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Mafiosi al 41 bis, l’emergenza sanitaria li riporta a casa?

untitled 2I cronisti di giudiziaria lo chiamano laconicamente “41 bis”. Un numero che descrive un articolo di legge dell’ordinamento penitenziario, norma che regolamenta la detenzione all’interno delle strutture carcerarie italiane. Il 41 bis in realtà è il “regime detentivo speciale”, istituito a cavallo delle due stragi che ferirono l’Italia: Capaci e via D’Amelio, erede delle già “carceri speciali” create negli anni Settanta contro il terrorismo e poi abolite nell’ottantasei con la legge Gozzini. In questo regime vi finiscono quegli uomini ritenuti dallo Stato il piano più alto del crimine. Il carcere duro viene usato per spezzare i legami con l’esterno degli uomini affiliati ai clan: ma anche per fiaccarne la resistenza, per spingerli alla resa. In questo regime sono finiti uomini che sono stati riconosciuti colpevoli di associazione mafiosa, alcuni sono ritenuti autori di omicidi, estorsioni, violenze o di aver pilotato appalti pubblici, insomma persone che nella loro vita hanno adottato condotte discutibili giuridicamente, pertanto, i giudici hanno deciso di applicare il regime del 41 bis: carcere duro che per legge non prevede la possibilità di usufruire di pene alternative. Almeno, sino ai giorni scorsi, infatti, sembrerebbe che il giudice di sorveglianza abbia concesso gli arresti domiciliari per motivi di salute, al capomafia di Palarmo, Francesco Bonura, 78 anni. Bonura è considerato uno dei boss più influenti ed è stato condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Così la notizia ribalzata sugli organi di stampa nazionale rischia di segnare – secondo molti- un precedente che aprirebbe le porte del carcere per molti mafiosi che hanno segnato epoche di terrore e di omicidi. Il là sembra che sia stato dato dal Dap (amministrazione penitenziaria) che il 21 marzo scorso ha inviato ai direttori delle carceri italiane una circolare che li invitava a segnalare detenuti malati e anziani per eventuali pene alternative. In altre parole, l’emergenza epidemiologica dettata dal covid19 porterebbe alcuni boss di cosa nostra agli arresti domiciliari in quanto il loro stato di salute sarebbe incompatibile in considerazione anche dell’emergenza covid, con il carcere.
Una situazione questa che genera all’interno della società civile indignazione e stupore. La giustizia è uno dei capisaldi del nostro Paese, ci appelliamo ad essa e ne confidiamo ogniqualvolta episodi violenti segnano la nostra società ed incidono ferite nelle nostre coscienze. Il regime del 41 bis, psicologicamente per l’opinione pubblica rispecchia il sinonimo  della definizione “buttate la chiave della sua cella”, infondo, sapere che una persona che si è macchiata di crimini feroci o si è affiliato alla criminalità organizzata per loschi benefici, stia patendo isolamento e stringenti condizioni di vita, appaga e non poco. Ed ora pensare che una pandemia possa riportare fuori dai penitenziari uomini vettori del virus mafioso, spaventa ed indigna, facendo calare in molti il senso di fiducia nutrito verso la giustizia. La stessa che và in frantumi e schiaffeggia i familiari delle vittime di mafia e non rende giustizia alle morti per mano di persone che non si sono posti alcun scrupolo e che nel corso della loro vita non hanno mai abiurato alla loro appartenenza alle più pericolose organizzazioni criminali del mondo. E chi ha vissuto gli anni del terrore oggi teme un ritorno al passato, come un dejavu alla stagione post-stragista, consentendo a queste persone di rafforzare il loro potere che si nutre anche di presenza fisica sul territorio e di potergli lasciare margine per nuove strategie di attacco allo Stato. Indignazione e paura che fanno parte di aspetti sociali e psicologici, umani e comprensibili, ma c’è anche un aspetto giuridico, che senza dubbio và approfondito e compreso, per questo motivo ho deciso di parlarne con l’avvocato penalista del foro di Nocera Inferiore, Giovanni Pentangelo, che ci aiuta a delineare meglio il quadro del 41 bis.

  1. Avvocato, anzitutto ci spiega in cosa consiste il regime del 41bis?

L’ art. 41 bis dell’ Ordinamento Penitenziario, comunemente conosciuto come “carcere duro” non è una pena, come da tanti erroneamente ritenuto, bensì una modalità di esecuzione della pena o della misura di custodia cautelare. Viene applicato su provvedimento del Ministro della Giustizia, previa richiesta del Ministro degli Interni o, più frequentemente, previa richiesta dell’ Ufficio della Direzione Distrettuale Antimafia che procede alle indagini sul detenuto, per reati di associazione mafiosa o di terrorismo con finalità eversive. Lo scopo è quello di isolare quasi totalmente il detenuto al fine di impedirgli di comunicare con i suoi sodali, anche attraverso canali indiretti e così interrompere il suo apporto direttivo o partecipativo all’ organizzazione criminosa di cui fa parte. Consiste in una notevole compressione dei diritti del detenuto ai limiti della tortura.
Si pensi che il detenuto al 41 bis trascorre 22 ore al giorno in una cella che, alla finestra, ha applicata una placca di metallo che gli impedisce di guardare fuori e che permette soltanto ad un fascio di luce naturale di entrare. É sorvegliato a vista 24 ore su 24. Ha una sola ora d’ aria al giorno ed una di socialità che svolge in gruppi di massimo 4 persone di età e di provenienza geografica differente. Ha un solo colloquio al mese con i familiari che incontra per un’ora in una stanza, alla presenza costante di un agente della Polizia Penitenziaria. É diviso dai familiari da uno spesso vetro divisorio che impedisce contatti “epidermici”e comunica con loro, attraverso un citofono. Tutta la posta che scambia è sottoposta a censura, tranne le comunicazioni con il suo difensore che rechino la dicitura “per interesse di Giustizia”.
I colloqui con i difensori non hanno limiti temporali ma vengono svolti alla presenza costante di un agente di polizia penitenziaria o sono video filmati. La partecipazione ai processi può avvenire esclusivamente in videoconferenza e mai fisicamente.

  1. Ritiene che tale misura considerata l’emergenza epidemiologica possa avere delle eccezioni? In altri termini le chiedo, può un detenuto in regime di 41 bis essere scarcerato ad oggi?

Per come è “ridotto” all’ isolamento quasi assoluto, il pericolo del contagio da Covid-19 è una ipotesi pressoché remota per il detenuto al regime speciale del 41 bis. Si badi che lo stesso ha contatto esclusivamente con il gruppo di tre agenti penitenziari che si alternano nel sorvegliarlo a vista. Per cui, con il controllo sanitario degli agenti penitenziari che prestano servizio nelle sezioni detentive e degli avvocati che vanno a colloquio, il rischio contagio è scongiurato.

  1. Ammesso che un detenuto in tale regime avanzi istanza tramite il suo legale di scontare la pena in regime domiciliare, potrebbe essere accolta? La legge lascia margine e discrezionalità al giudice?

Bisogna distinguere  se il detenuto è in regime di espiazione pena o se è in regime di custodia cautelare, in altre parole se sta scontando una pena oppure è in attesa di giudizio definitivo. Nel primo caso è competente il Tribunale o il Magistrato di Sorveglianza per i detenuti al regime del 41 bis con unica sede in Roma, nel secondo caso è competente il Giudice innanzi al quale si sta svolgendo il processo. Il tribunale di Sorveglianza per i 41 bis ha percentuali di accoglimento delle istanze di attenuazione del regime detentivo rasenti lo zero. Nel secondo caso, venute meno le esigenze cautelari, il Giudice “del processo” deve valutare concretamente le istanze di attenuazione della misura.

  1. A Lei è capitato di ottenere una scarcerazione di un detenuto al regime del 41 bis?

Io ho difeso tre detenuti sottoposti a questo regime speciale. Uno in regime di espiazione pena a cui sono riuscito ad anticipare la scarcerazione grazie ad uno sconto di pena di oltre cinque mesi ottenuto sfruttando una norma che tutela detenuti, come il mio assistito, che  hanno vissuto un periodo considerevole di detenzione in condizioni ritenute degradanti ed inumane.
Gli altri due in regime erano di custodia cautelare perché ancora sotto giudizio.
Per uno sono riuscito, ad ottenere gli arresti domiciliari in un paese limitrofo al suo, grazie ad una istanza presentata dopo l’esame di alcuni collaboratori di Giustizia ritenuti originariamente “determinanti per l’accusa” ma poi non rivelatisi propriamente tali.
Per l’altro, non ho potuto fare altro che attendere la decorrenza dei termini di custodia cautelare perché sottoposto contemporaneamente a più processi in fasi dibattimentali diverse.

  1. Francesco Bonura, detenuto al carcere di Opera in regime di 41 bis ha ottenuto i domiciliari nella sua Palermo. Un caso singolo e dettato da cosa? Potrebbe creare un precedente, secondo lei?

Per poter rispondere, avrei bisogno di leggere attentamente il provvedimento che non ho ancora trovato sulla banca dati. A senso, ritengo che le motivazioni dell’attenuazione del regime detentivo per il Bonura non risiedano direttamente nel pericolo di contagio da Covid-19 ma più in un grave ed irreversibile stato patologico che, di fatto, gli impedirebbe anche di riprendere contatti con vecchi, o potenzialmente nuovi, sodali.
In altre parole, le gravi patologie e il decorso del tempo lo renderebbero avulso dagli attuali  sistemi criminali organizzati.

  1. Ad oggi vi è una legge, un decreto, qualche linea di indirizzo che concede ai detenuti per qualsiasi reato e regime –in questo caso vado oltre al 41 bis- in considerazione dell’emergenza epidemiologica di poter scontare la pena al di fuori di un penitenziario?

L’ art.  123 del Decreto Legislativo n. 18 del 17 marzo scorso, ripercorrendo la vecchia Legge 199 del 2010 tuttora in vigore, prevede che tutti i detenuti in regime di espiazione pena cha a giugno 2020 residuano non più di 18 mesi di pena da espiare, possono ottenere l’ attenuazione del regime detentivo, continuando a scontare la pena presso il proprio domicilio con il monitoraggio dato dal braccialetto elettronico. In modo molto cauto, i Magistrati di Sorveglianza competenti a decidere sulle istanze, hanno provveduto, ad oggi, ad attenuare il regime detentivo esclusivamente dei soggetti con serie patologie potenzialmente seriamente aggravabili dal Covid-19.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Coronavirus, l’istinto sociale di uscire che rischia di infrangere la legge

untitled 2Ai tempi del coronavirus c’è chi scalpita, chi brontola, chi ha cercato di ridisegnare la propria vita adattandola ai limiti imposti dalla pandemia mondiale: zero socialità, che si è riversata sui social e nella vita casalinga, abbracciando il cambiamento in favore del bene collettivo, dando esempio di una società non poi così avida ed egoista, ma c’è anche chi i limiti e le restrizioni non le ha accolte con favore, percependole come delle barriere di vita ingiustificate ed infondate. Così c’è chi continua a farsi la passeggiata mattutina, la corsa pomeridiana, chi esce a fare la spesa più volte al giorno. C’è l’emergenza coronavirus e queste misure sono necessarie per il contenimento del virus. Ma allora, ci si chiede, perché è comunque faticoso accettare di dover rimanere in casa fino a quando la situazione non migliorerà? Psicologicamente le restrizioni così come la pandemia sono approdati improvvisamente nelle nostre vite, creando disorientamento e trauma. Ci sentiamo come agli arresti domiciliari, e sappiamo che sono previste sanzioni e pertanto ci sentiamo puniti non dalla legge dello Stato, ma dalla legge della natura. L’uomo è chiamato a confrontarsi con la fragilità umana: deve gestire quel bambino pulsionale che c’è in lui e non sempre ci riesce. La nostra psiche non è abituata a raffrontarsi con questo tipo di situazioni di emergenza. Perché molti arrivano a trasgredire? La trasgressione l’abbiamo conosciuta dalla nostra stessa società, il benessere che ci ha portati a trasgredire. Nei paesi poveri, chi trasgredisce è un delinquente, da noi invece si ha la percezione di una persona perbene. Rimanere a casa è un bene per sé e per gli altri ma bisogna investire tutte le energie psichiche per fare in modo di non pensare che lo stare in casa sia tempo vano. Questi momenti ci fanno conoscere il nostro livello più profondo, facendoci migliorare. Contro l’angoscia della solitudine e della perdita delle abitudini, bisogna cercare di costruire pensieri positivi.

Non vi è solo un aspetto psicologico e sociale che ci vieta di uscire di casa, ma vi è un aspetto altrettanto importante ed è quello della legge. Dall’inizio dell’epidemia da Coronavirus si parla di sanzioni per chi esce di casa senza un giustificato motivo, l’avvocato penalista Stanislao Sessa, autore e cultore della materia in diritto penale presso l’Università di Salerno, che ci spiega cosa succede se usciamo di casa ed infrangiamo la legge

 

Avvocato, qual è il punto di vista legale riguardo al decreto che prevede sanzioni per chi esce di casa senza giustificato motivo? E cosa si rischia uscendo di casa?

  • Nell’attuale decreto-legge, soffermandomi, specificamente, sull’operatività delle ultime modifiche, rimarco anzitutto che il mancato rispetto delle misure di contenimento COVID-19 è perseguito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 400 a 3.000 euro, salvo ovviamente che il fatto costituisca reato.

Sempre nel testo del decreto, in virtù dell’ultima modifica, si statuisce che non si applicheranno più le sanzioni penali (di natura contravvenzionale) previste dall’articolo 650 del codice penale o da ogni altra disposizione di legge attributiva di poteri per ragioni di sanità.

Questo significa che, a partire dal 25 marzo 2020, chiunque venga fermato dalle Forze dell’Ordine fuori della propria abitazione, senza un valido motivo, che non sia quello delle comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza per trasferimento in Comune diverso, situazioni di necessità o motivi di salute, rischia non più una denunzia per violazione dell’articolo 650 del codice penale “Inosservanza dei provvedimenti dell’Autorità” — che prevedeva l’applicazione dell’ammenda fino a 206 euro o l’arresto fino a tre mesi — bensì una sanzione amministrativa da 400 fino a 3.000 euro, che potrà essere aumentata fino ad un terzo (ovvero fino a 4.000 euro) se il fatto è commesso alla guida di un veicolo o in caso di recidiva.

Si badi bene, ciò non significa che le misure siano meno severe, anzi, il Governo ha contestualmente ordinato che vengano incrementati i controlli da parte delle Forze dell’Ordine, chiamando in campo financo l’Esercito, soprattutto nei principali snodi autostradali, nelle stazioni ferroviarie e degli autobus.

Preciso, infine, che l’entità della sanzione amministrativa sarà stabilita dal Prefetto e nel frattempo si avrà la possibilità di presentare scritti difensivi entro 30 giorni dall’inizio del procedimento.

In estrema sintesi: inizialmente si doveva affrontare un processo penale, anche se con sanzioni irrisorie, mentre oggi si dovranno pagare pesanti sanzioni pecuniarie.

 

  1. Dichiarare il falso in autocertificazione è reato?

La cd. “autocertificazione”, benché atto privato, se rilasciata ad un pubblico ufficiale, vale come un atto pubblico. Dunque dichiarare il falso, in un atto sostitutivo dell’atto notorio (autocertificazione), costituisce reato qualora venga consegnata a un pubblico ufficiale. Il delitto incriminato è quello di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico (previsto e punito dall’art. 483 del codice penale). Non rileva che tale documento sia una dichiarazione del privato e non un atto pubblico; rileva piuttosto il soggetto al quale l’autocertificazione viene prodotta, andando, così, a sostituire un atto pubblico. È quanto chiarito anche dalla Cassazione con una recente sentenza.

La norma punisce, con la reclusione sino a due anni, chiunque attesta falsamente al pubblico ufficiale, in un atto pubblico, fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità. Ebbene, secondo la Cassazione tale norma si applica anche alle false autocertificazioni quando l’atto ha lo scopo di provare i fatti descritti dal dichiarante al pubblico ufficiale.

Si potrebbe ritenere, ma risulterebbe, in concreto, difficilmente applicabile l’ulteriore fattispecie di cui all’art. 495 c.p. (conseguenze penali previste in caso di dichiarazioni mendaci), poiché tale delitto si configura esclusivamente con false attestazioni aventi ad oggetto l’identità, lo stato o altre qualità della persona.

Trattandosi di delitti, un’eventuale condanna, per aver redatto una falsa “autocertificazione”, può avere conseguenze gravi (perdita dell’incensuratezza, porto d’armi, assunzione nella pubblica amministrazione ecc.) e, quindi, in caso di contestazione, è sempre “preferibile” subire la sanzione amministrativa, dannosa solo al patrimonio, connessa all’arbitraria circolazione, che commettere il delitto di falso in autocertificazione (condanna devastante per un incensurato), ivi indicando falsi motivi a sostegno dell’abusiva uscita da casa.

 

  1. Rispetto ai reati di falso, l’essere o meno assoggettato a quarantena cambia qualcosa?

Certamente, poiché il modulo di autocertificazione richiede di attestare anche di non essere sottoposto alla misura della quarantena. Chi esce in tale condizione, quindi, rende un’autocertificazione falsa, commettendo per questo solo motivo un reato aggiuntivo a quello di violazione della quarantena. Le due sanzioni penali si sommano, con effetti ancor più devastanti per un incensurato.

 

  1. Cosa succede se una persona che si trova in quarantena, perché positiva al virus esce di casa?

Chiunque, risultato positivo al virus, violi la quarantena uscendo dalla propria abitazione, incorre nella più grave sanzione prevista dall’articolo 260 Testo unico leggi sanitarie ed è punito con l’arresto da 3 a 18 mesi e con l’ammenda da 500 euro a 5.000 euro. La contravvenzione non si applica se il fatto integra il reato di epidemia colposa (452 codice penale) oppure un più grave reato.

 

  1. Le chiedo di parlarci del tanto discusso “reato di epidemia”, di cosa si tratta e cosa si rischia?

Ai nostri fini, appare necessario preliminarmente evidenziare che vi è lieve dissonanza tra il concetto di “epidemia” in senso scientifico ed in senso giuridico. Dal punto di vista scientifico, s’intende ogni malattia infettiva o contagiosa suscettibile, per la propagazione dei suoi germi patogeni, di una rapida ed imponente manifestazione in un medesimo contesto e in un dato territorio colpendo un numero di persone tale da destare un notevole allarme sociale e un correlativo pericolo per un numero indeterminato di individui.

La nozione giuridica di epidemia è, invece, più ristretta e circoscritta rispetto a quella fornita in ambito scientifico, in quanto il legislatore, con la locuzione “mediante la diffusione di germi patogeni” prevista nell’art. 438 c.p., ha inteso circoscrivere la punibilità alle condotte caratterizzate da determinati percorsi causali. Pertanto l’epidemia costituisce l’evento cagionato dall’azione incriminata la quale deve estrinsecarsi secondo una precisa modalità di realizzazione, ossia mediante la propagazione volontaria, o colpevole, di germi patogeni di cui l’agente sia in possesso. Non è normativamente individuato in che modo debba avvenire detta diffusione: la norma incriminatrice non seleziona le condotte diffusive rilevanti e richiede — con espressione quanto mai ampia — che il soggetto agente procuri un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni, senza individuare in che modo debba avvenire questa diffusione. Occorre, però, che sia una diffusione capace di causare un’epidemia.

Si comprende dunque che, per potersi configurare il delitto, è sempre necessario che la malattia provocata dalla diffusione dei germi patogeni abbia una grande capacità di diffondersi e quindi di colpire un numero indeterminato di persone, altrimenti mancando la cd. “offensività” della condotta. Se manca tale rischio di contagio (mascherina e distanziamento) il reato de quo non può consumarsi: sul punto è stata esplicita una sentenza del Tribunale di Savona del 2008 che ha escluso il delitto in questione in un caso di salmonella in cui l’insorgere della malattia si era esaurito nell’ambito di un ristretto numero di persone.

Non può difettare proprio l’evento tipico dell’epidemia, che si connota          — come già precisato dalla giurisprudenza di legittimità — nella diffusività incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti e quindi per una malattia contagiosa dal rapido sviluppo ed autonomo, entro un numero indeterminato di soggetti, e per una durata cronologicamente limitata. Si può configurare il reato di epidemia di cui all’articolo 438 c.p. solo se il numero delle persone contagiate è ingente.

Affinché possa configurarsi il reato, dunque, occorre che l’autore abbia il possesso fisico di germi patogeni e che si renda responsabile non di singole condotte di trasmissione di agenti patogeni ma dello spargimento di detti germi in un’azione finalizzata a colpire, nel modo più rapido e incontrollabile, una pluralità indeterminata di soggetti.

Naturalmente, ne maiora mala sequantur, sconsiglio caldamente chi è infetto di mettersi in condizione di subire tale imputazione, essendo indubbiamente preferibile la quarantena alla………..reclusione.

  1. Avvocato, vorrei affidarmi a delle sue conclusioni…

L’intervento del legislatore ha, senza dubbio, avuto il pregio di creare una base normativa organica per offrire una risposta sanzionatoria, effettiva e tempestiva, volta a dissuadere i consociati dalla violazione delle misure di contenimento. Purtroppo, lo sforzo appare in parte vanificato dal frenetico susseguirsi di atti normativi, che pur volti a dare risposte rapide e adeguate ad una vicenda inedita e in continua evoluzione, hanno creato numerosi nodi interpretativi.La questione di fondo non è di poco momento, poiché impatta sul delicato equilibrio tra le esigenze di salute pubblica e i diritti fondamentali della persona costituzionalmente garantiti.

Comunque è sempre preferibile restare a casa!

Maria Rosaria Mandiello con la collaborazione di Stanislao Sessa  avvocato penalista

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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