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Condomini contro le case rifugio per donne vittime di violenza. Siamo davvero dediti al sociale?

Il claim risuona forte e spregiante: “via da qui, ci deprezzate le case”. I residenti di case di pregio della Roma Nord hanno manifestato tutto il loro dissenso per una casa rifugio per donne umiliate e vittime di soprusi della violenza maschile, che dovrebbe sorgere vicino alle loro case. Stando a quanto riporta nel suo virgolettato “Repubblica”, i residenti hanno affermato “noi in quel palazzo non le vogliamo: ci deprezzano il valore del bene, non sia mai che un giorno i nostri figli dovessero trovarsi in classe con i bambini di quelle donne, ci sono pure molti studi di professionisti in zona, ne risentirebbero anche loro”. Nulla è ancora deciso. Ma il putiferio è scaturito durante un sopralluogo della presidente di “Telefono Rosa” in uno degli immobili messo a bando dal comune di Roma per scopi sociali. E non è la prima volta. Un episodio analogo solo pochi giorni fa ai Parioli – zona di Roma- in una casa rifugio aperta in un appartamento-bene confiscato alle mafie. Episodi non isolati, già durante il lockdown un servizio del tg1 accendeva i riflettori sui condomini che rifiutavano le case rifugio per donne vittime di violenza. Storie di ingiustizia sociale che aggiunge violenza alla violenza, quella fisica e psicologica subita da donne e bambini tra le mura domestiche ora sotto protezione, si somma quella morale, donne disprezzate e umiliate da alcuni residenti che non le vogliono nel loro condominio. Fatti che offendono le donne a cui non viene riconosciuto il sopruso e la sofferenza, mortificandole ancora una volta senza ritegno e rispetto, ma si insulta anche il duro lavoro degli operatori e delle associazioni che con molta fatica ed energia lavorano ogni giorno per tutelare donne e bambini vittime di violenza, cercando di garantire loro un’alternativa alla loro difficile e segnata vita. La violenza sulle donne e di riflesso quella che subiscono i minori perché ne assistono o subiscono in prima persona, in Italia  i numeri sono spaventosi, a questi si aggiungono le donne del femminicidio. Il lockdown poi ha acuito molte forme di violenza domestica. Sono molte le donne che denunciano e lì dove non è possibile trovare una rete familiare dedita all’accoglienza per lei e per i suoi figli si attiva dopo la denuncia per maltrattamenti familiari il ricovero in case-rifugio, luoghi dediti all’accoglienza e che garantiscono un tetto ed una quotidianità alle vittime e ai loro bambini, un ricovero che può durare anche dei mesi; basato su un progetto che individua assistenza legale, psicologica e anche un percorso di reinserimento sociale. Secondo il dato raccolto da ActionAid il numero di donne che decidono di denunciare una violenza è in costante crescita. Un atto di coraggio, per decenni impensabile per tantissime donne, che probabilmente meriterebbero più rispetto e considerazione. Negatogli dall’uomo che avrebbe dovuto amarle, rispettarle e proteggerle, ma negatogli anche dalla società civile, che da sempre si è detta dalla parte delle donne, che si è detta società civile e sociale, ma che mostra tutt’altro che civiltà. Sembra un passo retrogrado. Queste donne per una parte di questi condomini sembra siano un ingombro, un disagio per chi non è disposto all’accoglienza, un comprensorio dedito al benestare che sbarra la porta alle donne che si vedono il rifiuto ad essere accolte in una nuova casa e in una nuova dimensione di vita. E’ una questione culturale e ancor di più di mentalità: queste donne per loro non fanno parte del loro mondo. Ma è un dispiacere enorme sentire alle soglie del 2021 queste offese in una società che si è detta aperta, in cui l’integrazione sembrava realtà. Ma troppi dubbi e troppe ingiustizie regnano per chi dalla vita ne ha subite già molte. Sono donne e bambini- spesso neonati o piccoli di pochi anni, che colpa ne hanno? Quale potrà esse il suo futuro? Nessuna colpa, se non quella dell’ignoranza e di una società che di civile e altruistico non ha dimostrato ancora nulla.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Scuola al tempo del covid, come affrontarla?

Sul rientro a scuola, è ancora tutto un interrogativo. La data c’è, gran parte delle scuole italiane riapriranno il prossimo 14 Settembre, che per la ministra Azzolina è una certezza ma per tanti non è così, considerati gli annunci ed i passi indietro, i genitori hanno ancora qualche dubbio e molte domande a cui cercano una risposta. Paure ed angosce si susseguono. Tra i mille interrogativi c’è anche: “ma se il proprio figlio viene contagiato e deve essere messo in quarantena, i genitori che lavorano entrambi come devono e possono fare?” Su questo il Governo ci sta lavorando e la proposta attualmente sul tavolo è quella di offrire dei congedi e consentire lo smart working per permettere alle famiglie di gestire la ripresa delle scuole con maggiore tutela. Una certezza c’è ed è stata delineata dalle linee guida dell’ISS, qualora uno studente dovesse risultare positivo al coronavirus, i medici potranno imporre la quarantena al bambino, a tutta la classe e anche gli alunni delle altre classi con cui lo studente ha avuto contatti. Nel frattempo, in attesa di un protocollo di sicurezza definitivo, emergono le indicazioni per ripartire in sicurezza, per mettere a punto un nuovo regolamento sulla sicurezza anti-covid per il rientro a scuola, misure in parte già adottate per gli esami di Stato, ma anche nuove disposizioni da mettere in campo. Si discute in queste ore dagli orari alla mensa, dai bagni alla ricreazione. Le linee guida prevedono una rimodulazione degli orari di entrata ed uscita, con classi in entrata scaglionate dai dieci ai trenta minuti. In aula la distanza sarà di un metro, infatti, le scuole si stanno attrezzando con banchi monoposto. Sull’uso della mascherina al banco è ancora tutto un dibattito e un’incertezza. In bagno, invece, potrà andare uno studente per volta e munito di mascherina. La ricreazione non sarà più una corsa in cortile, solo le scuole più grandi potranno far uscire gli alunni dalle aule per prendere aria, ma sempre con mascherina e a turni, rispettando le indicazioni degli ingressi. Altre scuole invece dovranno far consumare la merenda al banco. Il capitolo mensa è ancora tutto da disegnare, infatti, molti presidi vorrebbero che i bambini consumino il pasto in aula, al proprio banco, senza spostarli dalla posizione stabilita. Insomma, una scuola che necessariamente cambia ed ha difficoltà a conciliare le esigenze dei ragazzi con quelle dettate da una pandemia mondiale che continua a spaventare tutti, eppure c’è bisogno che si riprenda proprio dalla scuola. Infatti, i più piccoli sono stati quelli che hanno risentito più di tutti un cambiamento vertiginoso che improvvisamente li ha confinati in casa con una scuola a distanza ed una socialità affidata solo agli strumenti digitali, quelli che fino a poco prima gli adulti gli limitavano o impedivano. Il ritorno a scuola sembra certo, seppur con molti dubbi ed interrogativi che senza dubbio spaventano tutti, ma queste angosce non possono essere trasmesse ai ragazzi. E’ importante parlargli del ritorno a scuola, di pensare all’organizzazione delle giornate anche in funzione del covid, spiegando loro con calma e tranquillità che questo virus ha cambiato le abitudini di tutti e anche a scuola bisognerà adottare alcune precauzione che serviranno per sé e per gli altri. Non sarà semplice per i genitori abituare i bambini alla routine del mattino dopo tanti giorni di vacanza. Vi propongo qualche suggerimento per prepararsi al ritorno a scuola.

  1. Riprendere i giusti ritmi del sonno: il sonno è importante per i bambini, specie nel momento pre-scuola. Dormire poco influisce non poco sul rendimento scolastico e sull’umore dei piccoli. Aiutiamoli anticipando il risveglio e l’orario per andare a letto, evitando attività che possono agitarli prima di andare a dormire.
  2. Scegliere lo zaino: per distrarli dopo un lungo periodo lontano dalla scuola, catturiamo la loro voglia di cambiare zaino e dedichiamo qualche ora insieme a lui nella scelta del corredo con il suo personaggio preferito.
  3. Fare i compiti: Preparate un calendario per organizzare i compiti in vista dell’inizio della scuola, servirà anche a calcolare i giorni che mancano all’inizio della scuola e a prepararli al ritmo dello studio.
  4. Poesie e filastrocche per il ritorno a scuola: per rendere il ritorno a scuola più divertente potrete affidarvi alle filastrocche per bambini.  Le parole in rima hanno una musica speciale che ricorda le formule magiche e riusciranno a strappare un sorriso ai vostri piccoli e rendere mena amara la fine delle vacanze.
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La vita e i disagi dei più piccoli al tempo del lokdown

untitled 2In un attimo ci siamo trovati catapultati in una realtà da fantascienza o da previsione di stregoneria. La pandemia da coronavirus ha sconvolto le nostre vite di adulti, possiamo solo immaginare quali danni rischi di fare in menti in formazione come quelle dei bambini. Proprio per questo motivo in molti avevano avanzato alle istituzioni la richiesta “dell’ora d’aria”: brevi passeggiate periodiche per i più piccoli al fine di fargli sgranchire le gambe e fargli vedere la luce del sole. Idea che ha sollevato opinioni discordanti specie tra i pediatri che ipotizzando degli assembramenti in parchi pubblici avevano sconsigliato ai genitori l’ora d’aria per i più piccoli. Così i piccini si sono ritrovati in quarantena tra sogni e bisogni. All’inizio sembrava che l’emergenza si sarebbe risolta in poche settimane ed invece ad un mese e poco più di lockdown, tranquillizzare i bambini, capire i loro bisogni non è per niente facile. Và in pensione anche l’arcobaleno coi suoi colori ed il motto “andrà tutto bene” . Improvvisamente i più piccoli si sono trovati catapultati in una realtà che in poche ore è cambiata: lo shock della chiusura delle scuole, mamma e papà a lavoro da casa, insomma un giorno tutto si è fermato improvvisamente: chiusi in casa e isolati da tutti per settimane. Niente compagni, niente amici, niente nonni o parenti, niente più attività pomeridiane, e nessuna possibilità di uscire di casa. Così si è cercati di non spaventarli: fiabe, disegni, garantire loro una normalità “riadatta” con compiti a casa. Ma nel frattempo i loro bisogni crescono, come i dubbi e le domande che certo un disegno o un abbraccio non spazzano via. Ci sono bambini che sono diventati più agitati, fanno i capricci o manifestano tristezza e si lasciano andare a crisi di pianto senza un apparente motivo. Sono le emozioni che chiedono di essere espresse.  E’ bene però porre attenzione ai loro atteggiamenti: sintomi regressivi, ovvero, il bambino manifesta la richiesta di vicinanza fisica ai genitori specie nelle ore notturne, presentando anche un sonno agitato e caratterizzato da frequenti risvegli, molti di loro sviluppano anche paure nuove, che prima non presentavano. Metà dei bambini in questo periodo presenta una maggiore irritabilità, intolleranza alle regole, un notevole calo di attenzione, alimentato dal disinteresse di molte attività. Particolare attenzione deve essere prestata al comportamento di adattamento che potrebbe nascondere la presenza di vissuti depressivi o comunque di un importante malessere psicologico. Molti bambini sembrano che si siano adattati con facilità alle restrizioni, eppure potrebbero nascondere capricci, incomprensioni, problemi del sonno e richieste che prima non avevano avanzato: spie di un malessere psicologico.

Evitiamo di creare per loro attività strutturate e ripetitive: disegno di una casetta, dolci da fare insieme, ma lasciamoli liberi di sfogarsi, di mettere in circolo le loro emozioni, la loro fantasia e la loro creatività. Capovolgiamo le cose: gli adulti si adattano alle loro decisioni e prove, qualsiasi sia il risultato. E se le emozioni vengono fuori su carta in un disegno, invitiamoli a raccontare. I bambini esprimono il loro mondo con le azioni, gli adulti con le parole. C’è poi un aspetto che non va tralasciato: l’immobilità relazionale e fisica a cui sono costretti i bambini ormai da troppo tempo. Le restrizioni hanno costretto i piccini in casa, appartamenti piccoli o grandi, privandoli della possibilità di movimento e di relazioni sociali, contrariamente al passato. Sono sempre stati bambini iperattivi e con giornate piene di impegni: dalla scuola alle attività extrascolastiche, oggi pur assaporando il piacere della casa e della famiglia nei più piccoli però queste restrizioni pesano non poco. Senza dubbio la tecnologia và in loro aiuto anche al fine di continuare a sentirsi coi loro coetanei purché questa sia guidata e mediata sempre più dagli adulti di riferimento. Non dimentichiamoci che i bambini hanno bisogno di muoversi e respirare aria pulita, quindi se non abbiamo uno spazio verde o un viale di casa dove lasciarli correre in spensieratezza e fantasia, lasciamo che la casa non sia più casa, adattiamola alla loro dimensione  e al loro caos, lasciamola arieggiare: assimilare i raggi del sole e il profumo della primavera farà bene ai più piccoli ma anche ai grandi.

Insomma, siamo tutti chiamati ad un’esperienza che mai ci saremmo aspettati e per cui nessuno era preparato, aspetti per il quale sono chiamati a confrontarsi gli adulti, sia perché hanno competenze e sia perché designati del compito evolutivo, oltre che da sempre l’adulto è anche sinonimo di protezione per i più piccoli. Proteggere, però non significa omettere la realtà o dimenticare che i bambini hanno delle esigenze, un linguaggio non verbale e delle emozioni che potrebbero faticare  ad emergere. Quindi osserviamoli e consentiamogli di continuare il loro percorso di crescita in modo più fisiologico possibile. Infondo è un loro diritto fondamentale, sancito anche dalla Carta dei diritti del Fanciullo , che recita: “Ogni bambino deve avere protezione e facilitazioni, secondo le leggi o disposizioni analoghe in modo da crescere sano fisicamente, intellettualmente, moralmente e così via” e anche in questa situazione è nostro dovere garantirgliela.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Il “no” dei genitori testimoni di Geova alla trasfusione di sangue mette in discussione la responsabilità genitoriale

untitled 2Nella disputa tra procedure mediche e convinzioni religiose è dovuto intervenire il pm di turno. Al centro del conflitto le sorti di una bambina. Lei è una bimba piccola. Ha appena 10 mesi di vita. La storia che ha per sfondo Legnano, area metropolitana di Milano, accade qualche giorno fa, quando la piccola è in casa, cade e batte la testa. I genitori la soccorrono, apparentemente sembra un brutto spavento, la bambina è vigile e sta bene. Qualche ora più tardi, la bambina inizia a tossire, suda e vomita. I genitori la portano in ospedale, la piccola viene sottoposta ad una serie di esami, la situazione appare grave, i medici decidono di trasferirla all’ospedale di Legnano, dove i sanitari le diagnosticano un versamento alla testa. Una grave emorragia celebrale. Deve essere operata d’urgenza. I medici in via precauzionale chiedono ai genitori l’autorizzazione per un eventuale trasfusione di sangue. La mamma ed il papà della bimba non ci pensano due volte, negano il consenso. Un secco no. Sono testimoni di Geova, la loro religione non lo permette. I medici spiegano la situazione: le condizioni della bambina sono gravi. Non ci sono alternative, bisogna intervenire immediatamente ed una volta iniziato l’intervento, potrebbe essere necessaria una trasfusione, in quel caso non ci sarebbe tempo da perdere. La piccola rischia di morire. Loro non sentono ragioni, sono categorici: non vogliono che la figlia venga contaminata con sangue altrui. I medici insistono, spiegano quanto possa essere necessario, quanto il loro “no” possa determinare la condanna a morte per la piccola. I genitori non sentono alcuna ragione. I medici si trovano davanti ad un muro e allertano i carabinieri che tentano di far ragionare i genitori, che non arretrano di un millimetro nella loro decisione, così viene richiesto l’intervento urgente della Procura dei Minori di Milano. Il magistrato firma un provvedimento che sospende la responsabilità genitoriale e autorizza all’operazione. La bimba viene operata. Le sue condizioni migliorano, la trasfusione non è più necessaria, è salva. Per dovere di cronaca è giusto riportare quanto affermato dalla congregazione cristiana dei testimoni di Geova, che riferisce che la piccola non è mai stata in pericolo di vita. Secondo la loro versione, è infondata la notizia che la Procura abbia ordinato la trasfusione, né ai genitori è stato comunicato alcun provvedimento del tribunale per limitare la loro responsabilità genitoriale. La vicenda è terreno per affrontare un tema alquanto delicato: genitori che proiettano e trasferiscono sui figli credenze religiose, abitudini alimentari, idee e convinzioni, causandogli in alcuni casi danni anche irreparabili. Solo pochi giorni fa e non è la prima volta che accade in Italia, un bimbo di due anni figlio di vegani è stato ricoverato a Nuoro per denutrizione. “Noi siamo vegani e lo è anche lui”, si sarebbero giustificati i genitori. Bambini in tenera età e nel pieno della crescita che sono costretti a subire le decisioni degli adulti con la conseguenza di un impatto devastante per la loro vita. Poi arrivano i giudici ed intervengono con decisioni nette che si ripercuotono anche sull’essere genitore. Il bene del bambino, in questo caso la sua vita, viene prima di ogni altra cosa. Eppure resto basita nonostante il mio lavoro di assistente sociale mi porti a confrontarmi con genitori di ogni tipo, sentendone di tutti i colori, persino genitori che non si sono mai sentiti tali, ma può un genitore che ha desiderato con tutto se stesso un figlio, decidere in nome di un Dio di non acconsentire ad una trasfusione di sangue, che potrebbe salvargli la vita? Ci sono genitori che darebbero la vita pur di salvare i propri figli, genitori che hanno donato un loro organo pur di ridare la vita ad un figlio. E poi ci sono genitori che davanti alla vita dei propri figli si fanno prendere dalle loro credenze, che per carità è giusto, ma i bambini non scelgono, non decidono, subiscono le scelte degli adulti e perché non dovrebbero avere la possibilità di crescere carnivori e aperti alle trasfusioni di sangue, alla donazione degli organi e quant’altro, scegliendo poi da adulti quale sia la scelta giusta, quale sia la dieta da seguire o la religione da praticare? Ed invece ad oggi deve intervenire un giudice che decida per loro, mettendo in discussione anche l’essere genitore, che in molti casi nasconde tanto affetto e amore, ma che ha scelto di dare priorità alle sue idee anziché al cuore.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.ti)

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Bibbiano&Co: affido familiare che cos’è. Dopo l’inchiesta reggiana, tutto quello che c’è da sapere

untitledL’inchiesta ribattezzata “angeli e demoni” che a Reggio Emilia ha portato a misure cautelari per diciotto persone e che accusa la rete dei servizi sociali di aver sottratto decine di minori alle famiglie d’origine, creando in loro ricordi, per affidarli in affido retribuito a conoscenti. Sottrarre figli alle famiglie inventando di sana pianta per guadagnare soldi, è qualcosa di osceno. Non c’è reato più turpe di questo, non esiste, umanamente, azione più ignobile. Comportamenti del genere vergognano e gettano fango su un’intera categoria professionale che ogni giorno con sacrificio, passione, abnegazione ed empatia entra nelle vite di famiglie complesse e di minori in stato di bisogno. Al di là della notizia di cronaca che senza dubbio indigna e crea allarmismi in molte famiglie che in tutta Italia sono seguiti dai servizi sociali, vediamo come funziona l’istituto dell’affido familiare, uno dei pilastri della tutela dell’infanzia. Cos’è l’affido? L’affido familiare non è un’adozione: è una misura pensata come temporanea, affinché il minore possa trovare accoglienza quando la sua famiglia attraversa un momento di difficoltà: tanto da creare visite ed incontri tra famiglia d’origine e famiglia affidataria, rapporti che dovrebbero prolungarsi anche quando la fase d’emergenza è rientrata ed il bambino fa rientro presso la famiglia biologica. In Italia, l’istituto dell’affido è regolamentato dalla legge 184/1983, con successiva modifica dalla legge 149/2001. Pensata per i minori al di sotto dei diciotto anni, che sia italiano o straniero, volendo creare intorno a lui un sistema che vuole garantirgli un ambiente che tuteli la presenza affettiva, il sostegno materiale ed infine l’aspetto educativo. “Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo è affidato a una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”. Cita la norma. All’interno della categoria dell’affido c’è quello viene chiamato “affido professionale”, che avviene per il tramite di una cooperativa, come nel caso della cooperativa di Torino coinvolta nell’inchiesta.  Ovvero, i servizi sociali si affidano a cooperative che a loro volta affidano i minori a nuclei familiari selezionati, e sostenuti dalla rete di operatori della cooperativa. Alla famiglia affidataria è richiesto di partecipare a un progetto elaborato per il minore; ciò implica la scelta di un membro familiare che diventerà “referente professionale” che dovrà seguire il bambino. Il referente professionale è un tramite con la cooperativa, ricevendo un compenso che è distinto dal contributo economico che solitamente è previsto per le famiglie affidatarie. La domanda che molti si pongono è “quali bambini possono essere dati in affidamento?” I minori per cui viene deciso l’affido provengono da famiglie che attraversano una fase di instabilità che non tutela i loro diritti. Questo può avvenire per i motivi più vari: abusi fisici o psicologici, ma anche mancato accadimento: bambini che non sono seguiti, di genitori con problemi psichici o di abuso di sostanze o condizioni materiali tali da non garantire una vita normale: ad esempio la mancata frequenza a scuola. E se vi state chiedendo chi decide, sappiate che l’ultima decisione proviene dall’autorità giudiziaria ovvero da un giudice tutelare, decisione che giunge al termine di un iter che coinvolge i servizi sociali territoriali, che una volta allertati esprime una diagnosi psicosociale della situazione familiare e deve presentare al giudice un progetto con obiettivi a medio e lungo termine. L’affidamento familiare può avvenire anche con consenso dei genitori, si tratta di una decisione amministrativa presa dai servizi sociali e solo confermata dal giudice tutelare, oppure può essere decisa dal tribunale per i minorenni a prescindere del consenso della famiglia d’origine. La famiglia affidataria viene proposta al giudice dai servizi sociali e può essere nominata famiglia affidataria una coppia sposata, convivente o anche single, con o senza figli e senza limiti d’età. I requisiti vanno oltre l’aspetto economico: si richiede però agli affidatari di avere spazio nella vita ed in casa per accogliere un bambino; di essere capaci di prendersene cura e di supportarli nel cammino della vita, senza pretendere di cambiare il minore né annullare la sua famiglia d’origine. Aiutandolo a sviluppare le sue potenzialità; gli affidatari devono quindi sempre tenere in conto l’importanza della famiglia d’origine e favorire quando indicato i suoi rapporti con il minore. La famiglia affidataria normalmente ha diritto a un contributo mensile e a coperture assicurative. L’entità del contributo è molto variabile perché è decisa dal Comune di residenza e non è erogato automaticamente ma dietro specifica richiesta della famiglia affidataria. Insomma, essere un genitore affidatario è prima di tutto una scelta di cuore che punta al solo benessere del bambino che dovrà fare ritorno poi nella sua famiglia d’origine. Oltre la cronaca c’è vita, ma spesso questa si macchia e getta nel panico centinaia di famiglie e decine di bambini che hanno subito lavaggi del cervello e ricordi fasulli o alterati, contro ogni legge naturale e deontologica.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Lavoro minorile, 168 milioni di bambini sfruttati. Sulle nostre tavole i proventi del loro lavoro

untitledPiccole obbligate a lavorare nelle case senza paga né documenti: ragazzine che devono lavorare per pagarsi la dote, bambini che lavoro nei campi sotto il ricatto che la loro famiglia ha ricevuto un anticipo sul loro compenso. Il lavoro forzato assume mille sfumature diverse e tocca tutti i continenti, compreso il mondo industrializzato. Costretti ad avere un’occupazione nonostante la loro tenera età, i bambini costretti a lavorare invece di andare a scuola e di giocare sono una realtà ancora largamente diffusa, come se le norme a tutela della fanciullezza non siano ancora riuscite a strappare i più piccoli alla schiavitù e allo sfruttamento. E non soltanto nei paesi in via di sviluppo. Sono 168 milioni i minori nel mondo che lavorano, nei più disparati settori: cuciono scarpe da ginnastica, sgusciano gamberetti, tessono palloni. Sono almeno 340 mila gli under sedici che lavorano in Italia, di cui 28 mila sono impegnati in attività pericolose per la salute e la sicurezza. Lo sfruttamento del lavoro minorile non tralascia neppure l’agricoltura, sono 108 milioni i bambini sfruttati nelle campagne, dal riso basmati del Vietnam all’aglio argentino, passando per le rose africane. La denuncia arriva da Coldiretti, che ha lanciato il suo allarme in occasione della giornata mondiale contro lo sfruttamento del lavoro minorile. E l’Italia – sottolinea Coldiretti- importa ingenti quantità di prodotti agricoli ed alimentari che arrivano sulle nostre tavole. Dal riso asiatico all’ortofrutta sudamericana, quasi un prodotto agroalimentare su cinque che arriva in Italia da Paesi extracomunitari che non rispettano le normative in materia di tutela dei lavorati. Frutti del “caporalato invisibile”, inosservato, solo perché avviene in paesi lontani. Non si ferma così la piaga del lavoro minorile nel mondo: quasi tre bambini su quattro messi al lavoro sono occupati in agricoltura e rispetto al 2012, sono dieci milioni in più. Dopo anni di declino, negli ultimi anni, il lavoro minorile in agricoltura negli ultimi anni ha ripreso a crescere, alimentato anche dai conflitti e dalla catastrofi provocate dal clima. Minacciando di fatti il benessere di milioni di bambini e minando anche gli sforzi per porre fine alla fame e alla povertà. Le famiglie nei campi profughi siriani in Libano – fa notare l’Onu- ad esempio sono inclini a ricorrere al lavoro minorile per assicurare la sopravvivenza della famiglia. I bambini rifugiati devono occuparsi della produzione di aglio, della produzione di pomodori, raccolta della patate. Esponendosi ai rischi dei pesticidi, alle scarse condizioni igienico – sanitarie del campo, alle alte temperature e all’affaticamento nel fare lavori fisici. Il lavoro minorile in agricoltura è una questione seria e globale che nuoce ai bambini, danneggia il settore agricolo e perpetua la povertà rurale. I bambini spesso solo l’unica fonte di sostentamento per le famiglie, ma ciò priva i bambini dell’infanzia e dell’istruzione, impedendo così di poter ottenere posti di lavori e redditi sufficienti al futuro. Occorre un piano nazionale sul lavoro minorile, che contrasti e prevenga il fenomeno nel nostro paese. Secondo una ricerca di “Save the Children” tra i minori che lavorano in Italia, più di due su tre sono maschi e circa il 7% è un minore straniero. Lavorano perlopiù in attività di famiglia (44,9%), mentre per quelli impiegati all’esterno del circuito familiare, i settori principali sono la ristorazione (43%), artigianato (20%) e agricoltura (20%). Un bambino costretto a lavorare prima del tempo avrà il doppio delle difficoltà dei suoi coetanei ad accedere a un lavoro dignitoso in età più adulta e correrà molti più rischi di rimanere ai margini della società, in condizioni di sfruttamento. E’ importante puntare sull’educazione in Italia e nel mondo, perché solo garantendo l’accesso ad un’istruzione di qualità e contrastando la dispersione scolastica si può contribuire a ridurre lo sfruttamento lavorativo dei bambini e degli adolescenti. Se sono messi nelle condizioni di poter andare a scuola, allora i bambini e gli adolescenti sono in misura minore al rischio di abbandonare la scuola e di venire inseriti in circuiti di sfruttamento lavorativo. Ma, non bisogna abbandonare le famiglie, bisogna potenziare l’empowerment personale, riducendo così la possibilità che i figli vadano a lavorare, sensibilizzando i genitori sull’importanza dell’istruzione e rendere i bambini consapevoli dei propri diritti. Oltre ai Trattati e alle Convenzioni che riconoscano e garantiscano i diritti dei bambini a livello formale, seppur importanti e fondamentali. E’ necessario anche e soprattutto partire dal basso, agire a livello delle comunità, cercando di fornire un’educazione accessibile e di qualità a tutti i bambini, sensibilizzando i genitori, gli insegnanti, gli stakeholders e le istituzioni sull’importanza dell’educazione, rompendo stereotipi diffuso e combattendo tradizioni e norme che non tutelano i diritti dei bambini e degli adolescenti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bambini adottati: la scuola è ancora indietro?

untitledLa tutina indossata nel viaggio di ingresso in Italia, il peluche da sempre amico, un pupazzo regalato prima di andare via dai compagni dell’orfanotrofio: un “tappeto di tesori”. Oggetti ma soprattutto ricordi, tassello della loro identità, che portano con sé e che conservano gelosamente per la vita, i figli di genitori che hanno deciso di aprire il loro cuore all’adozione. Oggetti che parlano, raccontando tasselli della loro esistenza. Ma ci sono modi e tempi per raccontare la propria storia d’adozione. Bambini che nascono dal cuore delle coppie, piccoli che hanno il diritto di sapere e di ricordare chi erano prima dell’ingresso nella nuova famiglia. I bambini devono sapere di essere adottati: l’adozione và raccontata ai piccoli e loro hanno il diritto di condividerla nei modi e nei tempi voluti con i loro coetanei. Un percorso di racconti e di sentimenti di vita che li aiuta nel percorso di consapevolezza e costruzione dell’identità, in modo che, in seconda elementare, sappiano affrontare la storia personale come richiesto dal programma scolastico. E al tempo stesso aiuta gli insegnanti a creare un ambiente favorevole. L’ingresso dei bambini adottati a scuola è un tema delicato e difficile e spesso la scuola è impreparata. Basta poco per risvegliare un ricordo traumatico: la maestra che chiede di portare le foto della mamma incinta o che chieda di farsi raccontare i primi giorni di vita, secondo i racconti della mamma. A volte, è questione di sensibilità. I bambini adottati hanno bisogno di mantenere ritualità rassicurative: stesso posto in classe, in fila, possibilmente vicino all’insegnante. Bisogna prestare attenzione agli spostamenti tra gli spazi classe e corridoio. Riducendo quanto più possibile l’imprevedibile e il frammentario nella vita quotidiana. Un suggerimento prezioso per le scuole in tema di adozione arriva da “le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati” emanate dal Ministero dell’Istruzione agli inizi del 2015 e inglobate nella legge sulla buona scuola. Anche perché l’Italia è il primo paese in Europa per numero di minori adottati, seconda la Spagna. Quando entrano nelle famiglie italiane, i piccoli hanno in media sei anni. Ma sono pronti per andare a scuola? Non sempre. Evitando le dovute generalizzazioni. Le difficoltà iniziali sono principalmente di apprendimento e di comportamento. Nel primo caso le esperienze traumatiche vissute interferiscono con la motivazione, con l’attenzione, con la capacità di dare un significato alle emozioni e di elaborare le nuove informazioni. Quanto al comportamento, i bambini che hanno vissuto un abbandono fanno difficoltà a prevedere cosa succede e anche un minimo cambiamento li mette in agitazione. Sono sensibili, tendono a lasciarsi andare al pianto e si distraggono facilmente. Soffrono ai cambiamenti e ancor di più ai passaggi, come quelli del ciclo scolastico, in quanto devono fare i conti con un nuovo ambiente, un nuovo contesto, nuove figure di riferimento. Le linee di indirizzo delineate dal ministero, rispondono a problemi pratici, come la possibilità di iscrizione del bambino in ogni momento, o di ingresso con un anno di ritardo rispetto a quello anagrafico, se necessario; inoltre, viene suggerito un tempo di inserimento: almeno dodici settimane dall’arrivo in famiglia. Il ministero propone anche la nomina di un referente, che faccia da ponte con la famiglia. Il problema è che in molti istituti non c’è. Molte scuole non ne hanno nemmeno mai sentito parlare. E si rischia di incorrere in frasi pronunciate dagli insegnanti che feriscono gli studenti. Docenti che chiedono di portare l’ecografia della mamma, o di scrivere una lettera alla propria mamma biologica, ma anche l’insegnante di lingua che rimprovera il ragazzo per il suo accento, seppur italiano e figlio di una coppia italiana. Ma la storia adottiva resta per sempre e la scuola ha ancora tanto da fare.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Da Cardito a Caivano, bambini vittime di violenze e soprusi. E le mamme?

untitledDifficile raccogliere i ricordi e la testimonianza cruda e drammatica della piccola Noemi, che sul volto porta ancora i lividi delle botte, quando le chiedono cosa le sia successo. Difficile, anche per il giudice di Napoli Nord, Antonio Santoro, che scrive “si fa fatica a giungere alla fine del verbale” del delitto di Cardito “tanto è l’orrore che vi è rappresentato”. Le pagine sono quelle dell’ordinanza che dispone il carcere per Tony Esobti Badre, l’uomo che ha ucciso a bastonate uno dei tre figli della sua compagna, Valentina, il piccolo Giuseppe di 6 anni appena, ferendo gravemente anche la sorellina Noemi, solo un anno più grande, sono come una finestra spalancata su luoghi oscuri e insondabili della violenza umana. Il quadro è quello di un uomo violento, aveva picchiato anche la compagna, calci, pugni, sputi in faccia – si legge- ma nessuno era intervenuto né lei aveva denunciato. Lei, la mamma dei tre piccoli, compagna di  Tony da sei mesi, una casa insieme, una vita, una quotidianità, forse non rosea, eppure è su di lei che in queste ore si concentrano dubbi, sospetti, mamme infuriate che dai social alle piazze pubbliche si chiedono come sia possibile assistere ed udire alle botte che un uomo perpetra sui propri figli e restare inermi. Ci si chiede come è possibile che per molte ore una mamma lasci agonizzante il proprio bambino massacrato dalle botte steso sul divano per ore, senza chiedere aiuto, senza chiamare i soccorsi. E l’interrogativo che tutti ci siamo posti: “Giuseppe poteva salvarsi?” Ombre e sospetti che si addossano sulla madre. Lo ribattezzarono “parco degli orrori”, periferia Nord di Napoli, Caivano, a seguito della morte di due bambini di 3 e 6 anni, precipitati nel vuoto dei piani alti dei palazzi. La scorsa estate i riflettori si sono riaccesi su Caivano per un nuovo caso di presunti abusi sessuali ai danni di una bambina di 4 anni, che sarebbe avvenuto proprio al Parco Verde. Anche qui le domande e gli interrogativi si susseguivano sulle mamme, sulla loro attenzione, sapevano o non sapevano? Girovagava, abbandonato in strada ad otto anni, ha esclamato “mamma non mi vuole più”. Era da solo, senza documenti, senza un giubbotto, con addosso un maglioncino di lana leggera. Non è mai andato a scuola, ora è in comunità. Riflettori puntanti ancora una volta sulla mamma. Riflettori puntanti in queste settimane, giorni ed ore sulla maternità, il dono-dicono essere- più bello della vita. Mamme, che però finiscono nel tritacarne mediatico e sociale, ma ancor di più nei giudizi di coscienza delle altre mamme. Credo, leggendo e spulciando i commenti in rete, che non ci sia cosa peggiore di una mamma che punti il dito contro un’altra mamma. Come se la maternità fosse perfezione. Come se fosse uno stemma omologato. Come se tutte nascessero con la vocazione di fare le mamme. La verità che mamme forse ci si sente davvero quando quel bambino è tra le tue braccia, quando sai che dipenderà da te, quando sai che ogni cosa che dirai o farai non sarà più la stessa, perché c’è un esserino al mondo che prenderà esempio. La violenza, qualunque essa sia, non si giustifica e non è questa la sede, ma poniamoci qualche domanda, capiamo queste mamme prime di giudicarle e ammettiamo che forse qualcuna non si senta realmente mamma e che quel bambino di otto anni che vagava magari era sulla strada – e ce lo auguriamo- di una famiglia, di calore umano e genitoriale. Prima di essere mamme, sono donne, donne che hanno un vissuto, storie familiari difficili, spesso quella maternità è fuga dalla realtà e così – ve lo assicuro, anche per lavoro- queste donne poco più che bambine mettono al mondo un altro essere umano, il loro figlio. Inizialmente, si fatica a comprendere chi sia il bambino tra i due, quali strumenti, quali valori, quale educazione riesca a trasmettere una poco più che bambina con i suoi drammi e i suoi lutti interiori umani ad un altro essere umano. Oggi, Valentina ed il papà biologico dei bimbi hanno la potestà genitoriale sospesa. Ma un genitore resta tale nell’animo. Valentina è nei discorsi di molti, specie delle mamme. Probabilmente Valentina, dovrà chiarire ai magistrati come e se ha tentato di soccorrere i suoi bambini. E’ però, non dimentichiamocelo, una donna che ha visto morire il figlio. Su di lei pesano gravidanze giovanissime, il carico di un matrimonio naufragato, i figli da crescere, il tentativo di rifarsi una vita, fallito, perché aveva incontrato un compagno violento e vigliacco. Certo, lascia sconcerti come le donne non chiedano aiuto, come non si ribellino alla violenza subita e a quella che quasi quotidianamente vivono i propri figli. Per anni, ognuno, dai propri canali e secondo le proprie competenze professionali, ha invitato, invocato, esortato le donne a denunciare i propri compagni violenti, se non altro farlo per i propri figli, per restituirgli dignità ed un modello familiare idoneo. E spesso, la molla della denuncia di una donna, erano proprio i figli: denunciare per loro. Diventavano forza di una donna. E oggi? Oggi, le donne subiscono, assistono persino alla violenza sui propri figli e restano inermi e paralizzate. Certo, lo shock, naturale ed umano, ma lo shock dura un episodio, dura frazione di minuti, la violenza perpetrata a lungo diventa orrore, diventa gabbia, ed è possibile che una donna, una madre non riesca a rendersene conto? Ecco, forse, la rabbia che le donne oggi nutrono verso Valentina, verso le mamme che sanno e tacciono, verso quelle mamme che in queste ore stanno dimostrando l’anti mammismo, è proprio non reagire davanti alla violenza sui propri figli. Inconcepibile, vero, ma sta accadendo e bisogna fermarlo. Le donne rimangono vittime della spirale di violenza, soggiogate psicologicamente. Hanno paura ma non reagiscono e i commenti, la rete, le parole delle altre donne agguerrite ed arrabbiate non aiutano. Bisogna invocare a denunciare, senza puntare il dito, ma supportare. Invocarle a chiedere aiuto, creando una rete di operatori e di servizi che supporti le donne. Ma, permettetemi di dire che nessuno è giudice morale di nessun altro, comprendiamo che esistono realtà dove la povertà e il degrado sociale come a Cardito la fanno da padroni, e iniziamo a tendere lo sguardo, anche al vicino di casa, perché di famiglie e di donne come Valentina ne sono piene le periferie d’Italia. E forse anche accanto casa nostra, mentre sembra che la vita scorra in modo naturale.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Italia in povertà. 5 milioni di italiani, tanti i bambini in stato di bisogno, il sociale al loro fianco

untitled 2Sono oltre cinque milioni i poveri in Italia, l’8,4% della popolazione residente, secondo le stime. Un dato in aumento costante: in dieci anni la povertà assoluta è infatti aumentata del 182%. Più di un milione e duecento mila sono bambini e ragazzi. La lotta alla povertà, però, può contare sul cuore grande, generoso, vero del sociale, articolato in un sistema di misure, piccole e grandi, per lo più sconosciute e invisibili alla società, che fanno però la differenza in qualità della vita per tante persone e famiglie. A promuovere questi interventi lungo tutto lo stivale, sono enti locali, organizzazioni del terzo settore, aziende e comunità. Spesso lavorano insieme unendo obiettivi e forze. La povertà però non è solo questione economica ma anche educativa, abitativa e sanitaria. Contro i diversi tipi di povertà si mobilitano progetti per facilitare il ricollocamento nel mondo del lavoro, per poter assicurare un pasto al giorno, migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, offrire un tetto a chi dorme per strada. Da una parte anziani soli in case troppo grandi, dall’altra, persone che hanno perso il lavoro e la casa, e non sanno dove andare. Ma se questi due bisogni si uniscono nasce il cohousing, un progetto di coabitazione solidale pensato da “Auser” di Firenze per contrastare la povertà abitativa. Dal capoluogo toscano il progetto si è esteso a molte città del nord Italia. In alcune realtà si è dato vita ai condomini solidali che ospitano sino a 49 persone. Non solo un luogo fisico ma intreccio di relazioni e di incontri umani. Un lento percorso di inserimento fatto di incertezze, timori, paure e diffidenze, per questo ci si incontra più volte per conoscersi, spesso seguiti dai volontari, sino poi alla stipula di un “patto di convivenza” dove si dividono spazi, angoli di vita, spese vive e bollette. Dai forni ai poveri. A Roma, i volontari, recuperano il pane non venduto ma ancora buono per destinarlo a circa 2300 poveri della capitale. Da qualche mese il recupero si è esteso anche a frutta e verdura. Si stima un valore di 250 mila euro, grazie al recupero di pane e di ortofrutta. Da qualche settimana è stata messa a punto un’applicazione “Romacheserve” che consente di incontrare le realtà produttive che hanno eccedenze alimentari per donarle alle realtà sociali che invece hanno bisogno di riceverle.

E’ maschio ed ha 44 anni, il volto dell’utente-tipo che chiede aiuto alla rete Caritas per problemi legati alla povertà. In un caso su quattro le richieste abbracciano il range d’età dai 18 ai 34 anni. Nel 2017, secondo i dati della Caritas, sono stati quasi 200 mila le persone che hanno chiesto una qualche forma di sostegno o d’aiuto ai Centri d’Ascolto. 2 milioni e 600 mila interventi, il valore assoluto della rete Caritas. Diminuiscono le storie di povertà intercettate, si rileva però una maggiore complessità e cronicità dei casi. In crescita il numero delle persone senza fissa dimora, ancora oggi la rottura dei legami familiari costituisce un fattore scatenante nell’entrata in uno stato di povertà. La forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali, fra queste spiccano le distribuzioni di pacchi di viveri , di vestiario e i pasti alla mensa. In alcune parti d’Italia è sul legame di collaborazione fra pubblico e privato che si gioca la scommessa del contrasto alla povertà sul territorio. Intorno a questo rapporto sono nati diversi interventi messi in atto dalle amministrazioni comunali, coordinate dal settore welfare dell’Anci. Strategia principale sono i ‘patti’, veri e propri contratti sottoscritti tra la persona in difficoltà e un ente partner: in base ai bisogni, la persona ha a disposizione un’assistenza necessaria (un sussidio e un percorso per potenziare risorse personali e lavorative) in modo da superare lo stato di vulnerabilità, in cambio deve essere “responsabile” del cambiamento.  All’improvviso il filo conduttore della vita può spezzarsi: la perdita di un lavoro, un incontro sbagliato, un passo fatale che genera un errore, da cui è difficile riprendersi e si finisce per strada senza più nulla. Storie di vita “invisibili”, ma attorno a questo stato di povertà assoluta, molte Onlus italiane hanno avviato un progetto per creare opportunità lavorative per i senza fissa dimora, così da farli rimettere in gioco. In effetti è il principio ispiratore del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, inventore del microcredito: la povertà si vince dando ad ognuno la fiducia, creando lavori possibili anche solo con piccoli incentivi. Perché essere esclusi porta ad una condizione di non ritorno e dalla povertà pochi si salvano, così le strutture sociali non stanno a guardare. A Roma è in fase di sperimentazione il progetto “Ricomincio da me” che impegna i senza fissa dimora in città nella cura del verde pubblico. La povertà si ripercuote anche sullo stato di salute, così in molte città italiane i medici in pensione si mettono a disposizione degli indigenti per consulenze e visite mediche. Veri e propri ambulatori solidali. Mentre, venti scuole di sette regioni italiane sono al lavoro per il contrasto alla povertà educativa. Si tratta di un intervento che vede coinvolti studenti, docenti e genitori con l’obiettivo di assicurare e garantire a bambini e ragazzi il diritto di un’educazione di qualità. Il progetto si chiama “Lost in Education” e coinvolgerà per tre anni, fino a novembre 2021, circa 4500 fra ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Capofila di “Lost in Education” è Unicef Italia, sul sito dell’associazione è possibile approfondire il progetto e spulciare tra le varie regioni aderenti. “Mani nel fango per costruire” sono i maestri che lavorano a Napoli tra la strada e le istituzioni. I loro studenti sono ragazzi che, per vari motivi, hanno difficoltà a seguire un percorso scolastico o anche solo ad accedervi. una sessantina di educatori, attivi a Napoli, in lotta contro la dispersione scolastica, terreno in cui prospera la povertà. Il lavoro si gioca tra l’aula scolastica con i singoli studenti e con l’intera classe, sia sul territorio. Anche andando a cercare lo studente che non va a scuola, che ci è stato segnalato dai servizi o dalle scuole, contattando le famiglie.

Una rete di uomini, donne, istituzioni, associazioni, che anziché girarsi dall’altra parte guardano con occhi di speranza, di ottimismo, futuro, solidarietà agli altri, agli ultimi della società, non solo durante il periodo più dolce dell’anno: il Natale, perché il cuore e la solidarietà devono coesistere tutto l’anno ed è il caso di dire: Evviva il Sociale!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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“I nostri figli”, orfani anonimi del femminicidio

untitledNiente più fondi in manovra per gli orfani di femminicidio. Bocciata l’erogazione di dieci milioni di euro proposta dalla vicepresidente alla Camera, Mara Carfagna. La rabbia dei parenti è un pugno dritto allo stomaco. Un appello accorato e commovente, affidato alle colonne de “Il Corriere della Sera” da Renato, padre di una ragazza uccisa dall’uomo che diceva di amarla –ora in carcere con una condanna a 30 anni – e nonno nonché tutore dei nipotini. Nella sua lettera elencava, disperato, tutte le difficoltà anche economiche nell’affrontare la situazione. Nonostante esista una legge che garantisce un mantenimento ai figli rimasti senza un genitore a seguito di un omicidio commesso dall’altro coniuge, senza risorse diventa difficile il sostegno. Un emendamento di pochi giorni fa, ha bocciato l’incremento di 10 milioni di euro per le famiglie affidatarie dei minori orfani di femminicidio, soprattutto nel caso si tratti di zii, nonni o parenti a cui il minore è stato affidato per rispettare la continuità affettiva ma che versano in condizioni economiche disagiate o comunque non prospere. Le risorse erano individuate eliminando spese non produttive, dunque l’emendamento non chiedeva un euro in più ai contribuenti. Sono circa milleseicento i cosiddetti “orfani speciali” in Italia, molti di loro testimoni delle violenze subite dalla madre o addirittura spettatori dell’uccisione da parte del compagno. Orfani speciali che devono riuscire a fronteggiare e convivere con quelle profonde cicatrici che scenari del genere lasciano, ma soprattutto al trauma di una perdita genitoriale devono aggiungere l’incertezza del proprio destino. Il più delle volte sono le “vittime collaterali”: i familiari che rimangano a prendersi cura e che si trovano a fronteggiare problemi sia economici per il mantenimento delle vittime che psicologici. Terrore, tremori, fragilità. Poi lo scontro con la lenta e fredda burocrazia, è questa la vita degli orfani di femminicidio. Un incubo che investe le piccole vittime. Che fine fanno? La cronaca li investe di attenzioni per qualche giorno: il pensiero corre al trauma indelebile di quel che è accaduto, si sprecano commenti ed indignazione. Poi, il buio. Un velo di oblio cala sul loro immenso bisogno di attenzioni e cure, di diritti che le istituzioni oggi gli negano. Si tratta di vittime che non possono contare sul supporto dei servizi. Così ci si scontra con un’Italia di battaglie sul bene superiore dei minori, dove protocolli e percorsi pensati per chi sopravvive all’epidemia dei femminicidi – uno ogni tre giorni- non ne esistono, questi figli vengono dimenticati e l’anno successivo all’evento traumatico, quello decisivo, stando ai manuali di psicologia per evitare scelte estreme da parte loro, ci pensano nella maggioranza dei casi i nonni. Dolore al dolore, trauma su trauma, lutto su lutto. Montagne da scalare: i funerali, i processi, la burocrazia, l’affidamento, le domande insistenti dei piccoli sui loro papà, le difficoltà economiche delle famiglie affidatarie che devono fare i conti col dolore da mascherare e una vita da rimodulare e ridisegnare in funzione di un bambino orfano delle persone più importanti della propria vita, familiari consapevoli che un giorno la realtà andrà raccontata e rivissuta per quanto macabra e dolorosa. Alle vittime collaterali, si è ispirato il film “i nostri figli” andato in onda su Rai 1, lo scorso giovedì. Una grande storia d’amore, responsabilità e coraggio. Un racconto intenso, interpretato da Vanessa Incontrada e Giorgio Pasotti, genitori nel film di due bambini ed un matrimonio solido, mentre in Sicilia un’altra famiglia si sgretola per sempre: la cugina di lui viene uccisa dal marito ed i tre figli Luca, Giovanni e Claudio, vengono affidati a Roberto e Anna (Pasotti e Incontrada). La famiglia si allarga ma è difficile trovare un nuovo equilibrio, non mancano le difficoltà di inserimento, le difficoltà economiche, e i due protagonisti da buoni genitori fanno molti sacrifici, soprattutto quando lui perde la sua azienda. Un tassello alla volta, la tenacia e la responsabilità dei due genitori verso i loro cinque figli diventa una forma di impegno civile e nella quotidianità riescono a superare molti ostacoli pur di offrire un futuro tutto nuovo ai tre orfani. Il film è andato in onda proprio nelle ore in cui veniva bocciata la manovra che prevedeva più fondi agli orfani di femminicidio. Uno schiaffo in pieno volto questa bocciatura, se non altro perché arriva a distanza di poche settimana dal 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in cui da Nord a Sud, si sono intitolate strade, si sono colorate panchine rosse, si sono susseguite manifestazioni e racconti di cronaca per invocare le donne sotto l’hastag #nonènormalechesianormale a reagire contro la violenza qualsiasi essa sia, ricordando le tante – troppe – donne uccise per mano dell’uomo che aveva professato di amarle. Ricordi che hanno visto il volto e la voce dei tanti figli orfani di femminicidio, che ogni giorno, secondo anche le testimonianze fanno i conti con la vergogna, sentimento quanto naturale e di reazione personale che scatta negli orfani. Piccole vittime che si porteranno dentro un vissuto ed un dolore troppo grande che non possono vivere da soli, è ciò che stanno urlando ad un Stato sino ad ora assente e carente di servizi. Eppure sono nostri figli, figli dello Stato, figli di questo mondo diventato crudele, geloso, beffardo, figli di uno Stato che non ha saputo proteggere e sorreggere in vita le loro mamme – molte di loro- hanno denunciato in vita i loro compagni, spesso invano. Siamo davvero sicuri di voler consegnare a questi ragazzi incertezza, precarietà e ancor più dolore?

(Articolo pubblicato in Pagine Sociali il mio blog per ildenaro.it)

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