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Quarant’anni fa nasceva la legge 194: l’aborto non era più reato. Cosa è cambiato ad oggi?

untitled 2Sono trascorsi quarant’anni da quando il Parlamento italiano votava una delle leggi più discusse e contestate nella storia repubblicana, la 194, che depenalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza e metteva fine alla piaga dilagante -per quel tempo- dell’aborto clandestino. Un traguardo frutto di battaglie e di anni sanciti dal femminismo sotto lo slogan “l’utero è mio e lo gestisco io” , di scontri ideologici che mostravano un’Italia profondamente divisa in netto disaccordo con il pensiero della Chiesa cattolica. Si scrive 194/78 ma si legge legalità all’aborto, o meglio all’interruzione volontaria di gravidanza, riconoscendo l’assistenza ospedaliera pubblica in caso di interruzione. Una legge che tutelava le donne e le loro intime e personali scelte, ma che non si poneva come un mezzo di controllo delle nascite, tanto che potenziava nell’intento legislativo e finanziario la creazione di consultori territoriali nati già nel 1975, e all’epoca non ancora del tutto andati a regime, mentre, oggi difficilmente riescono, specie nella realtà del Sud Italia, a porsi come luogo privilegiato dove attuare interventi preventivi. Un lungo cammino portò a regolamentare l’aborto nel nostro Paese, fu solcato da sit-in, auto denunce, proteste, assemblee, donne che si sottoponevano ad aborti clandestini morendone. Nonostante la decisa condanna del mondo cattolico, le incertezze politiche, le critiche, nel giugno del 1978, la legge venne varata e da quel giorno anche negli ospedali italiani fu praticabile l’interruzione di gravidanza. Una legge contestatissima, oltre al referendum del 1981 sono stati 35 i ricorsi per incostituzionalità della 194. Un dato che ne fa una delle norme più contestate del paese. Una legge che sancì il passaggio dalla criminalità alla legalità. L’ultima relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge, conferma che in Italia il ricorso all’interruzione di gravidanza è in continua diminuzione. Oggi, le IGV, come vengono denominate, si sono più che dimezzate dalle 87.639 del 2015, mentre nel 2016 sono state 84.926 le donne che vi hanno fatto ricorso. Da quarant’anni in Italia qualsiasi donna, entro i primi novanta giorni di gestazione, può richiedere l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) per motivi di salute, economici, sociali o familiari. La realtà di quarant’anni dopo, seppur caratterizzata da una riduzione di interventi d’aborto, il percorso è ancora lungo, una delle emergenze da affrontare è quello dell’obiezione di coscienza che specie al Sud coinvolge l’83,5% dei ginecologi. Sarebbe necessario, come sollevano da tempo diversi movimenti, favorire la pillola al posto dell’intervento chirurgico, privilegiando il Day Hospital ed evitando così un ricovero di tre giorni, risparmiando risorse da investire ai consultori, in campagne di contraccezione e nella promozione di una corretta informazione per tutti. Mentre, altre associazioni, come rileva la Coscioni, bisognerebbe favorire come priorità la pillola “RU 486” al posto dell’intervento chirurgico. Senza dubbio molto resta da fare in materia di prevenzione. Secondo i numeri forniti dalle regioni, risulta che le giovanissime, tra i 15 e i 20 anni, hanno scarsa informazione sui metodi contraccettivi e nella fase adolescenziale sono pochissimi i ragazzi che hanno rapporti sessuali consapevoli e protetti. Oltre agli ostacoli oggettivi all’esercizio di questo diritto, vi è poi il pesante fardello del giudizio di quanti non sono d’accordo con quello che la legge consente e ritengono che la vita dell’embrione valga quanto quella della donna. Il dissenso sull’argomento è anche cronaca di polemiche come i manifesti anti aborto, uno schiaffo alla libertà delle donne. Non solo manifesti, perché la campagna anticipata dall’hastag “#stopaborto” viaggia anche in rete, con l’intento di scuotere le coscienze ma senza dubbio in modo diretto e a gamba certo non tesa nell’ideologia della 194 del 78. Una diffusione di false informazioni, basandosi su assunti completamente infondati, accostare, il diritto delle donne a una violenza come il femminicidio è quanto di più grave possa essere fatto. Insomma, un conto è dire che si è contro l’aborto, un conto è sostenere che tutte le donne che interrompono la gravidanza sono colpevoli di femminicidio.  Si gettano al vento campagne, propagande, lavoro sul campo che gli operatori del sociale fanno per supportare, aiutare le donne che intendono intraprendere un percorso di interruzione, perché decidere di interrompere una gravidanza non è una passeggiata, un modo facile per liberarsi velocemente di un fastidio. Al contrario rimane una scelta difficile a volte dolorosa, certo mai fatta in maniera avventata. È necessario che, su temi così delicati e dolorosi, nessuno spazio venga concesso alla mistificazione.

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Bambini dimenticati in auto, il cervello dei genitori va in black out

untitledAvrebbe dovuto portarla all’asilo nido, ieri mattina, invece è andato direttamente a lavoro, in un’azienda a San Piero a Grato nel pisano, sua figlia nemmeno un anno è morta in auto su quel seggiolino dove il papà l’aveva sistemata. Gesti di routine, dettati  forse dalla quotidianità, comportamenti ripetuti sempre allo stesso modo, a provocare questa ennesima tragedia. Un genitore che non si accorge della sua bambina sul sedile posteriore, l’auto che si trasforma in una trappola incandescente. In questo caso, la prima a lanciare l’allarme è stata la madre, che come ogni pomeriggio era andata al nido a riprendere la piccola ma lei non c’era. Subito il peggio che si materializza: sono da poco passate le tre, quando arrivano i soccorsi ma è tutto inutile. Casi che si somigliano, l’anno scorso è accaduto ad Arezzo ad una mamma che dimenticò in auto la piccola di diciotto mesi. Purtroppo è lunga la catena di precedenti: Giulia, Jacopo, e tanti altri vittime della dimenticanza dei loro genitori. Parcheggiare e andare via convinti in buona fede di aver già lasciato i figli a scuola. E’ una parte della mente che tende a distaccarsi dalla realtà, gli esperti lo chiamano “blackout mentale” che può essere causato dallo stress, l’affaticamento, le pressioni emotive, la mancanza di sonno: sono diversi i fattori che possono incidere. Di fatti, c’è un dissociarsi da una serie di gesti, sempre gli stessi che si ripetono ogni giorno credendo di averli già compiuti. L’abbandono in auto è indipendente dallo sviluppo intellettivo, ma è da attribuire a cause come lo stress, che determina un’alterazione acuta della capacità di riflettere. Secondo gli esperti è possibile dimenticarsi il proprio figlio in auto. Ed è così che nascono proposte per evitare queste morti tutte uguali tra loro, come una legge che preveda l’obbligo di sistemi di allarme anti abbandono in auto. Alcuni esperti, suggeriscono, un metodo classico e non tecnologico per non dimenticare il figlio in auto, come quello di mettere sotto il seggiolino del bimbo il portafoglio o le chiavi di casa. Non è un metodo attendibile, perché la persona deve ricordarsi di prendere questi oggetti. Ma esistono applicazioni che grazie ad uno specifico algoritmo danno la sicurezza di aver consegnato il bambino. Resta però il miglior dispositivo il baby car alert, che quando si spegne il motore dell’auto ma il bimbo è sul seggiolino avverte con segnali sonori. Quando vi è il supporto sociale, affettivo, familiare che è presente, tangibile, il disagio emotivo dei genitori si attenua. Morti e storie sconcertati che danno però una chiave per comprenderle: ritualità, fretta, giornate incastrate al minuto, gesti ripetuti centinaia di volte l’anno che diventano naturali come l’ultimo gesto che si fa prima di andare a dormire, diventando spesso automatismi. Gesti meccanici. Ci sono momenti in cui siamo fisicamente con i nostri figli, ma con la testa ci troviamo già al passaggio successivo, quando li lasceremo a calcio come tutti i mercoledì, quando li lasceremo dalla nonna come tutti i giorni alle sei. Momenti in cui diciamo sì a loro domande che non abbiamo ascoltato, in cui controlliamo la posta sul cellulare mentre ci raccontano cosa hanno fatto a scuola. E poi ci sono momenti in cui siamo lì, attenti e con la testa sgombra, ma solo stanchi. Umani e fallibili. Vittime , tutti, di piccoli corto circuiti: una banale dimenticanza, il quaderno non comprato, il libro lasciato a casa, la tuta non lavata proprio il giorno in cui ha ginnastica a scuola.  E poi ci sono i corto circuiti spaventosi. Ci sono i bambini dimenticati in macchina. La pioggia di insulti sul web diretti alla mamma, la domanda di tanti: “come ha fatto?” mentre il sospetto terribile cova pauroso nel cuore di ogni genitore, di poter dimenticare per qualche minuto, le uniche persone che un genitore per tutta la vita non dimentica: i propri figli.

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Generatori di speranza: il ruolo e le sfide sociali degli oratori di oggi

cropped-foto-per-copertina-blog.jpgPonti tra la Chiesa e la strada” è la metafora di un’affermazione di Giovanni Paolo II, utilizzata per definire gli oratori, generatori di speranza e di sociale, luogo della socializzazione, del gioco e dello svago, negli anni di generazioni ne sono passate per gli oratori. Giovani di un tempo che intorno ai 13-14 anni trascorrevano i pomeriggi in oratorio ad ascoltare il curato che faceva lezioni di buona politica, insegnava ad osservare il quartiere e a farsi carico dei problemi degli altri, educando alla partecipazione. E’ quella che don Bosco definiva come la formazione “dell’onesto cittadino e del buon cristiano”. Oratori generatori di valori socio-educativi che insieme alle altre agenzie educative del territorio contribuisce a creare la rete educativa a favore delle giovani generazioni lì presenti. Un ruolo accantonato e dimenticato per troppo tempo, quello degli oratori, che in rete con le agenzie educative diventa risorsa per tanti giovani, ma è in atto una rinascita in un’ottica di contrasto alla povertà educativa degli oratori italiani: sono poco più di 8.000 gli oratori censiti in Italia, in una tradizione che si tramanda in Italia da oltre 450 anni, dai tempi di San Filippo Neri nella Roma del ‘500.. In questi secoli l’oratorio ha saputo adattarsi alle esigenze dei tempi restando sempre nell’alveo dell’educazione oltre che della formazione cristiana dei giovani. Come tutte le realtà, anche quella degli oratori risente fortemente dei cambiamenti che sta vivendo la società italiana. Due i caratteri di novità: la presenza di molti ragazzi, figli di famiglie immigrate, che provengono da altre culture, da altre confessioni cristiane e da altre religioni, che sono accolti all’interno di una stessa precisa identità: i giovani che crescono all’interno dell’oratorio, trovano un luogo che educa ad abitare. Un altro aspetto è legato all’attuale crisi. L’oratorio in sé non è legato all’attività economica, per cui non risente direttamente della crisi, ma la domanda da parte della famiglia è fortissima. L’economia fiorente ha spinto negli anni le famiglie ad uscire dai confini dell’oratorio per le attività di sport, musica, potendo garantire ai loro figli proposte più ampie, ma ciò che mancava era un’educazione integrale. Oggi, invece, i genitori si sono accorti che i loro figli sanno fare tante cose, ma fanno fatica a vivere. Da qui lo sguardo verso l’oratorio, dove ci sono attività nuove, ristrutturate, ma c’è soprattutto l’attenzione alla persona, alla sua creatività, alla sua libera espressività. Cresce, dunque, nelle famiglie l’esigenza di uno spazio a misura di una crescita integrale dei ragazzi. E così a nuova vita nasce l’oratorio che si propone a contrasto alla povertà educativa, una delle attività offerte è quella del doposcuola, secondo i dati la media nazionale è dell’ 83%, più al nord e meno al Sud col 74%. Un servizio che si fonda molto sui volontari. Giovani che aiutano altri giovani. Un doposcuola che si modella alle esigenze: dalla semplice spiegazione dei compiti alla formula dell’integrazione che si unisce alla socializzazione, alle attività sportive e al disegno, cercando di far esprimere tutte le arti espressive: teatro, danza, canto, musica. In alcuni oratori si organizzano corsi di cucina e tra farina che vola e biscotti da fare nella semplicità nascono legami d’affetto e d’amicizia, conoscendo la normalità e la semplicità dei gesti e dello stare insieme. Ma, l’oratorio offre anche per gli adolescenti e i giovani l’occasione di mettersi al servizio in attività di animazione ludica e formativa per i più piccoli, i cui momenti di maggiore attrazione è l’estate con gli immancabile campeggi. Vanno anche considerate le gite in cui si fonde l’aspetto ricreativo, culturale ed ecologico-ambientale, un insieme di elementi che aiutano il giovane a crescere in una dimensione culturale che non aveva mai conosciuto né considerato. Inoltre, l’oratorio organizza fiere o piccole vendite, che coinvolge i più giovani verso le attività caritatevoli e di volontariato, facendogli conoscere il valore dell’aiuto all’altro. L’oratorio è stanze, biliardino, cortili e campi da gioco, dove correre e sorridere agli altri, ma non è solo struttura è anche e soprattutto persone, generazioni diverse che si incontrano, ragazzini ed animatori poco più grandi loro, gli educatori, i genitori che vanno coinvolti nelle attività e nel dialogo educativo, perché l’oratorio non è un luogo ad ore per i genitori che lasciano i figli con la certezza che siano al sicuro, ma l’oratorio è il luogo educativo aperto alla collaborazione e al confronto con tutti. “La più grande palestra di umanità e di relazioni umane che si possa immaginare”, la definisce Don Michele Falabretti, responsabile nazionale pastorale giovanile della Chiesa Italiana. Relazioni umane vere, sincere, che uniscono e non dividono, che si fondono nell’ascolto e nell’empatia dell’altro, incontrando il dialogo e la diversità culturale, fisica, morale, educativa, che si realizza in ricchezza per i più giovani. E poi l’adulto che come tale deve insegnare ed il minore che deve crescere assumendosi le responsabilità delle sue azioni consapevole che è l’erede del futuro e di una comunità educante che sarà tramanda di generazione in generazione. Che l’oratorio possa diventare generatore di speranza e di futuro per i più giovani?

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Figli di genitori dello stesso sesso, sì all’iscrizione anagrafica

IMG_0217Da Torino a Roma, scendendo sino alla punta dello stivale, Catania. I registrati dell’anagrafe dei comuni italiani iscrivono la nascita dei figli di genitori dello stesso sesso. Dalla sindaca Appendino alla pantastellata Raggi, al sindaco catanese, si procede a trascrivere i certificati di nascita stranieri di figli di coppie omosessuali senza che sia intervenuto un Tribunale con un sua ordinanza. Pioniere, a dirla tutta, era stato l’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, nel 2015 che aveva provveduto alla trascrizione all’anagrafe capitolina senza una sentenza. Le due mamme romane, tornate in patria dopo la nascita del bimbo in Argentina, avevano presentato domanda al comune di Roma perché questa trascrizione venisse riconosciuta anche in Italia. Decisione che aveva provocato spaccature politiche e diviso il Paese. Ma erano state la Corte d’Appello di Trento prima, di Roma dopo, a emettere sentenze favorevoli al riconoscimento di genitori dello stesso sesso. Una decisione coraggiosa dal punto di vista politico ed innovativa sotto l’aspetto giuridico che apre le porte degli uffici anagrafi dei comuni alle famiglie arcobaleno. Un excursus sociale che nasce dalle coppie same sex a cui era data la possibilità dell’adozione cosiddetta “mite”, non una vera e propria adozione ma qualcosa che si avvicina, oppure avevano la facoltà di trascrivere gli atti di nascita nei paesi in cui il sesso dei genitori non veniva considerato, come in Spagna, o ancora facoltà di trascrivere sentenze straniere di adozione. Ma nel silenzio politico, la magistratura, ha riletto le norme del diritto interno alla luce dei principi del diritto internazione, facendosi carico negli ultimi anni di trovare soluzioni che tutelassero i figli delle coppie arcobaleno evitando di discriminarli. Sino ad oggi, con la decisione di comuni di superare le soluzioni di ripiego e permettere ad un bambino, nato in una coppia omogenitoriale, di essere identico al suo compagno di banco, figlio di due genitori eterosessuali. La parola fine ancora non è scritta, anzi, è tutto ancora aperto, la registrazione potrebbe essere impugnata davanti al giudice, in quanto nel nostro ordinamento, i genitori sono sempre un uomo ed una donna. Eppure non ci sono nell’ordinamento italiano norme che regolino l’iscrizione all’anagrafe di figli di genitori dello stesso sesso. Mancano però anche i divieti costituzionali. E’ in questo spazio che si sono inseriti i tentativi, riusciti già dai comuni, di iscrivere i figli di genitori omosessuali. Durante l’approvazione della legge sulle unioni civili si era aperto uno spiraglio con la proposta della stepchild adoption, l’adozione da parte del coniuge, che poi era stata accantonata dal Parlamento tra le polemiche. Insistono, intanto le sentenze del tribunale di Trento, della Corte d’Appello, e anche della Cassazione. Il tratto comune è quello che in assenza di una legislazione, i tribunali costringano i comuni ad effettuare la registrazione in forza del fatto che non esiste un divieto generale nella Costituzione. Insomma, ci sono ancora nuvole sopra l’arcobaleno. Oltre l’aspetto legislativo e giurisprudenziale che andrà chiarito anche oltrepassando le ideologie e le opinioni personali e politiche, resta un passo storico e civile che alcuni comuni hanno deciso di compiere, un passo che sarà storia personale di questi bambini, connotando un’evoluzione ideologica: negli anni settanta, i bambini di genitori divorziati, erano visti come figli di un peccato, nelle scuole religiose di pregava anche e soprattutto per loro, perché si diceva privi di una guida solida e comune. Oggi, invece, che la nostra società convive quasi come fosse abitudine e consuetudine a genitori separati e figli divisi nei giorni e durante le feste, siamo a confronto coi figli di genitori omosessuali e di bambini che presto andranno a scuola e si confronteranno con i pregiudizi di adulti e bambini. Infatti, secondo la comunità scientifica internazionale, all’unanimità, ha riferito come un bambino figlio di genitori dello stesso sesso rischia di ammalarsi più dei figli di una famiglia tradizionale, la malattia connessa ai bambini arcobaleno è quella del “minority stress”, ossia il “bullismo” che l’ambiente può attivare contro questi piccoli soggetti. La condizione di stress di natura cronica che caratterizza la vita di determinate persone – si legge nella ricerca dell’Università di Napoli Federico II – le cui differenze sono oggetto di stigma (o che, comunque, sono considerate come negative all’interno di un determinato gruppo sociale o ambiente socio-culturale), prende il nome di minority stress. Tale forma di stress può colpire alcune minoranze come, ad esempio, quelle sessuali oppure quelle composte da insiemi di persone che possiedono determinate caratteristiche.” Sotto l’aspetto della conoscenza della propria condizione, bambini arcobaleno, si basa prevalentemente sulle informazioni e sui modelli che vengono veicolati dai media, senza il sostegno di adulti comprensivi, in quanto sono pochi coloro che sono informati e formati sulle famiglie omogenitoriali. Il confronto con i pari, con altre coppie omosessuali, avviene solo successivamente. Ecco che la condizione di stress prolungato, derivato dal pregiudizio e dalla discriminazione, diventa una fonte significativa e influente sulla salute mentale, soprattutto se si percepiscono determinati contesti sociali come ostili, avversi o indifferenti. Insomma, abbiamo bisogno ancora di compiere molti passi normativi ma anche ideologici e di supporto.

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Bullismo. Le aule scolastiche diventano un ring, mentre i genitori sono sempre meno autorevoli

untitledRagazzi che minacciano gli insegnati, adolescenti che bullizzano in una continua pressione psicologica i compagni di scuola, ragazzini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso i loro coetanei e gli insegnati. Volano insulti, calunnie, minacce, frasi pesanti che mettono in difficoltà i ragazzi presi di mira, che spesso si ritrovano isolati. Si chiama bullismo, si legge guerra feroce ai coetanei e all’istituzione scolastica. Il fenomeno è in costante aumento. Se ne parla nei consigli di istituto. I docenti, in classe, devono fare i conti con le liti innescate dagli insulti in rete e con la strafottenza degli alunni, che rinnegano l’autorità ricoperta dal professore. Studenti contro professori, così le classi diventano un ring. Da Nord a Sud, un’escalation di aggressioni ai docenti. Umiliazioni, fucine di bulli minorenni, studenti che iniziano i loro show irridenti mentre l’insegnante spiega: pernacchie, rumori, applausi. Ragazzi che fanno gruppo, sghignazzano e incitano, e spesso si protrae per giorni. Ragazzini che picchiano in branco insegnanti over, genitori che assalgono professori perché stavano educando i loro figli al vivere in comunità. La cronaca di questi ultimi giorni è ormai un bollettino da guerra. Violenza fisica, violenza verbale e violenza via etere. Un atteggiamento che i bulli manifestano in classe ma che nasce tra le mura domestiche. La famiglia è cambiata, ha perso la sua autorevolezza. I genitori sono di corsa, hanno poco tempo da dedicare ai propri figli e spesso per compensare questa carenza, tendono ad assecondarli, a concedergli il capriccio del momento, assumendo un ruolo paritario coi loro figli, perché credono sia giusto una relazione pari, ma non è così. Ai ragazzini di oggi, adulti del domani, servono regole chiare e confini stabiliti con ruoli ben definiti per costruire una relazione autorevole. La famiglia ha il compito di trasmettere il rispetto verso la scuola e gli insegnanti. Se la scuola punisce un ragazzo, è dovere dei suoi familiari capire cosa sia successo, confrontandosi e cercando soluzioni educative e riparative con gli insegnanti. Assistiamo, invece, oggi ad una colpevolizzazione costante della scuola. Un atteggiamento che svilisce il ruolo degli insegnanti, deresponsabilizzando i ragazzi, innescando un circolo vizioso, che non aiuta la crescita dei ragazzi e lo sviluppo dei giovani. Eppure un tempo insegnati e genitori erano le autorità più temute dai ragazzini. Ad oggi, anche la scuola, vive una crisi, che rischia di far fallire il compito fondamentale della scuola che è quello di contribuire alla promozione e allo sviluppo della personalità e all’identità degli studenti, e ciò perché la scuola con fatica segue le trasformazioni sociali ed i problemi sempre più complessi dei ragazzi. Le nuove generazioni hanno bisogno di avere spazi di identità reali che li facciano esulare da quelli virtuali: hanno bisogno di esempi di adulti, da seguire come modello per le proprie aspirazioni. Ma hanno bisogno di confrontarsi anche con le conseguenze delle loro azioni e dei loro comportamenti. La scuola ha il compito anche di ricucire il rapporto con la famiglia, attraverso momenti costanti di confronto e di coinvolgimento nella vita e nei problemi, in funzione del benessere e della crescita dei ragazzi. Incattiviti, feroci, in preda a raptus di rabbia e di onnipotenza, feriscono nel fisico e nell’animo i loro coetanei o insultano violentemente gli insegnanti, deliri di onnipotenza che vengono ripresi da un cellulare, autodenunciandosi in rete. In alcune scuole, su proposta del ministro dell’Istruzione Fedeli, si sta optando per la bocciatura, ma basta da sola? Credo, si rischi di inasprire ancora di più il bullo, creando anche un effetto recidiva, innescando in lui anche la voglia di farsi “giustizia” contro quella discriminazione. La sola bocciatura non basta se davvero si vuole recuperare la sua condotta ed anche il bullo, ci vogliono punizioni socialmente utili, che la stessa scuola vent’anni fa ha inventato e sperimentato. Ritornano utili due volte: anzitutto perché sono aggiuntive e non privative. Non si viene solo sospesi. Il principio è: hai sbagliato ma continui a fare ciò che dovresti fare a scuola ma viene stabilita una punizione, in un piano educativo che i genitori devono condividere e sottoscrivere. Diventa utile perché il ragazzino che ancora non ha ben chiare le dinamiche della vita e dell’animo, si ritrova ad aiutare chi è in situazioni di fragilità, magari proprio i ragazzi con qualche definiti che fino al giorno prima deridevano. Diventa una testimonianza di vita, costringe chi la subisce ad essere soggetto attivo. Le punizioni extrascolastiche funzionano ma non sono e non possono diventare slogan o pubblicità contro il bullismo, perderebbero la loro funzione rieducativa, seppur in senso lato potrebbe diventare d’esempio per gli altri. Di certo è che i ragazzi d’oggi hanno bisogno di tornare alla realtà, al sociale che è fatto di sofferenza, di storie, di rinascita, di vita vera e vissuta, che certo non è in uno smartphone in chat o in forum di videogiochi, ecco perché la punizione sociale è un ritorno alla vita vera.

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Giustizia, cosa cambia con la riforma dell’ordinamento penitenziario

imagesPiù misure alternative al carcere esclusi i reati più gravi. Questo il cardine della riforma dell’ordinamento penitenziario, approvata in Consiglio dei Ministri. Il sovraffollamento è il senso delle nuove misure, aumenta il rischio che la pena non sia rieducativa, da qui il potenziamento della rieducazione come del reinserimento sociale. Stabilite poi maggiori tutele per i diritti dei detenuti in termini di salute, identità di genere, incolumità personale, oltre ad una nuova disciplina per i colloqui con i familiari e per l’uso delle tecnologie informatiche all’interno del carcere. Il testo dovrà ora tornare alle Commissioni parlamentari per l’ultimo vaglio, ma, intanto non è esente dalla polemica politica. All’attacco il centro destra: da Fratelli d’Italia, alla Lega, che promettono battaglia. “Non è un salva ladri, né uno svuota carceri” ha precisato il guardasigilli Orlando, che ha spiegato che si dovrà valutare il comportamento del detenuto e ammetterlo a misure alternative al carcere, che prevedono percorsi di lavoro e di servizio sociale, che gli consentono di restituire qualcosa di quello che ha tolto alla società e di non essere recidivo. Misure che mirano ad abbattere il muro delle recidive, che resta il più alto in Europa, seppur in Italia si spende quasi 3 miliardi l’anno per il trattamento dei detenuti, così come confermato da Orlando. L’obiettivo principale della riforma è rendere attuale l’ordinamento penitenziario previsto dalla legge di riforma penitenziaria 354/1975, per adeguarlo ai successivi orientamenti della giurisprudenza della Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e delle Corti europee. Quindi con soluzioni che non indeboliscano la sicurezza della collettività, infatti, non si estende la possibilità ai detenuti in regime di 41bis per reati di mafia e per i reati di terrorismo, ma si riporti al centro del sistema la finalità rieducativa della pena indicata anche dall’articolo 27 della Costituzione, ma anche facilitare la gestione del settore penitenziario e a diminuire il sovraffollamento. Un passo legislativo sui temi delicati come la salute psichica, l’accesso alle misure alternative, la vita interna alle carceri, i rapporti con l’esterno ed il sistema disciplinare. Carceri e condizioni disumane, da anni il dibattito infuoca il mondo politico e si pone al centro dell’attenzione. Dopo una flessione nel numero dei detenuti seguita dalla sentenza Torreggiani, con la quale la Corte europea dei diritti umani condannò l’Italia per trattamenti inumani e degradanti, negli ultimi tre anni si è assistito ad un aumento costante delle presenze in carcere. La riforma dell’ordinamento penitenziario, dovrebbe dare l’opportunità di tornare a far calare gli attuali numeri con ripercussioni positive sulla vita in carcere. Le questioni attualmente aperte, che riguardano le carceri italiane, che proprio a causa del sovraffollamento, non riescono a trovare soluzioni. Tra questi ad esempio la necessità di ampie ristrutturazioni degli istituti. In più della metà delle strutture ci sono celle senza doccia ed in molte celle manca l’ acqua calda, in violazione di quanto prevede la legge. Sovraffollamento e aumento dei suicidi si presentano così, oggi, gli istituti di pena italiani, destinati ad accogliere soggetti che trasgredendo le prescrizioni di legge, sono sanzionati con la pena. Condizioni disumane e poche opportunità di recupero, così come è nell’intento della riforma del ’75: la pena deve avere caratteri di rieducazione e reinserimento educativo e sociale. Una realtà, quella del sistema penitenziario rinnegata ed oscura per troppi anni, sino ad oggi, in questo colpo di coda del governo, che propone misure alternative che reinseriscano nella società con dignità e rispetto del detenuto e della comunità stessa, restando fermo nell’intento che spetta al magistrato di sorveglianza, così come detta anche il diritto penitenziario, ogni decisione in merito, valutando ogni singolo caso. La proposta di modifica dell’ordinamento penitenziario dalla sua ha un’apertura umana, dignitosa, ma restano ancora diritti come i minori e la sessualità da affrontare. L’auspicio è che la grossa maggioranza, fresca di vincitori, guardi anche al sistema carcerario, perché ci sono luoghi come le celle, dai quali ci si aspetta il loro regno con l’orecchio al suolo e le braccia intorno alla testa, cercando di emergere da quel braccio carcerario che oggi li tieni lì.

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“La stanza dell’ascolto” per donne e bambini vittime di violenza

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messSe si ha un segreto ingombrante e pesante in cui ogni giorno fare i conti è difficile raccontarlo. Soprattutto se si tratta di un bambino o di una donna in fuga dalla violenza. Ma se ci sono dei luoghi protetti, accoglienti, con personale preparato a fronteggiare le situazioni, possono dare più coraggio, creando un ambiente sicuro e protetto. Un ufficio pubblico. Una stanza della polizia municipale di Napoli. Ma una stanza speciale, ribattezzata “la stanza dell’ascolto”. Un luogo protetto e accogliente negli uffici dell’Unità operativa Tutela minori ed emergenze sociali della polizia municipale del Comune di Napoli. Un nuovo e ri-funzionalizzato spazio protetto deputato ad accogliere donne e minori vittime di violenza e abusi, che prima venivano ascoltate nelle in stanze fredde e fatiscenti, in cui i bambini e le vittime di violenza confessavano tra i denti e le lacrime i loro terribili segreti, la paura, il dolore, gli operatori erano costretti a far ripetere tutto, perché dovevano registrare con i loro cellulari la “prova” da fornire al magistrato. E così, in piazza Garibaldi, a pochi passi dalla stazione è nata “la stanza dell’ascolto”, una stanza protetta, con colori chiari, i fogli da disegno e i giochi, una stanza accogliente dove potersi fermare, dove trovare il coraggio di chiedere aiuto. La stanza ha anche un pannello di controllo dietro uno specchio per registrare con discrezione i colloqui. Due gli spazi attrezzati: la stanza in cui si effettua il colloquio senza essere visto. La control room, inoltre, è dotata di avanzate tecnologie che permettono la registrazione video e audio del colloquio tra la vittima ed il personale dell’Unità operativa. Prima dell’inizio di ogni colloqui, la vittima di violenze, come prevede anche la normativa, viene informata che l’incontro sarà registrato. Non uno sportello, ma un luogo attrezzato all’ascolto delle vittime di violenze intercettate dai servizi. La cura del luogo è un elemento fondamentale perché consente alle donne di aprirsi e raccontarsi dove ci sono strumenti di cura che incitano ad aprirsi più facilmente. Il progetto nasce dall’assessore alla sicurezza urbana, Alessandra Clemente, la giovane assessore del comune, dopo aver ascoltato dai vigili urbani della città in che modo venivano ascoltate le donne, ha sentito il bisogno di fare qualcosa, di creare un luogo in cui si sentissero protette. Nella stanza dell’ascolto si mettono insieme accoglienza, professionalità, umanità e la risposta ad un’esigenza di giustizia: perché la stanza raccoglie testimonianze che potrebbero diventare decisive per i processi. Dinanzi l’ingresso degli uffici, sul marciapiede è stata posta una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne.

La violenza contro le donne ed i bambini è un’ignobile guerra maschile che ogni giorno si consuma in Italia, tra paure, incertezze, tutele quasi inesistenti per le donne, ma esiste un cuore sociale grande: fatto di professionisti del settore, di operatori sociali, che quotidianamente sostengono le donne ed i più piccoli, scontrandosi con la mancanza di fondi, di centri antiviolenza che rischiano di chiudere o di non aprire mai perché da soli non ce la farebbero, ma in un tempo di incertezza sociale, da Napoli e dal rifunzionalizzato spazio protetto di accoglienza delle vittime di violenze ed abusi impariamo che a volte non servono grandi fondi o soluzioni eccezionali, basta fermarsi ad ascoltare la realtà per cambiare un po’ le cose e renderle più umane e protette.

 

“Stanza dell’ascolto” presso l’Unità Operativa Tutela Minori e Emergenze Sociali, Via Alessandro Poerio, 21 Napoli.

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La violenza delle baby gang contro gli anziani: come nasce e cosa nasconde

IMG_0217La vittima scelta a caso, appoggiata al suo bastone. Lo puntano dall’altro lato della strada. Lo sorprendono come una preda, mentre riprendono tutto con il cellulare. Cappuccio in testa, tutti minorenni, il più piccolo ha tredici anni. Si appostano, fingono di chiacchierare, all’improvviso uno di loro lascia il gruppo e scappa all’imboscata e va dritto verso l’anziano invalido. Un solo gesto, gli strappa il bastone, l’uomo cade a terra, un coro in sottofondo sghignazza e finisce presto sul web. Sarà proprio il video ad incastrare gli aggressori, tutti denunciati tranne il tredicenne non imputabile. Baby gang contro i nonnini. Scherzi, aggressioni, derisioni ai danni degli anziani, così i giovanissimi colpiscono la generazione che potrebbe arricchirli di valori e di racconti. L’ultima aggressione ci catapulta in una società dove la compassione non è più un valore. I ragazzi che hanno aggredito l’anziano di Seravalle pistoiese non percepiscono le condizioni di debolezza, anzianità, vulnerabilità della persona aggredita, diventata, invece, oggetto per dimostrare la loro forza, che annulla ogni sentimento di misericordia che possano avere, una mancanza che può diventare valore, da fargli ricercare. L’assenza di sentimenti di compassione è comune a molti giovanissimi d’oggi, a causa di una famiglia poco incline all’educazione, ai valori, ma anche all’assenza di educazione sentimentale nelle scuole. Siamo convinti che questi sentimenti nascono da soli, quando invece le basi nascono dalla famiglia prima e dalla scuola poi, con una costante che guarda all’altruismo. Sono ragazzi assenti nella loro stessa vita: si vestono in modo uniforme, incappucciati con felpa nera: come una divisa da ragazzo cattivo, un’uniforme anonima, che rende cattivo e non riconoscibile. Segno di una vita spenta, priva di colori, prima di sentimenti nobili e fragili, di altruismo e generosità, di aiuto ed educazione per i più deboli. Sono lontani i tempi di nonni e ragazzini che si scambiavano ricordi e storie, in un costante arricchimento. E allora, i bulli vanno educati alla cura delle persone anziane per molto tempo, che sarà tempo prezioso, e non sarà una punizione ma l’occasione della loro vita. C’è bisogno di tornare a “punizioni” sociali, che abbracciano ed integrano, facendo conoscere il valore dell’aiuto, della solidarietà, dell’educazione ai giovanissimi. Denunce senza condanne rieducative, sono nulle. Rischiamo di avere ragazzini più cattivi e più bulli, che si sentono forti e potenti, ma di fatti sono vuoti: non hanno sentimenti, credono che con la violenza tutto gli sia concesso: la ragazzina che gli piace, l’anziano che diventa oggetto della loro goliardia, accrescendo in loro la sete di potenza e spavalderia. Sono “sos” che i più giovani lanciano e che vanno letti per progettare programmi rieducativi fatti di incontri tra i più giovani e gli anziani, ma anche tra i più giovani e le fasce deboli della società: barboni, minori in difficoltà, ritornare al volontariato, ad iniziative sociali non potrà che far bene al nostro Paese e alle nostre generazioni ormai allo sbando e legati ai colori e alla luminosità degli smartphone. In Toscana, l’amministrazione regionale da tempo attraverso il Servizio Civile ed altri progetti destinati ai giovani, punta su un confronto generazionale che possa accrescere altruismo e generosità, prendendosi cura proprio degli anziani, con l’intento di far crescere nelle nuove generazioni ragazzi come cittadini e soprattutto come persone degne di questo nome.

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Genitori assassini, cosa accade con la patria potestà?

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messIn preda a raptus di follia, accecati dalla rabbia verso il proprio compagno, o la propria compagna, molti genitori si macchiano col crimine dell’assassinio. Ammazzano la madre dei loro figli, e ci sono madri che uccidono i loro bambini. La lista dell’orrore, è tragicamente lunga. Può anche sembrare una cosa immonda e del tutto innaturale, le madri possono uccidere i propri piccoli ed i padri possono sottrarre per la vita la mamma ai loro figli. A volte senza capire la mostruosità del loro gesto, ma altre volte con la mente terribilmente lucida. Genitori assassini e figli al mondo, che cresceranno con un genitore in carcere ed una madre nella tomba, sono i figli del femminicidio, soli col peso dell’assassino in casa: il loro papà. Ma, ci sono anche quei bambini, che restano col papà e crescono con l’ombra di una madre in cella perché ha ucciso il proprio fratello. Veronica Panarello ha perso la potestà genitoriale nei confronti del figlio minore. La giovane donna in carcere con l’accusa di aver ucciso il piccolo Loris Stival a Santa Croce Camerina in provincia di Ragusa, non potrà neanche essere informata dell’evoluzione della crescita del suo secondogenito, che resterà sotto l’esclusiva responsabilità del padre, il quale tra l’altro ha chiesto il divorzio alla madre. E’ stato dichiarato “decaduto dalla civile responsabilità genitoriale sulla figlia” dal Tribunale per i minorenni di Napoli, Salvatore Parolisi, l’ex caporal maggiore, condannato in via definitiva per l’omicidio della moglie Melania Rea, non potrà più nemmeno avere rapporti con la figlia: sospesi ogni incontro, visita o rapporto telefonico ed epistolare tra la bambina e Parolisi. La decisione del Collegio, composto anche da esperti psicologi, è avvenuta in considerazione dell’ “assoluta gravità dei comportamenti” e del fatto che “in assoluto disprezzo delle drammatiche conseguenze per la figlia veniva dal Parolisi Salvatore uccisa la madre della minore con la figlia probabilmente in macchina, si spera addormentata”, si legge negli atti. Una volta si parlava di patria potestà, oggi di responsabilità genitoriale: questa può decadere se l’adulto è violento verso il figlio o altri, se si espone il bambino a pericoli, se lo si trascura ripetutamente. L’iter comincia da un parente, un insegnante o un conoscente che segnala il caso ai servizi sociali. E’ accaduto ai “genitori-nonni” di Casale Monferrato, finiti sulle pagine di cronaca per aver avuto una figlia nel 2010, quando lei aveva 56 anni e lui 68, e accusati da un vicino di casa di abbandono della bimba, poi adottata da un’altra famiglia. Dopo la segnalazione, i servizi sociali indagano e mandano una relazione al Tribunale dei minori, che può aprire il cosiddetto provvedimento di decadenza. A questo punto la responsabilità genitoriale può essere sospesa: è come se fosse affievolita, le capacità dell’adulto vanno monitorate, viene aiutato a migliorarsi e il giudice può decidere di allontanare il genitore di casa, se è violento o ha problemi di droga. Oppure la responsabilità può decadere: il minore può essere trasferito in una struttura protetta, i rapporti con la famiglia si interrompono ma psicologi ed assistenti sociali, lavoreranno per ricucire lo strappo, ma se questo è irrecuperabile, o se ci sono gravi questioni penali in corso, il giudice dichiara il minore adottabile e, se è possibile, lo affida ai nonni o ai parenti. L’allontanamento è una misura estrema basata su prove. Sono decisioni sempre delicate che talora innestano indagini e processi molto complessi: basta pensare agli oltre quaranta provvedimenti di allontanamento chiesti negli ultimi mesi dal tribunale di Reggio Calabria per figli di mafiosi. Poi ci sono quei bambini il cui sicario era in casa: il loro papà che ha ucciso la madre, e per loro il trauma si amplifica, restano senza figure genitoriali, ritrovandosi di fronte ad una realtà complessa e tragica, nonostante il supporto familiare, saranno dei bambini segnati, che talvolta si chiederanno “perché?” e cercheranno di capire com’è, come si sta in una famiglia formata da mamma e papà. Ed è per questo che non vanno lasciati soli ad elaborare una mancanza che ogni giorno nonostante l’amore e l’affetto che avranno quotidianamente. E ci sono anche i bambini che non rivedranno più la loro mamma, perché messi di fronte all’agghiacciante notizia che è l’assassina di suo fratello. In questi bambini che affrontano una tragedia così grande, elaborano dentro di loro non solo il lutto e la mancanza della madre ma anche il senso della responsabilità. Che spesso affidano nel modo più crudo possibile ad un disegno. Tratteggiando come i bambini siano esseri puliti e tutte le cose brutte che gli adulti fanno purtroppo sono destinate a ricadere anche su di loro.

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Reddito di Inclusione, boom di domande in Campania: le sfide per gli assistenti sociali

img_0217Oltre 75 mila in poco più di un mese: tante sono le domande di Reddito di Inclusione trasmesse all’Inps dai Comuni italiani tra il 1° dicembre 2017 ed il 2 gennaio 2018. Per la nuova misura unica nazionale a carattere universale per il contrasto della povertà e dell’esclusione sociale. Quasi due richieste su tre sono arrivate dalle regioni del Sud. Al primo posto c’è la Campania con quasi il 22% delle domande, seguono la Sicilia e la Calabria. Il Reddito di Inclusione viene riconosciuto a famiglie con Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare diverso dalla casa di abitazione non superiore a 20.000 euro. In questa prima fase, fino al 30 giugno 2018, possono richiederlo solo le famiglie che oltre al requisito patrimoniale, abbiano in famiglia un figlio minore oppure una persona disabile, o una donna in gravidanza, oppure un disoccupato sopra i 55 anni. Dal primo luglio 2018, invece, per richiedere il Reddito di Inclusione, basterà che le famiglie siano in possesso solo dei requisiti economici e patrimoniali previsti dal decreto. Rei e “dopo di noi”, le misure più innovative del welfare nazionale, che fanno leva su un progetto individuale, mettendo al centro la professionalità degli assistenti sociali. Un progetto personalizzato di attivazione di inclusione sociale e lavorativa nel decreto legislativo 147/2017 e un progetto individuale, preceduto da una valutazione multidimensionale, nella legge 112/2016: il Reddito di Inclusione che ha debuttato il primo gennaio 2018, puntando forte sul progetto personalizzato. Detta in altri termini, significa che la misura nazionale di welfare recente più innovativa, individua nell’assistente sociale il professionista centrale per attuare il cambio di paradigma di un welfare che vuole superare la logica del “bisogno” in favore dei diritti delle persone. Una misura che apre e avvia alla collaborazione forte con altri soggetti del territorio, giocando un confronto su tre livelli: il livello politico, con cui è indispensabile raccordarsi, uno organizzativo e metodologico, perché tanti colleghi hanno ruoli di responsabilità ed un ruolo operativo, di rapporto diretto con le persone, che richiede un aggiornamento costante e un riferimento forte a elementi teorici e metodologici. La sfida che la nuova misura lancia agli addetti ai lavori è di un modello ed un linguaggio nuovo: non si parla più di utenti e di presa in carico ma di persone e di progetti di inclusione, di opportunità. Infatti, i tratti peculiari sono proprio l’autodeterminazione della persona, la cultura dell’empowerment ed il passaggio dalla prestazione alla progettazione sociale. Una misura innovativa, che si pone in una logica diversa, ma è compito degli assistenti sociali cercare le persone in povertà assoluta, anche quelle che non arrivano ai servizi, proprio perché c’è una misura che si pone come livello essenziale: la legge crea le condizioni ma l’attuazione avviene nei territori. Il Rei non è solo un sostegno economico, ma un approccio globale, fatto di opportunità lavorative, di sostegno sanitario, formativo, ciò è possibile solo se c’è un lavoro di rete professionale e di servizi. Il patto diventa opportunità se c’è comprensione di cosa sia la povertà, se si trovano spazi relazionali, se c’è promozione di reti sul territorio. Il Sia prima ed il Rei oggi partono con fatica, con difficoltà, non senza intoppi, dettati dalla carenza di personale all’interno dei comuni d’ambito, dalla mancata formazione dei professionisti, ma ciò ci dice quale sia la portata della sfida. Si sta lavorando per la costruzione di un soggetto che sia Alleanza contro la povertà. Una sfida non da poco, l’ennesima che l’Italia intraprende: ci ha già provato con la Social Card e misure tampone, ma questa è l’opportunità di crescita sia per la coesione professionale e dei servizi, quanto per i soggetti in stato di povertà e di emarginazione, che con l’aiuto non solo economico ma dei servizi sociali, viene accompagnato in un percorso fatto di autonomia e di opportunità. Una sfida che l’Italia ed i Servizi Sociali questa volta vinceranno? Solo il tempo ci potrà dire.

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