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Meno compiti per le vacanze, parola di ministero. Perché il ministro ha ragione?

untitled“Meno compiti, più vita”, lo ha annunciato nei giorni scorsi il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che ha invitato gli insegnanti a lasciare più libertà agli studenti, durante le festività natalizie, per fare movimento, divertirsi e stare coi parenti. Un appello al corpo docenti, che si concretizzerà in una circolare, il cui contenuto sarà: meno compiti per le vacanze di Natale. Una decisione che ha già fatto discutere, contestata in primis da alcuni insegnanti, ancorati da una visione classica della scuola: compiti per tenere in allenamento la mente e per non perdere il filo conduttore dei programmi già realizzati a metà anno, sulla stessa linea anche alcuni genitori, spaventati dal troppo tempo libero che avrebbero i loro figli, impauriti di vederli impoltronire dinanzi ai social o ai videogiochi. Ovviamente c’è bisogno della giusta ratio da parte degli insegnanti e dei genitori. I ragazzi di oggi intrappolati nella tela dei colori del web, dei giochi online, delle conversazioni in chat, hanno bisogno di creatività e semplicità, di scoprire il mondo e le sue bellezze: una passeggiata coi genitori on the road, senza meta, perché la bellezza sta proprio nelle piccole cose, che apparentemente possono sembrare insignificanti e vuote, ma che regalano tempo, attenzioni, relax e sana noia. C’è bisogno di riscoprire da adulti ed educatori quale siamo la semplicità, il tempo vuoto che non è già riempito dal lavoro, dalle scadenze, solo così di riflesso potremmo insegnare ai ragazzi che c’è un tempo “da riempire” con attività, idee, iniziative e non solo con compiti ed esercizi. Tempo per passioni, per la lettura e per la musica: passioni da vivere e da riscoprire. Senza dubbio, la parte più importante dell’apprendimento avviene a scuola. Fuori, gli alunni possono sviluppare la loro cultura leggendo, esplorando il mondo che li circonda, maturando come cittadini che usano il sapere appreso tra i banchi di scuola: se in classe imparano a leggere, fuori possono scegliere un libro; se imparano la storia dell’arte è giusto che dopo la scoprano in un museo. Insomma, crescono come cittadini. I motivi per ridurre o non assegnare compiti per le vacanze natalizie sono molteplici, anzitutto, va sfatato il mito che i ragazzi dimentichino quanto appreso in questi mesi: le festività natalizie, rapportate a quelle estive, sono più brevi. Difficile pensare che in poco più di due settimane i ragazzi perdano l’allenamento mentale e l’abitudine allo studio. Anzi, hanno la possibilità di riposare la mente ed il corpo, utile ad aiutare i ragazzi ad affrontare la seconda parte dell’anno. La stanchezza mentale e la pressione scolastica a cui sono sottoposti i ragazzi durante l’anno non va tralasciata ma considerata. Spesso, accade che gli studenti sono stanchi, hanno poche energie mentali e sforzarli o costringerli a dare il meglio non potrà che avere effetti negativi. Spesso ho incontrato ragazzini che dopo il tempo pieno a scuola vorrebbero giocare, curiosare, vivere ma non appena tornati a casa sono costretti ai compiti e faticano non poco per trovare la concentrazione e le energie giuste. Perché allora caricarli durante il periodo più leggero e dolce dell’anno, il Natale, di compiti? Molti, pensano che le vacanze siano il momento più adatto per recuperare argomenti e nozioni arretrate, ma è davvero così? Forse, rischiamo di avere un effetto domino: un rifiuto ed una chiusura. E’ a scuola che si apprende, si interagisce con i compagni e gli insegnanti, non è a casa o in vacanza che può nascere interesse per lo studio o domande a cui trovare una risposta. Le ferie natalizie sono per antonomasia il periodo in cui la famiglia cerca di riunirsi, ve lo dice una che da sempre attende su una stazione il treno che arrivi con su il proprio fratello, l’aereo che porti gli zii, insomma, diciamocelo che se c’è un posto che in questo periodo rispecchia il ritrovo delle famiglie sono le stazioni e gli aeroporti. Forse, il Natale, è l’unica occasione per ritrovarsi. Lasciare ai ragazzi il tempo di vivere appieno questo momento, di riscoprire la propria famiglia, è il miglior regalo di Natale che gli si possa fare. Perché c’è un valore che non deve mai tramontare ma essere tramandato ed è quello della famiglia, ma solo vivendola lo si può insegnare.  Quindi, vi starete chiedendo, niente compiti per le vacanze di Natale? Sì, e gli insegnanti potrebbero invece stendere una lista di suggerimenti per i genitori, indicando le mostre più interessanti, i film da proporre, le esperienze da poter condividere coi loro figli. Potrebbero suggerire alle mamme e ai papà, che spesso non sanno quali attività formative proporre ai figli, a cogliere le suggestioni. Insomma, una via di mezzo che unisca la cultura che si apprende sui banchi di scuola durante l’anno, le vacanze di Natale e la famiglia, sembra proprio esserci, basta solo intraprenderla e magari sarà una piacevole scoperta per tutti.

(Articolo pubblicato in Pagine Sociali il mio blog per ildenaro.it)

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Scuola, il diritto allo studio non vale per gli studenti disabili

untitled 2“Mio figlio per andare a scuola dovrà attendere l’arrivo del sostegno”. “Le ore di sostegno sono state ridotte”, sono alcune delle storie che mi scrivono o mi raccontano i genitori di ragazzi con disabilità. Le storie che raccolgo dimostrano che il diritto a frequentare la scuola in Italia non vale per tutti. Sono migliaia gli alunni e studenti con disabilità fisica o psichica, che a poche ore dall’inizio dell’anno scolastico non possono ancora partecipare alle lezioni insieme ai loro compagni di classe. L’assenza di assistenza personale in classe e di un trasporto adeguato purtroppo non è una sorpresa. L’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare segnala criticità e problemi: assistenza carente e barriere architettoniche, specialmente nelle regioni del Sud. Criticità e problemi che mettono a rischio il diritto allo studio degli alunni con disabilità, sancito in primis dalla Costituzione italiana e in secundis dalla Convenzione Onu sui Diritti delle Persone con Disabilità. Molte le carenze: dagli insegnanti di sostegno specializzati, alla mancanza di piani didattici personalizzati. Secondo i dati sono oltre 250 mila gli alunni con disabilità, un numero in crescita che mostra un elemento positivo in vista di una piena inclusione scolastica di tutti i giovani con disabilità, ma la mancanza di investimenti che assicurino personale qualificato ed un giusto trasporto, rischia di peggiorare la situazione e danneggiare chi non ha colpa. I disagi si estendono su tutto il territorio nazionale, con criticità diverse sia a livello geografico, sia dei singoli istituti scolastici. L’orario di frequenza in teoria è uguale per tutti, ma per i tanti alunni e studenti con disabilità si devono poi tener conto anche delle ore necessarie per il sostegno, delle ore che effettivamente vengono assegnate e che possono essere “coperte” da insegnanti specializzati e da educatori personali. 139 mila insegnanti di sostegno accoglieranno gli studenti con disabilità, 13 mila i recenti stabilizzati, ma secondo i recenti dati di Fish, mancano ancora all’appello circa 40 mila posti di ruolo di docenti specializzati. Le stabilizzazioni sono senza dubbio un intervento positivo ma non sufficienti a garantire la continuità didattica e a fare in modo che tutti i bambini e i ragazzi con disabilità possano seguire le lezioni ogni giorno. Stando ai dai di Fish, circa l’80% degli alunni ha cambiato due insegnati di sostegno nel corso dello scorso anno scolastico e il 48% ne ha cambiati persino tre. Secondo la normativa vigente l’insegnante di sostegno è a pieno titolo docente di tutta la classe: ciò significa che la sua presenza è un valore per tutta la classe e non solo per lo studente con disabilità. In molti casi la sola insegnante di sostegno non basta, alcuni alunni non sono autonomi nella mobilità, nel mangiare o nell’andare in bagno, deve poter contare sul supporto fornito da un’altra figura professionale: l’assistente all’autonomia e alla comunicazione o assistente ad personam, figura professionale specifica e riconosciuta e finanziata dagli enti locali. Secondo i dati Istati, in stima questi alunni possono contare su circa 12.5 ore settimanali di assistente ad personam nelle scuole primarie e circa 11.5 ore in quelle secondarie. Nel Mezzogiorno tale aiuto si riduce drasticamente con un gap di oltre tre ore rispetto alle scuole del Nord. Un capitolo alquanto reale sono le ancora troppe barriere architettoniche nelle scuole. Secondo la Corte dei Conti, nello scorso anno scolastico su un totale di 39.847 edifici attivi, più di 10 mila non risultano in regola con la normativa sulle barriere architettoniche. In particolare, non risultano a norma, le scale e i servizi igienici specie nel Mezzogiorno, si riscontra anche la scarsa presenza di segnali visivi, acustici e tattili nelle scuole di tutta Italia. Alunni e genitori che si ritrovano a scontrarsi con la lenta burocrazia che lascia l’amaro in bocca, carenza di servizi e strutture non adeguate ai loro figli. Ci sono genitori che mi raccontano di banchi inadeguati per le disabilità dei loro figli, dopo i pellegrinaggi tra uffici comunali, Asl, dirigente scolastico, estenuati arrivano a reperirlo o a farselo costruire pur di garantire un’esperienza unica al proprio figlio, perché la scuola favorisce la relazione, l’autonomia, la conoscenza di cose nuove, la socializzazione con figure nuove e con i compagni, che offrono la possibilità di progredire, di acquisire nuove conoscenze. Genitori che si trovano sempre più in difficoltà a gestire situazioni che richiedono spesso di assentarsi dal lavoro per ottenere ciò che è di diritto, sentendosi abbandonati invece che accolti da un sistema che fatica a funzionare come dovrebbe. Sembra proprio che le istituzioni continuino a parlare di inclusione scolastica e di diritto allo studio, ma nei fatti restano solo parole. Sembra quasi che sia un favore elargire i diritti dovuti ai nostri ragazzi, come il sostegno a scuola, e sembra quasi che ciò che a loro è dovuto sia un privilegio concesso. È necessario costruire un impianto strutturale solido in cui le istituzioni si prendano cura degli studenti e collaborino con le associazioni del territorio per la realizzazione del diritto allo studio. E’ importante creare collaborazioni, fare rete, partendo dal dialogo con i docenti ed i genitori per trovare insieme soluzioni che permettano agli studenti di scegliere liberamente e di vivere l’esperienza scolastica oltre la loro disabilità, che non può e non deve essere un limite ma un valore aggiunto che permette la piena integrazione scolastica. Non smettono di crederci gli alunni e nemmeno i genitori che non si arrendono di fronte ad una fredda burocrazia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Scuole ring. Raptus di follia in classe e giovani che spaventano

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messShock in un mattino qualunque in una scuola di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, un alunno 17 enne in un raptus di follia ha accoltellato alla guancia l’insegnante di italiano, sotto gli occhi terrorizzati dei suoi compagni di scuola. La sfregia con un fendente. Tra lo sconcerto ed il terrore dei compagni. Il ragazzo avrebbe reagito a una nota messa dalla professoressa di italiano sul registro di classe per scarso rendimento. Il giovane si era presentato a scuola con un coltello a serramanico, potrebbe quindi aver progettato l’aggressione alla docente che probabilmente cercava solo di stimolarlo a impegnarsi di più nello studio. Ora è in stato di fermo, per volere del Pm del Tribunale per i Minorenni, Ugo Miraglia del Giudice, che lo ritiene responsabile di lesioni aggravate e porto illegale di oggetti atti ad offendere e si ritrova presso un Centro di Prima Accoglienza minorile di Napoli Colli Aminei. Studenti contro professori, così le classi diventano un ring. Da Nord a Sud, un’escalation di aggressioni ai docenti. Umiliazioni, fucine di bulli minorenni, studenti che iniziano i loro show irridenti mentre l’insegnante spiega: pernacchie, rumori, applausi. Ragazzi che fanno gruppo, sghignazzano e incitano, e spesso si protrae per giorni. “Il ruolo sociale degli insegnati” lo evocano ad ogni cambio di ministro dell’Istruzione all’atto dell’insediamento. Quel “ruolo sociale” calpestato, oggi, si fa spesso una semplice questione di sicurezza. Settimane di insulti, in alcuni casi scherzi di cattivo gusto. Episodi violenti crescenti in classe, in palestra, al portone. Ragazzini che picchiano in branco insegnanti over, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. In una scuola di Reggio Calabria qualche tempo fa, è arrivata la polizia a sedare la rissa tra ragazzine. La professoressa di turno non c’era riuscita: aveva rimediato uno schiaffone ed era finita al pronto soccorso. Insegnanti che ogni mattino entrano in classe ma si sentono come su un ring o in un campo da guerra, bersagliati, in un clima di tensione e in alcuni casi di paura. Un fenomeno, quello del bullismo, che spesso non risparmia neppure i professori in veste di vittime. La scuola che diventa luogo di derisione, di minacce, di paura, di tensione perenne per gli studenti più fragili e per i docenti, che nel tempo hanno perso il loro ruolo determinante, privi anche di tutele, spesso le denunce e le segnalazioni cadono le dimenticatoio. Ma, bisogna agire e reagire, passando da un legame scuola-famiglia, che và ritrovato, sono le prime due agenzie educative, che devono viaggiare all’unisono e sulla stessa strada: fatta di valori, fatta di sacrificio e di “no”, che sani, devono ritornare, di note che non vanno aggredite dai genitori, ma spalleggiate, magari anche con una sana punizione ai danni dei figli. Vanno riposti nei cassetti per molte ore cellulari e playstation, troppa violenza viaggia sui social e nei videogiochi, distraendoli. Serve che ci siano pene per questi ragazzini, fatti di rieducazione sociale, come ad esempio ore di volontariato o di lavori socialmente utili. Serve, il teatro, per far gettare la maschera alle persone e attribuire ruoli nuovi a chi non riesce ad averne di positivi. Serve la musica e un microfono per far esprimere al meglio chi non riesce a farlo in modo diverso. Serve incoraggiare chi non ce la fa, lodare davanti a tutti chi sbaglia spesso quando invece fa una cosa giusta. Tornare alle materie d’aiuto come la storia, la letteratura, la filosofia che hanno l’obbligo di insegnare il rispetto per sé e per gli altri, il coraggio di difendersi, l’autostima e la lotta all’omertà. E anche la debolezza che sta dietro a chi commette dei soprusi. Bisogna raccontare ai giovani storie di persone vere, lotte contro le ingiustizie, di Peppino Impastato, di Nelson Mandela, di Gandhi. Solo così, da grandi, i tacchi a spillo non sfileranno prepotenti sulle fragilità di un collega di lavoro. Insomma, la scuola ha soprattutto un compito: insegnare agli uomini di domani l’umanità. Questo è possibile anche se si ritorna su strada: educatori di strada, sacerdoti che aggancino i più giovani e li portino nel mondo dell’associazionismo e del sociale, che si ritorni ai gruppi scout o all’azione cattolica, che unisce e non divide, che esalta le diversità e le rende omogenee. C’è bisogno che la scuola torni al suo essere “severa”: una nota, un richiamo, certo con un fondamento di paura, visti i recenti casi di cronaca nera, ma non vanno lasciati soli gli insegnanti che fanno il loro dovere, anzi, bisogna che intervenga l’assistente sociale, che ne segnali l’accaduto se non è stato già fatto al Tribunale per i Minorenni, e c’è bisogno che si agisca in un’ottica globale, con una presa in carico di tutto il nucleo familiare: spesso si tratta di famiglie disgregate, in cui cova la violenza in varie manifestazioni, a volte i genitori sono in carcere per qualche reato, o vivono in contesi disagiati ed isolati. Vanno sempre cercate anche le cause nel bullo che và aiutato oltre ogni sua ragionevole o irragionevole spiegazione al gesto compiuto, ma per farlo c’è bisogno che le figure professionali siano vere e tutelate tutte prima ancora che gli episodi accadano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it – In questa versione è stato modificato solo il titolo)

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Bullismo, a Torino una sentenza esemplare contro due giovani

 

video-bulla-Veleni in rete, tensioni a scuola. Si moltiplicano i casi innescati dall’uso improprio dei social. Insulti online mentre in aula si finisce per litigare. L’ “altra scuola” corre veloce sui social network e si porta dietro un mare di veleni. Volano insulti, calunnie, minacce, frasi pesanti che mettono in difficoltà i ragazzi presi di mira, che spesso si ritrovano isolati. Perché il tutto è letto da tutti e le repliche sono spesso più velenose. Studenti denigrati e fotografie rubate: whatsapp semina discordia. Si chiama bullismo, si legge guerra feroce ai coetanei. Il fenomeno è in costante aumento soprattutto alle medie. Se ne parla nei consigli di istituto. I docenti, in classe, devono fare i conti con le liti innescate dagli insulti sulla rete. I docenti sono preoccupati, i ragazzi subiscono di nascosto. Soffrono in silenzio. Escalation di rabbia, parolacce, che spesso sottintendono una chiara, inequivocabile forma di cyberbullisimo. Un mondo parallelo nella quale gli adolescenti si infilano ma che rischia di inquinare: perché il passo dalle frasi digitali a quelle delle aule scolastiche è poco. “Nessuno mi ha aiutato”, “pensavano solo a filmare la scena”, racconta così la sua storia una quindicenne del siracusano vittima di bullismo. Picchiata davanti a tutti, senza che nessuno intervenisse. Una spedizione punitiva organizzata da due ragazzine di quindici e diciassette anni. Adolescenti come lei. Il movente sarebbe la gelosia che le due provavano per un ragazzo, fidanzato della quindicenne. L’incubo dura un mese: minacce telefoniche, danneggiamento della minicar con cui la quindicenne andava a scuola. Trova il coraggio, ne parla in famiglia, ma la situazione peggiora: viene aggredita anche la madre. Lesioni personali aggravate anche dalla premeditazione: l’accusa nei confronti
delle due ragazze. Bulli incattiviti, spinti dalla gelosia, dalla violenza, forti anche di un sistema giuridico carente in materia come forti del timore e della paura di chi subisce, di chi tace, di chi si chiude in se stesso ed in casa, perché impaurito e privo di ogni tutela. Aumentano le denunce ma le pene sono quasi inesistenti o tardano ad arrivare, ma un monito con una pena esemplare, che apre uno spiraglio verso un mondo di giustizia e di pena arriva da Torino. Diciannove mesi di inferno. Tra vessazioni, violenze inaudite, molestie e persecuzioni. Gli aguzzini, un ex compagno di classe e un altro che frequentava il suo stesso istituto tecnico torinese, sono stati condannati ad 8 anni e sei mesi di carcere. Il pubblico ministero ne aveva chiesti otto. La vittima, ancora scossa, sta decidendo cosa fare della sua vita, se tornare a scuola e terminare gli studi interrotti dopo l’ultimo episodio di bullismo, oppure rimanere vittima del dramma vissuto tra il febbraio 2013 e settembre 2014. Lo hanno perseguitato, violentato con un ombrello nella sua stanzetta: costretto ad ingoiare escrementi di cane, bere litri di vino e persino consumare un rapporto sessuale con una prostituta sotto i loro occhi, per dimostrare loro di non essere gay. All’epoca dei fatti lui, la vittima, era ancora minorenne, mentre, i suoi aguzzini da poco maggiorenni. Incensurati e prepotenti. Sui loro profili foto da spacconi, immortalati in pose da duri. Ha subito per mesi,
chiudendosi in un rigoroso silenzio, schiacciato dalla paura e dalla mortificazione, fin quando non ne parla con la mamma di un suo compagno di scuola, che poi ha riferito tutto ai suoi genitori. Una condanna esemplare con una punizione vera e dura. Ai due bulli, accusati di stalking, lesioni e violenza sessuale aggravata, sono state comminate anche pene accessorie, tra cui l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e il divieto di esercitare qualsiasi attività pubblica all’interno delle scuole. Alla vittima andranno 10 mila euro come risarcimento. La vicenda sembra che continuerà ed ancora nelle aule di Tribunale, perché il legale dei due bulli farà ricorso in
Appello, ma resta una vittima segnata, incupita, mortificata, che appena ha ricevuto la convocazione dell’inizio del processo è scappato di casa, ritrovato grazie al programma “Chi l’ha visto?”, ricoverato in un reparto di psichiatria del Nord Italia, oggi vuole ricominciare da quel buco nero che lo ha inghiottito: la scuola, per provare a riscrivere un’altra storia della sua vita. A riscrivere un’altra storia forse dovrebbe essere anche il legislatore che deve, forse, fare una profonda riflessione sulla procedibilità del reato quando questo è a carico anche di minorenni infraquattordicenni, vista la cronaca di persecuzione che trova sul suo cammino molte giovani vittime e spavaldi bulli spesso impuniti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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L’Italia della dispersione scolastica. Una piaga sociale alleata della criminalità

img_0217La crisi arriva tra i 16 ed i 17 anni: ci si sente grandi e le regole vanno strette, la scuola appare pesante e faticosa, noiosa, distaccata dalla realtà, i professori, degli adulti che guadagnano poco e si sgolano in classe per ore, e il lavoro poi, per un giovane è un miraggio, una chimera, i pomeriggi a studiare o non studiare è infondo lo stesso. E’ l’esercito di quei sedicenni che un giorno hanno detto “no” alla scuola. Quei ragazzi che una mattina hanno deciso di non entrare più in classe, di buttare alle ortiche libri, quaderni, interrogazioni, compiti in classi e giudizi. Ma anche le cose belle della scuola: gite, amici, sport. Un numero enorme di giovani lascia la scuola, il 18,8%, causando quello che viene chiamata “dispersione scolastica” o più comunemente “evasione scolastica”. Stando alle statistiche i ragazzi italiani abbandonano molto presto la scuola e molti lo fanno prima di aver conseguito un titolo di scuola superiore, così quasi la metà degli italiani hanno solo la licenza media ed un’obiettiva difficoltà a trovare lavoro. Le cause dell’abbandono possono essere molteplici, e soprattutto una scelta degli studi superiori poco orientata e seguita, che spesso favorisce il verificarsi di tale fenomeno. L’evasione scolastica è un fenomeno complesso che comprende in sé aspetti diversi e che intessa l’intero contesto scolastico-formativo. Il fenomeno, intreccia due problemi: il soggetto che tende a disperdersi nella società, a trascorrere più ore in strada, diventando un facile bersaglio della criminalità organizzata; e quello relativo al sistema che produce la dispersione. Il termine nell’uso intransitivo significa sbandarsi, svanire ed evocano quindi la dissipazione dell’intelligenza, delle risorse, delle potenzialità. Il quadro dell’istruzione fotografato dall’Istat per “100 statistiche per il Paese – Indicatori per conoscere e valutare” è davvero preoccupante e secondo la ricerca, la fuga dai banchi interessa soprattutto il meridione. In Sicilia e Campania rispettivamente 15 e 14 studenti su cento non completano nemmeno il percorso dell’obbligo, mentre l’anno scorso poco più del 75% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore. Alla base dell’analisi delle cause della dispersione e del suo dimensionamento, ci sono sia variabili soggettive che macro-sociali, come ad esempio la mentalità che tende ancora oggi a denigrare la scuola ed il suo ruolo formativo e sociale, preferendo il lavoro già in tenera età. Dai dati è possibile vedere come la dispersione scolastica è molto alta nelle zone del Sud Italia, maglia nera per Napoli, dove circa il 12% dei bambini non va a scuola. Nello specifico, gli ultimi dati,  che si riferiscono a Napoli e all’intera regione, facendo riferimento all’anno scolastico 2014-2015 parlano, per la scuola primaria, di 335 segnalazioni ai servizi sociali di cui 176 rientrate prima della fine dell’anno, su una platea scolastica di oltre 42mila bambini. Si tratta di evasioni distribuite in modo non omogeneo ma comunque nelle zone di maggiore disagio socio-economico. Per le scuole medie, invece, su una popolazione scolastica di oltre 31mila ragazzi, 408 sono stati gli inadempimenti registrati alla fine dell’anno. Questi dati vanno letti tenendo conto delle motivazioni accertate, che per la primaria vanno ricercate prevalentemente nel disagio familiare e per le medie nella convinzione dei ragazzi dell’inutilità del percorso scolastico. Sono sempre più i giovani che subito dopo gli anni dell’obbligo formativo decidono di lasciare la scuola, e che a vent’anni, nell’età adulta, si ritrova sperduto e senza un titolo di studio. Perché se è vero che i titoli valgono a ben poco non averli significa esserne fuori, diventare invisibili, pronti ad entrare nell’esercito dei “Neet”, quegli oltre due milioni di giovani italiani tra i 15 ed i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non hanno formazione. Sono gli esiliati. Gli inoccupati. Gli sfiduciati. C’è chi si aliena davanti al computer oltre 134 mila giovani in più espulsi o autoespulsi dal mondo produttivo.
C´è chi si aliena davanti al computer, nello stile degli hikikomori, quegli adolescenti che decidono che il mondo è nella loro camera da letto e nei rapporti virtuali della Rete. Oppure ci sono quei giovani che incontri al centro commerciale. Passano il tempo guardando le cose, le merci, gli oggetti, ma non spendono, perché i soldi non ci sono, e i pochi a disposizione servono per il cellulare. Certo, non ci sono soltanto i potenziali Neet tra coloro che abbandonano la scuola. Perché la dispersione scolastica, il fenomeno è noto, è alta e costante anche nelle regioni ricche, dove il lavoro, seppure più scarso, c´è ancora. E allora i teenager del Nord Est mollano e vanno a bottega. Dagli addetti ai lavori vengono definiti i “fuggitivi più fortunati”, chi lascia la scuola senza un paracadute rischi la deriva, il branco, rischia di deprimersi, isolarsi e chiudersi in se stesso. La dispersione scolastica è un urlo straziante e silenzioso al tempo stesso di tanti giovanissimi abituati agli agi e ai comodi, o semplicemente poco stimolati, confinati in una creatività fatta di social network e di tecnologia, ma una creatività non loro, che giorno dopo giorno spegne il loro potenziale, le loro idee personali che si omologano agli altri. Un urlo che richiama ad una scuola che non ha bisogno di tagli ma di iniziative, di progetti: corsi musicali, teatrali, laboratori, rendiamo la scuola un contenitore di vita e non soltanto di nozioni. Bisogna però rafforzare l’impegno contro la dispersione scolastica replicando le azioni positive già avviate e migliorando il rapporto tra le istituzione scolastiche e i servizi sociali, cercando di costruire percorsi comuni con tutti i soggetti esterni che lavorano con la scuola: terzo settore, associazioni, singoli volontari e che passano anche per il coinvolgimento dei genitori e per l’apertura della scuola al territorio circostante. Non è difficile creare una scuola per tutti, ma ha bisogno di energie, di forze e di risorse sia umane che finanziare, non ha bisogno di tagli, di ulteriori difficoltà.

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Il primo giorno di scuola non è più vintage ma social.

selfieNell’era digitale, dei social network e delle foto 2.0, anche il primo giorno di scuola non è più vintage, ma sempre più social. Questa mattina, più di mezzo milione di studenti è tornato tra i banchi di scuola. Per qualcuno quest’anno sarà una nuova avventura: prima elementare, prima media o prima superiore. Ma che sia prima o che sia l’ennesimo primo giorno di scuola, i genitori non possono rinunciare ad uno scatto fotografico, che immortali il futuro che avanza e che scoprirà mille altre cose, che si divertirà, si stancherà anche sui libri, ma è pur sempre un piccolo esserino del domani. La foto è un rito a cui non si può rinunciare, un po’ come la corsa al banco migliore, possibilmente dietro, o gli scongiuri prima di entrare, o anche evitare i lunghi discorsi dei docenti o del preside sul nuovo anno scolastico, sullo studio matto e disperato. La foto va fatta: per ricordo, per rito, per scaramanzia e meglio ancora se a farla sono i genitori. Mia mamma fotografava sempre me e mio fratello al primo giorno di scuola, un vero book fotografico e all’epoca la foto non potevi neanche rivederla, quindi, ne scattava tante e poi di corsa dal fotografo per far sì che quelle foto prendessero forma. Oggi la foto non è più vintage ma social. In molti hanno fotografato i propri figli nel primo giorno di scuola e poi postato le foto sui social, ed io sinceramente le ho guardate con piacere, mentre, in molti le hanno criticate, commentate negativamente, arrivando anche a pensare che un genitore solo perché scatta una foto-o più di una- non abbraccia il figlio, non lo guarda negli occhi, non lo assapora fino all’ultimo istante prima che entri in classe. Penso, che una foto non faccia male a nessuno, una foto è il ricordo di quel momento, che poi guarderemo-così come spesso abbiamo fatto io e mio fratello- e con piacere. Una foto è l’emozione che si provava al momento, è il riderci sopra dopo anni e dire: “mamma che faccia”, è il ricordarsi di un avvenimento, di un tempo passato. Una foto non può cancellare dei sentimenti, delle emozioni. Un genitore può scattare una foto, ma può anche guardare negli occhi il figlio e vedere la sua paura, la sua tenerezza, l’ansia del momento, la gioia, può anche abbracciarlo dopo. Non è una foto a bloccare il flusso delle emozioni, dei sentimenti. Io sono per la foto da primo giorno di scuola, che poi il genitore voglia condividerla sui social è una scelta personale. Sono per il selfie degli studenti tra i banchi nel primo giorno di scuola, magari anche con l’insegnante che apprezzano di più. Sono per immortalare il momento, che poi non sia più vintage, che non resti più solo in un cassetto ma venga anche pubblicato, a sancire che ormai anche il primo giorno di scuola è sempre più social, è il tempo che cambia e che ci mostra l’evoluzione anche del primo giorno di scuola. Ieri e oggi.

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