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Ferite a morte. Pene dimezzate per gli orchi del femminicidio, una sconfitta per la società civile

untitledUno aveva agito in preda ad una “tempesta emotiva”, l’altro perché lei lo aveva “illuso”. Sentenze che pongono al centro il comportamento della vittima ed i sentimenti – sentenza dei “risentimenti” di un uomo che colpisce a morte la propria compagna di vita- pare proprio che abbia un peso nelle aule di tribunale. Una relazione altalenante e burrascosa o un’infanzia anaffettiva possono costituire attenuanti e alleggerire la condanna per un reato tanto agghiacciate e che non può trovare scusanti. Per entrambi gli autori di femminicidi, le pene per aver ucciso le moglie e le compagne hanno avuto una forte riduzione: da 30 a 16 anni di reclusione. Immediata l’indignazione. In un caso, il 57 enne emiliano, aveva confessato di aver strangolato a mani nude la compagna perché non accettava l’idea che lo lasciasse. Condannato a trent’anni in primo grado, la Corte d’Appello di Bologna ha dimezzato la pena a sedici anni, richiamando la perizia secondo cui l’uomo era in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”, testimoniata dal tentativo di suicidio. Dieci giorno dopo la sentenza emiliana, la stessa pena viene inflitta al 52 enne ecuadoriano che nell’aprile del 2018 a Genova uccise accoltellando la moglie dopo aver scoperto che lei non aveva lasciato l’amante, come invece gli aveva promesso. Nel suo caso il rito abbreviato gli ha concesso una condanna a sedici anni. Il giudice nella sentenza ha scritto che l’uomo era stato mosso da un “misto di rabbia e disperazione, profonda delusione e risentimento” e avrebbe agito – sempre stando a quanto scrive il giudice – “sotto una spinta di uno stato d’animo intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. Le sentenze vanno rispettate, ma anche le vittime e le famiglie che restano a piangere dovrebbero esserlo: considerare ogni caso singolarmente e concedere riti speciali sono quando ritenuto opportuno potrebbe essere un primo passo. Quando i giudici scrivano che lo stato d’animo dell’ecuadoriano “non è umanamente del tutto comprensibile” sembra proprio che affermino che è umanamente comprensibile, lasciando trasparire tra le righe una sentenza di condanna all’atteggiamento fedifrago e contraddittorio della moglie. Lei gli ha solo promesso qualcosa che non ha mantenuto: fedeltà continua. Non è la prima e non sarà l’ultima donna a tradire il proprio compagno di vita, bisogna solo capire se questo debba essere considerato come un’aggravante o un’attenuante, quando dall’infedeltà si passa all’omicidio. Ma non sarà il primo né l’ultimo uomo al mondo ad aver avuto un’infanzia infelice e ad essere preda a “soverchiante tempesta emotiva e passionale” come nel caso del 57 enne emiliano. Nei cosiddetti delitti passionali e in tutti i femminicidi compiuti da uomini che non accettano di essere lasciati, ci sarà una componente emotiva. Una donna che decide di lavorare, una ragazza che decide di lasciare il proprio fidanzato, ogni donna che sceglierà provocherà una reazione emotiva, che non possono in alcun modo diventare attenuanti, non solo in fase processuale, ma ancor di più nella nostra cultura. La percezione che nasce da queste sentenze è che ci sia un ritorno al “delitto d’onore” che in passato era previsto nei casi di omicidio commesso da un uomo o da una donna nei confronti di un parente per “difendere l’onore suo e della sua famiglia” in caso di tradimento. Le analogie con il caso di Genova riguardano il legame di parentela tra omicida e vittima, e il più mite trattamento sanzionatorio, che nel caso del delitto d’onore prevedeva fino a un massimo di sette anni di carcere. Rievocarlo è suggestivo, ma le similitudini si possono constatare. Intanto, ci si chiede a che punto sia l’iter di approvazione del “codice rosa” che prevede una corsia preferenziale per le donne che denunciano abusi e violenze. Il testo sarebbe “un punto di svolta importante” –ha affermato il titolare della giustizia Alfonso Bonafede. Nel presente però queste sentenze hanno un forte impatto sull’opinione pubblica e stiamo correndo un duplice rischio: che la pena risenta della sensibilità dei giudici e che qualcuno inizi o ricominci a considerare il comportamento di una donna come la causa di una reazione violenta, di un atteggiamento prevaricatore, di un omicidio. E questo non possiamo permetterlo. Un paese democratico, un paese che tutela i diritti, che tutela le donne, che scende in piazza tra scarpe rosse e fiaccolate, non può permetterlo.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Gender Pay Gap: una donna italiana che lavora è pagata meno di un uomo. Perché?

untitled 2Mimose e cioccolatini hanno celebrato anche quest’anno la donna, quasi una contraddizione in un panorama di incertezze e violenze che da tempo accompagnano le donne, ma i giorni che celebrano le ricorrenze diventano anche momenti di riflessione, una su tutte le donne nel panorama lavorativo. Mind the gap: attenzione non tanto al vuoto tra il treno e la banchina, come annunciano gli avvisi all’interno delle stazioni, ma tra la propria scrivania e quella del collega. Il gap in questione, quando si parla di occupazione femminile, è il divario retributivo a seconda del sesso di appartenenza, ribattezzato “gender pay gap” ed è un fenomeno molto diffuso, più di quanto si possa pensare. In altre parole significa che due persone, a parità di inquadramento e funzione lavorativa, hanno retribuzioni diverse in base al sesso: solo perché una è uomo e l’altra donna. Una discriminazione che pesa sulla busta paga ed espressamente vietata per legge: la parità di retribuzione a parità di lavoro è uno dei principi fondamentali dell’Unione Europea, ma di fatto realmente esistente. Infatti, il numero che produce il gender pay gap, viene monitorato dall’Eurostat costantemente. Dapprima con un’analisi statistica, calcolando la retribuzione oraria lorda media delle donne confrontandola con quella degli uomini, a parità di mansione. Il risultato in percentuale, detta gender pay gap medio, dice che in Europa le donne guadagnano in media il 16.3% in meno all’ora rispetto ai loro colleghi uomini. Ma non finisce qui: se si analizza il gender pay gap a livello salariale annuo si calcola il cosiddetto divario retributivo complessivo tra uomini e donne. Non si tiene conto solo della paga oraria ma si deve tener conto anche dell’effettivo numero di ore lavorate, dei permessi richiesti e di eventuali part-time ed in questo caso il divario tra uomini e donne cresce fino al 39% in Europa. Guardando a casa nostra, il pay gap medio, si attesta al 5.5%, mentre quello complessivo arriva al 43.7%, superando di gran lunga la media europea. Siamo l’unico paese d’Europa dove la differenza è marcata. Il motivo è presto spiegato: nel settore pubblico il 56.2% della forza lavoro è femminile e nei contratti di pubblico impiego c’è sostanziale parità di retribuzione su base oraria ma le cose cambiano radicalmente quando parliamo di opportunità di carriera, e quindi di stipendio: cambiano nel settore privato come in quello pubblico. Secondo i dati Istat: esclusa la scuola, dove il 66% dei casi le donne hanno ruoli di vertici, negli altri campi, come ad esempio in polizia, le donne al comando sono solo il 13%, in ambito universitario il 22%. Ma la vera impennata del gender pay gap complessivo, così sfavorevole per le donne, è dato dal settore privato, dove le donne prendono in busta paga il 29% in meno dei loro colleghi uomini di parigrado. Rabbia ma realtà, anche perché il tutto avviene nell’assoluta legalità. Se nel settore pubblico si accede mediante concorso pubblico e non è consentito al datore di lavoro di applicare una politica retributiva “intuitu personae” come accade nel privato, dove due pari grado in una stessa azienda avranno stipendi diversi tra loro, nel rispetto comunque della legge. Una discriminazione illegale ma nei fatti lecita, difficile da denunciare, inutile appellarsi alla “discrezionalità” del datore di lavoro, reclamare compensi pari al collega, salvo in alcuni casi eclatanti, è davvero complesso. Chiunque lavori nel settore privato sa bene di cosa stiamo parlando. Possibile che nel cuore del 2019 non si possa ancora colmare questo gap? Qualcuno in Europa ha affrontato il problema: l’Islanda che ha varato lo scorso anno una normativa valida per ogni azienda pubblica o privata con più di venticinque dipendenti che prevede sanzioni per i datori di lavoro che non dimostrino l’assenza di discriminazioni salariali. Obiettivo che l’Islanda si è posta è quello di eliminare il gender pay gap entro tre anni. Sulla stessa linea anche il Portogallo, che sembra aver intrapreso la stessa strada. In Italia il dibattito sembra solo alle fasi iniziali ma la speranza è che l’attenzione sul tema resti alto e che ognuno faccia la propria parte per rendere questo Paese all’altezza delle donne partendo dal lavoro, chiave principale dell’indipendenza umana e femminile.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Violenza sulle donne, come aiutare le vittime

untitled 2Umiliate, sminuite, picchiate, maltrattate, uccise. Un’ignobile guerra degli uomini contro le donne. Violenze ed omicidi che si consumano tra le mura domestiche e per mano dell’uomo che si è scelti in nome di un sentimento nobile: l’amore. Uomini che lasciano posto all’ossessione per la donna che professano di amare, diventando gelosi, aggressivi e violenti. L’uomo che diventa orco, un tormento, un calvario fatto di minacce, persecuzioni, telefonate, che cristallizzano le donne nella paura, che molto spesso subiscono in silenzio e la cronaca ci racconta l’epilogo, spesso, tragico. E’ un pugno dritto allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conventi e padri che hanno ammazzato la “loro” compagna di vita. Bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate, e da anni ci imbattiamo. Molti uomini divenuti assassini li abbiamo visti in salotti televisivi recitare un “copione” ben definito. Lacrime e parole amorevoli, inviti alle loro consorti, mentre, ormai erano già morte e per mano loro. Una carrellata di assassini. Facce normali. Facce semplici. Facce pulite. Facce serene e rassicuranti. Eppure covavano una ferocia in un’esistenza apparentemente anonima. L’amore e la passione non c’entrano nulla, né i “raptus” di follia. Gli omicidi di donne sono una vera e propria esclation di violenza, fino ad uccidere. Sono morti annunciate. Morte che camminano. Sono omicidi premeditati. Si resta sconcertati dinanzi alle storie e alle morti delle tanti, troppe donne mentre sembra inarrestabile questa guerra contro le donne da parte degli uomini. Troppo spesso al sospetto o alla certezza di un maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare sentimenti di rabbia o peggio, incredulità. Fare i conti con la violenza domestica significa mettere in gioco i propri sentimenti e pensieri, confrontarsi con i preconcetti e prendere una posizione. Questo non è sempre facile, soprattutto se si conosce la vittima e chi esercita violenza, perché, credere e denunciare, significa schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza. Va detto che esistono dei campanelli d’allarme che possono essere facilmente riconosciuti e che possono aiutare a comprendere se una donna sta subendo violenza. Sono diversi gli indicatori: da un aspetto psicologico: stati d’ansia, stress, attacchi di panico, auto colpevolizzazione; ad uno stato comportamentale insolito e che non le appartiene: ritardi o assenze a lavoro, agitazione per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite; infine, l’indicatore fisico: contusioni, bruciature, lividi. Bisogna aprire una strada verso il dialogo, anche se non siamo professionisti, mostrandoci attenti, pronti all’ascolto ed evitando le interruzioni: quando una donna si apre che sia l’amica o una conoscente con la quale ha rotto il muro del silenzio, è importante lasciarle tempo e spazio per esprimersi, improntando un dialogo di confronto con serenità, calma e tranquillità, ciò ci consentirà di capire meglio se chi conosciamo è vittima di una qualche forma di maltrattamento. E’ importante rapportarci a lei con l’intenzione reale di volerla aiutare prima di offrirle il nostro aiuto. Non si è mai conoscitori della violenza domestica ed è per questo motivo che è bene informarsi, documentandosi o confrontandosi con un centro antiviolenza. Non lasciamoci prendere da soluzioni rapide, definitive e semplici; spesso istintive e naturali. Mostrarsi partecipi e soprattutto crederle dimostrandoglielo e dicendoglielo è molto importante. Non stupirsi del fatto che il racconto può far emergere sentimenti incongruenti nei confronti del compagno nonostante il suo racconto di violenza. Ci sono donne che provano compassione, amore, ma anche odio e paura nei confronti del loro compagno. Si tratta di donne che tendono a giustificare la violenza da parte degli uomini o a colpevolizzarsi in prima persona, per cui bisogna aiutarla a farle capire che la violenza, qualsiasi essa sia non ha alcun motivo per esistere. Donne umiliate nell’animo, si sentono indebolite, fallite, nulle, ma bisogna farle capire che ogni donna è artefice della propria vita, della propria felicità e che ha un potenziale nel riemergere più forte di prima, più forte della violenza. Man mano che il discorso scorre è bene cercare di capire il clima casalingo, specie se vi sono armi in casa, servirà per chiarire la pericolosità della situazione che sta vivendo. E’ bene, se non siamo professionisti evitare di dare giudizi o consigli ma supportarla nel chiedere aiuto alle autorità ed ai professionisti competenti. Il nostro supporto, la nostra vicinanza diventano essenziali non solo per il clima di fiducia creatosi piuttosto perché si tratta di una donna che lentamente si è dissociata dalle amicizie, dal rapporto con l’esterno, isolandosi. Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di tentativo di abbandono o denuncia. Spesso è per questo motivo che la donna non denuncia, ma farle capire che la tutela dei suoi figli passa prima di tutto da un clima sereno in famiglia e che è e resterà una buona madre e di coraggio anche nel momento in cui denuncerà, è fondamentale per lei e per i suoi figli, che spesso assistono inermi alle violenze che le madri subiscono tra le mura domestiche. Propri i figli, nella maggior parte dei casi, sono la tenacia che manca alle donne per denunciare. Tutelarli e “farlo per loro” spesso diventa la spinta decisiva. Chiunque si avvicini ad una donna maltratta estraneo all’aspetto professionale dovrà essere consapevole che la donna potrà assumere qualsiasi decisione e questo esporrà chi è al suo fianco a qualunque rischio, per cui se la si vuole davvero aiutare, si deve cercare di essere pazienti e avere rispetto per le sue decisioni. Il supporto che si darà a chi vorremmo aiutare, unito a quello dei professionisti a cui la donna si rivolgerà sarà il percorso di rinascita di una donna che per troppo tempo ha vissuto in un clima di paure, incertezze, delusioni e maltrattamenti. Affiancarci ad una donna sola, vittima di una relazione malata, sarà l’atto più umano e più ricco della vita di ognuno, perché nessuno si salva da solo.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Agire, subito. A fianco delle donne vittime di violenza e di chi non ha più voce…

untitled 2Donne umiliate, maltrattate, picchiate ed uccise. Un bollettino da guerra, la cronaca di queste ultime ore. Da Nord a Sud dell’Italia e non c’è ceto sociale o differenze culturali che tengano. Gli uomini diventano violenti, bastardi e cattivi. Senza se e senza ma. Un’ignobile guerra contro le donne che ci rimettono i sentimenti, le paure, le angosce e molto-troppo spesso la vita. Inaccettabile. Intollerabile. Fermiamo questa violenza inaudita. Abbiamo bisogno di uno Stato che stia accanto alle vittime, che le supporti, li tuteli. Abbiamo bisogno di pene certe e severe.

Siamo stanche “del poi faremo”, “è pronto un disegno di legge”, proclami a cui non seguono i fatti e si continua ad essere umiliate o uccise dall’uomo che credevamo ci amasse.
E’ impensabile che alle soglie del 2019 in una società che corre veloce e fatta di donne di potere e di carattere, le donne siano ancora l’avamposto della politica e delle tutele.

Avete idea di cosa di prova a stare accanto ad una persona che anche per una banalità diventa violento, irascibile, aggressivo, che ti accusa –anche se colpa non ne hai?

Avete idea di cosa si prova ad aver paura-ma di quelle che ti scappa la pipì- quando inizia a sbattere i pugni su qualsiasi cosa, quando la rabbia è fuoco nei suoi occhi e ti guarda come se fossi il diavolo in persona? Avete idea di cosa si prova fingere a se stessi che è solo un momento, che poi passerà? O quando ti fai mille domande e magari cerchi di capire dove hai sbagliato, colpevolizzandoti, ne avete idea?

Avete idea di come la tua vita diventa “oggetto suo”, ti priva prima degli amici, poi ti impone dei diktat, poi inizia a mettere bocca nel tuo lavoro, sui tuoi accordi lavorativi, sino ad allontanarti da tutto. Ne avete idea?

Avete idea di come “quell’uomo” riesca a spegnere quell’uragano di vitalità, energia, spensieratezza, gioia che sei? E’ come se un albero si spogliasse di tutte le sue foglie anche se non è autunno. Ti spegni. Ti annulli. Ti cancelli.

Avete idea di cosa si prova ad essere abbandonati su una strada di notte solo perché “hai osato” dire di voler tornare a casa. Perché casa dei tuoi genitori è sempre il porto sicuro dove vuoi tornare.

Vi potrei chiedere altri dieci, cento “avete idea”, ma preferisco fermarmi qui.

 

Direte e penserete: “gli uomini violenti vanno lasciati e subito. Ai primi segnali”, sapete se lo ripetono anche le donne che prendono coscienza di essere annullate, violentante psicologicamente, fisicamente, donne che si sentono oggetto, ma non è sempre così facile e sapete perché? Perché la paura si amplifica, arrivano le scenate sotto casa, arrivano i messaggi che fanno paura, le ansie si moltiplicano, e nel frattempo ti sei spenta totalmente: non sorridi più, non hai più tutta quell’energia, ti senti una stupida: “perché i segnali c’erano” (te lo dici da sola) e sai di non essere tutelata da nessuno: se denunci non possono agire, infondo e –nella stragrande maggioranza dei casi- è un incensurato, e poi secondo il nostro sistema giuridico alla prima denuncia non si può intervenire. Che poi anche alla seconda, terza, centesima non è che sempre ci siano interventi di tutela, a volte sono delle misure di allontanamento che poco o nulla fanno. Così decidi di fare da sola, farti aiutare, supportare e proteggere dalla tua famiglia. Esci con gli amici-almeno sei in compagnia-, cambi abitudini, blocchi numero, social, porti con te sempre il telefono-si sa mai qualcosa- e speri (forse egoisticamente ed in cattiva fede) che lui possa distogliere il suo sguardo e magari invaghirsi di un’altra-mentre ti ripeti: ”poverina”-.

E quando le cose si placano –nella migliore delle ipotesi che auguro a tutti che possa essere così- ti ritrovi con la famiglia che è indebolita e sfinita, ma è stata la tua salvezza, pochi veri amici al tuo fianco, sono passate settimane e mesi e sei ritornata quella che eri con la tua vita, i tuoi difetti, il tuo carattere, ed una sera ti ritrovi a parlarne come se stessi parlando in terza persona, come se tu stessi raccontando la storia di qualcun altro, non la tua.

Ma non sempre ahimè, ahinoi così, a volte c’è una tomba che aspetta le donne che non potranno parlarne più e non potranno più riprendersi la loro vita.
Agiamo, Agite subito, adesso, non c’è più tempo.

 

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Maternity blues, quella sensazione di malessere che colpisce le neo mamme dopo il parto

untitledSenso di inadeguatezza, sensazione che la vita ti sfugga dalle mani, incapacità di organizzare il proprio tempo e il proprio spazio come prima dell’arrivo del bambino. Un mondo sommerso ed intimo, fatto di paure, angosce, mascherate dal sorriso e dalla felicità dell’arrivo di una nuova vita, ma non sempre la maternità è gioia. All’indomani del parto molte mamme provano sensazioni contrastanti e sconosciute per un momento così idilliaco e atteso. Il più delle volte dopo poche settimane questa sorta di ansia mista a depressione scompare da sola, ma talvolta resta e si può trasformare in depressione post partum, che tanto male fa alle mamme quanto ai bambini. Quello che le donne non dicono sulla maternità è un viaggio confidenziale che viaggia sui social spesso accompagnato dall’hastag “bastatacere”, madri che sfatano i tabù sulla gravidanza, denunciando mortificazioni subite durante i nove mesi o durante il parto. Racconti di coraggio e di verità che aiutano a salvare vite. Per anni il pensiero comune ed imposto parlava di dolore, di allattamento “solo” al seno e di paura a pronunciare la sola frase “depressione post partum”. Trattato poco e male. Molte neo mamme si sono sentite dire: “l’hanno fatto tutte”, “tutte abbiamo partorito con dolore. Tu perché richiedi l’epidurale?”, “allatta perché è un diritto, è un dovere di ogni madre. Fa bene al bambino e a te perché lo senti vicino”. Poco importa se il tuo corpo segnala un allarme, se la tua mente si sente stranamente stanca, sotto pressione, infondo le altre mamme sono felici, serene, in perfetta forma. La maternità è prima di tutto portatrice di vita e poi di esperienze soggettive. Le donne hanno bisogno di parlare, di raccontare e di raccontarsi anche nel post parto, del dolore, della stanchezza provata, non è sinonimo di debolezza o di “cattiva madre” ma è sinonimo di forza, perché raccontandosi e lasciandosi supportare si riesce a superare il terrore provato o che si prova, superando le ferite più intime. Le neo mamme in difficoltà non vanno sottovalutate e derise. Le madri vanno ascoltate. Ciò che fanno è un miracolo di cristallo. Delicatissimo. Come tale va trattato. Eppure ancora troppo spesso le mamme sono lasciate sole con le paure più intime, con le incertezze, con le difficoltà, con il buio psicologico. Una neo mamma su dieci in Italia soffre di depressione post partum nei primi tre mesi dalla nascita del figlio. A volte il dato sfiora il 15%. Una percentuale che si traduce tra le 50 e le 100mila donne ogni anno. Meno del 50% di chi è colpita da questo disturbo chiede aiuto e sostegno. Per tutelare il benessere psicofisico della mamma, della coppia e del bimbo nel periodo che va dalla gravidanza fino ai primi due anni di vita dei piccoli, Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, ripropone la sua campagna “Un sorriso per le mamme”. Il fenomeno della depressione perinatale, che colpisce circa 90mila donne. Il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori ed al 20% nel primo anno dopo il parto. Si tratta di stime molto approssimative, dal momento che i sintomi sono frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici e che solo in circa la metà dei casi viene riconosciuto il disturbo e fornita la risposta adeguata. Un aiuto online. Attraverso il sito internet (www.depressionepostpartum.it) le future madri e le neomamme avranno la possibilità di cercare i nominativi e le attività dei centri di supporto per la depressione perinatale. Potranno infatti usufruire del servizio “L’esperto risponde” che permette di chiedere supporto a uno specialista. La depressione post partum è un problema di salute pubblica di notevole importanza, ma spesso sminuita o sottovalutata dalle donne, dalle famiglie e dalla società. Cerchiamo di conoscere gli aspetti psicologici ed il modo di approccio alla depressione post partum con la psicologa Verdiana Abitudine.

Dottoressa, la maternità dovrebbe essere il momento più idilliaco per una donna, eppure, spesso, è accompagnata dalla depressione post partum, cosa accade e cos’è la DPP?

Quando parliamo di depressione post partum indichiamo un disturbo a carico della sfera emotiva della puerpera, che si sviluppa entro 6 settimane dal parto per poi persistere nella peggiore delle ipotesi anche fino ad un anno e colpisce quasi il 15% della popolazione femminile anche se si tratta di un disturbo sotto diagnosticato. È pensiero comune che l’esperienza della maternità sia un evento così felice da essere immune da stati d’animo negativi, ma non è così. Voglio precisare che i disturbi cui può andare incontro una donna a seguito del parto possono essere tanti e di varia intensità, come un semplice stato melanconico dovuto ad uno squilibrio ormonale, che va incontro a spontanea remissione entro la prima settimana dal parto (maternity blues), oppure una vera e propria psicosi puerperale con problematiche più gravi che si spingono fino a dispercezioni e disturbi del pensiero. La DPP si colloca, in termini di gravità, a metà tra questi due poli per cui non va sottovalutata e va assolutamente trattata, poiché è a rischio cronicizzazione. La DPP è caratterizzata da tutti i sintomi tipici della normale depressione, quindi umore persistentemente triste con frequenti pianti e tendenze autocritiche, faticabilità e mancanza di energia, perdita di interesse per tutte le attività, disturbi del sonno e dell’alimentazione oltre che una vera e propria difficoltà di accudimento del neonato.

 

Perché alcune donne sono più soggette di altre a tale disturbo?

Il motivo per cui la DPP colpisce alcune donne piuttosto che altre esclude una più elementare ipotesi di squilibri ormonali a favore di altre più complesse che riguardano la vita passata della neo mamma, in primis il suo rapporto con la figura materna. È importante, infatti, che la donna durante il cambiamento dell’identità da figlia a madre non riattualizzi delle dinamiche relazionali del passato conflittuali e tumultuose con la sua stessa madre, bensì abbia un ricordo ed un vissuto felice e armonioso da riproporre poi nel rapporto col suo stesso bambino. Inoltre , La donna vive una relazione gestazionale con il bambino considerato parte di se stessa ma al momento del parto è costretta a separarsene, per cui anche questa “perdita” può innescare delle risposte depressive quasi come se stesse elaborando un lutto. Da non trascurare la componente socio-relazionale ossia la vicinanza degli affetti, primo fra tutti il partner, gli amici, la famiglia e l’inevitabile sostegno delle strutture ospitanti. Potremmo indicare un’ipotesi biologica per la diminuzione di noradrenalina e serotonina, neurotrasmettitori implicati nella regolazione delle interazioni e delle attività come lavarsi, dormire ecc. Altre concause possono essere di natura personale come il proprio livello di autostima, di natura economica o genetica come una certa familiarità nell’ambito dei disturbi psichiatrici. Dunque, da come si intuisce, le cause possono essere molteplici e soltanto al momento della valutazione psicologica della donna sarà possibile stabilire con certezza quella scatenante ed intervenire.

 

In passato non si soffriva di depressione post partum? Il problema di tutti i mali che affliggono la nostra società oggi non è quello di essere piombati all’improvviso nelle nostre vite bensì quello di aver assunto nel tempo dei tratti sempre più marcati ed intensi; è biologicamente prevedibile che una donna sperimenti un’alterazione del proprio umore dopo il parto, per cui anche nell’antichità le donne ne erano soggette ma sicuramente oggi tale alterazione è più rumorosa poiché la donna, sempre più emancipata a livello sociale, diventa sempre più vulnerabile a livello psicologico, ragion per cui fronteggia difficoltà aggiuntive a quella del semplice accudimento del bambino. La donna di oggi non ha l’esclusivo compito di procreare e allevare i figli. La donna di Oggi è una donna in carriera, combattuta dal desiderio di coronare la propria femminilità e dalla paura di perdere il lavoro durante la maternità; la donna di oggi convive con lo stress di procurarsi i mezzi necessari per crescere i propri figli poiché le precarie condizioni economiche fungono da ostacolo ; insomma sono aumentati gli agenti stressanti divenendo fertilizzanti di un eventuale malessere post partum.

 

Come si può aiutare una donna in depressione post partum e quali sono i consigli per ridurre DPP?

Il mio consiglio non è volto mai alla cura del sintomo quanto più alla sua prevenzione. Una donna che vive in un contesto di vita stressante e insoddisfacente deve, per il suo benessere personale in primis, imparare ad utilizzare al meglio le proprie risorse così da evitare eventuali declini in situazioni come il parto .come prevenzione risultano molto utili programmi di accoglienza delle future mamme per l’intera durata della gravidanza, dove la donna ha modo di esprimere ed elaborare le sue preoccupazioni e i suoi problemi. In caso invece di DPP conclamata, Il percorso più adeguato per una neo mamma è quello psicoterapeutico, a causa dell’impossibilità dell’assunzione di farmaci antidepressivi, che risulterebbero nocivi per il bambino in fase di allattamento. D’aiuto possono essere anche lo sport e i contatti sociali in modo da ridurre l’isolamento.

  Scritto in collaborazione con la psicologa dottoressa Verdiana Abitudine

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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“La stanza dell’ascolto” per donne e bambini vittime di violenza

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messSe si ha un segreto ingombrante e pesante in cui ogni giorno fare i conti è difficile raccontarlo. Soprattutto se si tratta di un bambino o di una donna in fuga dalla violenza. Ma se ci sono dei luoghi protetti, accoglienti, con personale preparato a fronteggiare le situazioni, possono dare più coraggio, creando un ambiente sicuro e protetto. Un ufficio pubblico. Una stanza della polizia municipale di Napoli. Ma una stanza speciale, ribattezzata “la stanza dell’ascolto”. Un luogo protetto e accogliente negli uffici dell’Unità operativa Tutela minori ed emergenze sociali della polizia municipale del Comune di Napoli. Un nuovo e ri-funzionalizzato spazio protetto deputato ad accogliere donne e minori vittime di violenza e abusi, che prima venivano ascoltate nelle in stanze fredde e fatiscenti, in cui i bambini e le vittime di violenza confessavano tra i denti e le lacrime i loro terribili segreti, la paura, il dolore, gli operatori erano costretti a far ripetere tutto, perché dovevano registrare con i loro cellulari la “prova” da fornire al magistrato. E così, in piazza Garibaldi, a pochi passi dalla stazione è nata “la stanza dell’ascolto”, una stanza protetta, con colori chiari, i fogli da disegno e i giochi, una stanza accogliente dove potersi fermare, dove trovare il coraggio di chiedere aiuto. La stanza ha anche un pannello di controllo dietro uno specchio per registrare con discrezione i colloqui. Due gli spazi attrezzati: la stanza in cui si effettua il colloquio senza essere visto. La control room, inoltre, è dotata di avanzate tecnologie che permettono la registrazione video e audio del colloquio tra la vittima ed il personale dell’Unità operativa. Prima dell’inizio di ogni colloqui, la vittima di violenze, come prevede anche la normativa, viene informata che l’incontro sarà registrato. Non uno sportello, ma un luogo attrezzato all’ascolto delle vittime di violenze intercettate dai servizi. La cura del luogo è un elemento fondamentale perché consente alle donne di aprirsi e raccontarsi dove ci sono strumenti di cura che incitano ad aprirsi più facilmente. Il progetto nasce dall’assessore alla sicurezza urbana, Alessandra Clemente, la giovane assessore del comune, dopo aver ascoltato dai vigili urbani della città in che modo venivano ascoltate le donne, ha sentito il bisogno di fare qualcosa, di creare un luogo in cui si sentissero protette. Nella stanza dell’ascolto si mettono insieme accoglienza, professionalità, umanità e la risposta ad un’esigenza di giustizia: perché la stanza raccoglie testimonianze che potrebbero diventare decisive per i processi. Dinanzi l’ingresso degli uffici, sul marciapiede è stata posta una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

La violenza contro le donne ed i bambini è un’ignobile guerra maschile che ogni giorno si consuma in Italia, tra paure, incertezze, tutele quasi inesistenti per le donne, ma esiste un cuore sociale grande: fatto di professionisti del settore, di operatori sociali, che quotidianamente sostengono le donne ed i più piccoli, scontrandosi con la mancanza di fondi, di centri antiviolenza che rischiano di chiudere o di non aprire mai perché da soli non ce la farebbero, ma in un tempo di incertezza sociale, da Napoli e dal rifunzionalizzato spazio protetto di accoglienza delle vittime di violenze ed abusi impariamo che a volte non servono grandi fondi o soluzioni eccezionali, basta fermarsi ad ascoltare la realtà per cambiare un po’ le cose e renderle più umane e protette.

 

“Stanza dell’ascolto” presso l’Unità Operativa Tutela Minori e Emergenze Sociali, Via Alessandro Poerio, 21 Napoli.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Donne impronta della vita e del sociale

foto per copertina blogL’otto marzo, Festa della Donna in tutte le sue sfumature, torna dalla scena politica, a quella culturale, passando per la scena artistica. La festa profumata di mimose è diventata, complice di movimenti di empowerment femminile per rafforzare il ruolo della donna nella società, una realtà uniforme ma ricca di significati. La scienza dice che altro che parità, l’8 marzo sarebbe il caso di festeggiare il primato femminile in diversi campi e settori della vita sociale e lavorativa: secondo la scienza le donne sono multitasking, sorridono di più e sanno degustare meglio il vino. Non solo: felicemente solitari e orgogliosamente nerd, sono almeno dieci i settori che vedono le donne primeggiare. Se la scienza motiva il nostro genere, la ricorrenza ci riporta alla realtà della disuguaglianza e della violenza di genere. E c’è chi in 70 cortei scenderà in piazza contro la precarietà e le discriminazioni. Contro i ruoli imposti nella società fin da piccole, contro i ricatti sul lavoro che generano molestie e violenze, per un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Dalle virago in carriera anni ’80 alle moderne mamme “pancine”, dalle edoniste alle rivoluzionarie, che combattono l’Isis ed il consumismo, dalle spregiudicate single metropolitane alle tante spose e figlie prigioniere dei vincoli familiari: e così dalle nobildonne alle single metropolitane, negli anni, la storia ha costruito modelli per le donne. Ma ogni giorno le donne giocano una sfida, ed una di queste avviene nel sociale, mostrando il volto di un’Italia in cui le donne non sono costrette alle quote rosa ma sono parte integrante e dirigente di aziende e cooperative sociali. Da Nord a Sud, disegnando il volto di un Paese che si è “disabituato a volere”. Si unisce così il Nord con la tradizione delle cooperative sociali e il coraggio dell’impresa rosa del Sud, specie nel napoletano, con la determinazione dei centri antiviolenza. Un popolo femminile operoso e silenzioso che tesse la rete del welfare italiano. Femminile plurale per la nuova economica e così si tesse la tela della cooperazione sociale nelle mani delle donne. Un mondo esattamente contrario a quello che siamo abituati a vedere tutti i giorni. Non è solo quello del 50% di disoccupazione femminile, non è solo quello costretto alle quote rosa per ottenere un minimo di rappresentanza, non è solo quello della condizione salariale discriminante né quello – vergognoso – del 9% nei ruoli dirigenti in rosa. E’ un paese in cui il lavoro si coniuga con i tempi e i diritti di genere: nelle cooperative sociali c’è il 70% di occupazione femminile e il 50% di donne nei consigli di amministrazione, senza dimenticare che per “Legacoopsociali” sono le donne presidente e vicepresidente nazionali. Una pagina femminile e sociale che si coniuga perfettamente con l’esempio di decine di donne che hanno fatto la storia del lavoro sociale. Da Maria Gaetana Agnesi a Gisela Konopka passando per il premio nobel Jane Addams. Donne che hanno scritto pagine importanti nel settore del welfare a livello nazionale ed internazionale seguendo sempre un’ideale di giustizia, rispetto e uguaglianza. Esempio che non possono restare un bel proclama e la storia moderna ci mostra l’esempio di cooperative divenute “ascensore sociale” per le donne, creando una rete femminile in grado di superare le difficoltà e generare nuove opportunità di lavoro e ricchezza, non solo nel nostro paese ma anche in molti paesi in via di sviluppo. Confcooperative in prossimità dell’8 marzo ha snocciolato alcuni numeri relativi all’occupazione femminile che registra nel settore il 61% degli occupati nelle sue imprese, dove la governance femminile si attesta al 26%. I dati mostrano come in Italia le cooperative sono uno dei pochissimi ascensori sociali per le donne ed i giovani. Sguardo puntato anche sulle cooperative nelle zone in via di sviluppo che sono impegnate a trasferire knowhow dei modelli produttivi per innescare sviluppo sul territorio, rendendo protagoniste le donne delle comunità locali. L’obiettivo è raggiungere l’uguaglianza di genere e favorire l’empowerment di ragazze e donne come previsto da Agenda 2030, perché non rappresenta solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un modello di sviluppo di cui tutti potranno beneficiare e le donne, specialmente in contesti di povertà, sono quelle che conferiscono la maggior parte della forza lavoro, sono le più affidabili nelle restituzioni dei crediti e sono quelle che giocano un ruolo chiave nei processi di inclusone e di integrazione nei territori. Insomma, un potere femminile infinito anche in un campo come il sociale che ha bisogno di sorrisi, energia e tenacia, che sembrerebbe provenire proprio dalle donne.

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Le donne di ieri, la violenza di oggi

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-mess“Né puttane né madonne ma solo donne”, declinato in qualche altra variazione, era questo lo slogan più gettonato dal movimento femminista del ’68. Una rivolta che, da pensiero, riesce a farsi pratica politica concreta e a popolare i luoghi pubblici e le piazze, inaugurando una nuova e inarrestabile stagione di libertà e diritti che, tra marce avanti, zoppicamenti e andate e ritorni non sarà più possibile fermare. Donne che il sessantotto l’hanno fatto e vissuto: in una comune, chi in giro per il mondo, chi nelle piazze e chi lavorando nei campi, scoprendo il lato femminile e rispettabile di donne che studiavano e lavoravano, che erano ragazze madri, artiste, hippie, borghesi, proletarie, femministe o lesbiche, partecipando ad una rivoluzione collettiva che apriva una nuova visione femminile agli occhi dei padri di famiglia e degli uomini di quegli anni. Rispetto, la parola d’ordine, per quell’emancipazione femminile che proponeva l’immagine di una donna pensante e idealista, che andava oltre al marito, ai figli e alla casa. Le conseguenze degli slanci femministi e delle contestazioni del sessantotto furono concretissime, per tutte le donne: portarono al pensiero differente del proprio corpo, al piacere slegato dalla riproduzione, alla liberazione dalla funzione materna come destino. La liberazione non fu indolore, ma fu sovversiva: “Ognuno di noi aveva trovato il modo di partorire un altro se stesso.”- l’eco di un racconto. La donna una figura complessa, anima e musa da millenni di immaginari. Nevrotica, intricata, compulsiva e istrionica. Degna di parole e interi romanzi. Simbolo dell’amore e dell’odio che corrode l’affetto materno e la rende un’eterna Medea. Il femminismo più ferocemente attivo della seconda metà del secolo scorso, che voleva portare quel corpo a essere strumento nelle esclusive mani di chi lo possedeva, lo ha eletto a mezzo per una lotta sociale, condendolo di esibizionismi spesso discutibili, e svuotandolo della sua sacralità primitiva. La nostra contemporaneità lo ha portato a essere mercificato per ottenere. È questo forse il risultato più ambiguo delle lotte femministe. Il corpo è della donna. Ma la donna di oggi lo usa, ne abusa e lo svende, in maniera ignorante, ma, senza ombra di dubbio, cosciente. Modelli femminili ideali che continuamente la televisione ci propone, incarnando il sogno degli uomini, che alimentano l’idea di una donna dal solo corpo: formosa e acquistabile. Seguono commenti, goliardici, ammiccamenti, risatine, in tutte le fasce di età, e lungo tutte le fasce sociali. E le donne, quelle vere, le casalinghe, le battagliere, le ricercatrici, le laureate precarie, dove sono? Protagoniste oscure della società? Si possono ancora raggiungere per una donna degli obiettivi con disciplina e rigore del lavoro? E per farlo perché il corpo diventa ostacolo o scorciatoia? Rimaste vittime di un gioco sottile, che ha rinchiuso le nostre possibilità di scelte in pochissime manciate di opzioni, abbiamo esasperato il nostro desiderio di esistere, di avere ruolo e potere. Dimostrare, molto, di più, ancora di più, per equilibrare una bellezza fisica, che ora, più di una volta, è ricercata, inseguita, ottenuta e stuprata. Ed è così che noi, giovani donne, combattiamo ogni giorno, con altre donne, per poter manifestare. Inesplose capacità comunicative e inesplorate potenzialità umane e professionali. Donne contro donne. Mentre l’uomo sta a guardare e si incattivisce pensando di arrivare a possedere una donna. Maltrattate, violentate, uccise, in una ignobile guerra contro le donne da parte degli uomini. Omicidi che si consumano tra le mura domestiche e per mano del proprio partener. Uomini che lasciano posto all’ossessione per la donna che professano di amare, diventando gelosi e violenti. L’uomo che diventa orco, un tormento, un calvario fatto di minacce, persecuzioni, telefonate, la paura cristallizza le donne, che spesso subiscono in silenzio, poi c’è chi trova il coraggio di denunciare, ma vengono lasciate sole delle istituzioni, dalla legge, in primis. E la cronaca ci racconta l’epilogo tragico. Uomini contro le donne, mentalità che tornano indietro, violenza inaudita e donne sempre più sole a fronteggiare una parità ormai utopia. A poche ore dal 26 Novembre, giornata contro la violenza sulle donne bisogna andare oltre ogni retorica, falsa promessa ed iniziare ad essere solidali con le donne e tra le donne, insegnare il valore del rispetto al genere femminile sin da bambini, piccoli gesti come un fiore alla donna, una carezza per una bambina, arrabbiarsi ma non scaricarsi con un pugno o uno schiaffo tipico dei bambini in lotta, sono i piccoli esempi di uomini del domani che rispetteranno le donne. Ma, oggi abbiamo bisogno di un sistema normativo forte e che tuteli, che sia al fianco delle donne e punisca l’orco sin da subito, che prevenga le tragedie. Abbiamo bisogno però della parità effettiva nei luoghi di lavoro, a livello salariale, abbiamo bisogno di riprenderci quel posto nella società che lentamente si è confuso ad una parità apparente e se servirà sfoderare il lato battagliero come nel ’68, riavvolgendo un po’ il nastro della storia femminile e sociale.

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Lady mafia, donne d’onore e di disonore

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messDonne potenti, donne di mafia, che spesso si trovano a gestire un potere immenso, in contesti sociali in cui paradossalmente la donna ha sempre dovuto faticare più del dovuto per imporsi. Ma la criminalità organizzata, con i suoi legami di sangue e le sue mille contraddizioni, offre uno spaccato inedito, dove emergono donne protagoniste di vicende incredibili, connotate da una dose massiccia di potere e ferocia.
Lady mafia, le chiamano. Sono il collante tra la perfetta compagna di un uomo d’onore ed una delicata posizione nell’ambiente domestico: quella di essere una sorta di culla della mafiosità, ad esse è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi, come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune, a questo ruolo non vengono chiamate donne qualunque ma coloro che provengono già da un ambiente mafioso.
Donne di mafia, che reggono le fila di rapporti intrecciati, gestiscono cosche e portano avanti affari quando i “loro uomini” sono in carcere, impartiscono ordine e guidano i rapporti. Sono donne d’onore ma anche del disonore. Sono “infami”, commettono “sgarri” imperdonabili, sono determinate e forti ma anche profondamente fragili quando si devono difendere. E la legge di mafia non perdona. Chi sbaglia paga. L’errore viene punito anche dalla stessa famiglia. Ci sono donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e hanno pagato un prezzo altissimo e ci sono donne di ‘ndrangheta che, oggi, sono ancora fedeli alle regole che i mafiosi si sono dati sin dalla nascita delle organizzazioni criminali.
L’acido muriatico è un simbolo mafioso. Serve per pulire i bagni e tradotto nel loro linguaggio, vuol dire che chi tradisce e parla, si pente, deve essere ripulito nello stesso modo in cui si puliscono i “gabinetti”. A cui vengono paragonate: sudici ed indegni. Cancella ogni traccia. L’acido. Deturpa. Prova una lunga agonia e dolori fra i più insopportabili. Morte nell’acido è questa la fine che attende mogli e fidanzate di boss che si pentono ed iniziano a collaborare con la giustizia. Neanche loro sfuggono alla barbara esecuzione che nei codici mafiosi tocca agli “indegni”.
Ex donne di mafia che decidono di collaborare con la giustizia, per riassaporare il fresco profumo della legalità e della legge. Le donne che hanno spezzato un sistema, come la donna e mamma, Maria Concetta Cacciola, la giovane testimone di giustizia morta nella sua casa di Rosarno dopo aver ingerito acido muriatico. Dalle indagini emersero particolari inquietanti che coinvolgevano direttamente la sua famiglia. Perché l’unica famiglia alla quale hanno risposto i genitori di Cetta Cacciola era quella della ‘ndragheta.
Meglio la morte che il disonore, questo il concetto delle famiglie mafiose. Anche Lea Garofalo è morta per mano mafiosa. Denise, la figlia di Lea, anche lei collaboratrice di giustizia, perché l’assassino di sua mamma è stato il padre, che lei ha avuto il coraggio di denunciare.
Se una lady di mafia si ribella tutte le altre si accorgono che allora è vero che un’altra vita, contraria alla distruzione, sia possibile. E se sempre più donne come avviene anche in Calabria stanno diventando complici di dolore, prendendo le redini di cosche e amministrando beni e rapporti con i fornitori, sono anche molte le donne che, senza fare lo stesso clamore, decidono di collaborare. E sempre più donne stanno piegando il “sistema” delle cosche. Non tanto per le rivelazioni che forniscono, ma per il solo fatto di avere consapevolezza di sé, del proprio destino e di avere una loro forza individuale. E questo, le organizzazioni mafiose non possono permetterlo. Sono loro, le nuove donne, che fanno paura. Più di quelle ai vertici dei clan.
Giovanni Falcone auspicava che le donne mafiose si schierassero con la cultura della vita per sfidare e battere le mafie. Se questo avverrà, il sacrificio di Maria Concetta Cacciola, di Lea Garofalo e di tante altre, avranno avuto il merito con la loro morte di aver indicato la strada alle proprie figlie, quelle che un giorno dovranno decidere da che parte stare, in quale clima far crescere i loro figli, quella giusta per guarire dal male. O quella sbagliata, rischiando di finire come loro. Resta però un sacrificio che è insito di speranza, nel segno della legalità, della lotta all’indifferenza e all’omertà. Libertà dalla mafia che soffoca, indebolisce e intimidisce, uccide e vendica in nome di quell’onore che donne vere come queste non riconoscono.

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8 Marzo, “Lettera a mio nipote”

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Claudio, tesoro di zia,

come ogni anno, in prossimità dell’otto marzo, mi interrogo sulla festa della donna. E, come ogni anno, giungo alla conclusione che per me non esistono giorni commemorativi potenti se festeggiati singolarmente. Non esiste nulla di più forte della nostra memoria, che và continuamente allenata ed utilizzata ogni giorno.

A dicembre sono diventata tua zia, zia di un piccolo ometto, che mi ha scombussolato i sentimenti e l’amore. Sin da subito ho pensato a come avrei potuto proteggerti, difenderti, fornirti negli anni, a piccole dosi le armi per poterlo fare da solo. Soprattutto.

Sei piccolo, oggi indifeso ma domani sarai un adolescente, poi un adulto e nei tuoi occhioni chiari e curiosi, che già sorridono alla sola parola “amichette” mi chiedo come io possa insegnarti l’equilibrio di genere ma soprattutto il RISPETTO verso le donne.

Claudio, abbi rispetto dell’orgoglio femminile e dell’emancipazione femminile. Rispetta la bellezza. Fidati delle donne, rispetta l’amicizia con una donna, perché la complicità e l’altruismo sono la base della nostra vita.

Tesoro mio, nella vita di tutti i giorni non giudicarti e non giudicare. Incontrerai molte donne, ognuna con un suo perché ed una sua vita, ognuna di loro tassello del puzzle di una generazione che nel suo piccolo ha voluto contribuire al cambiamento.

Sii rispettoso delle idee femminili, del loro cuore, del loro modo di amare, dei loro sbagli, del loro essere semplicemente come sono. Certo, farai fatica, sarà difficile, spesso ti scontrerai con invidie banali, recriminazioni, cattiverie di ogni genere. Persone che equivocheranno la tua accoglienza, donne che non ti tratteranno come tutti noi sogniamo per te, da quando eri in grembo.

Claudio, sei un ometto tra molte donne: una mamma, due nonne, due zie. Tutte donne che hanno una storia, dei sogni, qualcuna una carriera di tutto rispetto, come la tua stessa mamma, donne che hanno viaggiato, visto il mondo, che si sono confrontate col mondo.

Ecco.

Rispettaci e rispetta le donne che faranno parte della tua vita, che siano amiche o compagne di vita. Lascia che si guadagnino il loro posto nel mondo. Accompagnale, incoraggiale, non giudicarle, non mortificarle, non deluderle. Investi insieme a loro nel talento.

Sii gentile Claudio. Davvero. Non cedere alla fascinazione dell’aggressività di molti uomini, perché non diventa potere, ma dolore.

Tesoro mio, sei la nuova generazione che si formerà ed io “punto” su di te, su di voi, affinchè gli uomini siano rispettosi, gentili, amorevoli e non “sicari” con cui condividere una vita di privazioni, sofferenza.

Una delle donne della tua vita che ti ama: tua zia!

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