Aborto in Italia, quella 194/78 da rivedere per tutelare un diritto

Arrivò nel 1978, contrastata fortemente dalla Chiesa cattolica, che riconosce il diritto alla vita sin dalla procreazione, mentre gioivano i movimenti femministi, per una conquista, un diritto tutto femminile, la legge sull’aborto (194/78). La legge garantisce all’articolo 4 il diritto delle donne a interrompere volontariamente la gravidanza e all’articolo 9 prevede il diritto per i medici e il personale ausiliario di non prendere parte all’intervento di interruzione di gravidanza, se abbiano sollevato obiezione di coscienza. La norma prevede però anche l’obbligo di espletare il servizio, sia per le case di cura che per le strutture sanitarie, in caso di emergenza e di pericolo di vita della donna, in questo caso il personale sanitario non può invocare l’obiezione di coscienza. Queste direttive però, come hanno dimostrato i recenti casi di cronaca, non sempre vengono applicate, e molti parlamentari ed attivisti per i diritti all’autodeterminazione delle donne, il problema è dovuto all’alta percentuale di medici obiettori. La dimostrazione arriva dai due ricorsi presentati dall’organizzazione internazionale non governativa InternationalPlanned Parenthood Federation European Network e da Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78), e dalla Cgil, che sono stati accolti dal Comitato Europeo sui diritti sociali del Consiglio d’Europa. L’autorità europea ha condannato in un primo tempo l’Italia per la difficoltà di applicazione della legge per le donne e anche per le condizioni in cui deve lavorare la minoranza di medici non obiettori, smorzando in seguito il parere solo dopo aver avuto dal ministero le controdeduzioni sull’argomento. Il ministero della salute Beatrice Lorenzin aveva rassicurato la Corte e il Parlamento sulla situazione dell’Italia, rispondendo alle accuse e fornendo dati che segnalavano un calo di aborti negli ultimi trent’anni e una diminuzione di non obiettori di 117 unità. Un diritto che va garantito oltre i dati, a ribadirlo è anche Marilisa D’Amico, l’avvocato che ha presentato i reclami in Europa, nel nostro paese questo diritto non è sempre assicurato, tuona l’avvocatessa. Non basta dunque il numero di aborti dichiarati per dire che l’emergenza non esiste, ma secondo le voci critiche il ministero dovrebbe intraprendere azioni concrete e cominciare a verificare struttura per struttura la presenza di obiettori e la possibilità effettiva di eseguire un aborto. Così la 194 risulta carente e fioccano le proposte di modifica. Sono di queste settimane le proposte di modifica depositate dai diversi partiti. Una di queste è quella presentata dai deputati di Alternativa libera-Possibile a febbraio 2016 e vede tra i primi firmatari Beatrice BrignoneeGiuseppe Civati. La proposta ha l’obiettivo di portare a “un migliore bilanciamento tra il legittimo esercizio dell’obiezione di coscienza e l’altrettanto legittimo ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza” garantendo che una percentuale di almeno il 50%del personale sanitario e ausiliario degli enti ospedalieri e delle case di cura autorizzate non sia obiettore, e istituendo un numero di telefono gratuito che informi i cittadini sulle modalità di applicazione della legge. Il senatore Maurizio Romani, ex Movimento 5 stelle ora passato al gruppo misto con Idv e primo firmatario di un’altra proposta di modifica della 194, si spinge oltre affermando che nelle strutture la percentuale di personale medico non obiettore dovrebbe essere del70%, ossia il contrario di quanto avviene attualmente. Dalle stesse critiche parte anche l’iniziativa della deputata del Pd Giuditta Pini, con una proposta che va nella medesima direzione: prevede che per diventare direttore di una struttura sanitaria e di un dipartimento o per presiedere policlinici sia necessario non essere obiettori né esserlo stati nei 24 mesi precedenti. Solo in questo modo, secondo Pini, si avrebbe la certezza dell’applicazione dellanorma sull’aborto. Le proposte ci sono e sono chieste a gran voce, ma il problema è che arrivare a un cambiamento rappresenta anche un rischio: c’è chi contrasta la modifica, chi teme invece che possa portare ad un passo indietro invece che a un miglioramento. Bisogna, in Italia, confrontarsi con la politica ma anche con le associazioni ed i movimenti pro vita, e soprattutto con l’influenza della Chiesa cattolica. Forse basterebbe sforzarsi nell’applicare la legge, ciò significherebbe iniziare a rispettare il diritto delle donne, sancito appunto dalla legge.

(Articolo pubblicato su “ildenaro.it”) 

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