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La maternità è davvero quello che vogliamo?

untitledUn blog è uno spazio dove poter riflettere e confrontarsi con le opinioni ed i pensieri altrui, e se un blog si unisce anche alla professione di un giornalista che come nel mio caso svolge anche un lavoro sociale, credo debba suscitare anche emozioni, sconvolgimenti personali e confronti di idee e perché no, un confronto intimo e personale. Infondo si dice che il Capodanno, che per altro ci siamo lasciati da poco alle spalle, sia tempo di bilanci e credo che per fare dei bilanci bisogna anche interrogarsi con se stessi e con le proprie opinioni, cosa che forse abbiamo smesso di fare perché assorbiti dai social e dalla vita sempre più confusionaria e frenetica.

La domanda che mi e vi pongo: la maternità è davvero quello che vogliamo?

La realizzazione personale di una donna non passa inesorabilmente per l’essere madre. E spesso, il desiderio di maternità non è spontaneo ma indotto da pressioni culturali o familiari. Nel mio lavoro incontro poco più che maggiorenni che cresciute nel desiderio di una famiglia immaginata e costruita nelle loro menti che poi si scontra con la realtà ed i fallimenti, restando madri, e si sentono intrappolate perché devono badare alla crescita di un essere che non ha chiesto di venire al mondo ma che ha i suoi ritmi ed i suoi tempi. Ne incontro spesso di mamme che si ritrovano strette in questo ruolo, anche perché devono provvedere economicamente alla loro crescita e conciliare i tempi con gli orari ed i lavori precari, saltuari e mal pagati. Così intorno a loro proviamo a creare una rete fatta di servizi: educativa domiciliare, tirocini di inclusione sociale – affinché ritrovino il senso di stare nella società ed un lavoro dignitoso con orari accessibili e conciliabili, la rete familiare: i nonni, i parenti prossimi affinché alleggeriscano il carico; i pediatri affinché monitorino il benessere fisico: ci sono bambini a cui mancano i vaccini obbligatori; sostegno alla genitorialità per supportarla nel ruolo che sembra a molti naturale e spontaneo, ma di fatto non lo è.

Di contro ci sono anche donne che hanno un desiderio fuori dal comune, un cuore colmo di amore e di speranza, desiderose di essere mamme e quando ti raccontano il loro desiderio davvero ti si apre il cuore. Poi c’è la società e le credenze culturali: una donna che non vuole avere figli? Assurdo. Una donna che giunta alla fatidica età non ha ancora figli? Assurdo. Eppure nessuno si ferma a riflettere su quanto queste domande e credenze possano ferire o pungere nell’orgoglio di una donna: puoi incontrare quella che lo desidera un figlio ma anche quella che in quel momento è concentrata su se stessa o non prova alcun desiderio di maternità, quest’ultima viene messa al rogo come la peggiore delle streghe. Ma signori miei, come scriveva la poetessa Alda Merini, “i figli si partoriscono ogni giorno”. Quello del genitore, me lo ripete ogni giorno mia mamma e me lo insegna ogni mattina il mio lavoro, è un “mestiere” che non conosce pause. Tutte le donne sono “predisposte” o più semplicemente vogliono avere figli? Il desiderio di maternità nella stragrande maggioranza dei casi è sempre naturale o è piuttosto indotto? Alcune donne nel proprio intimo si chiedono: “voglio davvero essere madre?”, “lo sarò mai”? Un modo scientifico per darsi una risposto o per capire se davvero è ciò che si desidera quello di avere un figlio non esiste, ma esistono domande utili da porsi prima di fare un passo che cambierà radicalmente la propria vita e per carità nessuno mette in dubbio che sarà bellissimo ed unico e che dolori, notti insonni e poppate possano essere unicamente belle ma non è detto che lo sia per tutti allo stesso modo o che sia il desiderio di tutte. Ad ogni modo vi suggeriscono quattro domande da porsi per capire se si è predisposte o se si desidera davvero diventare madri:

posso/voglio far posto nella mia vita a qualcuno che dipenderà totalmente da me? Quanto sono condizionata da un’aspettativa sociale o familiare? Il mio desiderio di avere un figlio potrebbe essere legato al desiderio di risolvere le mie carenze personali o di rendere più solida la mia relazione? Siamo in due a volerlo, o è solo un desiderio mio?

 

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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Elogio all’Indipendenza

untitledElogio all’Indipendenza

Da quando, un anno fa, la mia storia “d’amore” è giunta al capolinea, con gli strascichi e con tutto ciò che un rapporto che naufraga comporta e non sto qui a dirvi chi ha lasciato chi, chi ha commesso più errori di chi, perché è finita: storia troppo lunga, personale e poco social. Ma, da quando è finita, dagli amici o presunti tali, in ordine sparso,  mi sono sentita dire:

-ho avuto persone che all’inizio mi sono state accanto, poi lentamente hanno preso le distanze, lasciando spazio al silenzio. D’impatto iniziale le ho cercate, ho provato a capire, poi ho lasciato scorrere. Non si può forzare qualcuno ad un’amicizia che magari ha bisogno di più vicinanza, più chiacchierate e meno “ridiamoci su”.

-mi sono sentita dire: “la nostra comitiva è composta di sole coppie, capirai bene che tu sola…” e come mi ha detto una mia amica: “la mamma degli stupidi è sempre incinta”. In effetti, forse non ha tutti i torti. Glisso e ci scherzo su: “non esistono più le comitive di una volta”: maschi e femmine, coppie e single;

-qualcuno ha sussurrato ad altri per vie traverse che per rispetto al mio ex fidanzato mi hanno allontanato dalle loro amicizie.

Traduzione: ci si schiera da una parte o dall’altra;

 

-mi sono sentita dire: “una sera ti aggreghi a noi, ti faccio sapere dove andiamo, solitamente stiamo tra amici e ci divertiamo”.

Attendo ancora quella telefonata, eppure il mio telefono funziona: la linea c’è, i messaggi li ricevo… ;

 

-qualcuno ha utilizzato la strada della diplomazia: “ti richiamo”, “sono impegnata in questo periodo”, “che stress in queste settimane”.

Peccato che poi alla fine non abbia neanche scritto un messaggio, un biglietto col piccione viaggiatore o un non so cosa.

 

Insomma, un decalogo quello che potrei scrivervi e raccontarvi, che oggi mi suona buffo.

E’ pur vero che quando ci si lascia e quando hai sofferto e covato dolore dentro, non sei al massimo dello splendore, delle risate, ma certo non sei da emarginare.

Certo qualche errore- specie quando ero in coppia- con gli amici l’ho commesso anche io, per carità.

Ma io di questo periodo di solitudine ne ho fatto un punto di forza e di ripartenza. Stare a casa di sabato sera o nel week end non mi è pesato, anzi l’ho vissuto come un riapprezzare il relax, la musica, i libri da divorare, il piacere di lasciarsi coccolare da casa propria, perché potremmo farci del male, sbagliare nella vita, ma c’è sempre un posto dove si ritorna ed è la propria casa. Non sempre la casa è sinonimo di solitudine e di depressione, certo, ci sono persone che vivono male la fine di una storia e stare in casa è come stare in trappola. Nel mio caso l’ho visto come un ritrovarmi, come un riesplorarmi, come un tempo per me. Un tempo che fa riflettere, capire, fa male anche perché prendi coscienza di tante cose ma solo imparando a stare da soli è possibile poi stare bene con gli altri, con gli amici che ritrovi, con le nuove comitive, o se volete e siete pronti con un nuovo flairt o un nuovo amore.

Si giunge poi ad un momento che il periodo di “relax casalingo” un po’ stufa e un po’ pesa e così ho capito che si riparte e sempre e solo da un’unica persona –sembrerà egoistico- ma da se stessi. Così ho ripreso a vestirmi con un outfit da sabato sera, ad andare al teatro, a mettermi in auto e girare a vuoto per la città o semplicemente entrando in un bar. Beh sì DA SOLA, che poi infondo non si è mai da soli perché si incontra sempre qualcuno che si conosce, con quale ti intrattieni a chiacchierare.

Mentre scrivo mi chiedo se l’ho fatto più per ripicca nei confronti di chi mi ha ferita e fatta male dal mio ex fidanzato a tutti quelli che citati sopra mi hanno risposto in quel modo. Non saprei, infondo, il problema è più Loro che Mio.

 

Quindi, donne, la forza siamo noi, le nostre capacità, le nostre energie, la nostra tenacia, la nostra curiosità, la nostra INDIPENDENZA e si riparte sempre da questa fantastica ed unica avventura: l’Indipendenza di se stessi.

Vi starete chiedendo se sono felice? Sono felice di aver preso coraggio un anno fa, contenta di esser ripartita da me stessa, certo cerco un lavoro stabile, mi confronto con le ansie e le paure dei concorsi, non ho smesso di studiare, lavoro con un progetto e questo è stato anche il mio punto di forza nelle settimane più burrascose e tempestose. Insomma non è una vita perfetta e delineata ma d’altra parte cosa lo è a questo mondo ed in questa vita?

Perché vi scrivo e vi racconto ciò? Perché nel tempo, per lavoro e anche per rapporti personali, ho incontrato donne e anche mie coetanee che cercavano un fidanzato o restavano con quella persona perché la solitudine era un mostro impossibile da affrontare. Ma, nessuno merita di vivere in rapporti – che siano anche amicizie- che sono di convenienza o di apparenza solo perché non si riesce a guardare un po’ più dentro di se stessi, scovando la parte migliore di noi: coraggio ed indipendenza, che permettetemi di dire nelle donne è in dosi massicce.

Viva l’Indipendenza, viva le Donne.

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Agire, subito. A fianco delle donne vittime di violenza e di chi non ha più voce…

untitled 2Donne umiliate, maltrattate, picchiate ed uccise. Un bollettino da guerra, la cronaca di queste ultime ore. Da Nord a Sud dell’Italia e non c’è ceto sociale o differenze culturali che tengano. Gli uomini diventano violenti, bastardi e cattivi. Senza se e senza ma. Un’ignobile guerra contro le donne che ci rimettono i sentimenti, le paure, le angosce e molto-troppo spesso la vita. Inaccettabile. Intollerabile. Fermiamo questa violenza inaudita. Abbiamo bisogno di uno Stato che stia accanto alle vittime, che le supporti, li tuteli. Abbiamo bisogno di pene certe e severe.

Siamo stanche “del poi faremo”, “è pronto un disegno di legge”, proclami a cui non seguono i fatti e si continua ad essere umiliate o uccise dall’uomo che credevamo ci amasse.
E’ impensabile che alle soglie del 2019 in una società che corre veloce e fatta di donne di potere e di carattere, le donne siano ancora l’avamposto della politica e delle tutele.

Avete idea di cosa di prova a stare accanto ad una persona che anche per una banalità diventa violento, irascibile, aggressivo, che ti accusa –anche se colpa non ne hai?

Avete idea di cosa si prova ad aver paura-ma di quelle che ti scappa la pipì- quando inizia a sbattere i pugni su qualsiasi cosa, quando la rabbia è fuoco nei suoi occhi e ti guarda come se fossi il diavolo in persona? Avete idea di cosa si prova fingere a se stessi che è solo un momento, che poi passerà? O quando ti fai mille domande e magari cerchi di capire dove hai sbagliato, colpevolizzandoti, ne avete idea?

Avete idea di come la tua vita diventa “oggetto suo”, ti priva prima degli amici, poi ti impone dei diktat, poi inizia a mettere bocca nel tuo lavoro, sui tuoi accordi lavorativi, sino ad allontanarti da tutto. Ne avete idea?

Avete idea di come “quell’uomo” riesca a spegnere quell’uragano di vitalità, energia, spensieratezza, gioia che sei? E’ come se un albero si spogliasse di tutte le sue foglie anche se non è autunno. Ti spegni. Ti annulli. Ti cancelli.

Avete idea di cosa si prova ad essere abbandonati su una strada di notte solo perché “hai osato” dire di voler tornare a casa. Perché casa dei tuoi genitori è sempre il porto sicuro dove vuoi tornare.

Vi potrei chiedere altri dieci, cento “avete idea”, ma preferisco fermarmi qui.

 

Direte e penserete: “gli uomini violenti vanno lasciati e subito. Ai primi segnali”, sapete se lo ripetono anche le donne che prendono coscienza di essere annullate, violentante psicologicamente, fisicamente, donne che si sentono oggetto, ma non è sempre così facile e sapete perché? Perché la paura si amplifica, arrivano le scenate sotto casa, arrivano i messaggi che fanno paura, le ansie si moltiplicano, e nel frattempo ti sei spenta totalmente: non sorridi più, non hai più tutta quell’energia, ti senti una stupida: “perché i segnali c’erano” (te lo dici da sola) e sai di non essere tutelata da nessuno: se denunci non possono agire, infondo e –nella stragrande maggioranza dei casi- è un incensurato, e poi secondo il nostro sistema giuridico alla prima denuncia non si può intervenire. Che poi anche alla seconda, terza, centesima non è che sempre ci siano interventi di tutela, a volte sono delle misure di allontanamento che poco o nulla fanno. Così decidi di fare da sola, farti aiutare, supportare e proteggere dalla tua famiglia. Esci con gli amici-almeno sei in compagnia-, cambi abitudini, blocchi numero, social, porti con te sempre il telefono-si sa mai qualcosa- e speri (forse egoisticamente ed in cattiva fede) che lui possa distogliere il suo sguardo e magari invaghirsi di un’altra-mentre ti ripeti: ”poverina”-.

E quando le cose si placano –nella migliore delle ipotesi che auguro a tutti che possa essere così- ti ritrovi con la famiglia che è indebolita e sfinita, ma è stata la tua salvezza, pochi veri amici al tuo fianco, sono passate settimane e mesi e sei ritornata quella che eri con la tua vita, i tuoi difetti, il tuo carattere, ed una sera ti ritrovi a parlarne come se stessi parlando in terza persona, come se tu stessi raccontando la storia di qualcun altro, non la tua.

Ma non sempre ahimè, ahinoi così, a volte c’è una tomba che aspetta le donne che non potranno parlarne più e non potranno più riprendersi la loro vita.
Agiamo, Agite subito, adesso, non c’è più tempo.

 

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In corsia tra i malati oncologici, Insieme per la battaglia più importante della vita

FB_IMG_1511987989951In corsia, tra i cubicoli ospedalieri, tra i pareri dei medici e le terapie da somministrare. Toccante, forte, ma viva come in effetti è la vita, il DH dell’ospedale in cui ogni giorno vengono somministrate a decine di pazienti fiale di chemioterapia è un groviglio di volti segnati, sofferenti, battaglieri, sorridenti, ma anche un groviglio di speranza, “perché fin quando c’è partita bisogna giocarsi tutte le carte”, dice qualche paziente. Da molti mesi mi occupo di malati oncologici e dei loro familiari, come assistente sociale e volontaria per l’associazione “Insieme per Rinascere”, li supporto, li consiglio nel percorso sociale e umano nella battaglia più grande della vita, quella della lotta al tumore. Organizzo e prendo parte ai gruppi di auto aiuto, partecipo e sposo iniziative come il make up per le donne in terapia, ma mai mi sono calata nella realtà ospedaliera fino ad ieri, quando insieme ai miei colleghi e compagni di un’avventura che sa di vita e di dedizione agli altri, sono andata al DH dell’ospedale di Pagani: pochi posti, per tanti, troppi malati, che aspettano anche ore per quel posto e per la somministrazione di quel farmaco che tutti sanno far male dopo, ma che rappresenta la speranza a cui aggrapparsi per vincere quel male arrivato d’improvviso a scombussolare i piani della vita. Il cancro è una cicatrice nell’anima. Ruba la salute, spesso la dignità, la fiducia in se stessi, la percezione di sé nel mondo. E negli ospedali esiste una vita, esistono uomini e donne che malgrado tutto continuano ad essere madri, padri, mogli, mariti o figli. Riescono a collocare nell’agenda della vita l’appuntamento per la chemioterapia fra una lavatrice o la partita di calcetto del proprio figlio. Sono uomini e donne coraggiosi e bellissimi. Ma quegli ambienti sono carichi di speranza, di dolore e di solitudine, così ieri siamo approdati con le nostre paure più intime, con il nostro sorriso, con la nostra grinta e la nostra tenacia, per essere accanto a chi ogni giorno lotta anche contro se stesso. Siamo arrivati per parlare, ma non pensate che sia stato un sopporto indegno o di rito, non ci sono state parole “non vi preoccupate”, “ce la farete”, abbiamo parlato ognuno di noi stessi, dei nostri interessi, della nostra vita, dei dilemmi amorosi, abbiamo ascoltato musica, perché ai pazienti abbiamo donato grazie ad un’agenzia di comunicazione dei tablet per accompagnarli nelle ore di terapia. Perché il cancro si può affrontare se un paziente non è solo ma ha una rete sociale, familiare, affettiva, su cui poter contare. Un sorriso, una parola, un po’ di musica per alleggerire il carico, stemperare la tensione, una piccola parentesi di leggerezza, per non sentirsi soli, con qualche piccola e sana iniezione di fiducia, con uno strumento di supporto sociale, psicologico che aiuti i pazienti a trovare la forza di combattere.

E’ stata un’esperienza unica, che mi ha infuso un’adrenalina ed una carica incredibile, dando senso al mio lavoro e alle mie idee, alle nostre iniziative come associazione. Credo che forse siano stati più i pazienti a dare qualcosa di intimo, profondo a me che forse io nell’ascoltarli e nel dialogare. Presto ritorneremo, ci saremo, perché Insieme siamo la forza. Insieme per Rinascere.

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Parto anonimo, per la Cassazione il figlio può cercare la madre

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messCon la maggiore età, il figlio di una madre che ha voluto partorire in totale anonimato ha il diritto di andare a cercarla. Lo ha stabilito di recente la Corte di Cassazione. I giudici sono intervenuti su un argomento al quanto delicato, sulla quale si sta discutendo da quattro anni, da quando la Corte Costituzionale nel 2013, aveva dichiarato illegittime le norme che impediscono, per motivi di privacy di risalire ed interpellare la mamma biologica. E’ da allora che si aspetta l’intervento del legislatore. I lavori sono iniziati dopo che alla procura della Cassazione era arrivata una richiesta di chiarimento dell’Associazione dei magistrati per minorenni e la famiglia, il primo presidente Giovanni Canzio aveva chiesto un pronunciamento alle Sezioni Unite, vista la particolare rilevanza della questione. Prima della pronuncia della Cassazione, i tribunali avevano deciso in modi del tutto diversi, in molti tribunali era stata respinta la richiesta di interpello perché in attesa dell’intervento del legislatore per dare corso alla richiesta del figlio, che il giudice interpelli in via riservata la madre naturale facendole presente la sua volontà di non essere nominata. In tribunali come Trieste, Piemonte e Valle d’Aosta è stata concessa la possibilità di interpello riservato anche senza la legge in forza dei principi dettati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e per effetto della sentenza di illegittimità costituzionale de 2013. La sentenza di Cassazione sgombra il campo da tante ipotesi e scelte diverse, infatti, si legge che, nonostante “il legislatore non abbia ancora introdotto la disciplina procedimentale attuativa”, c’è “la possibilità per il giudice, su richiesta del figlio desideroso di conoscere le proprie origini e di accedere alla propria storia parentale, di interpellare la madre che abbia dichiarato alla nascita di non voler essere nominata, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.” Stando i dati forniti nello scorso anno dal tribunale per i minori di Roma, su quindici istanze presentate prima della pronuncia della Cassazione, di figli che hanno chiesto alle madri di rimuovere l’anonimato, tredici donne hanno accettato e due hanno detto di no. Libertà di scelta. Il verdetto colma il vuoto normativo ma colma anche il desiderio di tanti bambini, oggi uomini e donne che nonostante una famiglia adottiva solida e amorevole, nonostante la loro età adulta ed il percorso di vita, sentono un vuoto che risale alle loro origini, un vuoto fatto di domande che cercano una risposta, un vuoto che vuole ricercare il volto di quella mamma che li ha messi al mondo. Una sentenza che fa gioire anche tante “mamme anonime”, che finalmente potranno far cadere quel velo segreto, felici di poter ritrovare i figli abbandonati, mentre, altre mamme decideranno di rimanere “mamme segrete”, preferendo il ricordo della nascita ed il dolore, nella maggior parte dei casi, dell’abbandono, facendo sì che molte buste, con i dati del dramma dell’abbandono, restino di nuovo blindate. Per sempre. Nei cassetti di un tribunale.

 

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Dulcis in Fundo, quando il cioccolato è questione di legalità

img_0217Siamo a Casal di Principe, in provincia di Caserta, dove in un bene confiscato alla camorra, che prima apparteneva ad un boss, è nata la cioccolateria sociale “Dulcis in Fundo”, i cui cioccolatai sono persone molto speciali, sei giovani affetti da disabilità. Il progetto ha la firma della cooperativa “Davar” , che gestisce la cioccolateria dallo scorso Ottobre. L’esperienza di “Davar Onlus” nata nel 2003. La cooperativa sociale ha preso vita grazie all’incontro di alcuni ragazzi dell’Azione Cattolica della Parrocchia di San Nicola di Casal di Principe, la chiesa di Don Peppe Diana, il sacerdote assassinato il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della sua chiesa mentre si apprestava a celebrare la santa messa. Un camorrista lo affrontò con una pistola e cinque proiettili vanno a segno: due alla testa, uno al volto, uno alla mano ed una al collo. Don Peppe Diana morì all’istante, lasciando ai giovani un testimone: credere nella legalità. Così i giovani della cooperativa sociale “Davar” hanno lanciato questa gustosa iniziativa con lo scopo di promuovere l’inserimento di ragazzi disabili nel mondo del lavoro, favorendo non solo il ritorno all’artigianato ma soprattutto utilizzare la cucina come strumento terapeutico, che consente di stimolare i sensi e la sperimentazione, così i ragazzi riescono a fare dei progressi e a migliorare soprattutto le loro condizioni sotto l’aspetto psicologico. Non solo inserimento lavorativo, ma grazie a questa cooperativa sociale, un bene confiscato alla camorra riesce a vedere la luce, diventando simbolo di legalità, di riscatto, grazie anche alla regione Campania, che ha finanziato i lavori di ristrutturazione, con l’aiuto anche di “Fondazione con il Sud” nell’ambito del progetto “La res” rete economica sociale, che ha provveduto al cofinanziamento delle attrezzature. Sei giovani con disabilità e difficoltà diverse ogni giorno, specie nei giorni prenatalizi lavorano a pieno regime, tra cioccolato e pasticcini d’ogni genere: qualcuno è paraplegico, qualcuno ha qualche ritardo psichico, qualcuno un ritardo nello sviluppo, ognuno di loro ha una storia dura e dolorosa alle spalle, per loro questa non è solo un’occasione di lavoro ma è sinonimo di autonomia ed indipendenza. Lasciando fuori dalle mura del laboratorio i pregiudizi, producendo solo speranza. Prima del grande passo in laboratorio i ragazzi hanno seguito un corso di formazione, di tre mesi, con un maestro cioccolataio, perché in “Dulcis in fundo” si lavora solo cioccolato puro: al latte, bianco e fondente, solo un prodotto di qualità. Manca ancora un passaggio: i ragazzi non sono assunti, percepiscono solo un rimborso spese, al momento sono tante le spese ed il cioccolato non può essere ancora venduto, se non in qualche mercato comunale e le persone che riescono il valore del cioccolato prodotto da “Dulcis in fundo” si recano direttamente in laboratorio lasciando un’offerta a loro piacimento. Servirebbe una rete commerciale, una rete di punti vendita che supporti e venda nei propri negozi questo cioccolato prodotto in un laboratorio dove l’unica sindrome di cui è affetto è quello della golosità.

 

Articolo pubblicato su: “ildenaro.it”

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Amore amaro/ Infarto d’amore 

Quando un sentimento che sin da bambini abbiamo imparato a chiamare “amore” finisce, senti una fitta al cuore, come se fosse in corso un infarto, ti logora dentro e le luci del palcoscenico della vita si spengono, ad una ad una, un po’ per volta, lentamente, la terra la senti muovere sotto i tuoi piedi, come un improvviso e spaventoso terremoto, una tristezza infinita ti pervade come se il mondo stesse piangendo la più grande catastrofe del mondo. Immobile resti a sfogliare i ricordi, mentre la tua mano non stringe più quella di chi hai amato, mentre i progetti naufragano nel mare del “mai”, mentre la giostra della felicità e del “tutto va bene” s’ inceppa, lasciandoti all’ultimo e penoso valzer della vita, quello in cui devi fare i conti col “ripartire”, il “ricominciare”, dove devi ripuntare la bussola della vita, orientare i tuoi giorni, riallacciare nuovi nodi e salpare per mari ignoti e sconosciuti.

Mari che sanno di incertezza e di solitudine, mari che dovrai conquistare con una ferita al cuore in più, diventando abile ed esperto marinaio del “mal d’amore”.

Quando un amore giunge al capolinea e l’altra persona ha lasciato la nostra vita per sempre, qualsiasi esso sia il motivo, sembra che tutto sia controcorrente, ingiusto, folle e cattivo. Ti accorgi che delle abitudini devono andare in pensione e lasciare il posto a delle altre. Inizi ad assaporare un tempo nuovo e diverso, fatto di cose che devono “riempire”, di notti che riassaporeranno il gusto del sonno, di giornate che avranno un sole tiepido ma pur sempre un sole, che ha voglia di essere vissuto, nonostante tutto. Impari che nonostante tutto si continua a vivere ed il mondo continua a girare, ad esserci e a vivere. Impari ad incassare, rimuginare e respirare più forte per non far prevalere quel senso di vuoto, di mancanza, quel nodo alla gola che sembra non farti respirare.

Impari che l’amore spesso e’ ingiusto quanto anche folle. Impari a non guardare o a cercare disperatamente il cellulare. Impari a non dar più peso a quel “ti hanno cercato”. Impari a darti al silenzio, perché le parole non servono più e non basterebbero a colmare e a riparare errori. Impari che ci sono mille modi d’amare e tra questi quello egoistico. Impari che a volte siamo troppo presi ed avventati nei sentimenti. Impari a farne a meno, perché infondo il tempo che fino a qualche attimo prima non ti era amico, sta facendo il suo corso e proprio lui diventerà da nemico ad amico e ti aiuterà come un’abile dottore a riabilitarti dopo un infarto d’amore

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Racconti d’attesa/parte 6 Lei è parte di me. Non la lascio sola. 

Arturo è lì con i suoi occhi di ghiaccio che tanti anni fa hanno rapito la sua Maria. È lì col suo busto retto e dritto, da sergente dell’esercito, con le sue rughe che segnano i suoi 75 anni, i suoi capelli d’argento che mostrano il tempo di una vita che scorre via. È lì in quella sala d’attesa di una rinomata clinica campana, in attesa di vedere l’amore della sua vita, ricoverata da pochi minuti e in attesa di un intervento nel reparto di ortopedia. Arturo è perso in quella sala d’attesa che sa di vuoto, di troppe voci che si susseguono, è solo con la sua malinconia, la sua paura, la sua tristezza, solo in attesa che tutto possa finire. Il sole di Luglio batte forte, fa caldo, Arturo sa che le sue figlie sono lontane e al mare, mentre lui naviga nel mare della speranza e della paura. Solo su quella sedia, aspettando che passino i minuti, li conta col ritmo delle gambe, aspetta di poter abbracciare e baciare per pochi secondi, quelli che precedono il passaggio dalla camera “223” alla sala operatoria, la sua Maria. Lo chiamano, il suo volto si colora, è felice, ma la sua è un’aria già stanca e malinconica. Dopo pochi minuti ritorna nella sala d’attesa, il suo posto lo ha perso, si siede accanto a me. È fermo, con lo sguardo perso nel vuoto, ha paura, teme per sua moglie. Come è strano vedere un uomo grande e grosso, che sicuramente ne ha passate tante nella sua anziana vita, così in pena, così perso senza l’amore, quella della sua donna. Nelle sale d’attesa si parla tanto, è un vocio continuo, un bisbiglio continuo, lo sento ancora nelle orecchie, specie la notte quando mi sveglio e mi fermo a pensare a me in quelle sale d’attesa, alla gente incontrata, alle loro storie, da cui traggo sempre, seppur a distanza di tempo un insegnamento, una morale, come nelle favole che fa bambina mi raccontava il mio papà, seppur le cambiava, ma certo non mi preparavamo così tanto alla vita, quella di oggi, quella imprevedibile, disgraziata, che dietro l’angolo ti tira un tranello, così all’improvviso e a suo piacere. Così Arturo per caso si gira verso di me, mi vede “così giovane”, comincia a domandarmi chi sono, perché sono lì, cosa faccio nella vita. Ero lì per mia mamma, certo un amore diverso dal suo, ma pur sempre un amore. Gli racconto del rapporto, del legame che io e mia mamma abbiamo, ne rimane colpito, perché secondo lui appartengo ad una generazione di un tempo e non di oggi. Ma chissà come sono i ragazzi di oggi, forse sono meglio di quello che pensiamo, io lo penso. Non so voi. È quando gli chiedo perché è lì che Arturo resterà per sempre nel mio cuore, mi raccontò di un amore che dura da 50 anni, che sua moglie è il suo punto di riferimento, la sua ancora di salvezza, di una donna sempre per la famiglia, per lui. Che un giorno di primavera, mentre facevano una passeggiata è inciampata e la sua anca si è frantumata, così ora dovevano metterle una protesi all’anca, per cui l’intervento richiedeva un po’ di tempo e pazienza da parte sua. Lui che invece non aveva pazienza, non aveva né mangiato e né bevuto, era diabetico e cardiopatico. Quasi una sfida a chi stava peggio tra marito e moglie, eppure erano l’uno il bastone dell’altro. Quando siamo saliti in reparto, è entrato nella camera della moglie di tutta fretta, ha accennato un saluto veloce, con un sorriso felice e appagato. Gli hanno impedito in tutti modi di starle accanto perché era un uomo in un reparto femminile, perché doveva riposarsi, ma lui non si voleva schiodare da lì, voleva starle accanto, cascasse anche il mondo lui doveva esserle accanto, supportarla e darle amore, quell’amore e quel supporto che per anni aveva dato lei a lui. Era il suo personale modo per dirle “Ti amo”. Cercava di farla ridere, di farla distrarre dopo dai dolori dell’anestesia, mentre lui era ancora digiuno. Così si accasciò a terra per un malore e l’ultima volta che ho visto quell’uomo era su una barella mentre veniva trasportato nel vicino ospedale. Quell’amore che provavano era anche quello che li separava in quel momento e che per uno strano scherzo della vita li portava entrambi in ospedale ma lontani. 

Hanno così avvisato le figlie, forse loro hanno capito una lezione che l’amore anche da anziani può essere vivo, ma esiste anche l’amore dei figli che hanno diritto a far sì che esista e che viva. Sicuramente possiamo trarre un insegnamento che l’amore vero, unico, sincero, disinteressato esiste ancora ed è bene tenerlo stretto o aspettare che arrivi. Ed è bene pensare che gli uomini sotto sotto hanno un cuore che batte e senza l’amore della loro vita sono persi, come bussole che perdono la direzione.  

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Racconti d’attesa/parte5 Diagnosi d’attesa. Cosa significa attendere?

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In attesa. Sei fermo. Come chiuso in una scatola, senza poterti muovere, al massimo puoi fare qualche passo avanti e indietro. Consumando la suola delle scarpe ed il pavimento. In attesa. Di una buona notizia o di una brutta notizia e comunque impaziente. In attesa del tuo turno annoiato, preoccupato, indifferente. In attesa il tempo si dilata. Diciamo sempre che ci piacerebbe pensare, leggere, ma manca il tempo. Sfruttiamo l’attesa dal medico, alla fermata dell’autobus, verrebbe da pensare. Le sale d’attesa sono non-luoghi: non accade niente, non si può far niente se non aspettare il proprio turno. Il tempo a disposizione diventa tempo nemico. Ti si ritorce contro. Le sale d’aspetto degli ospedali tra tutte sono le più solitarie: cariche di tensioni, pensieri, preoccupazioni. Prima che incontrassi molte sale d’attesa di ospedali e cliniche, pensavo che fosse l’ultimo posto dove ci fossero dei racconti. Ecco che poi quei racconti-con personaggi veri, ma da identità celate, sono diventanti i protagonisti dei miei “racconti d’attesa” in questa sezione del mio blog.

Le sale d’attesa ci insegnano l’amore quello vero, sincero, eterno, ma anche l’amore che manca, quello che ormai non guardiamo più. Chissà poi perché. E’ forse quando attendiamo in una sala d’attesa che ci rendiamo conto di quanto sia importante l’amore, di quanto sia difficile attendere.

Le sale d’attesa. Ne aveva frequentate tante negli ultimi tre mesi. Da giugno era tutto un avvicendarsi di appuntamenti per esami e visite, da quando un semplice dolore l’aveva colta di sorpresa mentre cucinava l’ennesimo pranzo per la sua famiglia, sempre distratta, sempre indaffarata. Ora quel dolore che le bloccava parte del corpo doveva pur avere una causa. E proprio quella si cercava. Gli ospedali non erano nelle sue corde, anzi, li detestava. Gli odori, i colori e ogni cosa le ricordava il suo passato, quando, dopo qualche anno dal suo matrimonio si era ritrovata negli ospedali prima per suo figlio, poi per suo marito. Ed ora eccola lì, seduta su una poltrona scomoda ad aspettare il suo turno per l’ennesimo esame. L’avevano già rivoltata come un calzino, aveva provato ogni disperata terapia, cura. Tutte inutili. Di ospedali ne aveva girati ma non aveva mai fatto caso a quanto fossero fredde, squallide le sale d’attesa, non si era mai soffermata a guardare con occhi che sanno vedere, forse perché le occasioni erano sempre state poche e mai così prolungate nel tempo. Mancava il senso dell’accoglienza, spesso proprio dagli stessi medici, dagli stessi infermieri. Spesso si è solo un numero e non un paziente, un essere umano con la sua storia, la sua vita, il suo dolore. Insensibilità all’altrui dolore? Un modo per distaccarsi dal paziente non lasciandosi coinvolgere? Non avrebbe saputo dare una risposta certa, forse entrambe le cose o forse, semplicemente, funzionava così. Un atteggiamento che procura più dolore. Chi soffre, chi è in ansia, chi è in attesa di conoscere una diagnosi negativa ha diritto ad un sorriso, ad una parola di consolazione, anche silenziosa. E a volte arriva in quelle fredde e lunghe attese proprio da altri pazienti, dai familiari che li accompagnano, dove nascono amicizie, dove a volte ci si ritrova, ci si riconosce nelle storie altrui. Lei osservava ed ascoltava tutto e registrava ogni minimo palpito. Perlopiù rimaneva in silenzio. Qualche volta era imbarazzante. C’è chi nelle sale d’attesa si racconta come un fiume in piena, chi invece, resta nel suo rigoroso silenzio. Faceva fatica a raccontarlo alle persone care, figuriamoci agli estranei in attesa. Nessuno ancora sapeva dei controlli nella cerchia dei parenti e degli amici. In casa si era deciso di aspettare la certezza, di avere la conferma definitiva per non allarmare inutilmente, visto che l’ipotesi che si affacciava era molto “pesante”. Lei ancora non voleva crederci, non voleva accettare che da un banale dolore al torace, le si stava aprendo un baratro, un altro mondo, dalla quale voleva fuggire. Era l’ultimo appuntamento in agenda, in una struttura del tutto nuova. Un ambiente del tutto diverso. C’era arrivata su consiglio di un amico medico, che le aveva assicurato la struttura ed anche il reparto di oncologia. Lei ci sperava, sperava ancora in una diagnosi positiva. Perché l’attesa è anche speranza. Perché l’attesa ti porta a pensare che è solo un brutto sogno, che prima o poi ti risveglierai. Perché l’attesa ti porta a pensare che è un film, che non sei tu la protagonista, che nei titoli di coda uscirà scritto che è frutto della fantasia o di un ennesimo abbaglio. Ma se non fosse un abbaglio, se i titoli di coda riportassero il proprio nome? Di certo si spegnerebbe la speranza ma anche l’attesa di una diagnosi, dopo mille pellegrinaggi e volti e visi visti, ma cosa resta ad un malato oltre che il dolore e il male di cui è affetto? Non so bene, o forse lo so ma non voglio accettare quello che vedo. Perché io nelle sale d’attesa la gente la guardo e quando una donna ha un foulard in testa, gli sguardi diventano “diversi”, “strani”, sembrano puntargli il dito contro, sembrano vogliano dirgli “sei malata”, oppure “guarda quella lì”. Credo che non abbiamo ancora rispetto delle persone e della malattia, non apprezziamo il coraggio e la loro voglia di vivere, il loro lottare e non capiamo che in quel momento ci stanno dando una grande lezione di vita e forse vorrebbero che tutti noi gli tendessimo la mano. Ecco perché ho anche imparato ad ascoltare nelle sale d’attesa gli altri, la loro vita, i loro racconti, fino a perdermi dentro.

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Racconti d’attesa/parte3. Medici che vanno oltre…

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Cos’è l’oltre? Una sottilissima linea tra l’osare e il non osare, il fare e il non fare, l’esserci e non l’esserci. L’oltre è quel qualcosa che fai. Punto. Ma l’oltre non è da tutti e non è per tutti. L’oltre non pensi di trovarlo in un ospedale, in una clinica, in una sala d’attesa e ancor di più in un medico ed invece la vita nella sua straordinaria imprevedibilità ti sorprende. Negli anni, per svariate avventure-disavventure della vita e della salute ho incontrato diversi medici ma mai nessuno era riuscito ad andare oltre, entrando nelle mie grazie, ma ancor di più stupendomi e facendomi conoscere quel lato umano e sincero dei medici. Ho incontrato il professor Pierluigi Cillo, perché nel suo studio ho portato mia mamma, il miglior ortopedico che possa esistere in una sanità che spesso ci racconta una pagina negativa, brutta e controcorrente. La paziente era lei, ma lui mi ha guardata e poi ha iniziato a visitarmi con i suoi modi anche “bruschi”. Ero confusa, mi dicevo che non avesse capito chi era davvero la paziente. Non mi conosceva ma stava per darmi una grande lezione di vita. Da sempre ho una postura non proprio corretta, più un atteggiamento, un’abitudine, che certo ad un attento e bravo medico non passa inosservata, specie se è il suo mestiere. Non solo mi ha visitata con mio stupore, anche perché non ero lì per me e non mi sarei aspettata mai quella visita, quell’attenzione ma ancor di più da uno sconosciuto che per la prima volta mi vedeva non mi sarei aspettata quelle parole che mi sono arrivate dritte al cuore e alla mente, sarà stato per i suoi modi, sarà stato per il fatto che non lo conoscevo, quindi mi colpiva ancor di più. E bene, mi disse che nella vita se avessi camminato ancora così non solo per salute avrei avuto problemi, ma che nessuno mi avesse presa sul serio, in considerazione, mi avrebbero scartato ad un colloquio di lavoro, perché più dell’85% è giocato proprio dalla postura. Sicuramente quelle parole non furono bellissime, ma non si fermò lì, mi disse che mi comportavo così perché io dicevo al mondo “scusate se esisto” e che non avevo nulla da nascondere o da chiedere scusa. Furono queste le ultime parole che mi disse sulla soglia della porta all’uscita del suo studio, quando vide che tutto il discorso fattomi in precedenza non era servito a niente, perché stavo uscendo con quella stessa postura di prima dal suo studio. E bene, quelle parole finali mi colpirono, perché aveva capito la mia timidezza, il mio chiedere continuamente “scusa”, senza neppure conoscermi e con la sua età, il suo sapere, la sua esperienza, mi voleva svegliare, farmi aprire gli occhi. Io non le ho dimenticate quelle parole, anzi, ne ho fatto il mio monito, il mio motto di vita perché è vero di cosa dovremmo mai vergognarci? Di una cicatrice, di una benda che portiamo, o ancor di più di cosa dobbiamo scusarci? Quindi schiena dritta e testa alta sempre. Spalle dentro e petto in fuori, potremmo sembrare “atteggiate”, modelle snob, per qualcuno, ma lasciamo parlare gli altri, infondo se qualcuno non parla non vive. Il chiacchiericcio è sempre esistito e sempre ci sarà, ma noi? Noi possiamo essere quello che siamo e senza vergognarci.

Le sale d’attesa mi hanno insegnato e mi stanno insegnando tante cose, che cerco di trasmettere tra le pagine del mio blog, tra un commento ed una critica, tra un approfondimento e l’altro. Lo faccio perché le storie che gli altri mi raccontano, quelle che mi insegano a vivere o a “campare” come si dice dalle mie parti, quelle che mi emozionano, che mi rendono più umana, quelle che mi fanno conoscere, riscoprire il sapore dell’amore e non dell’amaro, quelle che mi stupiscono sempre e comunque, vorrei che fossero non solo un mio bagaglio, una mia esperienza ma l’esperienza di tutti, affinché un piccolo insegnamento tutti possiamo trarlo o quantomeno stupirci, perché oggi è così tanto difficile stupirsi nel bene. Ma ancor di più vorrei che chi mi leggesse, chi mi segue: che sia giovane o anziano, ragazzo o adulto, possa capire qualcosa della vita, delle storie personali, perché io nella vita, nelle storie cerco di trovare l’altra faccia della medaglia, per trarne in un insegnamento, altrimenti sarebbero storie solo udite e non ascoltate. Ed anche il professor Cillo mi ha dato una bella lezione di vita, forse la migliore, che mi ha scossa e fatto aprire gli occhi e vorrei che gli occhi li aprissero quelle ragazze che magari portano la macchinetta, gli occhiali, che hanno i brufoli, che sono un po’ tonde, che hanno una cicatrice, una benda, che non si vestono magari alla moda, o che hanno mille altri “difetti”, mille altre problematiche: non vergognatevi di quello che siete e camminate a testa alta sempre perché non avete nulla di cui vergognarvi o di cui chiedere scusa, perché se non avete rubato, ucciso, allora non avete fatto niente.

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