Oltre Caivano. Il popolo delle periferie che non viene raccontato

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messDegrado, criminalità, marginalità sociale, abusivismo. L’assenza di una politica adeguata, che si palesa spesso solo in campagna elettorale, alto tasso di disoccupazione e un’architettura originaria, che soffoca, che giorno dopo giorno annovera nuovi problemi, senza possibilità di risoluzione. Luoghi abbandonati, a tal punto da provocare una vera e propria guerra fra poveri, una caccia alle streghe del 2000 ed isolamento. Ma anche tanta, troppa ipocrisia ed omertà. Caivano è la dimostrazione di una fitta rete di omertà nella quale restano impigliate le vittime, che in molti avrebbero potuto salvare, ma che col loro silenzio hanno contribuito ad alimentare la violenza ed il dolore.

Non solo Caivano. Quante Caivano esistono in Italia?

Periferie italiane: veri labirinti che si trasformano in un inferno senza apparenti vie d’uscita, dove la violenza, l’abbandono, il degrado, diventano normalità.

Periferie sempre sotto l’occhio mediatico. Lo scorso anno avevano riacceso l’interesse per la vicinanza ai campi rom, ma anche per l’occupazione di case popolari non assegnate da parte degli immigrati ed italiani. Nei mesi scorsi le periferie sono balzate agli onori dell’interesse mediatico per la denuncia di moschee abusive.

Periferie, vero e proprio ghetto anche di immigrati, come accade nella vicina San Nicola Varco ad Eboli, in provincia di Salerno. Un’area di 14 ettari in cui da quindici anni vivono nel degrado e nell’incuria circa novecento immigrati, per lo più clandestini, stipati in baracche di lamiere. Senza luce elettrica e con una sola fontana. Uomini allo stato brado, topi e zanzare, case senza acqua e servizi, senza finestre, con fogli di plastica, promiscuità, commerci e baratti, prepotenze e sopraffazioni. Capanne fatiscenti trasformate in abitazioni, dove risiedono stipati a pochi metri l’uno dall’altra gli immigrati del nord Africa.

Degrado ed abbandono per le periferie italiane: in molte strade non esiste l’illuminazione. Le fermate dei mezzi pubblici sono trappole per molte donne, che spesso denunciano furti e violenze. Marciapiedi inesistenti, tanto da costringere mamme e bambini a camminare per strada.

Questo è il nostro Paese. Possiamo difenderlo dagli attacchi terroristici, possiamo proporre la chiusure di moschee, perché appartiene al “diverso” da noi, e non preoccuparci di sostenere una politica differente ugualmente sempre.

Incompiutezza, “l’altro” delle città, bruttezza, disordine: ecco come si presentano le periferie italiane. Eppure le periferie sono la parte esterna, il muro che sorregge ed il vero motore che tiene in moto la città.

C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono idee. Le periferie sono città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Quale eredità per le periferie? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?

La riqualificazione delle zone di degrado, lo abbiamo visto documentando spesso le Vele di Scampia, potrebbe trasformare zone simbolo di malavita e di distruzione, in speranze per le nuove generazioni. Serve una connessione fra il quartiere, la cultura, la legalità, la solidarietà. C’è bisogno però di ordine, di resistenza e cultura, che sconfiggano la malavita che ha paura proprio di questo, senza lasciare soli i comitati di quartiere e bravi onesti cittadini. Ma sostenerli.

Sostenere progetti, come quello del senatore e architetto Renzo Piano, che ha destinato il suo stipendio da senatore a vita, all’indomani della sua nomina da parte dell’allora presidente Napolitano, ad un gruppo di sei giovani che ha ribattezzato come “le fabbriche dei desideri”, che ha puntato su un progetto ambizioso quanto realistico: il rilancio delle periferie. Quello del rammendo non è un atteggiamento romantico, distaccato e parziale. E’ tutt’altro. Non si tratta di buttar giù il costruito e il costruito male, né di puntare sulle grandi opere. La sfida urbanista è quella di trasformare gli spazi sospesi dove i servizi funzionano male e talvolta a rischio ghettizzazione, in periferie urbane dove si possa vivere meglio. “Piccole scintille” come le chiama Piano. Piazze, parchi, piccoli spazi che possono innescare la rigenerazione urbana e sociale.

Utopia o presto realtà?

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