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Genitori separati e figli, per le vacanze?

untitledPrepotente è arrivata l’estate con la fine della scuola, il caldo afoso e la voglia di mare e sole, in poche parole di vacanza, che per i figli di genitori separati rischia di diventare un vero e proprio boomerang. Litigi, incomprensioni, genitori che un accordo proprio non riesco a trovarlo. Eppure i dubbi e le perplessità in tema di vacanza per i figli di genitori separati dovrebbero essere superati dal provvedimento che dispone l’affido condiviso, perché qualunque provvedimento che sancisce l’affido condiviso di un minore e ne disciplini il diritto di frequentazione con il genitore collocatario, non trascura di prevedere espressamente il calendario di visita nel periodo estivo. La prassi vuole, con specifico riferimento ai tre mesi estivi in cui il minore non frequenta la scuola, che il genitore collocatario trascorra almeno due settimane e preferibilmente consecutive con il figlio; garantendo così al minore la possibilità di sperimentare ed in alcuni casi rafforzare la quotidianità e la confidenza col genitore che nel corso dell’anno, vede, di media, per non più di due giorni consecutivi. Nella restante parte del periodo estivo, il minore resta invece affidato alle cure del genitore collocatario, il quale – seppur sospeso l’ordinario calendario di frequentazione – deve garantire all’altro la regolarità e la frequenza dei contatti con il figlio. Questo, nel pieno rispetto del principio della bigenitorialità, che non ammette che, per un periodo così lungo, il diritto dei bambini a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori possa essere in alcun modo sacrificato in nome del loro, indiscusso, diritto allo svago e al divertimento. Vacanze alle porte, mamma e papà sono così chiamati a concordare come spartirsi i rispettivi periodi di vacanza, conciliando gli impegni lavorativi, le esigenze logistiche, le preferenze geografiche e le opinioni personali. Ed è proprio qui che, molto spesso, nascono le incomprensioni o, nei casi più estremi, i conflitti. Ad esempio, è frequente che il genitore in partenza con minore al seguito, a ridosso della vacanza, non abbia ancora fornito all’altro tutti i dettagli: destinazione, orari del viaggio, indirizzo, recapiti,  disattendendo così all’onere informativo che non è espressamente disciplinare ma richiama al pacifico dovere di collaborare nell’interesse superiore del minore. Inoltre, nelle separazioni più conflittuali, proprio la gestione del periodo che, per antonomasia, è sinonimo di spensieratezza e serenità, rischia di diventare il momento perfetto per mettere in atto l’ennesima battaglia contro l’altro: è frequente, infatti, che un genitore, con un pretesto, arrivi a negare il proprio consenso al rilascio dei documenti validi per l’espatrio dell’altro – o del figlio minore – impedendone così la partenza. Da un punto di vista normativo, questo diniego deve essere sorretto da motivazioni fondate sul concreto pregiudizio che, dall’espatrio, potrebbe derivare al minore, il genitore vittima dell’ostruzionismo dell’altro può chiedere l’intervento del Giudice Tutelare il quale, svolti gli opportuni accertamenti, se ritenuto, potrà “scavalcare” il dissenso pretestuoso opposto da uno dei due e autorizzare la partenza. Insomma, un momento tanto spensierato rischia di diventare un ennesimo motivo di dissidio che finisce per approdare in un’aula di tribunale per l’egoismo di un genitore o il rancore di un ex coniuge, a spese dei minori che innocenti ed inermi restano a guardare con delusione ed amarezza. Forse basterebbe solo buon senso e collaborazione che restano gli ingredienti determinanti seppur rari per non rovinare ai più piccoli il periodo più atteso durante tutto l’anno. Anche perché  è bene ricordare che la responsabilità genitoriale, da qualunque punto la si guardi, non va mai in vacanza. O almeno non dovrebbe.

 

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Riforma del diritto di famiglia: tutte le novità e l’introduzione della mediazione familiare. Conosciamola meglio

untitledA leggere commi e idee di separazione, sembra d’essere lontani anni luce della sfera dei sentimenti. Seppur nella visione romantica cantata da Venditti “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, altri approdano direttamente in tribunale. Pronto a rivoluzionare la giurisprudenza in tema di separazione è il decreto legge del senatore Pillon in discussione a Settembre, ma già in dibattito sociale. Tra le novità, via l’assegno per i figli e l’assegnazione della casa, ma tempi paritetici da spendere insieme. Introdotta poi la mediazione familiare obbligatoria. La fine di una storia d’amore quando ci si è giurati amore eterno non è mai una fine indolore, specie quando ci sono dei figli, inoltre la separazione non incide solo sui sentimenti ma anche sulle questioni materiali. Le nuove norme prevedono che chi vorrà separarsi dovrà obbligatoriamente rivolgersi ad un “mediatore familiare”, figura già in auge da qualche anno, le coppie fino ad oggi si rivolgono spontaneamente o su indicazioni di esperti o del giudice al mediatore familiare, con l’obiettivo di ritrovare l’equilibrio e la comprensione umana e genitoriale anche dopo la separazione. Con la riforma, diventa obbligatoria e a carico di chi si separa, con la clausola di invarianza finanziaria. Un incontro di mediazione costa all’incirca cinquanta euro, ma può arrivare anche al doppio, a cui si aggiunge il costo degli avvocati, che secondo un recente decreto del ministero della giustizia, ricevono per la mediazione un corrispettivo ad hoc. Il ddl poi prevede, salvo in rari casi, l’eliminazione dell’assegno di mantenimento a favore del genitore meno capace economicamente, senza tenere conto di coloro che non hanno un lavoro o che magari vi hanno rinunciato. Ma non è tutto: il progetto di legge prevede che chi non ha la possibilità di ospitare il figlio in spazi adeguati non ha diritto di tenerlo con sé secondo i tempi “paritetici”. Un corto circuito normativo: il genitore più povero rischia di perdere anche la possibilità di vedere il figlio. Il disegno di legge, mette mano anche alle norme sulla casa: se l’abitazione familiare viene, in via del tutto eccezionale, assegnata a uno dei due genitori, costui deve versare all’altro un’indennità di occupazione che sarà soggetta a tassazione. Sino a oggi la legge prevedeva che il giudice dovesse tenere conto del valore dell’assegnazione nella regolamentazione dei rapporti tra i genitori, con la riforma invece ci sarà un passaggio di denaro e la creazione di nuove tasse. Una riforma che presenta qualche stortura, rischiando di discriminare i figli di coppie separate, trattati diversamente rispetto agli altri. Con buona pace del tanto declamato “best interest of the child” –migliore interesse del fanciullo- che ricorre spesso in allegato alla relazione che accompagna il disegno di legge. Sembrerebbe leggendo il nuovo ddl che si voglia riscrivere diversamente la bi-genitorialità: uguaglianza e parità materiale a annullando il significato di pari responsabilità nella gestione di due ruoli diversi e complementari. Gli aspetti sociali e normativi del nuovo decreto legge introducono però una novità, che se vedrà la luce, sarà obbligatoria: la mediazione familiare, introducendo a pieno titolo nell’integrazione professionale anche il mediatore familiare. Così ho deciso di conoscere questo istituto da vicino, parlandone con la dottoressa Mariella Romano, laureata in giurisprudenza e dal 2013 mediatrice familiare, dopo un master in mediazione familiare e pedagogia familiare, iscritta ad una delle associazione più rappresentative della mediazione in Italia: A.I.Me.F, in quanto non esiste ancora un albo professionale per i mediatori familiari, e mi spiega nella nostra chiacchierata che l’istituzione di un vero e proprio albo professionale è uno degli aspetti presi in considerazione dal ddl Pillon.

1. Chi è e cosa fa il mediatore familiare?

-Il mediatore familiare è un professionista altamente qualificato che ha competenze di tipo sia giuridico che psicologico ed è inoltre esperto nelle tecniche di negoziazione. Normalmente si tratta di un avvocato, di uno psicologo, di un pedagogista o di un operatore del sociale che si è poi ulteriormente specializzato attraverso appositi corsi post laurea.
-Il mediatore familiare accoglie le persone ed il loro disagio; ascolta i bisogni e le esigenze di ciascuno; tiene conto del punto di vista di tutti e ne valorizza le risorse; aiuta le parti a comunicare in maniera rispettosa e stimola le persone a trasformare il conflitto in qualcosa di costruttivo nell’interesse di entrambi e degli eventuali figli.

2. Come Mediatore Familiare qual è l’approccio utile per stimolare la costruzione di un dialogo complice e progettuale nella coppia?

-Sicuramente quello di far capire ai mediandi cosa vuol dire “separarsi bene”, dando voce alla multidisciplinarietà delle tematiche legate alla famiglia, per comprendere disagi e possibili sviluppi sani e cercando di spiegare le dinamiche connesse alla mediazione familiare, come relazione di aiuto che si inserisce nel vissuto emotivo della famiglia.

3. Nella maggior parte dei casi la coppia separata non riesce ad arrivare ad un divorzio consensuale e così ricorre al parere del giudice per la decisione sulle modalità, oneri compresi, del divorzio. Perché sente di consigliare la via della Mediazione Familiare? L’approccio verso il conflitto e verso le parti coinvolte è diverso?

-La mediazione familiare è quello strumento che consente alla coppia genitoriale di giungere ad un’elaborazione consapevole della fine della propria unione. Essa garantisce una paritetica applicazione del principio di bigenitorialità , prevenendo quegli effetti psicologici ed emotivi che potrebbero ripercuotersi sulla crescita dei figli.
-La mediazione familiare sottolinea l’importanza di decidere il proprio futuro in prima persona ponendo al centro dell’accordo il superiore interesse dei figli. L’aspetto piu’ caratterizzante della mediazione familiare è quello della responsabilità genitoriale. Quella responsabilità e competenza genitoriale che senza sconti o deleghe vengono poste al centro della riorganizzazione della famiglia dopo la rottura del legame coniugale.

4. Il ddl Pillon che intende riformare il diritto di famiglia introduce tra le novità la mediazione familiare obbligatoria, cosa ne pensa lei?

– Non posso che essere fiduciosa, se si tiene conto del fatto che l’U.E. ha già da anni espressamente indicato i principi a cui ogni Stato membro dovrebbe ispirarsi nel promuovere la mediazione familiare i quali sono stati recepiti da molti di essi con una concreta applicazione della procedura di mediazione. Inoltre è anche opportuno sottolineare che la mediazione familiare non è solo uno degli aspetti salienti previsti dalle politiche sociali dell’Unione Europea , ma è anche lo strumento con cui un Paese civicamente evoluto avrebbe il dovere di risolvere le proprie controversie endofamiliari.

5. Quella postilla “obbligatoria” ritiene possa spaventare la coppia che dovrebbe intraprendere il percorso di mediazione?

-Potrebbe…, per questo motivo risulta fondamentale che durante il primo incontro informativo la coppia genitoriale riesca a comprendere modalità , tempi , ruoli e finalità della procedura mediativa di cui saranno esclusivi protagonisti.

6. Il percorso di mediazione si può interrompere in qualsiasi momento, se dovesse divenire obbligatoria ed una coppia per assecondare l’obbligatorietà intraprende il percorso di mediazione ma lo interrompe ben presto, non si rischia di incorrere in un cane che si morde la coda?

-Il ddl è ancora in fase di elaborazione pertanto credo che lo stesso sarà soggetto ad altre ulteriori modifiche…ad ogni buon conto posso solo appellarmi al buon senso di coloro che intraprenderanno tale percorso. Genitori in grado di capire che negli affari di famiglia si vince solo se si vince tutti e che pertanto la mediazione familiare rappresenta lo strumento piu’ idoneo a conseguire tale risultato.

Con la collaborazione della dottoressa Mariella Romano, mediatrice familiare

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)
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Genitori separati, la pagella scolastica va ad entrambi

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messI voti scolastici dovranno essere comunicati sia alla mamma, sia al papà. A sancirlo una sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia, del 2017, la numero 312. Secondo la pronuncia dei giudici, a partire dal momento in cui i genitori si separano o divorziano, la scuola è tenuta a rendere conto dell’andamento del figlio tanto al padre quanto alla madre, se il giudice ha disposto l’affidamento condiviso del minore. Diversamente, qualora l’alunno dovesse presentare uno scarso rendimento e la scuola dovesse deciderne la bocciatura, il provvedimento sarebbe illegittimo. Sulla base di questo principio, il Tar, ha accolto il ricorso di un padre separato, in regime di affidamento congiunto, annullando il provvedimento di non ammissione del figlio alla terza media perché nel corso dell’anno la scuola aveva riferito del “poco impegno” e dello “scarso interesse” dimostrato dal figlio soltanto alla madre. L’obiettivo della sentenza è non escludere i padri dalla vita scolastica dei figli e regolare le comunicazioni scuola-famiglia quando i genitori sono separati. Un lavoro che mira ad evitare che uno dei due genitori venga escluso dalla vita scolastica del figlio e non venga informato né della sua condotta né della sua pagella. Anche se poco conosciuta, esiste in tema una circolare del Ministero dell’Istruzione, prot. N.5336/2015. La circolare si rivolge al personale scolastico e fornisce istruzioni operative in caso di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli. In particolare, per quanto concerne la responsabilità dei genitori e le questioni relative all’educazione del minore, la legge prevede che, di regola, entrambi i genitori hanno pari responsabilità; i poteri di indirizzo dell’educazione e dello studio del figlio devono essere esercitati di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio stesso. Insomma, la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio. Salvo ovviamente il caso di affidamento esclusivo da parte del giudice; in tal caso la responsabilità genitoriale è solo di colui che ha ottenuto l’affidamento. Il genitore cui i figli non sono affidati ha comunque il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse. Inoltre, la circolare, incoraggia il personale docente a favorire e garantire l’esercizio del diritto/dovere del genitore separato o divorziato, o non più convivente, a vigilare sull’istruzione e l’educazione dei figli, con conseguente facilitazione all’accesso alla documentazione scolastica e alle informazioni relative alle attività scolastiche ed extrascolastiche. La scuola che cambia, che si evolve ad una società che ormai si evolve, le famiglie mutano, le coppie si separano, ma restano pur sempre genitori ed il sacrosanto principio dell’affidamento condiviso vuole che i genitori decidano congiuntamente sull’educazione e l’istruzione dei figli. Invece per dieci anni la pressochè totalità delle scuole italiane si è relazionata solo con il genitore “collocatario”, volutamente ignorando l’esistenza del genitori non collocatario. Che per sapere e conoscere la vita scolastica del figlio, ha dovuto attivarsi insistentemente verso la scuola spesso ottenendo dinieghi. Grazie alla legge sull’affidamento condiviso viene rafforzato il diritto alla biogenitorialità, il diritto del minore a rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori. E sullo sfondo il diritto genitoriale di entrambi di mantenere tali rapporti col figlio minore. Anche la scuola finalmente lo sa. Ma non sempre si adegua. Sarà l’occasione per ricredersi visto l’approssimarsi di nuovi incontri scuola famiglia e dell’imminente consegna delle pagelle scolastiche? Potere, ora, alla scuola!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Padri e figli negati. La dura legge dell’astio genitoriale

IMG_0217Non ha più lacrime, Gaetano Palladino, “padre battagliero” che ha vinto le ostilità della giustizia ma si scontra con la freddezza dell’in-applicazione giuridica. Da quasi due ani, da quando la Cassazione gli ha dato ragione, attende di riabbracciare e di essere un padre a tempo pieno dei suoi tre figli di 4, 7 e 9 anni, che dal 2014 sono accuditi da una famiglia affidataria. Vive nella loro perenne attesa, con la cameretta pronta coi loro giochi, e l’amore infinito di un padre che dagli errori è rinato. Infatti, ha pagato il suo debito con la giustizia. Qualche anno fa finisce in carcere per aver venduto cd e dvd falsi, quando lui è in cella la moglie decide di abbandonare la famiglia e di lasciare i loro tre figli in una casa famiglia. Riottenuta la libertà, Gaetano, intraprende una battaglia legale, per errore il Tribunale per i Minorenni li ha dichiarati adottabili. La Corte d’Appello prima e la Cassazione dopo, hanno riconosciuto in Gaetano il padre legittimo e dichiarato i figli non adottabili. Nonostante ciò la famiglia affidataria continua a fare ricorso e a vincerlo, così i bambini vivono in “un’altalena emotiva”: sei giorni stanno coi genitori affidatari e per un’ora a settimana con il loro papà. La Cassazione è stata chiara Gaetano è il loro padre ed ha tutto il diritto di ricostruire un rapporto con loro. Padri negati e figli contesi dai genitori, dall’astio che cova dentro una coppia ormai naufragata e nel cuore duro della legge. Gaetano ha subito l’abbandono e la lontananza dei figli nel periodo in cui era in carcere, oggi, nonostante le sentenze siano al suo fianco ancora non riesce ad essere un padre presente, scontrandosi con la quotidianità negatagli. Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri, come Gaetano, e di fare da padri. Perché per molti resta l’esperienza più bella della loro vita. Crescere, educare, giocare, gioire col proprio bambino nutre il cuore, la mente, l’anima, ricuce le ferite, cambia il volto alla giornata. Ci sono madri che negano ai padri questo diritto, negandogli quindi di vivere. Ci sono padri che passano notti insonni, subiscono alienazioni genitoriali, telefonate interrotte col figlio, abbracci fugaci coi loro piccoli, figli manipolati, menzogne; assistono ad accordi violati, aggressioni al patrimonio. Padri che si ritrovano in un’aula di tribunale a lottare per un diritto sacrosanto: essere padri. Padri che vivono il figlio come ostaggio, vile merce di scambio, strumento di vendetta. Ci sono padri che non vivono, lavorano più serenamente. Ci sono padri che si impoveriscono, perché il loro patrimonio è preso di mira, perché scambiati per sanguisuga sotto la celebre frase “essere un padre presente”. Che finiscono a fare la coda alla mensa dei poveri o dormono in auto. Ci sono padri che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare inchiostro d’odio. Ci sono padri negati. Uno dei maggiori drammi della società moderna: le unioni finiscono e si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. Il legislatore è intervenuto con la legge dell’8 febbraio 2006, n.54 (separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), capovolgendo il sistema allora vigente, in base al quale i figli venivano affidati a uno dei genitori secondo il prudente apprezzamento del presidente del tribunale o del giudice o secondo le intese raggiunte dai coniugi. Le nuove norme attuano il principio della bigenitorialità riconoscendo ad entrambi i genitori il diritto di essere realmente tali verso il bimbo e il contestuale diritto del bimbo di essere cresciuto da entrambi. Il principio è fondamentale ma in una situazione conflittuale è difficile metterlo in pratica, soprattutto se la forbice tra i genitori: educazione, residenze, abitudini, si allarga. Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti. C’è bisogno di un’applicazione della legge con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Ruolo determinante è giocato dal Tribunale per i Minorenni, con la sua equipe, formata da assistenti sociali, che dovranno nel caso relazionare dopo una serie di incontri con la coppia conflittuale, capire gli atteggiamenti, le emotività, dei bambini e suggerire, indirizzando il giudice verso una sentenza saggia, equa e che giunta nell’interesse dell’unico innocente: il bambino, vittima di un amore finito male, che di odio covato e di un amore che gli viene negato. Per cui è bene che i genitori si passino una mano sulla coscienza ma che lo faccia anche la legge che non resti ferma e inapplicata come nel caso di Gaetano che attende ancora di poter essere un padre e che rappresenta tanti altri padri in attesa di una sentenza o in attesa che questa sia rispettata.

(Articolo pubblicato per il mio blog “Pagine sociali” per ildenaro.it)

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