano incrementati i controlli da parte delle Forze dell’Ordine, chiamando in campo financo l’Esercito, soprattutto nei principali snodi autostradali, nelle stazioni ferroviarie e degli autobus.

Preciso, infine, che l’entità della sanzione amministrativa sarà stabilita dal Prefetto e nel frattempo si avrà la possibilità di presentare scritti difensivi entro 30 giorni dall’inizio del procedimento.

In estrema sintesi: inizialmente si doveva affrontare un processo penale, anche se con sanzioni irrisorie, mentre oggi si dovranno pagare pesanti sanzioni pecuniarie.

 

  1. Dichiarare il falso in autocertificazione è reato?

La cd. “autocertificazione”, benché atto privato, se rilasciata ad un pubblico ufficiale, vale come un atto pubblico. Dunque dichiarare il falso, in un atto sostitutivo dell’atto notorio (autocertificazione), costituisce reato qualora venga consegnata a un pubblico ufficiale. Il delitto incriminato è quello di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (previsto e punito dall’art. 483 del codice penale). Non rileva che tale documento sia una dichiarazione del privato e non un atto pubblico; rileva piuttosto il soggetto al quale l’autocertificazione viene prodotta, andando, così, a sostituire un atto pubblico. È quanto chiarito anche dalla Cassazione con una recente sentenza.

La norma punisce, con la reclusione sino a due anni, chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Ebbene, secondo la Cassazione tale norma si applica anche alle false autocertificazioni quando l’atto ha lo scopo di provare i fatti descritti dal dichiarante al pubblico ufficiale.

Si potrebbe ritenere, ma risulterebbe, in concreto, difficilmente applicabile l’ulteriore fattispecie di cui all’art. 495 c.p. (conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci), poiché tale delitto si configura esclusivamente con false attestazioni aventi ad oggetto l’identità, lo stato o altre qualità della persona.

Trattandosi di delitti, un’eventuale condanna, per aver redatto una falsa “autocertificazione”, può avere conseguenze gravi (perdita dell’incensuratezza, porto d’armi, assunzione nella pubblica amministrazione ecc.) e, quindi, in caso di contestazione, è sempre “preferibile” subire la sanzione amministrativa, dannosa solo al patrimonio, connessa all’arbitraria circolazione, che commettere il delitto di falso in autocertificazione (condanna devastante per un incensurato), ivi indicando falsi motivi a sostegno dell’abusiva uscita da casa.

 

  1. Rispetto ai reati di falso, l’essere o meno assoggettato a quarantena cambia qualcosa?

Certamente, poiché il modulo di autocertificazione richiede di attestare anche di non essere sottoposto alla misura della quarantena. Chi esce in tale condizione, quindi, rende un’autocertificazione falsa, commettendo per questo solo motivo un reato aggiuntivo a quello di violazione della quarantena. Le due sanzioni penali si sommano, con effetti ancor più devastanti per un incensurato.

 

  1. Cosa succede se una persona che si trova in quarantena, perché positiva al virus esce di casa?

Chiunque, risultato positivo al virus, violi la quarantena uscendo dalla propria abitazione, incorre nella più grave sanzione prevista dall’articolo 260 Testo unico leggi sanitarie ed è punito con l’arresto da 3 a 18 mesi e con l’ammenda da 500 euro a 5.000 euro. La contravvenzione non si applica se il fatto integra il reato di epidemia colposa (452 codice penale) oppure un più grave reato.

 

  1. Le chiedo di parlarci del tanto discusso “reato di epidemia”, di cosa si tratta e cosa si rischia?

Ai nostri fini, appare necessario preliminarmente evidenziare che vi è lieve dissonanza tra il concetto di “epidemia” in senso scientifico ed in senso giuridico. Dal punto di vista scientifico, s’intende ogni malattia infettiva o contagiosa suscettibile, per la propagazione dei suoi germi patogeni, di una rapida ed imponente manifestazione in un medesimo contesto e in un dato territorio colpendo un numero di persone tale da destare un notevole allarme sociale e un correlativo pericolo per un numero indeterminato di individui.

La nozione giuridica di epidemia è, invece, più ristretta e circoscritta rispetto a quella fornita in ambito scientifico, in quanto il legislatore, con la locuzione “mediante la diffusione di germi patogeni” prevista nell’art. 438 c.p., ha inteso circoscrivere la punibilità alle condotte caratterizzate da determinati percorsi causali. Pertanto l’epidemia costituisce l’evento cagionato dall’azione incriminata la quale deve estrinsecarsi secondo una precisa modalità di realizzazione, ossia mediante la propagazione volontaria, o colpevole, di germi patogeni di cui l’agente sia in possesso. Non è normativamente individuato in che modo debba avvenire detta diffusione: la norma incriminatrice non seleziona le condotte diffusive rilevanti e richiede — con espressione quanto mai ampia — che il soggetto agente procuri un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni, senza individuare in che modo debba avvenire questa diffusione. Occorre, però, che sia una diffusione capace di causare un’epidemia.

Si comprende dunque che, per potersi configurare il delitto, è sempre necessario che la malattia provocata dalla diffusione dei germi patogeni abbia una grande capacità di diffondersi e quindi di colpire un numero indeterminato di persone, altrimenti mancando la cd. “offensività” della condotta. Se manca tale rischio di contagio (mascherina e distanziamento) il reato de quo non può consumarsi: sul punto è stata esplicita una sentenza del Tribunale di Savona del 2008 che ha escluso il delitto in questione in un caso di salmonella in cui l’insorgere della malattia si era esaurito nell’ambito di un ristretto numero di persone.

Non può difettare proprio l’evento tipico dell’epidemia, che si connota          — come già precisato dalla giurisprudenza di legittimità — nella diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido sviluppo ed autonomo, entro un numero indeterminato di soggetti, e per una durata cronologicamente limitata. Si può configurare il reato di epidemia di cui all’articolo 438 c.p. solo se il numero delle persone contagiate è ingente.

Affinché possa configurarsi il reato, dunque, occorre che l’autore abbia il possesso fisico di germi patogeni e che si renda responsabile non di singole condotte di trasmissione di agenti patogeni ma dello spargimento di detti germi in un’azione finalizzata a colpire, nel modo più rapido e incontrollabile, una pluralità indeterminata di soggetti.

Naturalmente, ne maiora mala sequantur, sconsiglio caldamente chi è infetto di mettersi in condizione di subire tale imputazione, essendo indubbiamente preferibile la quarantena alla………..reclusione.

  1. Avvocato, vorrei affidarmi a delle sue conclusioni…

L’intervento del legislatore ha, senza dubbio, avuto il pregio di creare una base normativa organica per offrire una risposta sanzionatoria, effettiva e tempestiva, volta a dissuadere i consociati dalla violazione delle misure di contenimento. Purtroppo, lo sforzo appare in parte vanificato dal frenetico susseguirsi di atti normativi, che pur volti a dare risposte rapide e adeguate ad una vicenda inedita e in continua evoluzione, hanno creato numerosi nodi interpretativi.La questione di fondo non è di poco momento, poiché impatta sul delicato equilibrio tra le esigenze di salute pubblica e i diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti.

Comunque è sempre preferibile restare a casa!

Maria Rosaria Mandiello con la collaborazione di Stanislao Sessa  avvocato penalista

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Coronavirus, elogio ma con cautela ai internet ai tempi della pandemia

untitled 2Ci ha divisi per anni, per poi riunirci. Elogio ad internet ai tempi del coronavirus. Ci voleva una pandemia per farci riscoprire l’entusiasmo verso la rete e la società connessa. Sembra proprio che sia tornata alla ribalta la rivoluzione buona delle “three double w” . Negli ultimi anni non sono mancate le ragioni per criticare gli effetti collaterali della rete sulla nostra società. Dipendenza smoderata da smartphone e social network, violazione della privacy, manipolazione dell’opinione pubblica, molestie e quant’altro ne ha prodotte negli anni la rete, finendo per dare per scontato gli aspetti positivi, almeno fino agli inizi del nuovo anno, quando è giunto il coronavirus ad insegnarci che esiste un altro lato di internet. Niente cinema, aperitivi, week end fuori porta. Niente vita sociale. Il covid19 ci ha imposto di ritornare a vivere pienamente la nostra casa, ritrovando molto tempo libero, riscoprendo anche l’enorme ruolo che gioca la rete nelle nostre vite. Riscoprendo quanto possa giovare alla nostra coesione e farci sentire più vicini pur trovandoci a causa di questa pandemia l’uno distanti dall’altro. La rivoluzione digitale è approdata nel lavoro, assistendo a quello che è stato definito “il più grande esperimento di smart working” di tutti i tempi. C’è anche un altro aspetto da considerare, se possibile ancor più sorprendente: raduni digitale con gli amici su Skype. Nella città della moda e dell’economia, Milano, hanno dato vita da un “apericall” o “aperiskype”. Insomma si esce con gli amici ma su Skype. Niente di diverso da una normale conference call, questa volta però è tra amici per tenersi compagnia. Ai tempi del coronavirus, la rete ci fa sperimentare anche una “bulimia culturale” . Senza internet, una situazione di questo tipo ci avrebbe dato come alternative i libri, la televisione e la radio. Situazioni che non garantiscono molta evasione, specie la tv, dove il ricorso è allo zapping televisivo per trovare qualcosa che faccia evadere. Ma c’è internet che ci consente di viaggiare e visitare virtualmente dei musei, ma anche di poter apprezzare ed approfittare di lodevoli iniziative di condivisioni gratuita messe in campo da diverse case editrici. Ma si può anche approfittare di concerti online trasmessi in diretta social da molti artisti, dj set, sino a condividere playlist su Spotify.

Di contro internet, in questi giorni così paradossali ci ha regalato anche cure impossibili, notizie non confermate, complotti e fake news, nascondendo insidie e pericoli anche in questi giorni di sovraccarico di utenti naviganti in rete, che è bene conoscere, così ho pensato di parlarne con un esperto informatico, il dottor Giuseppe Magnete, laureato in scienze informatiche, attualmente informatico per la pubblica amministrazione.

  1. Quanto realmente stiamo conoscendo a livello più tecnico il panorama informatico in questo tempo?

L’Italia fondamentalmente è un paese analogico. Tra i tanti condizionamenti imposti dal Coronavirus vi è una forzata transizione al digitale. Mi spiego, fino a poche settimane fa lo smart working, la didattica a distanza, etc.. erano applicati raramente, sia per deficit culturali che infrastrutturali. Ad esempio nella PA il limite all’utilizzo dello smart working è la mancata digitalizzazione, che possiamo riassumere così: il 90 % dei procedimenti vengono conservati in maniera cartacea. Ora è improbabile accedere da remoto ad un procedimento conservato in un faldone.

Per quanto riguarda invece i social media, in Italia negli ultimi anni hanno avuto una diffusione abnorme. E questo non sempre è un bene, in questo periodo i social stanno amplificando il disagio psicologico di molte persone (fake news, catastrofismi, false cure, etc). La speranza è che finita questa emergenza, perché finirà, il Paese intraprenda un percorso strutturale verso la digitalizzazione.

 

  1. La rete, si sa, è insidiosa. In rete si segnala la presenza di alcuni malware diffusi via e-mail attraverso campagne massive di spam. Anzitutto, possiamo spiegare i termini malware e spam?

Il Malware o virus informatico è un software malevole che dopo essersi introdotto nel PC (tramite penna USB, Internet, email, etc) si diffonde talvolta bloccando o limitando il funzionamento del PC.

Per spam si intende posta elettronica indesiderata. Le email di spam di solito contengono pubblicità oppure finte richieste da parte della banca o di amici.  Si stima che oltre il 50% di tutte le email inviate nel mondo siano Spam.

 

  1. Come possiamo difenderci dagli attacchi telematici?

Aprire un’e-mail o un sito web è come aprire la porta di casa, quindi dovremmo usare le stesse precauzioni prima di aprirli. Per quanto riguarda le email è necessario controllare l’indirizzo del mittente e non solo il nome visualizzato. Inoltre bisogna sapere che nessuna banca o altra impresa chiede le credenziali tramite email o call-center, quindi mai inserire le credenziali se vengono richieste tramite email o sms. Fortunatamente adesso tutti gli istituti di credito utilizzano un codice tramite sms o app sullo smartphone per l’accesso all’Home Banking, rendendo inefficaci il furto delle credenziali. Il consiglio è di non aprire email sospette, non visitare siti non affidabili usare password complesse, non usare le stesse password per più servizi ed avere un antivirus sempre aggiornato.

  1. Chi trae vantaggio da questa infestazione telematica?

Nell’immaginario collettivo la figura dell’Hacker corrisponde al genio dell’informatica che trascorre notti davanti al PC (consiglio la storia di Kevin Mitnik per chi vuole approfondire). Non è più così, oggi la maggior parte degli attacchi avviene tramite dei software automatici che effettuano invii di malware o spam su larghissima scala.

Il vantaggio che se ne ricava è di tipo economico e consiste nelle rivendita dei dati personali rubati agli utenti (talvolta anche credenziali o carte di credito). Negli ultimi anni si sono diffusi anche dei malware che rendono illeggibili i file del PC, salvo poi ricevere una richiesta di pagamento per poter riavere questi file.

 

  1. Infine, quali sono i suoi consigli per utilizzare in questo momento storico caratterizzato da una pandemia mondiale, internet in modo utile e saggio?

Internet è uno strumento e come tale va usato con intelligenza e cautela. Ad esempio, non basta una ricerca su internet per sentirsi medico e auto-diagnosticarsi questa o quella malattia. Internet può contribuire a migliorare le conoscenze e la coscienza critica degli individui, ma bisogna selezionare fonti affidabili (l’ho letto su facebook non è una fonte) e approfondire sempre.  Il mio consiglio è di sfruttare queste settimane per investire su stessi magari seguendo dei corsi online di approfondimento nel proprio settore e per esplorare nuove passioni. Molti portali hanno messo a disposizione gratis o quasi un’enorme quantità di contenuti culturali.

Si spera di tornare quanto prima alle nostre vite in carne ed ossa, magari apprezzandole di più. Al di là di tutto, internet si è rivelato un alleato di questa pandemia, che ci ha concesso in questi giorni surreali e difficili di vivere una specie di surrogato digitale della nostra vita normale.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it) -ringraziamento all’amico ed informatico Giuseppe Magnete

 

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Coronavirus, la sfida di guardare l’altro lato della vita

untitledUn blog è uno spazio che si riempie di parole, opinioni e riflessioni. E le parole hanno un peso ed una forza e quindi dovrebbero essere capaci di scuotere le coscienze, e talvolta aiutare le persone. E’ per questo motivo che in questi giorni caotici, vuoti e surreali che talvolta spaventano credo da giornalista prima e da assistente sociale poi, di dover dare il mio piccolissimo contributo a tutte quelle persone che in questo momento hanno bisogno di una parola che li sorregga.

Leggo in rete, sui social, avverto tra le persone tensione, angoscia, paura che in alcuni casi è diventata fobia. Calma, un respiro profondo e guardiamo insieme al momento storico, che nessuno nega sia del tutto nuovo, a tratti spaventoso e forse complesso. In questi giorni stiamo sperimentando molte paure che si mescolano i sentimenti.

#Paura. Abbiamo tutti paura, comprensibile ed umana. Paura che deve mantenerci in allerta, perché spia nella macchina umana della vita, ma non deve diventare panico, quello ci porta a commettere errori ed in questo momento non possiamo permetterci qualche leggero passo falso.

#Sfida. Il coronavirus inevitabilmente ci pone di fronte a delle sfide umane, personali, sociali e persino psicologiche. Ci sarà un prima e un dopo nelle vite di ognuno di noi. Ma siamo chiamati a guardare come in tutte le cose che accadono nella vita all’altro lato di questa sfida.

#Tristezza. Non nego che una lacrima è scesa anche a me, quando al tg poche ore fa hanno mostrato le città vuote con sottofondo dei pink floyd. Immagini che ci pongono di fronte alla realtà nuda e cruda. Le città non vivono più di persone e di umanità, perché l’umanità intera è in pericolo, che si può bypassare solo restando a casa, spostandosi solo lì dove è necessario ed essenziale.

#Casa. Io per prima vivo in casa quando posso ed esco solo per recarmi a lavoro. In questi giorni surreali stiamo riscoprendo il valore della casa. Quanti di noi a volte presi dalla vita frenetica non hanno più riassaporato il piacere di restare nel proprio mondo. Ci hanno chiesto di restare a casa quello che da sempre è il posto più sicuro per tutti. Casa quale porto sicuro, quello in cui qualsiasi cosa accade approdi e ti ci ritrovi.

#Famiglia. In questi momenti difficili e nel posto più sicuro che si ritrova e si riscopre la famiglia. Le coppie si ritrovano a condividere tempo, quotidianità e anche qualche sano litigio. Le famiglie si ritrovano di nuovo unite e compatte. Occasione per riscoprire il senso del condividere, il senso dello stare insieme e del dialogo che in molte famiglie per tanto tempo è stato accantonato.

#Lavoro. C’è chi come me è chiamato ad andare a lavoro e nelle professioni dell’aiuto oggi più che mai abbiamo il compito di farlo col sorriso, comprendendo l’importanza del nostro lavoro in questo frangente storico. Seppur sono consapevole che ci sono centinaia di medici ed infermieri che ogni giorno umanamente e lavorativamente svolgono un lavoro encomiabile ed unico, a cui deve andare tutta la nostra riconoscenza e gratitudine. Lavoro che va riconosciuto anche a tutti coloro che ogni giorno ci garantiscono l’approvvigionamento di beni di prima necessità.

#Riconoscenza. Ecco, in questo momento dobbiamo riscoprire il valore degli altri, del lavoro altrui, il valore della riconoscenza.

#Senso della vita e delle cose. Ammettiamolo abbiamo vissuto sino ad ora le nostre vite a duecento all’ora, riempiendo le nostre giornate di impegni e di stress, siamo arrivati a non guardarci più negli occhi pur condividendo col collega di lavoro lo stesso ufficio. Persino in famiglia non ci si parlava più, troppo stanchi la sera per raccontarsi. Una vita in perenne apparizione di social e like.  Oggi dobbiamo fermarci per salvarci, ma fermarci anche a riflettere,  riconquistando e ritrovando il senso della vita e delle cose.

#Domani. Per molti rimanere in casa è un sacrificio. Ma pensiamola come un padre di famiglia. Al Sud i genitori risparmiano una vita intera per i sogni dei figli, in primis casa e/o matrimonio, insomma conservare per ritrovare un domani. Noi oggi restiamo in casa per un domani, che sarà di rinascita e del tutto nuovo, se avremmo preso sul serio questa sfida della vita.

#Riflettere sulle nuove generazioni: Questo momento può e deve a mio parere essere l’occasione giusta per farci riflettere sulla generazione che abbiamo prodotto: figli e ragazzi nati nella culla del benessere e della protezione, tanto che in questi giorni hanno mostrato indifferenza, menefreghismo ed in alcuni casi strafottenza. Prima del blocco totale imposto dal Governo, c’erano ragazzi che organizzavano party, prendevano aperitivi ammassandosi, talvolta postando video mostrandosi sfidanti nei confronti del virus. Questa generazione l’abbiamo prodotta noi e a noi spetta il compito di renderli umanamente civili.

#Educazione e senso civico ai giovani. Oggi tenere in casa gli adolescenti e ragazzi poco più che adulti non è facile, molti genitori li pregano ogni santo giorno, promettendogli qualunque cosa non appena questo periodo passerà. Sbagliato. Se ai giovani non facciamo capire la gravità della cosa talvolta mostrandogli anche le immagini della rete o delle televisioni e suscitando in loro un sentimento, una reazione, vorrà dire che da questo momento, da questo silenzio assordante non gli lasceremo nulla. E per l’ennesima volta avremmo sbagliato.

#Fragilità. In questo momento la fragilità è un sentimento che stiamo riscoprendo tutti. Ho letto di persone che scrivono “mi viene da piangere, è normale?”, “sono terrorizzato”. E’ umano ma non lasciamo che questo sentimento prenda il sopravvento. Non lasciamolo percepire ai più piccoli, ai nostri cari, alle persone che sono più fragili in questo momento. Abbiamo il compito di supportare moralmente anche chi è più vulnerabile, più abbattuto e le persone ipocondriache.

#Pensieri. Un pensiero negativo si può accantonare solo con un pensiero positivo: pensiamo al domani, pensiamo a quando potremmo ritornare in strada e nelle vie dello shopping e inizieremo a spendere. Pensiamo a quando partiremo per nuove scoperte.

Un pensiero che spesso faccio è quello di correre non appena questo periodo ce lo saremo lasciati alle spalle a Roma da mio nipote, e non più per poche ore, ma per qualche giorno, abbracciandolo e stritolandolo. Ecco pensiamo alla vita che riprenderà, pensiamo alla vita dei più piccoli che cresceranno e sono il simbolo della vita che prosegue. Pensiamo che questi muri oggi imposti saranno abbattuti grazie al nostro senso civico e al nostro essere comunità.

#Autoregolarsi. Infine, spegnete i social che spesso generano ansia talvolta con notizie al limite del patologico, informarsi sì, ma farlo ponendosi degli orari, evitando di farlo poco prima di andare a dormire. Evitate di perdere anche il normale bioritmo, non concedetevi di addormentarvi in orari insoliti mantenendo normale il ritmo di veglia-sonno.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Coronavirus, come gestire l’impatto psicologico e sociale

untitledDiluire la socialità, prolungando le restrizioni e estendendole, è l’approccio perseguito con sempre maggiore forza per ridurre i contagi da Coronavirus. Una regola che pesa su tutti, specie tra i gli adolescenti, “affamati” di amicizie e di incontri e che tocca agli adulti far rispettare in questi giorni insoliti e caotici. Il coronavirus ha posto tutti noi in uno stato di perenne angoscia e paura, il clima che si respira in giro e sui social è quello di una situazione surreale e pericolosa.

Il virus ha un impatto non indifferente sulla psicologia umana. Sentimento alquanto naturale è quello della paura, umana e comprensibile. Il virus fa paura, inutile nasconderlo. Fa paura ai genitori che temono per la vita dei propri figli, fa paura ai malati oncologici che nella loro battaglia contro il “mostro” si ritrovano la minaccia insistente ed invisibile del virus che potrebbe aggredire le loro già precarie difese immunitarie. Fa paura ad ogni essere umano perché impotente dinanzi ad un virus sconosciuto e che ogni giorno viene analizzato e scoperto dalla scienza. Fa paura perché ci pone di fronte alla vita vera: il baratro tra la vita e la morte. Fa paura perché sconosciuto significa anche che non ci sia una vera e propria cura, seppur i medici instancabilmente lavorano e pongono sotto terapia i casi più gravi. Paura che molti di noi hanno imparato a sperimentare in questi giorni, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Quindi ben venga percepire paura, perché ci attiva e ci mette in allerta.

Ma se non riuscissimo a gestirla rischiamo di attuare comportamenti impulsivi, frenetici, irrazionali e talvolta errati. Il passo dalla paura al panico o all’ansia generalizzata è breve, per cui si perde lucidità e ogni cosa viene percepita come rischiosa ed allarmante. Non siamo fatti per reggere situazioni di allerta e tensione continua, anche perché l’essere umano come reazione scapperebbe di fronte a situazioni di tensione, impossibile farlo in questa situazione.

In alcune persone si sviluppa poi una situazione di ipocondria, intesa come eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni sintomo come un segnale da infezione da coronavirus. Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie, anzi fondamentali per poter attivare e agire senza perdere lucidità. Seguire le preziose indicazioni della autorità sanitarie richiede un minimo di attivazione  e concentrazione. E’ importante iniziare a gestire i social e la televisione, d’accordo con l’informazione e la comunicazione, ma non devono diventare ventiquattro ore su ventiquattro il nostro unico pensiero. Controbilanciare lo stress positivo di una situazione di allerta con comportamenti controproducenti che generano ansia. Ad esempio la corsa ai supermercati per essere saccheggiati, diventano controproducenti alle indicazioni fornite dagli esperti, che invitano ad evitare luoghi affollati. Gestire l’ansia si può. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: “sto seguendo anche oggi le indicazioni fornite?” Un suggerimento và anche alla stampa: frasi come “il bollettino dei morti” e cose simili, suscitano e diffondono allarmismo.

Siamo di fronte anche a giorni e forse periodi prolungati di isolamento per alcune zone, mentre per molti si chiede di limitare i propri spostamenti e assumere dei comportamenti insoliti, che richiedono anche di rivedere  gesti che di riflesso provengono spontanei. Quindi molte delle nostre rassicuranti abitudini quotidiane dovranno essere interrotte creando uno stato temporaneo di disorientamento, che potrà però essere reinvestito in nuove attività magari mai fatte: genitori e figli che si ritrovano a guardarsi negli occhi e a parlare; libri lasciati interrotti o riprendere progetti tralasciati.

E’ importante cercare di mantenere self-control, cercando di infondere senso di sicurezza in noi stessi ma anche nei più piccoli, che dovranno evitare i media allarmistici, onde evitare di bombardare la loro mente con un quadro parziale distorto. I più piccoli vanno protetti dalle irrazionalità e allarmismi degli adulti: non vanno mostrati loro gli scaffali dei supermercati vuoti o le tende da campo fuori dagli ospedali, ma i compiti da fare per mantenere un senso di normalità.

Non solo impatto psicologico per il coronavirus ma anche un impatto sociale, inevitabilmente abbiamo smesso incontri ravvicinati, strette di mano con abbracci e baci, tipici del saluto italiano. Cambia anche il pacco dei vivere, all’interno ora c’è l’Amuchina, per dare la possibilità alle persone più fragili di poter disinfettare mani ed oggetti. E’ proprio il sociale che ne esce più forte ed arricchito in questo periodo: la società civile che si è ritrovata nella società del rischio, sta lentamente diventando un luogo per rigenerare fiducia. Si sperimenta il lavoro e il cooperare ai tempi di un’emergenza gravissima: continuità nel lavoro di cura, supporto alle persone fragili. Viene da pensare ai medici, infermieri e personale sanitario che senza sosta lavorano e cercano di fronteggiare non senza qualche difficoltà e carenza, questa emergenza. Allo stato attuale il coronavirus sembra che ci stia cambiando in meglio: nel nostro tempo, nel nostro sociale, nel nostro impegno.  E allora facciamone una risorsa di oggi e di domani nel solco della speranza, della fiducia, dell’ottimismo e del crederci. Crediamo nel nostro sistema sanitario e nella ricerca. Crediamo in tutti noi che con regole e comportamenti coscienti possiamo salvaguardare noi stessi e gli altri, riuscendo a rinascere da un momento che si spera ben presto potremmo lasciarci alle spalle e ricordare come un brutto ricordo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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