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La pandemia cambia le tradizioni che restano patrimonio dell’intera umanità

La pandemia ha cambiato le vite, il quotidiano, le abitudini di molti. Ha cancellato riti e tradizioni popolari, ha cambiato lo stile di vita dei cittadini. Ma c’è una cosa che abbiamo imparato più di tutte in questa lunga emergenza pandemica: la capacità di reinventarsi. Anche per questo le tradizioni non si cancellano. Cambiano, si modificano, si riscrivono e si riadattano, per conservare un inestimabile patrimonio per l’intera umanità. Forse in tempo di pandemia e di ristrettezze, tra le tante cose che abbiamo imparato a ri-apprezzare, c’è proprio quella di mantenere vivo il ricordo delle tradizioni: gesti, riti, omaggi, intenzioni di preghiera e intenzioni profane, che restano e si tramandano. Se un popolo non avesse delle tradizioni non esisterebbe e nessuno lo conoscerebbe, e il bello del mondo è proprio la varietà di usi e costumi. Tramandate – ancora di più in questo periodo disorientato e incerto ai  più giovani- da una generazione all’altra, sono una testimonianza viva di una cultura legata alla natura e alle stagioni, ai cicli della vita, ai riti e alla devozione religiosa. Senza alimentare nostalgie di un passato ormai trascorso, si alimenta il ricordo delle tradizioni e di semplici e genuini valori, elemento vitale per lo sviluppo della nostra società. Quando un paese perde il contatto col suo passato, con le sue radici, quando perde l’orgoglio della sua storia, della sua cultura e della sua lingua, peggiora rapidamente, smette di pensare, di creare e sparisce. In tempo di pandemia, dove l’esigenza di molti è aggrapparsi a qualcosa, le tradizioni da sempre ponte tra il passato ed il futuro, non possono che essere un valido supporto, riportando e riadattando alle restrizioni gesti e rituali, talvolta anche culinari, per insegnare anche alle nuove generazioni la speranza del futuro sulla base del passato. Certo, dimentichiamoci bande, processioni, struscio tipico tra le strade cittadine, ma riportiamo nelle case e nelle vite gesti semplici ed umili: le lenzuola migliori da stendere al passaggio della Vergine, che quest’anno proviamo ad immaginare, calandoci con trasporto e fede in un momento che sembrava rituale ma anche suggestivo di anno in anno; riportiamo per quanto possibile in tavola i sapori del menù di tradizione; accendiamo una candela e ritagliamoci un momento di riflessione – che si creda o meno-, con questo gesto aiutiamo anche i più giovani a riflettere con sé stessi, in un momento che è divenuto complicato e ristrettivo anche e soprattutto per loro. Forse sarà una rivisitazione di gesti e rituali tipici e forse anche meccanici che probabilmente ci aiuteranno a riscoprire il vero valore di una festa e di una tradizione. E’ proprio quando qualcuno và via, che si sente davvero la sua mancanza. Ed è proprio quando ci sono dei divieti, delle limitazioni, delle regole da rispettare anche per la salvaguardia della salute di tutti, che si riscopre il valore di ciò che non si ha più. Riscoprendo le tradizioni, ci si può rendere conto come queste siano un patrimonio importantissimo per l’intera umanità. Il fatto che si parli di “valore” positivo delle tradizioni non significa doverle vedere come un bene a tutti i costi. Ma, con voi, vorrei affrontare qualche riflessione sugli effetti positivi delle tradizioni che quindi si collocano come patrimonio per l’umanità. Anzitutto, la memoria. È grazie alla memoria che può quindi esistere la stessa tradizione e di conseguenza tanta varietà di cibi, costumi, danze e altri elementi che rendono il mondo interessante. Una sorta di interconnessione. Si  “sostengono” l’una con l’altra, perché allo stesso tempo la tradizione è importante per la memoria: si tratta infatti di un meccanismo che consente di conservarla in un modo unico e particolare. Tradizione è sinonimo di turismo e di scoperta di luoghi, posti, culture, modi di vivere, dialetti, di gente, di confronto. La tradizione è occasione speciale, rompe gli schemi della routine e della vita frenetica, per irrompere in un momento unico, passeggero, che trasporta, che insegna e riscopre, talvolta è momento di incontro e di condivisione con gli altri. Grazie alle tradizioni il mondo può essere vario e interessante: musiche, balli, cucine tipiche, capi d’abbigliamento, pensieri, religioni diverse, architetture e simboli. Le tradizioni sono, le nostre radici. Siamo noi, il nostro sangue, la nostra cultura, la nostra identità, il nostro mondo. Un popolo senza tradizioni è un popolo privo di anima.

Igor Stravinsky scriveva.“Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente.”

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I dimenticati del lockdown: disabili e caregiver

Sfaccettature e volti della pandemia che se da un lato ha generato lockdown – giusti- non ha risparmiato non poche ripercussioni economiche e sociali, e proprio l’aspetto sociale ha mostrato fragilità e carenze, generando l’acuirsi di bisogni latenti ma anche il generarsi di nuovi bisogni. Confinati tra le mura domestiche anche i portatori di handicap e i loro caregiver, il familiare che li accudisce quotidianamente, un percorso estremamente difficile anche a causa dell’emergenza pandemica. Un’emergenza nell’emergenza che riguarda, secondo il rapporto Istat del 2019, oltre due milioni di famiglie. Genitori, mariti, mogli, figli, alle prese con i parenti disabili da assistere. Una vita nell’ombra fatta di giornate lunghe che fanno invecchiare e ammalare. Sono i caregiver familiari, segmento trascurato del mondo dell’assistenza ai disabili, lavoratori a tempo pieno, non volontari e non riconosciuti, vincolati dal legame di sangue e affettivo, che trascurano e dimenticano la loro vita e le loro esigenze per assistere il loro familiare. Ad oggi non esiste una legge nazionale che li riconosca, eccetto le leggi regionali dell’Emilia Romagna e della Campania, nonostante le promesse, ancora attendono una qualche forma di sussidio per i sacrifici sostenuti durante la pandemia. Ombre e luci su un mondo esistente e parallelo al nostro: la disabilità e chi li assiste. Dimenticata o quasi la disabilità in tempo di covid. Sono rimasti fuori dai provvedimenti del legislatore durante la quarantena tutti gli aspetti ludici, psicologici e specifici per i bambini e i ragazzi disabili. Molti bambini non hanno potuto ricorrere alle lezioni on line. Le lezioni frontali con video non sono facilmente fruibili da tutti, come ad esempio i ragazzi con difficoltà cognitive. Impensabile pensare che un bambino con un ritardo importante riesca a rimanere concentrato tante ore davanti ad uno schermo. L’impatto dell’isolamento sui minori affetti da disabilità ha generato ripercussioni notevoli: senza terapie la regressione è quotidiana. Senza scuola stanno perdendo piccole grandi abilità e conquiste di autonomia e di autostima, momenti di socializzazione, che avevano faticosamente guadagnato. Per loro servono programmi individuali, e molto spesso, vicinanza fisica, in contrasto con le severe misure di distanziamento sociale. Ma anche i disabili adulti fanno i conti con le penalizzazioni generate dalla quarantena. Coloro che lavoravano fanno i conti con l’isolamento: è venuto a mancare quell’aspetto di socialità e autonomia tanto importante per il mantenimento delle loro funzioni cognitive. Il cervello è un muscolo da mantenere allenato. Sempre e da tutti. Le misure in campo, seppur volte a tutelare la salute delle persone, hanno prodotto un inevitabile effetto collaterale: un lungo periodo di isolamento, difficile da sopportare, soprattutto per i più fragili. Alcune disabilità hanno risentito ancor di più dell’isolamento domestico, come il Disturbo dello Spettro dell’Autismo, le giornate di queste persone prima della chiusura dei servizi erano strutturate con una routine ben definita (scuola, centri di riabilitazione, sport) che improvvisamente vengono a mancare. Il cambiamento per un autistico, non è facile. I genitori si sono ritrovati h24, sette giorni su sette, i propri figli a casa, senza alcun momento di respiro, cercando di gestire e arricchire le giornate sempre più deprivate di stimoli. Per alcuni disabili, affrontare il covid può essere molto complesso. Si pensi ai non udenti o a chi ha una lesione alta e dunque difficoltà a respirare, in quei casi la mascherina è un elemento di disturbo. Allo stesso tempo chi ha difficoltà motorie e deve prendere un mezzo di trasporto, deve tenere le distanze, quando invece l’aiuto della gente per salire o scendere da un autobus a volte è fondamentale. Senza tralasciare le loro paure nel perdere i propri punti di riferimento, iniziando dal caregiver che potrebbe ammalarsi. Sono questi i sentimenti a cui bisogna fare i conti se si è disabili. Paure, difficoltà e sentimenti contrastanti sperimentano i disabili ma anche i loro caregiver, che con il covid-19 sono piombati in una sorta di realtà distopica. Le madri dominano di più la scena, leonesse nell’assistenza dei figli disabili, se da un lato alcune mamme hanno potuto dedicargli più tempo dall’altro hanno azzerato del tutto i momenti di respite. Eppure a loro resta la speranza, carburante della resilienza di queste famiglie, quello che gli consente di rispondere ogni giorno alla prova personale difficile. E in fondo, il locdown imposto dall’emergenza sanitaria non è molto diverso dal loro quotidiano. Perché le famiglie con soggetti disabili vivono normalmente una sorta di locwdown, con una vita sociale molto sacrificata. Angeli custodi e spalle della vita di bambini e adulti disabili che con grande intensità e amore, consapevoli ma non troppo, sfidano i limiti e vivono il loro quotidiano.

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Più poveri e disuguali in pandemia. Siamo pronti alla sfida assistenziale post covid?

Disuguaglianze, nuove forme di povertà, volti diversi alle famiglie, l’eredità e gli effetti economici e sociali che la pandemia lascerà rischiano di essere più pesanti del previsto. Il nuovo volto disegnato dalla pandemia è segnato da fragilità e povertà. Gli italiani si sono riscoperti più poveri e più soli. Le storie che gli assistenti sociali, gli operatori delle associazioni di volontariato e della Caritas che ogni giorno ascoltano, sono storie di coppie e famiglie normali diventate povere durante la pandemia. Lavoratori onesti ed umili, ma in un anno pandemico sono precipitati a reddito zero. E’ l’effetto della pandemia e lo stop a tante attività economiche, nel 2020 la povertà assoluta in Italia è tornata ai livelli di quindici anni fa. Persone che incontrano grandi difficoltà ad effettuare  le spese essenziali per il cibo o per curarsi. L’anno scorso i poveri assoluti sono stati un milione in più rispetto al 2019, più di trecentocinquantamila famiglie totalmente indigenti in un anno. In totale – secondo l’Istat- si tratta di oltre due milioni di famiglie. Le difficoltà maggiori tra le famiglie numerose e i lavoratori tra i 35 e i 44 anni, quelli cioè con lavori precari. Al Sud la situazione più difficile. Ma nelle regioni del Nord la povertà cresce più velocemente. Nell’anno della pandemia si sono azzerati i passi fatti nel 2019, ad oggi i minori coinvolti sono circa un milione e mezzo. Il covid ha fatto crollare anche la spesa delle famiglie: si evitano gli acquisti, se non necessari.  Il volto della povertà è cambiato: sono coloro che fino a poco tempo fa donavano e oggi si ritrovano a bussare alle porte di associazioni e Caritas.

La situazione rischia di peggiorare. A primavera scade la misura che, insieme alla cassa integrazione, ha in parte arginato la crisi da covid per alcune categorie. Nei prossimi mesi, infatti, si prospetta lo sblocco dei licenziamenti e  solo in Campania si rischiano 100mila licenziamenti, 1 milione quasi in tutta Italia, già alcune storiche attività commerciali e di ristorazione nel capoluogo campano non ce l’hanno fatta a sopravvivere al post lockdown ed hanno cessato le loro attività, saltati già diversi posti di lavoro. Nei mesi si sono susseguiti aiuti economici e sociali, dal Reddito di Emergenza, ai buoni spesa, al decreto ristori, agli interventi dei singoli comuni o dei fondi diocesani dedicati, utili a sostenere le spese più urgenti magari legate al pagamento dell’affitto degli immobili, dalle rate del mutuo, delle utenze o agli acquisti alla ripartenza delle attività. Misure a cui non tutti hanno avuto eguale accesso,  il reddito delle scorso anno era totalmente differente alla situazione attuale. Infondo, però si tratta di palliativi, di assistenzialismo che serve nell’emergenza ma non lascia margine di prospettive future. Oggi quasi una persona su due di quelle accompagnate e sostenute è un “nuovo povero”. L’incremento nell’incidenza delle donne, più fragili e svantaggiate sul piano occupazionale e spesso portavoce dei bisogni dell’intero nucleo familiare. E allora quale prospettiva in tema di politiche economiche e sociali ci aspettano per fronteggiare i postumi della pandemia? Ad oggi, l’unica certezza che sembra esistere è quella del Reddito di Cittadinanza, seppur si prospettano cambiamenti, di fatto qualche novità già esiste: chi ha percepito per le prime diciotto mensilità la misura di contrasto alla povertà, rischia di veder ridotto notevolmente il contributo mensile in quanto le precedenti mensilità sono conteggiate ai fini dell’Isee aggiornato. D’altra parte da solo il  reddito di cittadinanza non riuscirebbe a coprire i tanti poveri, con quali mezzi poi?

Al di là di tutto resta la necessità di misure fiscali e finanziarie utili a sostenere la ripresa e la ripartenza delle tante attività economiche e commerciali, utili anche le agevolazioni all’assunzione di personale, inoltre và pensato e studiato un programma di assistenza a medio-lungo termine, che superi la logica del puro assistenzialismo e garantisca effettiva integrazione sociale e lavorativa, iniziando dalle opportunità di lavoro, ma se le attività chiudono è difficile l’assunzione. Insomma, un cane che si morde la coda, nel frattempo le famiglie sperimentano situazioni di povertà e disuguaglianze che rischiano solo di peggiorare e non migliorare, forse è tempo di pensarci e iniziare a costruire il domani delle famiglie, dell’economia e del sociale del nostro Paese, per non farci trovare impreparati e più forti nella ripresa post pandemia.

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Com’è dura affrontare un attacco di panico

Il fiato si spezza all’altezza del petto. Un nodo chiude la gola. La vena inizia a pulsare. Il cuore ha un ritmo accelerato, incontrollabile, lo senti anche nelle orecchie, che si chiudono, intorno tutto ha un silenzio surreale. La vista si offusca. Il corpo è ingestibile. Il sudore è freddo, la salivazione a zero, le palpitazioni sono continue. Assurdo ma reale, è quello che si prova in pieno attacco di panico. Un attacco di panico è devastante e terrorizza, ciò che più fa paura è che possa riaccadere, e chissà dove e chissà quando, perché è perfido, arriva, ti colpisce ovunque sei e ti annetta. Non conosce gioia o dolore, non conosce momenti imbarazzanti o luoghi inappropriati. Capita che ti aspetti una gratificazione e non uno shock. Un ospite indisturbato che colpisce senza bussare alla porta, che colpisce quando vuole lui, e sa colpire. La mia vita è sempre stata un susseguirsi di emozioni, di ritmi frenetici, di gratificazioni e di momenti più tristi, e anche di tanto stress, così la prima volta, il primo attacco di panico, ho pensato fosse “solo” un avvertimento al mio ritmo di vita troppo veloce, ma quel battito “accelerato” mi è rimasto dentro, indimenticabile. Ma alla seconda volta che l’attacco mi ha attaccata, l’ho capito subito. Certo, il ritmo di vita e di stress incide, inutile nasconderlo, ma inutile negare che in tempo di pandemia, di pensieri negativi, di incognite future, di fiato corto già a causa delle mascherine, gli attacchi di panico, sono abbastanza comuni. Secondo le percentuali almeno il 10% delle persone – in tempi normali- e prevalentemente donne- hanno sperimentato questa spiacevole sensazione. Chi vive un attacco di panico, lo paragona ad un infarto o ictus. Normalmente la durata è breve, la fase più acuta dura pochi momenti, ma le sensazioni sono intense e gettano la persona nel terrore. Alla fine rischia di generare una dinamica perversa “vivo nel panico del panico e quindi non vivo più” soprattutto quando si attuano meccanismi per evitare proprio quelle sensazioni potenzialmente impanicanti: il pensiero costante ad evitare luoghi, situazioni, dinamiche che possono provocare una crisi. Una vita in fuga. I soggetti “allenati” imparano a gestire l’attacco di panico sul lavoro e nelle varie situazioni della vita quotidiana ma ciò non basta, bisogna lavorare su se stessi e su ciò che lo genera. Altrimenti tornerà sempre indisturbato e farà i suoi comodi. E’ importante capire quando sia arrivato il momento di affidarsi ad uno psicoterapeuta per lavorare su se stessi e sulle questioni irrisolte con la propria vita. Capita molto spesso che un collega o un amico in nostra compagnia ha un attacco di panico, cosa fare? Mantenete la calma. Sangue freddo. Non è una cosa che si trasferire, non aggiungete altra ansia. Abbassatevi o sedetevi con lui, servirà per non farlo sentire in imbarazzo. Tranquillizzatelo, parlate piano, lentamente e con serenità, ponetegli domande su cosa sente e cosa avverte, non ponete fretta nelle risposte. Non toccatelo con frequenza, non stategli troppo vicino e non assumete movimenti scattosi o un tono di voce teso. Comunicategli di respirare più piano, la respirazione di chi è in un attacco di panico è in iperventilazione – una panacea per l’attacco-.L’attacco di panico non è un tabù o una vergogna, parlarne, condividerlo, così come spesso hanno fatto e fanno molti personaggi dello spettacolo è importante, perché capita a tutti, non esiste distinzione di età, di sesso o anche di vita, è il ritmo che conduciamo, perché l’attacco di panico è un grido di allarme forte e dirompente nel nostro cervello. Una sorta di disperato ed accorato grido d’aiuto che ci auto-lanciamo. Ignorarlo, provare a giustificarlo e nasconderlo anche a noi stessi è solo un palliativo e un tentativo goffo ma non una soluzione. I sintomi potrebbero peggiorare, gli attacchi potrebbero essere più frequenti e addirittura limitarci per paura di viverli. Non aspettate inerti che la situazione passi, da sola non lo farà, siete voi che dovrete affrontarlo e talvolta col supporto di specialisti. Non ditevi “ormai”, “passerà”, “non ho tempo per queste cose”, in quel momento gli state segnando gol ad un bastardo che vi attaccherà col vostro consenso.

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Bellezza a tutti i costi, ma con quali conseguenze?

“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?” Chiedeva la perfida di turno, un po’ invidiosa, in una nota favola. Quello stesso specchio che è divenuto vibrazione crudele e da far paura a molti, che non ritrovano nella loro immagine l’amico “perfetto” che cercano. Bastano un regime alimentare sostenuto, molto sport, trucco e parrucco sempre impeccabili, abiti succinti e seducenti, per potersi dire di bell’aspetto? La risposta che molti si danno è sì. Tanti saluti a “come mamma ti ha fatto”, tanto tutto può essere manipolato dall’uomo, ancor di più dalla chirurgia, che tutto può. Così gli adulti nell’ossessione del corpo perfetto, si sono rivolti alla chirurgia per un bendaggio gastrico, il loro sovrappeso – a volte non proprio tale- gli ha causato danni permanenti, in alcuni casi persino la morte. L’idea comune è mangiare meno per evitare i chili di troppo, trovando nella chirurgia la strada più semplice e duratura, anziché delle diete sane ed equilibrate indicate da professionisti. E se gli adulti inseguono canoni di bellezza, i giovanissimi influenzati dai personaggi del momento e dagli esempi degli adulti, richiedono per il loro compleanno ritocchi di bellezza dal chirurgo estetico, talvolta non curanti che l’età seppur poco più che maggiorenne non consente per questioni di biologia di intervenire. Cosa importa? L’ossessione della bellezza a tutti i costi è più forte e rischia di far cadere in un vero e proprio limbo: dopo il primo intervento, c’è qualche altra parte del corpo “poco perfetta” e così si ritorna dal chirurgo plastico. E così la bellezza ai nostri giorni, più che coincidere con il bene, aderisce perfettamente al diktat del marketing. In rete spopolano gli influencer belli, magri, perfetti, propongono consigli, regimi alimentari, prodotti, nella loro immagine mai una sbavatura, mai un’imperfezione, impossibile per chi li segue non ammirarli, invidiarli e cercare di seguire il loro “modello”. Il risultato è una mortificazione personale che molti si auto infliggono dinanzi allo specchio e non solo. C’è chi arriva a coprire gli specchi che ha in casa. Altri spendono ciò che possono in creme, prodotti di bellezza, ritocchini e cure varie, ritrovandosi poco dopo allo stesso punto di partenza. E se bellezza per qualcuno fosse sinonimo di apparire/emergere? In rete spopolano gli influencer che non hanno un filo di pancia o di cellulite, ma nella società moderna dove unico canone è la bellezza, se questo per molti significasse farsi notare ed emergere in un contesto? C’è da chiedersi se è la strada giusta, e soprattutto cosa stiamo trasmettendo a tutte le generazioni nell’immagine che proponiamo sulle passerelle, nei programmi televisivi e anche nelle campagne pubblicitarie. Anziché sulle manifeste, a volte irrimediabili, carenze di un individuo, siano esse fisiche o mentali, si dovrebbe puntare sulle sue qualità migliori, in particolar modo quando queste non vengono riconosciute dal contesto livellatore e sempre più anonimo in cui viviamo. Ecco, una battaglia esteriore, una vittoria interiore: il riconosciuto di se stessi e della propria specificità,rendendoci diversi e differenti dagli altri, garantendoci l’unicità. Un monito a tutti noi, che vale per tutti. Come insegna il sommo Dostoevskij, la bellezza non serve affatto a riscattare la finitezza della vita, bensì ad attraversare gli sconforti, e persino le miserie, che rendono autentica l’esistenza. A ognuno poi la sua, di salvezza.

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Assistente sociale, oltre una fiction

Un blog è anche uno spazio libero che poi si apre al confronto mediante i commenti in rete, ancor di più sui social network. In questo spazio di parole e riflessione, voglio affrontare una tematica legata ad una delle professioni più umane e profondamente empatiche, bistrattata il più delle volte, talvolta umiliata, sconfinata dai più: l’assistente sociale.  Professione che ricopro ogni giorno con scienze e coscienza, con trasporto ma anche con fatica qualche volta. La fiction Rai- “Mina Settembre”, nata dalla penna dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni, che ha dedicato al personaggio e al ruolo il libro da cui è tratta la fiction “dodici rose a Settembre”, ha portato alla ribalta del grande pubblico la professione di assistente sociale, occasione più unica che rara. I film e le fiction del piccolo e grande schermo hanno preso spunto dalle più disparate professioni, mai però quella dell’assistente sociale, quasi come a non voler toccare un tasto che talvolta rischia di essere dolente. Mina Settembre, è dinamica, gioiosa, solare, “fatina” in diverse situazioni, alle volte sorvolando alcune procedure, d’altra parte è pur sempre una fiction ed il romanzo è giusto che ci sia, eppure non tutti lo comprendono, perché a me è già capitato di sentirmi dire “ma nel film fa così perché “tu” non fai così?” E come glielo spieghi che è pur sempre un film e che non può entrare nel merito delle norme, delle procedure, delle tutele per sé, per l’Ente, e ancor prima della persona, che è al centro di tutto? L’assistente sociale Mina Settembre è un po’ casinista nella vita privata, e forse rispecchia molte noi assistenti sociali, che con la vocazione di aiutare gli altri, con spirito di altruismo e abnegazione, siamo perfetti costruttori dei puzzle di vita altrui ma non delle nostre, dove siamo casiniste, caotiche, confusionarie e anche impacciate, e spesso pecchiamo di presunzione: ciò che accade alle altre persone in carico pensiamo che non possa mai accadere a noi e alle nostre famiglie. Fare l’assistente sociale è un lavoro umanamente gratificante ma anche molto impegnativo, a volte estremamente stancante, le giornate sono scandite di incontri, di problemi che aspettano una risposta, di responsabilità da assumersi e che ti portano a mediare e pensare quale sia la cosa giusta nel momento sbagliato nella vita dell’altro. E’ un difficile ma strano mestiere. Intreccia ansie, preoccupazioni, decisioni, scienza e coscienza, vite che ti passano davanti e ti entrano dentro, che talvolta si affidano a te. E’ un viaggio continuo e spesso difficoltoso, dove ti porti dentro e a casa gioie ma anche tanti pensieri. E’ però un mestiere di empatia e di amore. Che se lo fai è perché lo ami e perché ci credi. Consumi il cervello, il cuore e le suole delle scarpe, poni l’orecchio a terra, corri, ti affanni, c’è chi ti segue, chi si perde, chi ti critica, chi ti giudica, chi racconterà la sua versione dei fatti perché sa che sei vincolata al segreto professionale e alla privacy ma torni a casa distrutta ma felice. Il sorriso di una persona che hai avuto in carico. Il sorriso ritrovato di bambini provenienti da contesti disfunzionali, ripaga e ricompensa. Eppure è un lavoro a rischio, non sono nuovi i casi di minaccia, ritorsione, aggressione ai danni degli assistenti sociali, privi di ogni tutela, che ogni giorno lavorano col rischio di essere minacciati o di subire aggressioni. Un lavoro in perenne precariato, inutile innamorarsi dell’assistente sociale che vedete seduta dietro una scrivania di un comune, sono la maggior parte a tempo determinato, appoggiati su fondi che servono a contrastare la povertà, alcuni di essi lavorano in regime di co.co.co. attraverso cooperative, spesso sottopagati o malpagati, molti diritti sono annullati o non del tutto riconosciuti. Bizzarro ma vero: gli assistenti sociali tutelano e si battono per i diritti altrui ma di fatto svolgono un lavoro dove i propri diritti, iniziando da un lavoro stabile ed in tutela, non esistono quasi. Ho incontrato in molti concorsi a cui ho partecipato colleghi di quaranta e oltre anni, eterni precari, con anni in cui hanno lavorato e anni in cui si sono ritrovati a casa, mettersi in gioco ancora e ancora, credendoci sempre. Questo imbarazza in un paese civile, scoraggia quanti pensano che ci siano realmente occasioni di lavoro in un settore fragile e bisognoso di professionalità.  Ci viene chiesto di aiutare gli altri quando invece gli eterni incerti del lavoro sono proprio gli assistenti sociali. Eppure ogni giorno c’è carenza d’organico, quelli che sono in servizio si affannano, faticano, ma non riescono a star dietro a tutto e a tutti; i bisogni cambiano, le famiglie necessitano oggi più che mai del sostegno e dell’operato sociale, impossibile riuscirci per tutti, manca il tempo e lo spazio mentale, il confine è labile, il rischio di burn out è dietro l’angolo e questo rischia di essere un boomerang con ripercussioni su tutto e su tutti. Eppure si arranca e  si va avanti. E allora cosa si aspetta? Dei bei proclami, delle speranze di leggi di bilancio, di assunzioni e concorsi ne abbiamo sentito e ne sentiamo, eppure sembra che ci sia sempre qualcosa che ostacoli, oggi forse si dirà “a causa dell’incertezza di governo”, e ieri cos’era? Ricordo ai più che sono passati vent’anni e quest’anno ventuno dall’entrata in vigore della 328/2000 la legge quadro sul sistema integrato di interventi e servizi sociali e oggi più che mai ci sono nuove esigenze spinte dalla crisi economica degli anni passati e oggi da una pandemia che ha cambiato il volto delle persone e delle famiglie. Ma si resta fermi ancora al palo dove ci sono assistenti sociali che aspettano risposte, certezze, sicurezze, aspettano anche sostegno. Le risposte ed i fatti concreti chissà a quando.  Nel frattempo c’è Mina Settembre in tv!

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Adolescenti: perché mettono in gioco la loro vita?

Spaesati, disorientati, con uno stop forzato alle loro passioni, il futuro una grande incognita, questa la vita degli adolescenti di oggi, che tra covid, precarietà e socialità virtuale, vivono i loro anni. I social i loro fedeli amici, oggi più che ieri, in questo tempo sospeso e distanziato, i social e le amicizie virtuali sono diventati la loro realtà di vita, il pericolo è però dietro l’angolo, li attira e talvolta li affascina. Due ragazzini che si tagliano la faccia per assomigliare a Joker. Bande di teenager che si azzuffano in piazza, da Gallarate a Roma, senza neppure un motivo. E poi la droga che torna ad essere un tema e un pericolo dopo la serie “SanPa” su Netflix. Sono circa venti i bambini – come ha riportato anche di recente “il mattino” di Napoli- che dal mese di ottobre ad oggi in concomitanza con la seconda ondata di pandemia sono giunti al Santobono di Napoli in preda a gravi disturbi psichiatrici. Stesso allarme lanciato anche dall’Ospedale Bambin Gesù di Roma che registra un’impennata di psicopatologie collegate, drammaticamente, anche ad alcuni tentativi di suicidio. Poi il fenomeno “TikTok”, un social in cui vengono lanciate “challenge”, balletti, giochi e cose del genere: un influencer di spicco o un utente molto seguita lancia una sfida e tanti suoi follower (seguaci) parteciperanno. Ma dilagano sfide molto più pericolose, come la black out challenge, che è una sorta di gara di apnea fino a svenire: in periodo pandemico, per la noia, i più giovani possono essere ancora più vulnerabili. La rete un mondo vasto, affascinante, trainante, iperstimolante ed ipereccitante. Un territorio senza specifiche difese che diventa rischio e può davvero fare molto male. Appare preoccupante nonché diffuso il fenomeno tra i giovanissimi di mettersi in mostra con azioni audaci, che a volte hanno esiti tragici. L’assunzione di comportamenti a rischio in adolescenza è un fenomeno sempre esistito, oggi alla ribalta per i pericoli connessi all’uso delle tecnologie e per i recenti casi di cronaca nera. Un tempo vi erano le corse in motorino o film dell’orrore, per “regalarsi” il brivido della paura. Questa ricerca della paura è un tentativo anche inconsapevole di avere un controllo attivo sulla morte. Non si tratta di trasgressione ma di tollerare le delusioni. Le nuove generazioni crescono con l’ideale incurcatogli di avere tanti amici, di essere popolari e di essere sempre primi, e quando diventano adolescenti non si sentono mai abbastanza popolari e belli. I figli vanno educati all’autorevolezza dei genitori ma non a 13 anni, troppo tardi! Bisogna crescerli da bambini nelle regole, nei confini, limitare il loro uso alla tecnologia che va controllato sempre da un adulto. E con l’adolescenza bisogna vedere una nuova nascita del proprio figlio. Il cervello dell’adolescente è come se scaricasse nuovi programmi. Fondamentale è l’ascolto dei genitori, senza mai confrontarsi con il loro tempo d’adolescenza. Non essere mai giudicanti. Ascoltare talvolta la loro musica anche se non si condividono i loro gusti musicali. Bisogna avere il coraggio di non chiudere un occhio quando si ha il sentore o la certezza che il proprio figlio abbia una dipendenza da sostanze stupefacenti. Se la situazione è fuori dal controllo dell’adolescente, bisogna intervenire, accettando anche il conflitto. Tossicodipendenza, alcool, atti di autolesionismo, sono tante le forme di dipendenza ai nostri giorni, una guerra per alcuni genitori, ma si può vincerla. I genitori devono tornare ad avere il controllo della vita dei loro figli, porre dei paletti, anche se questo costa fatica e conflitto generazionale, affidarsi ai professionisti quando la situazione peggiora e necessita di aiuto esterno, che aiuterà i genitori a partecipare alla cura dei figli. I ragazzi non devono pensare di essere soli nella crescita ma seguiti con attenzione e amore. Genitori e figli dovrebbero dedicarsi tempo, tempo vero fatto di cose da fare insieme, da vivere insieme, cenando anche insieme, abitudini e tempo che ormai sembra lontano alle famiglie di ieri e che forse andrebbe ritrovato e vissuto.  

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L’odio e la rete: haters all’attacco dell’autostima delle vittime

Subdolo o palese, l’odio viaggia in via etere. Odio virtuale che trasforma il mondo di internet in far web. Frasi velate, scritte chiare e offensive, battutine, attacchi diretti e pubblici, le bacheche di molti social network e stories degli utenti del web sono popolati di frasi d’odio virtuale a danno dell’altro che sia un collega, un amico, un perfetto sconosciuto o un personaggio dello spettacolo, poco importa, l’importante è riversare il proprio odio pubblicamente, talvolta per una manciata di like e di commenti di incoraggiamento. Li chiamano “haters” dall’inglese, coloro che praticano in rete l’odio. Sono molto di moda. Ovviamente, gli haters sono a loro volta oggetto di odio, virato in ironia ribattezzandoli “leoni da tastiera”. Una violenza evidente soprattutto sui social: secondo rivelazioni Swg, odio e falsità fanno parte del nuovo modo di comunicare per l’80% degli intervistati, dato in crescita rispetto al passato. Il 63% ritiene che i giovani si abitueranno a usare toni offensivi e solo il 22% pensa che le giovani generazioni riusciranno a scegliere uno stile più corretto. Gay, migranti ed ebrei, sono le categorie più colpite dal linguaggio violento. La crescente ignoranza e il crescente individualismo sono le principali cause dell’odio e della violenza in rete, ma anche il cattivo esempio dei politici incita molti utenti del web. L’aggressività verbale si riversa di riflesso anche nelle aziende, nei luoghi di lavoro, dove il linguaggio irrispettoso è cresciuto del 26%. Antipatie e pregiudizi si riversano in rete, è fenomeno comune quello di avere una qualche antipatia verso un collega e di riversarla in post pubblici o in chat comuni, con l’unico obiettivo di attaccare l’altro, di sminuirlo, di offenderlo, il tutto pubblicamente, perché gli altri leggano, ferendo ed offendendo l’altro ancor di più. Non tutti hanno la corazza e la scorza dura per farsi scivolare tutto di dosso, molti ne restano feriti nell’orgoglio e nell’animo, minando ancor di più il loro essere e le loro fragilità, sentendosi inadatti, inadeguati, fuori luogo, lasciandosi sopraffare dal giudizio altrui. In bilico l’autostima, quasi affossandola. Haters incattiviti col mondo e col genere umano, talvolta persone che si nascondono sotto false identità, o persone che pur usando la loro identità si sentono “forti”, lo schermo rende tutti distanti. Sono persone convinte che, trovandosi dall’altra parte di un pc, possono esprimere tutto ciò che passa per la loro mente, senza alcun filtro e alcuna educazione. Senza ragionare o tener conto delle conseguenze che le loro parole possono avere sugli altri. Persone rabbiose e frustrate, che riversano il tutto sul web. Purtroppo ne rimane vittima chi non ha le armi per difendersi. Armi dell’amor proprio e della sicurezza di ciò che si è, tale da non permettere a nessuno di intaccare. Questo soprattutto se è continuo un attacco denigratorio. Quando si rimane vittima dei leoni da tastiera si possono avere conseguenze più o meno importanti che vanno dal turbamento a forme di depressione grave, in alcuni casi limite persino al suicidio. Gli hater in realtà sono persone vili, che non hanno il coraggio di prendersi la responsabilità di ciò che affermano, persone che si sentono forti solo perché hanno una tastiera e uno schermo, forse nella realtà non sarebbero capaci di un discorso e di un confronto umano. Ma pur essendo coraggiosi perché distanti hanno il potere di ferire le loro vittime. Dal punto di vista giuridico si stanno compiendo passi per punire queste persone e far emergere il fenomeno dell’odio in rete, fin troppo sommerso. Ma rimane la ferita dolorosa che lasciano alle loro vittime. Più che mai in questi mesi di pandemia abbiamo imparato quanto la Rete ed  i social possano tenerci compagnia e siano un modo per sentirsi con gli altri, proprio per questo va curato e gli va dato il giusto valore. La Rete fa la differenza quando porta con sé umanità che sa andare oltre lo schermo. Nel frattempo vi lascio qualche consiglio per proteggersi dagli haters:

-Non rispondere agli haters: l’istinto umano è quello di rispondere, specie se si è continuamente attaccati. Non lo fate. Chi vi insulta non aspetta altro, per continuare a riversare il suo odio e per avere le sue ragioni. Ignorate.

-Nascondete i loro commenti: la vostra bacheca o una foto è piena di commenti spiacevoli o insulti? Nascondeteli. Il profilo è vostro ed avete tutta la libertà di ignorare, nascondere, limitare il profilo o i post. Se ci riprova, bloccatelo.

-Segnalate: qualora la situazione è altamente offensiva o ritenete opportuno ci si può rivolgere alla polizia postale per bloccare i contenuti.

Tra le altre cose che si possono fare, si può evitare di condividere o apporre like ai post offensivi: prendere le distanze è importante, altrimenti siamo complici dell’hater. Se l’hater è un vostro amico o conoscente, provate a parlargli e a sensibilizzarlo. Segnalate le pagine offensive anche se non vi riguardano direttamente. Se siete vittime delle offese e dell’odio che minano il vostro essere rivolgetevi ad uno psicologo, vi aiuterà a ritrovare la vostra perduta autostima a danno del frustrato hater.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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I giovani al tempo del Coronavirus: isolamento, rifiuto alla Dad e dispersione scolastica

Didattica a distanza, vita sociale azzerata e impossibilità di costruire relazioni, di vedere posti nuovi, hanno caratterizzato la vita degli adolescenti negli ultimi undici mesi. Misure – seppur giuste- per contenere il contagio da covid-19, che però non risparmiano ripercussioni sulla psiche e nella vita di molti adolescenti, fase già di per sé complicata e caratterizzata da transizioni nuove e  più o meno complesse. Un momento storico che anche i più giovani non dimenticheranno facilmente, se non altro per i postumi che questo lascerà, anzitutto, le ripercussioni negative sulla loro capacità di socializzare, già di per sé mutata rispetto al passato, inclini più al dialogo virtuale che de visu, perdendosi il meglio degli incontri interpersonali. Ma anche il loro stato d’animo e l’umore ne risente, molti adolescenti, vivono momenti d’angoscia, ansia, smarrimento,difficoltà ad immaginare un domani; altri, invece, manifestano aggressività che si traduce anche in scatti d’ira, preoccupando molti genitori, che in alcuni casi sono arrivati a denunciare i figli minori attivando i servizi sociali, in altri invece, intraprendendo un percorso di psicoterapia per adolescenti. Fenomeni e comportamenti, che anche un recente rapporto di “Save the Children” riporta, rimarcando gli effetti di questo storico periodo sui giovanissimi d’oggi e sulle ripercussioni che questo potrà avere sul loro futuro. Diverse le fasi che hanno vissuto gli adolescenti, inizialmente stupore, provando anche un certo interesse nel provare a vivere un’esperienza diversa dal comune, provando anche a giovare degli effetti derivanti da una diminuzione dell’impegno scolastico. Poco dopo si è sviluppata una seconda fase che ha comportato il fatto che iniziassero a ritirarsi sempre di più in se stessi e in questa situazione di isolamento. Pur non sapendo dove e come saranno condotti domani, hanno chiaro il loro attuale stato d’animo, il loro stare male nel vivere. Una nuova dipendenza, nel frattempo rischia di prendere il sopravvento per i giovanissimi, l’uso continuo e smoderato dei social e dello smartphone: nella realtà virtuale gli adolescenti cercano la possibilità di gestire delle situazioni. Tensioni che si accumulano. Inoltre, non va tralasciato anche il pericolo che si sviluppino altre dipendenze dall’alcol, ad esempio. Seppur disagi che richiamano a delle preoccupazioni, la maggior parte degli adolescenti non ha però bisogno di una terapia psicologica clinica, devono essere i genitori i costruttori insieme ai figli della capacità di problem solving, risoluzione dei problemi, aiutandoli a lavorare sulle loro capacità e sulle loro potenzialità. Bisogna fornirgli uno sguardo esterno sulle loro risorse e insegnare loro a metterle in campo. Alto tasto dolente di questo sospeso periodo della vita degli studenti è la didattica a distanza, vissuta da molti bambini ed adolescenti con difficoltà, non da meno dai genitori. Il divario è palese. Molti genitori sono costretti ad andare a lavorare o restare a casa in modalità agile, senza riuscire a seguire e a prestare attenzione ai figli che devono seguire le lezioni online; dall’altra parte le famiglie numerose, ma anche quelle che vivono in case con spazi angusti e ristretti, dove non c’è spazio sufficiente e silenzio adeguato per ognuno dei figli che deve seguire la dad; ragazzini che vivono in zone in cui la connessione è lenta e difficile; genitori che rappresentano non poche difficoltà nel provare a gestire la dad, spesso si tratta di adulti che non hanno neppure la licenza media: impossibile demandargli anche l’istruzione dei loro figli, qualsiasi sia il grado scolastico che questi frequentino. La dispersione scolastica in Italia già prima della pandemia aveva numeri preoccupanti, rappresentati dal 30,6% degli oltre 11 milioni di studenti. Secondo l’indagine di Ipsos “i giovani ai tempi del Coronavirus”, per Save the Children, condotto tra gli studenti tra i 14 e i 18 anni, il 28% degli giovani intervistati ha dichiarato che dall’inizio della pandemia almeno un compagno di classe ha smesso di frequentare la scuola. Tra le cause principali delle assenze durante la Dad la difficoltà di connessione e la mancanza di concentrazione. Almeno 34 mila studenti delle superiori rischiano l’abbandono scolastico. La dispersione scolastica è un film dai sogni spezzati per i ragazzini. Alcuni comprendono che studiare sia l’unica possibilità per crearsi un futuro migliore, per essere partecipi del reale cambiamento della realtà in cui vivono, altri vivono nell’incertezza se studiare o meno, altri ancora abbandonano il percorso scolastico: il fatto che ci sia l’obbligo scolastico fino a sedici anni non li turba, e non turba neanche le loro famiglie (alcuni non sanno neanche che ci sia l’obbligo). Una regola imposta dal mondo che è intorno ai ragazzi, quel mondo in cui loro saranno i protagonisti, senza neppure rendersene conto. La scuola resta sempre il valore aggiunto, che può dare una chance di miglioramento, aiutando a realizzare i sogni ai ragazzi. Vale la pena ricordare a noi adulti, che l’abbandono scolastico ruba il futuro ai ragazzi, e spesso li consegna in altre mani. Consiglio la visione del film “la nostra strada” per ricordarci quanto i ragazzi abbandonano la scuola possano essere attratti dalla cultura dei favori anziché la cultura dei diritti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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E se fosse davvero Natale?

Un Natale anomalo. Unico. Distanziato. Limitato negli spostamenti. Il colore rosso, simbolo di festa colora le regioni e impone un lockdown in tempo di festa. Le città vivono il Natale con l’immaginazione e affidandosi al potere rievocativo di ognuno di noi. Le luminarie restano in strade vuote dal passaggio e dalla scambio d’auguri. Il Presepe è immaginario, come ad Assisi dove sull’intera facciata della Basilica Superiore di San Francesco viene proiettata la Natività di Gesù: statue a grandezza naturale e immagini video dell’affresco della navata inferiore della Basilica. Un Natale per molte famiglie senza ricongiungimenti, altre invece, fanno i conti con le ristrettezze economiche, che improvvisamente sono piombate in famiglie che oggi vivono l’incertezza del domani. Un Natale del silenzio, privo di abbracci o di incontri e cenoni. Nessuno lo avrebbe mai immaginato. Un mastodontico cambiamento. Perché nessuno è davvero mai preparato ai cambiamenti. E’ una delle grandi paure che accompagna l’essere umano: l’imprevedibile. In questo strano e sospeso anno abbiamo imparato il suono del silenzio: le città senza i rumori di sottofondo, il silenzio che ci spingeva a riflettere e capire, il silenzio della paura e dell’incertezza del domani, il silenzio delle saracinesche abbassate, il silenzio di uffici vuoti e spenti, dei ristoranti e bar chiusi, degli stadi vuoti. Oggi ci viene chiesto di mantenere in silenzio un momento che solitamente è accompagnato da musica, fantasia, immaginazione e magia, nonché chiasso: Natale e Capodanno. Questo sarà il Natale del cambiamento. Del ricordo freddo e distaccato. Il Natale del silenzio. Il Natale in cui tante famiglie accuseranno il vuoto e la mancanza. Anche questo è un valore. E se invece cogliessimo questo momento sospeso questo “strano Natale” come occasione, l’ennesima che questo anno doloroso ci sta ponendo? Per riflettere sulle mancanze e sul loro valore, sul senso delle cose e delle persone, sul tempo e lo spazio che avevamo e che non abbiamo più, sulla Vita che seppur un fantastico viaggio è imprevedibile e lo ha dimostrato. Su quanto le nostre vite fossero frenetiche, piene, incasinate, e povere: avevamo smesso di vedere la bellezza delle persone, dei luoghi, del tempo, della noia, delle possibilità che avevamo. Certo, questo Natale così ridimensionato e diverso è un imprevisto. E’ risaputo che gli imprevisti facciano molta paura. Abbiamo spesso l’illusione di avere la “cassetta degli attrezzi” con gli strumenti giusti per controllare il nostro destino; se possiamo controllare il nostro destino possiamo mettere in atto delle scelte. I cambiamenti radicali sono le scelte più difficili da compiere, tanto difficile che a volte rimandiamo la stessa scelta. E a volte la vita sceglie per noi. E siamo costretti ad adeguarci o a subire. Tutti noi con diversi gradi di difficoltà e adattamento, oggi siamo chiamati ad adeguare le nostre abitudini, anche il nostro modo di vivere le festività. La vera sfida sta nel cogliere il cambiamento, perché forse un cambiamento radicale è proprio quello di cui abbiamo bisogno per ristabilire il peso dei sentimenti e dell’animo umano. Anche attraverso il silenzio che dominerà le festività. E questo 2020 lo ricorderemo come di delimitazioni, sicurezza, misure estreme, cambiamenti e modifiche. Ma nulla ci vieta di riflettere e cambiare qualcosa di noi e del nostro essere, sognando e sperando che il 2021 ci regali umanità e serenità, e perché no cambiamento personale.

Buon Natale e buon anno ai lettori di Pagine Sociali de il denaro.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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