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Elogio all’Indipendenza

untitledElogio all’Indipendenza

Da quando, un anno fa, la mia storia “d’amore” è giunta al capolinea, con gli strascichi e con tutto ciò che un rapporto che naufraga comporta e non sto qui a dirvi chi ha lasciato chi, chi ha commesso più errori di chi, perché è finita: storia troppo lunga, personale e poco social. Ma, da quando è finita, dagli amici o presunti tali, in ordine sparso,  mi sono sentita dire:

-ho avuto persone che all’inizio mi sono state accanto, poi lentamente hanno preso le distanze, lasciando spazio al silenzio. D’impatto iniziale le ho cercate, ho provato a capire, poi ho lasciato scorrere. Non si può forzare qualcuno ad un’amicizia che magari ha bisogno di più vicinanza, più chiacchierate e meno “ridiamoci su”.

-mi sono sentita dire: “la nostra comitiva è composta di sole coppie, capirai bene che tu sola…” e come mi ha detto una mia amica: “la mamma degli stupidi è sempre incinta”. In effetti, forse non ha tutti i torti. Glisso e ci scherzo su: “non esistono più le comitive di una volta”: maschi e femmine, coppie e single;

-qualcuno ha sussurrato ad altri per vie traverse che per rispetto al mio ex fidanzato mi hanno allontanato dalle loro amicizie.

Traduzione: ci si schiera da una parte o dall’altra;

 

-mi sono sentita dire: “una sera ti aggreghi a noi, ti faccio sapere dove andiamo, solitamente stiamo tra amici e ci divertiamo”.

Attendo ancora quella telefonata, eppure il mio telefono funziona: la linea c’è, i messaggi li ricevo… ;

 

-qualcuno ha utilizzato la strada della diplomazia: “ti richiamo”, “sono impegnata in questo periodo”, “che stress in queste settimane”.

Peccato che poi alla fine non abbia neanche scritto un messaggio, un biglietto col piccione viaggiatore o un non so cosa.

 

Insomma, un decalogo quello che potrei scrivervi e raccontarvi, che oggi mi suona buffo.

E’ pur vero che quando ci si lascia e quando hai sofferto e covato dolore dentro, non sei al massimo dello splendore, delle risate, ma certo non sei da emarginare.

Certo qualche errore- specie quando ero in coppia- con gli amici l’ho commesso anche io, per carità.

Ma io di questo periodo di solitudine ne ho fatto un punto di forza e di ripartenza. Stare a casa di sabato sera o nel week end non mi è pesato, anzi l’ho vissuto come un riapprezzare il relax, la musica, i libri da divorare, il piacere di lasciarsi coccolare da casa propria, perché potremmo farci del male, sbagliare nella vita, ma c’è sempre un posto dove si ritorna ed è la propria casa. Non sempre la casa è sinonimo di solitudine e di depressione, certo, ci sono persone che vivono male la fine di una storia e stare in casa è come stare in trappola. Nel mio caso l’ho visto come un ritrovarmi, come un riesplorarmi, come un tempo per me. Un tempo che fa riflettere, capire, fa male anche perché prendi coscienza di tante cose ma solo imparando a stare da soli è possibile poi stare bene con gli altri, con gli amici che ritrovi, con le nuove comitive, o se volete e siete pronti con un nuovo flairt o un nuovo amore.

Si giunge poi ad un momento che il periodo di “relax casalingo” un po’ stufa e un po’ pesa e così ho capito che si riparte e sempre e solo da un’unica persona –sembrerà egoistico- ma da se stessi. Così ho ripreso a vestirmi con un outfit da sabato sera, ad andare al teatro, a mettermi in auto e girare a vuoto per la città o semplicemente entrando in un bar. Beh sì DA SOLA, che poi infondo non si è mai da soli perché si incontra sempre qualcuno che si conosce, con quale ti intrattieni a chiacchierare.

Mentre scrivo mi chiedo se l’ho fatto più per ripicca nei confronti di chi mi ha ferita e fatta male dal mio ex fidanzato a tutti quelli che citati sopra mi hanno risposto in quel modo. Non saprei, infondo, il problema è più Loro che Mio.

 

Quindi, donne, la forza siamo noi, le nostre capacità, le nostre energie, la nostra tenacia, la nostra curiosità, la nostra INDIPENDENZA e si riparte sempre da questa fantastica ed unica avventura: l’Indipendenza di se stessi.

Vi starete chiedendo se sono felice? Sono felice di aver preso coraggio un anno fa, contenta di esser ripartita da me stessa, certo cerco un lavoro stabile, mi confronto con le ansie e le paure dei concorsi, non ho smesso di studiare, lavoro con un progetto e questo è stato anche il mio punto di forza nelle settimane più burrascose e tempestose. Insomma non è una vita perfetta e delineata ma d’altra parte cosa lo è a questo mondo ed in questa vita?

Perché vi scrivo e vi racconto ciò? Perché nel tempo, per lavoro e anche per rapporti personali, ho incontrato donne e anche mie coetanee che cercavano un fidanzato o restavano con quella persona perché la solitudine era un mostro impossibile da affrontare. Ma, nessuno merita di vivere in rapporti – che siano anche amicizie- che sono di convenienza o di apparenza solo perché non si riesce a guardare un po’ più dentro di se stessi, scovando la parte migliore di noi: coraggio ed indipendenza, che permettetemi di dire nelle donne è in dosi massicce.

Viva l’Indipendenza, viva le Donne.

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Racconti d’attesa/parte5 Diagnosi d’attesa. Cosa significa attendere?

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In attesa. Sei fermo. Come chiuso in una scatola, senza poterti muovere, al massimo puoi fare qualche passo avanti e indietro. Consumando la suola delle scarpe ed il pavimento. In attesa. Di una buona notizia o di una brutta notizia e comunque impaziente. In attesa del tuo turno annoiato, preoccupato, indifferente. In attesa il tempo si dilata. Diciamo sempre che ci piacerebbe pensare, leggere, ma manca il tempo. Sfruttiamo l’attesa dal medico, alla fermata dell’autobus, verrebbe da pensare. Le sale d’attesa sono non-luoghi: non accade niente, non si può far niente se non aspettare il proprio turno. Il tempo a disposizione diventa tempo nemico. Ti si ritorce contro. Le sale d’aspetto degli ospedali tra tutte sono le più solitarie: cariche di tensioni, pensieri, preoccupazioni. Prima che incontrassi molte sale d’attesa di ospedali e cliniche, pensavo che fosse l’ultimo posto dove ci fossero dei racconti. Ecco che poi quei racconti-con personaggi veri, ma da identità celate, sono diventanti i protagonisti dei miei “racconti d’attesa” in questa sezione del mio blog.

Le sale d’attesa ci insegnano l’amore quello vero, sincero, eterno, ma anche l’amore che manca, quello che ormai non guardiamo più. Chissà poi perché. E’ forse quando attendiamo in una sala d’attesa che ci rendiamo conto di quanto sia importante l’amore, di quanto sia difficile attendere.

Le sale d’attesa. Ne aveva frequentate tante negli ultimi tre mesi. Da giugno era tutto un avvicendarsi di appuntamenti per esami e visite, da quando un semplice dolore l’aveva colta di sorpresa mentre cucinava l’ennesimo pranzo per la sua famiglia, sempre distratta, sempre indaffarata. Ora quel dolore che le bloccava parte del corpo doveva pur avere una causa. E proprio quella si cercava. Gli ospedali non erano nelle sue corde, anzi, li detestava. Gli odori, i colori e ogni cosa le ricordava il suo passato, quando, dopo qualche anno dal suo matrimonio si era ritrovata negli ospedali prima per suo figlio, poi per suo marito. Ed ora eccola lì, seduta su una poltrona scomoda ad aspettare il suo turno per l’ennesimo esame. L’avevano già rivoltata come un calzino, aveva provato ogni disperata terapia, cura. Tutte inutili. Di ospedali ne aveva girati ma non aveva mai fatto caso a quanto fossero fredde, squallide le sale d’attesa, non si era mai soffermata a guardare con occhi che sanno vedere, forse perché le occasioni erano sempre state poche e mai così prolungate nel tempo. Mancava il senso dell’accoglienza, spesso proprio dagli stessi medici, dagli stessi infermieri. Spesso si è solo un numero e non un paziente, un essere umano con la sua storia, la sua vita, il suo dolore. Insensibilità all’altrui dolore? Un modo per distaccarsi dal paziente non lasciandosi coinvolgere? Non avrebbe saputo dare una risposta certa, forse entrambe le cose o forse, semplicemente, funzionava così. Un atteggiamento che procura più dolore. Chi soffre, chi è in ansia, chi è in attesa di conoscere una diagnosi negativa ha diritto ad un sorriso, ad una parola di consolazione, anche silenziosa. E a volte arriva in quelle fredde e lunghe attese proprio da altri pazienti, dai familiari che li accompagnano, dove nascono amicizie, dove a volte ci si ritrova, ci si riconosce nelle storie altrui. Lei osservava ed ascoltava tutto e registrava ogni minimo palpito. Perlopiù rimaneva in silenzio. Qualche volta era imbarazzante. C’è chi nelle sale d’attesa si racconta come un fiume in piena, chi invece, resta nel suo rigoroso silenzio. Faceva fatica a raccontarlo alle persone care, figuriamoci agli estranei in attesa. Nessuno ancora sapeva dei controlli nella cerchia dei parenti e degli amici. In casa si era deciso di aspettare la certezza, di avere la conferma definitiva per non allarmare inutilmente, visto che l’ipotesi che si affacciava era molto “pesante”. Lei ancora non voleva crederci, non voleva accettare che da un banale dolore al torace, le si stava aprendo un baratro, un altro mondo, dalla quale voleva fuggire. Era l’ultimo appuntamento in agenda, in una struttura del tutto nuova. Un ambiente del tutto diverso. C’era arrivata su consiglio di un amico medico, che le aveva assicurato la struttura ed anche il reparto di oncologia. Lei ci sperava, sperava ancora in una diagnosi positiva. Perché l’attesa è anche speranza. Perché l’attesa ti porta a pensare che è solo un brutto sogno, che prima o poi ti risveglierai. Perché l’attesa ti porta a pensare che è un film, che non sei tu la protagonista, che nei titoli di coda uscirà scritto che è frutto della fantasia o di un ennesimo abbaglio. Ma se non fosse un abbaglio, se i titoli di coda riportassero il proprio nome? Di certo si spegnerebbe la speranza ma anche l’attesa di una diagnosi, dopo mille pellegrinaggi e volti e visi visti, ma cosa resta ad un malato oltre che il dolore e il male di cui è affetto? Non so bene, o forse lo so ma non voglio accettare quello che vedo. Perché io nelle sale d’attesa la gente la guardo e quando una donna ha un foulard in testa, gli sguardi diventano “diversi”, “strani”, sembrano puntargli il dito contro, sembrano vogliano dirgli “sei malata”, oppure “guarda quella lì”. Credo che non abbiamo ancora rispetto delle persone e della malattia, non apprezziamo il coraggio e la loro voglia di vivere, il loro lottare e non capiamo che in quel momento ci stanno dando una grande lezione di vita e forse vorrebbero che tutti noi gli tendessimo la mano. Ecco perché ho anche imparato ad ascoltare nelle sale d’attesa gli altri, la loro vita, i loro racconti, fino a perdermi dentro.

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