Shock in un mattino qualunque in una scuola di Santa Maria a Vico, in provincia di Caserta, un alunno 17 enne in un raptus di follia ha accoltellato alla guancia l’insegnante di italiano, sotto gli occhi terrorizzati dei suoi compagni di scuola. La sfregia con un fendente. Tra lo sconcerto ed il terrore dei compagni. Il ragazzo avrebbe reagito a una nota messa dalla professoressa di italiano sul registro di classe per scarso rendimento. Il giovane si era presentato a scuola con un coltello a serramanico, potrebbe quindi aver progettato l’aggressione alla docente che probabilmente cercava solo di stimolarlo a impegnarsi di più nello studio. Ora è in stato di fermo, per volere del Pm del Tribunale per i Minorenni, Ugo Miraglia del Giudice, che lo ritiene responsabile di lesioni aggravate e porto illegale di oggetti atti ad offendere e si ritrova presso un Centro di Prima Accoglienza minorile di Napoli Colli Aminei. Studenti contro professori, così le classi diventano un ring. Da Nord a Sud, un’escalation di aggressioni ai docenti. Umiliazioni, fucine di bulli minorenni, studenti che iniziano i loro show irridenti mentre l’insegnante spiega: pernacchie, rumori, applausi. Ragazzi che fanno gruppo, sghignazzano e incitano, e spesso si protrae per giorni. “Il ruolo sociale degli insegnati” lo evocano ad ogni cambio di ministro dell’Istruzione all’atto dell’insediamento. Quel “ruolo sociale” calpestato, oggi, si fa spesso una semplice questione di sicurezza. Settimane di insulti, in alcuni casi scherzi di cattivo gusto. Episodi violenti crescenti in classe, in palestra, al portone. Ragazzini che picchiano in branco insegnanti over, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. In una scuola di Reggio Calabria qualche tempo fa, è arrivata la polizia a sedare la rissa tra ragazzine. La professoressa di turno non c’era riuscita: aveva rimediato uno schiaffone ed era finita al pronto soccorso. Insegnanti che ogni mattino entrano in classe ma si sentono come su un ring o in un campo da guerra, bersagliati, in un clima di tensione e in alcuni casi di paura. Un fenomeno, quello del bullismo, che spesso non risparmia neppure i professori in veste di vittime. La scuola che diventa luogo di derisione, di minacce, di paura, di tensione perenne per gli studenti più fragili e per i docenti, che nel tempo hanno perso il loro ruolo determinante, privi anche di tutele, spesso le denunce e le segnalazioni cadono le dimenticatoio. Ma, bisogna agire e reagire, passando da un legame scuola-famiglia, che và ritrovato, sono le prime due agenzie educative, che devono viaggiare all’unisono e sulla stessa strada: fatta di valori, fatta di sacrificio e di “no”, che sani, devono ritornare, di note che non vanno aggredite dai genitori, ma spalleggiate, magari anche con una sana punizione ai danni dei figli. Vanno riposti nei cassetti per molte ore cellulari e playstation, troppa violenza viaggia sui social e nei videogiochi, distraendoli. Serve che ci siano pene per questi ragazzini, fatti di rieducazione sociale, come ad esempio ore di volontariato o di lavori socialmente utili. Serve, il teatro, per far gettare la maschera alle persone e attribuire ruoli nuovi a chi non riesce ad averne di positivi. Serve la musica e un microfono per far esprimere al meglio chi non riesce a farlo in modo diverso. Serve incoraggiare chi non ce la fa, lodare davanti a tutti chi sbaglia spesso quando invece fa una cosa giusta. Tornare alle materie d’aiuto come la storia, la letteratura, la filosofia che hanno l’obbligo di insegnare il rispetto per sé e per gli altri, il coraggio di difendersi, l’autostima e la lotta all’omertà. E anche la debolezza che sta dietro a chi commette dei soprusi. Bisogna raccontare ai giovani storie di persone vere, lotte contro le ingiustizie, di Peppino Impastato, di Nelson Mandela, di Gandhi. Solo così, da grandi, i tacchi a spillo non sfileranno prepotenti sulle fragilità di un collega di lavoro. Insomma, la scuola ha soprattutto un compito: insegnare agli uomini di domani l’umanità. Questo è possibile anche se si ritorna su strada: educatori di strada, sacerdoti che aggancino i più giovani e li portino nel mondo dell’associazionismo e del sociale, che si ritorni ai gruppi scout o all’azione cattolica, che unisce e non divide, che esalta le diversità e le rende omogenee. C’è bisogno che la scuola torni al suo essere “severa”: una nota, un richiamo, certo con un fondamento di paura, visti i recenti casi di cronaca nera, ma non vanno lasciati soli gli insegnanti che fanno il loro dovere, anzi, bisogna che intervenga l’assistente sociale, che ne segnali l’accaduto se non è stato già fatto al Tribunale per i Minorenni, e c’è bisogno che si agisca in un’ottica globale, con una presa in carico di tutto il nucleo familiare: spesso si tratta di famiglie disgregate, in cui cova la violenza in varie manifestazioni, a volte i genitori sono in carcere per qualche reato, o vivono in contesi disagiati ed isolati. Vanno sempre cercate anche le cause nel bullo che và aiutato oltre ogni sua ragionevole o irragionevole spiegazione al gesto compiuto, ma per farlo c’è bisogno che le figure professionali siano vere e tutelate tutte prima ancora che gli episodi accadano.
(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it – In questa versione è stato modificato solo il titolo)
“So tutt frat sti guaglion ‘e miezz ‘a vij” mi accolgono con questa frase i “uagluine ‘e mezz ‘a vij” come si dice nel linguaggio dialettale, ovvero, i ragazzi che la strada la vivono, che di quella strada ne sono cresciuti. “Signori si nasce”, era il refrain di Totò. Ma principi, nei quartieri “bassi” di alcune zone, lo si può diventare. L’ascesa nei rioni “della diversità” diventa un valore aggiunto e non è una questione di galloni. Contano di più il cuore, i sogni e le capacità di guardare il mondo con gli occhi di un innamorato. Su un terreno di questo tipo, lancio il messaggio, che possono sbocciare i fiori più belli. Come? Avendo il coraggio di cambiare le cose dal di dentro o partendo dai ragazzi stessi. Sant’Agostino diceva che il viaggio è il libro più importante della vita. E molti ragazzi dei “quartieri” o dei “rioni” dopo aver visto il resto d’Italia e le capitali europee, hanno capito che la loro città non aveva nulla di meno. “uagliella a ro’ vic’” mi definiscono così e mi immergo tra le vie e le storie dei ragazzi del rione “palazzine” di Pagani, in provincia di Salerno, dove ogni giorno nascono idee ed attività per contrastare il disagio sociale, pur consapevoli che Pagani è quel fazzoletto di terra cerniera tra Napoli e Salerno, con una linea storica “75” Napoli-Pagani, definita asse delle droga, arresti per droga e spaccio che quotidianamente popolano la cronaca nera, a questo si aggiunge quel “marchio” che la città ed i giovani nella loro onestà devono contrastare: terra di camorra. La scia di episodi criminosi che di piombo e sangue hanno macchiato la città è lunga ma c’è anche un profumo di rinnovamento, di nuovo che avanza, di giovani “dei quartieri” che dalla strada non hanno imparato il crimine e la violenza, ma ben altro e questo articolo nasce proprio da questo spirito e viene scritto di pancia e di cuore. Quello che emerge nella nostra conversazione, sono rapporti di amicizia intimi che prosperano in situazioni caratterizzate spesso di disagio, ma pure da grande ricchezza d’animo. Si inseriscono nella società in punta di piedi, con rispetto di tutti, anche dei pregiudizi che qualcuno nutre nei loro confronti, perché figli della strada, ed in molti albeggia la convinzione che a questi ragazzi è stata instillata l’idea del crimine e della “vita facile”, invece, loro mi conducono in un mondo parallelo che vive nelle nostre città, ragazzi che dalla strada hanno imparato il rispetto dell’altro e della difesa, che si pongono dall’altra parte dell’idea criminale, e mi spiegano che la violenza non li attrae, ma si pongono in prima linea per l’amico in difficoltà, e se si ritrovano coinvolti in qualche rissa spesso è proprio contro il loro volere. Mi conducono a spasso tra gli avamposti culturali del quartiere: la storia di Sant’Alfonso, l’arte del territorio, l’amore per il calcio, il tifo spensierato e sano, tra le chiese che spuntano quasi ad ogni angolo, gli ipogei. Tra loro e in questo patrimonio storico culturale che conoscono meglio di un critico d’arte cittadino, spunta un ragazzo, apparentemente “figlio borghese”, con un’identità forte e fiera: “sono cresciuto in strada- dice-, anche se vivo nel centro storico della città.” Figlio di professionisti cittadini, abbigliamento impeccabile, sguardo da professionista anche lui, di quella strada ne và orgoglioso, perché dice: “la strada mi ha insegnato il buono ed il male, scansato i pericoli, affrontato situazioni che alcuni ragazzi non hanno affrontato, ma questo mi ha insegnato a crescere, affrontando la vita in modo diverso.” La strada, mi racconta, gli ha insegnato le amicizie vere, ad un usare un “nostro” anziché il “mio”, a condividere, ma anche ad aiutarsi, confrontandosi, e non lo ha etichettato come “figlio borghese” nonostante abbia una buona dizione, raramente cade in qualche forma dialettale e sia un ragazzo prossimo alla laurea in ingegneria e lui stesso non rinnega la strada né tantomeno accetta il marchio dispregiativo che molti danno ai ragazzi di strada. L’inclusione sociale, a queste latitudini, è un piacere e lo si riscopre tra loro. Sono ultimi, per molti, ma non si sentono inferiori e proprio da questo è partito l’input di scegliere un diverso tra i diversi per il ruolo di aviatore. Perché da loro sono nati i centri di aggregazione giovanile, che in silenzio ed in sordina opera sul territorio di Pagani, ben cinque sono i punti d’aggregazione, sconosciuti a molti, ma non a chi ne ha bisogno, creando un’aspirale di solidarietà infinita: ragazzi di strada che aiutano altri ragazzi di strada, perché si sa non sempre la strada innesta pensieri positivi, valori saldi, e proprio ai ragazzi più fragili si avvicinano, per agganciarli e per mostrargli l’altro volto della strada, per organizzare momenti di confronto e di volontariato: organizzando banchi alimentari per i più bisognosi, gruppi di volontariato, perché ci sia inclusione e non esclusione. E se gli si chiede cosa pensano della camorra sono netti e ne parlano come di strade senza uscita, strade che non bisogna assolutamente prendere, perché non portano a nulla e non hanno futuro. Mi ritrovo dinanzi a ragazzi equilibrati, ponderati, con valori saldi, legati alla famiglia, con un profondo amore che rappresenta la leva più forte con cui cambiare il mondo. La realtà, passeggiando tra i vicoli ed i quartieri delle città, non è poi così diversa, certo, come mi dicono anche loro “il buono ed il male esiste ovunque”. Ma, c’è un orgoglio: principi cresciuti tra i vicoli. In un tempo di scorribande di ragazzini che in molte città italiane, in particolar modo a Napoli, seminano il panico ed il terrore, in un fenomeno che sa di nuovo alle istituzioni, al mondo del sociale e ai suoi professionisti, ho voluto cercare di abbattere il muro di pregiudizi, di stereotipi, che un po’ tutti abbiamo sempre avuto sui ragazzi cresciuti “con le regole della strada”, ma scopro un mondo che è fatto di altro, che supera la convinzione dei codici, del male e della violenza, seppur siamo tutti consapevoli, io per prima, che tra loro può esserci la serpe in seno, più fragile che dalla strada incontra la criminalità o la violenza, ma questi ragazzi ci danno una lezione di vita, a me per prima, perché ci raccontano una strada che non è solo figlia del male, ma è una piccola società di giovanissimi che si tengono per mano per seguire una nuova strada ed aiutare altri ragazzi.
Il governo Gentiloni mette mano alle politiche sociali con un drastico taglio sociale. Un doppio taglio sia al Fondo Politiche Sociali che al Fondo Non Autosufficienza in virtù dell’accordo fra Stato e Regioni. Vita indipendente, assistenza domiciliare, asili nido e servizi per la prima infanzia, misure di contrasto alla povertà, vengono meno. Mentre, diminuisce anche il Fondo per le politiche sociali che oggi tocca quota 5% delle risorse che erano state stanziate nel 2004, l’anno del massimo storico. Il taglio ormai è certo, resta però la speranza che il presidente del consiglio Paolo Gentiloni possa intervenire. I tagli sono più che mai sostanziali: il fondo nazionale per la non autosufficienza vedrà una sforbiciata di 50 milioni di euro, scendendo per il 2017 da 500 a 450 milioni, annullando così l’aumento che il Parlamento aveva promesso sul finire del 2016. Ne risente in modo peggiore anche il Fondo per le politiche sociali che dai 311,58 milioni stanziati nell’ottobre 2016 scende a 99,7 milioni di euro. Un taglio che sembra nascere dall’accordo Regioni e MeF, ma che vede scomparire molti servizi dei quali essenziali. I tagli vanificano di fatto il Fondo Non Autosufficienza nato con la legge 296/2006, destinato a “garantire l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali da garantire su tutto il territorio nazionale con riguardo alle persone non autosufficienti.” La nozione di non autosufficienza fa riferimento allo stato di disabilità avanzato che non permette alle persone di svolgere le normali funzioni della vita quotidiana, necessitando di un supporto assistenziale, solitamente ne beneficiano anziani e disabili. Quindi, le risorse contenute nel FNA sono dirette a potenziare l’assistenza domiciliare, che crea la condizione affinché la persona possa continuare a vivere a casa propria, ma finanzia anche l’acquisto di servizi di cura e di assistenza, quando è svolto dai familiari o interventi complementari al percorso domiciliare – brevi ricoveri in strutture di sollievo. Il Fondo fornisce risorse di supporto a quelle già esistenti dalle Regioni e dagli enti locali e servono a coprire la parte sociale dell’assistenza sociosanitaria. I tagli ricadrebbero su tutte queste prestazioni che non potranno così più essere garantiti o in minima parte. Il ridimensionamento economico tocca anche il Fondo Politiche Sociali, previsto dalla legge 119/1997 e ridefinito dalla legge 328/2000. Il fondo stanzia finanziamenti per tutti gli interventi di assistenza alle persone e alle famiglie ma regge anche i finanziamenti ai Piani Sociali Regionali e Piani Sociali di Zona, che hanno il compito in ogni territorio di disegnare una rete integrata di servizi alla persona rivolti all’inclusione dei soggetti in difficoltà, o comunque all’innalzamento del livello di qualità della vita. Il Fondo riesce a finanziare una molteplicità di cose: servizi di cura delle persone, in particolare di cura dell’infanzia e degli anziani non autosufficienti, servizi e misure per favorire la permanenza al proprio domicilio, servizi per la prima infanzia, servizi territoriali comunitari, servizi residenziali per le fragilità, misure di inclusione sociale e di sostegno al reddito, interventi e servizi a contrasto della povertà e dell’esclusione sociale. Una parte del Fondo nazionale per le politiche sociali destinata al Ministero del lavoro e delle politiche sociali finanzia da anni un programma di prevenzione dell’allontanamento dei minorenni dalla famiglia di origine. La crisi spinge a tagliare, quindi a sottrarre servizi e diritti agli utenti, annullando ogni possibilità di aiuto, caricando ancor di più le famiglie e le persone in stato di difficoltà. Un cane che si morde la coda ma a farne le spese sono le famiglie e i soggetti in stato di bisogno in un Stato assente e carente di risorse finanziarie.
Dal “dopo di noi” al fondo per le non autosufficienze, passando per i nuovi Lea, il 2016 si conferma l’anno delle leggi per la disabilità. Leggi importanti, molto attese da famiglie ed associazioni e arrivate in porto dopo un lungo e travagliato lavoro anche di confronto. Un terno di leggi sociali per la disabilità, in ordine di tempo, la prima ad essere stata approvata è stata quella del “Dopo di noi” seguita dal decreto sui nuovi Lea e sul finire dell’anno è stato incrementato il fondo per la non autosufficienza. Con la legge n.122 del 22 giugno 2016 è nato il “Dopo di noi”, la legge stabilisce la creazione di un fondo per l’assistenza e il sostegno ai disabili privi dell’aiuto della famiglia e agevolazioni per privati, enti e associazioni che decidono di stanziare risorse a loro tutela. Sgravi fiscali, esenzioni e incentivi per la stipula di polizze assicurative, trust e su trasferimenti di beni e diritti post-mortem. Ogni anno, poi, entro il 30 giugno il ministero del Lavoro e delle politiche sociali ha l’obbligo di presentare una relazione per verificare lo stato di attuazione della legge. Spetterà, inoltre, al Governo produrre sul tema adeguate campagne di informazione. Il fondo, stando a quanto riporta la legge è compartecipato da regioni, enti locali e organismi del terzo settore. Avrà una dotazione triennale di 90 milioni di euro per il 2016, 38,3 milioni per il 2017 e 56,1 milioni dal 2018. Promessi e mai definiti, sul finire dell’anno dal Ministero della Salute, sono nati i nuovi Lea (Livelli Essenziali di Assistenza), che con sé hanno portato anche la definizione del nuovo Nomenclatore delle protesi. I Livelli Essenziali di Assistenza vengono definiti in tre ambiti: “prevenzione collettiva”, “assistenza distrettuale” e “assistenza ospedaliera”. Altra novità è stato il nuovo nomenclatore sull’assistenza protesica, insieme all’aggiornamento degli elenchi delle malattie croniche e delle patologie rare. Una novità importante visto dal 2001, data a cui risale il vigente decreto ad oggi, sono stati tanti i progressi in ambito protesico-tecnologico, medico e scientifico. Il decreto però è stato criticato aspramente e bocciato dalle principali associazioni per la disabilità, che ritengono che il testo sia largamente insoddisfacente.
Remon, a quattordici anni è fuggito dal suo Paese, l’Egitto, senza nemmeno avere la possibilità di salutare i suoi genitori e suo fratello. Con follia e paura si è rivolto a scafisti senza scrupoli pur di raggiungere l’Italia e diventare un ragazzo libero di studiare. Libero di professare la sua fede: lui è cristiano copto. È stato chiuso durante la trattativa economica con la sua famiglia in un appartamento alcuni giorni. Poi, disorientato, ha cambiato tre imbarcazioni. Pericolose, gelide. Senza mangiare se non riso cotto con l’acqua salata, bere se non benzina. Ustionato di giorno dai raggi del sole, congelato la notte. Poi è arrivato in Sicilia, pensando che quell’isola fosse la famosa Milano. Quella città di cui tanti parenti gli parlavano in Egitto. Dove si lavora, si studia, si può pregare senza rischiare la vita. Ma è diventato un numero, dopo lo sbarco. È entrato in un centro di accoglienza, poi un altro e ha capito cosa sia la paura. Ma anche quanto valga la libertà: più della solitudine. Più di qualsiasi timore. Quando stava per smettere di avere speranza e di contare i giorni, ha incontrato Carmelo e Marilena. Una coppia generosa, senza figli, che l’ha accolto e gli ha permesso di salvarsi e studiare ad Augusta. Remon, ha deciso di lasciare la sua storia come un’impronta, tra le pagine di un libro, scritto dalla giornalista e scrittrice, Francesca Barra, “il mare nasconde le stelle”. Remon è l’emblema di tanti orfani del Mediterraneo, piccoli anonimi, che arrivano in Italia. Sono schiavi invisibili, giovanissime vittime dello sfruttamento e della tratta dei migranti. Un fenomeno nascosto e difficile da tracciare che vede come protagonisti i minori stranieri giunti in Italia via mare e via terra, molti dei quali non accompagnati da genitori o parenti. Secondo l’Organizzazione umanitaria, in Italia tra gennaio e giugno 2016 sono arrivate via mare 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze. Di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati. Un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente quando si sono registrati 4.410 arrivi. Piccole vittime dello sfruttamento. La tratta di persone, in Italia, costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e di droga. Ovviamente i minori stranieri, soprattutto quelli non accompagnati, rappresentano un potenziale bacino di sfruttamento per coloro che cercano di trarre profitto dal flusso migratorio, speculando in vari modi sulla vulnerabilità dei più piccoli: dallo sfruttamento nel mercato del lavoro nero, alla prostituzione, allo spaccio di droga fino ad altre attività criminali. Un girone infernale, in cui rischiano di finire i minori stranieri non accompagnati, eppure il sistema giuridico italiano, attraverso la figura dell’assistente sociale, ha l’obiettivo di tutelare i minori stranieri non accompagnati. Qualora un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio identifichi un minore straniero non accompagnato sul territorio dello stato italiano, le leggi da applicare sono le stesse previste per la protezione dei minori italiani. Di conseguenza sarà suo compito segnalare la situazione del minore alla procura e al giudice tutelare. Il minore che verrà riconosciuto in stato di abbandono verrà collocato in luogo sicuro. Laddove ve ne siano le condizioni verrà aperta la tutela e valutato l’affidamento del minore. I minori stranieri sono inespellibili dal territorio italiano salvo che per ragioni di ordine pubblico e sicurezza dello stato. Il D. Lgs 286/1998 e il DPR 394/99 prevedono però la possibilità del rimpatrio assistito del minore quando questo è considerato opportuno nell’interesse dello stesso. “Rimpatrio assistito“ significa affidare nuovamente il minore alla famiglia o alle autorità responsabili del paese di provenienza con un progetto di reinserimento. Per i minori stranieri non accompagnati che restano nel nostro Paese, è previsto un lavoro congiunto tra Assistente Sociale e Tribunale per i Minorenni, affinchè si riescano a rintracciare familiari entro il quarto grado di parentela per un affido intra familiare, oppure optare per un affido extra- familiare, ovvero, famiglie che hanno dato la disponibilità ad accogliere in casa dei minori privi o allontanati dalla loro famiglie. E’ il primo passo per un Paese come l’Italia verso l’integrazione e l’apertura all’altro, specie se minore, che spesso ha vissuto esperienze traumatiche durante la traversata in mare. Ma siamo un Paese generoso che lo fa lontano dai riflettori. Esistono tante famiglie che accolgono minori immigrati, con sacrifici e sforzi inenarrabili. Con una fiducia dettata da un solo istinto: l’amore gratuito. Perché l’affido è la forma di amore più incondizionata e rischiosa. Sono bambini indifesi, che vivono in conflitto perenne tra i ricordi della famiglia biologica e la gratitudine. Il cibo della loro terra e quello del paese che li ospita. In conflitto tra le abitudini e la spontaneità. La lingua. Esistono i confronti, che sono inevitabili e dolorosi. Dovremmo fare tutti un passo indietro, essere aperti alla forza dell’amore, della fede, del sogno onesto di questi bambini, che vince su tutto. Un Paese che accolga e non chiuda: dalla scuola alla famiglia, grattando via pregiudizi e ragionamenti banali. Cercando di costruire un Paese tollerante ed aperto, ma anche di professionisti che lavorino in rete verso la stessa finalità.