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Superlega, le conseguenze sociali (a cui nessuno ha pensato) nell’idea sfumata della secessione calcistica

Un fulmine a ciel sereno ha scosso le notizie di questo tempo sospeso di pandemia, la Superlega: una competizione privata a numero chiuso alternativa alla Champions League che riunisce le venti migliori squadre europee. Sposato alla nascita da dodici club europei fra cui Juventus, Inter e Milan. Una notizia che ha scosso il mondo del calcio, che da sempre ha unito generazioni e famiglie, diviso nel suo tifo; calcio che da sempre fa sognare i bambini, e fa discutere, oggi più che mai. Le reazioni non sono mancate come anche le perplessità ed i commenti social.  Il progetto è sfumato nell’arco di quarantotto ore, dopo la levata di scudi della singolare unione nella contrarietà di leader politici, parlamento Europeo, istituzioni sportive, tutti i media internazionali, tifosi, allenatori e giocatori, persino delle società che avevano aderito al progetto e che non immaginavano si sarebbero trovate di fronte questo scenario. Le angolature economiche e politiche, sono state ampiamente affrontate e dibattute, ma un’angolatura molti l’hanno dimenticata, quella sociale e le conseguenze sociali di questo progetto. Un mito sembra venir meno, la famosa dicitura “il calcio è di tutti”, la secessione avrebbe fatto emergere come soldi e potere possano decidere e segnare nuove strade con buona pace di tutti, spegnendo i riflettori del popolo e populismo nati proprio nel calcio, curve e tifoserie. Qualcuno l’ha definita moderna rivoluzione, il calcio che cambia ed avanza nel futuro, per altri avrebbe rappresentato il collasso. Di certo è che in tempi moderni abbiamo assistito alla discesa in campo aperto sotto gli occhi attoniti di un mondo che col calcio sogna, tifa, si riunisce, senza alcuna distinzione, di soldi e potere, capiremo solo chissà quando chi però avrebbe vinto questa partita. Segno però che lo sport ed i suoi valori talvolta nobili e di grande insegnamento ai più giovani, sia considerato un pezzo isolato dalla società. Lo sport è di tutti, per tutti, è società, è sociale. E il grande carrozzone del calcio dimentica le conseguenze sociali e di educazione alla vita. Se il meccanismo fosse entrato in crisi, tutto l’indotto del calcio giovanile andrebbe riformato su basi nuove e trasparenti, capaci di trasmettere valori di partecipazione e inclusione, che proprio non si sposano alla nuova ottica che avrebbero voluto della dittatura del reclutamento e della selezione. E la passione, cuore pulsante del tifoso e delle squadre, quella che regge tutto? Quella ha vacillato e rischiato di cedere il posto ad uomini di marketing freddi, calcolatori umani di profitti di successo. Nel 1998, Zdeneck Zeman, che con le sue dichiarazioni sul doping venne accusato di destabilizzare il sistema,  disse “ci sono valori che fanno appassionare la gente, i bambini, al calcio. Io non so se con i soldi si possano compare le passioni della gente”, parole che sembrano oggi a rileggerle una profezia. Il calcio, signori cari ha rischiato di non essere più sociale, ed i club neppure ci hanno pensato, infondo, lo sport è stato rilegato nella visione del business dei grandi club di potere. Il messaggio lanciato sublime è stato forte e chiaro, l’opinione pubblica – che poi si è ribellata- è  vista solo come clienti con buona pace del romanticismo, ormai andato. Ai giovani non si vuole insegnare passione e tenacia, non gli si vuole più lasciare spazio a sogno e fantasia, ma una corsa al successo a tutti i costi, lasciandogli il testimone di un mondo dove i club più forti economicamente possono decidere e vincere. L’analisi psicologica vuole che il tifo calcistico è una necessità incontrovertibile per molte persone, che permette di entrare a far parte di un gruppo, il quale comprende non solo il pubblico ma anche le società ed i giocatori. Perciò quando la squadra vince è anche il tifoso a vincere, e lo stesso ragionamento vale per la sconfitta. Essendo questa relazione fra tifoso e squadra basata sull’aspirazione alla vittoria, che in senso lato equivale ad uno stato di piacere, è scontata la genesi di un rapporto intimo fra i due poli. Un legame di questo tipo con la squadra si ripercuote di conseguenza sul calcio più in generale, e pian piano il tifoso matura la passione per lo sport indipendentemente da quella per la squadra. Un esempio di ciò può essere il bambino che prima viene a contatto con il pallone in televisione e si innamora di una squadra, e più tardi decide di cominciare a praticare lo sport. Il passo successivo avviene quando il tifoso, ormai maturo, sente di dover difendere la propria squadra a qualunque costo, perché in ballo non c’è solo la gioia del successo, ma anche la sua credibilità e la sua identità personale che sono dipendenti dai risultati del gruppo a cui appartiene (quindi della squadra). Nel caso di successo della propria squadra, questo permette al soggetto di mettere da parte i fallimenti della vita quotidiana, e di poter in qualche modo ripararvi, riguadagnando significato personale. Lo scenario sarebbe stato totalmente stravolto da un campionato dove i ricchi giocavano soltanto contro i ricchi, per diventare ancora più ricchi. In una storia che avrebbe avuto un gruppo di grandi club e cinici proprietari che in nome del denaro avrebbero ucciso la passione dei tifosi, che sarebbero diventati solo consumatori. La negazione del calcio. Certo, il progetto è durato quanto “un gatto in tangenziale” ma è stato pensato, studiato e ha visto la luce, seppur passeggera, e questo fa pensare e anche preoccupare. Chiediamoci dove stiamo andando…

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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#pensateci

Parliamone.
Queste settimane di emergenza che stanno paralizzando il mondo che non riesce più a vivere nella sua corsa affannosa, assistiamo in ordine sparso:

-alla pubblicazione e divulgazione del video di un paziente probabilmente affetto da covid che è stato ritrovato morto nel bagno dell’ospedale Cardarelli di Napoli.
Premesso che ogni essere umano ed ogni morte va rispettata, per cui c’è sempre un limite da porre all’informazione soprattutto rispettando la morte ed i familiari di quell’essere umano che ha trovato la morte improvvisamente, senza poter chiedere aiuto all’interno di un bagno dell’ospedale.
Questo non è giornalismo, me ne dissocio.
Il rispetto prima di ogni cosa.
Davanti a notizie ed immagini del genere bisogna solo provare “vergogna” da parte di chi ci governa e sa le reali condizioni sanitarie al Sud ed in Campania.
Dolore e preghiera da parte dell’opinione pubblica anziché farlo rimbalzare da una chat all’altra o da una bacheca all’altra. Silenzio e non commenti del tipo aveva o non aveva altre patologie. Ditelo.
Non è un gioco al massacro questa, si chiama Vita, eppure in questo momento surreale e tragico dovremmo ricordarcene.

-un ragazzo di 26 anni perde la vita in Italia a causa del covid, un titolo specifica che aveva già pregresse patologie e così i commenti dicono “finalmente lo dite che aveva pregresse patologie”, come se avere altre patologie giustificasse che si possa morire. Così come quelli che giustificano la morte degli anziani “tanto era anziano”, ma perché scusatemi chi è anziano, chi ha altre patologie può o deve morire secondo voi?

-un governatore della regione posta un tweet dove dice che nella sua regione per covid muoiono gli anziani che non sono più produttivi al tessuto economico. Ecco un rappresentante istituzionale che con un post che suona tanto come pacca sulla spalla legittima la morte degli anziani per covid, tanto alla fine -suo messaggio sublime- che ce ne facciamo? Ma ci rendiamo conto che parliamo di esseri umani, di persone che hanno prodotto in questo Paese, di persone che sono patrimonio umano?

-l’Italia viene divisa in colori, i contributi arrivano solo per alcune regioni, chi è reduce dal primo lockdown aspetta ancora gli aiuti pregressi. Infondo basta pubblicare un decreto e dire “facciamo. Ci siamo”. Ma dove siete quando la gente non può mettere il piatto a tavola?

-gli ospedali sono in affanno eppure però c’è chi dice “ci atteniamo ai dati”. Ma perché ci vogliono i numeri anziché vedere barelle qua e là nei corridoi, gente che viene soccorsa in auto, gente che muore nell’attesa fila di accesso al Pronto Soccorso. Poi ci voleva il genio della lampada per prevederlo? Non si sapeva che sarebbero andati in affanno totale, specie dove la sanità è sempre stata commissariata o finanziata continuamente?

-ci siamo dimenticati che non ci si ammala solo di covid, ma anche di altro, che si possa aver bisogno di un ospedale per altre problematiche?

-vogliamo parlare del senso civico quasi inesistente? La gente viola la quarantena, chi è in isolamento ed asintomatico, si sente libero di poter uscire. Di gente che non indossa la mascherina o la porta come accessorio scalda collo. Di esercizi commerciali che ancora non fanno rispettare le regole perché uno è amico, perché non vogliono discussioni, perché dobbiamo campare anche noi.

Ci siamo riempiti la bocca e le bacheche che saremmo diventati persone diverse, migliori, che saremmo tornati ad una quotidianità cambiata con consapevolezza ed accortezza. Siete sicuri? No, perché io francamente mi sembra che siamo diventati peggio, del tipo: ognuno per sé e dio per tutti; del “io speriamo che me la cavi”; “morte tua vita mea”; del “tanto a me il virus non mi tocca”. Infondo ora la cosa più importante è se possiamo fare il cenone a Natale e Conte sta vagliando in che modo possiamo farlo per accontentare quelli che dobbiamo essere “sett ott e nuje”.
Alla fine di questa malvagia giostra fermiamoci a farci un esame di coscienza.

#pensateci

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