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Bambini adottati: la scuola è ancora indietro?

untitledLa tutina indossata nel viaggio di ingresso in Italia, il peluche da sempre amico, un pupazzo regalato prima di andare via dai compagni dell’orfanotrofio: un “tappeto di tesori”. Oggetti ma soprattutto ricordi, tassello della loro identità, che portano con sé e che conservano gelosamente per la vita, i figli di genitori che hanno deciso di aprire il loro cuore all’adozione. Oggetti che parlano, raccontando tasselli della loro esistenza. Ma ci sono modi e tempi per raccontare la propria storia d’adozione. Bambini che nascono dal cuore delle coppie, piccoli che hanno il diritto di sapere e di ricordare chi erano prima dell’ingresso nella nuova famiglia. I bambini devono sapere di essere adottati: l’adozione và raccontata ai piccoli e loro hanno il diritto di condividerla nei modi e nei tempi voluti con i loro coetanei. Un percorso di racconti e di sentimenti di vita che li aiuta nel percorso di consapevolezza e costruzione dell’identità, in modo che, in seconda elementare, sappiano affrontare la storia personale come richiesto dal programma scolastico. E al tempo stesso aiuta gli insegnanti a creare un ambiente favorevole. L’ingresso dei bambini adottati a scuola è un tema delicato e difficile e spesso la scuola è impreparata. Basta poco per risvegliare un ricordo traumatico: la maestra che chiede di portare le foto della mamma incinta o che chieda di farsi raccontare i primi giorni di vita, secondo i racconti della mamma. A volte, è questione di sensibilità. I bambini adottati hanno bisogno di mantenere ritualità rassicurative: stesso posto in classe, in fila, possibilmente vicino all’insegnante. Bisogna prestare attenzione agli spostamenti tra gli spazi classe e corridoio. Riducendo quanto più possibile l’imprevedibile e il frammentario nella vita quotidiana. Un suggerimento prezioso per le scuole in tema di adozione arriva da “le linee di indirizzo per favorire il diritto allo studio degli alunni adottati” emanate dal Ministero dell’Istruzione agli inizi del 2015 e inglobate nella legge sulla buona scuola. Anche perché l’Italia è il primo paese in Europa per numero di minori adottati, seconda la Spagna. Quando entrano nelle famiglie italiane, i piccoli hanno in media sei anni. Ma sono pronti per andare a scuola? Non sempre. Evitando le dovute generalizzazioni. Le difficoltà iniziali sono principalmente di apprendimento e di comportamento. Nel primo caso le esperienze traumatiche vissute interferiscono con la motivazione, con l’attenzione, con la capacità di dare un significato alle emozioni e di elaborare le nuove informazioni. Quanto al comportamento, i bambini che hanno vissuto un abbandono fanno difficoltà a prevedere cosa succede e anche un minimo cambiamento li mette in agitazione. Sono sensibili, tendono a lasciarsi andare al pianto e si distraggono facilmente. Soffrono ai cambiamenti e ancor di più ai passaggi, come quelli del ciclo scolastico, in quanto devono fare i conti con un nuovo ambiente, un nuovo contesto, nuove figure di riferimento. Le linee di indirizzo delineate dal ministero, rispondono a problemi pratici, come la possibilità di iscrizione del bambino in ogni momento, o di ingresso con un anno di ritardo rispetto a quello anagrafico, se necessario; inoltre, viene suggerito un tempo di inserimento: almeno dodici settimane dall’arrivo in famiglia. Il ministero propone anche la nomina di un referente, che faccia da ponte con la famiglia. Il problema è che in molti istituti non c’è. Molte scuole non ne hanno nemmeno mai sentito parlare. E si rischia di incorrere in frasi pronunciate dagli insegnanti che feriscono gli studenti. Docenti che chiedono di portare l’ecografia della mamma, o di scrivere una lettera alla propria mamma biologica, ma anche l’insegnante di lingua che rimprovera il ragazzo per il suo accento, seppur italiano e figlio di una coppia italiana. Ma la storia adottiva resta per sempre e la scuola ha ancora tanto da fare.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Racket delle Onlus attorno alle adozioni, arrivano le condanne

img1024-700_dettaglio2_Adozioni-no-coppie-omosessuali-famiglia“Una sentenza che farà giurisprudenza”, esulta così l’avvocato Torrisi, che in prima persona ha condotto una battaglia che ha sa di dolore e di sofferenza: quella di chi vorrebbe diventare genitore attraverso l’adozione ma incontra difficoltà non solo sul piano burocratico ma anche nel vasto mondo delle Onlus, che spesso puzzano di truffa, come in questo caso. Per la prima volta in Italia, è stata riconosciuta la responsabilità civile della Commissione Adozioni Internazionali (CAI) per omessa vigilanza. E’ tutto riportato nero su bianco, in una sentenza storica per il nostro paese, ad emetterla il Tribunale di Roma che è intervenuta sul caso delle adozioni truffa in Kirghizistan. Il giudice romano ha condannato l’ente “Airone Onlus” di Alberga e  la Commissione di Palazzo Chigi, a risarcire la coppia, vittima del raggiro del racket, per loro 178 mila euro, oltre le spese giudiziarie. La storia affonda le sue radici nel lontano 2012 quando i coniugi insieme ad altre 20 coppie partirono alla volta dell’ex Repubblica sovietica, nel cuore del Bishkek, per adottare dei bambini con intermediari l’ente che ha sede a Savona, poi a Bergamo e a Roma. Adozioni rivelatesi però irrealizzabili perché i bambini avevano una famiglia e per loro non vi era lo stato di abbandono e quindi di adottabilità. La coppia che era stata abbinata precedentemente a due gemelline, si è ritrovata a fare i conti con la delusione e l’amarezza, così al ritorno in Italia hanno sporto denuncia, sono state avviate le indagini del caso, che ha portato alla radiazione dell’ente in questione. La sentenza, infatti, a distanza di cinque anni riconosce “evidenti gravi irregolarità”. Perché l’associazione in questione ha continuato  ad operare per il paese estero in danno di altri attori, anche dopo le numerose email della coppia al Cai, sino al marzo del 2013. Spetta ora al Tribunale di Savona stabilire se intorno alle adozioni fantasma vi era un racket di minorenni spacciati per orfani, gestito da quello che oggi è un latitante, imputato insieme ad altre quattro persone nel processo, ancora in corso a Savona, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa per la compravendita di bambini come ha ipotizzato dal PM che segue il caso. Una sentenza che seppur sarà destinata a fare scuola, riporta alla cronaca l’attualità del mondo delle adozioni, fatto di lunghi anni, di una burocrazia cartacea, nella maggior parte dei casi, e di un lungo percorso che sa di viaggi, di speranze di chi sogna di poter donare amore ed educazione a bambini che hanno storie e vissuti complicati e difficili, scontrandosi a volte con una fredda burocrazia o con enti intermediari illeciti e scorretti, che distruggono il sogno di molti aspiranti genitori. E’ la cronaca che parla di scandali e malefatte nel mondo delle adozioni. Il presunto traffico di bambini in Congo, riportato nelle scorse settimane da Repubblica, con le denunce per truffa delle famiglie in attesa da lunghissimo tempo, inutilmente; sino alla sentenza per truffa per l’ente Airone, che sfocerà anche in un processo penale. Una situazione complicata, se ci si mettono anche i dubbi sulla Commissione Adozioni: non viene riunita da tre anni, il sito è bloccato, la linea di comunicazione con le famiglie soppressa, nessuna possibilità di farsi rispondere a telefono, nessun incontro da tre anni con gli enti, nessuna autorizzazione sui Paesi, nessun controllo ed eventualmente sanzioni per gli enti, non vi è alcuna pubblicazione di rapporti statistici per tre anni, insomma una situazione che fa acqua da tutte le parti e crea non pochi dubbi o perplessità, alimentando un clima di diffidenza e sfiducia attorno al mondo delle adozioni internazionali, tanto che ha spinto molte famiglie a rinunciare a questa strada. La casistica riporta una drastica diminuzione del numero di famiglie che si rende disponibile ad accogliere un bambino abbandonato.  Chi sbaglia, è giusto che paghi e venga punito, ma l’adozione non è questo o forse non è solo questo. I casi eclatanti ci sono, vanno denunciati per stanare quelle pecore che poi sanno di marcio, che rischiano di contaminare un gesto quello dell’adozione bello seppur complesso. Le adozioni sono bambini spesso abbandonati, in alcuni casi vivono in difficoltà, alcuni di loro hanno problematiche di salute e con l’adozione riescono a vedere la luce della famiglia. L’adozione è sinonimo di famiglie che si rendono disponibili, con gioia, amore, passione ad un gesto che sa anche di sacrificio e impegno, perché si accoglie un bambino che spesso ha alle spalle un vissuto difficile e di dolore,  in molti casi non conosce neanche la nostra lingua. E’ come se una famiglia dovesse riconoscersi e ricominciare nel nome dell’amore e dell’adozione. Nel mondo delle adozioni vi sono associazioni, professionisti, istituzioni pulite, appassionate, che mettono a disposizione il loro lavoro prima, durante e dopo l’adozione con vicinanza e attenzione. Nel panorama delle adozioni c’è una rete di volontari che si pongono come aggancio tra le famiglie e i “nuovi” figli, per una maggiore integrazione, per un maggior inserimento. Le adozioni internazionali sono la sperimentazione di un mondo aperto alla diversità, alla cultura della solidarietà, dell’accoglienza, di un mondo fatto di colori e culture che vorremmo e dovremmo imparare a tutti i bambini, adottati e non. Oltre ogni scandalo, bisogna crederci, affidarsi ai professioni, mentre, la società, la politica, le istituzioni devono vigilare, condannare, esserci nel momento degli scandali e punire, stanando il racket truffaldino che gira intorno a bambini che nascono dal cuore di nuovi genitori, desiderosi di essere famiglia. Bisogna riportare in auge il patrimonio di solidarietà ed accoglienza che lentamente sta morendo distrutto  dallo sporco profumo dei soldi e delle truffe.

(Articolo pubblicato  in Pagine sociali per ildenaro.it)

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Sì all’adozione a coppia gay, il Tribunale di Firenze applica in pieno la 184/83

IMG_0217Sentenza storica per l’Italia: il Tribunale per i minorenni di Firenze ha accolto la richiesta di una coppia gay, riconoscendoli pienamente genitori adottivi. La coppia di due uomini italiani, ma residente nel Regno Unito, ha ottenuto dall’Italia, grazie al tribunale del capoluogo toscano, il riconoscimento all’adozione di due fratellini. Una sentenza storica per il nostro paese. Fino ad oggi in Italia era possibile solo ottenere, in seguito ad un iter giudiziario, solo l’adozione del figlio del partener (la cosiddetta stepchild adoption). A sostenere la battaglia di questi due papà fiorentini è stata Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti Lgbt. La coppia si era rivolta proprio all’associazione per ottenere in Italia la trascrizione dei provvedimenti emessi dall’autorità straniera a cui consegue per i figli il riconoscimento della cittadinanza italiana e del medesimo status e diritti così come riconosciuti nel Regno Unito. Il tribunale toscano, con un’articolata motivazione, ha accolto integralmente le richieste avanzate dal legale della coppia, compiendo una completa disamina della disciplina del riconoscimento in Italia dei provvedimenti stranieri che riguardano i minorenni e riconoscendo l’inquadramento della fattispecie avanzata dall’art. 36 comma 4 della legge 184/83 che disciplina in Italia le procedure di affidamento e di adozione di un minore. “Il riconoscimento di tale sentenza (ndr quella pronunciata dalla Corte inglese) è assolutamente aderente all’interesse dei minori che vivono in una famiglia stabile”- è quanto si legge nel decreto. E poi continua: “Si tratta di una vera e propria famiglia, di un rapporto di filiazione in piena regola e come tale va pienamente tutelato e del resto la nuova formulazione dell’ articolo 74 cc sulla parentela, dopo aver nella prima parte specificato che la parentela è vincolo tra le persone che provengono da uno stesso stipite, aggiunge, ‘sia nel caso che la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso il figlio è adottivo”. Una sentenza  che rispetta i canoni segnati dalla 184/83, la disposizione normativa prevede che l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un paese straniero ad istanza di cittadini italiani che dimostrino di avere soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia purché “conforme ai principi della convezione” (convenzione dell’aja 29 maggio 1993). Un’ipotesi che prende le distanze dalla normativa che disciplina l’adozione internazionale da parte di coppie italiane. Il tribunale ha proceduto alla verifica della conformità alla convenzione dell’Aja della sentenza britannica con la quale era stata disposta l’adozione di due fratellini, chiarendo che la convenzione non pone limiti allo status dei genitori adottivi, ma richiede unicamente la verifica che i futuri genitori adottivi siano qualificati e idonei all’adozione, esame che nel caso di specie è stato puntualmente effettuato dalle autorità inglesi, riservando l’eventuale rifiuto all’ipotesi che il riconoscimento sia manifestamente contrario all’ordine pubblico. La sentenza però porta ad esaminare un altro parametro importante rappresentato dall’ “interesse superiore del minore”, il tribunale fiorentino chiarisce che deve essere salvaguardato il diritto dei minori a conservare lo status di figlio, riconosciutogli da un atto validamente formato in un altro paese dell’unione europea (preceduto da una lunga, complessa e approfondita procedura di verifica), e che il mancato riconoscimento in Italia del rapporto di filiazione esistente nel regno unito, determinerebbe una “incertezza giuridica” che influirebbe negativamente sulla definizione dell’identità personale dei minori. Peraltro, aggiungono i giudici, la sussistenza dei requisiti ex art. 36 Comma 4, esclude una valutazione discrezionale da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Non di meno si sottolinea come dalla documentazione prodotta sia emerso che “si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in pena regola che come tale va pienamente tutelato”. Una tappa storica per il riconoscimento dei diritti della famiglie arcobaleno: la transnazionalità di queste famiglie è un ruolo fondamentale, la giurisprudenza ha chiarito che l’ordine pubblico internazionale non pone alcun ostacolo al riconoscimento della continuità dei rapporti che si costituiscono all’estero, per realizzare pienamente quello che l’interesse dei minori, rimarcato dalla stessa 184/83 e caro ad ogni esperto che entra in contatto con i bambini. La sentenza fa emergere però l’inammissibile situazione di disuguaglianza in cui versano tutte quelle famiglie che non possono aggrapparsi alla transnazionalità, alle quali il legislatore nega qualsiasi forma di riconoscimento e tutela. Sarà un primo passo verso una maggiore apertura e cambiamento?

Pubblicato su “il denaro.it”

 

 

 

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