Racconti d’attesa/parte4 Sala d’attesa di oncologia

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Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e si smette di progettare, sognare. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Si corre e si rimanda, sempre. Eppure ci sono momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. La malattia è più forte, del paziente ma anche dei familiari. E l’unica cosa da fare è aspettare. Nelle sale d’attesa il tempo si allunga e tutto quello da cui fuggiamo, o da cui siamo fuggiti: la paura, il dolore, la stessa attesa, si attacca addosso, come una calamita. Non ci sono vie di fuga. Bisogna restare lì, incollati coi piedi in terra. Si è soli davanti al problema, soli davanti al tempo e a se stessi. Le sale d’attesa hanno il sapore dell’amaro e della sofferenza, ne avevo vissute di diverse, ma all’appello mancava “oncologia”. La sola parola fa paura, nonostante la ricerca, nonostante la prevenzione, nonostante gli studi, la sola paura spaventa. E’ un dato di fatto. Quando sei lì il tempo si ferma. Non puoi ingannarlo. Sembra ti stia aspettando da chissà quanto tempo, come il famoso cinese sulla sponda del fiume. Le sale d’attesa di oncologia sono vuote, sembra si siano già portate via la vita. Quando hai un familiare, una persona che ami, che varca la soglia di quella porta e sei lì con lei, mentre attraversi il corridoio e le stanze sono aperte con i malati distesi lì, pronti per entrare in sala operatoria o pronti per la terapia, non sai se prendertela con la vita: fredda, bastarda, cattiva; o prendertela con te stessa che magari hai sottovalutato un sintomo, un campanello d’allarme, hai bypassato i controlli di prevenzione, o peggio li hai fatti ma ti avevano detto per un errore medico “è tutto apposto”. Ma ti rendi conto di quanto pesi il tempo, l’attesa e il vuoto di una sala d’attesa solo quando saluti la persona amata che sta per entrare in sala operatoria e resti lì solo, quasi privo di forze. Puoi pregare. Puoi piangere. Puoi arrabbiarti con la vita. Sono vuote quelle ore in cui aspetti fuori ad una sala operatoria di oncologia, sono fredde, seppur le vivi nel caldo torrido d’estate. Sono nulle. Ma nelle sale d’attesa ci trovi il mondo, ci trovi uomini e donne che hanno una storia, che a volte ti raccontano tutto d’un fiato, quasi a volersi liberare, come se fossero in una seduta da uno psicoanalista. Storie che hanno gli occhi lucidi e vuoti, ma anche storie che raccontano che a volte la vita può girare anche nel senso opposto. Le lunghe ore d’attesa non le inganni facilmente e parlare, raccontarsi, non può che aiutare. E’ così che ho conosciuto Marina, una pazienze di oncologia, già da quattro anni. 50 anni, diabetica, al secondo intervento: la prima volta le avevano asportato un tumore benigno al seno destro. Questa volta il male si era presentato a sinistra. Nonostante fosse già diabetica e non alla prima esperienza, fumava: quasi a voler sfidare la vita e la sorte. Era sola, nonostante a casa gestisse tutto lei: due figli di 21 e 25 anni, un nipote di 2 anni, che cresceva lei, un marito malato di Pakinson. Marina però in quella sua ennesima battaglia era da sola, non aveva nessuno accanto che le desse coraggio, forza, che stesse lì ad aspettare. Mi aveva colpito molto. L’ho rincontrata dopo due ore circa, qualcosa più, qualcosa meno, dal suo intervento. Era nella stessa stanza di un’altra persona a me molto cara. L’ho già trovata sveglia dopo un’anestesia totale. Sempre sola. Ma la forza d’animo non le mancava. E’ scesa dal letto, ha fatto un piccolo cammino nella stanza e poi mi ha chiesto di fare il palo alla porta. Ammetto di non aver capito, ero frastornata, troppo emozioni, troppi avvenimenti per me in quel momento. Mi chiedeva di stare alla porta come una sentinella, un soldato, per controllare se un medico, un infermiere entrasse. Poco dopo l’ho vista alla finestra fumare. Ammetto di averle detto: “ma come, dopo tutto quello che sta passando, fuma anche?” e mi ha risposto “e tu credi che a farci male sia solo questo?” Ha anche ragione, adesso che scrivo, me ne rendo conto, ma quel suo gesto l’ho visto come uno sfidare il destino, la vita, come inserire un coltello nella piaga. Forse, Marina, lo faceva per combattere la solitudine, il nervoso, la paura, la tensione, ma non lo giustificavo, come non giustificavo la mancanza di un figlio in quel momento. Era Luglio, faceva caldo e in un reparto di oncologia con tutta la vita che ti passa davanti, con la paura e il dolore, non si vive certo bene e felicemente e avere qualcuno accanto creda che sia forza, energia, tenacia, voglia di reagire, di vivere, di ripartire. In Marina però ho apprezzato la voglia di ridere, di scherzare dal primo momento, la voglia di non abbattersi. Sapeva che se l’esame istologico fosse stato negativo, si sarebbe dovuta sottoporre ad una terapia, che per un malato di diabete non è certo facile e sapeva che sarebbe stata ancora una volta da sola, forse anche per questo cercava di appoggiarsi a noi che eravamo lì, quasi a trovare in una famiglia unita, un po’ della sua famiglia, una seconda famiglia. Ecco le sale d’attesa mi hanno insegnato anche la solitudine nella sofferenza. Essere soli. Non hai nessuno, solo te stesso, che certo è più che mai importante, ma nel dolore e nel bisogno sei da solo, senza una persona cara affianco. A volte, ci sono persone che lo fanno apposta, tengono nascosto il proprio male, la propria sofferenza, per proteggere le persone che amano, per evitargli dolore e sofferenza, a volte però c’è proprio l’egoismo di una famiglia, dei figli. Questo è quello che più mi ha lasciata senza parole. Marina, oggi vive il suo percorso da sola, nonostante due figli a casa senza lavoro, costretta a prendere l’autobus, il treno per spostarsi, pur trattandosi di esami, di visite mediche, di terapie. Forse ha sbagliato lei stessa a viziare un po’ troppo i figli, ad esserci sempre, a coccolarli e a dargli tutto quello che poteva, a proteggerli e a scusarli anche adesso che preferiscono dormire fino a tardi, ad andare al mare, anziché essere accanto alla mamma. Non so se si tratti di “scappare” da parte dei figli, perché io cerco sempre di mettermi nei panni delle altre persone, dell’altra parte, ma a volte non ci riesco a capire, a comprendere, è più forte di me.

La mia estate è stata di sale d’attesa di ospedali e di cliniche, tornavo a casa e ad aspettarmi c’erano i libri universitari, perché gli esami non aspettano e non guardano al dolore, alla stanchezza; mi aspettavano i doveri di casa. Forse sono stata esagerata rispetto a chi invece non gliene importava nulla. Non lo so. Non so se realmente nella vita esistono le mezze misure, le mezze vie. Io al bianco che si mescola al nero, non c’ho mai creduto, come non ho mai creduto al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Io sono una di quelle che se è bianco è tale, se è nero e tale. Io sono quel tipo di persona che vuole esserci accanto ai genitori, ai familiari, agli amici veri. Punto. Io credo che sia un dovere ed un diritto di un figlio. Penso, che anche per una semplice radiografia bisogna accompagnare la persona amata, il proprio familiare, perché le sale d’attesa spaventano tutti, anche il più cinico ed egoista della vita. In fondo, la vita come dice il grande Vasco la vita è un brivido che vola via…. Dopo sarà tardi pentirsi di non esserci stato.

 

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