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Giancarlo Siani, il giornalista che amava la libertà. 30 anni dopo cosa resta del Giornalismo?

SianiEra il 23 Settembre del 1985, quando i killer della camorra trucidavano Giancarlo Siani, un giornalista “abusivo” de “Il Mattino”, mentre tornava a casa a bordo della sua Mehari. Siani, amava raccontare i fatti. Ancor di più indagare. Il giovane cronista, in attesa di contratto, investigava e raccontava i segreti delle cosche di Torre Annunziata e non solo. Siani aveva un solo obiettivo: raccontare la verità. Giancarlo Siani ficcava il naso negli affari di cosa nostra, occupandosi principalmente di cronaca nera, lavorando e scrivendo delle famiglie che controllavano il paese, ed in particolar modo dei rapporti con i politici locali per l’assegnazione degli appalti pubblici per la ricostruzione delle aree coinvolte dal terremoto dell’Irpinia del 1980. Indagò e scrisse sulla famiglia Gionta, sul clan Nuvoletta, alleato dei corleonesi di Riina, sul clan Bardellino e sulle loro faide interne, pubblicandone un articolo. Quell’articolo gli costò la vita. Tre mesi dopo la sua pubblicazione, che permise a Siani di essere trasferito alla sede centrale di Napoli, fu ucciso da due uomini con dieci colpi di pistola alla testa. Dall’inchiesta sull’omicidio di Siani nacquero diverse altre indagini sui rapporti tra politica e camorra che portarono agli arresti di imprenditori, amministratori locali, funzionari comunali e dell’ex sindaco socialista di Torre Annunziata. Negli anni successivi il comune di Torre Annunziata è stato sciolto per infiltrazioni mafiose.

La terra che raccontava Siani, Torre Annunziata degli anni Ottanta – scrive Roberto Saviano – quartieri di Napoli oggi non è molto diversa da certi . Le stesse immagini che Siani descriveva si vedono adesso nelle favelas del Brasile, nelle banlieues parigine, nei bronx delle metropoli statunitensi, nelle città di frontiera del Messico”. Così, anche fare il giornalista, denunciando malaffare e connivenze, continua a essere pericoloso: “Si muore a Napoli come a Rio, muore chi racconta a Nuevo Laredo come chi racconta in Guatemala. Si viene uccisi per un articolo, per una foto, per un semplice tweet, che magari non svelano i segreti più nascosti delle organizzazioni criminali, ma fanno sentire loro il fiato sul collo”.

A 30 anni dalla sua morte, resta a tutti noi cronisti, giornalisti e non una grande lezione di professionismo e di coraggio. Resta la grande lezione di giornalismo, quello vero, fatto di racconti scomodi e di sola Informazione, senza compromessi, paure, perplessità, influenze di ogni tipo. Siani era pulito, vero, sincero, genuino nel suo lavoro e nel suo indagare, ciò che ogni giornalista dovrebbe essere, ma troppo spesso ce ne dimentichiamo e navighiamo nel mare dei compromessi, di notizie distorte.

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Qualche mia intervista per Medianews24

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Giornalisti nell’animo

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“Una certa idea di giornalismo”. Con quell’idea di giornalismo, il mestiere più affascinante e coinvolgente del mondo, Domenico Quirico è partito per la Siria il 6 Aprile scorso. Per la terza volta in vita sua. Inviato di punta, ottima firma de “La Stampa”, Quirico ha tremato per i bombardamenti su Aleppo, ha seguito le incursioni dei ribelli fino a Idilib, voleva vedere con i suoi occhi, registrare sul proprio taccuino i combattimenti nella città martire di Homs, gli incendi del suq, i bossoli delle munizioni, la guerra che scoppiava sotto gli occhi degli innocenti.

Voleva raccontare una guerra ormai dimenticata dai giornali. Un conflitto che, secondo i dati ha ucciso 28 giornalisti. La Siria è il paese più pericoloso al mondo per chi fa informazione, ma lui aveva la convinzione di dover vedere le cose come stavano. Era la stessa strana idea, la stessa strana convinzione che lo avevano già portrato tra i campi profughi del Corno d’Africa, nella strade calde dei paesi arabi, per raccontare quella che dal mondo dell’informazione fu definita “la primavera araba”, nella Libia che chiudeva una pagina di storia con Gheddafi. Poi in Sudan, in Darfur, in Uganda, in Mali.

Paesi ad alto rischio, paesi accumunati da storie difficili che bisogna raccontare. E chi fa informazione non gira la faccia dall’altra parte e Domenico Quirico non lo ha fatto. Accumunati dalla stessa idea di giornalismo anche Elisabetta Rosapina e Giuseppe Sarcina, colleghi del Corriere della Sera e il giornalista Claudio Monaci dell’Avvenire. Insieme, accumunati dalla passione, dalla professione e dalla paura, cercavano di raggiungere Tripoli. Furono rapiti, sequestrati ed il loro autista perse la vita.

Giornalisti accumunati dal desiderio di raccontare. Di chi pensa che le cose vanno vissute in prima persona per poterle scrivere, registrare, filmare. Di dover indossare un burqa, per capire come si vede il mondo dietro i veli. Di dover fuggire insieme ai ribelli per provare sulla propria pelle la paura delle bombe, della vita che in un attimo può spegnersi. La stessa idea, la stessa passione, che molti anni fa portò alla morte di Tarzani, nel conflitto vietmanina.

E’ l’essenza del mestiere più strano ed affascinante del mondo. Dà a molti l’occasione di un attimo, che senza riflettere, con la valigia pronta sotto il letto,accettano di partire. Così, Quirico è tornato dopo cinque lunghi mesi di torture e di prigionia. Con indosso giacca e cravatta su un corpo troppo esile, ha chiesto scusa al suo direttore. Quirico che per la sua convinzione si è spinto in un paese in cui la violenza la fa da padrona ed ha provato sulla sua pelle la sofferenza di chi ogni giorno la vive.

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