Racconti d’attesa/parte2. La mia estate addosso di sale d’attesa

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Inizia tutto con un semplice dolore, un piccolo fastidio, a volte non ci fai neanche caso, si banalizza, poi il dolore, le notti insonni, il dolore che ti fa perdere l’equilibrio mentale, la sofferenza del paziente che sta male ma anche di chi gli sta intorno. E’ così ho trascinato mio madre ad affrontare il problema, forse per il mio egoismo, perché non sopportavo più di vederla soffrire, di vedere che un medico potesse sperimentare su di lei ciò che lui non sapeva. Abbiamo sentito campane, pareri, siamo finiti anche nelle mani di un medico bolognese, un luminare dicevano, in una sala d’attesa gremita di speranze e di gente che si affidava alle mani del “miglior medico”, finalmente abbiamo avuto la diagnosi ma i tempi d’attesa-altro gioco delle sale d’attesa- erano troppo lunghi per un intervento che andava fatto, punto. Ma mia mamma, legata al Sud in cui viviamo, alla terra che ci da il pane, voleva rimanere “a casa sua”, così abbiamo giocato questa partita “in casa”, o meglio poco lontano da casa, ma in terra campana: ad Avellino, in quella stessa clinica dove 22 anni fa mia mamma mi metteva al mondo, la vera eccellenza medica in Campania. Lì abbiamo incontrato il professor Pierluigi Cillo-nel prossimo post vi racconterò di lui- non ci ha pensato due volte a guardare in faccia alla realtà e ad operarla. Così due mesi fa, il 6 Luglio scorso, il dottor Mario Cillo, operava mia mamma. Il dottore Cillo, è il figlio del primario, molto giovane, a vederlo è strano pensare che lui operi, all’inizio avevo dei timori, poi mi sono ricreduta e oggi lo stimo molto. Quel 6 luglio, la strada era bollente, il vento caldo di luglio dava fastidio, ed io e mio padre eravamo all’interno della sala d’attesa della clinica Malzoni, speranzosi ma anche in trepida tensione. Ricorderò per sempre quell’orologio bianco e azzurro e le lancette quasi sempre ferme su quell’ora, perché quell’orologio lo avrò guardato migliaia di volte. In quella sala d’attesa c’era il mondo che mi girava intorno ed io ferma lì ad aspettare. Mio padre aveva lo sguardo perso nel vuoto, poi si riprendeva e iniziava a spiegarmi come secondo lui stava andando l’intervento. In quella sala d’attesa di luglio c’era il mondo. Era piena quella sala d’attesa. C’erano donne incinte in attesa di partorire, quindi, c’era la gioia della vita che sarebbe arrivata, c’erano i nuovi ricoveri e l’ansia di chi sa che dovrà operarsi, c’erano persone che tornavano a casa, col volto sorridente ma anche preoccupato, perché quando torni a casa c’è il secondo tempo che ti aspetta, c’era chi aveva subito un intervento ed ora era a controllo, con gli esami in bella vista e la speranza che quel male fosse andato via, c’erano i bimbi piccoli, seduti sugli scalini in attesa che nascesse il fratellino, quanta gioia negli occhi di quei piccoli. Io ero lì ferma con intorno le vite degli altri e la vita di mia madre in sala operatoria. Nello stomaco mille sensazioni e mille emozioni, avevo voglia che tutto finisse in quell’istante, avevo voglia di dire: “è finita”, ma sapevo che non sarebbe finita in quel momento e allora valeva la pena viversi anche quell’angoscia, quell’attesa, ma non viverla su uno smartphone o sfogliando le pagine di un quotidiano, viverla con le storie degli altri, perché nelle sale d’attesa ci trovi il mondo pronto a vomitarti la sua storia personale. Ciò che più mi colpisce sempre è l’Amore, quello di una coppia, quello saldo, forte e che in queste occasioni è più forte ma anche più preoccupante. Mio padre era come perso. Lui, sempre forte e deciso, che non ha mai avuto paura di niente, in quel momento credo avesse mille paure, da 34 anni insieme a mia mamma, di certo non poteva non amarla. E’ così che una signora coi suoi oltre 77 anni, ha incontrato il mio sguardo e posato il suo su mio padre. La signora era lì col marito scampato alla morte, un controllo per loro, ma quel controllo pesava quasi come l’intervento stesso, perché bisognava capire se il male si fosse ripresentato. Lui era seduto, con le analisi in mano, la voglia di entrare. Lei, invece aveva voglia di raccontarsi e di raccontare la loro vita. Così si è avvicinata, ha detto a mio padre che era un po’ troppo agitato, poi ha iniziato a guardarmi a dire che ero bella, secondo lei, che ero una trottola-avrò percorso quella sala d’attesa in lungo e in largo e in tutte le sue direzioni non so quante volte-gli ho raccontato il mio rapporto con mia madre e lei si commosse, mi raccontò del loro amore, troppo vecchio per morire proprio adesso, di un amore fatto di terra, quella che coltivavano loro, come anche di pane e sacrifici: gli ingredienti giusti ed essenziali per amarsi davvero. A 77 anni, aveva una tenacia ed un’energia che neanche io a 22 anni ho. Era piena di spirito. Era stata accanto al marito, comprese le notti, cresceva i nipoti che volevano ancora vivere con lei, e ancora coltivava la terra. Il marito la guardava con lo sguardo dell’amore, di chi si innamora ogni secondo, nonostante sia da una vita con lei. In quella sala d’attesa il mondo ancora una volta mi dava una lezione: l’amore è quello che tiene insieme tutto, sempre e in ogni momento. Ho perso di vista la signora perché mia mamma era tornata in stanza ed io volevo starle accanto, purtroppo, non sono potuta rimanere a lungo, compresa la notte, perché la vita è strana e nella sua “stranezza”, il giorno dopo dovevo dare l’ultimo esame all’università. Io non volevo più darlo, volevo rimandarlo ma mia mamma teneva più all’esame che all’intervento. E così dopo una lunga giornata di tensione, la stanchezza sul volto, il mattino seguente sono andata all’università, mi sono seduta e con voce un po’ tremante ho sostenuto psicologia dello sviluppo. Ho chiuso la mia carriera universitaria con l’ultimo 30. Ero al settimo cielo: avevo finito, mia mamma sarebbe uscita dalla clinica-certo a casa sarebbe stata un po’ dura per alcune settimane, ma già qualcosa era fatto-. Sono arrivata in clinica e avevo gli sguardi di tutti addosso: mia mamma aveva abbracciato e reso partecipe tutti della fine dei miei studi. Ero contenta, perché sapevo che saremmo uscite da lì, peccato che l’emozione però ha giocato un brutto scherzo a mia mamma e in quella clinica siamo rimaste entrambe per l’intero giorno. E’ strano come nella vita un attimo prima gioisci e un attimo dopo devi fermarti. Ero seduta su quella sedia, con la borsa dell’università, i libri che pesavano, i vestiti zuppi di sudore-segno di una giornata di maratona-ed il volto confuso, guardavo mia mamma e non sapevo cosa pensare…. Il mio telefono era rovente: squillava tra mio padre in tensione, i miei nonni all’oscuro di tutto e mio fratello che neanche sapeva dell’intervento, ma ancor peggio le tante “compagne” di università che volevano appunti, riassunti, informazioni sull’esame.

In quel momento ho capito che sono le persone estranee che ti danno di più, quelle che incontri nelle sale d’attesa degli ospedali, nella stanza in cui c’è l’altro paziente, sono quelle persone che conoscono l’amore ma anche la sofferenza, la tensione ad essere più umane, più vere, il resto è solo egoismo puro.

Le sale d’attesa mi hanno insegnata a guardare in faccia l’amore quello vero e sano, quello tra chi è sposato, come anche tra una madre ed una figlia, mi hanno dato l’umanità, le storie-che piano piano vi racconterò-, la fiducia, il combattere ed il vincere. Le sale d’attesa sono il luogo che non vorremmo frequentare ma quando ci sei dentro devi trovare il bello che c’è e farne tesoro. Ecco perché io lo racconto, raccontando la mia storia come quella degli altri che ho fatto un po’ mia, perché possiamo essere un po’ più umani e sensibili tutti, avendo rispetto del dolore, della tensione, dell’ansia di tutti e soprattutto possano spronare altri. Altre ragazze, che magari come me hanno paura anche della cosa più banale, che magari vorrebbero rinunciare ad esserci in un ospedale o ad un esame, perché vogliono far prevalere la paura. Possiamo essere più forti della paura, basta solo guardare in faccia alla realtà alla vita e anche-purtroppo-all’odore dell’ospedale e delle sale d’attesa, ma se guardiamo l’altra faccia della medaglia ne troveremo sempre l’insegnamento, così come è successo a me: sono diventata un po’ più forte, ho dovuto per forza di cose, annullare delle mie paure, farmi coraggio, esserci, ho allontanato i falsi amici ed ho aperto il cuore e la mia vita alle storie degli altri, che siano di dolore o di vincita, qualcosa sempre danno

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