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I dimenticati del lockdown: disabili e caregiver

Sfaccettature e volti della pandemia che se da un lato ha generato lockdown – giusti- non ha risparmiato non poche ripercussioni economiche e sociali, e proprio l’aspetto sociale ha mostrato fragilità e carenze, generando l’acuirsi di bisogni latenti ma anche il generarsi di nuovi bisogni. Confinati tra le mura domestiche anche i portatori di handicap e i loro caregiver, il familiare che li accudisce quotidianamente, un percorso estremamente difficile anche a causa dell’emergenza pandemica. Un’emergenza nell’emergenza che riguarda, secondo il rapporto Istat del 2019, oltre due milioni di famiglie. Genitori, mariti, mogli, figli, alle prese con i parenti disabili da assistere. Una vita nell’ombra fatta di giornate lunghe che fanno invecchiare e ammalare. Sono i caregiver familiari, segmento trascurato del mondo dell’assistenza ai disabili, lavoratori a tempo pieno, non volontari e non riconosciuti, vincolati dal legame di sangue e affettivo, che trascurano e dimenticano la loro vita e le loro esigenze per assistere il loro familiare. Ad oggi non esiste una legge nazionale che li riconosca, eccetto le leggi regionali dell’Emilia Romagna e della Campania, nonostante le promesse, ancora attendono una qualche forma di sussidio per i sacrifici sostenuti durante la pandemia. Ombre e luci su un mondo esistente e parallelo al nostro: la disabilità e chi li assiste. Dimenticata o quasi la disabilità in tempo di covid. Sono rimasti fuori dai provvedimenti del legislatore durante la quarantena tutti gli aspetti ludici, psicologici e specifici per i bambini e i ragazzi disabili. Molti bambini non hanno potuto ricorrere alle lezioni on line. Le lezioni frontali con video non sono facilmente fruibili da tutti, come ad esempio i ragazzi con difficoltà cognitive. Impensabile pensare che un bambino con un ritardo importante riesca a rimanere concentrato tante ore davanti ad uno schermo. L’impatto dell’isolamento sui minori affetti da disabilità ha generato ripercussioni notevoli: senza terapie la regressione è quotidiana. Senza scuola stanno perdendo piccole grandi abilità e conquiste di autonomia e di autostima, momenti di socializzazione, che avevano faticosamente guadagnato. Per loro servono programmi individuali, e molto spesso, vicinanza fisica, in contrasto con le severe misure di distanziamento sociale. Ma anche i disabili adulti fanno i conti con le penalizzazioni generate dalla quarantena. Coloro che lavoravano fanno i conti con l’isolamento: è venuto a mancare quell’aspetto di socialità e autonomia tanto importante per il mantenimento delle loro funzioni cognitive. Il cervello è un muscolo da mantenere allenato. Sempre e da tutti. Le misure in campo, seppur volte a tutelare la salute delle persone, hanno prodotto un inevitabile effetto collaterale: un lungo periodo di isolamento, difficile da sopportare, soprattutto per i più fragili. Alcune disabilità hanno risentito ancor di più dell’isolamento domestico, come il Disturbo dello Spettro dell’Autismo, le giornate di queste persone prima della chiusura dei servizi erano strutturate con una routine ben definita (scuola, centri di riabilitazione, sport) che improvvisamente vengono a mancare. Il cambiamento per un autistico, non è facile. I genitori si sono ritrovati h24, sette giorni su sette, i propri figli a casa, senza alcun momento di respiro, cercando di gestire e arricchire le giornate sempre più deprivate di stimoli. Per alcuni disabili, affrontare il covid può essere molto complesso. Si pensi ai non udenti o a chi ha una lesione alta e dunque difficoltà a respirare, in quei casi la mascherina è un elemento di disturbo. Allo stesso tempo chi ha difficoltà motorie e deve prendere un mezzo di trasporto, deve tenere le distanze, quando invece l’aiuto della gente per salire o scendere da un autobus a volte è fondamentale. Senza tralasciare le loro paure nel perdere i propri punti di riferimento, iniziando dal caregiver che potrebbe ammalarsi. Sono questi i sentimenti a cui bisogna fare i conti se si è disabili. Paure, difficoltà e sentimenti contrastanti sperimentano i disabili ma anche i loro caregiver, che con il covid-19 sono piombati in una sorta di realtà distopica. Le madri dominano di più la scena, leonesse nell’assistenza dei figli disabili, se da un lato alcune mamme hanno potuto dedicargli più tempo dall’altro hanno azzerato del tutto i momenti di respite. Eppure a loro resta la speranza, carburante della resilienza di queste famiglie, quello che gli consente di rispondere ogni giorno alla prova personale difficile. E in fondo, il locdown imposto dall’emergenza sanitaria non è molto diverso dal loro quotidiano. Perché le famiglie con soggetti disabili vivono normalmente una sorta di locwdown, con una vita sociale molto sacrificata. Angeli custodi e spalle della vita di bambini e adulti disabili che con grande intensità e amore, consapevoli ma non troppo, sfidano i limiti e vivono il loro quotidiano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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I giovani al tempo del Coronavirus: isolamento, rifiuto alla Dad e dispersione scolastica

Didattica a distanza, vita sociale azzerata e impossibilità di costruire relazioni, di vedere posti nuovi, hanno caratterizzato la vita degli adolescenti negli ultimi undici mesi. Misure – seppur giuste- per contenere il contagio da covid-19, che però non risparmiano ripercussioni sulla psiche e nella vita di molti adolescenti, fase già di per sé complicata e caratterizzata da transizioni nuove e  più o meno complesse. Un momento storico che anche i più giovani non dimenticheranno facilmente, se non altro per i postumi che questo lascerà, anzitutto, le ripercussioni negative sulla loro capacità di socializzare, già di per sé mutata rispetto al passato, inclini più al dialogo virtuale che de visu, perdendosi il meglio degli incontri interpersonali. Ma anche il loro stato d’animo e l’umore ne risente, molti adolescenti, vivono momenti d’angoscia, ansia, smarrimento,difficoltà ad immaginare un domani; altri, invece, manifestano aggressività che si traduce anche in scatti d’ira, preoccupando molti genitori, che in alcuni casi sono arrivati a denunciare i figli minori attivando i servizi sociali, in altri invece, intraprendendo un percorso di psicoterapia per adolescenti. Fenomeni e comportamenti, che anche un recente rapporto di “Save the Children” riporta, rimarcando gli effetti di questo storico periodo sui giovanissimi d’oggi e sulle ripercussioni che questo potrà avere sul loro futuro. Diverse le fasi che hanno vissuto gli adolescenti, inizialmente stupore, provando anche un certo interesse nel provare a vivere un’esperienza diversa dal comune, provando anche a giovare degli effetti derivanti da una diminuzione dell’impegno scolastico. Poco dopo si è sviluppata una seconda fase che ha comportato il fatto che iniziassero a ritirarsi sempre di più in se stessi e in questa situazione di isolamento. Pur non sapendo dove e come saranno condotti domani, hanno chiaro il loro attuale stato d’animo, il loro stare male nel vivere. Una nuova dipendenza, nel frattempo rischia di prendere il sopravvento per i giovanissimi, l’uso continuo e smoderato dei social e dello smartphone: nella realtà virtuale gli adolescenti cercano la possibilità di gestire delle situazioni. Tensioni che si accumulano. Inoltre, non va tralasciato anche il pericolo che si sviluppino altre dipendenze dall’alcol, ad esempio. Seppur disagi che richiamano a delle preoccupazioni, la maggior parte degli adolescenti non ha però bisogno di una terapia psicologica clinica, devono essere i genitori i costruttori insieme ai figli della capacità di problem solving, risoluzione dei problemi, aiutandoli a lavorare sulle loro capacità e sulle loro potenzialità. Bisogna fornirgli uno sguardo esterno sulle loro risorse e insegnare loro a metterle in campo. Alto tasto dolente di questo sospeso periodo della vita degli studenti è la didattica a distanza, vissuta da molti bambini ed adolescenti con difficoltà, non da meno dai genitori. Il divario è palese. Molti genitori sono costretti ad andare a lavorare o restare a casa in modalità agile, senza riuscire a seguire e a prestare attenzione ai figli che devono seguire le lezioni online; dall’altra parte le famiglie numerose, ma anche quelle che vivono in case con spazi angusti e ristretti, dove non c’è spazio sufficiente e silenzio adeguato per ognuno dei figli che deve seguire la dad; ragazzini che vivono in zone in cui la connessione è lenta e difficile; genitori che rappresentano non poche difficoltà nel provare a gestire la dad, spesso si tratta di adulti che non hanno neppure la licenza media: impossibile demandargli anche l’istruzione dei loro figli, qualsiasi sia il grado scolastico che questi frequentino. La dispersione scolastica in Italia già prima della pandemia aveva numeri preoccupanti, rappresentati dal 30,6% degli oltre 11 milioni di studenti. Secondo l’indagine di Ipsos “i giovani ai tempi del Coronavirus”, per Save the Children, condotto tra gli studenti tra i 14 e i 18 anni, il 28% degli giovani intervistati ha dichiarato che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. Tra le cause principali delle assenze durante la Dad la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione. Almeno 34 mila studenti delle superiori rischiano l’abbandono scolastico. La dispersione scolastica è un film dai sogni spezzati per i ragazzini. Alcuni comprendono che studiare sia l’unica possibilità per crearsi un futuro migliore, per essere partecipi del reale cambiamento della realtà in cui vivono, altri vivono nell’incertezza se studiare o meno, altri ancora abbandonano il percorso scolastico: il fatto che ci sia l’obbligo scolastico fino a sedici anni non li turba, e non turba neanche le loro famiglie (alcuni non sanno neanche che ci sia l’obbligo). Una regola imposta dal mondo che è intorno ai ragazzi, quel mondo in cui loro saranno i protagonisti, senza neppure rendersene conto. La scuola resta sempre il valore aggiunto, che può dare una chance di miglioramento, aiutando a realizzare i sogni ai ragazzi. Vale la pena ricordare a noi adulti, che l’abbandono scolastico ruba il futuro ai ragazzi, e spesso li consegna in altre mani. Consiglio la visione del film “la nostra strada” per ricordarci quanto i ragazzi abbandonano la scuola possano essere attratti dalla cultura dei favori anziché la cultura dei diritti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Educare i bambini alle emozioni. Un cartone animato “Inside out” può aiutarci

Essere genitori, che fatica! Esserlo in questo periodo tanto incerto e complesso, che pone gli adulti ad una dura prova di vita, lo è ancora di più. Ma nel complesso mondo che viviamo ci sono anche loro, i bambini. La sfida è educare alle emozioni. Solo aiutando i più piccoli, li prepareremo a gestire correttamente la propria emotività, usufruendo di quel bagaglio interiore necessario per vivere meglio e per relazionarsi con gli altri in modo equilibrato e sereno. Spetta agli adulti: genitori, nonni, adulti di riferimento fornirgli la base per sottrarli all’analfabetismo emotivo che in molti casi diventa base di comportamenti dannosi. Educare alle emozioni dovrebbe essere un impegno che dovrebbe iniziare fin dai primi istanti di vita del neonato per proseguire e svilupparsi durante l’età evolutiva. Ma, spesso dimentichiamo che le emozioni che viviamo di riflesso le vivano anche i bambini, ci voleva una pandemia mondiale per farci riscoprire le emozioni e farci notare che queste le vivono anche i più piccoli. Non ci vogliono i super poteri, per educare serve soprattutto saper ascoltare, riuscire a percepire lo stato emotivo del bambino, entrare nel suo “caos” interiore e saper fare chiarezza con decisione e autorità, ma anche con dolcezza. Mostrare rabbia o stanchezza, o addirittura mostrarsi confusi aggrava ancor di più la confusione del bambino. Mostrasi tranquilli, significa mostrare al bambino che mamma e papà sanno capirlo e placarlo. Un modo per capire il mondo delle emozioni dei bambini è il cartone animato “Inside out”, talvolta si rivela più comprensibile agli adulti che ai bambini. Riley, la protagonista nella sua testa ha cinque emozioni: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Queste emozioni sono una sorta di gruppo di lavoro che prendono una serie di decisioni affinché la bambina sia in grado di affrontare le diverse sfide della vita. Niente di diverso da quello che ci accade continuamente, ecco perché “Inside out” potrebbe essere uno spunto per i grandi e un modo per divertirsi e capire insieme anche ai più piccoli. Cosa fa capire realmente il cartone?

Non è possibile far finta di provare emozioni nella presa di decisioni. Le emozioni sono alla base delle buone decisioni, una sorta di filtro che ci aiutano a scegliere le opportunità meno dannose. Infatti, le emozioni non devono tacere ma dobbiamo imparare ad ascoltarle, connettendoci con il nostro mondo emotivo, ascoltando anche la pancia, molte delle cose che si sentono partono da lì e poi investono cuore e testa. Chiedersi perché il proprio bambino si comporta in un certo modo, significa connettersi con la propria “parte bambina”.

I ricordi cambiano la loro traccia emotiva con il tempo. La memoria, come anche il cartone lo ricorda, è un processo sempre attivo ed in continua evoluzione. Quindi quello che si ricorda oggi non è uguale a quello che si ricorda domani. Le emozioni che proviamo cambiano il modo in cui guardiamo gli eventi che ci sono accaduti e quindi cambiano i nostri ricordi. Non è raro avere ricordi felici della propria infanzia, ma talvolta la mente ripensa ad episodi che generano nostalgia o tristezza, come anche episodi tristi per un bambino che da adulto ripensando al perché, prova allegria. Quello che accade è che ricordando non riusciamo a separarlo dalla persona che siamo oggi. Cambiamento che inevitabilmente trasforma i nostri ricordi.

Potenziare le emozioni positive perché sono in svantaggio. Il cartone mette in risalto le cinque principali emozioni ma vi sono anche quelle “secondarie”: disprezzo, frustrazione, eccitazione, imbarazzo e sorpresa. Istintivamente attiviamo quelle negative perché accadono frequentemente e sono in numero maggiore di quelle positive, perché siamo tarati per metterci al sicuro, ecco perché si attivano quelle negativi, per istinto anche di protezione dal pericolo, mentre i segnali positivi possono essere meno intensi.

Ad un certo punto del cartone si parla di “spazzatura mentale” notando come i ricordi sbiaditi vengono cancellati. Quindi è importante fare una check list delle emozioni: quello che ci piace, quello che ci fa stare bene, di ciò che abbiamo bisogno. Non lasciamole andare a causa delle routine frenetica. Infine, il cartone ci ricorda come tutte le emozioni son necessarie e non dobbiamo allontanarle o negarle: tutte hanno un messaggio da trasmetterci. Se impariamo ad accettare tutte le nostre emozioni, riconoscendole, sapremo rispondere meglio a quanto i più piccoli sentono, diventando maggiormente empatici e capiremo così le conseguenze delle nostre e delle loro azioni.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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#pensateci

Parliamone.
Queste settimane di emergenza che stanno paralizzando il mondo che non riesce più a vivere nella sua corsa affannosa, assistiamo in ordine sparso:

-alla pubblicazione e divulgazione del video di un paziente probabilmente affetto da covid che è stato ritrovato morto nel bagno dell’ospedale Cardarelli di Napoli.
Premesso che ogni essere umano ed ogni morte va rispettata, per cui c’è sempre un limite da porre all’informazione soprattutto rispettando la morte ed i familiari di quell’essere umano che ha trovato la morte improvvisamente, senza poter chiedere aiuto all’interno di un bagno dell’ospedale.
Questo non è giornalismo, me ne dissocio.
Il rispetto prima di ogni cosa.
Davanti a notizie ed immagini del genere bisogna solo provare “vergogna” da parte di chi ci governa e sa le reali condizioni sanitarie al Sud ed in Campania.
Dolore e preghiera da parte dell’opinione pubblica anziché farlo rimbalzare da una chat all’altra o da una bacheca all’altra. Silenzio e non commenti del tipo aveva o non aveva altre patologie. Ditelo.
Non è un gioco al massacro questa, si chiama Vita, eppure in questo momento surreale e tragico dovremmo ricordarcene.

-un ragazzo di 26 anni perde la vita in Italia a causa del covid, un titolo specifica che aveva già pregresse patologie e così i commenti dicono “finalmente lo dite che aveva pregresse patologie”, come se avere altre patologie giustificasse che si possa morire. Così come quelli che giustificano la morte degli anziani “tanto era anziano”, ma perché scusatemi chi è anziano, chi ha altre patologie può o deve morire secondo voi?

-un governatore della regione posta un tweet dove dice che nella sua regione per covid muoiono gli anziani che non sono più produttivi al tessuto economico. Ecco un rappresentante istituzionale che con un post che suona tanto come pacca sulla spalla legittima la morte degli anziani per covid, tanto alla fine -suo messaggio sublime- che ce ne facciamo? Ma ci rendiamo conto che parliamo di esseri umani, di persone che hanno prodotto in questo Paese, di persone che sono patrimonio umano?

-l’Italia viene divisa in colori, i contributi arrivano solo per alcune regioni, chi è reduce dal primo lockdown aspetta ancora gli aiuti pregressi. Infondo basta pubblicare un decreto e dire “facciamo. Ci siamo”. Ma dove siete quando la gente non può mettere il piatto a tavola?

-gli ospedali sono in affanno eppure però c’è chi dice “ci atteniamo ai dati”. Ma perché ci vogliono i numeri anziché vedere barelle qua e là nei corridoi, gente che viene soccorsa in auto, gente che muore nell’attesa fila di accesso al Pronto Soccorso. Poi ci voleva il genio della lampada per prevederlo? Non si sapeva che sarebbero andati in affanno totale, specie dove la sanità è sempre stata commissariata o finanziata continuamente?

-ci siamo dimenticati che non ci si ammala solo di covid, ma anche di altro, che si possa aver bisogno di un ospedale per altre problematiche?

-vogliamo parlare del senso civico quasi inesistente? La gente viola la quarantena, chi è in isolamento ed asintomatico, si sente libero di poter uscire. Di gente che non indossa la mascherina o la porta come accessorio scalda collo. Di esercizi commerciali che ancora non fanno rispettare le regole perché uno è amico, perché non vogliono discussioni, perché dobbiamo campare anche noi.

Ci siamo riempiti la bocca e le bacheche che saremmo diventati persone diverse, migliori, che saremmo tornati ad una quotidianità cambiata con consapevolezza ed accortezza. Siete sicuri? No, perché io francamente mi sembra che siamo diventati peggio, del tipo: ognuno per sé e dio per tutti; del “io speriamo che me la cavi”; “morte tua vita mea”; del “tanto a me il virus non mi tocca”. Infondo ora la cosa più importante è se possiamo fare il cenone a Natale e Conte sta vagliando in che modo possiamo farlo per accontentare quelli che dobbiamo essere “sett ott e nuje”.
Alla fine di questa malvagia giostra fermiamoci a farci un esame di coscienza.

#pensateci

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Parole in circolo. Racconto di una quarantena, la mia

Diario post quarantena. Da ieri si è conclusa la mia quarantena fiduciaria, terminata non prima di ricevere l’esito del tampone che sanciva la mia negatività. Seppur ancora non sono uscita di casa: la propria tana è fonte di protezione, e fatico a non capire come non lo sia per molti. Tiro un sospiro di sollievo e mi lascio alle spalle il rigoroso isolamento. Distanti sotto lo stesso tetto. Ho vissuto nella mia stanza, non ho mangiato coi miei familiari, ho usato un altro bagno, li ho visti raramente in casa a distanza e con le mascherine. Una prova di vita. Questo virus già solo nelle sue esposizioni ti incute timore e ti pone di fronte a momenti di vita inimmaginabili. Appena ho saputo di essere entrata in contatto, come del resto altri miei colleghi, con una persona positiva mi sono auto isolata. Inizialmente è prevalso in me una sensazione di smarrimento.

Le informazioni si susseguivano, ognuno diceva qualcosa, è raro trovare indicazioni univoche, seppur da qualche ora in rete ho notato che qualche ASL pone degli schemi con indicazioni utili su come comportarsi dal momento che si è entrati a contatto con una persona positiva. Io mi sono affidata al mio medico di base, il dottor Enrico Cascone, che ringrazio pubblicamente, perché da subito mi ha indicato cosa fare, come pormi anche coi miei familiari e mi ha anche spiegato quanti giorni devono passare per fare un tampone in quanto il virus potrebbe essere in incubazione. Sapere cosa fare e come comportarmi, mi ha rasserenata.

Cosa fare? Porsi in quarantena e quindi in isolamento dalla società per almeno dieci giorni, al termine del quale sottoporsi ad un tampone che se risulterà negativo torneremo ad essere liberi. In famiglia è bene porsi a distanza, evitare contatti, in quanto i propri familiari possono continuare a condurre la loro vita, rapportandosi anche alla società, pertanto è bene non avere contatti con loro durante la quarantena e che loro non frequentino luoghi affollati ed evitino situazioni di possibili assembramenti. I propri familiari si sottopongono a tampone solo se il proprio tampone risulterà positivo.

È bene fare un chiarimento sulla definizione tra quarantena fiduciaria ed isolamento. Nel primo caso, si pongono lontano dalla società e con dovute precauzioni dai propri familiari coloro che sono venuti a contatto con un caso positivo accertato. In isolamento si pongono coloro che risultano positivi o avvertono i sintomi.

Quarantena ed isolamento hanno la medesima finalità quella di evitare che ci sia trasmissione del virus o presunto tale. La differenza sta che chi si pone in quarantena potrebbe sviluppare nell’arco dei giorni, ecco perché il tampone si può fare solo dal decimo giorno; chi è in isolamento è perché ha sviluppato i sintomi del covid o è risultato positivo al tampone, pur non avendo sintomi. Chi è in quarantena deve mantenere distanze dai propri familiari, usare la mascherina in casa, se ha possibilità come nel mio caso usare un altro bagno, mangiare in momenti diversi dagli altri membri.

È una prova dura. Sarei un’ipocrita a dire diversamente. Anzitutto, ho pensato a chi non ha la fortuna di avere una casa grande e di porsi in quarantena allontanandosi fisicamente in modo da tutelare gli altri familiari. Ma è importante provare ad organizzarsi: orari diversi per mangiare, usare la mascherina anche in casa e distanziamento, pensiamo che potremmo sviluppare la malattia e contagiarli.

Psicologicamente ho pensato a chi non ha la stessa forza. Parliamoci chiaro un’assistente sociale è temprato alle

emozioni e ai cambiamenti a cui adattarsi, per cui ti adatti per automatismo, ma il peso degli affetti ed il timore di essere un vettore e di poterli contagiare lo porti dentro con te. È paradossale pensare che li hai a pochi metri da te ma siete separati.

È naturale avere il dubbio che si possa sviluppare in te il virus, io ahimè non riesco a pensare di essere invincibile o un super eroe lontano dal virus. Il virus c’è, esiste, è vicino a noi, gomito a gomito. Sta a noi con i nostri comportamenti, le nostre precauzioni tenerlo alla larga.

Nella mia stanza in quarantena le giornate sono state scandite anche dalla fortuna di lavorare (fortuna che non tutti hanno) in Smart working. Questo permette anche di tenere a bada le emozioni e continuare ad avere un ritmo di vita, facendo ciò che da sempre è nel nostro quotidiano.

Ho pensato a chi in isolamento lo è non in via preventiva ma perché asintomatico o sintomatico, alla dura prova psicologica e fisica. A quanto questo virus sia subdolo e maligno. Pensate a quanto ci sta cambiando negli affetti, nel rapporto con gli altri. A quanto vertiginosamente sta cambiando la sanità, l’aspetto economico e sociale.

Eppure c’è chi ancora crede che non esiste, che è una montatura, chi in quarantena non riesce a starci. E non so fino a quando riusciremo un giorno, quando tutto questo sarà finito, ad essere persone migliori, se proprio ora non capiamo il pericolo e quanto ognuno di noi possa realmente fare.

Questa per me è stata una lezione di vita. L’assenza fa riflettere e fa pensare. Perché da paure e smarrimento iniziale ho provato a trarne vantaggio personale. Mi direte forse che esagerata “solo per una quarantena”. Senza dubbio c’è chi diversamente da me ha vissuto e vive peggio, ma esperienze come queste cambiano le persone.

Non sono mai stata scettica su questo virus, anzi, sono sempre stata molto attenta: non sono andata da mio nipote a Roma per via dei mezzi pubblici, paura anche solo di poter essere involontariamente un vettore, ho sempre detto fino alla noia in molti colloqui con utenti indisciplinati “signora si alzi la mascherina, signora la prego la maschierina”. Ho dovuto cacciare fuori un utente perché aveva violato la quarantena (e che agitazione in quel momento).

Da oggi però sarò più dura perché forse è proprio la rigidità che potrà portarci verso una strada migliore e francamente, attaccatemi pure, ci vuole da parte del governo decisioni incisive anche se queste toccano settori a rischio e già fragili. Il virus viaggia ad una velocità che neppure ci rendiamo conto e noi spesso siamo superficiali e irresponsabili. Questa estate ci siamo comportati come se fosse finita la guerra, mentre il virus indisturbato ringraziava nei nostri abbracci e baci, nelle nostre strette di mano e nelle nostre feste.

Io torno a vivere, diversamente, anche con empatia e affetti diversi, perché in questi momenti hai il tempo per riflettere e fare un viaggio interiore anche tra gli affetti e gli amici.

Torno alla normalità del momento consapevole che la forza a questo virus la diamo soprattutto noi, consapevole che ci sta cambiando le vite e le emozioni.

Consapevole che l’ho scampata. E ringrazio Dio.

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