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Gli effetti collaterali del Covid: un mucchio di notizie che incidono sulla psiche e sul sociale

Dagli altoparlanti dei centri commerciali, alle radio che in filo diffusione aggiornano e raccontano un mondo nelle mani di un virus che per quanto sconosciuto stronca vite e infonde terrore, ai telegiornali con titoli ad effetto, passando per i social network: sempre più cruciali durante l’attuale emergenza sanitaria globale. Le reti sociali, per altro, sono divenute uno dei canali di informazione più utilizzati che se da un lato permettono di raggiungere le comunità più isolate, dall’altro è un susseguirsi di flash news e di bollettini che hanno trasformato uno dei social più noti per tenersi in contatto in un social news dove si susseguono fake news e procurato allarmismo. Un mucchio di notizie che bombardano la nostre mente costantemente: un giro in un centro commerciale è accompagnato regolarmente da informazioni e dati sul coronavirus; un appuntamento dall’estetista si trasforma in un sottofondo radio che alterna qualche canzone a commenti in studio e dati sul coronavirus. Un giro virtuale sui social si trasforma in angoscia e preoccupazione. Che l’informazione sia giusta e sacrosanta, arrivando a tutti è fuori discussione, ma ciò che si contesta è forse il continuo bombardamento di notizie, a volte affidato anche ai social e a persone che di giornalismo e talvolta di medicina non se ne intendono. Il covid esiste, anche se c’è chi vuole negarlo, chi propone teorie complottiste, proteggersi è un atto di civiltà verso se stessi e verso gli altri. Il  covid è una guerra il cui nemico è armato ma chi vuole difendersi non sa come farlo. L’informazione è giusta nella misura in cui racconta gli eventi che accadono, è giusta quando scuote la società, ma ad oggi rischia di diventare un effetto collaterale. Non lo avremmo mai immaginato, solitamente ci si sofferma sul fatto grosso: in questo caso il covid, ma gli effetti collaterali si compiono accanto, sono un mondo nel mondo. L’allarmismo da coronavirus rischia di isolarci. Che il coronavirus avesse rilevanti implicazioni psicologiche e sociali era risaputo, ma uno dei principali pericoli è in senso di minaccia generalizzato che rischia di distruggere o indebolire i legami comunitari, facendoci sentire isolati e pronti a tutelare solo il nostro interesse personale a discapito degli altri. Un continuo di notizie allarmanti e divisive che non fanno altro che farci sentire sempre più distanti dall’altro, che spingono a trovare un colpevole di turno per poterci proteggere da un evento i cui confini non sono per niente delineati e che la stessa mente umana non sa definire. La mente non è pronta alle emergenze seppur prova ad adattarsi e cerca anche di chiedere aiuto all’esterno con momenti di svago, il problema è la pluralità di messaggi poco coerenti che unita alle informazioni enfatizzate e talvolta manipolate dai social aggiungono incertezza e provocano ansia, paura, terrore,  generando una grande confusione. L’essere umano si sente così spaesato, non riesce a dare senso a ciò che sta vivendo, cercando a tutti i costi un capro espiatorio. E più siamo incerti, frammentati, contrapposti meno saremo equipaggiati ad affrontare un’emergenza come il virus. Dall’epidemiologo che rilascia un’intervista, all’amico che invia il link che viene condiviso, tutti, nessuno escluso abbiamo la responsabilità di tutto ciò che comunichiamo: dobbiamo essere sicuri che le informazioni che diamo siano interpretate correttamente dal destinatario, che siano in grado di essere rapportate alla sua esperienza e al suo contesto. E questo da settimane non sta accadendo. Informazioni sbagliate possono farci vedere il pericolo in maniera diversa: se c’è da una parte chi esce di casa senza mascherina, dall’altra c’è chi se ne va beatamente alle feste e non indossa la mascherina, convinto che a lui possa non accadere nulla. Un fenomeno che gli addetti ai lavori definiscono “percezione di immunità oggettiva”.  Di base manca una corretta informazione d’emergenza, prima di catastrofi, terremoti o virus, bisognerebbe parlare e sensibilizzare l’opinione pubblica al rischio. Una buona comunicazione in ogni sua forma può contribuire a salvare vite umane. Essere preparati significa conoscere eventuali rischi derivanti da un fenomeno d’emergenza e come fronteggiarlo. Per quanto riguarda il Covid ad oggi i messaggi veicolati sono stati più o meno incoerenti, ecco perché oggi c’è chi ha tanta paura e chi in vece non riesce a comprendere l’allarmismo che lo circonda.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Scuola al tempo del covid, come affrontarla?

Sul rientro a scuola, è ancora tutto un interrogativo. La data c’è, gran parte delle scuole italiane riapriranno il prossimo 14 Settembre, che per la ministra Azzolina è una certezza ma per tanti non è così, considerati gli annunci ed i passi indietro, i genitori hanno ancora qualche dubbio e molte domande a cui cercano una risposta. Paure ed angosce si susseguono. Tra i mille interrogativi c’è anche: “ma se il proprio figlio viene contagiato e deve essere messo in quarantena, i genitori che lavorano entrambi come devono e possono fare?” Su questo il Governo ci sta lavorando e la proposta attualmente sul tavolo è quella di offrire dei congedi e consentire lo smart working per permettere alle famiglie di gestire la ripresa delle scuole con maggiore tutela. Una certezza c’è ed è stata delineata dalle linee guida dell’ISS, qualora uno studente dovesse risultare positivo al coronavirus, i medici potranno imporre la quarantena al bambino, a tutta la classe e anche gli alunni delle altre classi con cui lo studente ha avuto contatti. Nel frattempo, in attesa di un protocollo di sicurezza definitivo, emergono le indicazioni per ripartire in sicurezza, per mettere a punto un nuovo regolamento sulla sicurezza anti-covid per il rientro a scuola, misure in parte già adottate per gli esami di Stato, ma anche nuove disposizioni da mettere in campo. Si discute in queste ore dagli orari alla mensa, dai bagni alla ricreazione. Le linee guida prevedono una rimodulazione degli orari di entrata ed uscita, con classi in entrata scaglionate dai dieci ai trenta minuti. In aula la distanza sarà di un metro, infatti, le scuole si stanno attrezzando con banchi monoposto. Sull’uso della mascherina al banco è ancora tutto un dibattito e un’incertezza. In bagno, invece, potrà andare uno studente per volta e munito di mascherina. La ricreazione non sarà più una corsa in cortile, solo le scuole più grandi potranno far uscire gli alunni dalle aule per prendere aria, ma sempre con mascherina e a turni, rispettando le indicazioni degli ingressi. Altre scuole invece dovranno far consumare la merenda al banco. Il capitolo mensa è ancora tutto da disegnare, infatti, molti presidi vorrebbero che i bambini consumino il pasto in aula, al proprio banco, senza spostarli dalla posizione stabilita. Insomma, una scuola che necessariamente cambia ed ha difficoltà a conciliare le esigenze dei ragazzi con quelle dettate da una pandemia mondiale che continua a spaventare tutti, eppure c’è bisogno che si riprenda proprio dalla scuola. Infatti, i più piccoli sono stati quelli che hanno risentito più di tutti un cambiamento vertiginoso che improvvisamente li ha confinati in casa con una scuola a distanza ed una socialità affidata solo agli strumenti digitali, quelli che fino a poco prima gli adulti gli limitavano o impedivano. Il ritorno a scuola sembra certo, seppur con molti dubbi ed interrogativi che senza dubbio spaventano tutti, ma queste angosce non possono essere trasmesse ai ragazzi. E’ importante parlargli del ritorno a scuola, di pensare all’organizzazione delle giornate anche in funzione del covid, spiegando loro con calma e tranquillità che questo virus ha cambiato le abitudini di tutti e anche a scuola bisognerà adottare alcune precauzione che serviranno per sé e per gli altri. Non sarà semplice per i genitori abituare i bambini alla routine del mattino dopo tanti giorni di vacanza. Vi propongo qualche suggerimento per prepararsi al ritorno a scuola.

  1. Riprendere i giusti ritmi del sonno: il sonno è importante per i bambini, specie nel momento pre-scuola. Dormire poco influisce non poco sul rendimento scolastico e sull’umore dei piccoli. Aiutiamoli anticipando il risveglio e l’orario per andare a letto, evitando attività che possono agitarli prima di andare a dormire.
  2. Scegliere lo zaino: per distrarli dopo un lungo periodo lontano dalla scuola, catturiamo la loro voglia di cambiare zaino e dedichiamo qualche ora insieme a lui nella scelta del corredo con il suo personaggio preferito.
  3. Fare i compiti: Preparate un calendario per organizzare i compiti in vista dell’inizio della scuola, servirà anche a calcolare i giorni che mancano all’inizio della scuola e a prepararli al ritmo dello studio.
  4. Poesie e filastrocche per il ritorno a scuola: per rendere il ritorno a scuola più divertente potrete affidarvi alle filastrocche per bambini.  Le parole in rima hanno una musica speciale che ricorda le formule magiche e riusciranno a strappare un sorriso ai vostri piccoli e rendere mena amara la fine delle vacanze.
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Il sociale invisibile: le comunità e l’operato assistenziale al tempo del Covid-19

untitledNei giorni che hanno segnato il mondo e le vite, così sospesi in un flusso digitale quasi ininterrotto, in cui abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra il bisogno di comprendere ed il seguire il naturale corso degli eventi, cercando di sottrarci al marasma di informazioni, analisi e dati statistici. Un mondo però andava avanti con operai, cassieri, impiegati, sanitari e operatori sociali che continuavano a lavorare instancabilmente consapevoli di essere il motore pulsante di un Paese che andava avanti e che avrebbe dovuto ripartire e ricominciare nel post covid. Il sociale è uno dei settori che in questo surreale ed improvviso periodo non si è mai fermato, anzi, è stato uno dei tasselli fondamentali del puzzle di vita dell’emergenza epidemiologica. Il lockdown ha acuito molti bisogni, accentuato la forbice di disparità sociale, aumentato la povertà in ogni sua forma: da quella economica a quella educativa, la violenza domestica e familiare è aumentata, e molti assistenti sociali e psicologi si sono ritrovati in piena emergenza. L’emergenza nell’emergenza. In questo periodo le comunità per minori, le comunità psichiatriche, i servizi per i disabili, l’educativa di strada, l’assistenza ai senza fissa dimora, le residenze per anziani hanno continuato ad operare a pieno regime, mentre i servizi di assistenza domiciliare hanno riconvertito la loro funzione in un senso maggiormente assistenziale come pure per l’assistenza scolastica. Gli operatori ed i professionisti del sociale non si sono tirati indietro anche perché nascono nel motto del “fare con quello che c’è”. La volontà, quella non è mai mancata, non si sono mai tirati indietro, lavorando anche in un momento alquanto difficile: perché le paure sono di tutti. Uomini e donne, professionisti del sociale e del mondo sanitario che in questa emergenza sanitaria e sociale hanno mostrato umanità e competenza, senso del dovere e abnegazione, eppure per molto tempo hanno incarnato nell’immaginario comune e politico l’ultimo baluardo e martire del defunto welfare italiano. Eppure se non ci fosse stato il cuore delle comunità educative, delle case famiglia, delle residenze per anziani, questi ospiti che fine avrebbero fatto? L’hastag #iorestoacasa valeva anche per loro. Ma c’era chi un a casa non ce l’aveva e chi, pur avendola, non viveva con la propria famiglia: i bambini, i ragazzi, gli anziani che vivono in comunità ospitanti. Le comunità sono un servizio residenziale e non può sospendere le sue attività, non può allontanare nessuno per “sicurezza” perché proprio per la loro “sicurezza e protezione” sono stati accolti, allontanati da  famiglie maltrattanti e abusanti, o per gli adulti da contesti di abbandono e solitudine.
La comunità resta aperta per 24 ore, non può fare orario ridotto e anzi durante l’emergenza epidemiologica, più che mai, con il tempo dilatato, i giorni della settimana non hanno più avuto confine: mancava la routine, le abitudini, la scuola, lo sport che sono parte del lavoro educativo. Un lavoro che ha richiesto di essere reinventato. Gli operatori hanno trascorso il loro tempo con gli ospiti delle strutture, cercando di rendere il tempo ormai dilatato ricco di esperienze diversificate. Un lavoro che è passato in secondo piano, quasi nessuno se ne è ricordato, eppure si tratta di persone che ogni giorno combattevano con la paura umana e comprensibile, e spesso combattono con turni lunghi, cambi improvvisi, un lavoro spesso sottopagato o a progetti a breve tempo, con Enti Locali spesso inadempienti economicamente e le comunità si ritrovano in affanno senza entrate. Uomini e donne di cui nessuno se ne è occupato eppure svolgevano il loro lavoro fondamentale, molto spesso. Persone che hanno dovuto comunque gestire lo stress di questo periodo. Dinanzi a loro la paura personale, la paura familiare e quella dei loro ospiti, a cui hanno dovuto cercare di dare amore ed empatia, perché alla sera quegli ospiti non tornavano a casa, nel proprio ambiente di vita, che talvolta coccola e appaca, e per loro il destino è stato già alquanto difficoltoso e di certo un’emergenza epidemiologica ha acuito ancor di più le mancanze e le difficoltà della vita. Forse in questa nuova fase della vita che ha riallacciato le cinture dovremmo ricordarci di molte cose che hanno reso migliore un mondo segnato.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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