Italia in povertà. 5 milioni di italiani, tanti i bambini in stato di bisogno, il sociale al loro fianco

untitled 2Sono oltre cinque milioni i poveri in Italia, l’8,4% della popolazione residente, secondo le stime. Un dato in aumento costante: in dieci anni la povertà assoluta è infatti aumentata del 182%. Più di un milione e duecento mila sono bambini e ragazzi. La lotta alla povertà, però, può contare sul cuore grande, generoso, vero del sociale, articolato in un sistema di misure, piccole e grandi, per lo più sconosciute e invisibili alla società, che fanno però la differenza in qualità della vita per tante persone e famiglie. A promuovere questi interventi lungo tutto lo stivale, sono enti locali, organizzazioni del terzo settore, aziende e comunità. Spesso lavorano insieme unendo obiettivi e forze. La povertà però non è solo questione economica ma anche educativa, abitativa e sanitaria. Contro i diversi tipi di povertà si mobilitano progetti per facilitare il ricollocamento nel mondo del lavoro, per poter assicurare un pasto al giorno, migliorare l’accesso alle prestazioni sanitarie, offrire un tetto a chi dorme per strada. Da una parte anziani soli in case troppo grandi, dall’altra, persone che hanno perso il lavoro e la casa, e non sanno dove andare. Ma se questi due bisogni si uniscono nasce il cohousing, un progetto di coabitazione solidale pensato da “Auser” di Firenze per contrastare la povertà abitativa. Dal capoluogo toscano il progetto si è esteso a molte città del nord Italia. In alcune realtà si è dato vita ai condomini solidali che ospitano sino a 49 persone. Non solo un luogo fisico ma intreccio di relazioni e di incontri umani. Un lento percorso di inserimento fatto di incertezze, timori, paure e diffidenze, per questo ci si incontra più volte per conoscersi, spesso seguiti dai volontari, sino poi alla stipula di un “patto di convivenza” dove si dividono spazi, angoli di vita, spese vive e bollette. Dai forni ai poveri. A Roma, i volontari, recuperano il pane non venduto ma ancora buono per destinarlo a circa 2300 poveri della capitale. Da qualche mese il recupero si è esteso anche a frutta e verdura. Si stima un valore di 250 mila euro, grazie al recupero di pane e di ortofrutta. Da qualche settimana è stata messa a punto un’applicazione “Romacheserve” che consente di incontrare le realtà produttive che hanno eccedenze alimentari per donarle alle realtà sociali che invece hanno bisogno di riceverle.

E’ maschio ed ha 44 anni, il volto dell’utente-tipo che chiede aiuto alla rete Caritas per problemi legati alla povertà. In un caso su quattro le richieste abbracciano il range d’età dai 18 ai 34 anni. Nel 2017, secondo i dati della Caritas, sono stati quasi 200 mila le persone che hanno chiesto una qualche forma di sostegno o d’aiuto ai Centri d’Ascolto. 2 milioni e 600 mila interventi, il valore assoluto della rete Caritas. Diminuiscono le storie di povertà intercettate, si rileva però una maggiore complessità e cronicità dei casi. In crescita il numero delle persone senza fissa dimora, ancora oggi la rottura dei legami familiari costituisce un fattore scatenante nell’entrata in uno stato di povertà. La forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali, fra queste spiccano le distribuzioni di pacchi di viveri , di vestiario e i pasti alla mensa. In alcune parti d’Italia è sul legame di collaborazione fra pubblico e privato che si gioca la scommessa del contrasto alla povertà sul territorio. Intorno a questo rapporto sono nati diversi interventi messi in atto dalle amministrazioni comunali, coordinate dal settore welfare dell’Anci. Strategia principale sono i ‘patti’, veri e propri contratti sottoscritti tra la persona in difficoltà e un ente partner: in base ai bisogni, la persona ha a disposizione un’assistenza necessaria (un sussidio e un percorso per potenziare risorse personali e lavorative) in modo da superare lo stato di vulnerabilità, in cambio deve essere “responsabile” del cambiamento.  All’improvviso il filo conduttore della vita può spezzarsi: la perdita di un lavoro, un incontro sbagliato, un passo fatale che genera un errore, da cui è difficile riprendersi e si finisce per strada senza più nulla. Storie di vita “invisibili”, ma attorno a questo stato di povertà assoluta, molte Onlus italiane hanno avviato un progetto per creare opportunità lavorative per i senza fissa dimora, così da farli rimettere in gioco. In effetti è il principio ispiratore del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, inventore del microcredito: la povertà si vince dando ad ognuno la fiducia, creando lavori possibili anche solo con piccoli incentivi. Perché essere esclusi porta ad una condizione di non ritorno e dalla povertà pochi si salvano, così le strutture sociali non stanno a guardare. A Roma è in fase di sperimentazione il progetto “Ricomincio da me” che impegna i senza fissa dimora in città nella cura del verde pubblico. La povertà si ripercuote anche sullo stato di salute, così in molte città italiane i medici in pensione si mettono a disposizione degli indigenti per consulenze e visite mediche. Veri e propri ambulatori solidali. Mentre, venti scuole di sette regioni italiane sono al lavoro per il contrasto alla povertà educativa. Si tratta di un intervento che vede coinvolti studenti, docenti e genitori con l’obiettivo di assicurare e garantire a bambini e ragazzi il diritto di un’educazione di qualità. Il progetto si chiama “Lost in Education” e coinvolgerà per tre anni, fino a novembre 2021, circa 4500 fra ragazzi e ragazze delle scuole secondarie di primo e di secondo grado. Capofila di “Lost in Education” è Unicef Italia, sul sito dell’associazione è possibile approfondire il progetto e spulciare tra le varie regioni aderenti. “Mani nel fango per costruire” sono i maestri che lavorano a Napoli tra la strada e le istituzioni. I loro studenti sono ragazzi che, per vari motivi, hanno difficoltà a seguire un percorso scolastico o anche solo ad accedervi. una sessantina di educatori, attivi a Napoli, in lotta contro la dispersione scolastica, terreno in cui prospera la povertà. Il lavoro si gioca tra l’aula scolastica con i singoli studenti e con l’intera classe, sia sul territorio. Anche andando a cercare lo studente che non va a scuola, che ci è stato segnalato dai servizi o dalle scuole, contattando le famiglie.

Una rete di uomini, donne, istituzioni, associazioni, che anziché girarsi dall’altra parte guardano con occhi di speranza, di ottimismo, futuro, solidarietà agli altri, agli ultimi della società, non solo durante il periodo più dolce dell’anno: il Natale, perché il cuore e la solidarietà devono coesistere tutto l’anno ed è il caso di dire: Evviva il Sociale!

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Natale 2018 è “sospeso”: il dono delivery è solidale e social

untitled“Ritornerà Dicembre con il freddo e i temporali e tu sarai già pronta con la lista dei regali… confondono i ricordi i regali di natale” in sottofondo le parole e la musica di Venditti nei suoi “regali di Natale”. Sembra proprio che nel Natale targato 2018 tra un regalo e l’altro ci sia posto per aprire il cuore agli altri, donando con spirito di altruismo e solidarietà doni sospesi. Riannodando il filo storico del “caffè sospeso”, lasciare un caffè pagato per chi non può permetterselo, usanza nata tra i cuori generosi dei vicoli di Napoli e divenuta oramai pratica solidale in molti Paesi del mondo. La crisi ha fatto il resto e la tazzina solidale è uscita dai confini partenopei per salire lungo tutto lo stivale arrivando fino a Pordenone e contagiando persino Lampedusa. La tazzulella attraversa le regioni e cambia volto diventando forno solidale a Roma, pane sospeso a Torino. Diventando “piatto sospeso” un food delivery solidale e social, con “just eat” la famosa app di cibo a domicilio, fino a pochi giorni prima di Natale, sarà possibile aggiungere al proprio ordine un pasto da donare, moltiplicando la donazione grazie ai propri follower su Instagram. Accedendo all’app, si può selezionare dal menù del ristorante solidale aderente un piatto speciale dal valore di 3 o 5 euro, che viene regalato e consegnato, grazie a “PonyZero”, a comunità, case di accoglienza e persone senza dimora ospitate in centri e luoghi dedicati, nella sera del 20 Dicembre, Giornata Internazionale della Solidarietà Umana, e in successive cene solidali organizzate in molte città d’Italia. Ordinando un “piatto sospeso” si potrà moltiplicare la solidarietà scattando una foto della propria cena a domicilio e condividendola su Instagram usando l’hastag #unpiattosospesoconjusteat e il tag alla pagina @justeat_it. In base al numero dei follower dell’utente, l’app moltiplica la donazione, insieme ai ristoranti solidali che partecipano all’iniziativa. La solidarietà ha mille volti, dal “piatto sospeso” si approda al “regalo sospeso” di Cava dei Tirreni, nel salernitano, dove sarà possibile acquistare e lasciare in sospeso a favore dei bambini e di nuclei familiari particolarmente svantaggiati o che versano in situazioni di disagio economico e sociale, un dono natalizio, che gli sarà poi consegnato. Le farmacie diventano solidali in cui saranno dispensati farmaci donati a migranti e persone bisognose. A prevederlo il progetto pilota “Farmacie di strada” lanciato qualche settimana fa in occasione dell’Assemblea pubblica 2018 di Assogenerici, per contrastare il diffondersi di patologie legate alla povertà o al mancato accesso alle cure. Le farmacie funzioneranno indipendentemente ma in stretta connessione con gli ambulatori di strada: saranno rifornite da Banco Farmaceutico che gestirà la raccolta e la distribuzione dei farmacisti volontari aderenti alla Federazione nazionale dei farmacisti distribuiranno i prodotti, secondo le prescrizioni mediche rilasciate dagli ambulatori solidali. Il progetto sembra promettere bene e sarà una sperimentazione per i prossimi dodici mesi dalla capitale romana. I regali di Natale fanno bene, senza dubbio, e perché non far del bene con i regali solidali, sostenendo piccoli e grandi progetti a fin di bene. Un dono che illumina gli occhi di chi lo riceve e dona felicità a chi lo fa. “Mantero per Dee di Vita” un turbante di seta e cashmare “Pink Butterflies” il cui ricavato delle vendite servirà per donare turbanti alle pazienti in cure oncologiche. Un bracciale “Cruciani” per sostenere “La lega del filo d’oro” , un bracciale in pizzo macramè resistente all’acqua  che unirà la solidarietà allo stile fashion. “Arsenale Accoglienza” comunità di famiglie, che dona ospitalità a minori, giovani adulti e nuclei famigliari fortemente. disagiati. Per aiutarli nella loro attività, potete regalare un pandoro o un panettone prodotti dal laboratorio della storica pasticceria torinese. Una speciale latta che racchiude la bontà del tradizionale dolce natalizio assieme al prezioso gesto di solidarietà. Un aiuto concreto a “Dottor Sorriso, Onlus che sostiene i piccoli pazienti ricoverati in ospedale, affinché non perdano la voglia di giocare e scherzare, affrontando il difficile periodo del ricovero con maggiore serenità. Insomma, i regali di Natale possono avere molti volti basta solo aprire il cuore e scegliere quello più adatto, infondo a Natale non siamo tutti più buoni e vogliamo regalare un sorriso?

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Meno compiti per le vacanze, parola di ministero. Perché il ministro ha ragione?

untitled“Meno compiti, più vita”, lo ha annunciato nei giorni scorsi il Ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che ha invitato gli insegnanti a lasciare più libertà agli studenti, durante le festività natalizie, per fare movimento, divertirsi e stare coi parenti. Un appello al corpo docenti, che si concretizzerà in una circolare, il cui contenuto sarà: meno compiti per le vacanze di Natale. Una decisione che ha già fatto discutere, contestata in primis da alcuni insegnanti, ancorati da una visione classica della scuola: compiti per tenere in allenamento la mente e per non perdere il filo conduttore dei programmi già realizzati a metà anno, sulla stessa linea anche alcuni genitori, spaventati dal troppo tempo libero che avrebbero i loro figli, impauriti di vederli impoltronire dinanzi ai social o ai videogiochi. Ovviamente c’è bisogno della giusta ratio da parte degli insegnanti e dei genitori. I ragazzi di oggi intrappolati nella tela dei colori del web, dei giochi online, delle conversazioni in chat, hanno bisogno di creatività e semplicità, di scoprire il mondo e le sue bellezze: una passeggiata coi genitori on the road, senza meta, perché la bellezza sta proprio nelle piccole cose, che apparentemente possono sembrare insignificanti e vuote, ma che regalano tempo, attenzioni, relax e sana noia. C’è bisogno di riscoprire da adulti ed educatori quale siamo la semplicità, il tempo vuoto che non è già riempito dal lavoro, dalle scadenze, solo così di riflesso potremmo insegnare ai ragazzi che c’è un tempo “da riempire” con attività, idee, iniziative e non solo con compiti ed esercizi. Tempo per passioni, per la lettura e per la musica: passioni da vivere e da riscoprire. Senza dubbio, la parte più importante dell’apprendimento avviene a scuola. Fuori, gli alunni possono sviluppare la loro cultura leggendo, esplorando il mondo che li circonda, maturando come cittadini che usano il sapere appreso tra i banchi di scuola: se in classe imparano a leggere, fuori possono scegliere un libro; se imparano la storia dell’arte è giusto che dopo la scoprano in un museo. Insomma, crescono come cittadini. I motivi per ridurre o non assegnare compiti per le vacanze natalizie sono molteplici, anzitutto, va sfatato il mito che i ragazzi dimentichino quanto appreso in questi mesi: le festività natalizie, rapportate a quelle estive, sono più brevi. Difficile pensare che in poco più di due settimane i ragazzi perdano l’allenamento mentale e l’abitudine allo studio. Anzi, hanno la possibilità di riposare la mente ed il corpo, utile ad aiutare i ragazzi ad affrontare la seconda parte dell’anno. La stanchezza mentale e la pressione scolastica a cui sono sottoposti i ragazzi durante l’anno non va tralasciata ma considerata. Spesso, accade che gli studenti sono stanchi, hanno poche energie mentali e sforzarli o costringerli a dare il meglio non potrà che avere effetti negativi. Spesso ho incontrato ragazzini che dopo il tempo pieno a scuola vorrebbero giocare, curiosare, vivere ma non appena tornati a casa sono costretti ai compiti e faticano non poco per trovare la concentrazione e le energie giuste. Perché allora caricarli durante il periodo più leggero e dolce dell’anno, il Natale, di compiti? Molti, pensano che le vacanze siano il momento più adatto per recuperare argomenti e nozioni arretrate, ma è davvero così? Forse, rischiamo di avere un effetto domino: un rifiuto ed una chiusura. E’ a scuola che si apprende, si interagisce con i compagni e gli insegnanti, non è a casa o in vacanza che può nascere interesse per lo studio o domande a cui trovare una risposta. Le ferie natalizie sono per antonomasia il periodo in cui la famiglia cerca di riunirsi, ve lo dice una che da sempre attende su una stazione il treno che arrivi con su il proprio fratello, l’aereo che porti gli zii, insomma, diciamocelo che se c’è un posto che in questo periodo rispecchia il ritrovo delle famiglie sono le stazioni e gli aeroporti. Forse, il Natale, è l’unica occasione per ritrovarsi. Lasciare ai ragazzi il tempo di vivere appieno questo momento, di riscoprire la propria famiglia, è il miglior regalo di Natale che gli si possa fare. Perché c’è un valore che non deve mai tramontare ma essere tramandato ed è quello della famiglia, ma solo vivendola lo si può insegnare.  Quindi, vi starete chiedendo, niente compiti per le vacanze di Natale? Sì, e gli insegnanti potrebbero invece stendere una lista di suggerimenti per i genitori, indicando le mostre più interessanti, i film da proporre, le esperienze da poter condividere coi loro figli. Potrebbero suggerire alle mamme e ai papà, che spesso non sanno quali attività formative proporre ai figli, a cogliere le suggestioni. Insomma, una via di mezzo che unisca la cultura che si apprende sui banchi di scuola durante l’anno, le vacanze di Natale e la famiglia, sembra proprio esserci, basta solo intraprenderla e magari sarà una piacevole scoperta per tutti.

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“I nostri figli”, orfani anonimi del femminicidio

untitledNiente più fondi in manovra per gli orfani di femminicidio. Bocciata l’erogazione di dieci milioni di euro proposta dalla vicepresidente alla Camera, Mara Carfagna. La rabbia dei parenti è un pugno dritto allo stomaco. Un appello accorato e commovente, affidato alle colonne de “Il Corriere della Sera” da Renato, padre di una ragazza uccisa dall’uomo che diceva di amarla –ora in carcere con una condanna a 30 anni – e nonno nonché tutore dei nipotini. Nella sua lettera elencava, disperato, tutte le difficoltà anche economiche nell’affrontare la situazione. Nonostante esista una legge che garantisce un mantenimento ai figli rimasti senza un genitore a seguito di un omicidio commesso dall’altro coniuge, senza risorse diventa difficile il sostegno. Un emendamento di pochi giorni fa, ha bocciato l’incremento di 10 milioni di euro per le famiglie affidatarie dei minori orfani di femminicidio, soprattutto nel caso si tratti di zii, nonni o parenti a cui il minore è stato affidato per rispettare la continuità affettiva ma che versano in condizioni economiche disagiate o comunque non prospere. Le risorse erano individuate eliminando spese non produttive, dunque l’emendamento non chiedeva un euro in più ai contribuenti. Sono circa milleseicento i cosiddetti “orfani speciali” in Italia, molti di loro testimoni delle violenze subite dalla madre o addirittura spettatori dell’uccisione da parte del compagno. Orfani speciali che devono riuscire a fronteggiare e convivere con quelle profonde cicatrici che scenari del genere lasciano, ma soprattutto al trauma di una perdita genitoriale devono aggiungere l’incertezza del proprio destino. Il più delle volte sono le “vittime collaterali”: i familiari che rimangano a prendersi cura e che si trovano a fronteggiare problemi sia economici per il mantenimento delle vittime che psicologici. Terrore, tremori, fragilità. Poi lo scontro con la lenta e fredda burocrazia, è questa la vita degli orfani di femminicidio. Un incubo che investe le piccole vittime. Che fine fanno? La cronaca li investe di attenzioni per qualche giorno: il pensiero corre al trauma indelebile di quel che è accaduto, si sprecano commenti ed indignazione. Poi, il buio. Un velo di oblio cala sul loro immenso bisogno di attenzioni e cure, di diritti che le istituzioni oggi gli negano. Si tratta di vittime che non possono contare sul supporto dei servizi. Così ci si scontra con un’Italia di battaglie sul bene superiore dei minori, dove protocolli e percorsi pensati per chi sopravvive all’epidemia dei femminicidi – uno ogni tre giorni- non ne esistono, questi figli vengono dimenticati e l’anno successivo all’evento traumatico, quello decisivo, stando ai manuali di psicologia per evitare scelte estreme da parte loro, ci pensano nella maggioranza dei casi i nonni. Dolore al dolore, trauma su trauma, lutto su lutto. Montagne da scalare: i funerali, i processi, la burocrazia, l’affidamento, le domande insistenti dei piccoli sui loro papà, le difficoltà economiche delle famiglie affidatarie che devono fare i conti col dolore da mascherare e una vita da rimodulare e ridisegnare in funzione di un bambino orfano delle persone più importanti della propria vita, familiari consapevoli che un giorno la realtà andrà raccontata e rivissuta per quanto macabra e dolorosa. Alle vittime collaterali, si è ispirato il film “i nostri figli” andato in onda su Rai 1, lo scorso giovedì. Una grande storia d’amore, responsabilità e coraggio. Un racconto intenso, interpretato da Vanessa Incontrada e Giorgio Pasotti, genitori nel film di due bambini ed un matrimonio solido, mentre in Sicilia un’altra famiglia si sgretola per sempre: la cugina di lui viene uccisa dal marito ed i tre figli Luca, Giovanni e Claudio, vengono affidati a Roberto e Anna (Pasotti e Incontrada). La famiglia si allarga ma è difficile trovare un nuovo equilibrio, non mancano le difficoltà di inserimento, le difficoltà economiche, e i due protagonisti da buoni genitori fanno molti sacrifici, soprattutto quando lui perde la sua azienda. Un tassello alla volta, la tenacia e la responsabilità dei due genitori verso i loro cinque figli diventa una forma di impegno civile e nella quotidianità riescono a superare molti ostacoli pur di offrire un futuro tutto nuovo ai tre orfani. Il film è andato in onda proprio nelle ore in cui veniva bocciata la manovra che prevedeva più fondi agli orfani di femminicidio. Uno schiaffo in pieno volto questa bocciatura, se non altro perché arriva a distanza di poche settimana dal 25 Novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, in cui da Nord a Sud, si sono intitolate strade, si sono colorate panchine rosse, si sono susseguite manifestazioni e racconti di cronaca per invocare le donne sotto l’hastag #nonènormalechesianormale a reagire contro la violenza qualsiasi essa sia, ricordando le tante – troppe – donne uccise per mano dell’uomo che aveva professato di amarle. Ricordi che hanno visto il volto e la voce dei tanti figli orfani di femminicidio, che ogni giorno, secondo anche le testimonianze fanno i conti con la vergogna, sentimento quanto naturale e di reazione personale che scatta negli orfani. Piccole vittime che si porteranno dentro un vissuto ed un dolore troppo grande che non possono vivere da soli, è ciò che stanno urlando ad un Stato sino ad ora assente e carente di servizi. Eppure sono nostri figli, figli dello Stato, figli di questo mondo diventato crudele, geloso, beffardo, figli di uno Stato che non ha saputo proteggere e sorreggere in vita le loro mamme – molte di loro- hanno denunciato in vita i loro compagni, spesso invano. Siamo davvero sicuri di voler consegnare a questi ragazzi incertezza, precarietà e ancor più dolore?

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Il carcere che cambia: dall’orto sociale al lavoro che salva i detenuti

untitled 2Esiste un mondo contiguo e speculare, per niente lontano e distante dall’immaginario comune, si chiama carcere, ma si legge -per molti -come luogo di contenimento e di espiazione. Drammatiche le condizioni in cui versano le carceri italiane negli ultimi anni. Quella dei penitenziari è una bomba ad orologeria che rischia di esplodere. Gli scenari della carceri italiane ammutoliscono. Celle di sei, otto detenuti insieme, spesso non sono detenuti condannati ma in attesa di una sentenza – a cui attendono da mesi-. Docce comuni, orari fissi e sguardi attenti, poliziotti che vegliano. Condizioni igieniche quasi nulle. Gli spazi sono finiti. La polizia penitenziaria è poca. I soldi meno ancora. Aumentano le violenze, le risse ed i sucidi. La speranza è attesa di una richiestissima riforma penitenziaria, che da tempo giace nei meandri di Camera e Senato. In questa giungla di dolore, solitudine e sofferenza, nelle case di detenzione maschili, femminili e minorili si fanno sempre più largo le realtà associative, Onlus di volontariato che offrono agli ospiti opportunità di lavoro creative e valide. E’ il caso di dire che il lavoro salva il carcere e sono molte le protagoniste di questa mission: unire la forze sfruttando le risorse sociali per far sentire più alta la propria voce. Il lavoro passa e riparte proprio dal carcere: un laboratorio di idee e progetti utili a dare un segnale forte dimostrando la forza riabilitativa del lavoro e dei percorsi di formazione e istruzione come strumenti di valore legati alla dignità della persona. Si crea così una vera e propria economia carceraria, che secondo i responsabili di molte Onlus che operano nel settore, ha tutto il potenziale produttivo per contribuire alla crescita del paese. E’ un business virtuoso, pulito, solidale, dall’alto valore sociale e rigenerativo. Ogni cosa che prende vita in carcere è sinonimo di qualità e di riscatto sociale, di una scommessa su se stessi che ha il profumo di valore e valori. Così si macinano idee e progetti, volano dell’economia carceraria ed italiana. “Cotti in Fragranza” , start-up a vocazione sociale: un laboratorio per la preparazione di prodotti da forno di alta qualità, commercializzati nel territorio locale e nazionale. Nasce a Palermo ed è un esempio innovativo nel territorio del sud Italia, prima realtà imprenditoriale all’interno di un Istituto Penale per i Minorenni del sud (terza in tutta Italia). L’obiettivo ambizioso è quello di promuovere una stabile inclusione dei giovani del Malaspina che, previa formazione, potranno diventare lavoratori specializzati e autonomi, anche al di fuori del percorso detentivo. Apprendimento reciproco come condizione necessaria ed unica strategia vincente. Il “noi” che vuole diventare insieme persone competenti, capaci di operare scelte precise per il proprio benessere e quello altrui, capaci di cogliere il significato delle cose, valutare e decidere. Insieme, in grado di utilizzare strategie adeguate nei diversi contesti per trovare nuovi adattamenti e soluzioni creative. Il caffè diventa Galeotto al penitenziario Rebibbia di Roma, i detenuti producono e confezionano la torrefazione. Un eccellente prodotto solidale, miscelato con i migliori crudi, provenienti da continenti lontani. Si chiamano “lanzarelle” del caffè, sono le donne del carcere femminile di Pozzuoli e producono caffè artigianale, secondo la tradizione napoletana. Cinquantasei le donne che nel tempo si sono susseguite, perché solo il lavoro offre dignità e possibilità di riscatto reale. Molte di loro prima di lavorare al progetto, non avevano mai avuto un regolare contratto di lavoro. Ora hanno la possibilità di imparare un mestiere, ma ancor di più acquisiscono coscienza dei loro diritti e delle loro possibilità. “Buoni dentro”, al Beccaria di Milano, carcere minorile si è intrapresi la sfida di pianificazione e pasticceria. Una piccola bottega nel cuore del penitenziario minorile, strutturato in forma di bottega di produzione artigiana, dove i giovani attivi nel laboratorio sono affiancati da un formatore sotto la supervisione di un maestro artigiano. Il laboratorio sforna quotidianamente pane, focaccia biscotti, destinati al consumo interno dell’istituto. In occasione delle festività realizza la produzione artigianale di dolci tradizionali: panettone per Natale e colomba per Pasqua. Dal febbraio 2015 è attivo anche il laboratorio di panificazione con punto vendita di pezzi di pane Piazza Bettini a Milano, che impiega alcuni giovani detenuti sotto la guida e la supervisione di un maestro artigiano.  Il lavoro costituisce un fattore cruciale per favorire il cambiamento nei giovani sottoposti a restrizione della libertà e rappresenta un fattore determinante per il successo dei progetti di reinserimento sociale. Ai ragazzi viene offerta un’opportunità concreta di supporto al cambiamento e alla ri-costruzione dell’identità personale attraverso il lavoro che nasce dalle loro capacità e dal loro impegno. Un orto sociale e un’area verde per i colloqui con le famiglie lì dove prima vi era un campo da calcio in erba per anni abbandonato. Oggi, cambia sembianze il supercarcere di Ascoli Piceno. Oggi quel campo è tornato a nuova vita, in parte destinato di nuovo a piccolo perimetro di gioco, in parte ad area verde per i colloqui con le famiglie e per il resto destinato ad orto sociale. Un’innovativa esperienza nella quale il valore ricreativo ed educativo dell’orto, viene affiancato da un’esperienza teorico-pratica nella gestione del verde e del giardinaggio, per creare specifiche professionalità di settore. “La pizza buona dentro e fuori” questo lo slogan utilizzato dal carcere di Fuorni (Salerno) che nei giorni scorsi ha presentato il progetto di una pizzeria sociale all’interno del penitenziario salernitano. Siglato il documento che realizzerà la pizzeria in un locale già individuato, si iniziano ora a formare i detenuti che potranno acquisire il titolo di pizzaiolo che sarà spendibile poi una volta tornati in libertà. Secondo il direttore del penitenziario, il progetto, in carcere continuerà, perché sarà favorito il passaggio di testimoni tra i detenuti. “Questa idea progettuale –ha dichiarato Martone- deve essere foriera di lavoro, di opportunità trattamentali, di opportunità formative e di attestati spendibili anche all’estero”. Tra carenze e diritti che sembrano essere negati, si fa largo un’idea di carcere sociale e costruttiva, attesa da tanto, troppo tempo e che sembra prendere il sopravvento con realtà belle e che vale la pena raccontare e perché no, acquistare.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Morti della strada. La lenta agonia dell’Italia verso la sicurezza stradale

untitledUn rumore sordo squarcia il silenzio della notte, sulla carreggiata una vita umana investita, che molto spesso ne resta vittima, uccisa da un’auto in corsa o con alla guida un uomo stanco o in alcuni casi ubriaco. Un tempo, non poco più di qualche anno fa, le chiamavano “stragi del sabato sera”, l’apertura dei tg nazionali alla domenica era un bollettino da guerra: incidenti stradali, auto ribaltate, accartocciate, sinistri nel cuore della notte post movida. Erano giovani, perlopiù neo patentati, o semplicemente ragazzi inghiottiti dall’acceleratore che viaggiava ad alta velocità. Oggi, la cronaca degli incidenti è quasi quotidiana. Vite umane spezzate dal contachilometri che segna l’alta velocità, dalla fretta e dalla distrazione alla guida, dai pensieri che offuscano la mente, dalla stanchezza del lavoro o del post divertimento. Investiti sulle strisce pedonali, all’uscita di un negozio o di una discoteca, in pieno giorno o in notte inoltrata. Vite umane che hanno trovato la morte lungo la strada. Le morti a seguito di incidenti stradali in Italia sono almeno quattromila ogni anno. Il 2018 che sta per chiudersi è uno degli anni peggiori per la sicurezza stradale. E’ stato questo il clima che ha accompagnato la celebrazione della giornata mondiale della memoria delle vittime della strada istituita dall’Onu e celebrata la scorsa settimana. Una serie tragica e mai vista di eventi: crollo del viadotto Morandi a Genova, incidente gravissimo con l’esplosione dell’autocisterna a Bologna, incidente con decine di vittime fra i migranti in Puglia, è solo il paradigma di una situazione generale sulle strade veramente preoccupante. Secondo le statistiche il 90% degli incidenti sono imputabili all’uomo: disattenzione, uso improprio del cellulare, mancato rispetto delle norme e della segnaletica, velocità non adeguata sono cause che vanno debellate accrescendo il senso di responsabilità e di miglioramento della capacità di guida di tutti noi utenti della strada. Morti della strada. Vittime in aumento, l’obiettivo dell’ Unione Europea sulla riduzione di morti e feriti sulla strada è ormai un’utopia, soprattutto per l’Italia, ma un passo in avanti sembra averlo compiuto il nostro paese, nel duemilasedici tra molte aspettative ed il dolore di molti familiari fu firmata la legge che introdusse nel nostro ordinamento il reato dell’omicidio stradale. Non un modo di vivere la “vendetta” ma un modo per avere giustizia, questo lo spirito che ha accumunato ed accomuna ancora oggi i familiari delle vittime della strada. Una legge che ha contribuito a rendere l’Italia un paese più degno. La legge riconosce due nuove reati: omicidio stradale e lesioni personali stradali. Per chi si mette alla guida in stato di ebbrezza o dopo aver assunto stupefacenti e causa la morte di qualcuno la pena della reclusione va da 5 a 12 anni. Se l’investitore si dimostra lucido e sobrio, ma la sua velocità di guida è il doppio del consentito, la pena va da 4 a 8 anni. In caso di omicidio multiplo, la pena può essere triplicata ma non superiore a 18 anni. È invece punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni chi, guidando non sobrio o non lucido, procura lesioni permanenti. Nel caso di lesioni aumentano le pene se chi guida è ubriaco o drogato: da 3 a 5 anni per lesioni gravi e da 4 a 7 per quelle gravissime. In caso di condanna o patteggiamento (anche con la condizionale) per omicidio o lesioni stradali viene automaticamente revocata la patente. Le chiamano “vittime della strada”, in realtà sono le vittime dei delinquenti della strada: di chi corre troppo, di chi si mette alla guida ubriaco o sotto l’effetto di droghe, di chi si distrae per rispondere al cellulare e dopo aver messo sotto qualcuno in tanti casi scappa. Nomi di esseri umani di una lunga lista di quattromila morti all’anno,  donne, uomini, bambini che non ci sono più. Oltre 180mila gli incidenti stradali con lesioni a persone, migliaia i morti, quasi 260mila i feriti. La denuncia dei familiari delle vittime e delle associazioni che in Italia si battono contro questa piaga, chiedono la certezza della pena, ma anche le modifiche al codice della strada e maggiori controlli tesi alla prevenzione. La legge c’è, seppur ancora poco conosciuta nei suoi reali contenuti, e si pensava potesse incidere sensibilmente sulle dinamiche della sinistrosità ma nei fatti non è così. Seppur va detto che non era questo lo scopo, la norma perseguiva, invece, l’obiettivo di una maggiore giustizia e adeguatezza nelle norme per gli omicidi della strada. Obiettivo in parte raggiunto ma non del tutto. C’è chi tuona che vi siano delle parti illogiche della legge 41/2016 sull’omicidio stradale che devono essere assolutamente e presto modificate, oltre a ciò c’è bisogno di più attenzione, coscienza e responsabilizzazione umana. Guidare richiede prontezza dei riflessi e massima concentrazione, che a volte mancano alla guida ed è bene prenderne coscienza ed evitare di guidare un’auto: è un atto di rispetto umano per se stessi e per gli altri, fondamento di senso civico.

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Violenza sulle donne, come aiutare le vittime

untitled 2Umiliate, sminuite, picchiate, maltrattate, uccise. Un’ignobile guerra degli uomini contro le donne. Violenze ed omicidi che si consumano tra le mura domestiche e per mano dell’uomo che si è scelti in nome di un sentimento nobile: l’amore. Uomini che lasciano posto all’ossessione per la donna che professano di amare, diventando gelosi, aggressivi e violenti. L’uomo che diventa orco, un tormento, un calvario fatto di minacce, persecuzioni, telefonate, che cristallizzano le donne nella paura, che molto spesso subiscono in silenzio e la cronaca ci racconta l’epilogo, spesso, tragico. E’ un pugno dritto allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conventi e padri che hanno ammazzato la “loro” compagna di vita. Bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate, e da anni ci imbattiamo. Molti uomini divenuti assassini li abbiamo visti in salotti televisivi recitare un “copione” ben definito. Lacrime e parole amorevoli, inviti alle loro consorti, mentre, ormai erano già morte e per mano loro. Una carrellata di assassini. Facce normali. Facce semplici. Facce pulite. Facce serene e rassicuranti. Eppure covavano una ferocia in un’esistenza apparentemente anonima. L’amore e la passione non c’entrano nulla, né i “raptus” di follia. Gli omicidi di donne sono una vera e propria esclation di violenza, fino ad uccidere. Sono morti annunciate. Morte che camminano. Sono omicidi premeditati. Si resta sconcertati dinanzi alle storie e alle morti delle tanti, troppe donne mentre sembra inarrestabile questa guerra contro le donne da parte degli uomini. Troppo spesso al sospetto o alla certezza di un maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare sentimenti di rabbia o peggio, incredulità. Fare i conti con la violenza domestica significa mettere in gioco i propri sentimenti e pensieri, confrontarsi con i preconcetti e prendere una posizione. Questo non è sempre facile, soprattutto se si conosce la vittima e chi esercita violenza, perché, credere e denunciare, significa schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza. Va detto che esistono dei campanelli d’allarme che possono essere facilmente riconosciuti e che possono aiutare a comprendere se una donna sta subendo violenza. Sono diversi gli indicatori: da un aspetto psicologico: stati d’ansia, stress, attacchi di panico, auto colpevolizzazione; ad uno stato comportamentale insolito e che non le appartiene: ritardi o assenze a lavoro, agitazione per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite; infine, l’indicatore fisico: contusioni, bruciature, lividi. Bisogna aprire una strada verso il dialogo, anche se non siamo professionisti, mostrandoci attenti, pronti all’ascolto ed evitando le interruzioni: quando una donna si apre che sia l’amica o una conoscente con la quale ha rotto il muro del silenzio, è importante lasciarle tempo e spazio per esprimersi, improntando un dialogo di confronto con serenità, calma e tranquillità, ciò ci consentirà di capire meglio se chi conosciamo è vittima di una qualche forma di maltrattamento. E’ importante rapportarci a lei con l’intenzione reale di volerla aiutare prima di offrirle il nostro aiuto. Non si è mai conoscitori della violenza domestica ed è per questo motivo che è bene informarsi, documentandosi o confrontandosi con un centro antiviolenza. Non lasciamoci prendere da soluzioni rapide, definitive e semplici; spesso istintive e naturali. Mostrarsi partecipi e soprattutto crederle dimostrandoglielo e dicendoglielo è molto importante. Non stupirsi del fatto che il racconto può far emergere sentimenti incongruenti nei confronti del compagno nonostante il suo racconto di violenza. Ci sono donne che provano compassione, amore, ma anche odio e paura nei confronti del loro compagno. Si tratta di donne che tendono a giustificare la violenza da parte degli uomini o a colpevolizzarsi in prima persona, per cui bisogna aiutarla a farle capire che la violenza, qualsiasi essa sia non ha alcun motivo per esistere. Donne umiliate nell’animo, si sentono indebolite, fallite, nulle, ma bisogna farle capire che ogni donna è artefice della propria vita, della propria felicità e che ha un potenziale nel riemergere più forte di prima, più forte della violenza. Man mano che il discorso scorre è bene cercare di capire il clima casalingo, specie se vi sono armi in casa, servirà per chiarire la pericolosità della situazione che sta vivendo. E’ bene, se non siamo professionisti evitare di dare giudizi o consigli ma supportarla nel chiedere aiuto alle autorità ed ai professionisti competenti. Il nostro supporto, la nostra vicinanza diventano essenziali non solo per il clima di fiducia creatosi piuttosto perché si tratta di una donna che lentamente si è dissociata dalle amicizie, dal rapporto con l’esterno, isolandosi. Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di tentativo di abbandono o denuncia. Spesso è per questo motivo che la donna non denuncia, ma farle capire che la tutela dei suoi figli passa prima di tutto da un clima sereno in famiglia e che è e resterà una buona madre e di coraggio anche nel momento in cui denuncerà, è fondamentale per lei e per i suoi figli, che spesso assistono inermi alle violenze che le madri subiscono tra le mura domestiche. Propri i figli, nella maggior parte dei casi, sono la tenacia che manca alle donne per denunciare. Tutelarli e “farlo per loro” spesso diventa la spinta decisiva. Chiunque si avvicini ad una donna maltratta estraneo all’aspetto professionale dovrà essere consapevole che la donna potrà assumere qualsiasi decisione e questo esporrà chi è al suo fianco a qualunque rischio, per cui se la si vuole davvero aiutare, si deve cercare di essere pazienti e avere rispetto per le sue decisioni. Il supporto che si darà a chi vorremmo aiutare, unito a quello dei professionisti a cui la donna si rivolgerà sarà il percorso di rinascita di una donna che per troppo tempo ha vissuto in un clima di paure, incertezze, delusioni e maltrattamenti. Affiancarci ad una donna sola, vittima di una relazione malata, sarà l’atto più umano e più ricco della vita di ognuno, perché nessuno si salva da solo.

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Elogio all’Indipendenza

untitledElogio all’Indipendenza

Da quando, un anno fa, la mia storia “d’amore” è giunta al capolinea, con gli strascichi e con tutto ciò che un rapporto che naufraga comporta e non sto qui a dirvi chi ha lasciato chi, chi ha commesso più errori di chi, perché è finita: storia troppo lunga, personale e poco social. Ma, da quando è finita, dagli amici o presunti tali, in ordine sparso,  mi sono sentita dire:

-ho avuto persone che all’inizio mi sono state accanto, poi lentamente hanno preso le distanze, lasciando spazio al silenzio. D’impatto iniziale le ho cercate, ho provato a capire, poi ho lasciato scorrere. Non si può forzare qualcuno ad un’amicizia che magari ha bisogno di più vicinanza, più chiacchierate e meno “ridiamoci su”.

-mi sono sentita dire: “la nostra comitiva è composta di sole coppie, capirai bene che tu sola…” e come mi ha detto una mia amica: “la mamma degli stupidi è sempre incinta”. In effetti, forse non ha tutti i torti. Glisso e ci scherzo su: “non esistono più le comitive di una volta”: maschi e femmine, coppie e single;

-qualcuno ha sussurrato ad altri per vie traverse che per rispetto al mio ex fidanzato mi hanno allontanato dalle loro amicizie.

Traduzione: ci si schiera da una parte o dall’altra;

 

-mi sono sentita dire: “una sera ti aggreghi a noi, ti faccio sapere dove andiamo, solitamente stiamo tra amici e ci divertiamo”.

Attendo ancora quella telefonata, eppure il mio telefono funziona: la linea c’è, i messaggi li ricevo… ;

 

-qualcuno ha utilizzato la strada della diplomazia: “ti richiamo”, “sono impegnata in questo periodo”, “che stress in queste settimane”.

Peccato che poi alla fine non abbia neanche scritto un messaggio, un biglietto col piccione viaggiatore o un non so cosa.

 

Insomma, un decalogo quello che potrei scrivervi e raccontarvi, che oggi mi suona buffo.

E’ pur vero che quando ci si lascia e quando hai sofferto e covato dolore dentro, non sei al massimo dello splendore, delle risate, ma certo non sei da emarginare.

Certo qualche errore- specie quando ero in coppia- con gli amici l’ho commesso anche io, per carità.

Ma io di questo periodo di solitudine ne ho fatto un punto di forza e di ripartenza. Stare a casa di sabato sera o nel week end non mi è pesato, anzi l’ho vissuto come un riapprezzare il relax, la musica, i libri da divorare, il piacere di lasciarsi coccolare da casa propria, perché potremmo farci del male, sbagliare nella vita, ma c’è sempre un posto dove si ritorna ed è la propria casa. Non sempre la casa è sinonimo di solitudine e di depressione, certo, ci sono persone che vivono male la fine di una storia e stare in casa è come stare in trappola. Nel mio caso l’ho visto come un ritrovarmi, come un riesplorarmi, come un tempo per me. Un tempo che fa riflettere, capire, fa male anche perché prendi coscienza di tante cose ma solo imparando a stare da soli è possibile poi stare bene con gli altri, con gli amici che ritrovi, con le nuove comitive, o se volete e siete pronti con un nuovo flairt o un nuovo amore.

Si giunge poi ad un momento che il periodo di “relax casalingo” un po’ stufa e un po’ pesa e così ho capito che si riparte e sempre e solo da un’unica persona –sembrerà egoistico- ma da se stessi. Così ho ripreso a vestirmi con un outfit da sabato sera, ad andare al teatro, a mettermi in auto e girare a vuoto per la città o semplicemente entrando in un bar. Beh sì DA SOLA, che poi infondo non si è mai da soli perché si incontra sempre qualcuno che si conosce, con quale ti intrattieni a chiacchierare.

Mentre scrivo mi chiedo se l’ho fatto più per ripicca nei confronti di chi mi ha ferita e fatta male dal mio ex fidanzato a tutti quelli che citati sopra mi hanno risposto in quel modo. Non saprei, infondo, il problema è più Loro che Mio.

 

Quindi, donne, la forza siamo noi, le nostre capacità, le nostre energie, la nostra tenacia, la nostra curiosità, la nostra INDIPENDENZA e si riparte sempre da questa fantastica ed unica avventura: l’Indipendenza di se stessi.

Vi starete chiedendo se sono felice? Sono felice di aver preso coraggio un anno fa, contenta di esser ripartita da me stessa, certo cerco un lavoro stabile, mi confronto con le ansie e le paure dei concorsi, non ho smesso di studiare, lavoro con un progetto e questo è stato anche il mio punto di forza nelle settimane più burrascose e tempestose. Insomma non è una vita perfetta e delineata ma d’altra parte cosa lo è a questo mondo ed in questa vita?

Perché vi scrivo e vi racconto ciò? Perché nel tempo, per lavoro e anche per rapporti personali, ho incontrato donne e anche mie coetanee che cercavano un fidanzato o restavano con quella persona perché la solitudine era un mostro impossibile da affrontare. Ma, nessuno merita di vivere in rapporti – che siano anche amicizie- che sono di convenienza o di apparenza solo perché non si riesce a guardare un po’ più dentro di se stessi, scovando la parte migliore di noi: coraggio ed indipendenza, che permettetemi di dire nelle donne è in dosi massicce.

Viva l’Indipendenza, viva le Donne.

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Bambini in corsia. Un protocollo sancisce i diritti dei piccoli in ospedale

untitledDiritti in corsia per i bimbi. Un protocollo siglato pochi giorni fa garantisce più diritti per i piccoli pazienti in corsia, in primis quello di non essere trattati come “piccoli adulti” ma nel rispetto della loro età. Questo l’incipit dell’accordo siglato tra l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (Aopi). La firma del protocollo a ridosso della Giornata Mondiale per i diritti del Fanciullo, che si celebra ogni anno il 20 novembre, ha visto intorno al tavolo dell’accordo sedute tredici eccellenze ospedaliere pediatriche italiane, dal Mayer di Firenze al Bambino Gesù di Roma, passando per il Santobono di Napoli, sino al Burlo Garofalo di Trieste. Diritti esigibili e misurabili, sanciti già dall’allora Carta dei Diritti dei bambini in ospedale, in cui vengono elencati una serie di diritti per i piccoli pazienti, garantiti dal personale sanitario a tutti i minori che fruiscono delle prestazioni sanitarie erogate, senza alcuna distinzione ed a prescindere da ogni considerazione di razza, colore, sesso, religione, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. La carta delinea quattordici diritti inviolabili dei bambini in corsia: dal diritto al godimento del massimo grado raggiungibile di salute con diritto ad essere assistito in modo “globale”, garantendogli il miglior livello di cura e di assistenza, rispettando la propria identità personale, culturale e religiosa, con pieno rispetto della sua privacy, tutelando il suo sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino, infatti, secondo la Carta, ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessita di isolamento. Il bambino ha diritto a non essere trattato con mezzi di contenzione. Il piccolo, tuttavia, ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute, sulle procedure a cui sarà sottoposto, con un linguaggio chiaro e comprensibile, esprimendo la sua opinione, che dovrà essere prese in considerazione tenendo conto della sua età e del grado di maturazione. Il piccolo, ha piena facoltà di esprimere assenso o dissenso sulle pratiche sanitarie che lo riguardano, il suo consenso o dissenso può essere espresso anche in merito ai progetti di ricerca e sperimentazione clinica a cui sarà coinvolto. Il piccolo ha diritto a manifestare il proprio disagio e la propria sofferenza, con diritto ad essere sottoposto agli interventi meno invasivi e dolorosi. Si dovrà proteggere i bambini da ogni forma di violenza, oltraggio o di altra brutalità fisica o mentale, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Educazione ed interventi autonomi di “auto-cura” in caso di malattia aiutandolo ad acquisire la consapevolezza dei segni e dei sintomi specifici. Il piccolo paziente ha diritto a chiedere e ricevere informazioni sull’uso dei farmaci, delle sostanze nocive ed eventuali evoluzioni verso le tossicodipendenze, con indirizzo ai servizi di riabilitazione se necessario. Infine, il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione. Un’idea di fondo lega la Carta: un ospedale senza dolore, un luogo ricco di amore e comprensione, in cui sia assicurato il miglior livello di assistenza. Dall’accordo siglato nasce anche un’applicazione che consente di veicolare la Carta dei Diritti, attraverso la  quale i bimbi potranno dare il loro feedback in merito al rispetto dei loro diritti. Una piccola popolazione impaziente di crescere, con sogni ed occhi furbetti, sorridenti e con la vita che beffarda gli ha tirato uno strano tranello, giorni o mesi in ospedale, sono molti i bambini che ogni anno trascorrono giorni all’interno dei reparti ospedalieri italiani. Tredici gli ospedali pediatrici italiani da Nord a Sud, per una popolazione stimata di 5 milioni di abitanti. Il numero di bambini con età inferiore a 18 anni dimessi negli ultimi anni da tutte le strutture di ricovero, pubbliche e private, è stato di 104 per 1000 bambini in degenza ordinaria, a cui si aggiungono i circa mille ricoveri in day hospital. Un’esperienza che lascia il segno nella vita dei piccoli. Il ricovero in ospedale comporta sempre per il bambino, a qualsiasi età, la necessità di un riadattamento della vita quotidiana e dei suoi ritmi per il distacco dagli oggetti e dalle persone che rappresentano per lui punti di riferimento e per dover fronteggiare richieste molto diverse da quelle familiari. Il ricovero può concretizzare nel piccolo l’idea di essere malato e bisognoso di cure. Ci sono bambini che mostrano una forte insofferenza alle regole e alle limitazioni ospedaliere: una maschera che serve a coprire la rabbia e l’ansia di sentirsi malati. Ogni bambino reagisce e si relazione alla dimensione ospedaliera in modo differente. E’ importante che i genitori cerchino di riconoscere l’origine della rabbia dei propri figli e la accolgano, perché serve a liberare le tensioni ed aiuta il bambino ad “organizzare” le proprie difese per arginare una situazione sentita come difficile. Minimizzare o criticare le lamentele di un bambino non aiuta a dare valore al suo disagio, che dovrà essere, invece, accolto e gestito. Mostrare comprensione è un primo passo di condivisione tra i genitori ed il bambino che si sentirà supportato e lo accompagna nel suo percorso. I genitori devono considerare che il bambino è spaventato e preoccupato e cerca nei loro comportamenti rassicurazione per tenere a bada le proprie paure. È quindi importante, per quanto è possibile, comunicargli la realtà senza caricarla delle proprie ansie e tensioni. È possibile per questo, come per altre esigenze, farsi aiutare dal personale sanitario del reparto. Ospedali pediatrici e reparti che negli anni si sono colorati, rimodernati e ridisegnati affinché potessero essere sempre più a misura di bambino, cercando di alleggerire il peso del dolore e della sofferenza. Numerosi i progetti in tal senso, dalla clownterapia alla musicoterapia, dalla pet therapy all’utilizzo di tecnologie non farmacologiche, dalla preparazione psicologica all’intervento chirurgico. Gli ingredienti sono sorriso, buona volontà, compagnia, generosità, collaborazione, bontà, capacità con una dose di amicizia e informazione. In altri termini umanità oltre il camice. Umanità che si sposa al rispetto dei diritti dei fanciulli in corsia sancito prima dalla Carta dei Diritti dei piccoli pazienti ed oggi ribadito dal protocollo siglato sempre più al fianco dei diritti dei bambini anche in una fase delicata e difficile che li vede in corsia.

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Black-out challenge il “gioco” più seguito dalla rete che istiga i ragazzini al suicidio

untitled 2“Giochi pericolosi in rete”, basta digitare questa frase in internet per imbattersi nel black-out challenge, il “gioco” che uccide. Qualcosa che si stringe attorno al collo, l’aria che inizia a mancare, il buio. Un blackout, una pratica che prevede di soffocarsi per poco tempo così da sperimentare la sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritornano al cervello. Blackout è solo l’ultimo nome con cui è stata battezzata una pratica pericolosa che da anni continua a provocare vittime: il choking game, il gioco del soffocamento. Si tratta di una delle tante sfide virali con cui gli adolescenti si mettono alla prova per mille motivi che vanno dal dimostrare di essere dei veri duri, al superare i propri limiti, sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso. In questo caso, l’obiettivo della black-out challenge è quello di provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno da soli o chiedendo aiuto a qualcuno per qualche minuto. In rete ci sono decine di tutorial in merito e altrettanti video seguitissimi di adolescenti di mezzo mondo che ridono divertiti assistendo alla challenge. Uno di questi video li ha visti anche Igor, morto lo scorso 6 settembre. Sportivo e promessa del free climber, per provocarsi quell’assenza di ossigeno si era legato al collo una corda da montagna ed è morto soffocato. Inizialmente la polizia aveva classificato la morte come suicidio, ma i genitori del giovane non hanno mai creduto all’ipotesi che il ragazzo avesse potuto compiere un gesto tanto folle. Hanno così passato a setaccio le sue cose e la cronologia dei siti internet visitati dal giovane, trovando così le risposte. I genitori, hanno voluto rendere pubblica la loro scoperta per lanciare l’allarme ad altri genitori. Il fenomeno, sembra consolidato e seguito in rete, più di novecentomila visualizzazioni si contano ai video tutorial. Nato nel 2008, attira giovanissimi di ogni età, che secondo una citata ricerca statunitense, i ragazzini si avvicinano a questa pratica prevalentemente per solitudine, il 95,7% degli incidenti pare siano avvenuti mentre la vittima era da sola. Si parla di un’età media intorno ai 13 anni. Video virali. Nessun santone della morte, nessun guru oscuro che convince i ragazzi a provare il choking game. I video più visti su questo argomento sono semplicemente delle raccolte di curiosità. La sfida al soffocamento esiste da decenni, ma la rete ha reso virale la diffusione di questo pericolosissimo “gioco”. Secondo gli esperti, sia a livello famigliare sia a livello scolastico non c’è abbastanza sensibilizzazione sui rischi e sui pericoli delle varie challenge: dalla blue whale alla tide pods challenge, passando per la candom snorting challenge e spesso gli adulti ignorano persino l’esistenza di simili sfide, nella migliore delle ipotesi i genitori pensano: “mio figlio non farebbe mai una cosa tanto stupida” e invece il caso di Igor e di molti ragazzi morti per “gioco” dimostra che anche in una famiglia attenta e sensibile possono avvenire le tragedie. Il disagio adolescenziale è un mostro silenzioso che troppe volte in famiglia viene sottovalutato. I genitori pensano al proprio figlio in termini di “dover essere” e non si chiedono chi esso sia davvero. Le priorità sono eccellere a scuola, nello sport scelto, tenere in ordine la camera, e nel tentativo di cercare di tenere insieme tutte queste cose e di farle funzionare, non accorgendosi del male di vivere dei teen-ager forse attirati dal lato oscuro della rete, dai giochi pericolosi e dalle dannate sfide per dimostrare di essere in gamba. Ma i segnali allertanti per un genitore attento ci sono. Se d’improvviso il proprio figlio diventa apatico, trascorrendo tempo al cellulare, se smette di uscire con gli amici o al contrario esce più spesso, torna tardi, non fornisce indicazioni di dove andrà, cosa farà, con chi si vedrà; se dorme poco o cambia le sue abitudini alimentari, se diventa meno comunicativo e più musone potrebbe nascondere un disagio che non può essere liquidato come “paturnie da adolescente”. E’ vero che i genitori non devono sostituirsi agli investigatori, ma ogni tanto “indagare”, informandosi sulla vita e su ciò che segue il proprio figlio può essere un valido deterrente, anche perché la vita umana non può essere un “gioco” da rete, ma un fenomeno complesso e fantastico da vivere e se un momento della vita è più buio è bene che i ragazzi si sentano sorretti e sostenuti dai genitori e non dalla rete, che tenta ed inganna come un falso amico.

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