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Diritti dei bambini. Giornata mondiale

🎯Giornata Mondiale dei diritti dei bambini

📌Se tutti i bambini del mondo hanno gli stessi diritti, qualsiasi sia il loro sesso, luogo di nascita, religione, lingua o condizione sociale, lo si deve alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child – CRC), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dall’Italia con la legge n. 176/1991.

📍Quattro i principi ispiratori:
principi ispiratori:

✅ non discriminazione

✅superiore interesse del minore

✅diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo

✅ rispetto per l’opinione del minore.

⁉️Nessuno direbbe che alcuni bambini hanno meno diritti di altri. Eppure, ancora oggi, molti bambini e adolescenti, anche nel nostro Paese, sono vittime di violenze o abusi, discriminati, emarginati o vivono in condizioni di grave trascuratezza e disagio. Alcuni soffrono ancora la fame, la privazione degli affetti dei genitori e non frequentano la scuola.

🎯  Le sfide della pandemia per l’infanzia e l’adolescenza. In tempo di covid 19 è bene ricordarsi dei tanti minori che vivono in contesti disfunzionali e abbandonati: dove mancano strumenti per la Dad e supporto adeguato. Dei tanti che oggi si sentono al sicuro a casa ma che domani vivranno la difficoltà del ritorno. Di quanti si ritroveranno a fare i conti con le disuguaglianze che lascerà questa pandemia.

📌 il monito dovrebbe essere lavorare oggi come adulti, operatori del sociale, istituzioni, per costruire un domani più sereno, perché è un Dovere dell’adulto e un Diritto del minore.

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Bambini in corsia. Un protocollo sancisce i diritti dei piccoli in ospedale

untitledDiritti in corsia per i bimbi. Un protocollo siglato pochi giorni fa garantisce più diritti per i piccoli pazienti in corsia, in primis quello di non essere trattati come “piccoli adulti” ma nel rispetto della loro età. Questo l’incipit dell’accordo siglato tra l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (Aopi). La firma del protocollo a ridosso della Giornata Mondiale per i diritti del Fanciullo, che si celebra ogni anno il 20 novembre, ha visto intorno al tavolo dell’accordo sedute tredici eccellenze ospedaliere pediatriche italiane, dal Mayer di Firenze al Bambino Gesù di Roma, passando per il Santobono di Napoli, sino al Burlo Garofalo di Trieste. Diritti esigibili e misurabili, sanciti già dall’allora Carta dei Diritti dei bambini in ospedale, in cui vengono elencati una serie di diritti per i piccoli pazienti, garantiti dal personale sanitario a tutti i minori che fruiscono delle prestazioni sanitarie erogate, senza alcuna distinzione ed a prescindere da ogni considerazione di razza, colore, sesso, religione, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. La carta delinea quattordici diritti inviolabili dei bambini in corsia: dal diritto al godimento del massimo grado raggiungibile di salute con diritto ad essere assistito in modo “globale”, garantendogli il miglior livello di cura e di assistenza, rispettando la propria identità personale, culturale e religiosa, con pieno rispetto della sua privacy, tutelando il suo sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino, infatti, secondo la Carta, ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessita di isolamento. Il bambino ha diritto a non essere trattato con mezzi di contenzione. Il piccolo, tuttavia, ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute, sulle procedure a cui sarà sottoposto, con un linguaggio chiaro e comprensibile, esprimendo la sua opinione, che dovrà essere prese in considerazione tenendo conto della sua età e del grado di maturazione. Il piccolo, ha piena facoltà di esprimere assenso o dissenso sulle pratiche sanitarie che lo riguardano, il suo consenso o dissenso può essere espresso anche in merito ai progetti di ricerca e sperimentazione clinica a cui sarà coinvolto. Il piccolo ha diritto a manifestare il proprio disagio e la propria sofferenza, con diritto ad essere sottoposto agli interventi meno invasivi e dolorosi. Si dovrà proteggere i bambini da ogni forma di violenza, oltraggio o di altra brutalità fisica o mentale, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Educazione ed interventi autonomi di “auto-cura” in caso di malattia aiutandolo ad acquisire la consapevolezza dei segni e dei sintomi specifici. Il piccolo paziente ha diritto a chiedere e ricevere informazioni sull’uso dei farmaci, delle sostanze nocive ed eventuali evoluzioni verso le tossicodipendenze, con indirizzo ai servizi di riabilitazione se necessario. Infine, il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione. Un’idea di fondo lega la Carta: un ospedale senza dolore, un luogo ricco di amore e comprensione, in cui sia assicurato il miglior livello di assistenza. Dall’accordo siglato nasce anche un’applicazione che consente di veicolare la Carta dei Diritti, attraverso la  quale i bimbi potranno dare il loro feedback in merito al rispetto dei loro diritti. Una piccola popolazione impaziente di crescere, con sogni ed occhi furbetti, sorridenti e con la vita che beffarda gli ha tirato uno strano tranello, giorni o mesi in ospedale, sono molti i bambini che ogni anno trascorrono giorni all’interno dei reparti ospedalieri italiani. Tredici gli ospedali pediatrici italiani da Nord a Sud, per una popolazione stimata di 5 milioni di abitanti. Il numero di bambini con età inferiore a 18 anni dimessi negli ultimi anni da tutte le strutture di ricovero, pubbliche e private, è stato di 104 per 1000 bambini in degenza ordinaria, a cui si aggiungono i circa mille ricoveri in day hospital. Un’esperienza che lascia il segno nella vita dei piccoli. Il ricovero in ospedale comporta sempre per il bambino, a qualsiasi età, la necessità di un riadattamento della vita quotidiana e dei suoi ritmi per il distacco dagli oggetti e dalle persone che rappresentano per lui punti di riferimento e per dover fronteggiare richieste molto diverse da quelle familiari. Il ricovero può concretizzare nel piccolo l’idea di essere malato e bisognoso di cure. Ci sono bambini che mostrano una forte insofferenza alle regole e alle limitazioni ospedaliere: una maschera che serve a coprire la rabbia e l’ansia di sentirsi malati. Ogni bambino reagisce e si relazione alla dimensione ospedaliera in modo differente. E’ importante che i genitori cerchino di riconoscere l’origine della rabbia dei propri figli e la accolgano, perché serve a liberare le tensioni ed aiuta il bambino ad “organizzare” le proprie difese per arginare una situazione sentita come difficile. Minimizzare o criticare le lamentele di un bambino non aiuta a dare valore al suo disagio, che dovrà essere, invece, accolto e gestito. Mostrare comprensione è un primo passo di condivisione tra i genitori ed il bambino che si sentirà supportato e lo accompagna nel suo percorso. I genitori devono considerare che il bambino è spaventato e preoccupato e cerca nei loro comportamenti rassicurazione per tenere a bada le proprie paure. È quindi importante, per quanto è possibile, comunicargli la realtà senza caricarla delle proprie ansie e tensioni. È possibile per questo, come per altre esigenze, farsi aiutare dal personale sanitario del reparto. Ospedali pediatrici e reparti che negli anni si sono colorati, rimodernati e ridisegnati affinché potessero essere sempre più a misura di bambino, cercando di alleggerire il peso del dolore e della sofferenza. Numerosi i progetti in tal senso, dalla clownterapia alla musicoterapia, dalla pet therapy all’utilizzo di tecnologie non farmacologiche, dalla preparazione psicologica all’intervento chirurgico. Gli ingredienti sono sorriso, buona volontà, compagnia, generosità, collaborazione, bontà, capacità con una dose di amicizia e informazione. In altri termini umanità oltre il camice. Umanità che si sposa al rispetto dei diritti dei fanciulli in corsia sancito prima dalla Carta dei Diritti dei piccoli pazienti ed oggi ribadito dal protocollo siglato sempre più al fianco dei diritti dei bambini anche in una fase delicata e difficile che li vede in corsia.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Minori, una carta per figli con genitori separati: ecco 10 diritti

untitled 2Gli amori naufragano, le storie vedono la parola fine, ma un legame resta per la vita: essere genitori. I genitori si lasciano spesso tra litigi e discussioni e a pagare per l’incapacità di mediare degli adulti sono i figli. I conflitti con i figli al centro non sono mai vantaggiosi per nessuno. Meglio rinunciarci. C’è una strada da percorrere prima del divorzio: trasformare un fallimento in una nuova prospettiva. Le separazioni se ben gestite, possono diventare un momento di snodo positivo nella vita di genitori e figli. Questa volta i figli anziché trovarsi sul terreno di scontro e ricatti, hanno potuto dire la loro in un decalogo di desideri. Ai grandi hanno chiesto attenzioni e ascolto, affetti mantenuti e rispetto. Le loro parole, le esperienze ed i timori, storie e sogni sono finiti nella “carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori”, presentata qualche giorno da dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. Un decalogo che pone al centro di tutto gli interessi dei più piccoli. In Italia sono quasi 100mila i bambini con genitori separati. Piccole regole perché non siano travolti e stravolti nelle “guerre” degli adulti, affinché possano mantenere la continuità affettiva costruita negli anni, relazioni solide, rapporti distesi in un clima di serenità. La carta nasce sul volere del Garante che nei mesi scorsi ha creato un’apposita commissione di giovani che si è integrata al parere degli esperti: legali, psicologi, assistenti sociali sentiti in diverse audizioni. Dieci punti brevi ma decisi, ispirati alla convenzione di New York, ai quali i genitori dovranno cercare di aderire anche col supporto degli avvocati, delle varie figure professionali e della agenzie educative.

La carta si apre con il diritto dei figli di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori. Mantenendo i loro affetti con i fratelli ed i nonni. Perché non è detto che i figli dei separati debbano essere bambini sofferenti. Tra gli altri diritti individuati nel decalogo vi è quello di continuare ad essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione. Ancora, i piccoli anche nella separazione hanno diritto ad essere ascoltati e ad esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni, condividendo le loro scelte con i loro genitori. Hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti, vanno rispettati i loro tempi, preservati dalle questioni economiche e meritano delle spiegazioni. Preziosi consigli che mirano a trasformare un momento doloroso in una svolta senza traumi.

LA CARTA DEI DIRITTI DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE DEI GENITORI

I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti

I figli hanno il diritto di essere liberi di continuare a voler bene ad entrambi i genitori, hanno il diritto di manifestare il loro amore senza paura di ferire o di offendere l’uno o l’altro. I figli hanno il diritto di conservare intatti i loro affetti, di restare uniti ai fratelli, di mantenere inalterata la relazione con i nonni, di continuare a frequentare i parenti di entrambi i rami genitoriali e gli amici.
L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.

I figli hanno il diritto di continuare ad essere figli e di vivere la loro età

I figli hanno il diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno il diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno il diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare. I figli hanno il diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.
I figli hanno il diritto di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nella decisione della separazione e di essere informati da entrambi i genitori, in modo adeguato alla loro età e maturità, senza essere caricati di responsabilità o colpe, senza essere messi a conoscenza di informazioni che possano influenzare negativamente il rapporto con uno o entrambi i genitori. Hanno il diritto di non subire la separazione come un fulmine, né di essere inondati dalle incertezze e dalle emozioni dei genitori. Hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori a comprendere e a vivere il passaggio ad una nuova fase familiare.

I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti

I figli hanno il diritto di essere ascoltati prima di tutto dai genitori, insieme, in famiglia. I figli hanno il diritto di poter parlare sentendosi accolti e rispettati, senza essere giudicati. I figli hanno il diritto di essere arrabbiati, tristi, di stare male, di avere paura e di avere incertezze, senza sentirsi dire che “va tutto bene”. Anche nelle separazioni più serene i figli possono provare questi sentimenti e hanno il diritto di esprimerli.

I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti

 

I figli hanno il diritto di non essere strumentalizzati, di non essere messaggeri di comunicazioni e richieste esplicite o implicite rivolte all’altro genitore. I figli hanno il diritto di non essere indotti a mentire e di non essere coinvolti nelle menzogne.

I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori

I figli hanno il diritto che le scelte più importanti su residenza, educazione, istruzione e salute continuino ad essere prese da entrambi i genitori di comune accordo, nel rispetto della continuità delle loro abitudini. I figli hanno il diritto che eventuali cambiamenti tengano conto delle loro esigenze affettive e relazionali.

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori

I figli hanno il diritto di non assistere e di non subire i conflitti tra genitori, di non essere costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, di non dover scegliere tra loro. I figli hanno il diritto di non essere costretti a schierarsi con uno o con l’altro genitore e con le rispettive famiglie.
I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi

I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori.

I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nelle decisioni economiche e che entrambi i genitori contribuiscano adeguatamente alle loro necessità. I figli hanno il diritto di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, e di non subire ingiustificati cambiamenti del tenore e dello stile di vita familiare, di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.

I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano

I figli hanno il diritto di essere ascoltati, ma le decisioni devono essere assunte dai genitori o, in caso di disaccordo, dal giudice. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni prese, in particolare quando divergenti rispetto alle loro richieste e ai desideri manifestati. Il figlio ha il diritto di ricevere spiegazioni non contrastanti da parte dei genitori.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Corte Europea, il ricongiungimento familiare per minori stranieri è possibile dopo 18 anni

untitledUn minore straniero non accompagnato che diventa maggiorenne nel corso della procedura di asilo conserva il suo diritto al ricongiungimento familiare. Lo sancisce una sentenza della Corte europea di giustizia a partire dal caso di una ragazza eritrea arrivata nei Paesi Bassi quando era ancora minorenne. Chiesto il ricongiungimento con i familiari, la sua domanda fu respinta perché nel frattempo era diventata maggiorenne, sottoposta la questione pregiudiziale dal Tribunale dell’Aia alla Corte europea, questa ha sentenziato che vale l’età di ingresso nel paese dell’ Unione Europea, non l’età al momento del riconoscimento dell’asilo. La sentenza, prevede, che la domanda di ricongiungimento familiare deve tuttavia essere presentata entro un termine ragionevole, in linea di principio di tre mesi a decorrere dal giorno in cui al minore interessato è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Nella sua sentenza, la Corte, qualifica come “minori” i cittadini di Paesi non Ue e gli apolidi che hanno un’età inferiore ai 18 anni al momento del loro ingresso in uno Stato membro della comunità europea e della presentazione della loro domanda di asilo in tale Stato, e che nel corso della procedura di asilo diventano maggiorenni ed ottengono in seguito il riconoscimento dello statu di rifugiato. Infatti, come ricorda la Corte, la direttiva prevede per i rifugiati condizioni più favorevoli per l’esercizio del diritto di ricongiungimento familiare in considerazione delle ragioni che hanno costretto queste persone a fuggire dal loro paese, condizioni come la guerra, le persecuzioni religiosi, che impediscono il loro vivere quotidiano ed una vita familiare normale. In particolare, i rifugiati minori non accompagnati dispongono del diritto di ricongiungimento che è sottoposto alla discrezionalità dello stato membro. La direttiva nel suo non indica espressamente sino a quale momento un rifugiato debba essere minore per poter beneficiare del diritto al ricongiungimento familiare, per cui la Corte ha deciso che la determinazione di questo momento non può essere lasciata alla discrezionalità di ciascun stato membro. Scappano da guerre, carestie, persecuzioni religiose, fame o schiavitù. E scappano soli. I documenti ufficiali del Ministero del lavoro, le cifre dicono che in Italia i minori stranieri non accompagnati censiti al dicembre 2016 sono 17.373, di cui 6.561 considerati “irreperibili”. Un numero in netto aumento stando alle cifre del 2017, dove nei primi mesi dello scorso anno si registravano 16.348 MSNA, seguendo la sigla dei documenti ufficiali. I minori non accompagnati tra il 2011 e il 2016 costituiscono il dieci percento di tutti gli arrivi complessivi dei rifugiati in Italia. Una numero che fa rabbrividire considerato che spesso sono bambini che da soli hanno affrontato un viaggio pericoloso e spesso mortale, in condizioni disumane anche per un adulto. Sfidano le onde del mare, la paura, scappando dai loro paesi d’origine, spesso perdono i loro genitori durante il viaggio, cadendo nelle mani di sfruttatori e trafficanti. I bambini ed i ragazzi che toccano terra in Italia, hanno le spalle storie di abusi e violenze, anche prima che affrontassero la traversata del mare. In un documento pubblicato da “Save the Children” si legge di storie di torture, soprusi, stupri, privazioni di acqua e di cibo, lunghi viaggi in piedi o in condizioni impossibili. La traversata del mare è solo la parte finale di un lunghissimo incubo per questi bambini. Stando ai dati del Ministero del lavoro, questi bambini provengono dalla Gambia, segue l’Egitto, l’Albania, sino a alla Somalia, passando per Costa d’Avorio, Eritrea. Paesi in crisi profonda, o dilaniati dalla guerra o da regimi crudeli. Sul territorio italiano sono ospitati soprattutto in Sicilia, Calabria, Emilia Romagna, Lombardia e Lazio. I minori arrivati in Italia non possono essere rimpatriati, deve essere garantito loro il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria, con l’accesso al sistema di protezione dei rifugiati. In loro lo sguardo alle loro origini, alla loro famiglia rimasta tra la guerra e la paura, così il ricongiungimento familiare diventa la luce infondo ad un tunnel fatto di speranza e di soprusi, di sacrifici che sanno di ripartenza sul territorio italiano. E se fino a qualche tempo fa la norma sul ricongiungimento familiare era affidata all’interpretazione e alla discrezionalità dello stato membro che ospitava il minore straniero non accompagnato ed in alcuni casi i ricongiungimenti non avvenivano perché la richiesta era stata formulata al raggiungimento della maggiore età, la Corta ha stabilito che per il ricongiungimento familiare vale l’età al momento dell’ingresso nel Paese ospite. Una sentenza che farà tornare il sorriso e l’emozione a molti minori stranieri non accompagnati e alle loro famiglie lontane.

 (Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Il caso Ciacci e quella legge contro l’omofobia sepolta in parlamento

img_0217Un uomo, Giovanni Ciacci, famoso stylist noto come Giò Giò, concorrente di “Ballando con le stelle”, il reality danzante di Rai Uno, che balla al fianco di un altro uomo, il ballerino Raimondo Todaro. La scelta, nuova rispetto al passato, di questa edizione di Ballando, di comporre una delle coppie in gara con due uomini, non ha mancato di suscitare curiosità e pure alcune critiche. Ma gli animi si scaldano quando uno dei giudici di “Ballando con le stelle”, Ivan Zazzaroni, non vota la coppia Ciacci-Todaro, perché considerata “fuori contesto”: “Non riesco a valutare, tant’è che forse non voto neanche”, ha dichiarato il giudice. Prima arriva la bordata di fischi dal pubblico, poi il tentativo della conduttrice Milly Carlucci di placare gli animi chiedendo spiegazioni a Zazzaroni. Dopo i fischi in diretta sono arrivate le reazioni sui social, che hanno subito twittato di omofobia, alla quale si è accodato anche il portavoce di Gay Center, Fabrizio Marrazzo, che ha parlato di “omofobia di bassa lega in televisione”. Picchiati, insultati, aggrediti spesso sotto gli occhi indifferenti dei passanti, si scrive omofobia e si legge come chiusura ai diritti e al riconoscimento sessuale della comunità lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transessuali). Omofobia che si mescola al bullismo tra i più giovani, sfociando in violenze inaudite. Mentre l’Europa e gli Stati Uniti hanno fatto dei matrimoni omosessuali la loro apertura mentale, in Italia la legge sulle unioni civili, tarda a decollare, mentre la legge contro l’omofobia ancora si attende. Segno solo del ritardo della politica o più in generale di una cultura diffusa ancora impregnata di pregiudizi verso gay, lesbiche, bisessuali e transessuali? La risposta è amara, la discriminazione sociale è dura a morire, l’Italia è ancora un paese culturalmente omofobo. Il problema riguarda più il sud e la provincia italiana. Ci si divide così tra chi ha paura di dichiararsi alla società, per una mentalità pronta a tacciare e commentare, e tra chi invece ha paura di scontrarsi col problema dei diritti, delle leggi che ancora mancano. Le priorità sembrano due: una legge contro l’omofobia, dimenticata in Senato da quattro anni, dove è ancora ferma ed il riconoscimento reale ed effettivo delle unioni civili. Riforme bloccate e legate ancora ad un certo cattolicesimo che non apre gli occhi, non si rende conto e non accoglie. Ma esiste una comunità arcobaleno che indipendentemente dal sesso vive nella società e abbraccia tutte le aree sociali: famiglia, anziani, disabilità e con loro si affronta quotidianamente il lavoro sociale e la questione di genere. Con la comunità lgbt tutti noi abbiamo dovuto imparare a fare i conti col linguaggio che cambia: coming out: letteralmente, uscire fuori dall’armadio, dichiarando ciò che si è. Il primo passo è dichiararlo a se stessi ed accettarlo, ciò avviene con i propri tempi, e può avvenire in ogni momento della vita, in contesti e momenti differenti. Diversamente l’outing, che consiste nel rivelare l’orientamento sessuale, la propria identità di genere ad un’altra persona. Si tratta di dichiarazioni che comportano paure e forme di stress. La più diffusa è la “minority stress”, l’insieme di disagi psicologici causati da una condizione di minorazione stigmatizzata. Per cui si vivono tre dimensioni: omofobia interiorizzata: si interiorizza l’eteronormalità, vivendo male il proprio orientamento sessuale/identità di genere, sino al rifiutarlo; uno stigma percepito: cioè una percezione del rifiuto sociale. Più è la percezione e più sarà la vigilanza ed ricorso a strategie difensive; la terza dimensione riguarda l’esperienza vissuta, la violenza psicologica, fisica o verbale. Naturalmente molto dipende dal contesto, è necessario un radicale cambio di mentalità nelle nuove generazioni, nonché una rappresentazione meno banalizzante dei media. Ma in un contesto di profondo cambiamento culturale che spinge a rivedere il nostro linguaggio e la nostra mentalità, il sociale continua a girare e la comunità lgbt continua ad evolversi, a maturare e ad invecchiare incontrando problematiche di salute, di sostegno sociale, sicurezza sociale, autosufficienza fisica e mentale. Incontrando questioni specifiche, dalla svalutazione dell’omosessualità nei luoghi per gli anziani. In molti casi si tratta di persone che spesso non hanno discendenti biologici che possono prendersi cura di loro, ciò ha delle ripercussioni psicologiche e ci si scontra anche con servizi ed istituzioni che ancora non sono pronte alla comunità arcobaleno e alle loro esigenze, a questo si aggiunge anche il contesto in cui sono cresciuti ed invecchiate: molte persone lgbt,  si sono dovuti scontrare con matrimoni eterosessuali, o con concezioni che legavano gli omosessuali ai malati di mente. Il tutto si amplifica in una società moderna sorda alle loro esigenze, seppur qualcosa sembra cambiare, infatti, da qualche anno sono nate delle co-housing per persone lgbt, ma ciò comporta ancora una volta, anche nell’ultima fase della vita: la vecchiaia, l’esclusione sociale, un distinguo che ancora una volta viene fatta seppur forse con più diplomazia. Allora la domanda di fondo è: saremo davvero un paese socialmente vero e arcobaleno, riconoscendo le diversità facendone una ricchezza?

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Sì all’adozione a coppia gay, il Tribunale di Firenze applica in pieno la 184/83

IMG_0217Sentenza storica per l’Italia: il Tribunale per i minorenni di Firenze ha accolto la richiesta di una coppia gay, riconoscendoli pienamente genitori adottivi. La coppia di due uomini italiani, ma residente nel Regno Unito, ha ottenuto dall’Italia, grazie al tribunale del capoluogo toscano, il riconoscimento all’adozione di due fratellini. Una sentenza storica per il nostro paese. Fino ad oggi in Italia era possibile solo ottenere, in seguito ad un iter giudiziario, solo l’adozione del figlio del partener (la cosiddetta stepchild adoption). A sostenere la battaglia di questi due papà fiorentini è stata Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti Lgbt. La coppia si era rivolta proprio all’associazione per ottenere in Italia la trascrizione dei provvedimenti emessi dall’autorità straniera a cui consegue per i figli il riconoscimento della cittadinanza italiana e del medesimo status e diritti così come riconosciuti nel Regno Unito. Il tribunale toscano, con un’articolata motivazione, ha accolto integralmente le richieste avanzate dal legale della coppia, compiendo una completa disamina della disciplina del riconoscimento in Italia dei provvedimenti stranieri che riguardano i minorenni e riconoscendo l’inquadramento della fattispecie avanzata dall’art. 36 comma 4 della legge 184/83 che disciplina in Italia le procedure di affidamento e di adozione di un minore. “Il riconoscimento di tale sentenza (ndr quella pronunciata dalla Corte inglese) è assolutamente aderente all’interesse dei minori che vivono in una famiglia stabile”- è quanto si legge nel decreto. E poi continua: “Si tratta di una vera e propria famiglia, di un rapporto di filiazione in piena regola e come tale va pienamente tutelato e del resto la nuova formulazione dell’ articolo 74 cc sulla parentela, dopo aver nella prima parte specificato che la parentela è vincolo tra le persone che provengono da uno stesso stipite, aggiunge, ‘sia nel caso che la filiazione è avvenuta all’interno del matrimonio, sia nel caso in cui è avvenuta al di fuori di esso, sia nel caso il figlio è adottivo”. Una sentenza  che rispetta i canoni segnati dalla 184/83, la disposizione normativa prevede che l’adozione pronunciata dalla competente autorità di un paese straniero ad istanza di cittadini italiani che dimostrino di avere soggiornato continuativamente nello stesso e di avervi avuto la residenza da almeno due anni, viene riconosciuta ad ogni effetto in Italia purché “conforme ai principi della convezione” (convenzione dell’aja 29 maggio 1993). Un’ipotesi che prende le distanze dalla normativa che disciplina l’adozione internazionale da parte di coppie italiane. Il tribunale ha proceduto alla verifica della conformità alla convenzione dell’Aja della sentenza britannica con la quale era stata disposta l’adozione di due fratellini, chiarendo che la convenzione non pone limiti allo status dei genitori adottivi, ma richiede unicamente la verifica che i futuri genitori adottivi siano qualificati e idonei all’adozione, esame che nel caso di specie è stato puntualmente effettuato dalle autorità inglesi, riservando l’eventuale rifiuto all’ipotesi che il riconoscimento sia manifestamente contrario all’ordine pubblico. La sentenza però porta ad esaminare un altro parametro importante rappresentato dall’ “interesse superiore del minore”, il tribunale fiorentino chiarisce che deve essere salvaguardato il diritto dei minori a conservare lo status di figlio, riconosciutogli da un atto validamente formato in un altro paese dell’unione europea (preceduto da una lunga, complessa e approfondita procedura di verifica), e che il mancato riconoscimento in Italia del rapporto di filiazione esistente nel regno unito, determinerebbe una “incertezza giuridica” che influirebbe negativamente sulla definizione dell’identità personale dei minori. Peraltro, aggiungono i giudici, la sussistenza dei requisiti ex art. 36 Comma 4, esclude una valutazione discrezionale da parte dell’autorità giudiziaria italiana. Non di meno si sottolinea come dalla documentazione prodotta sia emerso che “si tratta di una vera e propria famiglia e di un rapporto di filiazione in pena regola che come tale va pienamente tutelato”. Una tappa storica per il riconoscimento dei diritti della famiglie arcobaleno: la transnazionalità di queste famiglie è un ruolo fondamentale, la giurisprudenza ha chiarito che l’ordine pubblico internazionale non pone alcun ostacolo al riconoscimento della continuità dei rapporti che si costituiscono all’estero, per realizzare pienamente quello che l’interesse dei minori, rimarcato dalla stessa 184/83 e caro ad ogni esperto che entra in contatto con i bambini. La sentenza fa emergere però l’inammissibile situazione di disuguaglianza in cui versano tutte quelle famiglie che non possono aggrapparsi alla transnazionalità, alle quali il legislatore nega qualsiasi forma di riconoscimento e tutela. Sarà un primo passo verso una maggiore apertura e cambiamento?

Pubblicato su “il denaro.it”

 

 

 

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