Hikikomori, i giovani reclusi in casa che dicono “no” alla vita

untitled 2In camera tutto il giorno. Il mondo è confinato in una socialità virtuale e senza alcun legame col mondo esterno. Prigionieri di se stessi. Iperconnessi ed in perenne solitudine. Una gioventù limitata nel tempo e nello spazio, una stop forzato alla crescita. Giovani che si ritirano dal mondo, si chiamano “hikikomori”. Erano 100 mila in Italia prima del lockdown ma i numeri sono aumentati con la pandemia. Reclusi in casa, in particolare in camera, spesso per paura del mondo esterno. Per loro la notte è sinonimo di sicurezza, al mattino, invece, cresce l’ansia. Il pc ed i social sono il loro mondo. Per loro le relazioni umane si azzerano, quasi inesistenti, nella maggior parte dei casi molti di questi ragazzi non ha mai avuto una relazione affettiva.  Qualcuno li definisce inetti e pigri, ma sono figli della generazione hikikomori, parola giapponese che significa strare in disparte, ritirarsi. In Giappone, il fenomeno ha avuto inizio negli anni Ottanta, dove si stima siano un milione gli autoreclusi.  Covano dentro di loro dolore e vergogna nel mostrarsi al mondo esterno. La vergogna, sembra essere proprio l’elemento fondamentale, secondo lo psicoterapeuta Piotti, tra i primi in Italia ad occuparsi di ritiro sociale. La società è ormai diventata spietata con e tra gli adolescenti, nulla perdona: dal brufolo alla gaffe fatta in classe. Una società dove la bellezza è centrale e lo sguardo dell’altro è il giudice più temuto. E se ti senti inadatto e brutto, l’unica soluzione è optare per il virtuale e restare chiuso nel posto in cui più ti senti al sicuro. Internet li protegge e allo stesso tempo imprigiona. Una sindrome sociale che nell’ 80% dei casi colpisce i maschi ma il numero delle ragazze è in continuo aumento. Secondo dei dati, giunti dal Giappone, colpisce soprattutto i primogeniti ed i figli unici. Solitamente si tratta di intelligenze sopra la media, carriere scolastiche brillanti interrotte e mai riprese. Molti provengono da famiglie acculturate ed istruite. In alcuni casi i genitori sono reduci da separazioni ed uno dei due è assente nella vita del minore. Gli anni di chiusura solitamente oscillano tra i tre ed i dieci anni, ma possono anche andare oltre. Alla base di questa scelta solitamente c’è delusione, un caso di bullismo, o anche un’offesa che ha ferito. Il corpo si nasconde, quasi si annulla, il sesso non interessa. Molti hikikomori si professano asessuali. Il primo campanello d’allarme per i genitori è l’abbandono della scuola. L’anno critico solitamente arriva in seconda o terza media, oppure poco dopo l’inizio del primo anno delle superiori. Da un’indagine dell’Associazione Hikikomori Italia, unico punto di riferimento nel nostro paese per le famiglie, con molti gruppi di auto mutuo aiuto, il fenomeno è più presente al Nord, mentre il Lazio è la regione che registra più casi. . E la quarantena dovuta alla pandemia non ha fatto altro che acuire il fenomeno, infatti, in molti hanno trasformato l’isolamento forzato in casa in un isolamento volontario. Senza scuola, senza hobby e con una routine ormai consolidata, il rischio ora è quello di non aver voglia di tornare fuori.  La risposta è forse in una ribellione solitaria al mondo fatto di apparenze, di conflitti e di competitività che abbiamo lasciato loro in eredità, dove la fuga dal mondo per un mondo celato sembra in loro l’unica via d’uscita.

(Articolo pubblicato sul mio blog “Pagine Sociali” per ildenaro.it)

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