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Il sociale invisibile: le comunità e l’operato assistenziale al tempo del Covid-19

untitledNei giorni che hanno segnato il mondo e le vite, così sospesi in un flusso digitale quasi ininterrotto, in cui abbiamo cercato di mantenere un equilibrio tra il bisogno di comprendere ed il seguire il naturale corso degli eventi, cercando di sottrarci al marasma di informazioni, analisi e dati statistici. Un mondo però andava avanti con operai, cassieri, impiegati, sanitari e operatori sociali che continuavano a lavorare instancabilmente consapevoli di essere il motore pulsante di un Paese che andava avanti e che avrebbe dovuto ripartire e ricominciare nel post covid. Il sociale è uno dei settori che in questo surreale ed improvviso periodo non si è mai fermato, anzi, è stato uno dei tasselli fondamentali del puzzle di vita dell’emergenza epidemiologica. Il lockdown ha acuito molti bisogni, accentuato la forbice di disparità sociale, aumentato la povertà in ogni sua forma: da quella economica a quella educativa, la violenza domestica e familiare è aumentata, e molti assistenti sociali e psicologi si sono ritrovati in piena emergenza. L’emergenza nell’emergenza. In questo periodo le comunità per minori, le comunità psichiatriche, i servizi per i disabili, l’educativa di strada, l’assistenza ai senza fissa dimora, le residenze per anziani hanno continuato ad operare a pieno regime, mentre i servizi di assistenza domiciliare hanno riconvertito la loro funzione in un senso maggiormente assistenziale come pure per l’assistenza scolastica. Gli operatori ed i professionisti del sociale non si sono tirati indietro anche perché nascono nel motto del “fare con quello che c’è”. La volontà, quella non è mai mancata, non si sono mai tirati indietro, lavorando anche in un momento alquanto difficile: perché le paure sono di tutti. Uomini e donne, professionisti del sociale e del mondo sanitario che in questa emergenza sanitaria e sociale hanno mostrato umanità e competenza, senso del dovere e abnegazione, eppure per molto tempo hanno incarnato nell’immaginario comune e politico l’ultimo baluardo e martire del defunto welfare italiano. Eppure se non ci fosse stato il cuore delle comunità educative, delle case famiglia, delle residenze per anziani, questi ospiti che fine avrebbero fatto? L’hastag #iorestoacasa valeva anche per loro. Ma c’era chi un a casa non ce l’aveva e chi, pur avendola, non viveva con la propria famiglia: i bambini, i ragazzi, gli anziani che vivono in comunità ospitanti. Le comunità sono un servizio residenziale e non può sospendere le sue attività, non può allontanare nessuno per “sicurezza” perché proprio per la loro “sicurezza e protezione” sono stati accolti, allontanati da  famiglie maltrattanti e abusanti, o per gli adulti da contesti di abbandono e solitudine.
La comunità resta aperta per 24 ore, non può fare orario ridotto e anzi durante l’emergenza epidemiologica, più che mai, con il tempo dilatato, i giorni della settimana non hanno più avuto confine: mancava la routine, le abitudini, la scuola, lo sport che sono parte del lavoro educativo. Un lavoro che ha richiesto di essere reinventato. Gli operatori hanno trascorso il loro tempo con gli ospiti delle strutture, cercando di rendere il tempo ormai dilatato ricco di esperienze diversificate. Un lavoro che è passato in secondo piano, quasi nessuno se ne è ricordato, eppure si tratta di persone che ogni giorno combattevano con la paura umana e comprensibile, e spesso combattono con turni lunghi, cambi improvvisi, un lavoro spesso sottopagato o a progetti a breve tempo, con Enti Locali spesso inadempienti economicamente e le comunità si ritrovano in affanno senza entrate. Uomini e donne di cui nessuno se ne è occupato eppure svolgevano il loro lavoro fondamentale, molto spesso. Persone che hanno dovuto comunque gestire lo stress di questo periodo. Dinanzi a loro la paura personale, la paura familiare e quella dei loro ospiti, a cui hanno dovuto cercare di dare amore ed empatia, perché alla sera quegli ospiti non tornavano a casa, nel proprio ambiente di vita, che talvolta coccola e appaca, e per loro il destino è stato già alquanto difficoltoso e di certo un’emergenza epidemiologica ha acuito ancor di più le mancanze e le difficoltà della vita. Forse in questa nuova fase della vita che ha riallacciato le cinture dovremmo ricordarci di molte cose che hanno reso migliore un mondo segnato.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Ragazzi fuori famiglia, i 18 anni rischiano di diventare un incubo ma un progetto potrebbe cambiare le cose…

untitled 2Allontanati durante la minore età da genitori violenti, disadattati o criminali, alla maggiore età vengono abbandonati al loro destino, perdendo casa e vitto, diventando degli invisibili agli occhi delle istituzioni e della società civile. La maggiore età per i minori fuori famiglia diventano una mannaia sul sussidio. Dalla retta versata dal comune di residenza alla comunità che lo ospita a zero euro. Per i circa 28 mila ragazzi allontanati dalle famiglie d’origine, compiere 18 anni significa perdere ogni tutela: niente più assistenza, né vitto né alloggio. Privi di mezzi di sostentamento eppure formalmente adulti. Appena diventano maggiorenni non hanno più la sicurezza dell’ospitalità, salvo in alcuni casi in cui il Tribunale per i Minorenni può disporre il prolungamento sino al ventunesimo anno d’età. Provvedimento che spesso non viene emesso in considerazione  delle difficoltà dei comuni, infatti, molti enti non sono in grado di sostenere l’onere della retta, pertanto i minori fuori famiglia perdono tutto, trovandosi soli e abbandonati al loro destino, che qualche volta li riporta nella famiglia dal quale sono stati allontanati. Ragazzi che al compleanno più importante della vita si ritrovano preoccupazioni invece che festeggiamenti e la maggiore età rischia di diventare una disgrazia dove incontrano senso di vuoto, precarietà e nessuna certezza. Secondo i dati i minori fuori dal nucleo d’origine sono 28.449, suddivisi tra famiglie affidatarie e comunità residenziali. Una fotografia che mostra come la pressione per l’autonomia, per loro, non sia paragonabile a quella che vivono i coetanei. Sono stati ribattezzati care levars questi giovani che vivono in maniera più drammatica di altri le difficoltà legate al passaggio all’età adulta e all’indipendenza. Soggetti con una doppia vulnerabilità: riconducibili all’essere giovani in tempi di incertezza e allo stesso tempo giovani senza o con fragili relazioni familiari e senza un rete nel panorama del welfare adeguata a sostenerli. Secondo alcune ricerche internazionali i care leaver presentano spesso serie difficoltà ad uscire dai percorsi assistenziali, a portare a termine o continuare i percorsi di studio e formazione, a costruire adeguati percorsi professionali, a perseguire stili di vita personali e familiari a cui aspirano e soprattutto ad evitare i rischi di caduta nella spirale della povertà. Di questi giovani si sa poco o nulla. Qualcosa però nel panorama sociale sta cambiando, in alcune regioni si stanno sperimentando i “gruppi appartamento” per favorire l’autonomia e l’indipendenza dei care lever. Mentre, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nell’ambito del fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti, ha dato vita alla sperimentazione di interventi in favore di coloro che al compimento della maggiore età vivono fuori dalla famiglia di origine sulla base di un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Il progetto viene sperimentato su tutto il territorio nazionale. Destinatari della sperimentazione sia i ragazzi interessati da un provvedimento di prosieguo amministrativo, sia coloro che non ne sono beneficiari. L’obiettivo generale del progetto è quello di accompagnare i neomaggiorenni all’autonomia attraverso la creazione di supporti necessari per consentire loro di costruirsi gradualmente un futuro e di diventare adulti dal momento in cui escono dal sistema di tutele. Il progetto di accompagnamento verso l’età adulta sarà strutturato da una valutazione multidimensionale che nascerà dall’Analisi preliminare e dal Quadro di analisi che sarà elaborato dall’assistente sociale in unione con gli educatori della comunità o i familiari affidatari già dal diciassettesimo anno d’età. Il progetto verso l’autonomia dei care lever  potrà avere una durata triennale accompagnando i beneficiari fino al ventunesimo anno d’età. I ragazzi vengono accompagnati con una borsa individuale pari a una somma non superiore a 780 euro per un totale annuo non superiore a 9.360 euro, calcolato anche dal valore ISEE in corso di validità e non superiore a 9.360 euro. A tal proposito si chiarisce che l’ISEE potrà essere prodotto dal ragazzo al compimento del diciottesimo anno d’età, avendo acquisito una residenza fuori comunità, anche in una coabitazione e senza il vincolo di presentare redditi precedenti. Tale borsa individuale mira ad accompagnare il neo maggiorenne verso il completamento degli studi, la formazione professionale e anche un luogo di dimora indipendente ed autonomo. A coadiuvarli anche un tutor per l’autonomia che sarà individuato dai servizi sociali nella figura di un educatore che stimolerà la rete amicale e l’inclusione sociale. Infine, và detto che la borsa individuale si coniuga ai progetti di Garanzia Giovani o tirocini di inclusione ed al Reddito di Cittadinanza, in questo caso la quota della borsa individuale potrebbe subire una variazione nell’approvazione del Reddito di Cittadinanza. Il progetto è stato presentato agli ambiti territoriali della regione Campania, durante un incontro organizzato qualche settimana fa a Palazzo Armieri a Napoli, e si pone senza dubbio almeno nella fase iniziale come un progetto pilota per alcuni ragazzi in carico ai Servizi Sociali, ma senza dubbio stimolante ed incoraggiante affinché questi figli del Servizio Sociale non diventino alla maggiore età degli invisibili che senza meta o supporto brancolano nel mare di incertezze e paure.

Postilla finale: solo qualche giorno fa è stato varato alla Camera un emendamento che integra con tre milioni di euro, per ciascun anno dal 2021 al 2024, il fondo per i giovani care leaver estendendo la misura per la prima volta fino ai venticinque anni.

 

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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