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Sotto le macerie di Ischia trionfa l’umanità ma resta la ferita psicologica

img_0217Un boato, la terra che trema, viene sorpresa così in una sera d’Agosto, Ischia. In pochi istanti sotto il movimento sussultorio di una scossa dal magnitudo 4.0, sette palazzi crollano a Casamicciola, sulla costa nord, due donne restano vittime del terremoto, mentre 42 saranno i feriti. La terra trema ancora nell’isola più grande della Campania, presa d’assalto in queste settimane dai turisti, ormai in fuga da quel fazzoletto di bellezza e arte ormai divenuto spettrale. Saranno le inchieste a far luce sui crolli, su quelle abitazioni venute giù come cartapesta, sulle morti che cercano un colpevole ma oggi Ischia regala al mondo una pagina di umanità e di civiltà. Per ore i Vigili del Fuoco ed i soccorritori hanno scavato ininterrottamente con passione e tenacia, credendoci, così da mescolare dopo ore la paura alla gioia per la famiglia rimasta sotto le macerie. E’ emozionante la storia dei tre fratellini rimasti per ore sotto le macerie della loro casa a Casamicciola. Il sisma li ha colpiti poco prima di andare a letto: il primo ad essere salvato il più piccolo, Pasquale di soli sette mesi. I più grandi Mattias di 7 anni e Ciro di 11 anni, erano sotto al letto, perché Ciro aveva trascinato lì anche il fratellino, poi con un manico di scopa ha battuto contro le macerie e si è fatto sentire dai soccorritori. Ciro non ci ha pensato due volte per istinto e per amore a mettere in salvo anche il fratellino, scegliendo di mettere in salvo per prima lui, infatti, quando sono arrivati i soccorsi lo ha spinto per primo fuori. Ciro ha salvato la vita ad entrambi, coraggioso e buono mostrandoci il volto del legame tra fratelli e sorelle, un legame che dura per tutta la vita. Il legame tra fratelli e sorelle biologicamente è imprescindibile seppur possono esserci rapporti buoni o anche conflittuali, una polarità: da una parte cooperazione, solidarietà e supporto reciproco, dall’altro competizione, conflitto che possono innescare litigi o nei casi più gravi odio. Ma resta comunque il rapporto più significativo per un uomo ed una donna che si protrae per la vita e in situazioni di emergenza, di dolore, scatta in ognuno di noi un meccanismo difensivo che accantona le nostre paure per mettere in salvo o comunque aiutare il proprio fratello. Ma il terremoto lascerà in questi due fratellini e in quanti lo hanno vissuto una ferita psicologica: uno stress post trauma. La terra simbolicamente è vista come madre e viene associata a sicurezza e stabilità, rappresentando una delle poche certezze per l’uomo. Quando trema, quando tutto frana, viene minata la fiducia, il senso di protezione e la terra si trasforma in un nemico da temere che attenta alla nostra sopravvivenza provocando paure ed emozioni profondissime: paura della morte, un senso di impotenza e di allerta continua. L’esposizione ad un episodio inaspettato e catastrofico come il terremoto è un vero e proprio trauma che può portare dei sintomi: come disturbi d’ansia, vergini, disturbi del sonno, depressione. In genere questi sintomi si risolvono da soli nell’arco di un mese, quando persistono allora si è davanti ad un disturbo post traumatico da stress (DPTS) riconoscibile dalle tre principali caratteristiche: intrusione, evitamento, hyperarousal. E’ bene quindi non lasciarsi andare, non chiudersi nel proprio mondo, ma nella condivisione con gli altri, è bene farsi aiutare da uno psicologo per far emergere anche le paure più inconsce, per elaborare la paura interna. Spesso, infatti, dopo un evento come il terremoto viene messo a disposizione della popolazione equipe di psicologi, che nel caso di Ischia supporteranno anche i due fratellini. L’elaborazione dell’evento per un bambino che come in questo caso è rinato dalle macerie e si è ricongiunto con la sua famiglia, sarà più semplice da elaborare e da vivere, diversamente in traumi caratterizzati anche dalla perdita di un genitori o di un familiare caro. L’elaborazione della paura e del trauma per un adulto può essere più lungo perché un adulto è una persona responsabile, ha una storia, un vissuto alle spalle, vive magari in situazioni già di stress che unendosi al trauma può sembrare difficile da vivere ma così non è, basta prenderne coscienza con l’aiuto anche di esperti. Se la terra trema e crolla non significa che non si può ricostruire, partendo dalla nostra psiche.

 (Articolo pubblicato su “ildenaro.it”)

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Quando la terra trema c’è anche l’assistente sociale. Il lavoro di emergenza tra le macerie

IMG_0217Una notte come tante, quella di martedì 25 agosto 2016, una notte che segnerà e colpirà, creando una ferita nel cuore e nelle vite di molti italiani. Interminabili minuti di paura, che sconvolgono e distruggono gran parte del Centro Italia. Il terremoto nella sua furia spazza via case, interi paesi, cancellando borghi, storie e talvolta vite. Quel che resta è il silenzio del dolore, la desolazione e cumoli di macerie che tracciano una ferita in più nella vita degli italiani. Le immagini che le televisioni ci propongono sono forti, spaventano, eppure mostrano un popolo composto che sa fondere paura e razionalità, nonostante il tragico momento, in cui il bilancio delle vittime sale di ora in ora, di giorno in giorno. Ci sono momenti così, nella storia degli uomini, dove si reagisce con l’emozione oltre che con la razionalità, perché l’emozione sveglia, incita a stare all’erta. Quell’emozione che smuove quanti per lavoro o semplicemente per impeto agiscono, accorrono nelle zone terremotate per dare il loro contributo, per fornire il loro personale aiuto. Sono i volontari o più comunemente “angeli”, che sfidano la paura, l’angoscia, il senso di smarrimento per aiutare chi nel terremoto ha perso tutto o chi farà i conti con la terra che trema ogni notte. A condividere per mesi il dramma della perdita della quotidianità, la fatica e le delusioni della ricostruzione, lo sforzo di tornare ad una normalità di vita dopo un evento destabilizzante, destrutturante come un terremoto, ci sono anche gli assistenti sociali, che ricoprono un duplice ruolo: curare le ferite piscologiche, con l’ascolto, la comprensione, l’empatia; ed i bisogni sociali, legati ai sussidi economici, alle richieste di assistenza, supporto agli anziani, ai minori. Un “pronto intervento sociale”, in cui il servizio sociale interviene come connettore di rete in grado di raccogliere i diversi bisogni portati dai cittadini colpiti dall’emergenza per attuare interventi idonei ad aiutare la popolazione ad affrontare meglio il momento di crisi. Assistenti sociali che arrivano sul luogo del terremoto quando i riflettori si spengono, quando il ricordo inizia a svanire nelle menti degli altri. L’assistente sociale arriva nei luoghi terremotati dopo le prime 72 ore. All’inizio la cosa più importante è non fare danni ma lasciare fare: persone competenti affinché facciano il proprio lavoro, ovvero, salvare vite. Passate le prime emergenze, inizia il lavoro dell’assistente sociale, che per codice deontologico è chiamata a mettersi a disposizione in queste situazioni. Il vantaggio di intervenire in questi momenti è conoscere d’anticipo la popolazione per il quale si lavorerà: si conoscono già le situazioni di fragilità, anziani soli, minori rimasti soli per il quale bisogna avviare una procedura d’affido. L’obiettivo principale è evitare l’acuirsi di disagi già presenti, cosa non sempre facile, perché si parla di zone ormai orfane di ogni via di comunicazione, di ogni tipo di struttura. L’assistente sociale arriva e lavora, quando le tende dei volontari si smontano e restano le problematiche: pensate a persone in misura alternativa al carcere o a ragazzi minorenni rimasti senza famiglia. Aiutare le famiglie a guardare avanti. Dunque, supporto, prospettiva e counselling sono le parole chiavi della professione di fronte ad un contesto crollato, ad un ambiente rotto, a delle relazioni rotte, perché prima di tutto è necessario ascoltare, capire, interpretare gesti, movenze, disegni dei più piccoli, che nascondono paure, fragilità, speranze nel futuro. Il ruolo dell’assistente sociale è un lavoro chiave specie in queste situazioni, in quanto può riportare un equilibrio, ristabilire il funzionamento sociale delle persone, ma per ognuna servono strumenti adeguati e bisogna individuarli, per farlo però c’è bisogno di ascolto, di comprensione, di un setting, ovvero, di un ambiente idoneo, improntato alla dignità, all’intimità e alla riservatezza. Un lavoro che non è solo, ma anello di un ingranaggio perfetto, di un lavoro di rete, in collaborazione con i medici di base, psicologi, neuropsichiatri, insegnati ed educatori. E’ importante che si cerchi di creare soprattutto per i più piccoli una normalità, fatta anche dalla scuola, quindi più che mai è importante il lavoro di rete con gli insegnanti, che dovranno anche fungere da supporto psicologico per i più piccoli. Non solo piccoli ma anche adulti, ed è anche a loro che l’assistente sociale porta il suo supporto, accogliendo le paure, le angosce del futuro, cercando di essere tramite con la parte amministrativa e politica, anche perché un’unica certezza accomuna chi è sopravvissuto al terremoto: non abbandonare il proprio paese. In effetti, le persone non vanno allontanate da quello che rimane delle loro vite e del loro passato. Un’esigenza che anche i politici devono abbracciare. La soluzione più economica non sempre è ottimale nel lungo periodo: le risorse vanno utilizzate con criterio ed intelligenza. Bisogna ricostruire e non creare marginalità. Arginare difficoltà non fa che crearne delle altre, talvolta più complesse.

Pubblicato su “ildenaro.it”

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