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Coronavirus, l’istinto sociale di uscire che rischia di infrangere la legge

untitled 2Ai tempi del coronavirus c’è chi scalpita, chi brontola, chi ha cercato di ridisegnare la propria vita adattandola ai limiti imposti dalla pandemia mondiale: zero socialità, che si è riversata sui social e nella vita casalinga, abbracciando il cambiamento in favore del bene collettivo, dando esempio di una società non poi così avida ed egoista, ma c’è anche chi i limiti e le restrizioni non le ha accolte con favore, percependole come delle barriere di vita ingiustificate ed infondate. Così c’è chi continua a farsi la passeggiata mattutina, la corsa pomeridiana, chi esce a fare la spesa più volte al giorno. C’è l’emergenza coronavirus e queste misure sono necessarie per il contenimento del virus. Ma allora, ci si chiede, perché è comunque faticoso accettare di dover rimanere in casa fino a quando la situazione non migliorerà? Psicologicamente le restrizioni così come la pandemia sono approdati improvvisamente nelle nostre vite, creando disorientamento e trauma. Ci sentiamo come agli arresti domiciliari, e sappiamo che sono previste sanzioni e pertanto ci sentiamo puniti non dalla legge dello Stato, ma dalla legge della natura. L’uomo è chiamato a confrontarsi con la fragilità umana: deve gestire quel bambino pulsionale che c’è in lui e non sempre ci riesce. La nostra psiche non è abituata a raffrontarsi con questo tipo di situazioni di emergenza. Perché molti arrivano a trasgredire? La trasgressione l’abbiamo conosciuta dalla nostra stessa società, il benessere che ci ha portati a trasgredire. Nei paesi poveri, chi trasgredisce è un delinquente, da noi invece si ha la percezione di una persona perbene. Rimanere a casa è un bene per sé e per gli altri ma bisogna investire tutte le energie psichiche per fare in modo di non pensare che lo stare in casa sia tempo vano. Questi momenti ci fanno conoscere il nostro livello più profondo, facendoci migliorare. Contro l’angoscia della solitudine e della perdita delle abitudini, bisogna cercare di costruire pensieri positivi.

Non vi è solo un aspetto psicologico e sociale che ci vieta di uscire di casa, ma vi è un aspetto altrettanto importante ed è quello della legge. Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus si parla di sanzioni per chi esce di casa senza un giustificato motivo, l’avvocato penalista Stanislao Sessa, autore e cultore della materia in diritto penale presso l’Università di Salerno, che ci spiega cosa succede se usciamo di casa ed infrangiamo la legge

 

Avvocato, qual è il punto di vista legale riguardo al decreto che prevede sanzioni per chi esce di casa senza giustificato motivo? E cosa si rischia uscendo di casa?

  • Nell’attuale decreto-legge, soffermandomi, specificamente, sull’operatività delle ultime modifiche, rimarco anzitutto che il mancato rispetto delle misure di contenimento COVID-19 è perseguito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro, salvo ovviamente che il fatto costituisca reato.

Sempre nel testo del decreto, in virtù dell’ultima modifica, si statuisce che non si applicheranno più le sanzioni penali (di natura contravvenzionale) previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità.

Questo significa che, a partire dal 25 marzo 2020, chiunque venga fermato dalle Forze dell’Ordine fuori della propria abitazione, senza un valido motivo, che non sia quello delle comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza per trasferimento in Comune diverso, situazioni di necessità o motivi di salute, rischia non più una denunzia per violazione dell’articolo 650 del codice penale “Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” — che prevedeva l’applicazione dell’ammenda fino a 206 euro o l’arresto fino a tre mesi — bensì una sanzione amministrativa da 400 fino a 3.000 euro, che potrà essere aumentata fino ad un terzo (ovvero fino a 4.000 euro) se il fatto è commesso alla guida di un veicolo o in caso di recidiva.

Si badi bene, ciò non significa che le misure siano meno severe, anzi, il Governo ha contestualmente ordinato che vengano incrementati i controlli da parte delle Forze dell’Ordine, chiamando in campo financo l’Esercito, soprattutto nei principali snodi autostradali, nelle stazioni ferroviarie e degli autobus.

Preciso, infine, che l’entità della sanzione amministrativa sarà stabilita dal Prefetto e nel frattempo si avrà la possibilità di presentare scritti difensivi entro 30 giorni dall’inizio del procedimento.

In estrema sintesi: inizialmente si doveva affrontare un processo penale, anche se con sanzioni irrisorie, mentre oggi si dovranno pagare pesanti sanzioni pecuniarie.

 

  1. Dichiarare il falso in autocertificazione è reato?

La cd. “autocertificazione”, benché atto privato, se rilasciata ad un pubblico ufficiale, vale come un atto pubblico. Dunque dichiarare il falso, in un atto sostitutivo dell’atto notorio (autocertificazione), costituisce reato qualora venga consegnata a un pubblico ufficiale. Il delitto incriminato è quello di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (previsto e punito dall’art. 483 del codice penale). Non rileva che tale documento sia una dichiarazione del privato e non un atto pubblico; rileva piuttosto il soggetto al quale l’autocertificazione viene prodotta, andando, così, a sostituire un atto pubblico. È quanto chiarito anche dalla Cassazione con una recente sentenza.

La norma punisce, con la reclusione sino a due anni, chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Ebbene, secondo la Cassazione tale norma si applica anche alle false autocertificazioni quando l’atto ha lo scopo di provare i fatti descritti dal dichiarante al pubblico ufficiale.

Si potrebbe ritenere, ma risulterebbe, in concreto, difficilmente applicabile l’ulteriore fattispecie di cui all’art. 495 c.p. (conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci), poiché tale delitto si configura esclusivamente con false attestazioni aventi ad oggetto l’identità, lo stato o altre qualità della persona.

Trattandosi di delitti, un’eventuale condanna, per aver redatto una falsa “autocertificazione”, può avere conseguenze gravi (perdita dell’incensuratezza, porto d’armi, assunzione nella pubblica amministrazione ecc.) e, quindi, in caso di contestazione, è sempre “preferibile” subire la sanzione amministrativa, dannosa solo al patrimonio, connessa all’arbitraria circolazione, che commettere il delitto di falso in autocertificazione (condanna devastante per un incensurato), ivi indicando falsi motivi a sostegno dell’abusiva uscita da casa.

 

  1. Rispetto ai reati di falso, l’essere o meno assoggettato a quarantena cambia qualcosa?

Certamente, poiché il modulo di autocertificazione richiede di attestare anche di non essere sottoposto alla misura della quarantena. Chi esce in tale condizione, quindi, rende un’autocertificazione falsa, commettendo per questo solo motivo un reato aggiuntivo a quello di violazione della quarantena. Le due sanzioni penali si sommano, con effetti ancor più devastanti per un incensurato.

 

  1. Cosa succede se una persona che si trova in quarantena, perché positiva al virus esce di casa?

Chiunque, risultato positivo al virus, violi la quarantena uscendo dalla propria abitazione, incorre nella più grave sanzione prevista dall’articolo 260 Testo unico leggi sanitarie ed è punito con l’arresto da 3 a 18 mesi e con l’ammenda da 500 euro a 5.000 euro. La contravvenzione non si applica se il fatto integra il reato di epidemia colposa (452 codice penale) oppure un più grave reato.

 

  1. Le chiedo di parlarci del tanto discusso “reato di epidemia”, di cosa si tratta e cosa si rischia?

Ai nostri fini, appare necessario preliminarmente evidenziare che vi è lieve dissonanza tra il concetto di “epidemia” in senso scientifico ed in senso giuridico. Dal punto di vista scientifico, s’intende ogni malattia infettiva o contagiosa suscettibile, per la propagazione dei suoi germi patogeni, di una rapida ed imponente manifestazione in un medesimo contesto e in un dato territorio colpendo un numero di persone tale da destare un notevole allarme sociale e un correlativo pericolo per un numero indeterminato di individui.

La nozione giuridica di epidemia è, invece, più ristretta e circoscritta rispetto a quella fornita in ambito scientifico, in quanto il legislatore, con la locuzione “mediante la diffusione di germi patogeni” prevista nell’art. 438 c.p., ha inteso circoscrivere la punibilità alle condotte caratterizzate da determinati percorsi causali. Pertanto l’epidemia costituisce l’evento cagionato dall’azione incriminata la quale deve estrinsecarsi secondo una precisa modalità di realizzazione, ossia mediante la propagazione volontaria, o colpevole, di germi patogeni di cui l’agente sia in possesso. Non è normativamente individuato in che modo debba avvenire detta diffusione: la norma incriminatrice non seleziona le condotte diffusive rilevanti e richiede — con espressione quanto mai ampia — che il soggetto agente procuri un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni, senza individuare in che modo debba avvenire questa diffusione. Occorre, però, che sia una diffusione capace di causare un’epidemia.

Si comprende dunque che, per potersi configurare il delitto, è sempre necessario che la malattia provocata dalla diffusione dei germi patogeni abbia una grande capacità di diffondersi e quindi di colpire un numero indeterminato di persone, altrimenti mancando la cd. “offensività” della condotta. Se manca tale rischio di contagio (mascherina e distanziamento) il reato de quo non può consumarsi: sul punto è stata esplicita una sentenza del Tribunale di Savona del 2008 che ha escluso il delitto in questione in un caso di salmonella in cui l’insorgere della malattia si era esaurito nell’ambito di un ristretto numero di persone.

Non può difettare proprio l’evento tipico dell’epidemia, che si connota          — come già precisato dalla giurisprudenza di legittimità — nella diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido sviluppo ed autonomo, entro un numero indeterminato di soggetti, e per una durata cronologicamente limitata. Si può configurare il reato di epidemia di cui all’articolo 438 c.p. solo se il numero delle persone contagiate è ingente.

Affinché possa configurarsi il reato, dunque, occorre che l’autore abbia il possesso fisico di germi patogeni e che si renda responsabile non di singole condotte di trasmissione di agenti patogeni ma dello spargimento di detti germi in un’azione finalizzata a colpire, nel modo più rapido e incontrollabile, una pluralità indeterminata di soggetti.

Naturalmente, ne maiora mala sequantur, sconsiglio caldamente chi è infetto di mettersi in condizione di subire tale imputazione, essendo indubbiamente preferibile la quarantena alla………..reclusione.

  1. Avvocato, vorrei affidarmi a delle sue conclusioni…

L’intervento del legislatore ha, senza dubbio, avuto il pregio di creare una base normativa organica per offrire una risposta sanzionatoria, effettiva e tempestiva, volta a dissuadere i consociati dalla violazione delle misure di contenimento. Purtroppo, lo sforzo appare in parte vanificato dal frenetico susseguirsi di atti normativi, che pur volti a dare risposte rapide e adeguate ad una vicenda inedita e in continua evoluzione, hanno creato numerosi nodi interpretativi.La questione di fondo non è di poco momento, poiché impatta sul delicato equilibrio tra le esigenze di salute pubblica e i diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti.

Comunque è sempre preferibile restare a casa!

Maria Rosaria Mandiello con la collaborazione di Stanislao Sessa  avvocato penalista

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Coronavirus, come gestire l’impatto psicologico e sociale

untitledDiluire la socialità, prolungando le restrizioni e estendendole, è l’approccio perseguito con sempre maggiore forza per ridurre i contagi da Coronavirus. Una regola che pesa su tutti, specie tra i gli adolescenti, “affamati” di amicizie e di incontri e che tocca agli adulti far rispettare in questi giorni insoliti e caotici. Il coronavirus ha posto tutti noi in uno stato di perenne angoscia e paura, il clima che si respira in giro e sui social è quello di una situazione surreale e pericolosa.

Il virus ha un impatto non indifferente sulla psicologia umana. Sentimento alquanto naturale è quello della paura, umana e comprensibile. Il virus fa paura, inutile nasconderlo. Fa paura ai genitori che temono per la vita dei propri figli, fa paura ai malati oncologici che nella loro battaglia contro il “mostro” si ritrovano la minaccia insistente ed invisibile del virus che potrebbe aggredire le loro già precarie difese immunitarie. Fa paura ad ogni essere umano perché impotente dinanzi ad un virus sconosciuto e che ogni giorno viene analizzato e scoperto dalla scienza. Fa paura perché ci pone di fronte alla vita vera: il baratro tra la vita e la morte. Fa paura perché sconosciuto significa anche che non ci sia una vera e propria cura, seppur i medici instancabilmente lavorano e pongono sotto terapia i casi più gravi. Paura che molti di noi hanno imparato a sperimentare in questi giorni, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza: se non la provassimo non riusciremmo a metterci in salvo dai rischi. Quindi ben venga percepire paura, perché ci attiva e ci mette in allerta.

Ma se non riuscissimo a gestirla rischiamo di attuare comportamenti impulsivi, frenetici, irrazionali e talvolta errati. Il passo dalla paura al panico o all’ansia generalizzata è breve, per cui si perde lucidità e ogni cosa viene percepita come rischiosa ed allarmante. Non siamo fatti per reggere situazioni di allerta e tensione continua, anche perché l’essere umano come reazione scapperebbe di fronte a situazioni di tensione, impossibile farlo in questa situazione.

In alcune persone si sviluppa poi una situazione di ipocondria, intesa come eccessiva preoccupazione per il proprio stato di salute percependo ogni sintomo come un segnale da infezione da coronavirus. Una limitata dose di paura e allerta sono necessarie, anzi fondamentali per poter attivare e agire senza perdere lucidità. Seguire le preziose indicazioni della autorità sanitarie richiede un minimo di attivazione  e concentrazione. E’ importante iniziare a gestire i social e la televisione, d’accordo con l’informazione e la comunicazione, ma non devono diventare ventiquattro ore su ventiquattro il nostro unico pensiero. Controbilanciare lo stress positivo di una situazione di allerta con comportamenti controproducenti che generano ansia. Ad esempio la corsa ai supermercati per essere saccheggiati, diventano controproducenti alle indicazioni fornite dagli esperti, che invitano ad evitare luoghi affollati. Gestire l’ansia si può. Ognuno di noi dovrebbe chiedersi: “sto seguendo anche oggi le indicazioni fornite?” Un suggerimento và anche alla stampa: frasi come “il bollettino dei morti” e cose simili, suscitano e diffondono allarmismo.

Siamo di fronte anche a giorni e forse periodi prolungati di isolamento per alcune zone, mentre per molti si chiede di limitare i propri spostamenti e assumere dei comportamenti insoliti, che richiedono anche di rivedere  gesti che di riflesso provengono spontanei. Quindi molte delle nostre rassicuranti abitudini quotidiane dovranno essere interrotte creando uno stato temporaneo di disorientamento, che potrà però essere reinvestito in nuove attività magari mai fatte: genitori e figli che si ritrovano a guardarsi negli occhi e a parlare; libri lasciati interrotti o riprendere progetti tralasciati.

E’ importante cercare di mantenere self-control, cercando di infondere senso di sicurezza in noi stessi ma anche nei più piccoli, che dovranno evitare i media allarmistici, onde evitare di bombardare la loro mente con un quadro parziale distorto. I più piccoli vanno protetti dalle irrazionalità e allarmismi degli adulti: non vanno mostrati loro gli scaffali dei supermercati vuoti o le tende da campo fuori dagli ospedali, ma i compiti da fare per mantenere un senso di normalità.

Non solo impatto psicologico per il coronavirus ma anche un impatto sociale, inevitabilmente abbiamo smesso incontri ravvicinati, strette di mano con abbracci e baci, tipici del saluto italiano. Cambia anche il pacco dei vivere, all’interno ora c’è l’Amuchina, per dare la possibilità alle persone più fragili di poter disinfettare mani ed oggetti. E’ proprio il sociale che ne esce più forte ed arricchito in questo periodo: la società civile che si è ritrovata nella società del rischio, sta lentamente diventando un luogo per rigenerare fiducia. Si sperimenta il lavoro e il cooperare ai tempi di un’emergenza gravissima: continuità nel lavoro di cura, supporto alle persone fragili. Viene da pensare ai medici, infermieri e personale sanitario che senza sosta lavorano e cercano di fronteggiare non senza qualche difficoltà e carenza, questa emergenza. Allo stato attuale il coronavirus sembra che ci stia cambiando in meglio: nel nostro tempo, nel nostro sociale, nel nostro impegno.  E allora facciamone una risorsa di oggi e di domani nel solco della speranza, della fiducia, dell’ottimismo e del crederci. Crediamo nel nostro sistema sanitario e nella ricerca. Crediamo in tutti noi che con regole e comportamenti coscienti possiamo salvaguardare noi stessi e gli altri, riuscendo a rinascere da un momento che si spera ben presto potremmo lasciarci alle spalle e ricordare come un brutto ricordo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Da Cardito a Caivano, bambini vittime di violenze e soprusi. E le mamme?

untitledDifficile raccogliere i ricordi e la testimonianza cruda e drammatica della piccola Noemi, che sul volto porta ancora i lividi delle botte, quando le chiedono cosa le sia successo. Difficile, anche per il giudice di Napoli Nord, Antonio Santoro, che scrive “si fa fatica a giungere alla fine del verbale” del delitto di Cardito “tanto è l’orrore che vi è rappresentato”. Le pagine sono quelle dell’ordinanza che dispone il carcere per Tony Esobti Badre, l’uomo che ha ucciso a bastonate uno dei tre figli della sua compagna, Valentina, il piccolo Giuseppe di 6 anni appena, ferendo gravemente anche la sorellina Noemi, solo un anno più grande, sono come una finestra spalancata su luoghi oscuri e insondabili della violenza umana. Il quadro è quello di un uomo violento, aveva picchiato anche la compagna, calci, pugni, sputi in faccia – si legge- ma nessuno era intervenuto né lei aveva denunciato. Lei, la mamma dei tre piccoli, compagna di  Tony da sei mesi, una casa insieme, una vita, una quotidianità, forse non rosea, eppure è su di lei che in queste ore si concentrano dubbi, sospetti, mamme infuriate che dai social alle piazze pubbliche si chiedono come sia possibile assistere ed udire alle botte che un uomo perpetra sui propri figli e restare inermi. Ci si chiede come è possibile che per molte ore una mamma lasci agonizzante il proprio bambino massacrato dalle botte steso sul divano per ore, senza chiedere aiuto, senza chiamare i soccorsi. E l’interrogativo che tutti ci siamo posti: “Giuseppe poteva salvarsi?” Ombre e sospetti che si addossano sulla madre. Lo ribattezzarono “parco degli orrori”, periferia Nord di Napoli, Caivano, a seguito della morte di due bambini di 3 e 6 anni, precipitati nel vuoto dei piani alti dei palazzi. La scorsa estate i riflettori si sono riaccesi su Caivano per un nuovo caso di presunti abusi sessuali ai danni di una bambina di 4 anni, che sarebbe avvenuto proprio al Parco Verde. Anche qui le domande e gli interrogativi si susseguivano sulle mamme, sulla loro attenzione, sapevano o non sapevano? Girovagava, abbandonato in strada ad otto anni, ha esclamato “mamma non mi vuole più”. Era da solo, senza documenti, senza un giubbotto, con addosso un maglioncino di lana leggera. Non è mai andato a scuola, ora è in comunità. Riflettori puntanti ancora una volta sulla mamma. Riflettori puntanti in queste settimane, giorni ed ore sulla maternità, il dono-dicono essere- più bello della vita. Mamme, che però finiscono nel tritacarne mediatico e sociale, ma ancor di più nei giudizi di coscienza delle altre mamme. Credo, leggendo e spulciando i commenti in rete, che non ci sia cosa peggiore di una mamma che punti il dito contro un’altra mamma. Come se la maternità fosse perfezione. Come se fosse uno stemma omologato. Come se tutte nascessero con la vocazione di fare le mamme. La verità che mamme forse ci si sente davvero quando quel bambino è tra le tue braccia, quando sai che dipenderà da te, quando sai che ogni cosa che dirai o farai non sarà più la stessa, perché c’è un esserino al mondo che prenderà esempio. La violenza, qualunque essa sia, non si giustifica e non è questa la sede, ma poniamoci qualche domanda, capiamo queste mamme prime di giudicarle e ammettiamo che forse qualcuna non si senta realmente mamma e che quel bambino di otto anni che vagava magari era sulla strada – e ce lo auguriamo- di una famiglia, di calore umano e genitoriale. Prima di essere mamme, sono donne, donne che hanno un vissuto, storie familiari difficili, spesso quella maternità è fuga dalla realtà e così – ve lo assicuro, anche per lavoro- queste donne poco più che bambine mettono al mondo un altro essere umano, il loro figlio. Inizialmente, si fatica a comprendere chi sia il bambino tra i due, quali strumenti, quali valori, quale educazione riesca a trasmettere una poco più che bambina con i suoi drammi e i suoi lutti interiori umani ad un altro essere umano. Oggi, Valentina ed il papà biologico dei bimbi hanno la potestà genitoriale sospesa. Ma un genitore resta tale nell’animo. Valentina è nei discorsi di molti, specie delle mamme. Probabilmente Valentina, dovrà chiarire ai magistrati come e se ha tentato di soccorrere i suoi bambini. E’ però, non dimentichiamocelo, una donna che ha visto morire il figlio. Su di lei pesano gravidanze giovanissime, il carico di un matrimonio naufragato, i figli da crescere, il tentativo di rifarsi una vita, fallito, perché aveva incontrato un compagno violento e vigliacco. Certo, lascia sconcerti come le donne non chiedano aiuto, come non si ribellino alla violenza subita e a quella che quasi quotidianamente vivono i propri figli. Per anni, ognuno, dai propri canali e secondo le proprie competenze professionali, ha invitato, invocato, esortato le donne a denunciare i propri compagni violenti, se non altro farlo per i propri figli, per restituirgli dignità ed un modello familiare idoneo. E spesso, la molla della denuncia di una donna, erano proprio i figli: denunciare per loro. Diventavano forza di una donna. E oggi? Oggi, le donne subiscono, assistono persino alla violenza sui propri figli e restano inermi e paralizzate. Certo, lo shock, naturale ed umano, ma lo shock dura un episodio, dura frazione di minuti, la violenza perpetrata a lungo diventa orrore, diventa gabbia, ed è possibile che una donna, una madre non riesca a rendersene conto? Ecco, forse, la rabbia che le donne oggi nutrono verso Valentina, verso le mamme che sanno e tacciono, verso quelle mamme che in queste ore stanno dimostrando l’anti mammismo, è proprio non reagire davanti alla violenza sui propri figli. Inconcepibile, vero, ma sta accadendo e bisogna fermarlo. Le donne rimangono vittime della spirale di violenza, soggiogate psicologicamente. Hanno paura ma non reagiscono e i commenti, la rete, le parole delle altre donne agguerrite ed arrabbiate non aiutano. Bisogna invocare a denunciare, senza puntare il dito, ma supportare. Invocarle a chiedere aiuto, creando una rete di operatori e di servizi che supporti le donne. Ma, permettetemi di dire che nessuno è giudice morale di nessun altro, comprendiamo che esistono realtà dove la povertà e il degrado sociale come a Cardito la fanno da padroni, e iniziamo a tendere lo sguardo, anche al vicino di casa, perché di famiglie e di donne come Valentina ne sono piene le periferie d’Italia. E forse anche accanto casa nostra, mentre sembra che la vita scorra in modo naturale.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Maternity blues, quella sensazione di malessere che colpisce le neo mamme dopo il parto

untitledSenso di inadeguatezza, sensazione che la vita ti sfugga dalle mani, incapacità di organizzare il proprio tempo e il proprio spazio come prima dell’arrivo del bambino. Un mondo sommerso ed intimo, fatto di paure, angosce, mascherate dal sorriso e dalla felicità dell’arrivo di una nuova vita, ma non sempre la maternità è gioia. All’indomani del parto molte mamme provano sensazioni contrastanti e sconosciute per un momento così idilliaco e atteso. Il più delle volte dopo poche settimane questa sorta di ansia mista a depressione scompare da sola, ma talvolta resta e si può trasformare in depressione post partum, che tanto male fa alle mamme quanto ai bambini. Quello che le donne non dicono sulla maternità è un viaggio confidenziale che viaggia sui social spesso accompagnato dall’hastag “bastatacere”, madri che sfatano i tabù sulla gravidanza, denunciando mortificazioni subite durante i nove mesi o durante il parto. Racconti di coraggio e di verità che aiutano a salvare vite. Per anni il pensiero comune ed imposto parlava di dolore, di allattamento “solo” al seno e di paura a pronunciare la sola frase “depressione post partum”. Trattato poco e male. Molte neo mamme si sono sentite dire: “l’hanno fatto tutte”, “tutte abbiamo partorito con dolore. Tu perché richiedi l’epidurale?”, “allatta perché è un diritto, è un dovere di ogni madre. Fa bene al bambino e a te perché lo senti vicino”. Poco importa se il tuo corpo segnala un allarme, se la tua mente si sente stranamente stanca, sotto pressione, infondo le altre mamme sono felici, serene, in perfetta forma. La maternità è prima di tutto portatrice di vita e poi di esperienze soggettive. Le donne hanno bisogno di parlare, di raccontare e di raccontarsi anche nel post parto, del dolore, della stanchezza provata, non è sinonimo di debolezza o di “cattiva madre” ma è sinonimo di forza, perché raccontandosi e lasciandosi supportare si riesce a superare il terrore provato o che si prova, superando le ferite più intime. Le neo mamme in difficoltà non vanno sottovalutate e derise. Le madri vanno ascoltate. Ciò che fanno è un miracolo di cristallo. Delicatissimo. Come tale va trattato. Eppure ancora troppo spesso le mamme sono lasciate sole con le paure più intime, con le incertezze, con le difficoltà, con il buio psicologico. Una neo mamma su dieci in Italia soffre di depressione post partum nei primi tre mesi dalla nascita del figlio. A volte il dato sfiora il 15%. Una percentuale che si traduce tra le 50 e le 100mila donne ogni anno. Meno del 50% di chi è colpita da questo disturbo chiede aiuto e sostegno. Per tutelare il benessere psicofisico della mamma, della coppia e del bimbo nel periodo che va dalla gravidanza fino ai primi due anni di vita dei piccoli, Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, ripropone la sua campagna “Un sorriso per le mamme”. Il fenomeno della depressione perinatale, che colpisce circa 90mila donne. Il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori ed al 20% nel primo anno dopo il parto. Si tratta di stime molto approssimative, dal momento che i sintomi sono frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici e che solo in circa la metà dei casi viene riconosciuto il disturbo e fornita la risposta adeguata. Un aiuto online. Attraverso il sito internet (www.depressionepostpartum.it) le future madri e le neomamme avranno la possibilità di cercare i nominativi e le attività dei centri di supporto per la depressione perinatale. Potranno infatti usufruire del servizio “L’esperto risponde” che permette di chiedere supporto a uno specialista. La depressione post partum è un problema di salute pubblica di notevole importanza, ma spesso sminuita o sottovalutata dalle donne, dalle famiglie e dalla società. Cerchiamo di conoscere gli aspetti psicologici ed il modo di approccio alla depressione post partum con la psicologa Verdiana Abitudine.

Dottoressa, la maternità dovrebbe essere il momento più idilliaco per una donna, eppure, spesso, è accompagnata dalla depressione post partum, cosa accade e cos’è la DPP?

Quando parliamo di depressione post partum indichiamo un disturbo a carico della sfera emotiva della puerpera, che si sviluppa entro 6 settimane dal parto per poi persistere nella peggiore delle ipotesi anche fino ad un anno e colpisce quasi il 15% della popolazione femminile anche se si tratta di un disturbo sotto diagnosticato. È pensiero comune che l’esperienza della maternità sia un evento così felice da essere immune da stati d’animo negativi, ma non è così. Voglio precisare che i disturbi cui può andare incontro una donna a seguito del parto possono essere tanti e di varia intensità, come un semplice stato melanconico dovuto ad uno squilibrio ormonale, che va incontro a spontanea remissione entro la prima settimana dal parto (maternity blues), oppure una vera e propria psicosi puerperale con problematiche più gravi che si spingono fino a dispercezioni e disturbi del pensiero. La DPP si colloca, in termini di gravità, a metà tra questi due poli per cui non va sottovalutata e va assolutamente trattata, poiché è a rischio cronicizzazione. La DPP è caratterizzata da tutti i sintomi tipici della normale depressione, quindi umore persistentemente triste con frequenti pianti e tendenze autocritiche, faticabilità e mancanza di energia, perdita di interesse per tutte le attività, disturbi del sonno e dell’alimentazione oltre che una vera e propria difficoltà di accudimento del neonato.

 

Perché alcune donne sono più soggette di altre a tale disturbo?

Il motivo per cui la DPP colpisce alcune donne piuttosto che altre esclude una più elementare ipotesi di squilibri ormonali a favore di altre più complesse che riguardano la vita passata della neo mamma, in primis il suo rapporto con la figura materna. È importante, infatti, che la donna durante il cambiamento dell’identità da figlia a madre non riattualizzi delle dinamiche relazionali del passato conflittuali e tumultuose con la sua stessa madre, bensì abbia un ricordo ed un vissuto felice e armonioso da riproporre poi nel rapporto col suo stesso bambino. Inoltre , La donna vive una relazione gestazionale con il bambino considerato parte di se stessa ma al momento del parto è costretta a separarsene, per cui anche questa “perdita” può innescare delle risposte depressive quasi come se stesse elaborando un lutto. Da non trascurare la componente socio-relazionale ossia la vicinanza degli affetti, primo fra tutti il partner, gli amici, la famiglia e l’inevitabile sostegno delle strutture ospitanti. Potremmo indicare un’ipotesi biologica per la diminuzione di noradrenalina e serotonina, neurotrasmettitori implicati nella regolazione delle interazioni e delle attività come lavarsi, dormire ecc. Altre concause possono essere di natura personale come il proprio livello di autostima, di natura economica o genetica come una certa familiarità nell’ambito dei disturbi psichiatrici. Dunque, da come si intuisce, le cause possono essere molteplici e soltanto al momento della valutazione psicologica della donna sarà possibile stabilire con certezza quella scatenante ed intervenire.

 

In passato non si soffriva di depressione post partum? Il problema di tutti i mali che affliggono la nostra società oggi non è quello di essere piombati all’improvviso nelle nostre vite bensì quello di aver assunto nel tempo dei tratti sempre più marcati ed intensi; è biologicamente prevedibile che una donna sperimenti un’alterazione del proprio umore dopo il parto, per cui anche nell’antichità le donne ne erano soggette ma sicuramente oggi tale alterazione è più rumorosa poiché la donna, sempre più emancipata a livello sociale, diventa sempre più vulnerabile a livello psicologico, ragion per cui fronteggia difficoltà aggiuntive a quella del semplice accudimento del bambino. La donna di oggi non ha l’esclusivo compito di procreare e allevare i figli. La donna di Oggi è una donna in carriera, combattuta dal desiderio di coronare la propria femminilità e dalla paura di perdere il lavoro durante la maternità; la donna di oggi convive con lo stress di procurarsi i mezzi necessari per crescere i propri figli poiché le precarie condizioni economiche fungono da ostacolo ; insomma sono aumentati gli agenti stressanti divenendo fertilizzanti di un eventuale malessere post partum.

 

Come si può aiutare una donna in depressione post partum e quali sono i consigli per ridurre DPP?

Il mio consiglio non è volto mai alla cura del sintomo quanto più alla sua prevenzione. Una donna che vive in un contesto di vita stressante e insoddisfacente deve, per il suo benessere personale in primis, imparare ad utilizzare al meglio le proprie risorse così da evitare eventuali declini in situazioni come il parto .come prevenzione risultano molto utili programmi di accoglienza delle future mamme per l’intera durata della gravidanza, dove la donna ha modo di esprimere ed elaborare le sue preoccupazioni e i suoi problemi. In caso invece di DPP conclamata, Il percorso più adeguato per una neo mamma è quello psicoterapeutico, a causa dell’impossibilità dell’assunzione di farmaci antidepressivi, che risulterebbero nocivi per il bambino in fase di allattamento. D’aiuto possono essere anche lo sport e i contatti sociali in modo da ridurre l’isolamento.

  Scritto in collaborazione con la psicologa dottoressa Verdiana Abitudine

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Duplice suicidio nel salernitano, gli aspetti sociali e psicologici della vicenda

untitled 2Trova la figlia morta e si lancia nel vuoto. La tragedia in un mattino di fine agosto sconvolge e lascia sotto shock la città di Pagani, in provincia di Salerno. Sono morte a distanza di poche ore mamma e figlia, unite da un dolore comune, legate anche dal dramma di un gesto estremo: all’alba di ieri un’ex infermiera della cittadina salernitana si è lanciata dal terzo piano della sua abitazione del centro storico della città, dopo aver rinvenuto il corpo della figlia, ventiseienne, priva di vita nel suo letto. Una storia familiare dolorosa, fatta di malesseri e stati depressivi, difficoltà che si acuivano mentre il malessere interiore logorava le loro vite, chiuse nell’estrema riservatezza. Pochi mesi fa, si racconta, c’era stato un altro episodio: atti di autolesionismo a cui fece seguito un intervento tempestivo. Madre e figlia, insieme, in un legame indissolubile, stessa strada nella cura come nella morte. Insieme nel viaggio tempestoso e problematico della vita ed insieme anche nella morte. I racconti umani delineano il profilo di due donne discrete, educate, composte, chiuse nella loro riservatezza e nel percorso di rinascita della vita che le ha viste unite anche nel tragico gesto , del fine vita. Oltre la cronaca, oggi però si punta il dito sui professionisti che da tempo seguivano le donne: erano in carico ai Servizi Sociali Comunali e al Dipartimento di Salute Mentale, professionisti che hanno fatto tutto quanto in loro potere per tentare di offrire soluzioni e sostegno. Non entrerò negli aspetti procedurali o nel singolo episodio, ma è giusto far chiarezza anche sotto gli aspetti professionali che vengono messi in discussione in queste ore e nell’immediato accaduto di episodi simili. Quando, gli organi di stampa, riportano la dicitura “erano seguiti dagli assistenti sociali”, si pensa a dei servizi latenti o assenteisti. L’immagine che si configura è quella di una lotta tra l’opinione pubblica e gli operatori sociali, nemici e rivali, il cui oggetto del contendere è una storia che merita rispetto ed una morte che merita la sua privacy anche nell’ultimo drammatico atto della vita. Voglio fare alcune riflessioni di carattere generale. La versione dei fatti che si mormora è ovviamente unilaterale, si ferma al chiacchiericcio di strada. Gli operatori sociali, gli esperti del settore socio-sanitario e i magistrati non possono replicare perché, altrimenti rivelerebbero notizie del fascicolo di soggetti in carico, notizie davvero delicate, talvolta drammatiche, e comunque destinate solo ai canali istituzionali. Per cui non aspettatevi l’assistente sociale nel salotto televisivo che replica o una smentita ad una notizia, perché sarebbe deontologicamente scorretto. Mentre, si racconta di aver fatto poco o di averlo fatto male, nessun operatore sociale potrà replicare, difendere il proprio operato, perché si tratta di un lavoro umanamente bello ma alquanto complesso e difficile, perché non è facile seguire le vite contorte, difficoltose, arrovelliate, di chi attraversa un momento di vita non facile, difficile è poi intraprendere un cammino con il proprio utente, che serba timori, paure, perplessità ed ha soprattutto i suoi tempi per fidarsi, aprirsi e vedere l’assistente sociale come “l’estraneo di fiducia”. Esiste poi una tutela legislativa alla riservatezza dei fatti, alla quale nessun operatore socio-sanitario può sottrarsi. Come si vede, i problemi sono molti e di notevole spessore, che restano in bilico con la tentazione di assecondare la curiosità e l’emotività dell’opinione pubblica. Non solo un aspetto sociale ma anche psicologico delinea la vicenda, è così che ho deciso, credendo fortemente e fermamente nell’integrazione professionale e nel lavoro d’equipe di consultare un’abilitanta in psicologia, laureata in psicologia cognitiva, con esperienze di tirocinio al Dipartimento di Salute Mentale di Nocera Inferiore, la dottoressa Verdiana Abitudine con la quale ho cercato di approfondire la tematica del suicidio e gli aspetti psicologici correlati.

1. Dottoressa il caso del duplice suicidio di Pagani ha scosso l’intera comunità che incredula si chiede come sia potuto succedere. Cosa scatta nella psiche umana, perché si arriva a pensare e a compiere il suicidio?

Il suicidio viene considerato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la seconda causa di morte in Italia dopo gli incidenti stradali, e nel mondo oltre 800.000 persone all’ anno muoiono per la medesima causa. Sono casi che destano sempre tanto sgomento e la prima domanda che ci si pone è : “perchè lo ha fatto?”. Ebbene è sempre un compito difficoltoso rispondere con esattezza a questa domanda, perchè ogni caso è a sè e dietro ognuno si celano le più svariate motivazioni: che sia la presenza di un nucleo depressivo, ansioso, un disturbo psicotico, una sofferenza che attanaglia la propria vita, un periodo di marcata vulnerabilità psicologica; insomma, anche se la motivazione è differente da caso a caso c’è comunque un fattore che accomuna tutte queste tristi vicende ovvero uno stato di “disperazione”, per cui il suicidio viene delineato come l’unica via di fuga da un’ insostenibile situazione dolorosa, un problema apparentemente irrisolvibile che chiude le finestre del futuro e non lascia entrare alcuno spiraglio di luce; infatti non è la situazione in sè ad essere così grave quanto l’importanza che gli si attribuisce. Per questo motivo il tentativo di effettuare a posteriori un’autopsia psicologica potrà fornirci un quadro solo parzialmente adeguato, salvo qualche minima percentuale di casi in cui al gesto siano precedute minacce o risultino pervenute le motivazioni del suicida stesso attraverso lettere o altri strumenti.

2. Sappiamo che le due donne erano seguite dal Dipartimento di Salute Mentale, l’opinione pubblica spesso si chiede come possa accadere un evento del genere quando si è seguiti da dei professionisti, ci può spiegare meglio lei?

Il gesto suicidario non è mai prevedibile e forse nei rari casi in cui ci si trova di fronte a palesi minacce di suicidio, si tratta di semplici “tentativi” inscenati sottoforma di richiesta di aiuto e ricerca di attenzioni, nei quali casi possiamo trovare ancora nell’individuo la speranza di un miglioramento, un voler vedere dopo cosa succede, cosa cambia. Nel caso specifico la ragazza era seguita dal DSM, ma non sempre le vittime hanno il coraggio di chiedere aiuto e rivolgersi a figure professionali con le quali intraprendere specifici percorsi. Molteplici, infatti, sono i casi di impensabili vittime, anche giovani, che non hanno dato pregressi allarmi di ritiro sociale, di richiesta di aiuto nemmeno in famiglia, di periodi difficili e che da un giorno all’altro lasciano oltre al dolore della loro perdita anche l’incredulità delle persone che “mai si sarebbero immaginati, proprio lui!”. Tutto questo per dire che il primo passo da compiere in assoluto è rivolgersi a psicologi e psicoterapeuti i quali, con appositi percorsi, sostengono i pazienti nelle loro vicissitudini quotidiane perchè, ci tengo a sottolinearlo, “NO, non è una vergogna rivolgersi ad uno psicologo”, non è sinonimo di debolezza e non si tratta di una stigmatizzazione! in terapia si può lavorare su sè stessi, eventualmente lottare contro istinti suicidi, mascherati e non, attraverso dei programmi di rafforzamento delle proprie risorse personali, delle proprie capacità di fronteggiare gli stressors della vita, di aumentare la propria resilienza ma si tratta di processi che richiedono tempo, costanza e determinazione oltre che un precoce intervento.
3. Normalmente qual è il percorso che segue una persona in carico al DSM?

I dipartimenti di salute mentale offrono percorsi di sostegno di vari approcci a seconda delle esigenze dell’utenza, con equipe multidisciplinare che si avvale dell’uso di strumenti testistici per l’inquadramento approfondito del paziente in modo da proporre interventi personalizzati presso psicoterapeuti o, eventualmente, terapie farmacologiche con psichiatri. Inoltre l’equipe infermieristica provvede alla continuità della terapia farmacologica sia in loco che domiciliare per garantire a coloro che sono impossibilitati le cure prescritte.

4. Nel caso specifico, la madre pare abbia rinvenuto il cadavere della figlia suicida, dopodiché ha deciso di togliersi anche lei la vita. Spesso i genitori si trovano dinanzi la morte di un figlio, come è possibile sopravvivere ad uno choc del genere ed in che modo posso essere aiutati nell’elaborare il loro lutto?

Quando un individuo attua un suicidio crea un sistema luttuoso con ripercussioni sull’intera società e sui conoscenti della vittima. I genitori, ovviamente, vivono una situazione traumatica incomparabile rispetto a quella comune e difficilmente elaborabile, al punto da persistere anche oltre 12 mesi configurandosi come “lutto complicato” con connotazioni patologiche. L’esperienza è devastante per il genitore che perde il senso della sua esistenza e pertanto andrebbe tempestivamente programmato un intervento di sostegno per consentire l’elaborazione del lutto. Dunque non è semplice ma non deve essere impossibile il superamento di un episodio traumatico di questo genere, anche se nel caso specifico non conosciamo ancora dettagliatamente le dinamiche, mi verrebbe da dire che si tratti di un gesto impulsivo di una madre che vede scomparire per sempre la sua, forse, unica ragione di vita.

5. Il lutto di un suicidio colpisce anche il professionista che ha in cura il paziente, quali sono le principali reazioni dei professionisti al suicidio di un paziente?

Purtroppo la notizia del suicidio di un paziente ha sempre un’alta risonanza per lo psicologo come per l’intera società e si accompagna spesso a sensi di colpa, tristezza, rabbia oltre che un senso di fallimento che va ad inficiare l’autostima. Nel 90% dei casi i pazienti suicidi compiono il gesto nel momento in cui non si trovano più in terapia perchè hanno interrotto o terminato, ciò non esclude che sia improbabile che accada anche a chi continua il percorso terapeutico. Di certo non va sottovalutata la possibilità di programmi di sostegno o prevenzione terziaria rivolta ai sopravvissuti e quindi anche al terapeuta qualora ne avesse esigenza.

6. Per chi ha rinvenuto il cadavere della madre o ha visto il corpo in terra senza vita è senza dubbio un’esperienza difficile, cosa consiglia per chi ha assistito a quell’immagine?

Anche in questo caso stiamo parlando di un episodio altamente stressante, per quanto ognuno abbia una soglia di impressionabilità differente dalle altre, rinvenire un cadavere e trovarsi di fronte a scenari così forti mette a dura prova gli operatori i quali potrebbero manifestare, a venire, diverse risposte sintomatiche che andrebbero ridimensionate affinchè non causino compromissione in ambito socio-lavorativo, e anche in questo caso la soluzione che consiglio è rivolgersi a psicologi e psicoterapeuti in modo da condividere l’esperienza traumatica e risponderle in modo efficace.

Con la collaborazione di Verdiana Abitudine, dottoressa laureata in psicologia clinica

(Pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)
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Vade Retro, nell’abisso del satanismo vittime silenziose di guru e sette religiose

img_0217Satanismo, riti magici, sette religiose, sono duecentoquaranta mila in Italia le persone finite nella trappola di queste organizzazioni. Difficilissimo uscirne e le sette non perdonano chi vuole lasciare. Sette sataniche tra cronaca e leggenda. Nel nome di satana si uccide, in Persilvenia, due anni fa, una ragazza ha ucciso cento persone nel nome del diavolo. Puzza di zolfo e si respira aria infernale, accade in molte regioni d’Italia. Altari saccheggiati, atti di sfregio e capretti sgozzati, ostie e oggetti sacri rubati in molte chiese, la pista satanica è quella più gettonata e si fa sempre più strada nei casi di suicidi e i dati raccontano come i furti ed i suicidi in nome di satana, negli ultimi anni siano aumentati. L’ s.o.s è chiaro e forte dagli esorcisti, le possessioni diaboliche sono triplicate. Nelle maglie dei guru e delle sette religiose finiscono anche le donne. Abusi psicologici, plagio e manipolazione mentale da parte di guru, santoni e falsi mistici. Storie drammatiche di donne a cui è stato fatto un rito voodoo per indurle alla prostituzione. Donne, che hanno perso soldi, famiglia e dignità. Persone disperate, che attraversano problemi difficili nella loro vita: problemi di salute, problemi economici o affettivi, è questo l’identikit di chi decide di aderire ad una setta. Facile pensare che siano gli altri a cascarci, i più sprovveduti. Le statistiche, rivelano a sorpresa che la maggior parte delle vittime ha un livello di istruzione medio-alto. Si tratta soprattutto di persone adulte del Nord Italia. Il diavolo si presenta sotto diverse forme: le sette non sono solo sataniche: ma mondo occulto, psicosette, sette pseudo religiose, magico isoteriche, se non sono tutte sataniche, sono tutte diaboliche, perché diavolo significa colui che separa dagli affetti più cari, a volte anche dal lavoro, distruggendo la persona. Sedute spiritiche, riti, luoghi e musiche, riti di purificazione, che attirano sempre più adolescenti. L’adorazione di satana non conosce età anche se, attraverso l’utilizzo dei social network, sono sempre più gli adolescenti che si avvicinano per la prima volta al culto di satana. Accorgersene per un genitore diventa difficile, perché la crisi adolescenziale si mescola al satanismo, che viene vista come una via di fuga all’adolescenza e ai suoi cambiamenti. Il bisogno di trasgressione, di senso di appartenenza si affianca a quell’età al desiderio di onnipotenza e di rivalsa della frustrazione. Tratti definibili come “schizoidi” e “antisociali” possono giocare un ruolo estremamente importante. Ma anche la propensione per l’occulto, il gotico, sono segni che vanno tenuti d’occhio, facendo attenzione a non pensare sin da subito che siano già strumenti del demonio e che il maligno stia già operando. Secondo un censimento sono circa 10 le sette sataniche organizzate presenti in Italia, ciascuna con una media di circa un centinaio di adepti. Ma l’aspetto più inquietante è l’aumento di gruppi disorganizzati. Sette e riti che fanno sprofondare nell’abisso del sé, che si coniuga alla manipolazione e alla paura: uscirne diventa difficilissimo. E’ importante però il ruolo di assistenza, prevenzione e controllo affidato all’assistente sociale, solo se è ben informato su tali realtà. Importante diventa anche il lavoro di rete, una grande risorsa, perché agevola la velocità nelle segnalazioni alle autorità, nelle comunicazioni e nella ricerca. Importante è anche rivolgersi alle autorità per chiedere aiuto, specie i familiari che si ritrovano dinanzi a persone che ormai hanno cambiato il loro carattere ed il modo di vivere. Ma, in Italia ci sono anche molte associazioni che operano per supportare chi rimane vittima delle sette ed i loro familiari, spesso abbandonati e minacciati dalle sette. C’è anche un numero verde 800-228-866 di Don Aldo Buonaiuto, che dal 2006 collabora anche con la Polizia di Stato. Forze che si uniscono per aiutare chi rimane plagiato e vittima dei guru e delle sette.

(Articolo pubblicato in Pagine sociali per ildenaro.it)

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Bambini in auto e genitori dissociati dalla realtà

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messUna mamma dimentica la figlia di diciotto mesi in auto e va a lavorare. Dopo ore in macchina, sotto al sole, la piccola è morta. La tragedia si è consumata ieri a Castelfranco nell’Arentino. La donna, impiegata al Comune è stata ascoltata dai Carabinieri e dal magistrato, ha raccontato di essere partita di casa come ogni giorno per accompagnare la figlia all’asilo e poi andare a lavoro. Probabilmente la piccola si era addormentata ed è rimasta sotto al sole coi finestrini chiusi. Intrappolata nell’abitacolo rovente. Un passante accortosi della bimba in auto ha chiamato i soccorsi ma ormai la piccola era già in arresto cardiaco. Purtroppo è lunga la catena di precedenti: Giulia, Jacopo, e tanti altri vittime della dimenticanza dei loro genitori. Parcheggiare e andare via convinti in buona fede di aver già lasciato i figli a scuola. E’ una parte della mente che tende a distaccarsi dalla realtà, gli esperti lo chiamano “blackout mentale” che può essere causato dallo stress, l’affaticamento, le pressioni emotive, la mancanza di sonno: sono diversi i fattori che possono incidere. Di fatti, c’è un dissociarsi da una serie di gesti, sempre gli stessi che si ripetono ogni giorno credendo di averli già compiuti. L’abbandono in auto è indipendente dallo sviluppo intellettivo, ma è da attribuire a cause come lo stress, che determina un’alterazione acuta della capacità di riflettere. Secondo gli esperti è possibile dimenticarsi il proprio figlio in auto. Ed è così che nascono proposte per evitare queste morti tutte uguali tra loro, come una legge che preveda l’obbligo di sistemi di allarme anti abbandono in auto. Alcuni esperti, suggeriscono, un metodo classico e non tecnologico per non dimenticare il figlio in auto, come quello di mettere sotto il seggiolino del bimbo il portafoglio o le chiavi di casa. Non è un metodo attendibile, perché la persona deve ricordarsi di prendere questi oggetti. Ma esistono applicazioni che grazie ad uno specifico algoritmo danno la sicurezza di aver consegnato il bambino. Resta però il miglior dispositivo il baby car alert, che quando si spegne il motore dell’auto ma il bimbo è sul seggiolino avverte con segnali sonori. Quando vi è il supporto sociale, affettivo, familiare che è presente, tangibile, il disagio emotivo dei genitori si attenua. Morti e storie sconcertati che danno però una chiave per comprenderle: ritualità,  fretta, giornate incastrate al minuto, gesti ripetuti centinaia di volte l’anno che diventano naturali come l’ultimo gesto che si fa prima di andare a dormire, diventando spesso automatismi. Gesti meccanici. Ci sono momenti in cui siamo fisicamente con i nostri figli, ma con la testa ci troviamo già al passaggio successivo, quando li lasceremo a calcio come tutti i mercoledì, quando li lasceremo dalla nonna come tutti i giorni alle sei. Momenti in cui diciamo sì a loro domande che non abbiamo ascoltato, in cui controlliamo la posta sul cellulare mentre ci raccontano cosa hanno fatto a scuola. E poi ci sono momenti in cui siamo lì, attenti e con la testa sgombra, ma solo stanchi. Umani e fallibili. Vittime , tutti, di piccoli corto circuiti: una banale dimenticanza, il quaderno non comprato, il libro lasciato a casa, la tuta non lavata proprio il giorno in cui ha ginnastica a scuola. E poi ci sono i corto circuiti spaventosi. Ci sono i bambini dimenticati in macchina. La pioggia di insulti sul web diretti alla mamma, la domanda di tanti: “come ha fatto?” mentre il sospetto terribile cova pauroso nel cuore di ogni genitore, di poter dimenticare per qualche minuto, le uniche persone che un genitore per tutta la vita non dimentica: i propri figli.

(Articolo pubblicato su: “ildenaro.it)

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Ragazzi incattiviti: la legge del bullismo

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messSchiaffi, insulti, in alcuni casi anche minacce di morte. Il tutto spesso ripreso in un video di umiliazione inflitte ad un proprio compagno, che poi viene postato sui social network. Si chiama bullismo, si legge violenza ai danni dei più deboli. Si abbassa lo sguardo, ci si sente sotto attacco. La voce, se ce la fa a uscire, è un pigolio. E’ questa la vittima perfetta del bullo. Ragazzi ma anche ragazze, perché il bullismo è traversale, anzi, quello femminile è più subdolo; di solito sono vittime di un gruppo, perché il rapporto tra vessato e vessatori è sempre impari. La postura della vittima testimonia l’angoscia terribile. Sono accartocciati, hanno ormai imparato ad accettare in silenzio le critiche più feroci, perché di solito sono persone molto ben educate, alle quali dare una brutta risposta sembra maleducato. Non è raro che i bullizzati sono figli unici: non hanno mai vissuto l’esperienza della lite tra fratelli, arrivano impreparati all’attacco. Diventano “freezing” dall’inglese, ovvero, congelamento, l’essere incapaci di dire o fare qualsiasi cosa a propria difesa. La scuola, a cui si delega la soluzione del problema del bullismo, a volta non dà la risposta giusta. Il famoso cancello delle medie o del liceo diventa quasi terra di nessuno, dove non esistono più responsabilità precise. I ragazzi si chiudono così in casa, la soluzione dei genitori è quella di cambiare istituto, ma è una decisione che contiene in sé il seme del fallimento ed il fenomeno resta taciuto, impunito e dilagante. Basti pensare che, secondo gli ultimi dati Istat diffusi a dicembre scorso e riferiti al 2014, un adolescente italiano su due è stato vittima di bullismo. Dai dati emerge che poco più del 50% degli 11-17enni ha subito qualche episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi o ragazze nei 12 mesi precedenti. Il 19,8% è vittima assidua di una delle “tipiche” azioni di bullismo, cioè le subisce più volte al mese. Per il 9,1% gli atti di prepotenza si ripetono con cadenza settimanale. Tra i ragazzi utilizzatori di cellulare e/o internet, il 5,9% denuncia di avere subito ripetutamente azioni vessatorie tramite sms, e-mail, chat o sui social network. Le prepotenze più comuni, secondo i dati Istat, consistono in offese con brutti soprannomi, parolacce o insulti, derisione per l’aspetto fisico e/o il modo di parlare, diffamazione aggressioni con spintoni, botte, calci e pugni (3,8%). Stando ai dati Istat per alcuni di loro difendersi dai bulli chiede aiuto ai genitori, segue poi la richiesta agli insegnanti.

La Psicologia: Aggressivi ed arroganti nei confronti dei loro coetanei più deboli, anche per colpa dei genitori che li difendono ad oltranza e spesso in maniera irragionevole. I genitori perdono il controllo dei propri figli: manca la comunicazione, il dialogo. I ragazzi di oggi postano tutto, usano la rete per aggredire. Sono meno educati di una volta, i loro genitori sono protettivi e permissivi che rasenta il lassismo. Tendono a scusare tutto, mentre, i ragazzi hanno bisogno di essere guidati. Il bullismo è una nuova forma di aggressività, una vera e propria emergenza che avviene sotto gli occhi degli adulti che non vigilano. E’ un tema di cui se ne parla ancora poco, alimentato però dai social ai danni dei soggetti più fragili. Il problema è che manca un ruolo fermo del contesto, sia esso scolastico o familiare, che spesso non si rende conto dei segnali di fragilità che la vittima lancia. È l’adulto che non vigila più. Mentre, paradossalmente, si creano situazioni di iper-protezione, per cui di fronte a una sgridata di un insegnante i genitori si ribellano. Poi però i ragazzi vengono lasciati da soli a interagire con televisione e soprattutto computer.

Perché l’assistente sociale dovrebbe occuparsi di bullismo? Alla domanda si può solo rispondere che il ruolo dei servizi sociali dovrebbe essere concepito nella logica preventiva e non dell’emergenza. La presenza dell’assistente sociale, all’interno degli sportelli d’ascolto istituiti nelle scuole, rappresenta una risorsa ai fini preventivi. L’assistente sociale venendo a conoscenza di certe situazioni, presenti nell’ambito familiare, del bambino o dell’adolescente che si rivolge allo sportello, può intervenire attraverso strumenti propri del suo bagaglio professionale, ed indirizzare il ragazzo o la famiglia, verso adeguati servizi specialistici. Importante è il ruolo dell’assistente sociale nel programmare servizi a sostegno della famiglia, ovvero, favorendo politiche a sostegno della famiglia. Affinché si possa investire adeguatamente, nel lungo termine, nella prevenzione di forme di devianza minorile, occorre puntare ad una politica, che miri al rafforzamento delle competenze genitoriali, tesa al superamento dell’istituzionalizzazione del minore, nei casi in cui la famiglia non risulti adeguata allo svolgimento del suo compito.

Cosa potrebbe fare l’opinione pubblica?  Se invece di definirlo bullismo, che purtroppo assume il sinonimo ancora di “ragazzata” giustificandolo: “succedeva anche ai miei tempi di tornare a casa con un occhio nero” commenta qualche genitore, un atto compiuto con leggerezza, iniziassimo a definirlo reato? Forse le famiglie, i complici, la scuola, la società, i Tribunali, inizierebbero a reagire seriamente a questa serie di violenze impunite. Senza indulgenza di età o di circostanze. Non è bullismo. E’ un reato. Aguzzini, violenti, carnefici. Ragazzi da recuperare e non da proteggere.

(Articolo pubblicato su “il denaro.it”)

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