C’eravamo tanto amati, ma ci diciamo addio con una mail. In tempo di pandemia dirsi addio dopo anni d’amore e d’unione matrimoniale è diventato a portata di click. Lo avevamo immaginato che questo virus avrebbe cambiato le nostre abitudine e avrebbe inciso non poco in molti settori e infatti, una delle cose che la pandemia da Coronavirus ci ha fatto riscoprire, è quanto sia diventato facile ridurre i tempi burocratici- spesso molto lunghi- grazie all’apporto del digitale. Anche in un settore, come quello della giustizia, dove velocizzare sembrava un’utopia. Così considerato il differimento delle udienze in programma a causa dell’emergenza epidemiologica ed il rinvio prossimo in considerazione dell’estate, la tanto agognata semplificazione è diventata fattibile. La pandemia ha cambiato le regole e le procedure per le richieste di divorzi e separazione dei coniugi. La soluzione che i Tribunali hanno individuato anche per rispettare le norme sul distanziamento sociale per il contenimento del contagio, è l’udienza virtuale nei casi in cui la separazione ed il divorzio trovino consenso tra gli ormai quasi ex coniugi, ovvero, per le procedure dove le coppie hanno già trovato un’intesa sui termini pratici dell’addio. Il Consiglio nazionale forense ha varato delle nuove linee guida sulla gestione dei procedimenti che hanno per oggetto la famiglia. Regole che sono divenute necessarie perché pur rispettando e comprendendo il periodo di stasi e sospensione, la vita di relazione delle persone non può rimanere cristallizzata per mesi, considerato – recitano le linee guida- “la salute è da tutelare, ma la famiglia non è da meno.” E tutti i procedimenti in materia-si legge nelle linee guida- sono intrinsecamente connotati d’urgenza. In molti tribunali del Nord Italia, da fine aprile, chiunque voglia presentare ricorso per la separazione consensuale potrà farlo in via telematica attraverso un protocollo ad hoc previsto. Quindi, moglie e marito dichiareranno con atto separato di essere informati della possibilità di procedere senza la loro presenza fisica e di aver aderito liberamente e coscientemente, oltre che di non averci ripensato e ribadendo la loro volontà a non riconciliarsi. I ricorsi dovranno essere inviati tramite l’utilizzo di una pec e con sottoscrizione da entrambe le parti. Una formula che lascia chiedersi se sarà il futuro in tema di separazione, seppur è ancora da capire se funzionerà. Per adesso viene applicata in alcuni tribunali in altri non viene neppure esplorata. Eppure la pandemia non ha fatto riscoprire a molti il piacere di stare in coppia, anzi in molti stati del mondo e non solo, i divorzi sono aumentati a causa della quarantena. E in Italia cosa accadrà alle coppie in post quarantena? Certamente la gestionale familiare, gli spazi da condividere, il lavoro da casa, le lunghe giornate tra le sole mura domestiche, hanno lavorato contro chi era forse già un po’ a rischio. E ora, potendo ritornare fuori casa, potrebbe essere più deciso a mettere fine alla propria relazione, se non altro per ritrovare un equilibrio umano che in coppia non funzionava. Una vera e propria casistica italiana, ad oggi non è possibile farla, di certo però ci sarà una mole di separazioni accantonate da gestire nei tribunali italiani, mentre dovremmo attendere la fine totale del lokdown per comprendere quante “pause di riflessione” nelle coppie italiane ci sono state.
Un dato però sembra certo: secondo una proiezione del Censis, nel 2031 non saranno celebrati matrimoni nelle nostre chiese. Secondo l’indagine statistica ribattezzata “non mi sposo”, le nozze non saranno più il “baricentro della vita”. I matrimoni saranno superati e anche in via d’estinzione. Non saranno più considerati garanzia di un amore eterno né sinonimo di famiglia felice. Infondo, le conquiste di questi ultimi anni hanno giovato ai figli in primis, in quanto è stata-finalmente- superata la distinzione tra figli nati fuori e dentro il matrimonio, e le coppie di fatto hanno conquistato molti diritti. E se magari aggiungessimo anche future pandemie che potrebbero portarci a stretto contatto h24, il dato Censis potrebbe risultato quasi certo.
Ai posteri ardua sentenza.
(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)
I voti scolastici dovranno essere comunicati sia alla mamma, sia al papà. A sancirlo una sentenza del Tar del Friuli Venezia Giulia, del 2017, la numero 312. Secondo la pronuncia dei giudici, a partire dal momento in cui i genitori si separano o divorziano, la scuola è tenuta a rendere conto dell’andamento del figlio tanto al padre quanto alla madre, se il giudice ha disposto l’affidamento condiviso del minore. Diversamente, qualora l’alunno dovesse presentare uno scarso rendimento e la scuola dovesse deciderne la bocciatura, il provvedimento sarebbe illegittimo. Sulla base di questo principio, il Tar, ha accolto il ricorso di un padre separato, in regime di affidamento congiunto, annullando il provvedimento di non ammissione del figlio alla terza media perché nel corso dell’anno la scuola aveva riferito del “poco impegno” e dello “scarso interesse” dimostrato dal figlio soltanto alla madre. L’obiettivo della sentenza è non escludere i padri dalla vita scolastica dei figli e regolare le comunicazioni scuola-famiglia quando i genitori sono separati. Un lavoro che mira ad evitare che uno dei due genitori venga escluso dalla vita scolastica del figlio e non venga informato né della sua condotta né della sua pagella. Anche se poco conosciuta, esiste in tema una circolare del Ministero dell’Istruzione, prot. N.5336/2015. La circolare si rivolge al personale scolastico e fornisce istruzioni operative in caso di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli. In particolare, per quanto concerne la responsabilità dei genitori e le questioni relative all’educazione del minore, la legge prevede che, di regola, entrambi i genitori hanno pari responsabilità; i poteri di indirizzo dell’educazione e dello studio del figlio devono essere esercitati di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio stesso. Insomma, la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori non cessa a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili, annullamento, nullità del matrimonio. Salvo ovviamente il caso di affidamento esclusivo da parte del giudice; in tal caso la responsabilità genitoriale è solo di colui che ha ottenuto l’affidamento. Il genitore cui i figli non sono affidati ha comunque il diritto ed il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse. Inoltre, la circolare, incoraggia il personale docente a favorire e garantire l’esercizio del diritto/dovere del genitore separato o divorziato, o non più convivente, a vigilare sull’istruzione e l’educazione dei figli, con conseguente facilitazione all’accesso alla documentazione scolastica e alle informazioni relative alle attività scolastiche ed extrascolastiche. La scuola che cambia, che si evolve ad una società che ormai si evolve, le famiglie mutano, le coppie si separano, ma restano pur sempre genitori ed il sacrosanto principio dell’affidamento condiviso vuole che i genitori decidano congiuntamente sull’educazione e l’istruzione dei figli. Invece per dieci anni la pressochè totalità delle scuole italiane si è relazionata solo con il genitore “collocatario”, volutamente ignorando l’esistenza del genitori non collocatario. Che per sapere e conoscere la vita scolastica del figlio, ha dovuto attivarsi insistentemente verso la scuola spesso ottenendo dinieghi. Grazie alla legge sull’affidamento condiviso viene rafforzato il diritto alla biogenitorialità, il diritto del minore a rapporti equilibrati e continuativi con entrambi i genitori. E sullo sfondo il diritto genitoriale di entrambi di mantenere tali rapporti col figlio minore. Anche la scuola finalmente lo sa. Ma non sempre si adegua. Sarà l’occasione per ricredersi visto l’approssimarsi di nuovi incontri scuola famiglia e dell’imminente consegna delle pagelle scolastiche? Potere, ora, alla scuola!
Non ha più lacrime, Gaetano Palladino, “padre battagliero” che ha vinto le ostilità della giustizia ma si scontra con la freddezza dell’in-applicazione giuridica. Da quasi due ani, da quando la Cassazione gli ha dato ragione, attende di riabbracciare e di essere un padre a tempo pieno dei suoi tre figli di 4, 7 e 9 anni, che dal 2014 sono accuditi da una famiglia affidataria. Vive nella loro perenne attesa, con la cameretta pronta coi loro giochi, e l’amore infinito di un padre che dagli errori è rinato. Infatti, ha pagato il suo debito con la giustizia. Qualche anno fa finisce in carcere per aver venduto cd e dvd falsi, quando lui è in cella la moglie decide di abbandonare la famiglia e di lasciare i loro tre figli in una casa famiglia. Riottenuta la libertà, Gaetano, intraprende una battaglia legale, per errore il Tribunale per i Minorenni li ha dichiarati adottabili. La Corte d’Appello prima e la Cassazione dopo, hanno riconosciuto in Gaetano il padre legittimo e dichiarato i figli non adottabili. Nonostante ciò la famiglia affidataria continua a fare ricorso e a vincerlo, così i bambini vivono in “un’altalena emotiva”: sei giorni stanno coi genitori affidatari e per un’ora a settimana con il loro papà. La Cassazione è stata chiara Gaetano è il loro padre ed ha tutto il diritto di ricostruire un rapporto con loro. Padri negati e figli contesi dai genitori, dall’astio che cova dentro una coppia ormai naufragata e nel cuore duro della legge. Gaetano ha subito l’abbandono e la lontananza dei figli nel periodo in cui era in carcere, oggi, nonostante le sentenze siano al suo fianco ancora non riesce ad essere un padre presente, scontrandosi con la quotidianità negatagli. Ci sono padri straordinariamente felici di essere padri, come Gaetano, e di fare da padri. Perché per molti resta l’esperienza più bella della loro vita. Crescere, educare, giocare, gioire col proprio bambino nutre il cuore, la mente, l’anima, ricuce le ferite, cambia il volto alla giornata. Ci sono madri che negano ai padri questo diritto, negandogli quindi di vivere. Ci sono padri che passano notti insonni, subiscono alienazioni genitoriali, telefonate interrotte col figlio, abbracci fugaci coi loro piccoli, figli manipolati, menzogne; assistono ad accordi violati, aggressioni al patrimonio. Padri che si ritrovano in un’aula di tribunale a lottare per un diritto sacrosanto: essere padri. Padri che vivono il figlio come ostaggio, vile merce di scambio, strumento di vendetta. Ci sono padri che non vivono, lavorano più serenamente. Ci sono padri che si impoveriscono, perché il loro patrimonio è preso di mira, perché scambiati per sanguisuga sotto la celebre frase “essere un padre presente”. Che finiscono a fare la coda alla mensa dei poveri o dormono in auto. Ci sono padri che hanno sconvolgimenti esistenziali non più riparabili, destinati a restare inchiostro d’odio. Ci sono padri negati. Uno dei maggiori drammi della società moderna: le unioni finiscono e si oppongono le madri con “violenza” negando loro l’esercizio della condivisione genitoriale nella crescita del figlio. Il legislatore è intervenuto con la legge dell’8 febbraio 2006, n.54 (separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli), capovolgendo il sistema allora vigente, in base al quale i figli venivano affidati a uno dei genitori secondo il prudente apprezzamento del presidente del tribunale o del giudice o secondo le intese raggiunte dai coniugi. Le nuove norme attuano il principio della bigenitorialità riconoscendo ad entrambi i genitori il diritto di essere realmente tali verso il bimbo e il contestuale diritto del bimbo di essere cresciuto da entrambi. Il principio è fondamentale ma in una situazione conflittuale è difficile metterlo in pratica, soprattutto se la forbice tra i genitori: educazione, residenze, abitudini, si allarga. Diventa dunque essenziale il ruolo del giudice e degli avvocati che assistono le parti. C’è bisogno di un’applicazione della legge con equilibrio, saggezza e responsabilità, dai giudici minorili e che gli avvocati che assistono i genitori in tale delicato conflitto siano innanzitutto competenti, esperti e responsabili. Ruolo determinante è giocato dal Tribunale per i Minorenni, con la sua equipe, formata da assistenti sociali, che dovranno nel caso relazionare dopo una serie di incontri con la coppia conflittuale, capire gli atteggiamenti, le emotività, dei bambini e suggerire, indirizzando il giudice verso una sentenza saggia, equa e che giunta nell’interesse dell’unico innocente: il bambino, vittima di un amore finito male, che di odio covato e di un amore che gli viene negato. Per cui è bene che i genitori si passino una mano sulla coscienza ma che lo faccia anche la legge che non resti ferma e inapplicata come nel caso di Gaetano che attende ancora di poter essere un padre e che rappresenta tanti altri padri in attesa di una sentenza o in attesa che questa sia rispettata.