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Non solo carcere: la giustizia può essere anche riparativa con la mediazione penale. Conosciamola meglio

untitled“L’uomo non è il suo reato e il carcere non è l’unico modo per scontare la pena”, sussurra qualche prete che concilia la fede ed il reato, avvicinando i modi spicci al silenzio sornione dei barbarici. Anzi in alcuni casi il carcere potrebbe addirittura non rispondere in modo adeguato alle indicazioni del dettato costituzionale : tra coloro che vivono l’espiazione della pena solo con la misura detentiva tendono a ricadere nella recidiva, i dati parlano del 70%. In un sistema penale perfetto ma controverso, si fa largo il tema della “giustizia riparativa”, nel frattempo molte cooperative lavorano ogni giorno per l’accoglienza dei familiari detenuti, organizza i permessi premio dei detenuti, gli inserimenti lavorativi di ex detenuti presso aziende agricole e commerciali, con la formula delle borse lavoro e della messa alla prova. Una società di tentazioni, che condanna chi vi cade. La giustizia riparativa è una tesi indigeribile per chi alla tentazione ha saputo resistere. C’è un lungo percorso da fare e servono gli strumenti idonei. Occorre provvedere alla formazione dei mediatori, che hanno un ruolo fondamentale quando si parla di mediazione penale, non sempre facile. Si trovano di fronte a persone che devono recuperare integralmente la loro vita e hanno bisogno di accompagnatori professionalmente preparati. Solo se si investe in questo processo innovativo, penale, processuale e culturale, c’è la possibilità di facilitare l’incontro tra la vittima e il reo. La giustizia riparativa, su cui c’è grande fermento, è un cammino in salita e troppo spesso frainteso dalla società. La convinzione errata è che la giustizia riparativa serva a convincere il magistrato di sorveglianza ad essere di manica larga nell’attribuzione dei permessi. E’ tutta un’altra cosa, un percorso lungo e laborioso, doloroso, che porta il detenuto a rimettersi in discussione e che ha bisogno della disponibilità della vittima o della famiglia della vittima, ma non condiziona il decorso della pena. Una prima applicazione di giustizia riparativa si è avuta tra le famiglie delle vittime ed i terroristi degli anni di piombo. Le famiglie avvertivano una sensazione di insufficienza, nonostante la condanna inflitta ai terroristi. In quel caso fu applicata una “giustizia orizzontale” che è quella di reggere lo sguardo dell’altro, di chi sta di fronte e lasciarsi interrogare. Attraverso un mediatore il reo deve “riparare” ciò che ha rotto: lo chiede l’Europa e anche la legge italiana. Un modello che cresce attraverso la riflessione, la pratica e soprattutto il dialogo con gli operatori di giustizia ed i Procuratori della Repubblica. La riparazione è un modello duro e occorre che le parti lo scelgano volontariamente. La mediazione non è negoziazione e l’utilizzo di misure alternative aiuterebbe la macchina della giustizia a diminuire i tempi dei processi e a umanizzare la riabilitazione durante l’espiazione della pena. La “giustizia riparativa” è innanzitutto un prodotto culturale, capace di promuovere percorsi di riconciliazione senza dimenticare le esigenze della giustizia “retributiva” –incentrata sul rapporto tra il reato e la pena- e la giustizia “riabilitativa” –più attenta al recupero del detenuto. Riannodare i fili spezzati con l’atto criminoso non è semplice né scontato, anche se è provato che la società ci guadagnerebbe, se è vero che scontare la pena con misure alternative abbatte la recidiva al 5%. Il crimine, dal punto di vista della giustizia riparativa, viene visto anche come qualcosa che provoca la rottura di aspettative e legami sociali, e per questo ci si può attivare per tentare di ricomporre questa frattura.

Non solo aspetti culturali e sociali che sono poi la vera sfida affinché si possa guardare e accettare la giustizia riparativa, ma ci sono aspetti normativi, giuridici, aspetti professionali intrinsechi, così ne ho voluto parlare con l’avvocato penalista ed assistente presso la cattedra di diritto penale all’Università degli Studi di Salerno, Stanislao Sessa, a cui ho posto delle domande per capire meglio e dal piglio giurisprudenziale la mediazione penale.

Avvocato in questi giorni è al vaglio della Commissione Giustizia lo schema del decreto recante le disposizioni in materia di giustizia riparativa e mediazione     reo-vittima. Ci vuole illustrare in cosa consiste e come dovrebbe svolgersi la mediazione in ambito penale?

Anzitutto vi è da rimarcare che, sostanzialmente, la commissione di un reato apre un conflitto — purtroppo spesse volte insanabile — tra l’autore e la persona offesa, comportando una lacerazione di legami sociali che spesso richiede di vagliare istanze non delegabili di riparazione e di responsabilizzazione, essenziali ai fini di una corretta tutela del patto sociale. La peculiarità di questo processo riparativo e responsabilizzante, consiste nel contatto diretto (o anche indiretto) tra vittima ed autore del reato, prendendo in considerazione gli aspetti comunicativi e relazionali tra le parti e affrontando, se del caso, le conseguenze civili del reato in termini riparativi. Ovviamente per avviare e svolgere una proficua mediazione penale, è necessario il consenso delle parti al fine di far evolvere la loro interazione conflittuale verso un accordo soddisfacente per entrambe. Si è — nel caso della mediazione — in presenza di una forma di Giustizia che definirei “atipica”, in quanto non avente il consueto carattere retributivo che, per sua natura, assume quale oggetto dell’azione giudiziaria il reato e quale finalità l’accertamento della colpevolezza e la giusta punizione del reo con la garanzia, per quest’ultimo, dell’applicazione di una pena proporzionata alla gravità del reato. Siamo, a contrario, dinanzi ad una forma di Giustizia riparativa, totalmente antitetica rispetto a quella “ordinaria”, in grado di offrire al reo la possibilità di porre rimedio al danno cagionato alla vittima e favorirne la reintegrazione, nella comunità, attraverso un processo in cui l’obiettivo primario sarà la ricostruzione del legame sociale, prima facie compromesso dalle conseguenze dannose derivanti dal reato. Ordunque, la Giustizia riparativa ha come oggetto i danni provocati alla vittima, in quanto diretta conseguenza del reato, ed ha come obiettivo l’eliminazione di tali conseguenze attraverso l’attività riparatrice intrapresa dall’autore del reato. All’interno di tale modello, particolare valore assumono le parti — reo e vittima —, mentre un ruolo centrale ed operativo sarà assunto da una figura terza ed imparziale: il Mediatore.

Avvocato la giustizia riparativa richiama il ruolo di varie figure professionali, come si inserisce il ruolo del legale, ed invece, quali competenze e capacità dovrebbe avere un Mediatore penale?

Per riallacciarmi compiutamente a quanto testè affermato, più che la centralità della figura dell’Avvocato — che, essenzialmente, assume il ruolo di portavoce delle istanze di una parte privata — rimarcherei e sposterei il focus sul binomio Giudice-Mediatore. Infatti, su invito del Giudice, le parti potranno avvalersi dell’operato di un Mediatore-Conciliatore professionista che le guiderà verso una soluzione condivisa della controversia. Dunque non sarà più una sentenza a decidere il giudizio — come avviene nell’odierna realtà processuale — ma saranno le parti, con l’ausilio del Mediatore a raggiungere un’intesa, senza subire gli strascichi di una decisione giudiziale, di talché affidarsi ad un programma di mediazione penale significa diventare artefici dell’andamento del proprio processo. In questi casi, come detto, centralità assoluta riveste la figura del Mediatore, nella misura in cui deve assumere una posizione decisamente neutrale ed equidistante dalle parti in causa. Il suo ruolo è quello di facilitare la comunicazione e garantire il rispetto reciproco, senza imporsi in alcuna decisione che vittima e reo assumono congiuntamente e disgiuntamente, in piena autonomia e con l’assistenza del Mediatore. Particolare attenzione dovrà essere dedicata alla formazione dei Mediatori penali, ovvero coloro che realizzano i programmi di giustizia riparativa. Dovrà trattarsi, quindi, di figure professionali, particolarmente qualificate per esercitare il ruolo, in possesso di almeno una laurea universitaria triennale in vari settori e materie disparate (ad esempio quelle giuridiche, pedagogiche, psicologiche o socio-umanistiche) ovvero iscritti a un ordine o un albo professionale con specifica esperienza in relazione alle predette materie.

Avvocato crede che possa risultare utile ed efficace alla giustizia penale la figura di un Mediatore?

Ritengo sia ancora prematuro poter rispondere in maniera esaustiva a questo quesito. In via preliminare posso affermare, però, che il linguaggio del Giudice è essenzialmente quello di chi deve decidere quando il conflitto non può essere sanato, poiché egli decide ed ha l’ultima parola, sulla scorta del dettato normativo. Invece, al contrario, la mediazione, per essere tale, deve parlare un altro linguaggio, quello “del potrebbe essere diversamente”, che non è certo il linguaggio del Giudice. Dunque il linguaggio del Mediatore — che è quello della “possibilità alternativa” — è lontano oltre che da quello del Giudice anche da quello dell’Avvocato poiché, rispettivamente, l’uno è “chi deve decidere”, l’altro “chi deve difendere e rappresentare”. Pertanto, quando come molto spesso accade il Giudice o l’Avvocato s’improvvisano mediatori, se non acuiscono ulteriormente i sentimenti negativi provocati dall’evento reato, riescono ad ottenere un “effimero falso accordo” dettato e finalizzato alla convenienza, giacché collegata a una determinata situazione. Penso anche, però, che la notoria “litigiosità” degli italiani possa in qualche modo minare la buona riuscita ed il buon andamento dell’istituto, atteso che sia quantomeno una strada in salita, anche effettuando un raffronto, non proprio esaltante, con la mediazione in ambito civile. Ed infatti proprio in ambito civile, il processo di mediazione (sotto forma di tentativo di conciliazione obbligatoria, esperito presso l’organo di conciliazione istituito presso ogni Consiglio dell’Ordine) ha fallito le aspettative, nella misura in cui un numero ristrettissimo di procedimenti termina in questa fase, per così dire “preliminare”.

Mi permetta Avvocato, nonostante lavori nell’ambito sociale e creda nel reinserimento del reo, faccio un po’ fatica — ed ipotizzo anche l’opinione     pubblica — ad immaginare che in vicende complesse e delicate, dove essenzialmente si ha “sete” di giustizia, vi possa essere un “incontro” tra il reo e la persona offesa. Dal Suo osservatorio, in questi casi come si può innestare il fenomeno della mediazione?

Sicuramente la mediazione penale — che contempla programmi tra vittime e autori di reato — va al di là della negoziazione e della conciliazione. Nella mediazione penale, dove l’asimmetria delle parti costituisce un fattore specifico, lo scopo è quello di far avvicinare ciò che di regola è considerato inavvicinabile, ossia la vittima e il reo, e di accogliere ciò che  non trova accoglienza nella nostra società, ossia la sofferenza e il disordine. In questo ambito nacque e si perfezionò il “metodo” della “mediazione umanistica” della sociologa J. Morineau, che consente ai protagonisti di comprendere lo svolgersi degli eventi, la loro responsabilità e scoprire la propria capacità di cambiare atteggiamento. Tale trasformazione avviene quando viene toccata la parte più elevata dell’uomo, quella spirituale. La mediazione penale è, dunque, un percorso di incontro, confronto e dialogo tra il reo e la vittima del reato, per permettere il passaggio dalla violenza al riconoscimento della sofferenza, dal disordine alla costruzione di un nuovo ordine. Quale procedura, volontaria, informale e flessibile, permette, ove possibile, di evitare la pena e, in certi casi, anche il processo “cercando di superare la logica del castigo”. In conclusione, vedo con favore tale novella legislativa, nel convincimento che trattasi di ulteriore tentativo di ridurre il malcontento delle vittime dei reati nei confronti di una giustizia lenta ed inadeguata a rispondere, in tempi civili, alla richiesta di giustizia, che troppo spesso s’infrange contro lo scoglio della prescrizione. Si è voluto così decongestionare il carico di lavoro gravante sugli uffici giudiziari penali, nei reati ove vi siano dei danni risarcibili, creando un canale che dia ad entrambe le parti contrapposte un beneficio: al reo indiscutibili benefici che dovrà “guadagnare” risarcendo il danno arrecato con la commissione del reato.

In collaborazione con l’avvocato penalista e assistente alla cattedra di diritto penale dell’Università di Fisciano, avvocato Stanislao Sessa.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Decreto sicurezza, le proposte di Salvini e le sfide delle Ong e dei contrari

untitled 2Ha incassato il voto all’unanimità il decreto che porta la firma del vicepremier Matteo Salvini, che ha visto il “suo” decreto approvato, introducendo importanti novità in tema di sicurezza, immigrazione, gestione dei beni confiscati alla mafia e protezione internazionale. Ora il decreto passerà al vaglio del Quirinale per il parere del Presidente della Repubblica che se lo firmerà diventerà atto avente forza di legge, che avrà bisogno di essere ratificato entro sessanta giorni da entrambe le aule parlamentari, altrimenti il suo valore sarà nullo. “Disposizioni urgenti –titola l’atto- in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la gestione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.” La dicitura serve a giustificare l’atto che è stato direttamente emanato dal Governo in quanto atto urgente avente forza di legge senza passare per il Parlamento. Quello cui punta la nuova legge è ridurre il numero di concessioni del diritto d’asilo eliminando il permesso di soggiorno per motivi umanitari, introducendo una tipizzazione dei casi di tutela complementare, con precisi requisiti per i soggetti interessati. La protezione umanitaria viene sostituita da “sei permessi speciali”: vittime di grave sfruttamento, motivi di salute, violenza domestica, calamità nel Paese d’origine, cure mediche e atti di particolare valore civile. Inoltre, il decreto, propone la revoca del diritto d’asilo per chi delinque, la revoca dalla cittadinanza per chi viene condannato per terrorismo e il raddoppiamento del periodo in cui è possibile che un immigrato possa essere tenuto nei centri per il rimpatrio (CPR) in modo da poter contrastare la clandestinità evitando la dispersione di irregolari sul territorio nazionale. Si parla poi dei casi specifici in cui il permesso di soggiorno e la cittadinanza possono essere revocati e gli stranieri espulsi. La protezione internazionale viene negata o sospesa dopo una condanna in primo grado per i reati di violenza sessuale, lesioni gravi e rapina, violenza a pubblico ufficiale, mutilazioni sessuali, furto aggravato e traffico di droga. Previsti provvedimenti analoghi anche in caso di pericolosità sociale seppure l’immigrato non sia ancora stato condannato. Per chi subisce una condanna in via definitiva per reati di terrorismo è prevista la revoca della cittadinanza acquisita e l’espulsione immediata. In tema di rimpatri, almeno sulla carta, cambia tutto. Nei centri di permanenza per il rimpatrio gli stranieri potranno ora stare fino a 180 giorni, prima era di 90 giorni, affinché in quel periodo di tempo, possa essere organizzata l’effettiva esecuzione della misura ed è prevista la costruzione di nuovi centri, gli attuali possono ospitare sino ad un massimo di quattrocento persone. Prima del decreto al trascorrere dei novanta giorni, se il migrante non era ancora stato rimpatriato non poteva essere più tenuto nel centro e, seppur privo di permesso di soggiorno, veniva lasciato andare. Il decreto prevede la riduzione dei progetti di inclusione sociale e integrazione. Solo i titolari di protezione internazionale ed i minori stranieri non accompagnati hanno diritto a seguire i progetti di integrazione ed inclusione sociale previsti dal sistema. Inoltre, i richiedenti asilo, potranno essere accolti solo nei “Centri di accoglienza secondaria” e nei “Centri di accoglienza per richiedenti asilo”. Oltre al pacchetto immigrazione il decreto introduce novità in fatto di sicurezza urbana. Il cosiddetto braccialetto elettronico potrebbe essere introdotto per reati quali stalking e maltrattamenti; i vigili urbani delle grandi città verranno dotati di taser, pistola elettronica in vi di sperimentazione in queste settimane, il Daspo, sarà esteso anche a chi è indiziato per reati di terrorismo. Il Daspo diventerà anche urbano col divieto di avvicinarsi ad ospedali, scuole, aree dove si svolgono mercati o fiere per tutti gli indiziati di terrorismo. Chiude il pacchetto l’idea di inasprire le pene per chi occupa abusivamente gli immobili e nuove norme che permettono il miglioramento della gestione dei beni confiscati alla mafia. Contrastato, discusso e “inequilibrato” per molti, che ritengano che il decreto sicurezza avrà effetti opposti a quelli che vorrebbe ottenere sulla carta. Scettici anche i sindaci che temono un abbandono delle periferie e una totale mancanza sul territorio di progetti d’inclusione. In disaccordo anche “medici senza frontiere” che parla di un decreto orientato a smantellare ulteriormente il sistema di accoglienza italiano, già fragile e precario, a prolungare la detenzione amministrativa di persone che non hanno commesso alcun crimine, e a ridurre le protezioni attualmente disponibili per persone vulnerabili. “Un ulteriore passo nelle politiche migratorie repressive del governo italiano, volte a un indiscriminato arresto dei flussi e alla criminalizzazione della migrazione, in mare e in terra, e senza alcun interesse per la vita, la salute e la dignità di migliaia di uomini, donne e bambini” – ha dichiarato il capomissione MSF in Italia. Sembra proprio che lasci discutere molto questo nuovo decreto che in realtà abbandona il lato umano e solidale, tratto caratteristico dell’Italia. Il problema immigrazione và affrontato e con i paesi dell’Unione Europea, perché si tratta di vite umane che necessitano di protezione ed assistenza, non di repressione, che è giusta nel momento in cui c’è da punire la commissione di un reato. C’è da chiedersi se un decreto che rivede la sicurezza e le misure di integrazione riesca a gestire e ad operare in un’altra ottica l’immigrazione. A posteri ardua sentenza.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bambini dietro le sbarre, l’infanzia con mamma reclusa tra le mura di un penitenziario

untitled 2E’ morta sul colpo la piccola Divine di quattro mesi, lanciata dalla mamma dalle scale del nido del carcere di Rebibbia, avviato l’iter per la morte cerebrale per il fratello di due anni. Sulla mamma, 33 enne di origini tedesche pende ora l’accusa di duplice infanticidio, è piantonata all’ospedale Pertini di Roma, pare abbia dichiarato al suo legale “i miei bambini adesso sono liberi,” apparendo consapevole del gesto compiuto; nel frattempo, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha sospeso i vertici del carcere. La cronaca riporta alla luce il tema dei bambini reclusi insieme alle loro mamme nei penitenziari italiani. Sono 62 i bimbi, con 52 mamme, attualmente presenti nelle carceri italiane. Dal 2007 sono stati creati in Italia cinque Icam (istituti di custodia attenuata per detenute madri), più vicini ad un asilo che ad una prigione, per ridurre al minimo i traumi dei più piccoli. Poche per troppi bambini reclusi. Nascere e crescere chiusi dietro le sbarre: sono i figli neonati delle detenute nei carceri femminili italiani, a cui la legge permette di vivere coi propri figli all’interno della struttura fino al compimento dei tre anni. Non è un modo di dire, poiché il giorno stesso del compleanno il bambino viene prelevato dalla struttura dove vive con la madre e affidato ad altre cure, nella migliore delle ipotesi alla famiglia d’origine. Una vita, quella dei piccoli, modulata sulle dinamiche della detenzione adulta, con le stesse sbarre, gli stessi colori, i pochi spazi e il problema del superaffollamento. E così capita che un bambino debba crescere dietro le sbarre, scontando una pena che non ha commesso, a volte anche da solo, senza altri bambini. A questi piccoli si aggiungono quelli che ogni giorno entrano in carcere per far visita al genitore detenuto: 100 mila ogni anno in Italia, sottoposti a perquisizione prima di entrare, proprio come gli adulti, e spesso sono costretti a incontrare il genitore in spazi grigi e chiusi. Tutto previsto dall’ordinamento penitenziario del 1975, mentre una legge che dispone diversamente esiste, ed è la legge 62 dell’aprile 2011 che introduce due alternative alla detenzione per questi bambini. La prima di queste opzioni sono gli Icam (Istituti a custodia attenuata per detenute madri con prole fino a tre/sei anni) che sebbene siano carceri, a livello edilizio sono comunque più simili a una casa normale, anche se la donna vive la propria quotidianità da detenuta. La seconda alternativa al carcere vero e proprio sarebbero, invece, le famose case famiglia protette, che dovrebbero essere destinate a donne che non hanno la possibilità di ripristinare la normale convivenza con il figlio per mancanza di un domicilio. Eppure la legge del 2011 urla con le sue misure alternative che i bambini in carcere non devono starci. Chi nasce e cresce in detenzione soffre di gravi deprivazioni sensoriali. La vita di un minore in carcere è uno schiaffo ai suoi diritti, il mondo è visto dalle sbarre di un penitenziario tra urla, sofferenze, storie di vita non facili, colori spenti, giochi monotoni e in luoghi chiusi e angusti, a volte in stanze piccole, per motivi di spazi, mentre fuori c’è il sole, la vita, i parchi giochi e poco oltre il mare. Il carcere non è il luogo dove poter essere madri, non è possibile gestire i propri figli, crescerli secondo criterio. I tempi, i modi, le compatibilità sono decisi altrove. E anche le esperienze significative, l’esplorazione del mondo, avvengono con altri. Come i volontari che operano in molti penitenziari, che nel fine settimana portano fuori dalle mura carcerarie i piccoli, che aspettano con gioia queste giornate. Ma arrivano poi le angosce, la paura di non tornare più dalla mamma o quella di non uscire più. Le madri sbagliano ma i bambini ne pagano le conseguenze in ambienti inidonei all’infanzia e alla possibilità di essere madri. La legge c’è ed è quella del 2011 che pensa a luoghi senza sbarre, armi o divise. Possibili soluzioni che ad oggi sono ancora utopia in un paese che non guarda ai diritti dei più piccoli, negandogli un’infanzia serena, spensierata, ma fatta di celle, di ambienti piccoli, di spazi verdi inesistenti, con un impatto psicologico non indifferente: a questi bambini vengono negati gli affetti, l’amore dei familiari, la possibilità di socializzazione, ma ancora la possibilità di conoscere il mondo, la curiosità e la scoperta tipici dei primi anni di vita. La vita tra le sbarre per un bambino si traduce anche in difficoltà di linguaggio, a volte imparano parole, gesti, atteggiamenti da adulti. Possono riscontrare difficoltà di inserimento in classi di bambini, possono essere iperattivi, sviluppare aggressività. Inoltre, l’istituto di pena spesso è l’elemento ostacolativo tra il bambino ed il genitore. L’istituto penitenziario non è il luogo adatto per un incontro, spesso sono gli assistenti sociali o anche il giudice a non concedere l’autorizzazione per un incontro ravvicinato tra madre e figlio, quando viene concesso, i bambini subiscono l’impatto con la realtà e vengono trattati dagli agenti come adulti, ritrovandosi nelle grandi stanze del parlatorio ad incontrare i loro genitori, senza privacy, senza possibilità di gioco. Bambini che vivono da piccoli realtà che solo un adulto può accettare e comprendere, fanciulli a cui l’infanzia viene concessa sotto reclusione, perché mamma sconta la pena e per riflesso anche suo figlio. C’è bisogno di avvicinarsi alla pena degli adulti con gli occhi di un bambino, perché le colpe degli adulti non possono ricadere sui più piccoli e l’infanzia non può e non deve essere negata o filtrata. Bambini a cui lo Stato deve garantire un’infanzia oltre le sbarre.

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Gli alunni si allontano dalla scuola. Italia maglia nera della dispersione scolastica

untitledLa crisi arriva tra i 16 ed i 17 anni: ci si sente grandi e le regole vanno strette, la scuola appare pesante e faticosa, noiosa, distaccata dalla realtà, i professori, degli adulti che guadagnano poco e si sgolano in classe per ore, e il lavoro poi, per un giovane è un miraggio, una chimera, i pomeriggi a studiare o non studiare è infondo lo stesso. E’ l’esercito di quei sedicenni che un giorno hanno detto “no” alla scuola. Quei ragazzi che una mattina hanno deciso di non entrare più in classe, di buttare alle ortiche libri, quaderni, interrogazioni, compiti in classi e giudizi. Ma anche le cose belle della scuola: gite, amici, sport. Un numero enorme di giovani lascia la scuola, oltre 3 milioni di studenti, in vent’anni, una fila lunga da Domodossola a Canicattì, causando quello che viene chiamata “dispersione scolastica” o più comunemente “evasione scolastica”. Secondo uno studio di “Tuttoscuola”, l’Italia è maglia nera della dispersione scolastica. Il numero più elevato in Sardegna con il 33%, seguita dalla Campania col 29,2%. Il Nord Ovest ha la stessa dispersione del Sud (25%). Eppure studiare conviene: i disoccupati con la licenza media sono il doppio dei diplomati ed in quadruplo dei laureati, inoltre, lo studio incide sulla salute, riducendo i costi per la sanità, comporta meno criminalità e meno costi per la sicurezza. Le cause dell’abbandono possono essere molteplici, e soprattutto una scelta degli studi superiori poco orientata e seguita, che spesso favorisce il verificarsi di tale fenomeno. L’evasione scolastica è un fenomeno complesso che comprende in sé aspetti diversi e che intessa l’intero contesto scolastico-formativo. Il fenomeno, intreccia due problemi: il soggetto che tende a disperdersi nella società, a trascorrere più ore in strada, diventando un facile bersaglio della criminalità organizzata; e quello relativo al sistema che produce la dispersione. Aspetti soggettivi: si preferisce il lavoro già alla tenera età alla scuola ed aspetti macro-sociali: non è facile convincere le famiglie ed i ragazzi che a scuola vale la pena andarci, che a scuola si cresce, si cambia, si diventa cittadini. Da Nord a Sud, dai quartieri alle città si susseguono le segnalazioni di presidi ai servizi sociali, centinaia di genitori vengono denunciati, specie al Sud, connotando una vera fuga dai banchi di scuola, che a vent’anni, nell’età adulta si ritrova spaesato e senza un titolo di studio. Perché se è vero che i titoli valgono a ben poco non averli significa esserne fuori, diventare invisibili, pronti ad entrare nell’esercito dei “Neet”, quegli oltre due milioni di giovani italiani tra i 15 ed i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non hanno formazione. Sono gli esiliati. Gli inoccupati. Gli sfiduciati. C’è chi si aliena davanti al computer oltre 134 mila giovani in più espulsi o autoespulsi dal mondo produttivo.
C´è chi trascorre ore davanti al computer, nello stile degli hikikomori, adolescenti che decidono che il mondo è nella loro camera da letto e nei rapporti virtuali della rete. Oppure ci sono quei giovani che incontri al centro commerciale: passano il tempo guardando le cose, le merci, gli oggetti, ma non spendono, perché i soldi non li hanno, e i pochi a disposizione servono per il cellulare. Non solo i potenziali “neet” tra coloro che abbandonano la scuola, perché il fenomeno interessa anche il nord Italia, regioni da sempre più ricche, dove il lavoro c’è ancora. I teeneger del Nord Est lasciano la scuola per andare in bottega. Vengono ribattezzati come i “fuggitivi più fortunati”, perché chi lascia la scuola senza un paracadute, senza un’ideale del domani rischia la deriva, il branco, rischia di deprimersi, chiudersi, isolarsi. La dispersione scolastica è un urlo straziante e silenzioso al tempo stesso di tanti giovanissimi abituati agli agi e ai comodi, o semplicemente poco stimolati, confinati in una creatività fatta di social network e di tecnologia, ma una creatività non loro, che giorno dopo giorno spegne il loro potenziale, le loro idee personali che si omologano agli altri. Bisogna saper intercettare i segnali prima che sia troppo tardi. La scuola ha bisogno di fondi ma anche di adattarsi alle esigenze dei ragazzi. In alcuni quartieri di Napoli per combattere la dispersione scolastica, gli insegnanti da tempo concordano con i ragazzi programmi di studio più adatti, per stimolarli, per avvicinarli alla scuola. E’ fondamentale ascoltare i ragazzi e coinvolgere i genitori. La scuola deve creare iniziative e progetti: corsi musicali, teatrali, laboratori, rendiamo la scuola un contenitore di vita e non soltanto di nozioni. Bisogna però rafforzare l’impegno contro la dispersione scolastica replicando le azioni positive già avviate e migliorando il rapporto tra le istituzione scolastiche e i servizi sociali, cercando di costruire percorsi comuni con tutti i soggetti esterni che lavorano con la scuola: terzo settore, associazioni, singoli volontari e che passano anche per il coinvolgimento dei genitori e per l’apertura della scuola al territorio circostante. Non è difficile creare una scuola per tutti, c’è bisogno di fare rete, unendo le energie, le forze e le risorse umane e finanziarie.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Duplice suicidio nel salernitano, gli aspetti sociali e psicologici della vicenda

untitled 2Trova la figlia morta e si lancia nel vuoto. La tragedia in un mattino di fine agosto sconvolge e lascia sotto shock la città di Pagani, in provincia di Salerno. Sono morte a distanza di poche ore mamma e figlia, unite da un dolore comune, legate anche dal dramma di un gesto estremo: all’alba di ieri un’ex infermiera della cittadina salernitana si è lanciata dal terzo piano della sua abitazione del centro storico della città, dopo aver rinvenuto il corpo della figlia, ventiseienne, priva di vita nel suo letto. Una storia familiare dolorosa, fatta di malesseri e stati depressivi, difficoltà che si acuivano mentre il malessere interiore logorava le loro vite, chiuse nell’estrema riservatezza. Pochi mesi fa, si racconta, c’era stato un altro episodio: atti di autolesionismo a cui fece seguito un intervento tempestivo. Madre e figlia, insieme, in un legame indissolubile, stessa strada nella cura come nella morte. Insieme nel viaggio tempestoso e problematico della vita ed insieme anche nella morte. I racconti umani delineano il profilo di due donne discrete, educate, composte, chiuse nella loro riservatezza e nel percorso di rinascita della vita che le ha viste unite anche nel tragico gesto , del fine vita. Oltre la cronaca, oggi però si punta il dito sui professionisti che da tempo seguivano le donne: erano in carico ai Servizi Sociali Comunali e al Dipartimento di Salute Mentale, professionisti che hanno fatto tutto quanto in loro potere per tentare di offrire soluzioni e sostegno. Non entrerò negli aspetti procedurali o nel singolo episodio, ma è giusto far chiarezza anche sotto gli aspetti professionali che vengono messi in discussione in queste ore e nell’immediato accaduto di episodi simili. Quando, gli organi di stampa, riportano la dicitura “erano seguiti dagli assistenti sociali”, si pensa a dei servizi latenti o assenteisti. L’immagine che si configura è quella di una lotta tra l’opinione pubblica e gli operatori sociali, nemici e rivali, il cui oggetto del contendere è una storia che merita rispetto ed una morte che merita la sua privacy anche nell’ultimo drammatico atto della vita. Voglio fare alcune riflessioni di carattere generale. La versione dei fatti che si mormora è ovviamente unilaterale, si ferma al chiacchiericcio di strada. Gli operatori sociali, gli esperti del settore socio-sanitario e i magistrati non possono replicare perché, altrimenti rivelerebbero notizie del fascicolo di soggetti in carico, notizie davvero delicate, talvolta drammatiche, e comunque destinate solo ai canali istituzionali. Per cui non aspettatevi l’assistente sociale nel salotto televisivo che replica o una smentita ad una notizia, perché sarebbe deontologicamente scorretto. Mentre, si racconta di aver fatto poco o di averlo fatto male, nessun operatore sociale potrà replicare, difendere il proprio operato, perché si tratta di un lavoro umanamente bello ma alquanto complesso e difficile, perché non è facile seguire le vite contorte, difficoltose, arrovelliate, di chi attraversa un momento di vita non facile, difficile è poi intraprendere un cammino con il proprio utente, che serba timori, paure, perplessità ed ha soprattutto i suoi tempi per fidarsi, aprirsi e vedere l’assistente sociale come “l’estraneo di fiducia”. Esiste poi una tutela legislativa alla riservatezza dei fatti, alla quale nessun operatore socio-sanitario può sottrarsi. Come si vede, i problemi sono molti e di notevole spessore, che restano in bilico con la tentazione di assecondare la curiosità e l’emotività dell’opinione pubblica. Non solo un aspetto sociale ma anche psicologico delinea la vicenda, è così che ho deciso, credendo fortemente e fermamente nell’integrazione professionale e nel lavoro d’equipe di consultare un’abilitanta in psicologia, laureata in psicologia cognitiva, con esperienze di tirocinio al Dipartimento di Salute Mentale di Nocera Inferiore, la dottoressa Verdiana Abitudine con la quale ho cercato di approfondire la tematica del suicidio e gli aspetti psicologici correlati.

1. Dottoressa il caso del duplice suicidio di Pagani ha scosso l’intera comunità che incredula si chiede come sia potuto succedere. Cosa scatta nella psiche umana, perché si arriva a pensare e a compiere il suicidio?

Il suicidio viene considerato dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la seconda causa di morte in Italia dopo gli incidenti stradali, e nel mondo oltre 800.000 persone all’ anno muoiono per la medesima causa. Sono casi che destano sempre tanto sgomento e la prima domanda che ci si pone è : “perchè lo ha fatto?”. Ebbene è sempre un compito difficoltoso rispondere con esattezza a questa domanda, perchè ogni caso è a sè e dietro ognuno si celano le più svariate motivazioni: che sia la presenza di un nucleo depressivo, ansioso, un disturbo psicotico, una sofferenza che attanaglia la propria vita, un periodo di marcata vulnerabilità psicologica; insomma, anche se la motivazione è differente da caso a caso c’è comunque un fattore che accomuna tutte queste tristi vicende ovvero uno stato di “disperazione”, per cui il suicidio viene delineato come l’unica via di fuga da un’ insostenibile situazione dolorosa, un problema apparentemente irrisolvibile che chiude le finestre del futuro e non lascia entrare alcuno spiraglio di luce; infatti non è la situazione in sè ad essere così grave quanto l’importanza che gli si attribuisce. Per questo motivo il tentativo di effettuare a posteriori un’autopsia psicologica potrà fornirci un quadro solo parzialmente adeguato, salvo qualche minima percentuale di casi in cui al gesto siano precedute minacce o risultino pervenute le motivazioni del suicida stesso attraverso lettere o altri strumenti.

2. Sappiamo che le due donne erano seguite dal Dipartimento di Salute Mentale, l’opinione pubblica spesso si chiede come possa accadere un evento del genere quando si è seguiti da dei professionisti, ci può spiegare meglio lei?

Il gesto suicidario non è mai prevedibile e forse nei rari casi in cui ci si trova di fronte a palesi minacce di suicidio, si tratta di semplici “tentativi” inscenati sottoforma di richiesta di aiuto e ricerca di attenzioni, nei quali casi possiamo trovare ancora nell’individuo la speranza di un miglioramento, un voler vedere dopo cosa succede, cosa cambia. Nel caso specifico la ragazza era seguita dal DSM, ma non sempre le vittime hanno il coraggio di chiedere aiuto e rivolgersi a figure professionali con le quali intraprendere specifici percorsi. Molteplici, infatti, sono i casi di impensabili vittime, anche giovani, che non hanno dato pregressi allarmi di ritiro sociale, di richiesta di aiuto nemmeno in famiglia, di periodi difficili e che da un giorno all’altro lasciano oltre al dolore della loro perdita anche l’incredulità delle persone che “mai si sarebbero immaginati, proprio lui!”. Tutto questo per dire che il primo passo da compiere in assoluto è rivolgersi a psicologi e psicoterapeuti i quali, con appositi percorsi, sostengono i pazienti nelle loro vicissitudini quotidiane perchè, ci tengo a sottolinearlo, “NO, non è una vergogna rivolgersi ad uno psicologo”, non è sinonimo di debolezza e non si tratta di una stigmatizzazione! in terapia si può lavorare su sè stessi, eventualmente lottare contro istinti suicidi, mascherati e non, attraverso dei programmi di rafforzamento delle proprie risorse personali, delle proprie capacità di fronteggiare gli stressors della vita, di aumentare la propria resilienza ma si tratta di processi che richiedono tempo, costanza e determinazione oltre che un precoce intervento.
3. Normalmente qual è il percorso che segue una persona in carico al DSM?

I dipartimenti di salute mentale offrono percorsi di sostegno di vari approcci a seconda delle esigenze dell’utenza, con equipe multidisciplinare che si avvale dell’uso di strumenti testistici per l’inquadramento approfondito del paziente in modo da proporre interventi personalizzati presso psicoterapeuti o, eventualmente, terapie farmacologiche con psichiatri. Inoltre l’equipe infermieristica provvede alla continuità della terapia farmacologica sia in loco che domiciliare per garantire a coloro che sono impossibilitati le cure prescritte.

4. Nel caso specifico, la madre pare abbia rinvenuto il cadavere della figlia suicida, dopodiché ha deciso di togliersi anche lei la vita. Spesso i genitori si trovano dinanzi la morte di un figlio, come è possibile sopravvivere ad uno choc del genere ed in che modo posso essere aiutati nell’elaborare il loro lutto?

Quando un individuo attua un suicidio crea un sistema luttuoso con ripercussioni sull’intera società e sui conoscenti della vittima. I genitori, ovviamente, vivono una situazione traumatica incomparabile rispetto a quella comune e difficilmente elaborabile, al punto da persistere anche oltre 12 mesi configurandosi come “lutto complicato” con connotazioni patologiche. L’esperienza è devastante per il genitore che perde il senso della sua esistenza e pertanto andrebbe tempestivamente programmato un intervento di sostegno per consentire l’elaborazione del lutto. Dunque non è semplice ma non deve essere impossibile il superamento di un episodio traumatico di questo genere, anche se nel caso specifico non conosciamo ancora dettagliatamente le dinamiche, mi verrebbe da dire che si tratti di un gesto impulsivo di una madre che vede scomparire per sempre la sua, forse, unica ragione di vita.

5. Il lutto di un suicidio colpisce anche il professionista che ha in cura il paziente, quali sono le principali reazioni dei professionisti al suicidio di un paziente?

Purtroppo la notizia del suicidio di un paziente ha sempre un’alta risonanza per lo psicologo come per l’intera società e si accompagna spesso a sensi di colpa, tristezza, rabbia oltre che un senso di fallimento che va ad inficiare l’autostima. Nel 90% dei casi i pazienti suicidi compiono il gesto nel momento in cui non si trovano più in terapia perchè hanno interrotto o terminato, ciò non esclude che sia improbabile che accada anche a chi continua il percorso terapeutico. Di certo non va sottovalutata la possibilità di programmi di sostegno o prevenzione terziaria rivolta ai sopravvissuti e quindi anche al terapeuta qualora ne avesse esigenza.

6. Per chi ha rinvenuto il cadavere della madre o ha visto il corpo in terra senza vita è senza dubbio un’esperienza difficile, cosa consiglia per chi ha assistito a quell’immagine?

Anche in questo caso stiamo parlando di un episodio altamente stressante, per quanto ognuno abbia una soglia di impressionabilità differente dalle altre, rinvenire un cadavere e trovarsi di fronte a scenari così forti mette a dura prova gli operatori i quali potrebbero manifestare, a venire, diverse risposte sintomatiche che andrebbero ridimensionate affinchè non causino compromissione in ambito socio-lavorativo, e anche in questo caso la soluzione che consiglio è rivolgersi a psicologi e psicoterapeuti in modo da condividere l’esperienza traumatica e risponderle in modo efficace.

Con la collaborazione di Verdiana Abitudine, dottoressa laureata in psicologia clinica

(Pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)
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Paure e angosce post dramma. Ecco perché le tragedie ci fanno paura

untitledRabbia, impotenza, senso dell’assurdo. Sono questi i sentimenti che si provano in questi giorni drammatici e tragici che l’Italia sta vivendo. Perché il terremoto lo puoi accettare. Anche se in queste ore in cui il Sud Italia è attraversato da uno sciame sismico, la paura tiene in allerta. Un ponte che cade davanti, addosso no, è impensabile. E’ qualcosa di difficile da elaborare, anche perché di strade e di ponti ogni giorno ne attraversiamo tanti, consapevoli di una scarsa manutenzione e coscienti di essere esposti a qualche rischio. Tutta Genova avrà bisogno di assistenza psicologica e tempo per sanare una ferita così profonda. Ma, non solo la città di Genova, tutti noi abbiamo bisogno di elaborare il senso di rabbia e di impotenza: è naturale e legittimo. Rabbia, impotenza e paura, che hanno radici profonde: prima, la morte di un uomo di successo, ricco e invidiato, che se ne va di colpo, lasciandosi tutto alle spalle. Ori e stracci: la ricchezza, il successo, l’invidia e l’adulazione. Il crollo, poi, improvviso di un ponte che inghiottisce sogni, passioni, amori e affetti. Infine, lo sciame sismico che smuove il Sud Italia e nella mente della gente riaffiora la paura del terremoto dell’Ottanta. Episodi di vita accentuati dalla fatalità che fanno scattare in tutti noi un sentimento quanto normale e comprensibile: la paura, che si accentua con le immagine dei media, con le ore che passano e sanciscono altre morti, con i social che lanciano paure e allarmismi: foto e commenti, la richiesta di non attraversare ponti a rischio. Per un attimo diventiamo ingegneri e giudici, alimentando l’ondata di fobia dei ponti, delle morti improvvise. Proteggersi dalla sovraesposizione di immagini e notizie, cercando di recuperare calma e tranquillità. E’ il primo passo per non farsi prendere dal panico e dalla paura comprensibili ma ingiustificati. La paura non può e non deve paralizzarci, ma diventare arma di reazione. Incidenti come quello di Genova, hanno un fortissimo impatto sull’opinione pubblica perché comportano un elevato numero di morti e feriti. Ma ciò non toglie che sono e rimangono eventi molto rari. In situazioni tragiche come queste, purtroppo, la rete, amplifica la paura e favorisce il dilagare del panico. E, invece, bisognerebbe considerare l’estrema rarità di questi eventi. Non è vero che la rete stradale è insicura, perché altrimenti avremmo disastri quotidiani, visto l’altro numero di viaggiatori quotidiani. Per cui, è bene non sovraesporsi ad immagini e notizie che di continuo in questi giorni sono trasmesse. Passare ore su internet a cercare informazioni non fa altro che aumentare il senso di insicurezza. Anche le storie dolorose che in questi momenti sono raccontate, facilitano il meccanismo di identificazione di milioni di persone, potenziali vittime di terzo livello di questo evento. Esiste, infatti, anche un traumatismo secondario legato proprio all’identificazione con le vicende delle vittime. Soprattutto, facciamo attenzione ai bambini, la cui sensibilità è molto accentuata. I genitori sono fondamentali, da loro devono sapere che avere paura è normale, è naturale, bisogna lasciarli esprimere le loro emozioni tenendo conto che dopo un simile trauma possono avere qualche regressione e magari fare pipì a letto. Davanti alle loro domande, ai mille perché di una tragedia bisogna cercare di dire la verità senza commenti: “il ponte è caduto perché era vecchio, fatto male”. Mentre tutti noi, nel nostro noi più intimo e profondo, dovremmo chiederci perché le morti di Genova, la morte di un uomo di successo come Marchionne, ci colpisce così tanto? Perché ci poniamo istintivamente una domanda: se è tutto così veloce e drastico, stiamo usando bene la nostra vita?

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“L’africano”, Giffoni Film Festival lascia ai giovani il testimone delle tradizioni locali

20180725_111256.jpgL’hanno ribattezzata “Pagani città di Santi, Artisti e Mercanti”, nel suo ventre, il piccolo comune del salernitano, conserva storia, tradizioni, riti e miti che il tempo non ha cancellato bensì scalfito. I vicoli, intatti, sanno di storia e di unione: “o vicino è ‘mmiezo parente”, rapporti umani e fedeli che si tramandano. Fede che và a braccetto con tradizione, giovani che nascono nel solco di antiche tradizioni, una su tutte la festa della Madonna delle Galline, un vero rito che abbraccia tra fede e momenti civili un’intera comunità la prima domenica in albis, per tre giorni Pagani sa di tagliolino al sugo e carciofi arrostiti, di preghiere ed incenso, di vie che si affollano, si riempiono di vita e di devozione. Alla tavola del paganese c’è sempre un posto, per chiunque, per vivere insieme una festa sentita, vera, mai banale, che si rinnova. Identità scolpita e scalfita da lui, Franco Tiano. Nei toselli, c’è la vera anima della festa e lui ne è l’ideatore e l’anima che nonostante la sua scomparsa, si ricorda con cuore colmo di affetto ed una mancanza che si percepisce e si sente. Una festa che non perde l’anima sacra e viscerale, lasciata anche da Franco Tiano e trasformata in una cosa ancor più grande. Si intitola “L’Africano” il tratto umano, personale, storico, emozionante dedicato a Franco Tiano, nato dalla regia di Laura Mandolesi Ferrini, giornalista Rai e regista appassionata, che firma il mediometraggio, un film documentario, proiettato fuori concorso al Giffoni Film Festival, la grande astronave del cinema giovanile. Occhi puntati sullo schermo, assorti, rapiti, incuriositi, ero in sala e guardandomi in torno vedevo una generazioni di ragazzini provenienti da ogni parte d’Italia abbandonare il cellulare, i post, i like per immergersi nei vicoli della storia paganese, cercando di capire questo uomo che ha segnato una festa. Il tratto di un uomo di comunità, che da questo centro del salernitano è partito ed è stato compagno di tournè e di avventure è raccontato dalla voce di Isa Danieli, Peppe Barra, Teresa De Sio assieme a Marcello Colasurdo, Eugenio Bennato, Pietra Montecorvino e Cristina Donadio, tratteggiano la personalità umana ed artistica di Franco Tiano, che dal palco alla vita reale era vero, originale, sincero, non perdeva occasione per ricordare, raccontare la “sua Pagani”. Uomo che credeva nei rapporti, al giornalista Alfonso Tramontano Guerritore, che nel post visione del docu-film, racconta che Tiano gli disse che qualsiasi conflitto d’amore o d’amicizia, di odio o di bene si risolve danzando. Occhi negli occhi. Confronto fisico di movenze. Lo chiamavano “L’Africano”, per la carnagione olivastra, artista poliedrico, uomo mistico e pittoresco, persona influente della comunità paganese e più in generale della cultura popolare meridionale del secolo scorso, Franco Tiano ha lasciato un’impronta fortissima della sua figura sulla popolazione locale e su altri rappresentanti del panorama culturale partenopeo moderno, perfettamente descritta nel documentario che racconta la figura complessa ed articolata di Franco Tiano. Un excursus dagli anni settanta ai primi anni 2000, ricoprendo gli studi antropologici ed etnografi realizzati sul mondo delle tradizioni e culture popolari. Immagini di repertorio, tratteggiano il ricordo di Tiano. “Il sangue cammina, non è acqua. Le tradizioni, i patrimoni vanno trasmessi”, racconta una delle voci che tratteggia Tiano e la festa paganese, e non posso che condividere. Ognuno di noi ha bisogno di capire, di trovare le proprie origini e quando nasci nei fazzoletti di terra del Sud, che hanno bellezza, storia, tradizioni, non puoi fare altro che capirle dal di dentro, perché raccontano l’identità delle tue origini. I giovani hanno bisogno di testimoni e se uno di questi si chiama Franco Tiano, lì potranno attingere umanità, ironia, vero legame alle proprie origini, alla propria storia, che si vive e si trasmette anche grazie alle feste popolari, che vanno oltre i social, perché restano così vere anche attualizzandole ai moderni canali sociali, perché la festa “signora del Carmelo” ha tutti gli elementi di educativi . La conoscenza delle proprie radici culturali e del proprio territorio è fondamentale per il processo formativo, perché amplia le conoscenze e gli stimoli per confronti culturali e sociali oggi più che mai attuali. . I festeggiamenti in onore della Vergine del Carmelo è una delle più alte rappresentazioni della cultura popolare, la festa può essere vissuta e raccontata in molti elementi naturali e antropologici, che coinvolgono i cinque sensi, con sensazioni e stati d’animo in continuo mutamento. I profumi del cibo accompagnano per ore ed i più piccoli si affascinano ai nuovi sapori, che conserveranno il ricordo dell’associazione odori-sapori sino all’anno successivo. Un insieme di colori: dal rosso del pomodoro, al giallo dei tagliolini, passando per il verde dei carciofi, che i bambini mescolano ed associano alla festa. La tammurriata, ballo popolare paganese viene tramandato da generazioni, accompagnato dal suono della tammorra, delle nacchere, del patipù e del triccheballacche. Il ritmo musicale è importante nella crescita di un individuo. Con la danza si ha una cooperazione organizzata delle facoltà mentali, emotivi e corporee che si traduce in azioni, la cui esperienza è della massima importanza per lo sviluppo della coordinazione, dell’armonia e anche della personalità. Il canto popolare si sviluppa in una melodia inizialmente imparata: passando di bocca in bocca questa può cambiare, mutando parole e anche melodia. Avvicinare i più piccoli ed i ragazzi al linguaggio poetico popolare favorisce il confronto con il vissuto interiore e con le potenziali capacità fantastiche e creative che ogni persona possiede. Dal cibo alla musica, tutto è magia in onore della Vergine del Carmelo ed attrae i bambini che ne usciranno arricchiti ed entusiasti. Non resta che vivere questa festa con i più piccoli per rivivere insieme a loro la magia dell’incontro con il passato, che rivive nel presente ed è destinato al futuro donandogli un’aurea di gioiosa sacralità nel solco tracciato da Franco Tiano.

E sono certa che dopo la visione del docu-film in molti emozionati ed entusiasti vivranno e si avvicineranno alla festa con più affetto, mentre, più giovani dopo Giffoni Film Festival arriveranno a Pagani per viverla dal di dentro la festa per riscoprire il piacere di qualcosa che tramanda storia e veridicità.

Le radici non vanno perse, non perdiamole, nel frattempo non le hanno perse il giornalista, firma de “Il Mattino” Aldo Padovano, Luca Tiano, l’associazione “Ambress….Am..press” di Santino Desiderio che tra l’altro ha curato le musiche, da Brigida Civale e Gerardo Ferraioli. La regista Laura Mandolesi Ferrini, il fotografo Gaetano Del Mauro che insieme a Emiliano Checchero, helene Schelfout ed Eva Stanzione, firmano le riprese; il montaggio di Roberto Mencherini; il mixaggio audio di Alessandro D’Aniello; le musiche di Giuseppe Desiderio, Sharon Viola e Alessandro D’Aniello. Una squadra che ha dato vita alla memoria che appartiene a tutti noi.

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Storico ma attuale al via il Servizio Civile. Consigli e spunti per partecipare

Giovani volontari cercasi. Il Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale, ha pubblicato i bandi per il 2018 sul sito http://www.gioventuserviziocivilenazionale.gov.it con una novità reduce dello scorso anno: i progetti del servizio civile nazionale si potranno svolgere sia in Italia che all’estero. I ragazzi potranno scegliere dove andare a fare volontariato. Numerosi i progetti, di cui molti all’estero, presentati dagli Enti inseriti nell’Albo nazionale e tra altri offerti dagli Enti iscritti negli Albi regionali e delle Provincie autonome. Quasi tutti sono finanziati, dunque saranno retribuiti, anche se con somme non elevate, circa 433 euro al mese, ma esentasse e senza contribuzione. E sembrerebbe proprio che il servizio civile piaccia. Secondo un report pubblicato dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale sono 43 mila i volontari attivi sul territorio, si arriva a 50 mila se si considera l’ultimo scaglione che è partito il 10 gennaio 2018. Non si tratta di un contratto di lavoro ma di un rapporto che vede insieme lo Stato, il giovane e l’ente pubblico o privato che lo ha selezionato, formato e preso in servizio. Un tempo era un modo per aggirare la “noia” ma da quando non è più obbligatorio, la prospettiva è cambiata. Storico ma attuale: il servizio civile è stato istituito quando è stata abolita la leva militare, ma conserva un forte legame con l’articolo 52 della Costituzione, che parla di difesa della patria. In questo caso si tratta di una difesa non armata con mezzi non violenti. Una difesa che oggi è a tutto tondo: delle molte ingiustizie, dalle diseguaglianze, dalle esclusioni, dagli sfregi al nostro patrimonio ambientale e culturale. Tutto quello che contrasta con i valori di equità, solidarietà, integrazione ed inclusione. Giovani ambasciatori di certi valori, ma non in astratto ma attraverso esperienze concrete. Chi vi scrive è anch’essa una volontaria del servizio civile, ormai da sei mesi. Sono in quel limbo che oscilla tra sei mesi già trascorsi e sei che verranno. Ho scelto la pubblica amministrazione, che sarà controcorrente, piena di problemi, ma è un perfetto ingranaggio che tiene insieme le istituzioni ed i servizi. Conoscerla da vicino, è entusiasmante quanto faticoso, costruttivo quanto professionale. Sinonimo di esperienza di vita e professionale. Ritmi di lavoro serrati, scadenze, burocrazia, ma anche volti e visi, storie umane, giornate lunghe ma che lasciano una morale. Il servizio civile è un modo per i giovani di mettersi alla prova, aprendo i propri orizzonti, in alcuni casi cambiando la propria visione sulla realtà dei problemi, contemplando nuove difficoltà mai contemplate prima. Un’occasione – e non da poco- di acquisire un senso di impegno civico, di appartenenza ad una comunità avendo la possibilità di sapere che il proprio impegno può essere d’aiuto, aprendosi nuovi orizzonti professionali e lavorativi in una catena che dà agli altri ma anche a se stessi. Un anno costruttivo, utile, formativo, un’esperienza che nasconde in sé una triplice valenza. La prima come servizio di utilità alla comunità a cui si è iscritti, realizzando il progetto scelto; la seconda è di formazione personale all’impegno civico, alla dimensione volontaria e anche all’acquisizione di competenze, capacità anche di tipo non scolastico. La terza è la positività di un’esperienza, sia per la propria vita che per qualche opportunità in più nel proprio itinerario professionale. Per molti giovani, il servizio civile diventa un “anno sabbatico”, per molti quello subito dopo la laurea o il diploma, che anziché risolversi in un nulla di fatto diventa, spesso, la chiave per capire davvero ciò che si vorrebbe fare un giorno come lavoro. Da volontaria che unisce il suo sapere professionale ed esperienziale, credo sia un’opportunità straordinaria, seppur dipende come viene percepita e vissuta da chi decide di intraprendere un anno – che dopo regalerà sempre incertezza- ma si possono sviluppare attività professionali e costruire una rete di contatti utili per il futuro lavorativo e professionale. D’altra parte per i Comuni, e questa è una certezza dell’oggi, i volontari del servizio civile diventano una risorsa preziosa che colma la carenza d’organico per un famoso turn-over ormai fermo per gli enti locali, ed i giovani del servizio civile freschi diplomati o laureati diventano una vera e propria boccata d’ossigeno. Non un lavoro, dunque, ma il servizio civile è l’occasione per calarsi in un perfetto scenario lavorativo: orari di lavoro da rispettare, obblighi e responsabilità in capo al volontario, rapporti tra colleghi e qui nasce lo spirito di condivisione e di gruppo, che a volte si annulla per lasciare posto ad ostilità e conflitti, ma un perfetto disegno di ciò che è l’ambiente di lavoro e prima un giovane imparerà a calarsi dentro e prima riuscirà a farsi le ossa in situazioni e climi lavorativi non sempre sereni e distesi. Perché tra colleghi non sempre la convivenza è facile. Tra i più giovani, secondo i dati, piace anche la possibilità di viaggiare con progetti sperimentali come quello dei Corpi Civili di Pace che, si pongono come obiettivo la promozione della pace e della cooperazione tra i popoli. I volontari operano in situazioni e aree già monitorate da organizzazioni del territorio, per affiancare chi lavora da anni in contesti difficili. Partecipare diventa un’occasione che lo Stato fornisce ai più giovani in un tempo di precarietà ed incertezza. Il bando è strutturato come un normalissimo bando concorsuale, il futuro volontario dovrà scegliere il progetto che è in linea con le proprie attinenze o semplicemente il progetto che più lo coinvolge. Inviata la richiesta di partecipazione con i documenti richiesti, dovrà attendere la pubblicazione delle date dei colloqui. Un vero e proprio colloquio conoscitivo/professionale. Al volontario sarà richiesta una breve presentazione, gli saranno fatte delle domande: dalla storia del servizio civile, alle motivazioni personali che lo hanno spinto a partecipare. Vivetevela come un normale colloquio, ma con carattere e decisione, dimostrate competenza, pacatezza, compostezza. Al termine del colloquio, l’esaminatore darà un punteggio che si sommerà alla valutazione dei titoli fatta in sede di richiesta, dopo qualche settimana saranno pubblicati i risultati con annessa graduatoria dei ammessi e non ammessi. Non sempre si riesce ad essere ammessi, almeno non sempre la prima volta e chi vi scrive ci ha provato più di una volta, ma se la ritenete un occasione che proprio non volete perdere per il vostro backgroud personale e professionale, non perdetela di vista.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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“La paranza dei bimbi”, baby boss alla conquista delle piazze criminali. Come aiutarli?

untitled 2Spietati. Sfacciati. Arroganti. Parlano di soldi, di prostituzione, di armi e si impongono sulle piazze di spaccio e della criminalità organizzata. Sono i baby boss, la paranza dei bimbi, che hanno preso in ostaggio il cuore storico della città di Napoli, ma è un fenomeno che ormai coinvolge molte città d’Italia. Sono poco più che adolescenti, ventenni e controllano i quartieri della città. Vivono senza freni, pronti a tutto. Vivono di Gomorra e Scarface. Di droga e serate in discoteca fino all’alba. Guadagnano e spendono. In foto e sui social si mostrano armati e spavaldi, con una notevole fede, si tatuano santi e calciatori. Per loro, il potere si esaurisce in questi gesti ostentati. Si contrappongo alla vecchia guardia che creava imperi da proteggere da polizia e magistratura. Le nuove generazioni della criminalità non si fanno scrupoli a farsi notare. Si susseguono indagini ed inchieste che hanno l’obiettivo di puntare ad azzerare i fermenti criminali. Effervescenza che ha portato a parecchi omicidi e numerose “stese”: colpi di pistola in aria e minacciosi cortei di moto per le strade dei quartieri. Spesso impongono il loro “potere” ai commercianti della zona, arrivando a controllare i traffici di stupefacenti attraverso il sistematico rifornimento delle numerose piazze di spaccio presenti nei quartieri. Veri e propri clan di ragazzini o poco più che si occupano di agguati, violenze, le progettano, le eseguono, sino a gestire le attività di acquisto, preparazione, confezionamento e distribuzione di stupefacenti del nuovo cartello di camorra. Nei clan ognuno ha un ruolo definito, c’è il promotore e l’organizzatore dei ruoli di comando, ci sono i partecipanti, comuni affiliati, con compiti di appoggio logistico, poi i ragazzi che preparano e smistano la droga. Il guadagno è a cifre di tre zero, un vero e proprio business che li allontana sempre di più dal lavoro onesto, da una società fatta di istituzioni, diritti, doveri ed obblighi. Il guadagno facile, la sete di potere, l’essere osannati e temuti, li spinge a rifiutare una società fatta di controlli e regole, di istituzioni da rispettare, che per loro diventano solo da sfidare. Tra loro si creano patti e giuramenti. Una sorta di rito ufficiale li introduce all’interno del clan. Tra chi ha giurato fedeltà eterna ci sono le donne dei baby boss. Diventando le ragazze della paranza ed assistono l’organizzazione. C’è chi spedisce i messaggi, chi maneggia droga, chi si occupa del rifornimento delle piazze. In ogni caso condividono in pieno le scelte criminali dei compagni. Li assecondano. C’è chi cala il “paniere” dal balcone di casa per consegnare le dosi richieste, l’uomo raccomanda solo. Quando ci sono indagini che li investono si affidano all’omertà e all’indifferenza. Gravità e continuità di questi fenomeni connota una gravità sociale e culturale. Si tratta di ragazzi che crescono nel vuoto. Un vuoto sociale, culturale e morale. Al posto della cultura del valore c’è la cultura della strada, c’è la legge del branco. Una battaglia da combattere come tutte le altre. A Napoli, il cardinale Sepe, ha chiamato a raccolta un tavolo permanente, cercando di individuare percorsi e proposte. A rispondere per primo è stato il prefetto, che si è già attivato, ma al tavolo dovranno sedersi magistrati, il mondo della cultura, dell’università, forze dell’ordine, Regione, Comune e associazioni di genitori. L’origine è proprio nella famiglia, nel vuoto di valori, nella mancanza di senso del bene comune. Dall’ambiente giuridico viene proposta l’idea di una legge che sottragga la responsabilità genitoriale ai camorristi, seppur si tratterebbe di una soluzione estrema. Il fenomeno spesso si amplifica perché è accompagnato dalla povertà, che fa nascere l’incuria e l’abbandono a se stessi dei figli, l’evasione e la dispersione scolastica. Ma, oggi, si coniuga una povertà materiale con una povertà morale. Oltre però alle preoccupazioni e alle proposte, c’è un lavoro che è su strada, fatto di cooperative e associazioni che lavoro in campo educativo, volto ad allontanare dal potere e dalla violenza le giovani leve, per inserirli in una società che è fatta di attività, di gestione dell’immenso patrimonio artistico, o prendendosi cura dei territori agricoli oggi abbandonati, coltivandoli. E’ un popolo sociale che batte ed esiste, fatto di volontari, maestri e preti di strada che vanno a cercare i giovanissimi in difficoltà. Una vita che inizia nel solco del crimine e della violenza, ma se viene agganciata da chi ogni giorno mostra il buono che è in loro, il finale da scrivere può essere tutt’altro e gli esempi ci sono: vite salvate dalla camorra. Il carcere che si coniuga con il reinserimento sociale. La privazione della libertà come punizione per i loro reati, ma anche recupero, grazie all’attività di educatori, assistenti sociali e psicologi, che operano per creare un ponte tra il giovane ed il mondo esterno, che sia lontano dal crimine, dal senso di onnipotenza. Si lavora in primis sul minore, sulle condizioni di vulnerabilità, sulle motivazioni che lo hanno spinto a compiere il reato, per poi provare ad inserirlo nel circuito sociale attraverso il lavoro, attraverso l’aggregazione giovanile, perché solo con l’impegno, facendo leva sulle loro attitudini, sulla loro curiosità è possibile ottenere il meglio della personalità di un giovane. In molti casi, si può arrivare persino a sperimentare la mediazione penale, mettendo di fronte l’agente al soggetto che ha subito il reato, per una maggiore consapevolezza del reato commesso, ma anche per vederlo nell’ottica di un punto di ripartenza di una vita fatta di opportunità ed occasioni che la società onestamente ogni giorno mostra anche nei quartieri dove il destino dei più giovani sembra scritto già alla nascita. Insomma, come si direbbe in alcune zone del sud “da una rosa nasce una spina, da una spina nasce una rosa”.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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Marco Pittoni, un eroe contemporaneo silenzioso testimone di legalità

untitledGli eroi sono quegli uomini che ogni giorno in silenzio, con orgoglio e passione per la missione di vita che hanno scelto, scrivono pagine esemplari. Marco Pittoni, era uno di questi, che nel silenzio del proprio lavoro, dimostrò esempio, coraggio, rispetto e valore della divisa che aveva sempre con fierezza indossato, quando per sventare una rapina in un gremito ufficio postale del centro di Pagani, dove prestava servizio in qualità di tenente dei carabinieri, venne ucciso per mano criminale. Accadeva dieci anni fa. Era il 6 giugno 2008: il piombo e il sangue seminano il terrore nella città di Pagani, sotto gli occhi di adulti e bambini del centralissimo ufficio postale della cittadina salernitana, cade per effetto di due pallottole sparate a bruciapelo, il tenente Pittoni. L’omicidio segnò la città, la scosse, come un terremoto immane, segnando le coscienze e dimostrando l’urgenza di una risposta intransigente contro la criminalità organizzata, da parte delle istituzioni e della società civile. Pagani, una città listata a lutto, avvolta da un silenzio profondo, che scuoteva le coscienze, interrogava, scalfiva un ricordo doloroso, esempio e testimone di legalità, così furono segnati i giorni successivi all’assassinio di un uomo che non aveva “opposto l’arma, ma la dolcezza del suo sguardo libero”, come disse un monsignore durante la celebrazione dei funerali di Stato. Una lunga scia di sangue innocente che condusse gli inquirenti dopo notti insonni e giorni di ricerche, perquisizioni, in cui ogni pista veniva battuta, agli assassini dell’ufficiale che, a mani nude affrontò i banditi, ciò li costrinse a lasciare ovunque impronte e a commettere errori fatali. Una corsa contro il tempo, uno spiegamento eccezionale di forze e di impegno, hanno consentito ai carabinieri di mettere le mani sul commando. Poi, una dietro l´altra, sono arrivate le prove che incastravano gli indagati. Giovane, 33 enne, originario della Sardegna, era un brillante carabiniere, aveva un intuito investigativo, una visione ampia ed una determinazione assoluta. Quel giorno era all’interno dell’ufficio postale per mettere a punto un piano di sicurezza nei punti più strategici della città. Pittoni non esitò a bloccare i malviventi senza usare le armi, per proteggere i clienti e gli operatori presenti, i malviventi, spararono dei colpi d’arma da fuoco, uno dei quali lo raggiunse senza lasciargli scampo. Un sorriso che sapeva di lealtà, di bontà, di gentilezza, improntato all’altruismo ed ai più piccoli: “il tenente buono”, quando regalò in seguito ad un sopralluogo di lavoro, una bicicletta al bambino che tanto la desiderava. Marco Pittoni, aveva un limpido e profondo amore per la patria e il suo senso dello Stato, sentimenti imparati nel contesto familiare sin dall’infanzia e poi coltivati negli anni con i fatti, attraverso il lavoro, il rispetto dell’autorità, il rispetto per la divisa che indossava. Era un uomo dotato del senso del dovere e coraggio, conoscenza e integrità. Il nome, l’esempio di Marco Pittoni rimane forte, immagine migliore del nostro tempo, tesoro di valori per la formazione civica dei giovani e di ogni cittadino, motivo di orgoglio per un paese che ha sempre cercato il fresco profumo della legalità che si contrappone al puzzo del compromesso. Quello che resta è la voglia di ricordare un eroe e un martire per vocazione, di diffondere il principio di legalità, tenere a qualsiasi costo la schiena dritta di fronte al potere e alle sue fatali devianze. A nove anni di distanza il ricordo di Marco Pittoni, l’esempio del suo forte senso del dovere, del suo senso di giustizia restano indelebili e incancellabili, segnando i passi dei più giovani e non solo: il suo lavoro, il presente di tutto. I suoi sogni, il futuro della società civile e dieci anni dopo siamo chiamati a coltivarli ancora, con più vigore e forza, tramandandoli alle nuove generazioni, raccontando di un uomo che fece della sua divisa la sua vita, quella divisa che ha rispettato immensamente ed è per questo che uomini come Marco Pittoni non vanno dimenticati, ma ricordati nelle azioni di ogni giorno, nel lavoro quotidiano che ogni giorno conduciamo, nel rapporto coi più giovani, perché come avrebbe detto un altro grande eroe italiano: “gli uomini passano, le idee restano” e quelle idee vanno coltivate ogni singolo giorno, in ogni angolo di territorio italiano perché il sacrificio di uomini buoni e giusti non può e non deve essere vano.

(Articolo pubblicato per il mio blog Pagine sociali per ildenaro.it)

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