Archivi tag: #serviziosociale

Il suicidio di un adolescente, perché?

untitled 2Tragico, disumano, scomodo persino da concepire, inimmaginabile. Eppure il dramma dei giovani adolescenti che arrivano a togliersi la vita è una vera emergenza sociale. La cronaca degli ultimi tempi è un susseguirsi di notizie che riportano la morte tragica di ragazzini poco più che adolescenti che hanno deciso di togliersi la vita. Con loro svanisce il senso della vita dei genitori, l’illusione si essere una famiglia normale e serena. In loro la domanda più dolorosa “come ha potuto fare un gesto del genere?” Purtroppo, quel gesto non è così raro. In Italia, secondo le statistiche, lo compiono circa 500 giovani ogni anno. Per uno che ve ne riesce, ci sono circa quattro o cinque tentativi sventati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il suicidio è la seconda causa di morte in Europa nella fascia d’età tra i 15 e i 29 anni, segue poi la morte per incidente stradale.

Un paradosso delle società occidentali: cresce la qualità della vita, si accarezza il benessere ma non diminuisce il numero di chi decide di togliersi la vita. Il problema è l’inafferrabile solitudine dei figli. Il salto nel vuoto di ogni giorno. Da genitori si può sbagliare per amore, ma sbagliare per amore non cancella l’errore. I genitori spesso cercano tra le cose dei figli, la paura più grande dell’ultimo decennio è l’hashish, alcuni di questi chiamano i carabinieri, per risolvere alla radice il problema generato dalla scoperta e può apparire un atto di coraggio. Forse lo è, forse però no. Un gesto, a volte dettato dalla disperazione. Ma dietro lo sballo o la chiusura totale del figlio c’è la solitudine. C’è il silenzio lancinante. Il dialogo oramai divenuto impossibile con la generazione di oggi. Il silenzio delle chat, gli smartphone, l’aver dimenticato di guardarsi negli occhi quando si parla, di non avere un adulto di riferimento con il quale confidarsi. La mente di un adolescente è un universo a sé. Il mondo a volte può ferire, travolgere, agitare una coscienza. I genitori sono avvolti in un amore permissivo che impedisce di guardare nel cuore dei propri figli. Le canne, saranno pure un problema ma la morte come auto-punizione inflittasi è del tutto sproporzionata. I campanelli d’allarme ci sono. Ma spesso vengono sottovalutati. Di morte non se ne parla, ancor di più di suicidio, in famiglia come a scuola, è ancora considerato un tabù. Bisogna imparare a parlarne e ad ascoltare. Se l’adolescente fa capire di avere intenzione di togliersi la vita, bisogna prendere seriamente il suo messaggio ed intervenire. Alcuni adulti credono che di certi argomenti sia meglio non parlarne per non istigare, ma le ricerche dimostrano che non è così. Affrontare l’argomento in modo diretto e dare ascolto alle voci dei ragazzi è esattamente quello che bisogna fare. Un adolescente su due ha pensieri suicidi. L’adolescenza è un periodo difficile, se non si percepiscono prospettive e speranza per il futuro, ma si avvertono ostacoli e difficoltà, che a quell’età appaiono insormontabili, si può decidere di voler scomparire. L’adolescenza è il passaggio alla vita ed è il momento in cui si prende consapevolezza della difficoltà della vita.  I fattori scatenanti possono essere i conflitti con i genitori, brutti voti scolastici, il cyberbullismo. Bisogna fare attenzione e coglierli come segnali non solo l’annuncio da parte del ragazzino di volersi suicidare, ma anche quando mostrano eccessiva tristezza, chiusura, quando provano a scappare di casa. A quel punto tocca all’adulto cercare il dialogo e affrontare il problema e talvolta farlo anche con uno psicoterapeuta in grado di ascoltare dapprima l’adolescente e poi la famiglia, in grado di ricongiungere un dialogo familiare inesistente o perso. Le famiglie però faticano a chiedere aiuto, perché c’è ancora un pesante stigma sociale intorno alla sofferenza mentale.  L’adulto deve essere in grado di andare oltre le proprie idee e i propri preconcetti, e prendere sul serio il figlio, ricalibrare le reazioni in base al problema del suo ragazzo prima che sia troppo tardi. I genitori non sono responsabili del male di vivere dei figli. Anzi, se adeguatamente supportati da uno psicoterapeuta la famiglia è una risorsa preziosa per questi ragazzi.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , ,

Coronavirus, elogio ma con cautela ai internet ai tempi della pandemia

untitled 2Ci ha divisi per anni, per poi riunirci. Elogio ad internet ai tempi del coronavirus. Ci voleva una pandemia per farci riscoprire l’entusiasmo verso la rete e la società connessa. Sembra proprio che sia tornata alla ribalta la rivoluzione buona delle “three double w” . Negli ultimi anni non sono mancate le ragioni per criticare gli effetti collaterali della rete sulla nostra società. Dipendenza smoderata da smartphone e social network, violazione della privacy, manipolazione dell’opinione pubblica, molestie e quant’altro ne ha prodotte negli anni la rete, finendo per dare per scontato gli aspetti positivi, almeno fino agli inizi del nuovo anno, quando è giunto il coronavirus ad insegnarci che esiste un altro lato di internet. Niente cinema, aperitivi, week end fuori porta. Niente vita sociale. Il covid19 ci ha imposto di ritornare a vivere pienamente la nostra casa, ritrovando molto tempo libero, riscoprendo anche l’enorme ruolo che gioca la rete nelle nostre vite. Riscoprendo quanto possa giovare alla nostra coesione e farci sentire più vicini pur trovandoci a causa di questa pandemia l’uno distanti dall’altro. La rivoluzione digitale è approdata nel lavoro, assistendo a quello che è stato definito “il più grande esperimento di smart working” di tutti i tempi. C’è anche un altro aspetto da considerare, se possibile ancor più sorprendente: raduni digitale con gli amici su Skype. Nella città della moda e dell’economia, Milano, hanno dato vita da un “apericall” o “aperiskype”. Insomma si esce con gli amici ma su Skype. Niente di diverso da una normale conference call, questa volta però è tra amici per tenersi compagnia. Ai tempi del coronavirus, la rete ci fa sperimentare anche una “bulimia culturale” . Senza internet, una situazione di questo tipo ci avrebbe dato come alternative i libri, la televisione e la radio. Situazioni che non garantiscono molta evasione, specie la tv, dove il ricorso è allo zapping televisivo per trovare qualcosa che faccia evadere. Ma c’è internet che ci consente di viaggiare e visitare virtualmente dei musei, ma anche di poter apprezzare ed approfittare di lodevoli iniziative di condivisioni gratuita messe in campo da diverse case editrici. Ma si può anche approfittare di concerti online trasmessi in diretta social da molti artisti, dj set, sino a condividere playlist su Spotify.

Di contro internet, in questi giorni così paradossali ci ha regalato anche cure impossibili, notizie non confermate, complotti e fake news, nascondendo insidie e pericoli anche in questi giorni di sovraccarico di utenti naviganti in rete, che è bene conoscere, così ho pensato di parlarne con un esperto informatico, il dottor Giuseppe Magnete, laureato in scienze informatiche, attualmente informatico per la pubblica amministrazione.

  1. Quanto realmente stiamo conoscendo a livello più tecnico il panorama informatico in questo tempo?

L’Italia fondamentalmente è un paese analogico. Tra i tanti condizionamenti imposti dal Coronavirus vi è una forzata transizione al digitale. Mi spiego, fino a poche settimane fa lo smart working, la didattica a distanza, etc.. erano applicati raramente, sia per deficit culturali che infrastrutturali. Ad esempio nella PA il limite all’utilizzo dello smart working è la mancata digitalizzazione, che possiamo riassumere così: il 90 % dei procedimenti vengono conservati in maniera cartacea. Ora è improbabile accedere da remoto ad un procedimento conservato in un faldone.

Per quanto riguarda invece i social media, in Italia negli ultimi anni hanno avuto una diffusione abnorme. E questo non sempre è un bene, in questo periodo i social stanno amplificando il disagio psicologico di molte persone (fake news, catastrofismi, false cure, etc). La speranza è che finita questa emergenza, perché finirà, il Paese intraprenda un percorso strutturale verso la digitalizzazione.

 

  1. La rete, si sa, è insidiosa. In rete si segnala la presenza di alcuni malware diffusi via e-mail attraverso campagne massive di spam. Anzitutto, possiamo spiegare i termini malware e spam?

Il Malware o virus informatico è un software malevole che dopo essersi introdotto nel PC (tramite penna USB, Internet, email, etc) si diffonde talvolta bloccando o limitando il funzionamento del PC.

Per spam si intende posta elettronica indesiderata. Le email di spam di solito contengono pubblicità oppure finte richieste da parte della banca o di amici.  Si stima che oltre il 50% di tutte le email inviate nel mondo siano Spam.

 

  1. Come possiamo difenderci dagli attacchi telematici?

Aprire un’e-mail o un sito web è come aprire la porta di casa, quindi dovremmo usare le stesse precauzioni prima di aprirli. Per quanto riguarda le email è necessario controllare l’indirizzo del mittente e non solo il nome visualizzato. Inoltre bisogna sapere che nessuna banca o altra impresa chiede le credenziali tramite email o call-center, quindi mai inserire le credenziali se vengono richieste tramite email o sms. Fortunatamente adesso tutti gli istituti di credito utilizzano un codice tramite sms o app sullo smartphone per l’accesso all’Home Banking, rendendo inefficaci il furto delle credenziali. Il consiglio è di non aprire email sospette, non visitare siti non affidabili usare password complesse, non usare le stesse password per più servizi ed avere un antivirus sempre aggiornato.

  1. Chi trae vantaggio da questa infestazione telematica?

Nell’immaginario collettivo la figura dell’Hacker corrisponde al genio dell’informatica che trascorre notti davanti al PC (consiglio la storia di Kevin Mitnik per chi vuole approfondire). Non è più così, oggi la maggior parte degli attacchi avviene tramite dei software automatici che effettuano invii di malware o spam su larghissima scala.

Il vantaggio che se ne ricava è di tipo economico e consiste nelle rivendita dei dati personali rubati agli utenti (talvolta anche credenziali o carte di credito). Negli ultimi anni si sono diffusi anche dei malware che rendono illeggibili i file del PC, salvo poi ricevere una richiesta di pagamento per poter riavere questi file.

 

  1. Infine, quali sono i suoi consigli per utilizzare in questo momento storico caratterizzato da una pandemia mondiale, internet in modo utile e saggio?

Internet è uno strumento e come tale va usato con intelligenza e cautela. Ad esempio, non basta una ricerca su internet per sentirsi medico e auto-diagnosticarsi questa o quella malattia. Internet può contribuire a migliorare le conoscenze e la coscienza critica degli individui, ma bisogna selezionare fonti affidabili (l’ho letto su facebook non è una fonte) e approfondire sempre.  Il mio consiglio è di sfruttare queste settimane per investire su stessi magari seguendo dei corsi online di approfondimento nel proprio settore e per esplorare nuove passioni. Molti portali hanno messo a disposizione gratis o quasi un’enorme quantità di contenuti culturali.

Si spera di tornare quanto prima alle nostre vite in carne ed ossa, magari apprezzandole di più. Al di là di tutto, internet si è rivelato un alleato di questa pandemia, che ci ha concesso in questi giorni surreali e difficili di vivere una specie di surrogato digitale della nostra vita normale.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it) -ringraziamento all’amico ed informatico Giuseppe Magnete

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Coronavirus, la sfida di guardare l’altro lato della vita

untitledUn blog è uno spazio che si riempie di parole, opinioni e riflessioni. E le parole hanno un peso ed una forza e quindi dovrebbero essere capaci di scuotere le coscienze, e talvolta aiutare le persone. E’ per questo motivo che in questi giorni caotici, vuoti e surreali che talvolta spaventano credo da giornalista prima e da assistente sociale poi, di dover dare il mio piccolissimo contributo a tutte quelle persone che in questo momento hanno bisogno di una parola che li sorregga.

Leggo in rete, sui social, avverto tra le persone tensione, angoscia, paura che in alcuni casi è diventata fobia. Calma, un respiro profondo e guardiamo insieme al momento storico, che nessuno nega sia del tutto nuovo, a tratti spaventoso e forse complesso. In questi giorni stiamo sperimentando molte paure che si mescolano i sentimenti.

#Paura. Abbiamo tutti paura, comprensibile ed umana. Paura che deve mantenerci in allerta, perché spia nella macchina umana della vita, ma non deve diventare panico, quello ci porta a commettere errori ed in questo momento non possiamo permetterci qualche leggero passo falso.

#Sfida. Il coronavirus inevitabilmente ci pone di fronte a delle sfide umane, personali, sociali e persino psicologiche. Ci sarà un prima e un dopo nelle vite di ognuno di noi. Ma siamo chiamati a guardare come in tutte le cose che accadono nella vita all’altro lato di questa sfida.

#Tristezza. Non nego che una lacrima è scesa anche a me, quando al tg poche ore fa hanno mostrato le città vuote con sottofondo dei pink floyd. Immagini che ci pongono di fronte alla realtà nuda e cruda. Le città non vivono più di persone e di umanità, perché l’umanità intera è in pericolo, che si può bypassare solo restando a casa, spostandosi solo lì dove è necessario ed essenziale.

#Casa. Io per prima vivo in casa quando posso ed esco solo per recarmi a lavoro. In questi giorni surreali stiamo riscoprendo il valore della casa. Quanti di noi a volte presi dalla vita frenetica non hanno più riassaporato il piacere di restare nel proprio mondo. Ci hanno chiesto di restare a casa quello che da sempre è il posto più sicuro per tutti. Casa quale porto sicuro, quello in cui qualsiasi cosa accade approdi e ti ci ritrovi.

#Famiglia. In questi momenti difficili e nel posto più sicuro che si ritrova e si riscopre la famiglia. Le coppie si ritrovano a condividere tempo, quotidianità e anche qualche sano litigio. Le famiglie si ritrovano di nuovo unite e compatte. Occasione per riscoprire il senso del condividere, il senso dello stare insieme e del dialogo che in molte famiglie per tanto tempo è stato accantonato.

#Lavoro. C’è chi come me è chiamato ad andare a lavoro e nelle professioni dell’aiuto oggi più che mai abbiamo il compito di farlo col sorriso, comprendendo l’importanza del nostro lavoro in questo frangente storico. Seppur sono consapevole che ci sono centinaia di medici ed infermieri che ogni giorno umanamente e lavorativamente svolgono un lavoro encomiabile ed unico, a cui deve andare tutta la nostra riconoscenza e gratitudine. Lavoro che va riconosciuto anche a tutti coloro che ogni giorno ci garantiscono l’approvvigionamento di beni di prima necessità.

#Riconoscenza. Ecco, in questo momento dobbiamo riscoprire il valore degli altri, del lavoro altrui, il valore della riconoscenza.

#Senso della vita e delle cose. Ammettiamolo abbiamo vissuto sino ad ora le nostre vite a duecento all’ora, riempiendo le nostre giornate di impegni e di stress, siamo arrivati a non guardarci più negli occhi pur condividendo col collega di lavoro lo stesso ufficio. Persino in famiglia non ci si parlava più, troppo stanchi la sera per raccontarsi. Una vita in perenne apparizione di social e like.  Oggi dobbiamo fermarci per salvarci, ma fermarci anche a riflettere,  riconquistando e ritrovando il senso della vita e delle cose.

#Domani. Per molti rimanere in casa è un sacrificio. Ma pensiamola come un padre di famiglia. Al Sud i genitori risparmiano una vita intera per i sogni dei figli, in primis casa e/o matrimonio, insomma conservare per ritrovare un domani. Noi oggi restiamo in casa per un domani, che sarà di rinascita e del tutto nuovo, se avremmo preso sul serio questa sfida della vita.

#Riflettere sulle nuove generazioni: Questo momento può e deve a mio parere essere l’occasione giusta per farci riflettere sulla generazione che abbiamo prodotto: figli e ragazzi nati nella culla del benessere e della protezione, tanto che in questi giorni hanno mostrato indifferenza, menefreghismo ed in alcuni casi strafottenza. Prima del blocco totale imposto dal Governo, c’erano ragazzi che organizzavano party, prendevano aperitivi ammassandosi, talvolta postando video mostrandosi sfidanti nei confronti del virus. Questa generazione l’abbiamo prodotta noi e a noi spetta il compito di renderli umanamente civili.

#Educazione e senso civico ai giovani. Oggi tenere in casa gli adolescenti e ragazzi poco più che adulti non è facile, molti genitori li pregano ogni santo giorno, promettendogli qualunque cosa non appena questo periodo passerà. Sbagliato. Se ai giovani non facciamo capire la gravità della cosa talvolta mostrandogli anche le immagini della rete o delle televisioni e suscitando in loro un sentimento, una reazione, vorrà dire che da questo momento, da questo silenzio assordante non gli lasceremo nulla. E per l’ennesima volta avremmo sbagliato.

#Fragilità. In questo momento la fragilità è un sentimento che stiamo riscoprendo tutti. Ho letto di persone che scrivono “mi viene da piangere, è normale?”, “sono terrorizzato”. E’ umano ma non lasciamo che questo sentimento prenda il sopravvento. Non lasciamolo percepire ai più piccoli, ai nostri cari, alle persone che sono più fragili in questo momento. Abbiamo il compito di supportare moralmente anche chi è più vulnerabile, più abbattuto e le persone ipocondriache.

#Pensieri. Un pensiero negativo si può accantonare solo con un pensiero positivo: pensiamo al domani, pensiamo a quando potremmo ritornare in strada e nelle vie dello shopping e inizieremo a spendere. Pensiamo a quando partiremo per nuove scoperte.

Un pensiero che spesso faccio è quello di correre non appena questo periodo ce lo saremo lasciati alle spalle a Roma da mio nipote, e non più per poche ore, ma per qualche giorno, abbracciandolo e stritolandolo. Ecco pensiamo alla vita che riprenderà, pensiamo alla vita dei più piccoli che cresceranno e sono il simbolo della vita che prosegue. Pensiamo che questi muri oggi imposti saranno abbattuti grazie al nostro senso civico e al nostro essere comunità.

#Autoregolarsi. Infine, spegnete i social che spesso generano ansia talvolta con notizie al limite del patologico, informarsi sì, ma farlo ponendosi degli orari, evitando di farlo poco prima di andare a dormire. Evitate di perdere anche il normale bioritmo, non concedetevi di addormentarvi in orari insoliti mantenendo normale il ritmo di veglia-sonno.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Reddito di cittadinanza, la vera sfida da vincere: facciamo chiarezza

untitled 2Il reddito di cittadinanza introdotto lo scorso anno nel nostro paese è ormai una realtà consolidata, che nei mesi ha consentito a molte famiglie di poter beneficiare di un contributo economico che in molte di queste si è tradotto in un aiuto concreto alle spese del menage familiare. Una misura attesa che al di là di una propaganda politica trova d’accordo anche l’Unione Europea che da tempo strigliava l’Italia circa l’attuazione di una misura di contrasto alla povertà. Misura esistente, seppur con criteri e requisiti diversi, anche in altre parti del mondo e dentro e fuori i confini dell’Europa. In Italia partito in fretta,  nei mesi ha iniziato a sviscerare alcuni contorni, come la piattaforma “GEPI” per gli operatori sociali, che impone di contattare i nuclei familiari per delineare un’analisi preliminare, tesa a conoscere il nucleo familiare e le esigenze che possono emergere. In sostanza è quella che da molti viene ribattezzata “fase due”, perché c’è da fare qualche chiarimento: la seconda fase non è relativa all’attuazione dei tanto invocati lavori di pubblica utilità, ma è caratterizzata dalla convocazione dei nuclei familiari per un colloquio presso i Servizi Sociali comunali, che delineeranno con l’analisi preliminare-formata da domande standard da compilare in tempo reale sulla piattaforma messa a disposizione dal Ministero- che definirà un profilo: la convocazione da parte dei centri per l’impiego per la sottoscrizione del patto di lavoro; una presa in carico dal servizio sociale professionale – che prevederà un percorso fatto di obiettivi e monitoraggio; la valutazione e presa in carico di un’equipe specialistica ed infine la presa in carico da un servizio specialistico -che consentirà di collaborare con strutture e servizi del territorio. L’ambito territoriale che in questa sede mi sento di rappresentare, Azienda Consortile “Agro Solidale” ambito S01-03, capitanata dal dottor Porfidio Monda, da mesi porta avanti la convocazione dei nuclei familiari, sottoscrivendo analisi preliminari e portando avanti il monitoraggio di molti nuclei familiari. Per quanto riguarda i tanto discussi Progetti Utili alla Collettività, meglio conosciuti come Puc, la fase è ancora quella embrionale, in quanto è in via di definizione e consolidamento, pertanto questa fase mi sento di ribattezzarla “terza” e che coinvolgerà i nuclei familiari nei lavori utili alla collettività. Dove badate bene si tratta solo di essere d’ausilio a personale già esistente nella pubblica amministrazione che ne avrà anche le responsabilità connesse a quella mansione. In attesa di addentrarci nei Puc, in virtù dell’esperienza diretta e costante che ho avuto a contatto con il reddito di cittadinanza  mi ha portata a comprendere che la misura è una sfida tesa a tirare fuori il meglio del sistema del welfare. Senza dubbio il Reddito di Cittadinanza ad oggi paga lo scotto della “fretta”, nato all’indomani delle elezioni, pertanto molti nuclei familiari per mesi hanno beneficiato di un contributo senza vedere applicate ulteriori servizi e misure previste dalla legge. In molti hanno iniziato a beneficiare dal mese di Aprile ma solo a Settembre sono stati chiamati, almeno per quanto riguarda il nostro ambito territoriale, per l’analisi preliminare. Ad oggi ci sono ambiti territoriali e comuni che sono fermi alle relative procedure per accreditarsi sulla piattaforma Gepi, per niente semplice all’inizio e senza una guida che specificasse a noi operatori come poter navigarci nel suo interno: intuito ed un pizzico di professionalità- almeno per noi- hanno avuto la meglio. E non è certo una nota positiva, perché così facendo molti colleghi si sono sentiti scoraggiati ed hanno iniziato ad avere un approccio poco stimolante verso il reddito di cittadinanza che invece può essere una sfida che tutti noi possiamo vincere se solo ci fosse il tempo per gli operatori di addentrarsi all’interno dell’ottica del sistema, la collaborazione degli utenti che devono abbandonare il concetto di un assistenzialismo fine a se stesso e l’applicabilità di servizi ed interventi: la famosa rete da costruire. L’esser partiti senza aver risolto una serie di nodi operativi fondamentali, come il raccordo tra servizi sociali comunali e centro per l’impiego, che ad oggi ancora non dialogano nonostante la creazione di un sistema informativo, non aiuta. Ecco perché ho compreso l’importanza del reddito di cittadinanza perché in sé è una misura che abbraccia ogni forma di povertà: economica, formativa, lavorativa, sociale, d’animo e persino familiare. Quelle domande apparentemente standard e fredde nascondono se ricevono una risposta sincera un bisogno che finalmente esce dalle mura casalinghe ed approda nelle sedi opportune. Davanti a ciò c’è la possibilità di sviluppo del welfare locale senza precedenti. Il rischio che non possiamo permetterci è di farla male. Ma per farla bene occorre tempo che è sinonimo di qualità e di attenzione per gli operatori e soprattutto strumenti. L’utente che si affida con sincerità al colloquio con l’assistente sociale e risponde seriamente alle domande ha a disposizione la  strada per risollevarsi dalla povertà, ma per fare ciò l’operatore ha bisogno di potergli garantire risposte attraverso servizi. L’esempio è quello che ogni giorno all’Azienda Consortile “agro solidale” il patto di inclusione sociale avviene proponendo agli utenti alcuni dei percorsi previsti dal progetto ITIA “Intese Territoriali di Inclusione Attivata”, un progetto che gode del finanziamento della Regione Campania e che prevede tre azioni. La prima rivolta alle  famiglie con bambini piccoli o con ragazzi con disabilità dove è prevista la figura dell’educatore familiare o del tutor specialistico a domicilio; la seconda azione, prevede una serie di corsi di formazione che prevedono retribuzione e attestato finale: perché se non c’è una formazione di base che consente alle persone di acquisire conoscenza e sapere, non potrà esserci spendibilità nel mondo del lavoro; infine poi la terza azione prevede l’attivazione di tirocini di inclusione sociale per persone normodotate o con disabilità, al fine di potersi riavvicinare al mondo del lavoro e dell’inclusione sociale. Ecco azioni che consentono di coniugare il reddito di cittadinanza con risposte concrete. Ma non tutti hanno queste possibilità e queste risposte.Dati alla mano, con i fondi per i servizi sociali, con l’investimento sui servizi e sui centri per l’impiego da parte di questo governo, davanti a noi c’è la possibilità di uno sviluppo del welfare locale che finora non si era avuto. Ecco perché questa possibilità non possiamo permetterci di gestirla male. Purtroppo, ad oggi, alcuni aspetti del RdC acuiscono questo rischio. Lo scenario per i servizi locali sarà più complicato di quello disegnato dal REI – per la frammentazione delle risposte, per la fretta, per l’incremento troppo veloce dell’utenza – quindi ci sarà ancora più bisogno della creatività e dell’impegno di tutti gli operatori locali. Gli operatori a questo punto sono cruciali, nella consapevolezza che una misura nazionale dà indicazioni ma il livello locale ha molti spazi per realizzarla nel modo migliore possibile. L’obbiettivo deve essere quello di tirar fuori il meglio del Reddito di Cittadinanza, essere capaci di limitarne i punti deboli e valorizzarne i punti di forza. Sapendo però anche che il lavoro fatto fino ad oggi nei territori è un ottimo punto di partenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

La maternità è davvero quello che vogliamo?

untitledUn blog è uno spazio dove poter riflettere e confrontarsi con le opinioni ed i pensieri altrui, e se un blog si unisce anche alla professione di un giornalista che come nel mio caso svolge anche un lavoro sociale, credo debba suscitare anche emozioni, sconvolgimenti personali e confronti di idee e perché no, un confronto intimo e personale. Infondo si dice che il Capodanno, che per altro ci siamo lasciati da poco alle spalle, sia tempo di bilanci e credo che per fare dei bilanci bisogna anche interrogarsi con se stessi e con le proprie opinioni, cosa che forse abbiamo smesso di fare perché assorbiti dai social e dalla vita sempre più confusionaria e frenetica.

La domanda che mi e vi pongo: la maternità è davvero quello che vogliamo?

La realizzazione personale di una donna non passa inesorabilmente per l’essere madre. E spesso, il desiderio di maternità non è spontaneo ma indotto da pressioni culturali o familiari. Nel mio lavoro incontro poco più che maggiorenni che cresciute nel desiderio di una famiglia immaginata e costruita nelle loro menti che poi si scontra con la realtà ed i fallimenti, restando madri, e si sentono intrappolate perché devono badare alla crescita di un essere che non ha chiesto di venire al mondo ma che ha i suoi ritmi ed i suoi tempi. Ne incontro spesso di mamme che si ritrovano strette in questo ruolo, anche perché devono provvedere economicamente alla loro crescita e conciliare i tempi con gli orari ed i lavori precari, saltuari e mal pagati. Così intorno a loro proviamo a creare una rete fatta di servizi: educativa domiciliare, tirocini di inclusione sociale – affinché ritrovino il senso di stare nella società ed un lavoro dignitoso con orari accessibili e conciliabili, la rete familiare: i nonni, i parenti prossimi affinché alleggeriscano il carico; i pediatri affinché monitorino il benessere fisico: ci sono bambini a cui mancano i vaccini obbligatori; sostegno alla genitorialità per supportarla nel ruolo che sembra a molti naturale e spontaneo, ma di fatto non lo è.

Di contro ci sono anche donne che hanno un desiderio fuori dal comune, un cuore colmo di amore e di speranza, desiderose di essere mamme e quando ti raccontano il loro desiderio davvero ti si apre il cuore. Poi c’è la società e le credenze culturali: una donna che non vuole avere figli? Assurdo. Una donna che giunta alla fatidica età non ha ancora figli? Assurdo. Eppure nessuno si ferma a riflettere su quanto queste domande e credenze possano ferire o pungere nell’orgoglio di una donna: puoi incontrare quella che lo desidera un figlio ma anche quella che in quel momento è concentrata su se stessa o non prova alcun desiderio di maternità, quest’ultima viene messa al rogo come la peggiore delle streghe. Ma signori miei, come scriveva la poetessa Alda Merini, “i figli si partoriscono ogni giorno”. Quello del genitore, me lo ripete ogni giorno mia mamma e me lo insegna ogni mattina il mio lavoro, è un “mestiere” che non conosce pause. Tutte le donne sono “predisposte” o più semplicemente vogliono avere figli? Il desiderio di maternità nella stragrande maggioranza dei casi è sempre naturale o è piuttosto indotto? Alcune donne nel proprio intimo si chiedono: “voglio davvero essere madre?”, “lo sarò mai”? Un modo scientifico per darsi una risposto o per capire se davvero è ciò che si desidera quello di avere un figlio non esiste, ma esistono domande utili da porsi prima di fare un passo che cambierà radicalmente la propria vita e per carità nessuno mette in dubbio che sarà bellissimo ed unico e che dolori, notti insonni e poppate possano essere unicamente belle ma non è detto che lo sia per tutti allo stesso modo o che sia il desiderio di tutte. Ad ogni modo vi suggeriscono quattro domande da porsi per capire se si è predisposte o se si desidera davvero diventare madri:

posso/voglio far posto nella mia vita a qualcuno che dipenderà totalmente da me? Quanto sono condizionata da un’aspettativa sociale o familiare? Il mio desiderio di avere un figlio potrebbe essere legato al desiderio di risolvere le mie carenze personali o di rendere più solida la mia relazione? Siamo in due a volerlo, o è solo un desiderio mio?

 

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Bibbiano&Co: affido familiare che cos’è. Dopo l’inchiesta reggiana, tutto quello che c’è da sapere

untitledL’inchiesta ribattezzata “angeli e demoni” che a Reggio Emilia ha portato a misure cautelari per diciotto persone e che accusa la rete dei servizi sociali di aver sottratto decine di minori alle famiglie d’origine, creando in loro ricordi, per affidarli in affido retribuito a conoscenti. Sottrarre figli alle famiglie inventando di sana pianta per guadagnare soldi, è qualcosa di osceno. Non c’è reato più turpe di questo, non esiste, umanamente, azione più ignobile. Comportamenti del genere vergognano e gettano fango su un’intera categoria professionale che ogni giorno con sacrificio, passione, abnegazione ed empatia entra nelle vite di famiglie complesse e di minori in stato di bisogno. Al di là della notizia di cronaca che senza dubbio indigna e crea allarmismi in molte famiglie che in tutta Italia sono seguiti dai servizi sociali, vediamo come funziona l’istituto dell’affido familiare, uno dei pilastri della tutela dell’infanzia. Cos’è l’affido? L’affido familiare non è un’adozione: è una misura pensata come temporanea, affinché il minore possa trovare accoglienza quando la sua famiglia attraversa un momento di difficoltà: tanto da creare visite ed incontri tra famiglia d’origine e famiglia affidataria, rapporti che dovrebbero prolungarsi anche quando la fase d’emergenza è rientrata ed il bambino fa rientro presso la famiglia biologica. In Italia, l’istituto dell’affido è regolamentato dalla legge 184/1983, con successiva modifica dalla legge 149/2001. Pensata per i minori al di sotto dei diciotto anni, che sia italiano o straniero, volendo creare intorno a lui un sistema che vuole garantirgli un ambiente che tuteli la presenza affettiva, il sostegno materiale ed infine l’aspetto educativo. “Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo è affidato a una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno”. Cita la norma. All’interno della categoria dell’affido c’è quello viene chiamato “affido professionale”, che avviene per il tramite di una cooperativa, come nel caso della cooperativa di Torino coinvolta nell’inchiesta.  Ovvero, i servizi sociali si affidano a cooperative che a loro volta affidano i minori a nuclei familiari selezionati, e sostenuti dalla rete di operatori della cooperativa. Alla famiglia affidataria è richiesto di partecipare a un progetto elaborato per il minore; ciò implica la scelta di un membro familiare che diventerà “referente professionale” che dovrà seguire il bambino. Il referente professionale è un tramite con la cooperativa, ricevendo un compenso che è distinto dal contributo economico che solitamente è previsto per le famiglie affidatarie. La domanda che molti si pongono è “quali bambini possono essere dati in affidamento?” I minori per cui viene deciso l’affido provengono da famiglie che attraversano una fase di instabilità che non tutela i loro diritti. Questo può avvenire per i motivi più vari: abusi fisici o psicologici, ma anche mancato accadimento: bambini che non sono seguiti, di genitori con problemi psichici o di abuso di sostanze o condizioni materiali tali da non garantire una vita normale: ad esempio la mancata frequenza a scuola. E se vi state chiedendo chi decide, sappiate che l’ultima decisione proviene dall’autorità giudiziaria ovvero da un giudice tutelare, decisione che giunge al termine di un iter che coinvolge i servizi sociali territoriali, che una volta allertati esprime una diagnosi psicosociale della situazione familiare e deve presentare al giudice un progetto con obiettivi a medio e lungo termine. L’affidamento familiare può avvenire anche con consenso dei genitori, si tratta di una decisione amministrativa presa dai servizi sociali e solo confermata dal giudice tutelare, oppure può essere decisa dal tribunale per i minorenni a prescindere del consenso della famiglia d’origine. La famiglia affidataria viene proposta al giudice dai servizi sociali e può essere nominata famiglia affidataria una coppia sposata, convivente o anche single, con o senza figli e senza limiti d’età. I requisiti vanno oltre l’aspetto economico: si richiede però agli affidatari di avere spazio nella vita ed in casa per accogliere un bambino; di essere capaci di prendersene cura e di supportarli nel cammino della vita, senza pretendere di cambiare il minore né annullare la sua famiglia d’origine. Aiutandolo a sviluppare le sue potenzialità; gli affidatari devono quindi sempre tenere in conto l’importanza della famiglia d’origine e favorire quando indicato i suoi rapporti con il minore. La famiglia affidataria normalmente ha diritto a un contributo mensile e a coperture assicurative. L’entità del contributo è molto variabile perché è decisa dal Comune di residenza e non è erogato automaticamente ma dietro specifica richiesta della famiglia affidataria. Insomma, essere un genitore affidatario è prima di tutto una scelta di cuore che punta al solo benessere del bambino che dovrà fare ritorno poi nella sua famiglia d’origine. Oltre la cronaca c’è vita, ma spesso questa si macchia e getta nel panico centinaia di famiglie e decine di bambini che hanno subito lavaggi del cervello e ricordi fasulli o alterati, contro ogni legge naturale e deontologica.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

Contrassegnato da tag , , , , , , , , , , ,

Reddito di Cittadinanza e servizio sociale

untitled 2Il Reddito di Cittadinanza (Rdc) è ormai nel pieno del suo rodaggio, una misura che si traduce in una sfida da cogliere per il servizio sociale tra tradizione e innovazione. Ma è bene fermarsi un attimo e riflettere sul tema che intercorre tra servizio sociale e politiche sociali. Professionalmente mi occupo di misure di contrasto alla povertà per un ambito territoriale del servizio sociale che racchiude i comuni a nord della provincia di Salerno, in Campania. Regione che da sempre registra il più alto numero di richieste nelle misure di contrasto alla povertà: primato per Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e Rei (Reddito di Inclusione). Quando si parla di Rdc l’assunto di base, fatto salvo il tema delle politiche del lavoro, l’assistente sociale va considerato uno degli operatori più qualificati in tema di contrasto alla povertà, vista la propensione e la competenza nella predisposizione e gestione dei progetti personalizzati a favore di situazioni di disagio. Ma andiamo con ordine nelle riflessioni che mi e vi pongo:

-Rdc non è di per sé uno strumento sbagliato nel suo principio di fondo: si tratta di aiutare una persona o una famiglia supportandola nel percorso di autonomia; è anche un modo per agganciare nuclei familiari multiproblematici che forse spontaneamente non si sarebbero mai presentati ai servizi sociali. Va, tuttavia, ponderata come misura, affinché sia giusta, equa, concreta ed adeguata, superando gli sperperi ed i furbetti.

-L’equità economica del contributo non è facile da ottenere con tabelle di calcolo, soprattutto se ci si basa sul modello ISEE, che diventa una nota dolente per molti, tra utenti e caf, capitano molti strafalcioni, con il risultato di “ISEE DIFFORME”, per cui il beneficio viene sospeso. Ma l’ISEE resta lo strumento preferito, quantomeno nella ricerca di una minima equità tra gli utenti, perché ad oggi è l’unico strumento che osserva e valuta i cittadini di tutta Italia con gli stessi parametri e gli stessi indicatori; insomma, gli stessi occhiali per ogni cittadino che sia del nord o del sud.

-Attuare misure di contrasto alla povertà, significa rafforzare gli uomini e le donne del servizio sociale, partendo dalla zone in cui è più carente. Il rapporto equo dovrebbe essere un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, spesso si è lontani da questi numeri. L’ambito per il quale lavoro ha deciso per quest’anno di aumentare il suo organico sociale, al fine di garantire assistenti sociali ai percettori di misure di sostegno alla povertà e non solo – ed ecco me ed altre colleghe fino al 31 dicembre prossimo in un cammino entusiasmante e faticoso lavorare-. L’altro aspetto /sfida del Rdc è proprio quello che potrebbe portare una situazione più omogenea a livello professionale su tutto il territorio nazionale, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Ancor più importante è garantire il servizio sociale inserito nell’organico degli enti territoriali preposti: non è errato il ricorso al lavoro somministrato da agenzie interinali, ricorso a cooperative o a liberi professionisti, ma vanno considerate forme residuali ed accessorie, non come ordinaria gestione del servizio sociale.

-La povertà non è un argomento che riguarda solo gli assistenti sociali in via esclusiva, è un tema trasversale e come tale abbraccia un lavoro di rete ed integrato tra le diverse politiche sia nazionali che locali, ma anche politiche relative alla famiglia, all’abitazione, formazione ed istruzione, sanità. Bisognerebbe cooperare e lavorare in rete, come una squadra che guarda verso un unico obiettivo, raccordandosi con gli altri per evitare sovrapposizioni, buchi normativi, intoppi gestionali.

-Le politiche del lavoro hanno un ruolo centrale nel coordinamento, ed è indispensabile armonizzare queste con tutto quello che interessa il Rdc: servizi, operatori e finanziamenti. Non serve infatti chiedere all’utente di impegnarsi nella ricerca del lavoro se questo è carente.

-Tema centrale è la messa in sicurezza degli operatori sociali che di per sé ogni giorno si ritrovano di fronte a situazioni di possibile pericolo: anche un’indagine socio-ambientale, rischia di diventare pericolosa, ma quando si parla di povertà, si parla anche di fragilità psicologica. Il tema della povertà connesso alle dinamiche relazionali che si instaurano dal momento della dimostrazione dei requisiti di accesso, passando per l’adesione ai programmi da parte degli utenti, sono aspetti delicati che incrociano temi quali: diritto all’aiuto, della sostenibilità e della volontà personale: queste situazioni prestano il fianco a possibili ricatti e conflitti, soprattutto se vi sono delle fragilità sociali, psicologiche o psichiatriche. Se ci si colloca poi nella dimensione del controllo e della valutazione di esito, ad esempio nel momento di dovere decidere sulla permanenza o rinnovo della misura, ci possiamo trovare in situazioni a rischio di violenza, anche da parte di utenti considerati solitamente tranquilli.

-Infine, la politica ha il compito di pensare a nuove misure di contrasto alla povertà che siano però pensate e studiate secondo il reale bisogno, altrimenti si rischia un effetto a catena privo di senso. Chi ha partorito il Reddito di Cittadinanza, non ha valutato l’impatto della misura precedentemente esistente, ovvero il Reddito di Inclusione, e ancora chi ha partorito il Rei, non ha valutato l’impatto del Sostegno di Inclusione Attiva. Insomma, misure simili tra loro dai requisiti, sino all’applicabilità. Si rischia così di fare e disfare rischiando di non fermarsi mai ad una accurata analisi sull’efficacia e l’impatto degli strumenti in campo. Ed un aiuto ad oggi proviene dalle analisi economiche, statistiche e sociologiche che ci sono e sono ben professionali. E’ bene quindi ascoltare gli attori coinvolti, i professionisti, per poter pensare ad una misura che supporti e aiuti realmente nel percorso di autonomia. Anche il servizio sociale, nella partita delicata della valutazione deve poter dare il proprio contributo, sia nei confronti dell’equità delle misure in campo, sia e soprattutto per quanto riguarda l’esito dei programmi relativi alle singole persone e nuclei familiari in carico. E non è poco: sono valutazioni su persone in carne ed ossa e con problemi reali, con le quali gli assistenti sociali si confronto quotidianamente.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,