Minori e reati. Vite dietro le sbarre dei penitenziari minorili italiani

img_0217Incoscienti e spietati. Senza mai provare rimorso, né assumersi responsabilità alcuna. Giovanissimi, ancora bambini ma giocano con la vita e con la morte. Il pericolo, l’escalation di violenza gli provoca un brivido, in alcuni casi gli mette adrenalina. Furti, rapine, spaccio, e nella peggiore delle ipotesi omicidi, li affascina. Sono l’esercito tecnicamente dei bambini, ma violenti che rifiutano le regole, che arrivano a compiere gesti terribili e senza senso con una leggerezza tale che anche davanti alle conseguenze non riescono a comprenderne la gravità. Così da fanciulli o poco più si ritrovano in una stretta cella, a vivere una vita di privazione e di ridotta libertà tra le sbarre di uno dei diciannove penitenziari minorili presenti in Italia, che ospitano detenuti dai 14 ai 18 anni, e fino ai 21 anni se il reato è stato commesso prima del raggiungimento della maggiore età. Per tutti gli istituti penitenziari minorili la priorità è la funzione rieducativa della pena. L’identikit psicologico del minore delinquente è spesso quello di un ragazzo privo di una guida, una linea comportamentale da seguire, in molti casi sono mancate le figure genitoriali o non sono in grado di impartire sani principi, sono vissuti in ambienti degradati, vittime loro stessi di violenza e soprusi. L’equipe che lavora all’interno dei penitenziari minorili diventa punto di rifermento e si occupa di rielaborare e rieducare: si lavora su un terreno ancora fertile. Ma se non si tratta del giovane ladruncolo o di un piccolo spacciatore, ma di un piccolo “mostro”, il lavoro è più complesso e difficile. Siamo davanti ad un delitto premeditato e compiuto spesso con grande ferocia e freddezza, la cronaca è lunga: da Erika e Omar, considerati lucidi e consapevoli, ad Emanuela, 15 enne che uccise la madre perché questa contrastava la sua relazione amorosa. Si lavora sulla ferocia covata nell’animo, si cerca di capire quali siano le emozioni, i sentimenti provati da questi giovanissimi, sino a capire in che modo si possa riabilitare all’interno della società. Oltre al lavoro psicologico, sociale, educativo affidato ad un’equipe che lavora all’interno delle strutture c’è un aspetto giuridico, legato al reato commesso. L’iter giudiziario minorile inizia con l’arresto il fermo: un minore può cadere nelle maglie della giustizia minorile o perché colto sul fatto (in flagranza) o perché indiziata (fermo di polizia). La prospettiva punitiva del processo deve avere sempre presente l’obiettivo del recupero del minore, anche nei casi più gravi ed eclatanti, per evitare che rimanga vittima della spirale comportamento deviante. Il carcere deve risultare l’ultima possibilità: quando non vi sono altre misure alternative o quando queste sono fallite. Quando il giudice dispone una misura cautelare, l’imputato viene affidato ai servizi minorili dell’amministrazione della giustizia con la quale collaborano gli enti locali, nelle funzioni di sostegno e controllo del ragazzo. Le misure previste, in ordine di gravità crescente, sono: -prescrizioni: orari di uscita e rientro a casa; -permanenza a casa: una sorta di arresti domiciliari, nel caso di trasgressione non vi è denuncia; – collocamento in comunità, quando la famiglia si rifiuta al collocamento in casa; – custodia cautelare: in un istituto di pena minorile. La valutazione viene fatta sulla base della personalità del minore, eventuali precedenti penali e sulla base della situazione personale e familiare. In termini di legge e di giustizia bisogna ricordare il DPR 488/88 che riguarda il perdono giudiziario e la messa alla prova al servizio sociale. Nella messa alla prova il giudice sospende il processo per un periodo non superiore ad un anno, fino a tre per i reti più gravi, affidando il giovane all’assistente sociale, che seguirà percorsi di rieducazione: se le relazioni delle figure professionali coinvolte nella rieducazione sono positive, il giudice fissa una nuova udienza e dichiara estinto il reato. Altrimenti, prevede alla prosecuzione del processo penale. Per quanto riguarda il perdono giudiziale, viene concesso anche per reati rilevanti, anche non lievi, se emerge la volontà positiva e benevole del ragazzo nel futuro. Può essere concesso una sola volta. Tra misure da adottare resta comunque un’emergenza sociale: ragazzi soli e attratti dal lato oscuro e pericoloso della società che li spinge a compiere atti che vanno contro legge.

(Pubblicato su ildenaro.it)

 

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