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Malato di videogiochi il Tribunale dispone l’affido ad una comunità

untitled 2A 15 anni affidato ad una comunità di tutela perché ossessionato dai videogiochi. La vicenda riguarda una famiglia del cremonese già da tempo seguita dai servizi sociali. Un contesto difficile: genitori separati, mamma con problemi giudiziari, una sorella già affidata ad una comunità. La via crucis per il quindicenne, con difficoltà nell’apprendimento, è iniziata diversi mesi fa quando venne riconosciuto “schiavo” della playstation, vittima di una dipendenza dai videogiochi da cui non è riuscito a liberarsi. Da qui la decisione dei giudici di affidarlo ad una comunità. Nelle scorse ore il ragazzino ha scritto un’accorata lettera ai giudici chiedendo di restare con la mamma, “le prometto che faccio il bravo” – si legge- lettera a cui i giudici bresciani non hanno però dato seguito e ascolto. La vicenda era arrivata all’attenzione della magistratura bresciana due anni fa, quando la madre dell’adolescente, si rivolse ai servizi sociali per ricevere un aiuto nella gestione delle paranoie e delle ossessioni del figlio, eccessivamente legato ai videogiochi e alle console. Seguito in un primo momento dal reparto di neuropsichiatria infantile, il ragazzino alla fine dell’anno scolastico ha iniziato a non frequentare più la scuola sempre più risucchiato dai colori e dai giochi della playstation. Sembrerebbe, dalle relazioni degli assistenti sociali, che la madre abbia dimostrato di non sapersi prendere cura del figlio, da qui l’intenzione di affidarlo ad una comunità, dove fino ad un attimo primo è stato trovato in casa intento a giocare con la consolle sulle gambe. Ora sarà sottoposto ad un percorso riabilitativo finalizzato a dargli equilibrio. In un mondo iperconnesso, bambini e adolescenti trascorrono la maggior parte della giornata tra smartphone, computer e videogiochi. Rischiando una dipendenza da tecnologia che può sconfinare in diversi disturbi: dall’isolamento all’aggressività, fino all’ansia e alla depressione. Con conseguenze negative su attenzione, controllo degli impulsi, tolleranza alla frustrazione, dimenticando l’importanza del gioco, della socialità e della compagnia. Se da un lato una ricerca della Readboud University in Olanda documenta i benefici sperimentati da bambini e adolescenti utilizzatori di giochi interattivi sul piano cognitivo, emotivo e mentale. Ma la preoccupazione si concentra sulle possibilità di dipendenza e sull’esposizione alla violenza. Non mancano poi correlazioni con disturbi del sonno, isolamento, aggressività, obesità e ansia. E conseguenze negative su attenzione, controllo degli impulsi, tolleranza alla frustrazione. Ciò di cui si parla meno forse è che giocare su uno schermo: cellulare, tablet o consolle è da considerarsi fattore di stress psicologico con effetti fisiologici di una certa entità come variazioni della frequenza cardiaca, della pressione, dei livelli di noradrenalina e cortisolo: ormone dello stress, alterazioni dello zucchero nel sangue, ritardo nella digestione. È correlato anche a una maggiore assunzione di cibo negli adolescenti, a una diminuzione della precisione, alla sindrome metabolica: ipertensione, obesità negli adolescenti indipendentemente da inattività fisica. Le raccomandazioni da parte delle organizzazioni scientifiche di pediatri sono di limitare la quantità di tempo totale dell’intrattenimento con gli schermi a meno di due ore al giorno, evitare le esposizioni ai bambini sotto ai due anni, e controllarne i contenuti, spesso inadatti all’età dei giocatori. Ma comunemente il tempo dello schermo per i bambini e ragazzi è ben altro. Tv, smartphone, computer, tablet, social media e videogiochi hanno invaso la loro giornata. Più di qualunque altra attività. Forse è proprio questo l’aspetto sul quale concentrarsi. Sullo spazio, il coinvolgimento, la pervasività di questa esperienza nella loro vita. E nella nostra, perché siamo noi adulti i primi a dare esempio. Non sono i videogiochi in sé ad essere buoni o cattivi. Però quando i bambini trovano noiose le attività senza schermo è un segnale di allarme: probabilmente si sono abituati a un livello innaturale di stimolazione. Così come quando preferiscono il video in solitaria alla compagnia di coetanei. Il gioco o qualunque altra attività sullo schermo è un tempo sottratto a esperienze reali, a interazioni sociali, al gioco libero e spontaneo, alla possibilità di muoversi, esprimersi secondo modalità non programmate. Numerosi studi condotti negli Usa dimostrano che gli adolescenti che nell’infanzia non hanno avuto modo di sperimentare liberamente giochi di gruppo e di movimento con i coetanei sono più ansiosi, depressi e meno autonomi. Offrire esperienze ai nostri figli, allargarle ma non approfondirle, sta diventando la norma nel nostro vivere iperconnesso. Nel mondo cibernetico di oggi, i bambini sono esposti a messaggi che insegnano apatia, non empatia. La connessione intima, autentica sta diventando sempre più difficile. Instaurano rapporti numerosi, estesi, fatti di rapidi e brevi scambi a scapito di profondità e intensità. Sono sedotti da una miriade di semplificazioni, gratificazioni immediate con click dispensatori di dopamina, ma rischiano di privarsi della possibilità di costruire legami attraverso i quali imparare a essere pienamente presenti all’altro, acquisire fiducia, comprensione, profondo senso di connessione. A impegnarsi. Giocare guardandosi negli occhi. Per questo il tempo dei videogiochi per i bambini andrebbe confinato tra esperienze creative reali. Gli esseri umani sono programmati per la socialità e la compagnia, l’affetto e l’attaccamento. Come adulti ed educatori, dobbiamo lavorare per mostrare ai nostri figli il valore di queste risorse.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

 

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Vaccini: genitori divisi sulla scelta, interviene il Tribunale

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messLa bambina deve essere vaccinata anche se la madre non dà il consenso. A sancirlo la sentenza del giudice del Tribunale civile di Modena, che ha dato ragione al papà della piccola. Quando la bimba è nata, oggi ha sette anni, i suoi genitori erano entrambi contrari alla vaccinazione, tanto da aver firmato una lettera “di obiezione di coscienza” all’obbligo vaccinale, poi si sono separati e lui con il tempo ha cambiato idea ed ha cominciato a temere per la salute della piccola ma la moglie è sempre rimasta irremovibile e non trovando un accordo, l’uomo si è rivolto ai giudici. Sono passati tre anni, nel frattempo è stata introdotta la legge che estende il numero delle vaccinazioni obbligatorie necessarie ad iscrivere i figli al nido, alla materna e alla scuola dell’obbligo, una ragione in più per accogliere la richiesta del padre. Una sentenza in cui il giudice non si è trovato davanti a due legittime opinioni, ma si è trovato da un lato davanti ad una superstizione pericolosa e senza senso: le pericolosità e l’inutilità dei vaccini; dall’altra a tutto ciò che dicono i pediatri: i vaccini sono sicuri, indispensabili alla salute dei bambini. Eppure in aula lo scontro non è mancato, perché la madre della piccola si è fatta assistere dal consulente Stefano Montanari, uno dei punti di riferimento del mondo no-vax, il quale sostiene che i vaccini siano pieni di pericolose nanoparticelle. Decisivo nella decisione è stato il perito nominato dal tribunale: nella sua relazione ha spiegato che la bambina è in condizioni tali da non aver problemi con le vaccinazioni. Il Tribunale è intervenuto anche sull’obiezione di coscienza espressa a suo tempo anche dal padre, questa è sempre revocabile, si dice nel testo depositato. Infatti, il papà si era rivolto oltre che al giudice di Modena anche al Ministero della Salute, ma oggi al suo fianco c’è una sentenza che obbliga la madre a vaccinare la propria figlia oltre le proprie ideologie e le proprie opinioni. Una sentenza che mostra come lo Stato è dalla parte della scienza, della medicina, a difesa dei più deboli. La bambina di Modena, dunque, anche se un po’ in ritardo rispetto ai tempi stabiliti sarà sottoposta alle vaccinazioni previste dal piano vaccinale. La sentenza riporta all’attualità il tema dei vaccini, un tempo scudo di malattie per la quale si rischiava la morte, oggi, temuti e portano allo scontro genitori ma anche sostenitori no-vax e convinti sostenitori dei vaccini. “La storia del mondo senza vaccini è realmente tragica. E la storia di quello post-vaccinale nel caso in cui si rifiutassero le vaccinazioni, potrebbe esserlo molto di più”, è l’opinione del paleopatografo, Francesco Galassi, tra gli under 30 più influenti nel campo della medicina. Paura e scetticismo con bambini al centro della decisione, perché le notizie viaggiano in rete. La presenza di informazioni fallace in rete, ha portato allo scetticismo di molti genitori nei confronti delle vaccinazioni sia da attribuire al deficit di conoscenza storica, ossia occorre una riscoperta dell’effetto devastante delle malattie infettive nel mondo pre-vaccinale. Informazione, conoscenza, superando scetticismo, paura ma anche il dolore, che a volte spinge a mettere in dubbio il valore delle vaccinazioni che non risolve la questione. Informazione e conoscenza in tema, che dovrebbe pervenire anche dal Ministero. Intorno al mondo dei vaccini girano notizie, voci, teorie, si parla di complotto, di egoismo, di un giro d’affari ma da parte del Ministero non ci sono opuscoli, linee guida, storia che racconti di un mondo senza vaccini e dell’enorme pericolo alla quali ci esponiamo senza copertura vaccinale. Il mondo dei vaccini sembra un mondo a sé, fatto di teorie e ideologie, eppure i casi aumentano: bambini sono morti perché privi della copertura vaccinale ed i genitori sono diventati sostenitori del progresso scientifico, sentendosi gli assassini dei propri figli; ma i casi, le epidemie a poco servono, se non c’è informazione, consulenza da parte del Ministero ed è ciò che ha chiesto la giornalista Francesca Barra, in una lettera senza risposta al Ministro Lorenzin, ammalatasi a Milano, lei e due dei suoi tre figli, di epatite A, che si trasmette per via oro-fecale da cibi crudi o dal poco igiene con gli alimenti. In realtà a Milano i casi di epatite A sono quadruplicati e nonostante da settimane la stampa ne parli di profilassi o di vaccini non se ne parla. Eppure il virus rischia di contagiare altre persone, in quanto dai ristoranti ai bar il cibo la fa da padrone. E la società civile resta a guardare, ad informarsi sul web che alimenta solo egoismo e complotto, perché non vaccinare i propri figli non solo li mette in pericolo, ma contesta anche la norma elementare per cui il comportamento individuale non debba nuocere agli altri. Così rifiutare i vaccini diventa l’espressione di un individualismo senza limiti, l’estremo rifiuto della società di massa.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine sociali” per ildenaro.it)

 

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Ylenia, data alle fiamme dal suo fidanzato: difende e bacia il suo aggressore

untitled“Io Alessio lo difenderò fino alla morte”, decisa e convinta, Ylenia, 22 enne, che lo scorso Gennaio fu cosparsa di benzina e data alle fiamme, dal suo ragazzo (ex?), accusato dagli inquirenti di tentato omicidio. Un tentativo di mutilazione come un altro ed il sessismo la fa da padrone. Lei riporta ustioni “non gravi” e dal letto d’ospedale difende il suo fidanzato agli occhi dei media nazionali, ma non solo l’eco della difesa si fa sentire anche nell’aula di Tribunale dove è in corso il processo a carico del giovane. Ylenia, che spera in un’assoluzione e in una vita insieme a lui, nell’ultima udienza si è addirittura avvicinata al banco degli imputati e lo ha baciato sotto lo sguardo costernato di sua madre, che non smette di difenderla da questo amore malato, tanto da costituirsi parte civile. Le prove a carico del giovane sono pesantissime: è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza del distributore dove ha comprato la benzina che poi ha usato contro la ragazza, ma lei continua a difenderlo, eppure, ai soccorritori, all’amica che per prima la aiutò, alla madre, accusò proprio lui come aggressore. Dopo pochi giorni dall’aggressione avvenne la ritrattazione che oggi è avvenuta anche in uno sguardo di intesa lanciato al suo Alessio in Tribunale. Fragile ed insicura, con dei limiti emotivi, evolutivi, culturali che incidono ed influenzano Ylenia. Lucia Annibali, Jessica Notaro, donne che hanno insegnato la forza e la dignità di vivere, pur se per colpa di un uomo si sono trovate ad un passo dalla morte. Donne che hanno mostrato la forza di reagire e di combattere, ma prima di tutto la forza di denunciare, senza chiudersi in meschine parole d’amore o false protezioni. Ylenia, urla non solo il suo amore per Alessio, ad una madre preoccupata che la prossima volta possa ucciderla, ma anche alla società civile, alle sue coetanee, dicendo a tutti in un linguaggio colorito che sono “fatti suoi”. Ma, la sua storia non è solo sua, è di tutti noi, di chi ogni giorno lavora per aiutare le donne vittime di soprusi e violenze, di chi lavora con gli uomini per una società amante delle donne e non contraria. Non sono solo fatti di Ylenia, perché le sue bugie, sono false protezioni che danneggiano lei e tante altre vittime, pronte ad emularla, a pensare che “il troppo amore”- come lo definisce lei, possa portare a questo. C’è uno Stato che prova a tutelare le vittime, mentre, questo processo è ormai lungo, innescando anche la sua falsa testimonianza. Ma lo Stato è sinonimo di tutela, perché gli aggressori stanno in galera, evitando che restino liberi e impuniti dove magari a farsi giustizia è un parente. “Era tanto buono, non mi ha mai fatto nulla”, il problema non è solo di Ylenia o alla violenza che potrà rifarle. Un violento è un violento sempre, specialmente quando è protetto da una donna che crede e combatte per la sua assoluzione. Un violento che potrebbe sfogare la sua rabbia, il suo sessismo non solo su Ylenia che ha fatto una scelta, amarlo e “superare” un gesto che le poteva costarle vita, ma altre donne potrebbero non essere così fortunate. Non sono solo fatti di Ylenia, perché la sua storia è entrate nelle case della gente. Di parlarne. Figlia anche della televisione, forse peggiore, diventando la storia di tutti, perché ci si stropiccia gli occhi per credere a quello che si sta vendendo mentre si urla amore ad un gesto ignobile e che di amore ha ben poco. Donne, come Ylenia, protettrici dei loro aggressori, vittime anche di una violenza psicologia che le ha spinte a perdere la fiducia in se stesse e nelle proprie capacità. Deboli e succube di un amore che pensano sia tale, è solo ossessione, possessione, che di passione, sentimento, trasporto c’è ben poco. Arrivano a non concepire una vita senza il loro aggressore. Le donne difendono gli uomini violenti in una difesa inconscia, hanno paura di rimanere sole e li difendono nella speranza che cambino, ma un violento non cambia, se non aiutato nei luoghi e dalle persone competenti. Ci sono donne che vivono la violenza come normalità, esponendosi quasi ogni giorno per anni, perché magari provengono già da un vissuto familiare violento, alla morte o violenze fisiche e distruzione psicologica, sentendosi una nullità, una cattiva compagna, pensando che di quell’uomo ne avranno sempre bisogno: affettivamente, economicamente, come padre dei loro figli, senza mai pensare al dolore, alla sofferenza continua e all’infanzia negata che stanno dando ai loro figli. Una battaglia non solo contro gli uomini che non amano le donne, ma una battaglia per donne, a cui siamo chiamati tutti noi: dagli assistenti sociali, alle donne comuni, passando per gli insegnanti, un messaggio deve risuonare: risvegliare le coscienze delle donne che subiscono, dare voce e qui il ruolo importante lo gioca il famoso tubo catodico alle donne che hanno denunciato, che stanno vivendo il secondo tempo della loro vita, non ad Ylenia, mi dispiace per lei, che protegge e difende il suo aggressore.

(Articolo pubblicato per Pagine sociale il mio blog per ildenaro.it)

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Figli contesi e violati: liti e urla che finiscono nelle aule di Tribunale. Il giudice impone il “vigilante”

IMG_0217Due bambini ed una famiglia divisa dalla fine di una storia d’amore. Gli ex litigano per i due figli ed il giudice nomina un “vigilante”. Inedita ed insolita la sentenza di qualche settimana fa emessa dal Tribunale di Mantova, che ha deciso di imporre alla coppia l’intervento di un coordinatore genitoriale. Una sorta di tutore che dovrà vigilare sul corretto comportamento dei due ex coniugi nei confronti dei loro due figli, di 12 e 9 anni. Proteggendoli da una situazione divenuta intollerabile a causa delle tensioni e della accuse reciproche. Infatti, nelle motivazioni del Tribunale civile si legge – “per sorvegliare il comportamento della coppia”. Così per i genitori ed i figli arriva il coordinatore, che nasce negli Stati Uniti d’America, ma una figura professionale che da poco è entrata a far parte dell’ordinamento giuridico italiano. Il suo compito sarà quello di aiutare i due genitori nelle scelte riguardanti la formazione dei figli e dar loro una mano a gestire i conflitti. Ma dovrà, soprattutto vigilare sul calendario delle visite, prendendo lui le decisione se i genitori non riusciranno ad accordarsi. Spetta alla sentenza come in questo caso stabilire con quale cadenza si dovranno monitorare i rapporti e sino a quando. In molti casi il nome del professionista è scelto dal consulente tecnico nominato dal giudice, con la quale gli ex coniugi devono collaborare, senza comportamenti ostacolativi. La parcella del coordinatore sarà a carico di entrambi i genitori, infatti, la sentenza mantovana prevede che le spese vengano sopportate dalle parti nella misura di una spesa straordinaria. Amori che giungono al capolinea, matrimoni che finiscono, separazioni dolorose e conflittuali e se le storie d’amore finiscono per sempre, un legame resta invece per sempre: essere genitori. I bambini vengono utilizzati come scudo o arma di ricatto nelle liti matrimoniali, vengono usati come oggetto di scambio da genitori irresponsabili e prepotenti, ma anche vittime di un sistema giudiziario lento. C’è sempre uno dei due ex partner che non riesce a vedere i propri figli, che vive come violenza le norme e i giudizi. In tutte le vicende familiari di figli contesi, la sofferenza coinvolge in eguale misura entrambi i genitori ma i diritti violati sono sempre quelli dei minori, come raccontano anche la maggior parte delle carte processuali in tema di separazioni. Separazione spesso è sinonimo di querelle, insensibile e dolorosa che si sviluppa tra un padre ed una madre, molto più vicina a una rissa piuttosto che ad una riflessione matura tra ex coniugi nell’interesse della prole. Urla e porti che si chiudono in modo crudo e violento: voci di liti e di menzogne tra padri e madri che soffocano il pianto silenzioso e sommesso dei figli. Una porta che non si può richiudere,  a doppia mandata le istanze di chi ha diritto di crescere con serenità e  di non soffrire. E se la separazione o il divorzio è altamente conflittuale l’aula di un Tribunale diventa la sede di discussione e determinante sarà il ruolo dei Servizi Sociali che determineranno l’affidamento dei figli, e potranno anche prevedere percorsi di supporto alla genitorialità, come percorsi di mediazione familiare o anche il moderno coordinatore genitoriale. Supporti che servono a conciliare gli ex che non smettono mai di essere genitori ed educatori, per cui la costruzione di un rapporto fatto di collaborazione e di decisione diviene importante, specie dove la l’ex coppia ha un elevato livello di tensione che comporta inevitabilmente un’incapacità di gestire in maniera congiunta e condivisa il progetto di crescita dei figli. Nei casi di separazioni conflittuali, l’assistente sociale nell’immediato su mandato della Magistratura svolge un’analisi psico-sociale, che coinvolge la famiglia, la scuola e l’ambiente di vita del bambino. In casi immediati può predisporre l’allontanamento del minore o prevedere un affido esclusivo ad uno dei genitori nel frattempo che si predisponga un progetto di intervento per il nucleo familiare, in modo da convertire questo affido da esclusivo a condiviso, nel tempo e con un progetto di supporto alla genitorialità. Gli adulti dovranno spogliarsi dai panni di coniugi sofferenti e conflittuali, indossando quelli di genitori pronti al benessere dei propri figli, aprendosi anche all’aiuto e alla collaborazione di professionisti, e dovranno tener ben presente che le ragioni di un padre o di una madre non potranno mai essere superiori a quelle di un figlio.

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Lite tra i genitori sui vaccini per il figlio, il Tribunale: Servizi sociali garantiscano cure e istruzione…

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messE’ la prima volta che accade, a decidere per il bambino saranno i servizi sociali su indicazione del Tribunale che sostituiranno i genitori. Il padre accusa la moglie, convinta no-vax, di impedire al piccolo anche di socializzare. Ora gli assistenti sociali dovranno verificare se il bimbo può fare o meno le vaccinazioni obbligatorie, se ottiene le cure necessarie e se frequenta regolarmente la scuola. Tocca ai servizi sociali prendere le decisioni sulla sua salute, oltre a quelle sull’istruzione e sull’educazione. Si è pronunciato così nelle scorse settimane il Tribunale per i minori di Milano che ha risolto il dissidio tra due genitori, che da tempo non stanno insieme, riguardo a figlio, che ha 4 anni. I rapporti sono tesi e conflittuali tra i due genitori, ed uno degli argomenti di dissidio è proprio il tema vaccini. La madre non vuole farli, il padre invece sì. Fino ad ora l’ha avuta vinta la madre ed il bimbo non è mai entrato in un ambulatorio per le iniezioni, ma in concomitanza con la legge che ha previsto l’obbligatorietà per l’iscrizione a scuola di questi strumenti di prevenzione, i giudici hanno deciso di affidare le cure del piccolo ai servizi sociali, i genitori verranno avvertiti e se non seguiranno le indicazioni dei servizi il figlio potrebbe essere collocato fuori dalla famiglia. Bambini e vaccini, un binomio che tiene banco da mesi: per iscrivere i bambini alla scuola dell’infanzia da 0-6 anni è obbligatorio vaccinarli, per la scuola dell’obbligo invece aumentano da dieci a trenta volte le sanzioni per i genitori che non eseguono la profilassi per i figli. Aumentato anche il numero delle vaccinazioni obbligatorie. Sono le disposizioni contenute nel decreto varato dal Consiglio dei Ministri che reintroduce l’obbligatorietà delle vaccinazioni. Negli ultimi anni c’è stato un abbassamento del livello di protezione anche per il diffondersi di comportamenti e teorie anti-scientifiche e per le diverse risposte delle regioni in mancanza di un indirizzo generico. Le misure prese con la dovuta gradualità intendono assicurare ai bambini livelli di protezione più elevati di quella attuale. Teorie, idee dei genitori, il web che incalza con consigli, alimentando sempre più paure, così in Italia negli ultimi anni si è creato un vero e proprio allarmismo intorno al mondo dei vaccini, causando un calo del 5%, così molti bambini non sono stati vaccinati e sono rimasti vittime innocenti di ideologie e teorie anti-scientifiche. Eppure, fino a qualche anno fa le Asl avevano l’obbligo di segnalare al Tribunale per i Minorenni, che allertava gli assistenti sociali, i genitori che non si presentavano alle vaccinazioni, ma la mole di segnalazioni ha obbligato i Tribunali a richiedere alle Asl lo stop delle segnalazioni, intervenendo solo nei casi di bambini già segnalati al Tribunale per altri motivi, così da richiedere nell’indagine socio-familiare affidata all’assistente sociale del caso di contattare anche l’Asl e di capire quali e quanti vaccini il bambino o l’adolescente seguito aveva ricevuto negli anni, chiedendo poi durante il colloquio coi genitori il motivo per cui eventualmente si erano sottratti dalla somministrazione del vaccino, ciò corrispondeva in termini sociali e giuridici ad una trascuratezza dei compiti genitoriali, ad un venir meno della responsabilità genitoriale oggi divenuta capacità genitoriale. Insomma un’evoluzione giuridica che era andata regredendo ma oggi col nuovo decreto che sancisce l’obbligatorietà dei vaccini ed inoltre la recente sentenza del Tribunale di Milano mettono fine a qualsiasi ideologia genitoriale anti vaccino e a qualsiasi forma di dimenticanza in tema di vaccinazione da parte dei genitori.

(Articolo pubblicato per ildenaro.it)

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Riforma della giustizia: via con la cancellazione dei Tribunali per i minorenni

 

img_0217Organo di garanzia suprema, nel panorama della giustizia viene definito uno dei più grandi uffici giudiziari per l’esercizio della giustizia in ambito minorile in Italia, è il Tribunale per i minorenni, caratterizzato da un bacino di utenza assimilato al distretto della Corte d’Appello. La riforma del processo civile, discussasi nelle scorse settimane in Senato, prevede la soppressione dei tribunali per i minorenni, sostituendoli con sezioni specializzate all’interno dei tribunali ordinari. La riforma scritta nel ddl 2284, già approvato alla Camera, in un articolo prevede la soppressione dei 29 tribunali per i minorenni italiani e delle procure minorili che saranno sostituiti da sezioni apposite all’interno dei tribunali ordinari. Il mondo della giustizia è in rivolta. Sono state presentate ben quattro proposte di stralcio. Da Nord a Sud si rincorrono convegni e petizioni, la più popolare lanciata su “Change.org” ha superato le 23mila firme. Firmatari nomi di spicco della magistratura e non solo: tra associazioni di settore e non. Eppure l’Europa ha indicato l’Italia come modello nella direttiva sul “giusto processo minorile”, ma il governo si muove nella direzione opposta. Il governo taglia la giustizia, con l’intento di razionalizzarne i costi, cancellando così i tribunali dopo quasi cento anni di storia. Non solo il settore della giustizia minorile si muove contrario alla soppressione ma anche quella ordinaria già fortemente gravata dai tagli e dal ridimensionamento del personale, inimmaginabile pensare anche di accollarsi le competenze riguardanti i minori: dalle funzioni penali alle adozioni. Inoltre, il trasferimento delle sezioni minorili nella macchina già congestionata dei tribunali ordinari dovrebbe avvenire a costo zero. I tribunali per i minori spesso intervengono prima che i ragazzi compiono reati, ciò che non potrebbe fare la giustizia ordinaria, incapace di mettere in atto un intervento di prevenzione, danneggiando così gli interessi e i diritti dei minori e delle loro famiglie. Difficile immaginare che una procura, che si occupa di questioni che vanno dal terrorismo alla corruzione, possa dedicare ampie risorse alle segnalazioni dei servizi sociali. O che possa pensare al futuro dei figli delle famiglie mafiose, come hanno cominciato a fare i tribunali per i minorenni di Reggio Calabria e Napoli. Non essendo più autonomi, i passaggi burocratici delle sezioni minorili potrebbero raddoppiare, con un abbassamento del servizio. E i ragazzi, finora protetti in un sistema giudicato tra i più avanzati al mondo, finirebbero per essere una delle tante incombenze, confusi tra gli adulti e le tante scartoffie. Il rischio maggiore che gli addetti ai lavori denunciano è la perdita della specializzazione che in questi anni ha reso l’Italia il fiore all’occhiello della giustizia minorile, separata da quella degli adulti. Grazie alla composizione mista dei tribunali minorili, fatta da giudici togati e onorari, esperti in pedagogia o psicologia, assistenti sociali, fa sì che il processo penale minorile sia diverso da quello per gli adulti, improntato invece in un’ottica di sanzione e punizione. Si tratta di una logica diversa: il ragazzo non solo viene visto come autore di reato, ma anche come vittima di una situazione familiare disagiata, quindi persona da supportare ed aiutare. Si punta non alla punizione del minore ma alla possibilità di offrirgli una seconda possibilità. Privilegiando l’ascolto, la conoscenza delle personalità e la sospensione del processo con la messa alla prova. Si punta non alla punizione del minore ma alla possibilità di offrirgli una seconda possibilità. Privilegiando l’ascolto, la conoscenza delle personalità e la sospensione del processo con la messa alla prova. E l’azione deve essere immediata, perché si tratta individui in crescita che non possono attendere passaggi e tempi lunghi della giustizia italiana. Spesso le segnalazioni di abusi e maltrattamenti che arrivano alle procure si risolvono solo con gli interventi dei servizi sociali, senza il ricorso al tribunale. E con l’arrivo dei tanti minori stranieri non accompagnati, gli uffici dei luoghi di approdo sono carichi di lavoro.
Chi si pone dall’altra parte della barricata, contrario alla soppressione non vuole solo che si mantenga lo stato attuale delle cose, ma chiede in tempi celeri una riforma del sistema, stabilendo procedure univoche, che ad oggi non esistono e maggiore informatizzazione. Ad oggi, manca una banca dati dei minori che vivono lontani dalla famiglia e dei bambini adottabili. La proposta che viene avanzata è quella di creare un unico tribunale rivolto alle famiglie, che accorpi tutte le competenze. Bisognerebbe tralasciare la logica dell’efficienza economica e ragionare in termini di efficacia e questa riforma ha proprio il segno dell’inefficacia.

(Articolo pubblicato su “ildenaro.it”)

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“Mamma non parlare male di papà”, sentenza storica dal Tribunale di Roma

img_0217Contesi, usati come “arma di ricatto”, costretti a subire insulti, frecciatine che un genitore inferocito rivolge all’altro. Spesso sono i minori le vere vittime delle separazioni, e sono loro i primi che dovrebbero essere tutelati e difesi. La conferma arriva dal Tribunale civile di Roma con una sentenza che ha condannato a 30 mila euro di multa una mamma che parlava male al figlio dell’ex coniuge, padre del piccolo. Per i giudici non ci sono dubbi o giustificazioni: il coniuge separato, in presenza di figli, è prima di ogni cosa genitore e deve salvaguardare la serenità e il diritto alla bigenitorialità del proprio figlio. E’ diritto-dovere di tutelare il rapporto con i figli e di intervenire nella loro educazione, anche in caso di separazione o divorzio. Per la prima volta, con la sua sentenza il Tribunale ascolta quelle imprecazioni silenziose dei bambini che magari sottovoce sussurrano alla mamma inferocita contro l’ex: “mamma non parlare male di papà”. Oggi è sentenza. Se parli male di suo padre a tuo figlio pagherai una multa pari a trentamila euro, un anno abbondante di stipendio medio, e se non cambierai registro ti verrà revocato l’affido.

Nel caso specifico, il Tribunale civile di Roma, ha accertato che il genitore in questione – la madre che aveva l’affidamento del minore – non ha cercato di riavvicinare il figlio al padre “risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore, ma al contrario ha continuato a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito”.

Una condotta scorretta e da condannare. Compito della madre, si legge nella sentenza, è quello di lavorare al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno da parte del figlio, soprattutto nella sua posizione di genitore collocatario, quello con cui il bambino vive quotidianamente.

Una sentenza storica, 18799/2016, che punisce un comportamento del genere con una sanzione consistente ma soprattutto riporta ad un tema centrale: i figli appartengono ad entrambi i genitori, che hanno eguali diritti e doveri. Diritto dei figli, dovere dei genitori, tutelato anche dall’Unione Europea. Un precedente che farà strada e creerà giurisprudenza.

 

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