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Amore amaro/ Infarto d’amore 

Quando un sentimento che sin da bambini abbiamo imparato a chiamare “amore” finisce, senti una fitta al cuore, come se fosse in corso un infarto, ti logora dentro e le luci del palcoscenico della vita si spengono, ad una ad una, un po’ per volta, lentamente, la terra la senti muovere sotto i tuoi piedi, come un improvviso e spaventoso terremoto, una tristezza infinita ti pervade come se il mondo stesse piangendo la più grande catastrofe del mondo. Immobile resti a sfogliare i ricordi, mentre la tua mano non stringe più quella di chi hai amato, mentre i progetti naufragano nel mare del “mai”, mentre la giostra della felicità e del “tutto va bene” s’ inceppa, lasciandoti all’ultimo e penoso valzer della vita, quello in cui devi fare i conti col “ripartire”, il “ricominciare”, dove devi ripuntare la bussola della vita, orientare i tuoi giorni, riallacciare nuovi nodi e salpare per mari ignoti e sconosciuti.

Mari che sanno di incertezza e di solitudine, mari che dovrai conquistare con una ferita al cuore in più, diventando abile ed esperto marinaio del “mal d’amore”.

Quando un amore giunge al capolinea e l’altra persona ha lasciato la nostra vita per sempre, qualsiasi esso sia il motivo, sembra che tutto sia controcorrente, ingiusto, folle e cattivo. Ti accorgi che delle abitudini devono andare in pensione e lasciare il posto a delle altre. Inizi ad assaporare un tempo nuovo e diverso, fatto di cose che devono “riempire”, di notti che riassaporeranno il gusto del sonno, di giornate che avranno un sole tiepido ma pur sempre un sole, che ha voglia di essere vissuto, nonostante tutto. Impari che nonostante tutto si continua a vivere ed il mondo continua a girare, ad esserci e a vivere. Impari ad incassare, rimuginare e respirare più forte per non far prevalere quel senso di vuoto, di mancanza, quel nodo alla gola che sembra non farti respirare.

Impari che l’amore spesso e’ ingiusto quanto anche folle. Impari a non guardare o a cercare disperatamente il cellulare. Impari a non dar più peso a quel “ti hanno cercato”. Impari a darti al silenzio, perché le parole non servono più e non basterebbero a colmare e a riparare errori. Impari che ci sono mille modi d’amare e tra questi quello egoistico. Impari che a volte siamo troppo presi ed avventati nei sentimenti. Impari a farne a meno, perché infondo il tempo che fino a qualche attimo prima non ti era amico, sta facendo il suo corso e proprio lui diventerà da nemico ad amico e ti aiuterà come un’abile dottore a riabilitarti dopo un infarto d’amore

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Amore amaro/parte1. Il dolore dell’amore, la più grande ricchezza

IMG_0217Raccontare la vita nelle sue mille sfumature: dall’amore vero e sincero che si prova, che ti spinge ad attendere col cuore in gola davanti ad una sala operatoria o a chiacchierare per “ingannare” il tempo nelle sale d’attesa, quando la vita ti costringe a fare i conti con la malattia, la sofferenza. Ecco per settimane sul mio blog, che nato dalla mia passione giornalistica di approfondire, di raccontare, fatti di cronaca, ho raccontato anche storie comuni, storie di tutti noi, di gente comune, che nei mesi di sale d’attesa ho incontrato ed ognuno di loro ha lasciato in me una traccia, una morale, un insegnamento. Storie fatte d’amore e di sofferenza, di lotte nel nome della vita e del “ti sono accanto nella gioia e nel dolore”. Insegnandomi un amore vero e sincero anche e soprattutto di fronte alle difficoltà, insegnandomi che l’amore può e vince su tutto. Insegnandomi però che è un amore troppo raro ed antico, che appartiene più alle “vecchie” generazioni, che alla mia-poco più che vent’enne-.

Così “racconti d’attesa” va in pensione, restando scritti qui e restando nel mio cuore, ma apro un’altra pagina, un’altra rubrica: “amore amaro”. Perché sì diciamocela tutta, con sincerità e franchezza ed a chiare lettere “l’amore fa male”, “l’amore è amaro”.

Però dal dolore nasce la nostra più grande ricchezza. Ricordate quando da bambini ci leggevano le storie con l’intento di farci capire la morale? Affinchè ne facessimo tesoro e insegnamento? Bene, la vita è la stessa cosa. Ogni cosa che ci accade nel bene e nel male, ci insegna qualcosa. Accade così anche quando per amore o in amore soffriamo: prima o poi ci insegna qualcosa e proprio quel qualcosa diventa la nostra ricchezza.

Per citare Adriano Celentano “non so parlar d’amore”, forse non sono in grado di parlarne, o forse sono troppo arrabbiata con l’amore, con me stessa e col genere maschile, da non riuscire ad essere lucida, ma d’amore voglio parlare, dell’amore che noi donne diamo: incondizionatamente e smisuratamente, rimettendoci spesso le penne.

Non voglio parlarvi dell’amore ideale. Non quello fatto di giorni indimenticabili e di sintonia su tutto, perché è tutto così perfetto: ci si capisce al volo, si anticipano i desideri altrui, si è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Anche se attente, il tranello potrebbe essere dietro l’angolo. Io voglio parlarvi dell’amore reale: quello dove il principe o la principessa hanno tolto la maschera e non brillano più, quello di porte in faccia e di telefoni muti.

Io, per uscire dal mondo degli ideali e delle fiabe, ci ho messo più di quattro mesi: da quando l’ho conosciuto in un giorno che pensavo fosse “destino”: il 24 dicembre, chissà perché quel giorno sono uscita di casa! Poi vi racconterò il nostro primo incontro, ma voglio anche parlarvi tutti gli errori che noi donne nel nome del cuore e dell’amore commettiamo, come anche di quelli che gli uomini, delle bugie che hanno le gambe corte, di sere che di magico resta ben poco. Del decalogo “sbagliato” sull’amore.  Ma un po’ per volta, a piccole pillole, a piccole puntante, per crescere e per capire insieme, per trarne un insegnamento e per trasformare la delusione in ricchezza.

 

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Storie comuni. Cameriere a Capodanno ad un passo dalla laurea

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Mancavano poche ore al nuovo anno, in clima già di festa, in un locale che pian piano si riempiva di gente, di sorrisi, di vestiti eleganti, di aspettative per il 2016, incontro lui: poco più che ventenne, con una divisa ben stirata, la cravatta rossa ben annotata, un portamento dritto ed elegante, pochi sorrisi e perfetta manualità. I suoi gesti divini, corretti, quasi sincronizzati, si aggira tra i tavoli dà il benvenuto alla clientela, augura buona fine, poi inizia a servire con maestria, con perfezione, muto non parla. Si avvicina al tavolo in cui ero seduta, mi accenna un sorriso, lo avevo già incontrato in quel locale, mi rinnova gli auguri per la mia laurea e sottovoce mi dice che nel nuovo anno si laureerà anche lui. Ingegneria aerospaziale. Mi si è aperto un mondo davanti agli occhi, un mondo giovane, bello, vero e sincero, un mondo fatto di giovani e di sacrifici. Francesco, lo chiamo così, anche la notte di San Silvestro lavorava per pagarsi gli studi, per arrivare a completare il tassello del suo puzzle universitario, per giungere al traguardo della laurea. Tutti noi eravamo lì in quel clima di festa, di gioia, pensando già alla notte di festa, di baldoria, ma lui era lì perchè nel nuovo anno doveva laurearsi e questo significava lavorare anche l’ultimo giorno dell’anno, far mattina mentre gli altri-anche della sua età-lavoravano. Francesco ce l’ho stampato nella mente, perchè ho pensato alla mamma a casa a festeggiare col cuore in gola, sapendo che suo figlio lavorava per finanziarsi gli studi, per essere “qualcuno” nella sua vita. Inevitabilmente ho pensato al potenziale che il nostro Paese ha ma a cui non bada. Siamo nell’era dell’ Uni-superficialità. Spesso pesiamo che gli studenti siano nullafacenti che studiano per non lavorare, che perdono volontariamente il loro tempo, che non si applicano, che lasciano scorrere gli anni dell’università per sfuggire alla ricerca di un lavoro. Li hanno chiamati negli anni “choosy, mammoni, gente allo sbando”, certo, qualche volta corrisponde al vero, ma altre volte, come nel caso di Francesco e di mille altri come lui, corrisponde a verità. Non sono leggende, i giovani così esistono. Se ci pensiamo bene, ognuno di noi ne conosce almeno un paio. Ma quello che non si dice mai è che esiste una buona parte di giovani che crede ancora in quello che studia e lo fa per passione.

L’università italiana è il nostro orgoglio ed è innegabilmente una delle istituzioni più importanti del nostro Paese, che va valorizzata, ma ancor di più bisogna sostenere e valorizzare gli studenti, il nostro potenziale, il nostro futuro e non guardare con disprezzo chi si laurea dopo qualche anno dall’iscrizione al corso di laurea, o chi salta degli appelli, perchè signori miei esiste un’Italia che ha fame e sete di lavoro perchè il lavoro equivale alla retribuzione e questa permette di vivere, spendere, mantenersi agli studi. Non chiamiamoli “bamboccioni” o “eterni studenti”, perchè sono altri gli eterni studenti e fatevolo dire da una che è fresca di laurea, quindi gli studenti “pigri” quelli che si permettono il lusso di stare in eterno all’università sono quelli che ne hanno la possibilità e che si prendono con comodo gli studi, ma quelli che lavorano e studiano sono la ricchezza del nostro Paese al quadrato, non dimentichiamocelo.

 

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Racconti d’attesa/parte 6 Lei è parte di me. Non la lascio sola. 

Arturo è lì con i suoi occhi di ghiaccio che tanti anni fa hanno rapito la sua Maria. È lì col suo busto retto e dritto, da sergente dell’esercito, con le sue rughe che segnano i suoi 75 anni, i suoi capelli d’argento che mostrano il tempo di una vita che scorre via. È lì in quella sala d’attesa di una rinomata clinica campana, in attesa di vedere l’amore della sua vita, ricoverata da pochi minuti e in attesa di un intervento nel reparto di ortopedia. Arturo è perso in quella sala d’attesa che sa di vuoto, di troppe voci che si susseguono, è solo con la sua malinconia, la sua paura, la sua tristezza, solo in attesa che tutto possa finire. Il sole di Luglio batte forte, fa caldo, Arturo sa che le sue figlie sono lontane e al mare, mentre lui naviga nel mare della speranza e della paura. Solo su quella sedia, aspettando che passino i minuti, li conta col ritmo delle gambe, aspetta di poter abbracciare e baciare per pochi secondi, quelli che precedono il passaggio dalla camera “223” alla sala operatoria, la sua Maria. Lo chiamano, il suo volto si colora, è felice, ma la sua è un’aria già stanca e malinconica. Dopo pochi minuti ritorna nella sala d’attesa, il suo posto lo ha perso, si siede accanto a me. È fermo, con lo sguardo perso nel vuoto, ha paura, teme per sua moglie. Come è strano vedere un uomo grande e grosso, che sicuramente ne ha passate tante nella sua anziana vita, così in pena, così perso senza l’amore, quella della sua donna. Nelle sale d’attesa si parla tanto, è un vocio continuo, un bisbiglio continuo, lo sento ancora nelle orecchie, specie la notte quando mi sveglio e mi fermo a pensare a me in quelle sale d’attesa, alla gente incontrata, alle loro storie, da cui traggo sempre, seppur a distanza di tempo un insegnamento, una morale, come nelle favole che fa bambina mi raccontava il mio papà, seppur le cambiava, ma certo non mi preparavamo così tanto alla vita, quella di oggi, quella imprevedibile, disgraziata, che dietro l’angolo ti tira un tranello, così all’improvviso e a suo piacere. Così Arturo per caso si gira verso di me, mi vede “così giovane”, comincia a domandarmi chi sono, perché sono lì, cosa faccio nella vita. Ero lì per mia mamma, certo un amore diverso dal suo, ma pur sempre un amore. Gli racconto del rapporto, del legame che io e mia mamma abbiamo, ne rimane colpito, perché secondo lui appartengo ad una generazione di un tempo e non di oggi. Ma chissà come sono i ragazzi di oggi, forse sono meglio di quello che pensiamo, io lo penso. Non so voi. È quando gli chiedo perché è lì che Arturo resterà per sempre nel mio cuore, mi raccontò di un amore che dura da 50 anni, che sua moglie è il suo punto di riferimento, la sua ancora di salvezza, di una donna sempre per la famiglia, per lui. Che un giorno di primavera, mentre facevano una passeggiata è inciampata e la sua anca si è frantumata, così ora dovevano metterle una protesi all’anca, per cui l’intervento richiedeva un po’ di tempo e pazienza da parte sua. Lui che invece non aveva pazienza, non aveva né mangiato e né bevuto, era diabetico e cardiopatico. Quasi una sfida a chi stava peggio tra marito e moglie, eppure erano l’uno il bastone dell’altro. Quando siamo saliti in reparto, è entrato nella camera della moglie di tutta fretta, ha accennato un saluto veloce, con un sorriso felice e appagato. Gli hanno impedito in tutti modi di starle accanto perché era un uomo in un reparto femminile, perché doveva riposarsi, ma lui non si voleva schiodare da lì, voleva starle accanto, cascasse anche il mondo lui doveva esserle accanto, supportarla e darle amore, quell’amore e quel supporto che per anni aveva dato lei a lui. Era il suo personale modo per dirle “Ti amo”. Cercava di farla ridere, di farla distrarre dopo dai dolori dell’anestesia, mentre lui era ancora digiuno. Così si accasciò a terra per un malore e l’ultima volta che ho visto quell’uomo era su una barella mentre veniva trasportato nel vicino ospedale. Quell’amore che provavano era anche quello che li separava in quel momento e che per uno strano scherzo della vita li portava entrambi in ospedale ma lontani. 

Hanno così avvisato le figlie, forse loro hanno capito una lezione che l’amore anche da anziani può essere vivo, ma esiste anche l’amore dei figli che hanno diritto a far sì che esista e che viva. Sicuramente possiamo trarre un insegnamento che l’amore vero, unico, sincero, disinteressato esiste ancora ed è bene tenerlo stretto o aspettare che arrivi. Ed è bene pensare che gli uomini sotto sotto hanno un cuore che batte e senza l’amore della loro vita sono persi, come bussole che perdono la direzione.  

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Racconti d’attesa/parte4 Sala d’attesa di oncologia

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Si corre e non si pensa. Si corre e non si vive. Si corre e si smette di progettare, sognare. Si corre e i problemi non si risolvono mai. Si corre e si rimanda, sempre. Eppure ci sono momenti della nostra vita in cui siamo costretti a fermarci. Non dipende da noi. La malattia è più forte, del paziente ma anche dei familiari. E l’unica cosa da fare è aspettare. Nelle sale d’attesa il tempo si allunga e tutto quello da cui fuggiamo, o da cui siamo fuggiti: la paura, il dolore, la stessa attesa, si attacca addosso, come una calamita. Non ci sono vie di fuga. Bisogna restare lì, incollati coi piedi in terra. Si è soli davanti al problema, soli davanti al tempo e a se stessi. Le sale d’attesa hanno il sapore dell’amaro e della sofferenza, ne avevo vissute di diverse, ma all’appello mancava “oncologia”. La sola parola fa paura, nonostante la ricerca, nonostante la prevenzione, nonostante gli studi, la sola paura spaventa. E’ un dato di fatto. Quando sei lì il tempo si ferma. Non puoi ingannarlo. Sembra ti stia aspettando da chissà quanto tempo, come il famoso cinese sulla sponda del fiume. Le sale d’attesa di oncologia sono vuote, sembra si siano già portate via la vita. Quando hai un familiare, una persona che ami, che varca la soglia di quella porta e sei lì con lei, mentre attraversi il corridoio e le stanze sono aperte con i malati distesi lì, pronti per entrare in sala operatoria o pronti per la terapia, non sai se prendertela con la vita: fredda, bastarda, cattiva; o prendertela con te stessa che magari hai sottovalutato un sintomo, un campanello d’allarme, hai bypassato i controlli di prevenzione, o peggio li hai fatti ma ti avevano detto per un errore medico “è tutto apposto”. Ma ti rendi conto di quanto pesi il tempo, l’attesa e il vuoto di una sala d’attesa solo quando saluti la persona amata che sta per entrare in sala operatoria e resti lì solo, quasi privo di forze. Puoi pregare. Puoi piangere. Puoi arrabbiarti con la vita. Sono vuote quelle ore in cui aspetti fuori ad una sala operatoria di oncologia, sono fredde, seppur le vivi nel caldo torrido d’estate. Sono nulle. Ma nelle sale d’attesa ci trovi il mondo, ci trovi uomini e donne che hanno una storia, che a volte ti raccontano tutto d’un fiato, quasi a volersi liberare, come se fossero in una seduta da uno psicoanalista. Storie che hanno gli occhi lucidi e vuoti, ma anche storie che raccontano che a volte la vita può girare anche nel senso opposto. Le lunghe ore d’attesa non le inganni facilmente e parlare, raccontarsi, non può che aiutare. E’ così che ho conosciuto Marina, una pazienze di oncologia, già da quattro anni. 50 anni, diabetica, al secondo intervento: la prima volta le avevano asportato un tumore benigno al seno destro. Questa volta il male si era presentato a sinistra. Nonostante fosse già diabetica e non alla prima esperienza, fumava: quasi a voler sfidare la vita e la sorte. Era sola, nonostante a casa gestisse tutto lei: due figli di 21 e 25 anni, un nipote di 2 anni, che cresceva lei, un marito malato di Pakinson. Marina però in quella sua ennesima battaglia era da sola, non aveva nessuno accanto che le desse coraggio, forza, che stesse lì ad aspettare. Mi aveva colpito molto. L’ho rincontrata dopo due ore circa, qualcosa più, qualcosa meno, dal suo intervento. Era nella stessa stanza di un’altra persona a me molto cara. L’ho già trovata sveglia dopo un’anestesia totale. Sempre sola. Ma la forza d’animo non le mancava. E’ scesa dal letto, ha fatto un piccolo cammino nella stanza e poi mi ha chiesto di fare il palo alla porta. Ammetto di non aver capito, ero frastornata, troppo emozioni, troppi avvenimenti per me in quel momento. Mi chiedeva di stare alla porta come una sentinella, un soldato, per controllare se un medico, un infermiere entrasse. Poco dopo l’ho vista alla finestra fumare. Ammetto di averle detto: “ma come, dopo tutto quello che sta passando, fuma anche?” e mi ha risposto “e tu credi che a farci male sia solo questo?” Ha anche ragione, adesso che scrivo, me ne rendo conto, ma quel suo gesto l’ho visto come uno sfidare il destino, la vita, come inserire un coltello nella piaga. Forse, Marina, lo faceva per combattere la solitudine, il nervoso, la paura, la tensione, ma non lo giustificavo, come non giustificavo la mancanza di un figlio in quel momento. Era Luglio, faceva caldo e in un reparto di oncologia con tutta la vita che ti passa davanti, con la paura e il dolore, non si vive certo bene e felicemente e avere qualcuno accanto creda che sia forza, energia, tenacia, voglia di reagire, di vivere, di ripartire. In Marina però ho apprezzato la voglia di ridere, di scherzare dal primo momento, la voglia di non abbattersi. Sapeva che se l’esame istologico fosse stato negativo, si sarebbe dovuta sottoporre ad una terapia, che per un malato di diabete non è certo facile e sapeva che sarebbe stata ancora una volta da sola, forse anche per questo cercava di appoggiarsi a noi che eravamo lì, quasi a trovare in una famiglia unita, un po’ della sua famiglia, una seconda famiglia. Ecco le sale d’attesa mi hanno insegnato anche la solitudine nella sofferenza. Essere soli. Non hai nessuno, solo te stesso, che certo è più che mai importante, ma nel dolore e nel bisogno sei da solo, senza una persona cara affianco. A volte, ci sono persone che lo fanno apposta, tengono nascosto il proprio male, la propria sofferenza, per proteggere le persone che amano, per evitargli dolore e sofferenza, a volte però c’è proprio l’egoismo di una famiglia, dei figli. Questo è quello che più mi ha lasciata senza parole. Marina, oggi vive il suo percorso da sola, nonostante due figli a casa senza lavoro, costretta a prendere l’autobus, il treno per spostarsi, pur trattandosi di esami, di visite mediche, di terapie. Forse ha sbagliato lei stessa a viziare un po’ troppo i figli, ad esserci sempre, a coccolarli e a dargli tutto quello che poteva, a proteggerli e a scusarli anche adesso che preferiscono dormire fino a tardi, ad andare al mare, anziché essere accanto alla mamma. Non so se si tratti di “scappare” da parte dei figli, perché io cerco sempre di mettermi nei panni delle altre persone, dell’altra parte, ma a volte non ci riesco a capire, a comprendere, è più forte di me.

La mia estate è stata di sale d’attesa di ospedali e di cliniche, tornavo a casa e ad aspettarmi c’erano i libri universitari, perché gli esami non aspettano e non guardano al dolore, alla stanchezza; mi aspettavano i doveri di casa. Forse sono stata esagerata rispetto a chi invece non gliene importava nulla. Non lo so. Non so se realmente nella vita esistono le mezze misure, le mezze vie. Io al bianco che si mescola al nero, non c’ho mai creduto, come non ho mai creduto al bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Io sono una di quelle che se è bianco è tale, se è nero e tale. Io sono quel tipo di persona che vuole esserci accanto ai genitori, ai familiari, agli amici veri. Punto. Io credo che sia un dovere ed un diritto di un figlio. Penso, che anche per una semplice radiografia bisogna accompagnare la persona amata, il proprio familiare, perché le sale d’attesa spaventano tutti, anche il più cinico ed egoista della vita. In fondo, la vita come dice il grande Vasco la vita è un brivido che vola via…. Dopo sarà tardi pentirsi di non esserci stato.

 

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Racconti d’attesa/parte3. Medici che vanno oltre…

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Cos’è l’oltre? Una sottilissima linea tra l’osare e il non osare, il fare e il non fare, l’esserci e non l’esserci. L’oltre è quel qualcosa che fai. Punto. Ma l’oltre non è da tutti e non è per tutti. L’oltre non pensi di trovarlo in un ospedale, in una clinica, in una sala d’attesa e ancor di più in un medico ed invece la vita nella sua straordinaria imprevedibilità ti sorprende. Negli anni, per svariate avventure-disavventure della vita e della salute ho incontrato diversi medici ma mai nessuno era riuscito ad andare oltre, entrando nelle mie grazie, ma ancor di più stupendomi e facendomi conoscere quel lato umano e sincero dei medici. Ho incontrato il professor Pierluigi Cillo, perché nel suo studio ho portato mia mamma, il miglior ortopedico che possa esistere in una sanità che spesso ci racconta una pagina negativa, brutta e controcorrente. La paziente era lei, ma lui mi ha guardata e poi ha iniziato a visitarmi con i suoi modi anche “bruschi”. Ero confusa, mi dicevo che non avesse capito chi era davvero la paziente. Non mi conosceva ma stava per darmi una grande lezione di vita. Da sempre ho una postura non proprio corretta, più un atteggiamento, un’abitudine, che certo ad un attento e bravo medico non passa inosservata, specie se è il suo mestiere. Non solo mi ha visitata con mio stupore, anche perché non ero lì per me e non mi sarei aspettata mai quella visita, quell’attenzione ma ancor di più da uno sconosciuto che per la prima volta mi vedeva non mi sarei aspettata quelle parole che mi sono arrivate dritte al cuore e alla mente, sarà stato per i suoi modi, sarà stato per il fatto che non lo conoscevo, quindi mi colpiva ancor di più. E bene, mi disse che nella vita se avessi camminato ancora così non solo per salute avrei avuto problemi, ma che nessuno mi avesse presa sul serio, in considerazione, mi avrebbero scartato ad un colloquio di lavoro, perché più dell’85% è giocato proprio dalla postura. Sicuramente quelle parole non furono bellissime, ma non si fermò lì, mi disse che mi comportavo così perché io dicevo al mondo “scusate se esisto” e che non avevo nulla da nascondere o da chiedere scusa. Furono queste le ultime parole che mi disse sulla soglia della porta all’uscita del suo studio, quando vide che tutto il discorso fattomi in precedenza non era servito a niente, perché stavo uscendo con quella stessa postura di prima dal suo studio. E bene, quelle parole finali mi colpirono, perché aveva capito la mia timidezza, il mio chiedere continuamente “scusa”, senza neppure conoscermi e con la sua età, il suo sapere, la sua esperienza, mi voleva svegliare, farmi aprire gli occhi. Io non le ho dimenticate quelle parole, anzi, ne ho fatto il mio monito, il mio motto di vita perché è vero di cosa dovremmo mai vergognarci? Di una cicatrice, di una benda che portiamo, o ancor di più di cosa dobbiamo scusarci? Quindi schiena dritta e testa alta sempre. Spalle dentro e petto in fuori, potremmo sembrare “atteggiate”, modelle snob, per qualcuno, ma lasciamo parlare gli altri, infondo se qualcuno non parla non vive. Il chiacchiericcio è sempre esistito e sempre ci sarà, ma noi? Noi possiamo essere quello che siamo e senza vergognarci.

Le sale d’attesa mi hanno insegnato e mi stanno insegnando tante cose, che cerco di trasmettere tra le pagine del mio blog, tra un commento ed una critica, tra un approfondimento e l’altro. Lo faccio perché le storie che gli altri mi raccontano, quelle che mi insegano a vivere o a “campare” come si dice dalle mie parti, quelle che mi emozionano, che mi rendono più umana, quelle che mi fanno conoscere, riscoprire il sapore dell’amore e non dell’amaro, quelle che mi stupiscono sempre e comunque, vorrei che fossero non solo un mio bagaglio, una mia esperienza ma l’esperienza di tutti, affinché un piccolo insegnamento tutti possiamo trarlo o quantomeno stupirci, perché oggi è così tanto difficile stupirsi nel bene. Ma ancor di più vorrei che chi mi leggesse, chi mi segue: che sia giovane o anziano, ragazzo o adulto, possa capire qualcosa della vita, delle storie personali, perché io nella vita, nelle storie cerco di trovare l’altra faccia della medaglia, per trarne in un insegnamento, altrimenti sarebbero storie solo udite e non ascoltate. Ed anche il professor Cillo mi ha dato una bella lezione di vita, forse la migliore, che mi ha scossa e fatto aprire gli occhi e vorrei che gli occhi li aprissero quelle ragazze che magari portano la macchinetta, gli occhiali, che hanno i brufoli, che sono un po’ tonde, che hanno una cicatrice, una benda, che non si vestono magari alla moda, o che hanno mille altri “difetti”, mille altre problematiche: non vergognatevi di quello che siete e camminate a testa alta sempre perché non avete nulla di cui vergognarvi o di cui chiedere scusa, perché se non avete rubato, ucciso, allora non avete fatto niente.

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Racconti d’attesa/parte2. La mia estate addosso di sale d’attesa

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Inizia tutto con un semplice dolore, un piccolo fastidio, a volte non ci fai neanche caso, si banalizza, poi il dolore, le notti insonni, il dolore che ti fa perdere l’equilibrio mentale, la sofferenza del paziente che sta male ma anche di chi gli sta intorno. E’ così ho trascinato mio madre ad affrontare il problema, forse per il mio egoismo, perché non sopportavo più di vederla soffrire, di vedere che un medico potesse sperimentare su di lei ciò che lui non sapeva. Abbiamo sentito campane, pareri, siamo finiti anche nelle mani di un medico bolognese, un luminare dicevano, in una sala d’attesa gremita di speranze e di gente che si affidava alle mani del “miglior medico”, finalmente abbiamo avuto la diagnosi ma i tempi d’attesa-altro gioco delle sale d’attesa- erano troppo lunghi per un intervento che andava fatto, punto. Ma mia mamma, legata al Sud in cui viviamo, alla terra che ci da il pane, voleva rimanere “a casa sua”, così abbiamo giocato questa partita “in casa”, o meglio poco lontano da casa, ma in terra campana: ad Avellino, in quella stessa clinica dove 22 anni fa mia mamma mi metteva al mondo, la vera eccellenza medica in Campania. Lì abbiamo incontrato il professor Pierluigi Cillo-nel prossimo post vi racconterò di lui- non ci ha pensato due volte a guardare in faccia alla realtà e ad operarla. Così due mesi fa, il 6 Luglio scorso, il dottor Mario Cillo, operava mia mamma. Il dottore Cillo, è il figlio del primario, molto giovane, a vederlo è strano pensare che lui operi, all’inizio avevo dei timori, poi mi sono ricreduta e oggi lo stimo molto. Quel 6 luglio, la strada era bollente, il vento caldo di luglio dava fastidio, ed io e mio padre eravamo all’interno della sala d’attesa della clinica Malzoni, speranzosi ma anche in trepida tensione. Ricorderò per sempre quell’orologio bianco e azzurro e le lancette quasi sempre ferme su quell’ora, perché quell’orologio lo avrò guardato migliaia di volte. In quella sala d’attesa c’era il mondo che mi girava intorno ed io ferma lì ad aspettare. Mio padre aveva lo sguardo perso nel vuoto, poi si riprendeva e iniziava a spiegarmi come secondo lui stava andando l’intervento. In quella sala d’attesa di luglio c’era il mondo. Era piena quella sala d’attesa. C’erano donne incinte in attesa di partorire, quindi, c’era la gioia della vita che sarebbe arrivata, c’erano i nuovi ricoveri e l’ansia di chi sa che dovrà operarsi, c’erano persone che tornavano a casa, col volto sorridente ma anche preoccupato, perché quando torni a casa c’è il secondo tempo che ti aspetta, c’era chi aveva subito un intervento ed ora era a controllo, con gli esami in bella vista e la speranza che quel male fosse andato via, c’erano i bimbi piccoli, seduti sugli scalini in attesa che nascesse il fratellino, quanta gioia negli occhi di quei piccoli. Io ero lì ferma con intorno le vite degli altri e la vita di mia madre in sala operatoria. Nello stomaco mille sensazioni e mille emozioni, avevo voglia che tutto finisse in quell’istante, avevo voglia di dire: “è finita”, ma sapevo che non sarebbe finita in quel momento e allora valeva la pena viversi anche quell’angoscia, quell’attesa, ma non viverla su uno smartphone o sfogliando le pagine di un quotidiano, viverla con le storie degli altri, perché nelle sale d’attesa ci trovi il mondo pronto a vomitarti la sua storia personale. Ciò che più mi colpisce sempre è l’Amore, quello di una coppia, quello saldo, forte e che in queste occasioni è più forte ma anche più preoccupante. Mio padre era come perso. Lui, sempre forte e deciso, che non ha mai avuto paura di niente, in quel momento credo avesse mille paure, da 34 anni insieme a mia mamma, di certo non poteva non amarla. E’ così che una signora coi suoi oltre 77 anni, ha incontrato il mio sguardo e posato il suo su mio padre. La signora era lì col marito scampato alla morte, un controllo per loro, ma quel controllo pesava quasi come l’intervento stesso, perché bisognava capire se il male si fosse ripresentato. Lui era seduto, con le analisi in mano, la voglia di entrare. Lei, invece aveva voglia di raccontarsi e di raccontare la loro vita. Così si è avvicinata, ha detto a mio padre che era un po’ troppo agitato, poi ha iniziato a guardarmi a dire che ero bella, secondo lei, che ero una trottola-avrò percorso quella sala d’attesa in lungo e in largo e in tutte le sue direzioni non so quante volte-gli ho raccontato il mio rapporto con mia madre e lei si commosse, mi raccontò del loro amore, troppo vecchio per morire proprio adesso, di un amore fatto di terra, quella che coltivavano loro, come anche di pane e sacrifici: gli ingredienti giusti ed essenziali per amarsi davvero. A 77 anni, aveva una tenacia ed un’energia che neanche io a 22 anni ho. Era piena di spirito. Era stata accanto al marito, comprese le notti, cresceva i nipoti che volevano ancora vivere con lei, e ancora coltivava la terra. Il marito la guardava con lo sguardo dell’amore, di chi si innamora ogni secondo, nonostante sia da una vita con lei. In quella sala d’attesa il mondo ancora una volta mi dava una lezione: l’amore è quello che tiene insieme tutto, sempre e in ogni momento. Ho perso di vista la signora perché mia mamma era tornata in stanza ed io volevo starle accanto, purtroppo, non sono potuta rimanere a lungo, compresa la notte, perché la vita è strana e nella sua “stranezza”, il giorno dopo dovevo dare l’ultimo esame all’università. Io non volevo più darlo, volevo rimandarlo ma mia mamma teneva più all’esame che all’intervento. E così dopo una lunga giornata di tensione, la stanchezza sul volto, il mattino seguente sono andata all’università, mi sono seduta e con voce un po’ tremante ho sostenuto psicologia dello sviluppo. Ho chiuso la mia carriera universitaria con l’ultimo 30. Ero al settimo cielo: avevo finito, mia mamma sarebbe uscita dalla clinica-certo a casa sarebbe stata un po’ dura per alcune settimane, ma già qualcosa era fatto-. Sono arrivata in clinica e avevo gli sguardi di tutti addosso: mia mamma aveva abbracciato e reso partecipe tutti della fine dei miei studi. Ero contenta, perché sapevo che saremmo uscite da lì, peccato che l’emozione però ha giocato un brutto scherzo a mia mamma e in quella clinica siamo rimaste entrambe per l’intero giorno. E’ strano come nella vita un attimo prima gioisci e un attimo dopo devi fermarti. Ero seduta su quella sedia, con la borsa dell’università, i libri che pesavano, i vestiti zuppi di sudore-segno di una giornata di maratona-ed il volto confuso, guardavo mia mamma e non sapevo cosa pensare…. Il mio telefono era rovente: squillava tra mio padre in tensione, i miei nonni all’oscuro di tutto e mio fratello che neanche sapeva dell’intervento, ma ancor peggio le tante “compagne” di università che volevano appunti, riassunti, informazioni sull’esame.

In quel momento ho capito che sono le persone estranee che ti danno di più, quelle che incontri nelle sale d’attesa degli ospedali, nella stanza in cui c’è l’altro paziente, sono quelle persone che conoscono l’amore ma anche la sofferenza, la tensione ad essere più umane, più vere, il resto è solo egoismo puro.

Le sale d’attesa mi hanno insegnata a guardare in faccia l’amore quello vero e sano, quello tra chi è sposato, come anche tra una madre ed una figlia, mi hanno dato l’umanità, le storie-che piano piano vi racconterò-, la fiducia, il combattere ed il vincere. Le sale d’attesa sono il luogo che non vorremmo frequentare ma quando ci sei dentro devi trovare il bello che c’è e farne tesoro. Ecco perché io lo racconto, raccontando la mia storia come quella degli altri che ho fatto un po’ mia, perché possiamo essere un po’ più umani e sensibili tutti, avendo rispetto del dolore, della tensione, dell’ansia di tutti e soprattutto possano spronare altri. Altre ragazze, che magari come me hanno paura anche della cosa più banale, che magari vorrebbero rinunciare ad esserci in un ospedale o ad un esame, perché vogliono far prevalere la paura. Possiamo essere più forti della paura, basta solo guardare in faccia alla realtà alla vita e anche-purtroppo-all’odore dell’ospedale e delle sale d’attesa, ma se guardiamo l’altra faccia della medaglia ne troveremo sempre l’insegnamento, così come è successo a me: sono diventata un po’ più forte, ho dovuto per forza di cose, annullare delle mie paure, farmi coraggio, esserci, ho allontanato i falsi amici ed ho aperto il cuore e la mia vita alle storie degli altri, che siano di dolore o di vincita, qualcosa sempre danno

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Racconti d’attesa/parte1.

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Le sale d’attesa degli ospedali, delle cliniche hanno il sapore dell’amaro, dell’attesa, dello sguardo fermo sull’orologio, delle lacrime che bagnano il viso, del sorriso dopo un intervento, ma sono anche i luoghi dell’amore, della tenerezza, del “io ci sono”, del “io ti aspetto qui, dove altro”? Sono i luoghi in cui incontri le storie di infiniti calvari, di morti scampate, di sconosciuti che diventano amici tuoi senza che tu neanche te ne accorga, che in un filo di voce e con l’animo buono svuotano il sacco e ti raccontano pezzi di vita, del loro amore. Anche i medici diventano dopo un po’ parte della tua vita, nasce la fiducia, la confidenza. Eppure ti giri a pensare che sono luoghi “pesanti”, “tristi”, però sono questi i luoghi che ti insegnano la vita, ti insegnano a rimboccarti le maniche, ad aiutare e ad aiutarti, ad essere una persona diversa nel bene e nel male. Poi impari a sopportare gli infiniti racconti, la tensione, la paura, ad ingannare il tempo, impari ad accettare le mille sfaccettature della vita e la freghi a novantesimo minuto in un calcio di rigore, impari che ciò che sarà sempre la molla della vita, il materasso sui cui atterrare dopo mille voli nella vita è solo l’Amore. Unico e raro. L’amore che solo in pochi davvero possono darti: un genitore, il compagno della vita che ti sei scelto. Eh sì, perché in tutto questo lungo periodo di sale d’attesa ne ho girate, di storie ne ho incontrate, tanto che prima o poi mi deciderò ad aprire una sezione del mio blog dal titolo “racconti d’attesa”, ma ciò che più di tutto mi colpisce sono gli uomini, che da sempre lì dipingiamo menefreghisti, rompiscatole, che magari vivono da 15-20 e oltre anni con la stessa compagna di vita, hanno condiviso tutto e quando aspettano in quale sale d’attesa sembrano smarriti, vuoti, persi, nulli. Ed in molti dicono di non essere nulla senza loro accanto. Mercoledì, nell’ennesima sala d’attesa, ho incontrato un signore che ha salutato velocemente la moglie e doveva attendere poi che uscisse dalla sala operatoria, così lui era perso, mi ha guardata-non so cosa io sia, se una persona che ispira fiducia, una camomilla in persona- ma fatto sta che mi raccontano tutto. Dopo il primo sguardo ha iniziato a dirmi io devo tutto a lei, se non fosse per lei io non sarei vivo, ed ora mi costringono ad aspettare senza sapere nulla….poi è andato avanti a raccontarmi il resto della storia, che forse vi racconterò in un’altra puntata.
Non so se davvero nella nostra vita, quella che conduciamo oggi, a volte senza regole, fuori dagli schemi, di corsa, sempre con la quinta inserita nella marcia della vita, con in mente come fregare il prossimo, con l’animo sempre più egoista e menefreghista, sempre un po’ cattivo ed invidioso, riusciamo ad essere più umani e ad amare, la cosa più semplice al mondo ma anche la più difficile. Ad amare e a preoccuparci. Chissà!

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Siamo un Paese che resta in silenzio davanti ai soprusi. 

  Il vero male del nostro paese è l’omertà e la protezione. Siamo un Paese rassegnato al danno, al problema. Eppure spesso il danno ci viene recato direttamente. Restiamo in silenzio, immobili. È una storia che ogni volta si ripete: per paura, perché pensiamo che alcune persone siano “forti”, o perché si pensa che quella persona possa servirci, in quanto influente. Non esiste nulla di più influente di quello che noi abbiamo da dire, della nostra parola, della nostra opinione, della nostra denuncia. È tempo di capirlo. Se un medico sbaglia a leggere un semplice referto, ma l’anno dopo ti ritrovi con un male che nel tempo è solo peggiorato, bisogna rinfacciarglielo e dirlo, urlarlo. Affinché altri non passino il tuo stesso calvario. Restiamo in silenzio davanti ai colloqui in cui ci passano davanti i figli di papà, pensando che loro siano “più potenti”. Cosa è più forte il sapere, la cultura o una raccomandazione? Io continuerò a credere sempre al sapere e alla cultura, al profumo del sacrificio che poi mi porta dritta alla conquista con la schiena dritta e la testa in alto. Perché come mi disse di recente un gran professore, un grande medico:”Cammina con la schiena dritta e la testa in alto, perché tu non hai nulla di che scusarti e non devi dire:scusate se sono al mondo”. Io quel monito l’ho fatto mio,perché aveva colpito nel segno. Ogni giorno restiamo in silenzio seppur inquinano le nostre terre e lo vediamo con i nostri occhi, ma non vogliamo essere testimoni scomodi. Ogni giorno, iniziando da me, cerco di trovare “a pezz a color”-come dicono dalle mie parti, al collega che copia un articolo mio o di un mio collega e poi sbandiera la bandiera del “io non copio, sono la purezza del giornalismo”. O cerchiamo attenuanti, scuse perché un amico ci ha traditi o ci ha voltato le spalle nel momento del bisogno. È tempo di ribellarci ai soprusi, alle piccole minacce sotto un sorriso. Solo ribellandoci potremmo rendere questo Paese più “pulito”, più “fresco”, col vento della libertà e del cambiamento che torna nuovamente a soffiare.

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Laurea, il “pezzo di carta” ad una donna fa guadagnare il rispetto.Perchè?

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messDa qualche settimana ho terminato il mio percorso di studi universitari. Una vera traversata tra esami, ansie ed angosce. Ma alla fine è finita con l’ultimo 30 ed una tesi pronta ad essere discussa, poi sotto con il “post laurea” ed il futuro da costruire tra progetti e sogni. La notizia in famiglia si è fatta largo presto ed il passa parola, complici i social network non è tardato ad arrivare. E così tutti quelli che fino ad un attimo primo mi davano del “tu” hanno iniziato a darmi del “lei”, a concedermi di più la parola, ma soprattutto a rispettarmi come donna e come una donna che ha oltre un cuore ed un fisico, delle forme, anche una mente, un sapere. Le prime volte non avevo parole. In realtà le parole si fermano anche ora. Ma ciò che più mi chiedo è:” possibile che una donna per guadagnarsi il rispetto debba per forza avere un “pezzo di carta”?” Se fossi stata una qualunque ragazza, diplomata o con la classica “terza media”, non avrei avuto diritto al rispetto degli uomini, dei “dotti”, al diritto di parola e ancor di più di pensiero? Se fossi stata una qualunque ragazza senza un titolo non avrei avuto diritto a dire la mia?
Perché?
Perché siamo forse un paese di bigotti, di menti ancora ristrette: dove la donna è solo un corpo che sforna figli, spesso confinata in casa e con difficoltà riesce a farsi largo nel mondo del lavoro, dove ancora oggi è sottopagata rispetto agli uomini?
Perché?
Perché accade sempre alle donne?
Perché?
Perché non cambieremo mai?

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