Archivi categoria: Una finestra sul mondo

Se un voto si compra con cinquanta euro. Brogli e voti comprati, la nuova frontiera elettorale

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messUna fotografia che ritrae il voto assegnato a chi di dovere, come prova, poi l’incasso di 50 euro per il voto dato. E’ accaduto alle ultime elezioni comunali a Castellammare di Stabia. Un voto costa 50 euro. A seconda della Regione o delle condizioni dettate dai vertici della criminalità locale. In cambio di una semplice “x” che segni una preferenza. Sono le schede elettorali sporche di mafia. Pratica che ha compromesso sul territorio nazionale decine e decine di assessori, consiglieri ed ex presidenti di Regione. E che, in numerosi casi, li ha costretti a concedere favori su favori, strozzati dalla loro stessa voglia di potere. Un giro d’affari non indifferente per l’elettore: se si coinvolge anche un parente o un amico, si guadagna 20 euro a voto, arrivando a 30 euro lì dove si supera un certo numero di elettori. Arrivando a guadagnare in un solo giorno fino a 1500-2000 euro. La filosofia dell’elettore che si lascia pagare per la sua preferenza viene riassunta nel guadagno, poco importa il proprio voto. Un vero e proprio mercato del voto, ancor peggio di quello ortofrutticolo. A volte gli elettori vengono pagati con buoni pasto: un blocchetto basta per comprare i voti di un’intera famiglia. Affari di politica. Affari gestiti dalla mafia, che oggi conta su un fatturato, stando ai dati di Confesercenti che si aggira intorno ai 90 miliardi di euro, pari al 7% del Pil, riassumendo, sarebbero ben cinque manovre finanziarie del nostro paese. “Mafia s.p.a.” che vive sotto gli occhi di tutti, eppure in campagna elettorale nessuno tocca il tema. Ad oggi nessuna parte politica è riuscita a prescindere dalla relazione con il potere economico dei clan. Mettersi contro di loro significa perdere consensi e voti, ma anche scontrarsi contro un muro di difficoltà nella realizzazione delle opere pubbliche. Le mafie sono lì, intercettando i politici, si accordano e non fanno differenze di schieramenti. Hanno il potere politico tra le mani. Non c’è elezione italiana che non vinca attraverso il voto di scambio, un’arma vincente nel Sud Italia, dove la disoccupazione è alta. Un voto di scambio che risente dell’epoca e della società. In passato era più redditizio: un posto di lavoro alle poste, al ministero o negli uffici comunali, ma con gli anni il voto è stato venduto per molto meno. Bollette del telefono e della luce pagate per i due mesi precedenti alle elezioni e per il mese successivo. Nelle penultime la novità era il cellulare. Ti regalavano un telefonino modificato per fotografare la scheda in cabina senza far sentire il click. Solo i più fortunati ottenevano un lavoro a tempo determinato. Alle ultime elezioni il valore del voto è sceso a 50 euro. La disperazione del meridione che arriva a svendere il proprio voto per 50 euro sembra inversamente proporzionale alla potenza della più grande impresa italiana che lo domina. La compravendita di voti mostra una politica unanimemente disprezzata. Gli italiani la percepiscono come prosecuzione di affari privati nella sfera pubblica. Ha perso la sua naturale vocazione: creare progetti, stabilire obiettivi, risolvere concretamente i problemi. La mappa dell’Italia è costellata da scandali che ruotano attorno al voto di scambio. Da Milano a Casal di Principe, da Ventimiglia a Catanzaro, dalla provincia di Torino alla Basilicata, il Paese è una gigantesca scacchiera dove i calcoli a tavolino dei boss permettono di consegnare le chiavi dei palazzi istituzionali a “uomini fidati”. A politici conniventi che diventano così appendici delle cosche nei luoghi della democrazia del Paese. Un Paese corrotto dagli stessi politici, che aspetta la prima mossa politica affinché si affronti la questione morale all’interno dei partiti. Nessuno vincerà le elezioni finché si continuerà ad ignorare la fondamentale questione chiamata “organizzazioni criminali” o ancor di più “economia criminale”.

Contrassegnato da tag , , ,

Lady mafia, donne d’onore e di disonore

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messDonne potenti, donne di mafia, che spesso si trovano a gestire un potere immenso, in contesti sociali in cui paradossalmente la donna ha sempre dovuto faticare più del dovuto per imporsi. Ma la criminalità organizzata, con i suoi legami di sangue e le sue mille contraddizioni, offre uno spaccato inedito, dove emergono donne protagoniste di vicende incredibili, connotate da una dose massiccia di potere e ferocia.
Lady mafia, le chiamano. Sono il collante tra la perfetta compagna di un uomo d’onore ed una delicata posizione nell’ambiente domestico: quella di essere una sorta di culla della mafiosità, ad esse è deputata la trasmissione di valori tipicamente mafiosi, come il culto del rispetto nella sua accezione più negativa del termine e dell’onore che caratterizza e differenzia la posizione dell’uomo d’onore rispetto all’uomo comune, a questo ruolo non vengono chiamate donne qualunque ma coloro che provengono già da un ambiente mafioso.
Donne di mafia, che reggono le fila di rapporti intrecciati, gestiscono cosche e portano avanti affari quando i “loro uomini” sono in carcere, impartiscono ordine e guidano i rapporti. Sono donne d’onore ma anche del disonore. Sono “infami”, commettono “sgarri” imperdonabili, sono determinate e forti ma anche profondamente fragili quando si devono difendere. E la legge di mafia non perdona. Chi sbaglia paga. L’errore viene punito anche dalla stessa famiglia. Ci sono donne che si sono ribellate alla ‘ndrangheta e hanno pagato un prezzo altissimo e ci sono donne di ‘ndrangheta che, oggi, sono ancora fedeli alle regole che i mafiosi si sono dati sin dalla nascita delle organizzazioni criminali.
L’acido muriatico è un simbolo mafioso. Serve per pulire i bagni e tradotto nel loro linguaggio, vuol dire che chi tradisce e parla, si pente, deve essere ripulito nello stesso modo in cui si puliscono i “gabinetti”. A cui vengono paragonate: sudici ed indegni. Cancella ogni traccia. L’acido. Deturpa. Prova una lunga agonia e dolori fra i più insopportabili. Morte nell’acido è questa la fine che attende mogli e fidanzate di boss che si pentono ed iniziano a collaborare con la giustizia. Neanche loro sfuggono alla barbara esecuzione che nei codici mafiosi tocca agli “indegni”.
Ex donne di mafia che decidono di collaborare con la giustizia, per riassaporare il fresco profumo della legalità e della legge. Le donne che hanno spezzato un sistema, come la donna e mamma, Maria Concetta Cacciola, la giovane testimone di giustizia morta nella sua casa di Rosarno dopo aver ingerito acido muriatico. Dalle indagini emersero particolari inquietanti che coinvolgevano direttamente la sua famiglia. Perché l’unica famiglia alla quale hanno risposto i genitori di Cetta Cacciola era quella della ‘ndragheta.
Meglio la morte che il disonore, questo il concetto delle famiglie mafiose. Anche Lea Garofalo è morta per mano mafiosa. Denise, la figlia di Lea, anche lei collaboratrice di giustizia, perché l’assassino di sua mamma è stato il padre, che lei ha avuto il coraggio di denunciare.
Se una lady di mafia si ribella tutte le altre si accorgono che allora è vero che un’altra vita, contraria alla distruzione, sia possibile. E se sempre più donne come avviene anche in Calabria stanno diventando complici di dolore, prendendo le redini di cosche e amministrando beni e rapporti con i fornitori, sono anche molte le donne che, senza fare lo stesso clamore, decidono di collaborare. E sempre più donne stanno piegando il “sistema” delle cosche. Non tanto per le rivelazioni che forniscono, ma per il solo fatto di avere consapevolezza di sé, del proprio destino e di avere una loro forza individuale. E questo, le organizzazioni mafiose non possono permetterlo. Sono loro, le nuove donne, che fanno paura. Più di quelle ai vertici dei clan.
Giovanni Falcone auspicava che le donne mafiose si schierassero con la cultura della vita per sfidare e battere le mafie. Se questo avverrà, il sacrificio di Maria Concetta Cacciola, di Lea Garofalo e di tante altre, avranno avuto il merito con la loro morte di aver indicato la strada alle proprie figlie, quelle che un giorno dovranno decidere da che parte stare, in quale clima far crescere i loro figli, quella giusta per guarire dal male. O quella sbagliata, rischiando di finire come loro. Resta però un sacrificio che è insito di speranza, nel segno della legalità, della lotta all’indifferenza e all’omertà. Libertà dalla mafia che soffoca, indebolisce e intimidisce, uccide e vendica in nome di quell’onore che donne vere come queste non riconoscono.

Contrassegnato da tag , , , , ,

Oltre Caivano. Il popolo delle periferie che non viene raccontato

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messDegrado, criminalità, marginalità sociale, abusivismo. L’assenza di una politica adeguata, che si palesa spesso solo in campagna elettorale, alto tasso di disoccupazione e un’architettura originaria, che soffoca, che giorno dopo giorno annovera nuovi problemi, senza possibilità di risoluzione. Luoghi abbandonati, a tal punto da provocare una vera e propria guerra fra poveri, una caccia alle streghe del 2000 ed isolamento. Ma anche tanta, troppa ipocrisia ed omertà. Caivano è la dimostrazione di una fitta rete di omertà nella quale restano impigliate le vittime, che in molti avrebbero potuto salvare, ma che col loro silenzio hanno contribuito ad alimentare la violenza ed il dolore.

Non solo Caivano. Quante Caivano esistono in Italia?

Periferie italiane: veri labirinti che si trasformano in un inferno senza apparenti vie d’uscita, dove la violenza, l’abbandono, il degrado, diventano normalità.

Periferie sempre sotto l’occhio mediatico. Lo scorso anno avevano riacceso l’interesse per la vicinanza ai campi rom, ma anche per l’occupazione di case popolari non assegnate da parte degli immigrati ed italiani. Nei mesi scorsi le periferie sono balzate agli onori dell’interesse mediatico per la denuncia di moschee abusive.

Periferie, vero e proprio ghetto anche di immigrati, come accade nella vicina San Nicola Varco ad Eboli, in provincia di Salerno. Un’area di 14 ettari in cui da quindici anni vivono nel degrado e nell’incuria circa novecento immigrati, per lo più clandestini, stipati in baracche di lamiere. Senza luce elettrica e con una sola fontana. Uomini allo stato brado, topi e zanzare, case senza acqua e servizi, senza finestre, con fogli di plastica, promiscuità, commerci e baratti, prepotenze e sopraffazioni. Capanne fatiscenti trasformate in abitazioni, dove risiedono stipati a pochi metri l’uno dall’altra gli immigrati del nord Africa.

Degrado ed abbandono per le periferie italiane: in molte strade non esiste l’illuminazione. Le fermate dei mezzi pubblici sono trappole per molte donne, che spesso denunciano furti e violenze. Marciapiedi inesistenti, tanto da costringere mamme e bambini a camminare per strada.

Questo è il nostro Paese. Possiamo difenderlo dagli attacchi terroristici, possiamo proporre la chiusure di moschee, perché appartiene al “diverso” da noi, e non preoccuparci di sostenere una politica differente ugualmente sempre.

Incompiutezza, “l’altro” delle città, bruttezza, disordine: ecco come si presentano le periferie italiane. Eppure le periferie sono la parte esterna, il muro che sorregge ed il vero motore che tiene in moto la città.

C’è bisogno di una gigantesca opera di rammendo e ci vogliono idee. Le periferie sono città del futuro, non fotogeniche d’accordo, anzi spesso un deserto o un dormitorio, ma ricche di umanità e quindi il destino delle città sono le periferie. Quale eredità per le periferie? Le periferie sono la grande scommessa urbana dei prossimi decenni. Diventeranno o no pezzi di città?

La riqualificazione delle zone di degrado, lo abbiamo visto documentando spesso le Vele di Scampia, potrebbe trasformare zone simbolo di malavita e di distruzione, in speranze per le nuove generazioni. Serve una connessione fra il quartiere, la cultura, la legalità, la solidarietà. C’è bisogno però di ordine, di resistenza e cultura, che sconfiggano la malavita che ha paura proprio di questo, senza lasciare soli i comitati di quartiere e bravi onesti cittadini. Ma sostenerli.

Sostenere progetti, come quello del senatore e architetto Renzo Piano, che ha destinato il suo stipendio da senatore a vita, all’indomani della sua nomina da parte dell’allora presidente Napolitano, ad un gruppo di sei giovani che ha ribattezzato come “le fabbriche dei desideri”, che ha puntato su un progetto ambizioso quanto realistico: il rilancio delle periferie. Quello del rammendo non è un atteggiamento romantico, distaccato e parziale. E’ tutt’altro. Non si tratta di buttar giù il costruito e il costruito male, né di puntare sulle grandi opere. La sfida urbanista è quella di trasformare gli spazi sospesi dove i servizi funzionano male e talvolta a rischio ghettizzazione, in periferie urbane dove si possa vivere meglio. “Piccole scintille” come le chiama Piano. Piazze, parchi, piccoli spazi che possono innescare la rigenerazione urbana e sociale.

Utopia o presto realtà?

Contrassegnato da tag , , , , ,

“Guardi come è atteggiata”. Augias, la prego alla violenza non ci sono alibi che tengano

violenza bambini“Questa bambina è conciata come una sedicenne”. Risuonano forti queste parole. Mi sono chiesta, da donna e da zia, più volte il senso di questa affermazione proferita da Corrado Augias, giornalista, conduttore televisivo e scrittore della cui sensibilità e delle cui capacità di analisi non ho mai dubitato. Mi sfugge però il senso. Eppure Augias con ferma convinzione di sempre ha pronunciato queste parole durante il programma di La7, “DiMartedì”, condotto da Giovanni Floris e lo ha fatto commentando la foto della piccola Fortuna Loffredo, morta a sei anni, scaraventata dall’ottavo piano di un palazzo, dopo aver subito abusi sessuali, alla periferia di Caivano, nel napoletano.

La foto della piccola dai capelli biondi e dai lunghi “boccoli” come li chiama Augias è proiettata sugli schermi dello studio di La7 e mostra una bambina dal vestito colorato, sorridente nonostante le violenze subite e in posa, come capita a molte bambine della sua età. Questo è bastato ad Augias per paragonarla ad una sedicenne, diciottenne.

Ci risiamo. Augias come Oliviero Toscani, fotografo e creativo, celebre per le sue particolari pubblicità della Benetton, che nel 2013 trovò la soluzione agli stupri e ai femminicidi, invitando le donne a non truccarsi e a non usare tacchi.

Cari Augias, Toscani e cari uomini: un abito scollato, un rossetto, una minigonna, o ancora un abitino colorato e un sorriso di una bambina, non autorizzano nessuno a stuprare, bruciare, deturpare, abusare del corpo di una donna o di una bambina.

Mi meraviglio come un uomo intelligente e battagliero come Augias, possa pensare-e mi rifiuto di farlo- che solo una posa in foto, un boccolo biondo e un po’ di rossetto di una bambina possano essere il lascia passare ad una violenza. Mi meraviglio di come non ci si renda conto che frasi del genere possano fornire un alibi ad omuncoli che per anni si sono giustificati col pretesto della provocazione che rende l’uomo ladro.

Non esistono alibi alla violenza. Ricordo la storia di Anna Maria Scafò, che a 13 anni, fu violentata a San Martino di Taurianova, da un branco di dodici uomini adulti, che ha abusato di lei per tre anni. Oggi vive in una località protetta e lontano da tutti. A San Martino di Taurianova, dicono ancora oggi che se l’è cercata.

“Se la cercano” è un pensiero incivile ed incettabile.  Basta, vi prego basta! Alla violenza non c’è giustificazione.

Una bambina come Fortuna e come tante altre hanno il diritto di poter indossare un abitino più corto e colorato, di mettersi anche un po’ del rossetto delle madri, come tutte abbiamo fatto da bambine, di essere un po’ provocanti nelle foto. E’ innocenza, è gioco, perché sono bambine, ma ciò non deve essere assolutamente una giustificazione per un potenziale orco o passare per provocatrice, istigatrice di pensieri e azioni malate.

Augias, ci ripensi e chieda anche scusa alla mamma di Fortuna e a tutti quei bambini vittime di abusi che hanno il diritto di vestirsi e di essere provocanti quanto vogliono, senza dover aver paure di uomini e di parole simili.

 

Contrassegnato da tag , , ,

Abusi sui minori, guardate ed ascoltate i vostri figli

untitledPeriferia di Napoli: Caivano è lì che nel 2014, tra i palazzoni, lo sporco, il degrado, le difficoltà di una vita che già da bambini diventa difficile, che la piccola Fortuna, dopo diversi abusi ha trovato la morte. Ad abusare di lei per poi ucciderla il suo vicino di casa, che oggi, grazie alla testimonianza e alla voglia di giustizia, di verità, alla voglia di liberarsi di un peso troppo grande per un bambino, è stato incastrato dal racconto dei bambini.

Il caso della piccola Fortuna, riporta alla ribalta un tema tanto scabroso quanto difficile: la violenza e l’abuso sui minori. Un tema pesante e complesso e ve lo dice una che si è laureata con una tesi in “Maltrattamento e abuso sui minori, l’intervento dei servizi sociali”. Un tema che richiama a sé come in un vortice dantesco tante altre tematiche, che vorrei sviluppare con voi: la mancanza di rispetto, il non guardare al dolore dei piccoli, l’omertà degli adulti, il non accorgersi che il proprio piccolo ha subito una violenza.

Ma andiamo con ordine… l’orco che abusa di un bambino è a mio avviso un egoista, ma anche una persona disturbata, che ha bisogno di aiuto, ma deve necessariamente scontare una pena, che sia d’esempio ed esemplare, che non servirà a cancellare il dolore e la ferita permanente che questi piccoli hanno, ma servirà ad alleviare le loro sofferenze, a mostrare una Giustizia. Anche Papa Francesco, ha condannato fermamente questi atteggiamenti, invitando a punire questi comportamenti.

L’omertà degli adulti è altrettanto un crimine, a mio avviso, sapere, vedere ma far finta di niente, convincersi che non sia così, è un doppio crimine. Non esiste amore o scuse. Chi sa e tace, sbaglia e danneggia ulteriormente il bambino. Chi sa deve denunciare, urlare il crimine commesso e tutelare il piccolo, sempre. Nel caso di Caivano, i bambini che hanno permesso di incastrare dopo qualche anno l’orco hanno dimostrato come il muro di omertà si possa sconfiggere.

Dimentichiamo e dimenticate che la pedofilia, i casi di abuso che esso sia fisico, psicologico  o sessuale, abbia origine solo ed esclusivamente in un contesto di povertà e di degrado, quello di Caivano è solo un caso. La pedofilia risiede, ce lo insegna anche la cronaca, persino tra i sacerdoti, esiste anche in quei contesti dove vivono i professionisti, le famiglie “perbene” ed è proprio lì che spesso si tace, si nasconde il tutto e si continua per anni nel totale silenzio ed indifferenza, che permettetemi di dire fa ancor più schifo e rabbrividisce.

Non è sempre facile capire se un bambino ha subito abusi, come nel caso di Fortuna, dove il papà non aveva avuto alcun sentore. Ma alcuni comportamenti, possono metterci in guardia. Certo, non forniscono da subito prove certe, ma possono fornire i primi input, quelli che in gergo tecnico vengono chiamati “indicatori”: guardate i disegni dei vostri bambini, notate se le figure sono più grandi del solito, se emergono con continuità e ripetizione parti intime o parti del disegno più grandi rispetto al normale. Notate, se tendono a riportare con frequenza la stessa persona.

Non solo disegni… a volte i bambini non conoscono le parole giuste o hanno difficoltà ad esprimere quello che hanno vissuto, ma è un vissuto doloroso e spesso l’indicatore cardine è il suo cambiamento di comportamento, talvolta la difficoltà a dormire, un rapporto contrastante col cibo. Attenzione ai cambiamenti d’umore: sbalzi repentini, attenzione all’isolamento a scuola e tra gli amici. Ponete attenzione alla loro aggressività e a sbalzi tra comportamenti aggressivi a comportamenti docili e buoni.

Ascoltateli, anche se sono confusi, se mescolano discorsi: fate attenzione alle parole, al tono, a cosa dicono, a perché lo dicono. Non incalzateli di domande e di perché, ma ascoltateli e poi ritornate anche attraverso il gioco all’argomento.

Fate attenzione alla sua concentrazione a scuola, ad eventuali atteggiamenti seduttivi verso gli adulti. Guardate il loro corpo, la violenza fisica lascia segni. Nessuno di questi comportamenti indica con certezza che il bambino ha subito abusi. Altri disagi possono originare comportamenti simili che vanno sempre condivisi con uno specialista.

Contrassegnato da tag , ,

Autismo, non siamo un paese razzista

cropped-cropped-foto-per-copertina-blog.jpgAutismo Vs opinione pubblica.

E’ questo il dibattito che da giorni tiene banco sui media nazionali, dopo diversi casi di bambini autistici estromessi dalla gita scolastica. Ultimo in ordine di tempo quello della ragazzina autistica che nessuno dei ragazzi voleva in camera, durante la gita a Mathausen.

Clamore mediatico e la gita viene annullata. Clamore mediatico= discutere, riflettere. Il mondo della disabilità è ancora sconosciuto ai più e sicuramente molto può la tv. Sono la prima che per costume ed educazione personale, per i valori che mi legano alla professione che spero di poter fare un giorno, innalzo la bandiera dell’integrazione scolastica, del “mettersi nei panni degli altri”.

Ecco proprio perché mi “metto nei panni degli altri”, stavolta non critico o accuso i ragazzi o i loro genitori-che a dire di molti sono ignoranti e acidi- perché bisogna scovare infondo: l’autismo ha varie forme, tutte senza dubbio problematiche e gravi , ma alcuni stadi possono essere pericolosi, specie quando si tratta di ragazzi più grandi.

Per la cronaca bisogna ricordare il caso del giovane autistico Daniele Potenzoni, di 36 anni, che giunto in pellegrinaggio a Roma è scomparso, tutt’ora continuano le sue ricerche.

Non siamo un Paese sempre e per forza razzista e contro l’integrazione, ma guardiamo anche agli aspetti, entriamo dentro le decisioni, prima di sparare sentenze contro genitori e ragazzi: sono preoccupati delle reazioni di un ragazzo autistico in gita, preoccupati di dormirci nel caso possa avere reazioni violente, non a caso la stessa insegnante di sostegno si è sottratta a questa responsabilità.
Ecco allora facciamoci qualche domanda, rendiamoci più informati, e poi parliamo di integrazione. Il problema non è la gita: perché i genitori dei ragazzi autistici potrebbero andarci e rendere tutti più sereni, il problema è che spesso si vuole creare clamore mediatico, anche per consolazione personale, ma signori miei è sbagliato.

Contrassegnato da tag , , , ,

Amore amaro/parte1. Il dolore dell’amore, la più grande ricchezza

IMG_0217Raccontare la vita nelle sue mille sfumature: dall’amore vero e sincero che si prova, che ti spinge ad attendere col cuore in gola davanti ad una sala operatoria o a chiacchierare per “ingannare” il tempo nelle sale d’attesa, quando la vita ti costringe a fare i conti con la malattia, la sofferenza. Ecco per settimane sul mio blog, che nato dalla mia passione giornalistica di approfondire, di raccontare, fatti di cronaca, ho raccontato anche storie comuni, storie di tutti noi, di gente comune, che nei mesi di sale d’attesa ho incontrato ed ognuno di loro ha lasciato in me una traccia, una morale, un insegnamento. Storie fatte d’amore e di sofferenza, di lotte nel nome della vita e del “ti sono accanto nella gioia e nel dolore”. Insegnandomi un amore vero e sincero anche e soprattutto di fronte alle difficoltà, insegnandomi che l’amore può e vince su tutto. Insegnandomi però che è un amore troppo raro ed antico, che appartiene più alle “vecchie” generazioni, che alla mia-poco più che vent’enne-.

Così “racconti d’attesa” va in pensione, restando scritti qui e restando nel mio cuore, ma apro un’altra pagina, un’altra rubrica: “amore amaro”. Perché sì diciamocela tutta, con sincerità e franchezza ed a chiare lettere “l’amore fa male”, “l’amore è amaro”.

Però dal dolore nasce la nostra più grande ricchezza. Ricordate quando da bambini ci leggevano le storie con l’intento di farci capire la morale? Affinchè ne facessimo tesoro e insegnamento? Bene, la vita è la stessa cosa. Ogni cosa che ci accade nel bene e nel male, ci insegna qualcosa. Accade così anche quando per amore o in amore soffriamo: prima o poi ci insegna qualcosa e proprio quel qualcosa diventa la nostra ricchezza.

Per citare Adriano Celentano “non so parlar d’amore”, forse non sono in grado di parlarne, o forse sono troppo arrabbiata con l’amore, con me stessa e col genere maschile, da non riuscire ad essere lucida, ma d’amore voglio parlare, dell’amore che noi donne diamo: incondizionatamente e smisuratamente, rimettendoci spesso le penne.

Non voglio parlarvi dell’amore ideale. Non quello fatto di giorni indimenticabili e di sintonia su tutto, perché è tutto così perfetto: ci si capisce al volo, si anticipano i desideri altrui, si è sempre sulla stessa lunghezza d’onda. Anche se attente, il tranello potrebbe essere dietro l’angolo. Io voglio parlarvi dell’amore reale: quello dove il principe o la principessa hanno tolto la maschera e non brillano più, quello di porte in faccia e di telefoni muti.

Io, per uscire dal mondo degli ideali e delle fiabe, ci ho messo più di quattro mesi: da quando l’ho conosciuto in un giorno che pensavo fosse “destino”: il 24 dicembre, chissà perché quel giorno sono uscita di casa! Poi vi racconterò il nostro primo incontro, ma voglio anche parlarvi tutti gli errori che noi donne nel nome del cuore e dell’amore commettiamo, come anche di quelli che gli uomini, delle bugie che hanno le gambe corte, di sere che di magico resta ben poco. Del decalogo “sbagliato” sull’amore.  Ma un po’ per volta, a piccole pillole, a piccole puntante, per crescere e per capire insieme, per trarne un insegnamento e per trasformare la delusione in ricchezza.

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Storie comuni. Cameriere a Capodanno ad un passo dalla laurea

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-mess

Mancavano poche ore al nuovo anno, in clima già di festa, in un locale che pian piano si riempiva di gente, di sorrisi, di vestiti eleganti, di aspettative per il 2016, incontro lui: poco più che ventenne, con una divisa ben stirata, la cravatta rossa ben annotata, un portamento dritto ed elegante, pochi sorrisi e perfetta manualità. I suoi gesti divini, corretti, quasi sincronizzati, si aggira tra i tavoli dà il benvenuto alla clientela, augura buona fine, poi inizia a servire con maestria, con perfezione, muto non parla. Si avvicina al tavolo in cui ero seduta, mi accenna un sorriso, lo avevo già incontrato in quel locale, mi rinnova gli auguri per la mia laurea e sottovoce mi dice che nel nuovo anno si laureerà anche lui. Ingegneria aerospaziale. Mi si è aperto un mondo davanti agli occhi, un mondo giovane, bello, vero e sincero, un mondo fatto di giovani e di sacrifici. Francesco, lo chiamo così, anche la notte di San Silvestro lavorava per pagarsi gli studi, per arrivare a completare il tassello del suo puzzle universitario, per giungere al traguardo della laurea. Tutti noi eravamo lì in quel clima di festa, di gioia, pensando già alla notte di festa, di baldoria, ma lui era lì perchè nel nuovo anno doveva laurearsi e questo significava lavorare anche l’ultimo giorno dell’anno, far mattina mentre gli altri-anche della sua età-lavoravano. Francesco ce l’ho stampato nella mente, perchè ho pensato alla mamma a casa a festeggiare col cuore in gola, sapendo che suo figlio lavorava per finanziarsi gli studi, per essere “qualcuno” nella sua vita. Inevitabilmente ho pensato al potenziale che il nostro Paese ha ma a cui non bada. Siamo nell’era dell’ Uni-superficialità. Spesso pesiamo che gli studenti siano nullafacenti che studiano per non lavorare, che perdono volontariamente il loro tempo, che non si applicano, che lasciano scorrere gli anni dell’università per sfuggire alla ricerca di un lavoro. Li hanno chiamati negli anni “choosy, mammoni, gente allo sbando”, certo, qualche volta corrisponde al vero, ma altre volte, come nel caso di Francesco e di mille altri come lui, corrisponde a verità. Non sono leggende, i giovani così esistono. Se ci pensiamo bene, ognuno di noi ne conosce almeno un paio. Ma quello che non si dice mai è che esiste una buona parte di giovani che crede ancora in quello che studia e lo fa per passione.

L’università italiana è il nostro orgoglio ed è innegabilmente una delle istituzioni più importanti del nostro Paese, che va valorizzata, ma ancor di più bisogna sostenere e valorizzare gli studenti, il nostro potenziale, il nostro futuro e non guardare con disprezzo chi si laurea dopo qualche anno dall’iscrizione al corso di laurea, o chi salta degli appelli, perchè signori miei esiste un’Italia che ha fame e sete di lavoro perchè il lavoro equivale alla retribuzione e questa permette di vivere, spendere, mantenersi agli studi. Non chiamiamoli “bamboccioni” o “eterni studenti”, perchè sono altri gli eterni studenti e fatevolo dire da una che è fresca di laurea, quindi gli studenti “pigri” quelli che si permettono il lusso di stare in eterno all’università sono quelli che ne hanno la possibilità e che si prendono con comodo gli studi, ma quelli che lavorano e studiano sono la ricchezza del nostro Paese al quadrato, non dimentichiamocelo.

 

Contrassegnato da tag , , , ,

Racconti d’attesa/parte 6 Lei è parte di me. Non la lascio sola. 

Arturo è lì con i suoi occhi di ghiaccio che tanti anni fa hanno rapito la sua Maria. È lì col suo busto retto e dritto, da sergente dell’esercito, con le sue rughe che segnano i suoi 75 anni, i suoi capelli d’argento che mostrano il tempo di una vita che scorre via. È lì in quella sala d’attesa di una rinomata clinica campana, in attesa di vedere l’amore della sua vita, ricoverata da pochi minuti e in attesa di un intervento nel reparto di ortopedia. Arturo è perso in quella sala d’attesa che sa di vuoto, di troppe voci che si susseguono, è solo con la sua malinconia, la sua paura, la sua tristezza, solo in attesa che tutto possa finire. Il sole di Luglio batte forte, fa caldo, Arturo sa che le sue figlie sono lontane e al mare, mentre lui naviga nel mare della speranza e della paura. Solo su quella sedia, aspettando che passino i minuti, li conta col ritmo delle gambe, aspetta di poter abbracciare e baciare per pochi secondi, quelli che precedono il passaggio dalla camera “223” alla sala operatoria, la sua Maria. Lo chiamano, il suo volto si colora, è felice, ma la sua è un’aria già stanca e malinconica. Dopo pochi minuti ritorna nella sala d’attesa, il suo posto lo ha perso, si siede accanto a me. È fermo, con lo sguardo perso nel vuoto, ha paura, teme per sua moglie. Come è strano vedere un uomo grande e grosso, che sicuramente ne ha passate tante nella sua anziana vita, così in pena, così perso senza l’amore, quella della sua donna. Nelle sale d’attesa si parla tanto, è un vocio continuo, un bisbiglio continuo, lo sento ancora nelle orecchie, specie la notte quando mi sveglio e mi fermo a pensare a me in quelle sale d’attesa, alla gente incontrata, alle loro storie, da cui traggo sempre, seppur a distanza di tempo un insegnamento, una morale, come nelle favole che fa bambina mi raccontava il mio papà, seppur le cambiava, ma certo non mi preparavamo così tanto alla vita, quella di oggi, quella imprevedibile, disgraziata, che dietro l’angolo ti tira un tranello, così all’improvviso e a suo piacere. Così Arturo per caso si gira verso di me, mi vede “così giovane”, comincia a domandarmi chi sono, perché sono lì, cosa faccio nella vita. Ero lì per mia mamma, certo un amore diverso dal suo, ma pur sempre un amore. Gli racconto del rapporto, del legame che io e mia mamma abbiamo, ne rimane colpito, perché secondo lui appartengo ad una generazione di un tempo e non di oggi. Ma chissà come sono i ragazzi di oggi, forse sono meglio di quello che pensiamo, io lo penso. Non so voi. È quando gli chiedo perché è lì che Arturo resterà per sempre nel mio cuore, mi raccontò di un amore che dura da 50 anni, che sua moglie è il suo punto di riferimento, la sua ancora di salvezza, di una donna sempre per la famiglia, per lui. Che un giorno di primavera, mentre facevano una passeggiata è inciampata e la sua anca si è frantumata, così ora dovevano metterle una protesi all’anca, per cui l’intervento richiedeva un po’ di tempo e pazienza da parte sua. Lui che invece non aveva pazienza, non aveva né mangiato e né bevuto, era diabetico e cardiopatico. Quasi una sfida a chi stava peggio tra marito e moglie, eppure erano l’uno il bastone dell’altro. Quando siamo saliti in reparto, è entrato nella camera della moglie di tutta fretta, ha accennato un saluto veloce, con un sorriso felice e appagato. Gli hanno impedito in tutti modi di starle accanto perché era un uomo in un reparto femminile, perché doveva riposarsi, ma lui non si voleva schiodare da lì, voleva starle accanto, cascasse anche il mondo lui doveva esserle accanto, supportarla e darle amore, quell’amore e quel supporto che per anni aveva dato lei a lui. Era il suo personale modo per dirle “Ti amo”. Cercava di farla ridere, di farla distrarre dopo dai dolori dell’anestesia, mentre lui era ancora digiuno. Così si accasciò a terra per un malore e l’ultima volta che ho visto quell’uomo era su una barella mentre veniva trasportato nel vicino ospedale. Quell’amore che provavano era anche quello che li separava in quel momento e che per uno strano scherzo della vita li portava entrambi in ospedale ma lontani. 

Hanno così avvisato le figlie, forse loro hanno capito una lezione che l’amore anche da anziani può essere vivo, ma esiste anche l’amore dei figli che hanno diritto a far sì che esista e che viva. Sicuramente possiamo trarre un insegnamento che l’amore vero, unico, sincero, disinteressato esiste ancora ed è bene tenerlo stretto o aspettare che arrivi. Ed è bene pensare che gli uomini sotto sotto hanno un cuore che batte e senza l’amore della loro vita sono persi, come bussole che perdono la direzione.  

Contrassegnato da tag , , , ,

Gli attentati di Parigi oltre i social. La mia analisi.

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messQuanto accaduto a Parigi sta scatenando il peggio fuori e dentro i social network. Fuori è un proliferarsi di giudizi, di opinionisti un pò improvvisati, di direttori di giornali che pubblicano titoli ad effetto scaricando la loro rabbia e talvolta il loro disprezzo. Dentro, è un crucivia di professori della stastiera, di foto con i colori della bandiera francese, di stati che invocano alla pace, pensando ancora che si tratti di una guerra di religione. Una carreggiata di profili, di analisi di terrorismo, da chi competenze e conoscenze non ne ha per dirlo. Mi spiace dirlo ma non c’è logica, non c’è analisi e ancor di più non c’è rispetto. Ci trinceriamo dietro al “Je suis Paris”, quando siamo i primi ad essere spaventati, disorientati ed incapaci di leggere il messaggio tra le righe degli islamisti. Allora mi fermo un attimo a pensare, a riflettere: io a Parigi ho zii, cugini, gran parte della famiglia è lì, sono stata la prima a tremare, ad aver avuto paura, poi i social viaggiano veloce e così ho scoperto che stessero tutti bene. Ma quel giorno stesso ho preso una decisione, una presa di posizione: non scriverò frasi del tipo “Je suis…” o pubblicherò la mia foto profilo, come da suggerimento di Facebook con i colori francesi, se tra dieci giorni calerà il silenzio su quanto accaduto, se le foto profilo cambieranno, se noi non cambieremo. Perchè è facile cambiare la foto del profilo e poi vomitare il nostro disprezzo contro qualcuno, usando violenza. E non ditemi di essre egoista, ma dopo Charlie Hebdo eravate tutti con la matita in mano, tutti vignettisti e giornalisti di Charlie, una settimana fa eravate già a farvi la guerra, molti di voi auguravano ai loro nemici quotidiani vendetta e disprezzo. Penso che siamo ben lontani dalla realtà. Piango come voi la morte della giovane studentessa veneziana, ma mi sento di dirle da italiana “scusa”, perchè se fossimo stati più attivi, intelligenti, coraggiosi, non avremmo permesso alla Solesin e ai tanti giovani di andare via dall’Italia, ma le menti brillanti ce le saremmo tenuti qui, valorizzandoli ed andandone orgogliosi. Invece, l’abbiamo lasciata andare fuori, regalando all’estero il meglio del nostro futuro e purtroppo è morta lì. E smettiamola di dire e di dirci che è una guerra di religione, rischia di trascinarsi come tale, ma in realtà non lo è. Si tratta solo di persone che vogliono interpretare male la loro religione, ma intendono colpire l’Europa e la politica che la governa. Ecco perchè scelgono città come Parigi, perchè non uccidono solo i francesi, ma uccidono etnie, culture, nazionalità diverse. Lo dimostrano le nazionalità, le culture purtroppo di chi non ce l’ha fatta, morendo. Abbandoniamo le tastiere, la filosofia da Facebook e guardiamoci un pò più intorno, analizziamo e smettiamo di allarmarci e di vivere in ansia. Perchè il loro gioco è spaventare. Sanno bene che con la paura la gente non uscirebbe di casa, non vivrebbe più, non viaggerebbe più, quindi fermerebbero l’economia, paralizzerebbero le nostre vite, questo non dobbiamo permetterlo. Senza dubbio, ho paura per il Giubileo, perchè propabile bersaglio, ma ho paura perchè non credo siamo capaci di poter gestire al meglio per un anno il Giubileo. Guardiamo in faccia alla realtà, oltre l’Expo, vanto del governo Renzi in ogni occasione, ma anche lì c’erano delle lacune, delle attese, delle difficoltà, coperte dai numeri, ma problemi c’erano. Allora abbiamo i soldi per la benzina nelle auto della polizia, dei carabinieri? No, perchè se non ce l’hanno quotidianamente, fatico a pensare che ci sia per il Giubileo. Siamo davvero attrezzati?

Contrassegnato da tag , , ,