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Figli della droga. Nascere con la sostanza stupefacente nel dna

untitled 2Viene a contatto con la marijuana, la inala e si sente male. Vittima una bambina di un anno e mezzo della provincia di Salerno. La piccola è stata immediatamente trasportata e ricoverata all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, nel frattempo la Poliza di Stato ha avviato le indagini, interrogando il papà della piccola, un 21 enne già noto alle forze dell’ordine per altri reati, perquisito la casa della piccola, dove non sono state rinvenute tracce di sostanze stupefacenti, ma le indagini continuano. La madre della piccola, una 17 enne, non ha saputo fornire indicazioni su come la bimba sia venuta a contatto con la droga. I risultati degli esami tossicologici sulla piccola sono stati consegnati al Tribunale per i Minorenni che dovrà pronunciarsi sull’affidamento della bambina. Genitori troppo violenti e dediti all’uso di droga, con questa decisione il Tribunale per i Minori di Salerno ha revocato l’affidamento di una bambina di 7 anni ai propri genitori. Le indagini della procura, generate da un procedimento poi terminato con una condanna per il padre, accusato di maltrattamenti, si sono avvalse del prezioso contributo degli assistenti sociali, che pare-secondo quanto riportano alcune testate giornalistiche locali- la bambina, pare abbia riferito agli assistenti sociali di un clima di violenza e di tensione, la piccola sembrerebbe aver spiegato agli operatori sociali anche il procedimento di confezionamento della cannabis. Diversi gli episodi riferiti dalla piccina, come quello che vide la bambina essere tirata per i capelli, dopo un litigio tra la madre ed il padre. Conflittualità su conflittualità, perché alla violenza genitoriale si aggiungeva il rapporto burrascoso e violento tra nonni e genitori, tanto che il Tribunale per i Minorenni ha preferito per l’affidamento della piccola ad una struttura che possa accompagnarla nel ritrovare il benessere psico-fisico e nel frattempo i suoi genitori dovranno seguire un percorso di recupero, al fine di riacquistare la podestà genitoriale e la capacità di poter mediare all’interno dell’ambiente familiare. L’emergenza droga, in Italia, è un fenomeno in aumento anche tra le donne. Sono sempre più giovani quelle che vivono esperienze di tossicodipendenza, stato che si protrae anche in gravidanza. Figli della droga, nascono con la droga in circolo o assistono a momenti di confezionamento, stati di dipendenza o astinenza dei genitori, in alcuni casi sono utilizzati come piccole leve emergenti della droga. Oltre la cronaca si nasconde una realtà dura e vera. Un’emergenza del nostro tempo.  Sembra incredibile, ma quella dei neonati sofferenti per vere e proprie crisi d’astinenza poiché figli di madri che hanno continuato a drogarsi in gravidanza è una realtà terribile ma più diffusa, purtroppo, di quanto si possa pensare. Piccoli “drogati” in cui si assiste a cose al limite dell’umana immaginazione: bambini di appena pochi mesi in preda alle convulsioni, al tremore, tutto a causa dell’astinenza da sostanze tossiche. Bambini che alla nascita sono dipendenti dalle sostanze assunte dalle loro madri durante la gestazione, avvertono la mancanza di eroina o di metadone, a seconda della sostanza utilizzata sino al momento del parto. Il neonato trema incredibilmente è in astinenza da oppio. Madri che assumono sostanze e perdono i freni inibitori, incapaci di gestire la vita di un neonato, arrivando anche a gesti violenti perché sovraeccitate per via del consumo di droga. Le mamme spesso raccontano di non riuscire a fare al meno della sostanza, “sembra sia tutto ok, che tu non stia facendo nulla di sbagliato”. La chiamano sindrome da astinenza e colpisce i neonati, crisi e manifestazioni cliniche che si verificano nel neonato la cui la madre ha assunto regolarmente sostanze stupefacenti durante la gravidanza, causate dalla brusca interruzione, avvenuta con il parto, dell’apporto delle sostanze stupefacenti al feto. Sostante compromettenti. Naturalmente molti fattori influiscono sulla sintomatologia del neonato, ma sicuramente giocano un ruolo importante il tipo di sostanza assunta dalla madre, la quantità di droga consumata abitualmente, anche il periodo di assunzione. Per capire se un bambino presenta sintomi di astinenza non è necessario aspettare troppo: sono sufficienti 3 giorni, in genere, anche se in alcuni casi si può aspettare anche la prima settimana di vita. I medici che diagnosticano questi sintomi devono avviare tempestivamente la segnalazione alle forze dell’ordine ed al Tribunale per i Minorenni, occupandosi della cura dei piccoli, poi il trasferimento in una comunità protetta, in attesa di chiarire la situazione dei genitori naturali. Le decisioni che si operano dipendono se la madre è consenziente, viene accompagnata con il suo bambino in una comunità e si decide come proseguire il percorso di recupero. Spesso subentra in una fase successiva l’affido ad una famiglia, ma i rapporti con la madre biologica sono mantenuti e gli incontri protetti avvengono alla presenza di un’assistente sociale, a cadenza –solitamente- settimanale. Ovviamente se la mamma poi dimostra di non far più uso di stupefacenti e di essere in grado di badare al figlioletto, il bimbo le viene riaffidato. Ci sono casi anche in cui è necessario allontanare il minore dal suo nucleo familiare originario perché- come spesso avviene- la madre non riesce a badare ai suoi bisogni: igiene, nutrizione, accudimento. Una spirale che inghiotte queste madri dove la droga la fa da padrona e domina la loro vita, sottraendole alla maternità e alla genitorialità, un lavoro complesso e difficile attende gli operatori sia sotto l’aspetto clinico che sociale. I bambini citati in apertura ricorderanno metodi di confezionamento, crisi d’astinenza dei genitori, gli effetti della droga, ed avranno bisogno di supporto per rielaborare e per un’immagine familiare “diversa”, perché si rischierebbe da adulti un facile avvicinamento alla sostanza stupefacente. Nel caso dei neonati, è importante l’aspetto clinico che porti alla disintossicazione, in creature che non hanno anticorpi e difese immunitarie. Oltre ai bambini vanno salvati da un destino che sembra già segnato dalla droga anche i genitori, un percorso non semplice, tortuoso, difficile e faticoso, che deve presuppore la buona volontà e la capacità di reazione dell’adulto, spesso i figli diventano la forza giusta per intraprendere un percorso di disintossicazione, un atto d’amore prima che umano.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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“Mamma posso usare lo smartphone?” Se i figli chiedono, i genitori cosa dovrebbero rispondere?

untitledAdolescenti solitari e depressi, immagine di una generazione da smartphone, che si annoia e si sente “troppo libera” quando è in astinenza da cellulare. Sbronzi di telefono. Senza cellulare si sentono soli e più stressati. I Millennials sono pigri, eterni insoddisfatti e socialmente dipendenti. Hanno detto addio al caro diario ed hanno fatto del cellulare il loro miglior confidente. I nativi digitali crescono davanti al telefono, dialogano con l’intelligenza artificiale, guadagnano follower. E la nuova età adulta per web e social si abbassa vertiginosamente. “Ce l’hanno tutti”, “Mi serve per i compiti”, “Mi serve per parlare con i miei amici su watsapp”, le abbiamo sentite tutti queste frasi almeno una volta nella vita da genitori o da educatori di una nuova società che dallo smartphone proprio non riesce a staccarsene. La richiesta dello smartphone presto o tardi, tocca a tutti i genitori, che si sentono spaesati e temendo di fare del proprio figlio un escluso o di generare infinita discordia, lo consegnano nelle sue mani inesperte dei loro figli. Anche perché molti genitori lo vedono come un rassicurante elettronico in grado di rintracciare il proprio figlio ovunque ed in qualsiasi momento. Ma qual è l’età giusta? Non esiste un’età giusta e non saranno posti dei limiti. Secondo i dati di “Eukids” 2017, in Italia, più della metà dei bambini già a 9 anni possiede uno smartphone, percentuale al 97% quando si arriva ai 15. Prima di regalarglielo chiedetevi: “gli serve? E’ pronto per utilizzarlo e per gestirne la complessità?” Sempre più ricerche dimostrano che i bambini che usano precocemente e intensamente le tecnologie sviluppano meno abilità sociali. Oggi sappiamo che lo smartphone impatta in modo definitivo sulle competenze cognitive ed emotive e su alcune delle sfide evolutive come lo sviluppo sessuale, la costruzione delle passioni, quella delle dipendenze. Lo smartphone è la principale causa di distrazione, stimolando a fare più cose contemporaneamente, in un momento in cui la concentrazione e l’attenzione devono essere sperimentate da soli. Da un punto di vista dello studio, riduce la creatività e la risoluzione di problemi a un click con un motore di ricerca. Secondo alcuni terapeuti sono molti i genitori che si rivolgono ad un esperto per aiutarli a gestire le problematiche di abuso da tecnologia. Lo smartphone non va vietato, piuttosto regolarizzato. E’ buona regola dare ai figli delle fasce orarie in cui utilizzare il cellulare, intervallando anche i momenti che precedono e seguono i compiti. Cercate di dare uno sguardo alle sue ricerche e alle sue chat. Lasciategli più spazio per navigare in internet e meno dallo smartphone. Spesso il cellulare è richiesto per avere a portata di mano i social network, mentre internet consente di poter approfondire e ricercare ed è possibile farlo da un normalissimo computer o tablet. Accertatevi del reale utilizzo che vorrebbe farne vostro figlio. Se credete che sia giunto il momento per i vostri figli di avere uno smartphone, per i primi mesi optate per un cellulare condiviso, di famiglia, così da controllare giochi, social e chat. Poi costruite con lui un “contratto educativo” con regole chiare e precise in cui stabilite i momenti on-line ed off-line, stabilendo gli orari e la durata della navigazione. Una mia utente mi ha raccontato di una sveglietta che dopo trenta minuti di utilizzo dello smartphone suona ed i bimbi la vivono come una regola goliardica. Mentre, un’altra mia utente che non riusciva a gestire più la prestazione continua dello smartphone della figlia, mi ha raccontato di una “moda” molto in voga tra i giovanissimi: gare notturne su watsapp per controllare chi “crolla” prima al sonno. L’ultimo accesso segna il momento in cui l’altro compagno si è lasciato andare tra le braccia di Morfeo. E così gli adolescenti vanno a dormire addirittura alle tre di notte, pur di essere svegli ed arrivare primi. Comunicate loro limiti da non trapassare e fategli sapere che sarete lì a presidiare. Senza dimenticare che alcune regole esistono già, di legge. Se vi chiede di aprire un profilo Facebook, sappiate che sino ai 13 anni è vietato. Per watsapp ditegli che può usarlo ma sotto il vostro controllo, perché è un’app consentita a chi ha già 16 anni. Salviamo almeno le zone franche. Ciò che ha fatto la Francia, che ha vietato di usarlo in classe. Quando l’anno scorso la ministra dell’ Istruzione, Valeria Fedeli, lo ha sdoganato in nome di una scuola digitale, le polemiche non si fecero attendere e ammetto di essere contraria all’uso del cellulare in classe. Distrae, crea confusione, permette ai ragazzi di fotografare di nascosto compagni ed insegnanti e di divulgarle come e quando vogliono, mentre, la scuola è il luogo dell’istruzione, dell’educazione e delle regole e se proprio vogliamo renderla digitale ci pensano già lavagne e aule informatiche. Credo che i cellulari vadano lasciati a casa, quantomeno nelle ore scolastiche. Forse se i ragazzi posassero il cellulare e iniziassero a guardarsi negli occhi, condividendo la ricreazione in un rapporto umano anziché sui social, forse sarebbero meno digitali e più umani, più altruisti. Più consapevoli e meno egoisti. Più veri e meno finti. In classe è necessario concentrarsi sul volto dell’altro, prestare attenzione a chi parla. La scuola deve rimanere un luogo dove regole e comportamenti sono condivisi da tutti.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bambini dimenticati in auto, il cervello dei genitori va in black out

untitledAvrebbe dovuto portarla all’asilo nido, ieri mattina, invece è andato direttamente a lavoro, in un’azienda a San Piero a Grato nel pisano, sua figlia nemmeno un anno è morta in auto su quel seggiolino dove il papà l’aveva sistemata. Gesti di routine, dettati  forse dalla quotidianità, comportamenti ripetuti sempre allo stesso modo, a provocare questa ennesima tragedia. Un genitore che non si accorge della sua bambina sul sedile posteriore, l’auto che si trasforma in una trappola incandescente. In questo caso, la prima a lanciare l’allarme è stata la madre, che come ogni pomeriggio era andata al nido a riprendere la piccola ma lei non c’era. Subito il peggio che si materializza: sono da poco passate le tre, quando arrivano i soccorsi ma è tutto inutile. Casi che si somigliano, l’anno scorso è accaduto ad Arezzo ad una mamma che dimenticò in auto la piccola di diciotto mesi. Purtroppo è lunga la catena di precedenti: Giulia, Jacopo, e tanti altri vittime della dimenticanza dei loro genitori. Parcheggiare e andare via convinti in buona fede di aver già lasciato i figli a scuola. E’ una parte della mente che tende a distaccarsi dalla realtà, gli esperti lo chiamano “blackout mentale” che può essere causato dallo stress, l’affaticamento, le pressioni emotive, la mancanza di sonno: sono diversi i fattori che possono incidere. Di fatti, c’è un dissociarsi da una serie di gesti, sempre gli stessi che si ripetono ogni giorno credendo di averli già compiuti. L’abbandono in auto è indipendente dallo sviluppo intellettivo, ma è da attribuire a cause come lo stress, che determina un’alterazione acuta della capacità di riflettere. Secondo gli esperti è possibile dimenticarsi il proprio figlio in auto. Ed è così che nascono proposte per evitare queste morti tutte uguali tra loro, come una legge che preveda l’obbligo di sistemi di allarme anti abbandono in auto. Alcuni esperti, suggeriscono, un metodo classico e non tecnologico per non dimenticare il figlio in auto, come quello di mettere sotto il seggiolino del bimbo il portafoglio o le chiavi di casa. Non è un metodo attendibile, perché la persona deve ricordarsi di prendere questi oggetti. Ma esistono applicazioni che grazie ad uno specifico algoritmo danno la sicurezza di aver consegnato il bambino. Resta però il miglior dispositivo il baby car alert, che quando si spegne il motore dell’auto ma il bimbo è sul seggiolino avverte con segnali sonori. Quando vi è il supporto sociale, affettivo, familiare che è presente, tangibile, il disagio emotivo dei genitori si attenua. Morti e storie sconcertati che danno però una chiave per comprenderle: ritualità, fretta, giornate incastrate al minuto, gesti ripetuti centinaia di volte l’anno che diventano naturali come l’ultimo gesto che si fa prima di andare a dormire, diventando spesso automatismi. Gesti meccanici. Ci sono momenti in cui siamo fisicamente con i nostri figli, ma con la testa ci troviamo già al passaggio successivo, quando li lasceremo a calcio come tutti i mercoledì, quando li lasceremo dalla nonna come tutti i giorni alle sei. Momenti in cui diciamo sì a loro domande che non abbiamo ascoltato, in cui controlliamo la posta sul cellulare mentre ci raccontano cosa hanno fatto a scuola. E poi ci sono momenti in cui siamo lì, attenti e con la testa sgombra, ma solo stanchi. Umani e fallibili. Vittime , tutti, di piccoli corto circuiti: una banale dimenticanza, il quaderno non comprato, il libro lasciato a casa, la tuta non lavata proprio il giorno in cui ha ginnastica a scuola.  E poi ci sono i corto circuiti spaventosi. Ci sono i bambini dimenticati in macchina. La pioggia di insulti sul web diretti alla mamma, la domanda di tanti: “come ha fatto?” mentre il sospetto terribile cova pauroso nel cuore di ogni genitore, di poter dimenticare per qualche minuto, le uniche persone che un genitore per tutta la vita non dimentica: i propri figli.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Bullismo. Le aule scolastiche diventano un ring, mentre i genitori sono sempre meno autorevoli

untitledRagazzi che minacciano gli insegnati, adolescenti che bullizzano in una continua pressione psicologica i compagni di scuola, ragazzini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso i loro coetanei e gli insegnati. Volano insulti, calunnie, minacce, frasi pesanti che mettono in difficoltà i ragazzi presi di mira, che spesso si ritrovano isolati. Si chiama bullismo, si legge guerra feroce ai coetanei e all’istituzione scolastica. Il fenomeno è in costante aumento. Se ne parla nei consigli di istituto. I docenti, in classe, devono fare i conti con le liti innescate dagli insulti in rete e con la strafottenza degli alunni, che rinnegano l’autorità ricoperta dal professore. Studenti contro professori, così le classi diventano un ring. Da Nord a Sud, un’escalation di aggressioni ai docenti. Umiliazioni, fucine di bulli minorenni, studenti che iniziano i loro show irridenti mentre l’insegnante spiega: pernacchie, rumori, applausi. Ragazzi che fanno gruppo, sghignazzano e incitano, e spesso si protrae per giorni. Ragazzini che picchiano in branco insegnanti over, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. La cronaca di questi ultimi giorni è ormai un bollettino da guerra. Violenza fisica, violenza verbale e violenza via etere. Un atteggiamento che i bulli manifestano in classe ma che nasce tra le mura domestiche. La famiglia è cambiata, ha perso la sua autorevolezza. I genitori sono di corsa, hanno poco tempo da dedicare ai propri figli e spesso per compensare questa carenza, tendono ad assecondarli, a concedergli il capriccio del momento, assumendo un ruolo paritario coi loro figli, perché credono sia giusto una relazione pari, ma non è così. Ai ragazzini di oggi, adulti del domani, servono regole chiare e confini stabiliti con ruoli ben definiti per costruire una relazione autorevole. La famiglia ha il compito di trasmettere il rispetto verso la scuola e gli insegnanti. Se la scuola punisce un ragazzo, è dovere dei suoi familiari capire cosa sia successo, confrontandosi e cercando soluzioni educative e riparative con gli insegnanti. Assistiamo, invece, oggi ad una colpevolizzazione costante della scuola. Un atteggiamento che svilisce il ruolo degli insegnanti, deresponsabilizzando i ragazzi, innescando un circolo vizioso, che non aiuta la crescita dei ragazzi e lo sviluppo dei giovani. Eppure un tempo insegnati e genitori erano le autorità più temute dai ragazzini. Ad oggi, anche la scuola, vive una crisi, che rischia di far fallire il compito fondamentale della scuola che è quello di contribuire alla promozione e allo sviluppo della personalità e all’identità degli studenti, e ciò perché la scuola con fatica segue le trasformazioni sociali ed i problemi sempre più complessi dei ragazzi. Le nuove generazioni hanno bisogno di avere spazi di identità reali che li facciano esulare da quelli virtuali: hanno bisogno di esempi di adulti, da seguire come modello per le proprie aspirazioni. Ma hanno bisogno di confrontarsi anche con le conseguenze delle loro azioni e dei loro comportamenti. La scuola ha il compito anche di ricucire il rapporto con la famiglia, attraverso momenti costanti di confronto e di coinvolgimento nella vita e nei problemi, in funzione del benessere e della crescita dei ragazzi. Incattiviti, feroci, in preda a raptus di rabbia e di onnipotenza, feriscono nel fisico e nell’animo i loro coetanei o insultano violentemente gli insegnanti, deliri di onnipotenza che vengono ripresi da un cellulare, autodenunciandosi in rete. In alcune scuole, su proposta del ministro dell’Istruzione Fedeli, si sta optando per la bocciatura, ma basta da sola? Credo, si rischi di inasprire ancora di più il bullo, creando anche un effetto recidiva, innescando in lui anche la voglia di farsi “giustizia” contro quella discriminazione. La sola bocciatura non basta se davvero si vuole recuperare la sua condotta ed anche il bullo, ci vogliono punizioni socialmente utili, che la stessa scuola vent’anni fa ha inventato e sperimentato. Ritornano utili due volte: anzitutto perché sono aggiuntive e non privative. Non si viene solo sospesi. Il principio è: hai sbagliato ma continui a fare ciò che dovresti fare a scuola ma viene stabilita una punizione, in un piano educativo che i genitori devono condividere e sottoscrivere. Diventa utile perché il ragazzino che ancora non ha ben chiare le dinamiche della vita e dell’animo, si ritrova ad aiutare chi è in situazioni di fragilità, magari proprio i ragazzi con qualche definiti che fino al giorno prima deridevano. Diventa una testimonianza di vita, costringe chi la subisce ad essere soggetto attivo. Le punizioni extrascolastiche funzionano ma non sono e non possono diventare slogan o pubblicità contro il bullismo, perderebbero la loro funzione rieducativa, seppur in senso lato potrebbe diventare d’esempio per gli altri. Di certo è che i ragazzi d’oggi hanno bisogno di tornare alla realtà, al sociale che è fatto di sofferenza, di storie, di rinascita, di vita vera e vissuta, che certo non è in uno smartphone in chat o in forum di videogiochi, ecco perché la punizione sociale è un ritorno alla vita vera.

(Pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Genitori assassini, cosa accade con la patria potestà?

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messIn preda a raptus di follia, accecati dalla rabbia verso il proprio compagno, o la propria compagna, molti genitori si macchiano col crimine dell’assassinio. Ammazzano la madre dei loro figli, e ci sono madri che uccidono i loro bambini. La lista dell’orrore, è tragicamente lunga. Può anche sembrare una cosa immonda e del tutto innaturale, le madri possono uccidere i propri piccoli ed i padri possono sottrarre per la vita la mamma ai loro figli. A volte senza capire la mostruosità del loro gesto, ma altre volte con la mente terribilmente lucida. Genitori assassini e figli al mondo, che cresceranno con un genitore in carcere ed una madre nella tomba, sono i figli del femminicidio, soli col peso dell’assassino in casa: il loro papà. Ma, ci sono anche quei bambini, che restano col papà e crescono con l’ombra di una madre in cella perché ha ucciso il proprio fratello. Veronica Panarello ha perso la potestà genitoriale nei confronti del figlio minore. La giovane donna in carcere con l’accusa di aver ucciso il piccolo Loris Stival a Santa Croce Camerina in provincia di Ragusa, non potrà neanche essere informata dell’evoluzione della crescita del suo secondogenito, che resterà sotto l’esclusiva responsabilità del padre, il quale tra l’altro ha chiesto il divorzio alla madre. E’ stato dichiarato “decaduto dalla civile responsabilità genitoriale sulla figlia” dal Tribunale per i minorenni di Napoli, Salvatore Parolisi, l’ex caporal maggiore, condannato in via definitiva per l’omicidio della moglie Melania Rea, non potrà più nemmeno avere rapporti con la figlia: sospesi ogni incontro, visita o rapporto telefonico ed epistolare tra la bambina e Parolisi. La decisione del Collegio, composto anche da esperti psicologi, è avvenuta in considerazione dell’ “assoluta gravità dei comportamenti” e del fatto che “in assoluto disprezzo delle drammatiche conseguenze per la figlia veniva dal Parolisi Salvatore uccisa la madre della minore con la figlia probabilmente in macchina, si spera addormentata”, si legge negli atti. Una volta si parlava di patria potestà, oggi di responsabilità genitoriale: questa può decadere se l’adulto è violento verso il figlio o altri, se si espone il bambino a pericoli, se lo si trascura ripetutamente. L’iter comincia da un parente, un insegnante o un conoscente che segnala il caso ai servizi sociali. E’ accaduto ai “genitori-nonni” di Casale Monferrato, finiti sulle pagine di cronaca per aver avuto una figlia nel 2010, quando lei aveva 56 anni e lui 68, e accusati da un vicino di casa di abbandono della bimba, poi adottata da un’altra famiglia. Dopo la segnalazione, i servizi sociali indagano e mandano una relazione al Tribunale dei minori, che può aprire il cosiddetto provvedimento di decadenza. A questo punto la responsabilità genitoriale può essere sospesa: è come se fosse affievolita, le capacità dell’adulto vanno monitorate, viene aiutato a migliorarsi e il giudice può decidere di allontanare il genitore di casa, se è violento o ha problemi di droga. Oppure la responsabilità può decadere: il minore può essere trasferito in una struttura protetta, i rapporti con la famiglia si interrompono ma psicologi ed assistenti sociali, lavoreranno per ricucire lo strappo, ma se questo è irrecuperabile, o se ci sono gravi questioni penali in corso, il giudice dichiara il minore adottabile e, se è possibile, lo affida ai nonni o ai parenti. L’allontanamento è una misura estrema basata su prove. Sono decisioni sempre delicate che talora innestano indagini e processi molto complessi: basta pensare agli oltre quaranta provvedimenti di allontanamento chiesti negli ultimi mesi dal tribunale di Reggio Calabria per figli di mafiosi. Poi ci sono quei bambini il cui sicario era in casa: il loro papà che ha ucciso la madre, e per loro il trauma si amplifica, restano senza figure genitoriali, ritrovandosi di fronte ad una realtà complessa e tragica, nonostante il supporto familiare, saranno dei bambini segnati, che talvolta si chiederanno “perché?” e cercheranno di capire com’è, come si sta in una famiglia formata da mamma e papà. Ed è per questo che non vanno lasciati soli ad elaborare una mancanza che ogni giorno nonostante l’amore e l’affetto che avranno quotidianamente. E ci sono anche i bambini che non rivedranno più la loro mamma, perché messi di fronte all’agghiacciante notizia che è l’assassina di suo fratello. In questi bambini che affrontano una tragedia così grande, elaborano dentro di loro non solo il lutto e la mancanza della madre ma anche il senso della responsabilità. Che spesso affidano nel modo più crudo possibile ad un disegno. Tratteggiando come i bambini siano esseri puliti e tutte le cose brutte che gli adulti fanno purtroppo sono destinate a ricadere anche su di loro.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Disabile morta di stenti: indagati i genitori per abbandono d’incapace

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messL’hanno ritrovata a terra senza vita in un’abitazione di Polignano a Mare nel barese, nel giorno dell’Epifania. E’ la mamma a raccontare la fine della figlia in modo quasi sbrigativo ai media, raccontando di un leggero malore e dell’arrivo dei soccorsi che non hanno potuto che costarne un arresto cardiaco. Erano stati i genitori, vedendo la figlia, 31 enne disabile, in difficoltà a chiedere aiuto. Troppo tardi, secondo la Procura di Bari, quegli stessi genitori ora sono sotto inchiesta per abbandono di incapace. Il sospetto dei magistrati è che la giovane possa essere morta di stenti, che la mamma e il papà possano avere delle responsabilità per non aver nutrito e curato adeguatamente la ragazza che non era in grado di badare a se stessa. Una situazione di degrado che era stata segnalata ai Servizi Sociali, la famiglia avrebbe in passato rifiutato l’assistenza dei servizi sociali. Anche i vicini avevano segnalato condizioni igieniche precarie. Al momento la mamma respinge ogni accusa. Sarà l’autopsia a rivelare se la ragazza fosse denutrita e a chiarire le cause esatte del decesso. Un’immagine a tinte fosche: la giovane viveva da anni chiusa in casa, denutrita e in condizioni degradate dal punto di vista igienico e sanitario. Con lei gli anziani genitori e un fratello. Una pensione sociale di 500 euro al mese e nessun supporto e contatto con la rete familiare e amicale. Nessun contatto neanche coi conoscenti del quartiere. Lo scenario di fronte al quale, pare si siano trovati gli inquirenti era di assoluto degrado, fra insetti, feci e residui di cibo in decomposizione. Stando a quanto accertato finora, la famiglia per anni si sarebbe rifiutata di ottenere assistenza dai servizi sociali ed è anche per questa ragione che la magistratura barese ipotizza che potrebbero avere responsabilità connesse al degrado della ragazza. Famiglie in difficoltà ma timorose nei confronti del sostegno e del supporto degli assistenti sociali, orchi per molti e la paura la fa da padrone. Un problema che sta diventando sempre più serio, che emerge con molta preoccupazione in chi ogni giorno lavora nel complesso e difficile mondo dell’aiuto. Sempre più famiglie in stato di bisogno, con figli a carico, hanno il timore a rivolgersi agli assistenti sociali, timorosi di far emergere le loro condizioni di difficoltà economiche, perché hanno timore che possano allontanare i minori dai loro genitori, o che un “estraneo” possa entrare nelle loro dinamiche familiari. Un vero e proprio spauracchio che rischia di allontanare molti nuclei che potrebbero ricevere aiuto dal luogo deputato all’assistenza, che è l’ufficio di servizio sociale, e che fa il paio con una tendenza ormai consolidata e purtroppo risaputa, di tanti soggetti e nuclei familiari che rifiutano quella che ritengono “elemosina” dell’ente pubblico e che, pur trovandosi nel novero delle difficoltà, non si affacciano ai servizi sociali per una forma di orgoglio personale. Ma, l’assistente sociale è “l’estraneo di fiducia” che con discrezione e segreto professionale è pronta a sostenere psicologicamente e socialmente le famiglie oltre la povertà, ma anche nell’assistenza e nell’accudimento delle persone con disabilità. Essere caregiver, ovvero, un familiare che si prende cura di una persona con disabilità non è facile, c’è bisogno di energie fisiche, psicologiche e di sostegno attraverso figure professionali a domicilio, ciò è possibile solo affidandosi all’assistente sociale, superando timori e paure. Forse se questi genitori avessero avuto meno timori e più forza di affidarsi ai servizi sociali del comune e alla rete familiare e amicale, avrebbero condiviso fatiche, paure, difficoltà ed oggi forse la giovane 31 enne sarebbe ancora viva, magari incentivata nella sua creatività e nelle sue abilità, avendo modo di socializzare e di vivere in una società che era pronta ad accoglierla, e ad aiutare i suoi genitori, che oggi portano forse sulla coscienza un’accusa di abbandono di persona incapace, regolamentata dall’art. 591 del codice penale, che si pone di tutelare il bene della vita e dell’incolumità pubblica dei cosiddetti soggetti deboli, e la norma è legata anche all’inosservanza di obblighi umani e assistenziali.

(Articolo pubblicato per il mio blog “Pagine sociali” per ildenaro.it)

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Social media, vietate le foto dei minori. In arrivo multe per i genitori

foto per blog 2Non sono casi isolati né quelli dei genitori che postano sui social le foto dei figli minorenni né quelli dei giudici che li condanno a rimuovere le immagini da internet, ma per la prima volta, lo scorso dicembre, il tribunale di Roma, ha stabilito anche una sanzione pecuniaria per una mamma. Dietro la condanna, le lamentele del figlio sedicenne esasperato dal materiale che lei, tra l’altro coinvolta in una causa di separazione dal marito, pubblicava in rete. Non solo fotografie ma anche dettagli della storia famigliare. Il giudice ha stabilito il divieto per la donna di diffondere sui social notizie, dati e immagini del ragazzo. Nel caso in cui non rispettasse la sentenza dovrà risarcirlo con dieci mila euro. La legge sul diritto d’autore, stabilisce che il ritratto di una persona non può essere diffuso senza il suo consenso e a rafforzare la legge ci pensa la Convenzione Onu. I figli sono persone, per di più di minore età ed autonome, che hanno diritto a vedersi tutelata, riservata la propria sfera anche rispetto alle intenzioni dei genitori, lo ribadisce la Convenzione delle Nazioni Unite sull’Infanzia, che sottolinea come anche le persone minori d’età hanno diritto alla tutela della loro vita privata, della propria immagine e la propria riservatezza. E’ la prima volta che in Italia, viene stabilita, oltre che la rimozione del materiale foto e video, anche una multa per il genitori. Così il nostro Paese si inserisce nel solco già segnato da alcuni paesi europei dove le punizioni sono molto più severe, qui, è prevista una sanzione di 45 mila euro e la reclusione fino ad un anno, nei confronti dei genitori che violano la privacy dei loro figli. Ma sulla sentenza di Roma ha giocato un ruolo determinante anche il precedente dello scorso autunno, dove il tribunale di Mantova aveva stabilito che non si possono postare sui social network le foto dei propri figli minorenni se l’altro genitori non è d’accordo. Genitori social e figli senza privacy in balia del narcisismo dei genitori: foto delle feste, della comunione, di Halloween, foto dei temi che hanno preso il vito migliore della classe, considerazioni sui propri figli ed i social diventano una piazza di genitori narcisisti che azzerano la privacy dei loro figli, per di più minorenni. Ma se fino ad ieri era solo un invito a non pubblicare le foto dei minori per non rischiare di cadere nella trappola della pedopornografia, in un web sempre più spietato e grande fratello dei più piccoli, oggi, ci pensa la giurisprudenza a richiamare i genitori a foto che catturino il momento ma che restino private, dopo il giudice di Mantova che ha chiesto un’opinione comune e condivisa sulla pubblicazione delle foto in rete da parte di entrambi i genitori, il giudice di Roma, ha tutelato un minore di sedici anni, sentitosi schiacciato dalle foto in rete e dal racconto di una vicenda famigliare a suon di rancore a causa della separazione che si giocava sulla piazza social. Il giovane aveva persino chiesto al giudice di potersi trasferire in America e ricominciare lì una nuova vita. Genitori social che rimangono affascinati dagli scatti social che ritraggono i loro figli e catturano i commenti di decine di persone, che a volte serve ad avere conferme, perché per la psicologia postare specie nella fase della nascita, serve ad avere ottenere sostegno e supporto ma nel lungo periodo può amplificare le ansie. Si rischia di cadere nel tranello di voler mostrare a tutti i costi di essere genitori perfetti, considerando la genitorialità l’ingrediente essenziale della propria identità. Insomma, ben oltre la volontà di aggiornare gli amici o condividere bei momenti, al fondo degli atteggiamenti più martellanti c’è il vecchio meccanismo della conferma esterna. Che, riversa i suoi effetti anche sulle conseguenze emotive, positive o negative, ai commenti o ai like. E così i social si trasformano in uno specchio deformato: da una parte metto di sostegno e conforto, dall’altro severo giudice a cui abbiamo tuttavia assegnato un ruolo deliberatario. Oltre la psicologia ora c’è l’avvertimento dal tribunale: i genitori che pubblicano le fotografie dei figli minorenni sui social commettono un illecito che piò portare alla rimozione delle immagini e anche ad una somma di denaro a titolo risarcitorio a favore dei figli.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine sociali” per ildenaro.it)

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Figli senza privacy in balia del narcisismo dei genitori

img_0217Figli di oggi e senza privacy, con le foto postate, senza uno straccio di dignità e di diritto all’oblio. Che poi l’adolescenza di per sé porta la curiosità dei social e la voglia di condivisione, pubblicando anche cose che in eterno imbarazzeranno, ma fino ad allora ci pensano i genitori a pubblicare e a parlare dei propri figli sui social. Foto delle feste, della comunione, di Halloween, foto dei temi che hanno preso il voto migliore della classe, foto delle pagelle, foto delle feste di compleanno, foto di classe, considerazioni sui propri figli, domande imbarazzanti ed intime: “ma il tuo a che età si è masturbato?” Oppure “è diventata signorina”, peggio del lenzuolo esposto dopo la prima notte di nozze. Intimità, idee, sogni e foto di figli esposti in bacheca e giù i commenti, le considerazioni, i consigli e talvolta anche le cattiverie che si giocano a suon di commenti tra i genitori. I social si trasformano così in una piazza che accoglie il narcisismo dei genitori, azzerando la privacy dei figli, per di più minori. Libertà e sicurezza, il confine è sottile ed i social sono pronti ad azzerarlo del tutto. Infatti, se un genitore è libero di pubblicare tutto ciò che vuole condividendolo con gli amici virtuali, non può però sentirsi del tutto sicuro: la rete rischia di diventare una ragnatela dalla quale si rimane intrappolati, sia per il gioco psicologico di continuare a pubblicare e a condividere, ancor di più se ci si sente in competizione con altri genitori, quindi, si cercano filtri e aneddoti migliori per “gareggiare” contro altri genitori ed altri figli, ma si rischia anche di cadere nella trappola della pedopornografica. “Genitori, non mettete le foto dei vostri figli sui social: è allarme pedopornografia”, così si è espresso qualche settimana fa il garante della Privacy, Antonello Soro, in una relazione al Parlamento, parlando di “un grande fratello che governa il web”. Stando ai recenti dati, la pedopornografia in rete e in particolare nel dark desk, sarebbe in crescita vertiginosa. Nel 2016, due milioni le immagine censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Foto involontarie, ha sottolineato Soro, tutte provenienti dai social network dove i genitori postano le immagini dei loro figli. Social che sono diventati per i genitori un giudizio unico e talvolta insindacabile, tanto che l’ecosistema dei social network ha sostituito quello tradizionale (genitori, amici, parenti prossimi) nel giudizio che le neogenitrici sentono ricadere su se stesse. Al punto di sostituire la propria identità con quella del piccolo. O tentare di bilanciarla nel modo migliore. Così, secondo la psicologia, postare di frequente, specie nelle fasi iniziali può offrire sostegno e supporto ma nel lungo periodo può amplificare le ansie della maternità. Dunque, le madri che postano di più sono quelle che rimane di capire il nesso causa-effetto, sentono di più la pressione sociale a essere madri perfette e considerano la maternità ingrediente essenziale per la loro identità. Tanto da arrivare a piazzare l’immagine del proprio bimbo nella foto profilo. Quelle, in definitiva, che vogliono apparire mamme modello. Insomma, ben oltre la volontà di aggiornare gli amici o condividere bei momenti, al fondo degli atteggiamenti più martellanti c’è il vecchio meccanismo della conferma esterna. Che, riversa i suoi effetti anche sulle conseguenze emotive, positive o negative, ai commenti o ai like. Tradotto: un altro campanello d’allarme che siete troppo coinvolte dal giudizio degli altri sul modo in cui accudite il vostro bambino sta, banalmente, nel peso che date a ciò che gli “amici digitali” dicono o cliccano. una sorta di contrappunto della società ricco di insidie. Così i social si trasformano: da una parte è un mezzo per procurarsi sostegno e conforto, dall’altra un severo giudice a cui abbiamo tuttavia assegnato quel ruolo in modo deliberato. Tanto da trasformarlo in uno specchio deformato.

(Articolo pubblicato su “ildenaro.it)

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Professione genitore!

Professione genitore. Il mestiere più antico del mondo e il più difficile di tutti. A poche ore dall’arrivo del Royal baby inglese preferisco parlare dell’essere genitori, un compito non semplice e carico di energia e adrenalina.
Genitori non si nasce, genitori si diventa, a volte per scelta, a volte per caso. Comunque la verità è una sola: genitori si impara ad “esserlo”. I genitori sono prima di tutto una coppia. I figli arrivano dopo, ma senza genitori tranquilli e appagati non ci sono figli felici. Dopo la nascita dei figli, nonostante le fatiche del parto e la nuova realtà in cui si è catapultati, le energie che circolano tra le parti sono davvero molto positive. Proteggersi e ricaricarsi, basta non dimenticarlo, basta non impigrirsi, basta semplicemente desiderarlo. Essere genitori è un compito difficile. Un genitore ha il compito di proteggere, nutrire, coccolare, istruire e soprattutto educare. Educare significa aiutare un individuo a crescere e a sviluppare le sue potenzialità che gli permetteranno di diventare autonomo e indipendente. I genitori non forniscono istruzioni di vita, trasmettono un esempio concreto, un modello esistenziale che rappresenterà una fondamentale base di partenza per la vita dei figli. Per questo, spesso, il genitore sente il bisogno di un sostegno che lo aiuti nel mai semplice ruolo educativo. Ma attenzione a come e a cosa si cerca. Le risposte non sempre funzionano se si ottengono da fonti di informazione che generalizzano. Gli enunciati pedagogici sono quasi sempre aulici e molto piacevoli da ascoltare, ma la realtà della famiglia è molto particolare e le esigenze ad essa correllate sono uniche che richiedono risposte contesuali tarate proprio su quella specificità. La famiglia è tuttavia un contenitore di energie. In un momento di crisi la famiglia ha un ruolo importante, di protezione e ricarica. E’ quindi importante conferirle il giusto valore e assicurarsi che tutti i componenti ne siano consapevoli. Incontrarsi intorno alla tavola almeno una volta al giorno o cercare un momento durante la settimana per fare il punto sulle reciproche vite, scambiandosi notizie sulla scuola, lo sport, gli amici, gli impegni, i gossip, i pettegolezzi sono i benvenuti ed hanno lo scopo di parlare, di parlarsi.
Il genitore talvolta è modello. Alla sera, dopo il bacino della buonanotte. Ma un genitore deve porsi delle domande:
-Sono sufficientemente presente nella vita di mio figlio? Ricordate che la quantità del tempo è importante ma la qualità lo è ancor di più.
-Riesco ad essere in ascolto? Ascoltare è una condizione emotiva. Per connettervi con i vostri figli è necessario andare oltre le parole, osservarne i comportamenti.
-Posso accettare le sue scelte? Il modo in cui è organizzata la sua vita non sempre corrisponde alle proizioni dei vostri desideri, ma è la sua vita..
-Quando incide la mia presenza sulle sue scelte? Quanto di vostro c’è nell’organizzazione della sua vita ma che non necessariamente gli appartiene.
-Mio figlio è felice?
Un figlio ha bisogno dei suoi spazi, della sua libertà. Ha bisogno di cadere per imparare dai suoi errori. Accettare l’errore del proprio figlio è un passo in avanti, seppur difficile. Solo così si avranno figli responsabili ed adulti, grazie anche all’aiuto dei genitori.

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