Una fotografia che ritrae il voto assegnato a chi di dovere, come prova, poi l’incasso di 50 euro per il voto dato. E’ accaduto alle ultime elezioni comunali a Castellammare di Stabia. Un voto costa 50 euro. A seconda della Regione o delle condizioni dettate dai vertici della criminalità locale. In cambio di una semplice “x” che segni una preferenza. Sono le schede elettorali sporche di mafia. Pratica che ha compromesso sul territorio nazionale decine e decine di assessori, consiglieri ed ex presidenti di Regione. E che, in numerosi casi, li ha costretti a concedere favori su favori, strozzati dalla loro stessa voglia di potere. Un giro d’affari non indifferente per l’elettore: se si coinvolge anche un parente o un amico, si guadagna 20 euro a voto, arrivando a 30 euro lì dove si supera un certo numero di elettori. Arrivando a guadagnare in un solo giorno fino a 1500-2000 euro. La filosofia dell’elettore che si lascia pagare per la sua preferenza viene riassunta nel guadagno, poco importa il proprio voto. Un vero e proprio mercato del voto, ancor peggio di quello ortofrutticolo. A volte gli elettori vengono pagati con buoni pasto: un blocchetto basta per comprare i voti di un’intera famiglia. Affari di politica. Affari gestiti dalla mafia, che oggi conta su un fatturato, stando ai dati di Confesercenti che si aggira intorno ai 90 miliardi di euro, pari al 7% del Pil, riassumendo, sarebbero ben cinque manovre finanziarie del nostro paese. “Mafia s.p.a.” che vive sotto gli occhi di tutti, eppure in campagna elettorale nessuno tocca il tema. Ad oggi nessuna parte politica è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa perdere consensi e voti, ma anche scontrarsi contro un muro di difficoltà nella realizzazione delle opere pubbliche. Le mafie sono lì, intercettando i politici, si accordano e non fanno differenze di schieramenti. Hanno il potere politico tra le mani. Non c’è elezione italiana che non vinca attraverso il voto di scambio, un’arma vincente nel Sud Italia, dove la disoccupazione è alta. Un voto di scambio che risente dell’epoca e della società. In passato era più redditizio: un posto di lavoro alle poste, al ministero o negli uffici comunali, ma con gli anni il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato. Alle ultime elezioni il valore del voto è sceso a 50 euro. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina. La compravendita di voti mostra una politica unanimemente disprezzata. Gli italiani la percepiscono come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua naturale vocazione: creare progetti, stabilire obiettivi, risolvere concretamente i problemi. La mappa dell’Italia è costellata da scandali che ruotano attorno al voto di scambio. Da Milano a Casal di Principe, da Ventimiglia a Catanzaro, dalla provincia di Torino alla Basilicata, il Paese è una gigantesca scacchiera dove i calcoli a tavolino dei boss permettono di consegnare le chiavi dei palazzi istituzionali a “uomini fidati”. A politici conniventi che diventano così appendici delle cosche nei luoghi della democrazia del Paese. Un Paese corrotto dagli stessi politici, che aspetta la prima mossa politica affinché si affronti la questione morale all’interno dei partiti. Nessuno vincerà le elezioni finché si continuerà ad ignorare la fondamentale questione chiamata “organizzazioni criminali” o ancor di più “economia criminale”.
Donne potenti, donne di mafia, che spesso si trovano a gestire un potere immenso, in contesti sociali in cui paradossalmente la donna ha sempre dovuto faticare più del dovuto per imporsi. Ma la criminalità organizzata, con i suoi legami di sangue e le sue mille contraddizioni, offre uno spaccato inedito, dove emergono donne protagoniste di vicende incredibili, connotate da una dose massiccia di potere e ferocia.
Lady mafia, le chiamano. Sono il collante tra la perfetta compagna di un uomo d’onore ed una delicata posizione nell’ambiente domestico: quella di essere una sorta di culla della mafiosità, ad esse è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi, come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune, a questo ruolo non vengono chiamate donne qualunque ma coloro che provengono già da un ambiente mafioso.
Donne di mafia, che reggono le fila di rapporti intrecciati, gestiscono cosche e portano avanti affari quando i “loro uomini” sono in carcere, impartiscono ordine e guidano i rapporti. Sono donne d’onore ma anche del disonore. Sono “infami”, commettono “sgarri” imperdonabili, sono determinate e forti ma anche profondamente fragili quando si devono difendere. E la legge di mafia non perdona. Chi sbaglia paga. L’errore viene punito anche dalla stessa famiglia. Ci sono donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e hanno pagato un prezzo altissimo e ci sono donne di ‘ndrangheta che, oggi, sono ancora fedeli alle regole che i mafiosi si sono dati sin dalla nascita delle organizzazioni criminali.
L’acido muriatico è un simbolo mafioso. Serve per pulire i bagni e tradotto nel loro linguaggio, vuol dire che chi tradisce e parla, si pente, deve essere ripulito nello stesso modo in cui si puliscono i “gabinetti”. A cui vengono paragonate: sudici ed indegni. Cancella ogni traccia. L’acido. Deturpa. Prova una lunga agonia e dolori fra i più insopportabili. Morte nell’acido è questa la fine che attende mogli e fidanzate di boss che si pentono ed iniziano a collaborare con la giustizia. Neanche loro sfuggono alla barbara esecuzione che nei codici mafiosi tocca agli “indegni”.
Ex donne di mafia che decidono di collaborare con la giustizia, per riassaporare il fresco profumo della legalità e della legge. Le donne che hanno spezzato un sistema, come la donna e mamma, Maria Concetta Cacciola, la giovane testimone di giustizia morta nella sua casa di Rosarno dopo aver ingerito acido muriatico. Dalle indagini emersero particolari inquietanti che coinvolgevano direttamente la sua famiglia. Perché l’unica famiglia alla quale hanno risposto i genitori di Cetta Cacciola era quella della ‘ndragheta.
Meglio la morte che il disonore, questo il concetto delle famiglie mafiose. Anche Lea Garofalo è morta per mano mafiosa. Denise, la figlia di Lea, anche lei collaboratrice di giustizia, perché l’assassino di sua mamma è stato il padre, che lei ha avuto il coraggio di denunciare.
Se una lady di mafia si ribella tutte le altre si accorgono che allora è vero che un’altra vita, contraria alla distruzione, sia possibile. E se sempre più donne come avviene anche in Calabria stanno diventando complici di dolore, prendendo le redini di cosche e amministrando beni e rapporti con i fornitori, sono anche molte le donne che, senza fare lo stesso clamore, decidono di collaborare. E sempre più donne stanno piegando il “sistema” delle cosche. Non tanto per le rivelazioni che forniscono, ma per il solo fatto di avere consapevolezza di sé, del proprio destino e di avere una loro forza individuale. E questo, le organizzazioni mafiose non possono permetterlo. Sono loro, le nuove donne, che fanno paura. Più di quelle ai vertici dei clan.
Giovanni Falcone auspicava che le donne mafiose si schierassero con la cultura della vita per sfidare e battere le mafie. Se questo avverrà, il sacrificio di Maria Concetta Cacciola, di Lea Garofalo e di tante altre, avranno avuto il merito con la loro morte di aver indicato la strada alle proprie figlie, quelle che un giorno dovranno decidere da che parte stare, in quale clima far crescere i loro figli, quella giusta per guarire dal male. O quella sbagliata, rischiando di finire come loro. Resta però un sacrificio che è insito di speranza, nel segno della legalità, della lotta all’indifferenza e all’omertà. Libertà dalla mafia che soffoca, indebolisce e intimidisce, uccide e vendica in nome di quell’onore che donne vere come queste non riconoscono.
Degrado, criminalità, marginalità sociale, abusivismo. L’assenza di una politica adeguata, che si palesa spesso solo in campagna elettorale, alto tasso di disoccupazione e un’architettura originaria, che soffoca, che giorno dopo giorno annovera nuovi problemi, senza possibilità di risoluzione. Luoghi abbandonati, a tal punto da provocare una vera e propria guerra fra poveri, una caccia alle streghe del 2000 ed isolamento. Ma anche tanta, troppa ipocrisia ed omertà. Caivano è la dimostrazione di una fitta rete di omertà nella quale restano impigliate le vittime, che in molti avrebbero potuto salvare, ma che col loro silenzio hanno contribuito ad alimentare la violenza ed il dolore.
“Questa bambina è conciata come una sedicenne”. Risuonano forti queste parole. Mi sono chiesta, da donna e da zia, più volte il senso di questa affermazione proferita da Corrado Augias, giornalista, conduttore televisivo e scrittore della cui sensibilità e delle cui capacità di analisi non ho mai dubitato. Mi sfugge però il senso. Eppure Augias con ferma convinzione di sempre ha pronunciato queste parole durante il programma di La7, “DiMartedì”, condotto da Giovanni Floris e lo ha fatto commentando la foto della piccola Fortuna Loffredo, morta a sei anni, scaraventata dall’ottavo piano di un palazzo, dopo aver subito abusi sessuali, alla periferia di Caivano, nel napoletano.
Periferia di Napoli: Caivano è lì che nel 2014, tra i palazzoni, lo sporco, il degrado, le difficoltà di una vita che già da bambini diventa difficile, che la piccola Fortuna, dopo diversi abusi ha trovato la morte. Ad abusare di lei per poi ucciderla il suo vicino di casa, che oggi, grazie alla testimonianza e alla voglia di giustizia, di verità, alla voglia di liberarsi di un peso troppo grande per un bambino, è stato incastrato dal racconto dei bambini.
Autismo Vs opinione pubblica.
Raccontare la vita nelle sue mille sfumature: dall’amore vero e sincero che si prova, che ti spinge ad attendere col cuore in gola davanti ad una sala operatoria o a chiacchierare per “ingannare” il tempo nelle sale d’attesa, quando la vita ti costringe a fare i conti con la malattia, la sofferenza. Ecco per settimane sul mio blog, che nato dalla mia passione giornalistica di approfondire, di raccontare, fatti di cronaca, ho raccontato anche storie comuni, storie di tutti noi, di gente comune, che nei mesi di sale d’attesa ho incontrato ed ognuno di loro ha lasciato in me una traccia, una morale, un insegnamento. Storie fatte d’amore e di sofferenza, di lotte nel nome della vita e del “ti sono accanto nella gioia e nel dolore”. Insegnandomi un amore vero e sincero anche e soprattutto di fronte alle difficoltà, insegnandomi che l’amore può e vince su tutto. Insegnandomi però che è un amore troppo raro ed antico, che appartiene più alle “vecchie” generazioni, che alla mia-poco più che vent’enne-.
