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Reddito di cittadinanza, la vera sfida da vincere: facciamo chiarezza

untitled 2Il reddito di cittadinanza introdotto lo scorso anno nel nostro paese è ormai una realtà consolidata, che nei mesi ha consentito a molte famiglie di poter beneficiare di un contributo economico che in molte di queste si è tradotto in un aiuto concreto alle spese del menage familiare. Una misura attesa che al di là di una propaganda politica trova d’accordo anche l’Unione Europea che da tempo strigliava l’Italia circa l’attuazione di una misura di contrasto alla povertà. Misura esistente, seppur con criteri e requisiti diversi, anche in altre parti del mondo e dentro e fuori i confini dell’Europa. In Italia partito in fretta,  nei mesi ha iniziato a sviscerare alcuni contorni, come la piattaforma “GEPI” per gli operatori sociali, che impone di contattare i nuclei familiari per delineare un’analisi preliminare, tesa a conoscere il nucleo familiare e le esigenze che possono emergere. In sostanza è quella che da molti viene ribattezzata “fase due”, perché c’è da fare qualche chiarimento: la seconda fase non è relativa all’attuazione dei tanto invocati lavori di pubblica utilità, ma è caratterizzata dalla convocazione dei nuclei familiari per un colloquio presso i Servizi Sociali comunali, che delineeranno con l’analisi preliminare-formata da domande standard da compilare in tempo reale sulla piattaforma messa a disposizione dal Ministero- che definirà un profilo: la convocazione da parte dei centri per l’impiego per la sottoscrizione del patto di lavoro; una presa in carico dal servizio sociale professionale – che prevederà un percorso fatto di obiettivi e monitoraggio; la valutazione e presa in carico di un’equipe specialistica ed infine la presa in carico da un servizio specialistico -che consentirà di collaborare con strutture e servizi del territorio. L’ambito territoriale che in questa sede mi sento di rappresentare, Azienda Consortile “Agro Solidale” ambito S01-03, capitanata dal dottor Porfidio Monda, da mesi porta avanti la convocazione dei nuclei familiari, sottoscrivendo analisi preliminari e portando avanti il monitoraggio di molti nuclei familiari. Per quanto riguarda i tanto discussi Progetti Utili alla Collettività, meglio conosciuti come Puc, la fase è ancora quella embrionale, in quanto è in via di definizione e consolidamento, pertanto questa fase mi sento di ribattezzarla “terza” e che coinvolgerà i nuclei familiari nei lavori utili alla collettività. Dove badate bene si tratta solo di essere d’ausilio a personale già esistente nella pubblica amministrazione che ne avrà anche le responsabilità connesse a quella mansione. In attesa di addentrarci nei Puc, in virtù dell’esperienza diretta e costante che ho avuto a contatto con il reddito di cittadinanza  mi ha portata a comprendere che la misura è una sfida tesa a tirare fuori il meglio del sistema del welfare. Senza dubbio il Reddito di Cittadinanza ad oggi paga lo scotto della “fretta”, nato all’indomani delle elezioni, pertanto molti nuclei familiari per mesi hanno beneficiato di un contributo senza vedere applicate ulteriori servizi e misure previste dalla legge. In molti hanno iniziato a beneficiare dal mese di Aprile ma solo a Settembre sono stati chiamati, almeno per quanto riguarda il nostro ambito territoriale, per l’analisi preliminare. Ad oggi ci sono ambiti territoriali e comuni che sono fermi alle relative procedure per accreditarsi sulla piattaforma Gepi, per niente semplice all’inizio e senza una guida che specificasse a noi operatori come poter navigarci nel suo interno: intuito ed un pizzico di professionalità- almeno per noi- hanno avuto la meglio. E non è certo una nota positiva, perché così facendo molti colleghi si sono sentiti scoraggiati ed hanno iniziato ad avere un approccio poco stimolante verso il reddito di cittadinanza che invece può essere una sfida che tutti noi possiamo vincere se solo ci fosse il tempo per gli operatori di addentrarsi all’interno dell’ottica del sistema, la collaborazione degli utenti che devono abbandonare il concetto di un assistenzialismo fine a se stesso e l’applicabilità di servizi ed interventi: la famosa rete da costruire. L’esser partiti senza aver risolto una serie di nodi operativi fondamentali, come il raccordo tra servizi sociali comunali e centro per l’impiego, che ad oggi ancora non dialogano nonostante la creazione di un sistema informativo, non aiuta. Ecco perché ho compreso l’importanza del reddito di cittadinanza perché in sé è una misura che abbraccia ogni forma di povertà: economica, formativa, lavorativa, sociale, d’animo e persino familiare. Quelle domande apparentemente standard e fredde nascondono se ricevono una risposta sincera un bisogno che finalmente esce dalle mura casalinghe ed approda nelle sedi opportune. Davanti a ciò c’è la possibilità di sviluppo del welfare locale senza precedenti. Il rischio che non possiamo permetterci è di farla male. Ma per farla bene occorre tempo che è sinonimo di qualità e di attenzione per gli operatori e soprattutto strumenti. L’utente che si affida con sincerità al colloquio con l’assistente sociale e risponde seriamente alle domande ha a disposizione la  strada per risollevarsi dalla povertà, ma per fare ciò l’operatore ha bisogno di potergli garantire risposte attraverso servizi. L’esempio è quello che ogni giorno all’Azienda Consortile “agro solidale” il patto di inclusione sociale avviene proponendo agli utenti alcuni dei percorsi previsti dal progetto ITIA “Intese Territoriali di Inclusione Attivata”, un progetto che gode del finanziamento della Regione Campania e che prevede tre azioni. La prima rivolta alle  famiglie con bambini piccoli o con ragazzi con disabilità dove è prevista la figura dell’educatore familiare o del tutor specialistico a domicilio; la seconda azione, prevede una serie di corsi di formazione che prevedono retribuzione e attestato finale: perché se non c’è una formazione di base che consente alle persone di acquisire conoscenza e sapere, non potrà esserci spendibilità nel mondo del lavoro; infine poi la terza azione prevede l’attivazione di tirocini di inclusione sociale per persone normodotate o con disabilità, al fine di potersi riavvicinare al mondo del lavoro e dell’inclusione sociale. Ecco azioni che consentono di coniugare il reddito di cittadinanza con risposte concrete. Ma non tutti hanno queste possibilità e queste risposte.Dati alla mano, con i fondi per i servizi sociali, con l’investimento sui servizi e sui centri per l’impiego da parte di questo governo, davanti a noi c’è la possibilità di uno sviluppo del welfare locale che finora non si era avuto. Ecco perché questa possibilità non possiamo permetterci di gestirla male. Purtroppo, ad oggi, alcuni aspetti del RdC acuiscono questo rischio. Lo scenario per i servizi locali sarà più complicato di quello disegnato dal REI – per la frammentazione delle risposte, per la fretta, per l’incremento troppo veloce dell’utenza – quindi ci sarà ancora più bisogno della creatività e dell’impegno di tutti gli operatori locali. Gli operatori a questo punto sono cruciali, nella consapevolezza che una misura nazionale dà indicazioni ma il livello locale ha molti spazi per realizzarla nel modo migliore possibile. L’obbiettivo deve essere quello di tirar fuori il meglio del Reddito di Cittadinanza, essere capaci di limitarne i punti deboli e valorizzarne i punti di forza. Sapendo però anche che il lavoro fatto fino ad oggi nei territori è un ottimo punto di partenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Reddito di Cittadinanza e servizio sociale

untitled 2Il Reddito di Cittadinanza (Rdc) è ormai nel pieno del suo rodaggio, una misura che si traduce in una sfida da cogliere per il servizio sociale tra tradizione e innovazione. Ma è bene fermarsi un attimo e riflettere sul tema che intercorre tra servizio sociale e politiche sociali. Professionalmente mi occupo di misure di contrasto alla povertà per un ambito territoriale del servizio sociale che racchiude i comuni a nord della provincia di Salerno, in Campania. Regione che da sempre registra il più alto numero di richieste nelle misure di contrasto alla povertà: primato per Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva) e Rei (Reddito di Inclusione). Quando si parla di Rdc l’assunto di base, fatto salvo il tema delle politiche del lavoro, l’assistente sociale va considerato uno degli operatori più qualificati in tema di contrasto alla povertà, vista la propensione e la competenza nella predisposizione e gestione dei progetti personalizzati a favore di situazioni di disagio. Ma andiamo con ordine nelle riflessioni che mi e vi pongo:

-Rdc non è di per sé uno strumento sbagliato nel suo principio di fondo: si tratta di aiutare una persona o una famiglia supportandola nel percorso di autonomia; è anche un modo per agganciare nuclei familiari multiproblematici che forse spontaneamente non si sarebbero mai presentati ai servizi sociali. Va, tuttavia, ponderata come misura, affinché sia giusta, equa, concreta ed adeguata, superando gli sperperi ed i furbetti.

-L’equità economica del contributo non è facile da ottenere con tabelle di calcolo, soprattutto se ci si basa sul modello ISEE, che diventa una nota dolente per molti, tra utenti e caf, capitano molti strafalcioni, con il risultato di “ISEE DIFFORME”, per cui il beneficio viene sospeso. Ma l’ISEE resta lo strumento preferito, quantomeno nella ricerca di una minima equità tra gli utenti, perché ad oggi è l’unico strumento che osserva e valuta i cittadini di tutta Italia con gli stessi parametri e gli stessi indicatori; insomma, gli stessi occhiali per ogni cittadino che sia del nord o del sud.

-Attuare misure di contrasto alla povertà, significa rafforzare gli uomini e le donne del servizio sociale, partendo dalla zone in cui è più carente. Il rapporto equo dovrebbe essere un assistente sociale ogni 5.000 abitanti, spesso si è lontani da questi numeri. L’ambito per il quale lavoro ha deciso per quest’anno di aumentare il suo organico sociale, al fine di garantire assistenti sociali ai percettori di misure di sostegno alla povertà e non solo – ed ecco me ed altre colleghe fino al 31 dicembre prossimo in un cammino entusiasmante e faticoso lavorare-. L’altro aspetto /sfida del Rdc è proprio quello che potrebbe portare una situazione più omogenea a livello professionale su tutto il territorio nazionale, tenendo conto anche delle specificità territoriali. Ancor più importante è garantire il servizio sociale inserito nell’organico degli enti territoriali preposti: non è errato il ricorso al lavoro somministrato da agenzie interinali, ricorso a cooperative o a liberi professionisti, ma vanno considerate forme residuali ed accessorie, non come ordinaria gestione del servizio sociale.

-La povertà non è un argomento che riguarda solo gli assistenti sociali in via esclusiva, è un tema trasversale e come tale abbraccia un lavoro di rete ed integrato tra le diverse politiche sia nazionali che locali, ma anche politiche relative alla famiglia, all’abitazione, formazione ed istruzione, sanità. Bisognerebbe cooperare e lavorare in rete, come una squadra che guarda verso un unico obiettivo, raccordandosi con gli altri per evitare sovrapposizioni, buchi normativi, intoppi gestionali.

-Le politiche del lavoro hanno un ruolo centrale nel coordinamento, ed è indispensabile armonizzare queste con tutto quello che interessa il Rdc: servizi, operatori e finanziamenti. Non serve infatti chiedere all’utente di impegnarsi nella ricerca del lavoro se questo è carente.

-Tema centrale è la messa in sicurezza degli operatori sociali che di per sé ogni giorno si ritrovano di fronte a situazioni di possibile pericolo: anche un’indagine socio-ambientale, rischia di diventare pericolosa, ma quando si parla di povertà, si parla anche di fragilità psicologica. Il tema della povertà connesso alle dinamiche relazionali che si instaurano dal momento della dimostrazione dei requisiti di accesso, passando per l’adesione ai programmi da parte degli utenti, sono aspetti delicati che incrociano temi quali: diritto all’aiuto, della sostenibilità e della volontà personale: queste situazioni prestano il fianco a possibili ricatti e conflitti, soprattutto se vi sono delle fragilità sociali, psicologiche o psichiatriche. Se ci si colloca poi nella dimensione del controllo e della valutazione di esito, ad esempio nel momento di dovere decidere sulla permanenza o rinnovo della misura, ci possiamo trovare in situazioni a rischio di violenza, anche da parte di utenti considerati solitamente tranquilli.

-Infine, la politica ha il compito di pensare a nuove misure di contrasto alla povertà che siano però pensate e studiate secondo il reale bisogno, altrimenti si rischia un effetto a catena privo di senso. Chi ha partorito il Reddito di Cittadinanza, non ha valutato l’impatto della misura precedentemente esistente, ovvero il Reddito di Inclusione, e ancora chi ha partorito il Rei, non ha valutato l’impatto del Sostegno di Inclusione Attiva. Insomma, misure simili tra loro dai requisiti, sino all’applicabilità. Si rischia così di fare e disfare rischiando di non fermarsi mai ad una accurata analisi sull’efficacia e l’impatto degli strumenti in campo. Ed un aiuto ad oggi proviene dalle analisi economiche, statistiche e sociologiche che ci sono e sono ben professionali. E’ bene quindi ascoltare gli attori coinvolti, i professionisti, per poter pensare ad una misura che supporti e aiuti realmente nel percorso di autonomia. Anche il servizio sociale, nella partita delicata della valutazione deve poter dare il proprio contributo, sia nei confronti dell’equità delle misure in campo, sia e soprattutto per quanto riguarda l’esito dei programmi relativi alle singole persone e nuclei familiari in carico. E non è poco: sono valutazioni su persone in carne ed ossa e con problemi reali, con le quali gli assistenti sociali si confronto quotidianamente.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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