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Dulcis in Fundo, quando il cioccolato è questione di legalità

img_0217Siamo a Casal di Principe, in provincia di Caserta, dove in un bene confiscato alla camorra, che prima apparteneva ad un boss, è nata la cioccolateria sociale “Dulcis in Fundo”, i cui cioccolatai sono persone molto speciali, sei giovani affetti da disabilità. Il progetto ha la firma della cooperativa “Davar” , che gestisce la cioccolateria dallo scorso Ottobre. L’esperienza di “Davar Onlus” nata nel 2003. La cooperativa sociale ha preso vita grazie all’incontro di alcuni ragazzi dell’Azione Cattolica della Parrocchia di San Nicola di Casal di Principe, la chiesa di Don Peppe Diana, il sacerdote assassinato il 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, nella sacrestia della sua chiesa mentre si apprestava a celebrare la santa messa. Un camorrista lo affrontò con una pistola e cinque proiettili vanno a segno: due alla testa, uno al volto, uno alla mano ed una al collo. Don Peppe Diana morì all’istante, lasciando ai giovani un testimone: credere nella legalità. Così i giovani della cooperativa sociale “Davar” hanno lanciato questa gustosa iniziativa con lo scopo di promuovere l’inserimento di ragazzi disabili nel mondo del lavoro, favorendo non solo il ritorno all’artigianato ma soprattutto utilizzare la cucina come strumento terapeutico, che consente di stimolare i sensi e la sperimentazione, così i ragazzi riescono a fare dei progressi e a migliorare soprattutto le loro condizioni sotto l’aspetto psicologico. Non solo inserimento lavorativo, ma grazie a questa cooperativa sociale, un bene confiscato alla camorra riesce a vedere la luce, diventando simbolo di legalità, di riscatto, grazie anche alla regione Campania, che ha finanziato i lavori di ristrutturazione, con l’aiuto anche di “Fondazione con il Sud” nell’ambito del progetto “La res” rete economica sociale, che ha provveduto al cofinanziamento delle attrezzature. Sei giovani con disabilità e difficoltà diverse ogni giorno, specie nei giorni prenatalizi lavorano a pieno regime, tra cioccolato e pasticcini d’ogni genere: qualcuno è paraplegico, qualcuno ha qualche ritardo psichico, qualcuno un ritardo nello sviluppo, ognuno di loro ha una storia dura e dolorosa alle spalle, per loro questa non è solo un’occasione di lavoro ma è sinonimo di autonomia ed indipendenza. Lasciando fuori dalle mura del laboratorio i pregiudizi, producendo solo speranza. Prima del grande passo in laboratorio i ragazzi hanno seguito un corso di formazione, di tre mesi, con un maestro cioccolataio, perché in “Dulcis in fundo” si lavora solo cioccolato puro: al latte, bianco e fondente, solo un prodotto di qualità. Manca ancora un passaggio: i ragazzi non sono assunti, percepiscono solo un rimborso spese, al momento sono tante le spese ed il cioccolato non può essere ancora venduto, se non in qualche mercato comunale e le persone che riescono il valore del cioccolato prodotto da “Dulcis in fundo” si recano direttamente in laboratorio lasciando un’offerta a loro piacimento. Servirebbe una rete commerciale, una rete di punti vendita che supporti e venda nei propri negozi questo cioccolato prodotto in un laboratorio dove l’unica sindrome di cui è affetto è quello della golosità.

 

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Scuole insicure, da Nord a Sud scuole inagibili

img_0217Doppi turni a scuola, come nel Dopoguerra. Succede a Pagani, in provincia di Salerno, dove dall’inizio del mese di ottobre, quando è stata riscontrata una instabilità nel solaio della scuola materna-elementare “A. Manzoni”, circa 1200 bambini sono stati trasferiti e “ammassati” in un unico plesso, la succursale “G. Rodari” . I doppi turni non sono però bastati a garantire le aule per tutti, così ai genitori della scuola dell’infanzia è stato chiesto di portare i bambini solo in giorni alterni, “tanto non c’è l’obbligo di frequenza”è stato detto loro. Inutile sottolineare le conseguenze sull’equilibrio psico-fisico dei bambini in primis e per i genitori in secundis. Di fatti i bambini hanno perso di vista la continuità didattica, mentre, la dirigente minaccia denunce a chi non manderà i figli a scuola. I genitori così si sono rivolti al Garante per l’Infanzia. Da palazzo di città si lavora da settimane per una soluzione alternativa, attraverso anche una serie di tavoli di concertazione con i genitori, da settimane però la soluzione è difficile da trovarsi, seppur sembra fattibile uno spostamento dei bambini in vari altri plessi scolastici della città. Intanto in 300 hanno già chiesto il nullaosta per il trasferimento dei propri figli. Eppure a poche ore dal suono della prima campanella per il nuovo anno scolastico il governo aveva pubblicizzato investimenti sull’edilizia scolastica, parlando di successi delle nuove scuole, assicurando agli studenti e ai docenti, scuole nuove e belle, ma la cronaca racconta tutta un’altra realtà. Da Nord a Sud dell’Italia si registrano nei soli primi tre mesi di scuola crolli e disagi. Nel bresciano nelle scorse settimane quindici bambini e due maestre sono state ricoverati in ospedale a causa dei miasmi. Ad Enna gli allievi di un liceo di scienze umane sono costretti a frequentare le lezioni al liceo classico, con i turni pomeridiani, dopo l’inagibilità dichiarata dai vigili del fuoco. A Palermo, gli studenti sono costretti a seguire le lezioni all’interno di uno scantinato, un seminterrato della parrocchia. Crolli anche in una scuola in provincia di Torino e di Venezia, dove sono crollati i soffitti, a poche settimane già dall’inizio della scuola. Dal Sud al profondo Nord la musica non cambia, le scuole sono inagibili ed insicure, eppure nelle settimane che precedono l’inizio dell’anno scolastico, dai comuni ci sono i controlli di routine da parte dei tecnici, mentre si verificano crolli ed instabilità. Situazioni di pericolo, che spingono i sindaci a decretare la chiusura degli istituti scolastici delle loro città, così si allunga la lista dei crolli e delle ordinanze, secondo i dati recenti raccolti da “Cittadinanzattiva” nel rapporto sulla sicurezza, la qualità e l’accessibilità a scuola negli ultimi tre anni si sono registrati 112 crolli con 18 feriti. Le regioni più coinvolte sono la Lombardina con 16 incidenti, segue il Veneto (12), la Sicilia (11) e la Toscana (10). Solo nello scorso anno si contano 31 crolli di solai, tetti, controsoffitti, distacchi di intonaco, caduta di cancelli e ventilatori: episodi che uniscono il Nord ed il Sud Italia, i piccoli comuni così come le città. Le scuole restano insicure e gli investimenti sulla sicurezza degli edifici scolastici restano al palo o in attesa, mentre negli occhi e nella mente abbiamo le immagini del crollo della scuola di San Giuliano di Puglia o anche il crollo della scuola che doveva essere antisismica ad Amatrice, solo un caso fortuito ha evitato la tragedia.

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Neonati abbandonati alla nascita, la nuova emergenza italiana

img_0217Rifiutati alla nascita e consegnati al loro destino, nel bagno di un fast food o nel cassonetto dell’immondizia, come è accaduto pochi giorni fa a Napoli, dove gli agenti della polizia insospettiti dalle macchie di sangue, hanno bloccato la donna che stava per sbarazzarsi del bambino appena partorito nella spezzatura, mettendo in salvo la piccola creatura. Bambini abbandonati, meno spesso, purtroppo, lasciati nelle culle della vita, le moderne “ruote degli esposti”, una quarantina ad oggi in Italia tra ospedali, parrocchie e centri di assistenza. Sono circa 3000, secondo un’indagine della Società italiana di neonatologia, i neonati abbandonati ogni anno nel nostro Paese. Il 73% è figlio di italiane, il 27 di donne immigrate, in gran parte tra i 20 ed i 40 anni, mentre le minorenni rappresentano il 6 per cento. Gli abbandonati in ospedale sono 400. Bilancio in linea con i recenti fatti: Maria Sole è una delle ultime neonate abbandonate, è stata ritrovata la mattina del 30 novembre scorso a Villa Literno, avvolta in una coperta, abbandonata in una scatola, fuori da un negozio di frutta e verdura. Aveva fra le 48 e le 72 ore di vita. Dietro i casi “da nera” tante storie simili, segnate da disagio, disperazione, solitudine, con conseguenze a volte irreparabili. Perché dall’angoscia di non poter accudire ed amare il figlio indesiderato all’infanticidio: il passo è terribilmente breve. La “culla della vita” per gli abbandonati, se la propria creatura la si affida al mondo, diventa l’unica scelta. In Italia ne esistono diverse: a Varese, Milano, Firenze, nate da un progetto pilota del Policlinico Calino di Roma. La “culla della vita” richiama alla “ruota degli esposti” posta al di fuori dei conventi, aveva una forma a bussola girevole, di solito costruita in legno, divisa in due parti chiuse per protezione da uno sportello: una verso l’interno ed un’altra verso l’esterno che, combaciando con un’apertura su un muro, permettesse di collocare, senza essere visti dall’interno i bambini indesiderati. Facendo girare la ruota, la parte con l’infante veniva immessa nell’interno dove, aperto lo sportello si poteva prendere il neonato per dargli le prime cure. Spesso vicino alla ruota vi era una campanella, per avvertire chi di dovere di raccogliere il neonato, ed anche una feritoia al muro, per imbucare lettere, offerte e sostenere chi si prendeva cura degli esposti. La prima ruota nasce in Francia, nell’ospedale dei Canonici di Marsiglia nel 1188. In Italia arrivarono intorno al 1806 col napoleonico regno italico, fu chiamata “rota proiecti” venne ufficialmente istituita anche nei comuni dell’Italia Meridionale per la tutela pubblica dell’infanzia abbandonata. Una ruota degli esposti era in realtà già presente a Napoli: quella della Santa Casa dell’Annunziata, di cui esistono documenti d’immissione risalenti al 1601. L’abolizione delle ruote avvenne intorno al 1800, si discusse molto in quegli anni visto anche l’aumento demografico e le “ruote” pesavano non poco sulle casse pubbliche, poiché spesso venivano affidati all’assistenza pubblica anche i figli legittimi. Oggi, tornano più che mai attuali e se ne sente sempre più l’esigenza per evitare abbandoni drammatici e per sostenere il diritto alla vita delle creature. La culla per la vita è un segno di speranza, è scegliere la vita anche nell’abbandono, un segno per dire che c’è una possibilità di far vivere quel bambino, anche nella scelta dolorosa dell’abbandono. Questo è il primo compito delle culle, che poi offrono un servizio concreto. Una mappa completa delle culle per la vita in Italia non c’è, sono circa 50 stando ai numeri forniti dal Movimento per la Vita. Ad oggi si richiedono più culle per la vita e anche come chiesto giorni fa da Marco Griffini, presidente di AiBi, ma Griffini chiede anche una legge che abolisca il reato di abbandono del minore, perché ad oggi una madre può essere ricercata ed accusata di abbandono del proprio figlio. I recenti casi di abbandoni ci spingono però a riflettere quanto la crisi economica e dei valori abbia preso il sopravvento tanto da minacciare e spaventare uno degli eventi più belli e significativi di una donna: dare al mondo un figlio.

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Consulta, scelta storica: al via per il nascituro il cognome della madre

img_0217Sentenze sempre più storiche, destinate ad adattarsi ad una società sempre più moderna, che sconvolge canoni e valori, che si adatta ai corsi e ricorsi storici. Dopo la sentenza storica, che ha decretato la bigenitorialità, arrivando a condannare qualche settimana fa una mamma romana, che negli anni aveva allontanato il proprio figlio dal papà, sentenziando così il diritto – dovere di entrambi i genitori di tutelare il rapporto con i figli e di intervenire nella loro educazione, anche in caso di separazione o divorzio. Una nuova sentenza arriva pronta a entrare nel guiness storico: via libera al cognome della madre per i figli. La Corte ha dichiarato illegittima “l’automatica attribuzione” di quello paterno in presenza di una diversa volontà dei genitori. Una vittoria femminile e soprattutto delle madri. Ora i figli potranno portare il cognome materno accanto a quello del padre dal giorno in cui vengono al mondo. Senza pratiche burocratiche, attese. Sempre se tutti e due i genitori lo vogliono. A sancirlo la Corte d’Appello di Genova che ha accolto la questione di legittimità costituzionale sollevata sul cognome del figlio e ha dichiarato illegittima la norma che prevede l’automatica attribuzione del cognome paterno, in presenza di una diversa volontà dei genitori. In caso di mancato accordo tra i neo genitori sembra che il bambino terrà il cognome paterno. La questione non è tutt’ora normata per legge, esiste, però, una proposta di legge, approvata dalla Camera nel 2014, sepolta però da due anni al Senato. La sentenza della Consulta, arriva dopo anni in cui l’Europa tirava le orecchie all’Italia e forse questa sentenza spingerà sui tempi di approvazione della legge in Senato. La legge, infatti, andrà a normare tra le diverse vedute dei genitori: nel caso di mancanza di identità di vedute tra i neo genitori, o di battaglia per quale cognome mettere per primo, questa legge, prevede l’ordine alfabetico. Ancora una volta è un tribunale prima e la Consulta poi a tracciare la strada, un varco, delineando il cambiamento e riconoscendo le richieste che provengono dalla società.

Fino ad oggi come funzionava? Sino ad oggi per il doppio cognome si faceva ricorso alla Prefettura, così come avviene quando il proprio cognome è ridicolo o offensivo. Ma la concessione è a discrezione. Nel caso di alcune coppie conviventi, hanno scelto di far riconoscere il piccolo prima alla madre e poi in secondo momento al padre in modo che potesse portare entrambi i cognomi.

Non è la prima volta. Storico il momento, storica la sentenza. Non è infatti la prima volta che una coppia si rivolge alla Consulta chiedendo di poter attribuire il doppio cognome al figlio. Già nel 2006 la Consulta aveva trattato un caso simile, in cui si chiedeva di sostituire il cognome materno a quello paterno: in quell’occasione i giudici pur definendo l’attribuzione automatica del cognome del papà “un retaggio di una concezione patriarcale della famiglia” , dichiarò inammissibile la questione sottolineando che spettava al legislatore trovare la strada risolutiva. Legge che ancora giace in Senato.

Dunque, oggi, se vogliono e per fortuna anche le madri possono dare al figlio il proprio cognome. Che è quello del proprio padre. Tanto per dire.

 

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“Mamma non parlare male di papà”, sentenza storica dal Tribunale di Roma

img_0217Contesi, usati come “arma di ricatto”, costretti a subire insulti, frecciatine che un genitore inferocito rivolge all’altro. Spesso sono i minori le vere vittime delle separazioni, e sono loro i primi che dovrebbero essere tutelati e difesi. La conferma arriva dal Tribunale civile di Roma con una sentenza che ha condannato a 30 mila euro di multa una mamma che parlava male al figlio dell’ex coniuge, padre del piccolo. Per i giudici non ci sono dubbi o giustificazioni: il coniuge separato, in presenza di figli, è prima di ogni cosa genitore e deve salvaguardare la serenità e il diritto alla bigenitorialità del proprio figlio. E’ diritto-dovere di tutelare il rapporto con i figli e di intervenire nella loro educazione, anche in caso di separazione o divorzio. Per la prima volta, con la sua sentenza il Tribunale ascolta quelle imprecazioni silenziose dei bambini che magari sottovoce sussurrano alla mamma inferocita contro l’ex: “mamma non parlare male di papà”. Oggi è sentenza. Se parli male di suo padre a tuo figlio pagherai una multa pari a trentamila euro, un anno abbondante di stipendio medio, e se non cambierai registro ti verrà revocato l’affido.

Nel caso specifico, il Tribunale civile di Roma, ha accertato che il genitore in questione – la madre che aveva l’affidamento del minore – non ha cercato di riavvicinare il figlio al padre “risanandone il rapporto nella direzione di un sano e doveroso recupero necessario per la crescita equilibrata del minore, ma al contrario ha continuato a palesare la sua disapprovazione in termini screditanti nei confronti del marito”.

Una condotta scorretta e da condannare. Compito della madre, si legge nella sentenza, è quello di lavorare al fine di consentire il giusto recupero del ruolo paterno da parte del figlio, soprattutto nella sua posizione di genitore collocatario, quello con cui il bambino vive quotidianamente.

Una sentenza storica, 18799/2016, che punisce un comportamento del genere con una sanzione consistente ma soprattutto riporta ad un tema centrale: i figli appartengono ad entrambi i genitori, che hanno eguali diritti e doveri. Diritto dei figli, dovere dei genitori, tutelato anche dall’Unione Europea. Un precedente che farà strada e creerà giurisprudenza.

 

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L’Italia della dispersione scolastica. Una piaga sociale alleata della criminalità

img_0217La crisi arriva tra i 16 ed i 17 anni: ci si sente grandi e le regole vanno strette, la scuola appare pesante e faticosa, noiosa, distaccata dalla realtà, i professori, degli adulti che guadagnano poco e si sgolano in classe per ore, e il lavoro poi, per un giovane è un miraggio, una chimera, i pomeriggi a studiare o non studiare è infondo lo stesso. E’ l’esercito di quei sedicenni che un giorno hanno detto “no” alla scuola. Quei ragazzi che una mattina hanno deciso di non entrare più in classe, di buttare alle ortiche libri, quaderni, interrogazioni, compiti in classi e giudizi. Ma anche le cose belle della scuola: gite, amici, sport. Un numero enorme di giovani lascia la scuola, il 18,8%, causando quello che viene chiamata “dispersione scolastica” o più comunemente “evasione scolastica”. Stando alle statistiche i ragazzi italiani abbandonano molto presto la scuola e molti lo fanno prima di aver conseguito un titolo di scuola superiore, così quasi la metà degli italiani hanno solo la licenza media ed un’obiettiva difficoltà a trovare lavoro. Le cause dell’abbandono possono essere molteplici, e soprattutto una scelta degli studi superiori poco orientata e seguita, che spesso favorisce il verificarsi di tale fenomeno. L’evasione scolastica è un fenomeno complesso che comprende in sé aspetti diversi e che intessa l’intero contesto scolastico-formativo. Il fenomeno, intreccia due problemi: il soggetto che tende a disperdersi nella società, a trascorrere più ore in strada, diventando un facile bersaglio della criminalità organizzata; e quello relativo al sistema che produce la dispersione. Il termine nell’uso intransitivo significa sbandarsi, svanire ed evocano quindi la dissipazione dell’intelligenza, delle risorse, delle potenzialità. Il quadro dell’istruzione fotografato dall’Istat per “100 statistiche per il Paese – Indicatori per conoscere e valutare” è davvero preoccupante e secondo la ricerca, la fuga dai banchi interessa soprattutto il meridione. In Sicilia e Campania rispettivamente 15 e 14 studenti su cento non completano nemmeno il percorso dell’obbligo, mentre l’anno scorso poco più del 75% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore. Alla base dell’analisi delle cause della dispersione e del suo dimensionamento, ci sono sia variabili soggettive che macro-sociali, come ad esempio la mentalità che tende ancora oggi a denigrare la scuola ed il suo ruolo formativo e sociale, preferendo il lavoro già in tenera età. Dai dati è possibile vedere come la dispersione scolastica è molto alta nelle zone del Sud Italia, maglia nera per Napoli, dove circa il 12% dei bambini non va a scuola. Nello specifico, gli ultimi dati,  che si riferiscono a Napoli e all’intera regione, facendo riferimento all’anno scolastico 2014-2015 parlano, per la scuola primaria, di 335 segnalazioni ai servizi sociali di cui 176 rientrate prima della fine dell’anno, su una platea scolastica di oltre 42mila bambini. Si tratta di evasioni distribuite in modo non omogeneo ma comunque nelle zone di maggiore disagio socio-economico. Per le scuole medie, invece, su una popolazione scolastica di oltre 31mila ragazzi, 408 sono stati gli inadempimenti registrati alla fine dell’anno. Questi dati vanno letti tenendo conto delle motivazioni accertate, che per la primaria vanno ricercate prevalentemente nel disagio familiare e per le medie nella convinzione dei ragazzi dell’inutilità del percorso scolastico. Sono sempre più i giovani che subito dopo gli anni dell’obbligo formativo decidono di lasciare la scuola, e che a vent’anni, nell’età adulta, si ritrova sperduto e senza un titolo di studio. Perché se è vero che i titoli valgono a ben poco non averli significa esserne fuori, diventare invisibili, pronti ad entrare nell’esercito dei “Neet”, quegli oltre due milioni di giovani italiani tra i 15 ed i 29 anni, che non lavorano, non studiano e non hanno formazione. Sono gli esiliati. Gli inoccupati. Gli sfiduciati. C’è chi si aliena davanti al computer oltre 134 mila giovani in più espulsi o autoespulsi dal mondo produttivo.
C´è chi si aliena davanti al computer, nello stile degli hikikomori, quegli adolescenti che decidono che il mondo è nella loro camera da letto e nei rapporti virtuali della Rete. Oppure ci sono quei giovani che incontri al centro commerciale. Passano il tempo guardando le cose, le merci, gli oggetti, ma non spendono, perché i soldi non ci sono, e i pochi a disposizione servono per il cellulare. Certo, non ci sono soltanto i potenziali Neet tra coloro che abbandonano la scuola. Perché la dispersione scolastica, il fenomeno è noto, è alta e costante anche nelle regioni ricche, dove il lavoro, seppure più scarso, c´è ancora. E allora i teenager del Nord Est mollano e vanno a bottega. Dagli addetti ai lavori vengono definiti i “fuggitivi più fortunati”, chi lascia la scuola senza un paracadute rischi la deriva, il branco, rischia di deprimersi, isolarsi e chiudersi in se stesso. La dispersione scolastica è un urlo straziante e silenzioso al tempo stesso di tanti giovanissimi abituati agli agi e ai comodi, o semplicemente poco stimolati, confinati in una creatività fatta di social network e di tecnologia, ma una creatività non loro, che giorno dopo giorno spegne il loro potenziale, le loro idee personali che si omologano agli altri. Un urlo che richiama ad una scuola che non ha bisogno di tagli ma di iniziative, di progetti: corsi musicali, teatrali, laboratori, rendiamo la scuola un contenitore di vita e non soltanto di nozioni. Bisogna però rafforzare l’impegno contro la dispersione scolastica replicando le azioni positive già avviate e migliorando il rapporto tra le istituzione scolastiche e i servizi sociali, cercando di costruire percorsi comuni con tutti i soggetti esterni che lavorano con la scuola: terzo settore, associazioni, singoli volontari e che passano anche per il coinvolgimento dei genitori e per l’apertura della scuola al territorio circostante. Non è difficile creare una scuola per tutti, ma ha bisogno di energie, di forze e di risorse sia umane che finanziare, non ha bisogno di tagli, di ulteriori difficoltà.

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Quando la terra trema c’è anche l’assistente sociale. Il lavoro di emergenza tra le macerie

IMG_0217Una notte come tante, quella di martedì 25 agosto 2016, una notte che segnerà e colpirà, creando una ferita nel cuore e nelle vite di molti italiani. Interminabili minuti di paura, che sconvolgono e distruggono gran parte del Centro Italia. Il terremoto nella sua furia spazza via case, interi paesi, cancellando borghi, storie e talvolta vite. Quel che resta è il silenzio del dolore, la desolazione e cumoli di macerie che tracciano una ferita in più nella vita degli italiani. Le immagini che le televisioni ci propongono sono forti, spaventano, eppure mostrano un popolo composto che sa fondere paura e razionalità, nonostante il tragico momento, in cui il bilancio delle vittime sale di ora in ora, di giorno in giorno. Ci sono momenti così, nella storia degli uomini, dove si reagisce con l’emozione oltre che con la razionalità, perché l’emozione sveglia, incita a stare all’erta. Quell’emozione che smuove quanti per lavoro o semplicemente per impeto agiscono, accorrono nelle zone terremotate per dare il loro contributo, per fornire il loro personale aiuto. Sono i volontari o più comunemente “angeli”, che sfidano la paura, l’angoscia, il senso di smarrimento per aiutare chi nel terremoto ha perso tutto o chi farà i conti con la terra che trema ogni notte. A condividere per mesi il dramma della perdita della quotidianità, la fatica e le delusioni della ricostruzione, lo sforzo di tornare ad una normalità di vita dopo un evento destabilizzante, destrutturante come un terremoto, ci sono anche gli assistenti sociali, che ricoprono un duplice ruolo: curare le ferite piscologiche, con l’ascolto, la comprensione, l’empatia; ed i bisogni sociali, legati ai sussidi economici, alle richieste di assistenza, supporto agli anziani, ai minori. Un “pronto intervento sociale”, in cui il servizio sociale interviene come connettore di rete in grado di raccogliere i diversi bisogni portati dai cittadini colpiti dall’emergenza per attuare interventi idonei ad aiutare la popolazione ad affrontare meglio il momento di crisi. Assistenti sociali che arrivano sul luogo del terremoto quando i riflettori si spengono, quando il ricordo inizia a svanire nelle menti degli altri. L’assistente sociale arriva nei luoghi terremotati dopo le prime 72 ore. All’inizio la cosa più importante è non fare danni ma lasciare fare: persone competenti affinché facciano il proprio lavoro, ovvero, salvare vite. Passate le prime emergenze, inizia il lavoro dell’assistente sociale, che per codice deontologico è chiamata a mettersi a disposizione in queste situazioni. Il vantaggio di intervenire in questi momenti è conoscere d’anticipo la popolazione per il quale si lavorerà: si conoscono già le situazioni di fragilità, anziani soli, minori rimasti soli per il quale bisogna avviare una procedura d’affido. L’obiettivo principale è evitare l’acuirsi di disagi già presenti, cosa non sempre facile, perché si parla di zone ormai orfane di ogni via di comunicazione, di ogni tipo di struttura. L’assistente sociale arriva e lavora, quando le tende dei volontari si smontano e restano le problematiche: pensate a persone in misura alternativa al carcere o a ragazzi minorenni rimasti senza famiglia. Aiutare le famiglie a guardare avanti. Dunque, supporto, prospettiva e counselling sono le parole chiavi della professione di fronte ad un contesto crollato, ad un ambiente rotto, a delle relazioni rotte, perché prima di tutto è necessario ascoltare, capire, interpretare gesti, movenze, disegni dei più piccoli, che nascondono paure, fragilità, speranze nel futuro. Il ruolo dell’assistente sociale è un lavoro chiave specie in queste situazioni, in quanto può riportare un equilibrio, ristabilire il funzionamento sociale delle persone, ma per ognuna servono strumenti adeguati e bisogna individuarli, per farlo però c’è bisogno di ascolto, di comprensione, di un setting, ovvero, di un ambiente idoneo, improntato alla dignità, all’intimità e alla riservatezza. Un lavoro che non è solo, ma anello di un ingranaggio perfetto, di un lavoro di rete, in collaborazione con i medici di base, psicologi, neuropsichiatri, insegnati ed educatori. E’ importante che si cerchi di creare soprattutto per i più piccoli una normalità, fatta anche dalla scuola, quindi più che mai è importante il lavoro di rete con gli insegnanti, che dovranno anche fungere da supporto psicologico per i più piccoli. Non solo piccoli ma anche adulti, ed è anche a loro che l’assistente sociale porta il suo supporto, accogliendo le paure, le angosce del futuro, cercando di essere tramite con la parte amministrativa e politica, anche perché un’unica certezza accomuna chi è sopravvissuto al terremoto: non abbandonare il proprio paese. In effetti, le persone non vanno allontanate da quello che rimane delle loro vite e del loro passato. Un’esigenza che anche i politici devono abbracciare. La soluzione più economica non sempre è ottimale nel lungo periodo: le risorse vanno utilizzate con criterio ed intelligenza. Bisogna ricostruire e non creare marginalità. Arginare difficoltà non fa che crearne delle altre, talvolta più complesse.

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Orfani del Mediterraneo, quei minori stranieri non accompagnati che sbarcano in Italia

img_0217Remon, a quattordici anni è fuggito dal suo Paese, l’Egitto, senza nemmeno avere la possibilità di salutare i suoi genitori e suo fratello. Con follia e paura si è rivolto a scafisti senza scrupoli pur di raggiungere l’Italia e diventare un ragazzo libero di studiare. Libero di professare la sua fede: lui è cristiano copto. È stato chiuso durante la trattativa economica con la sua famiglia in un appartamento alcuni giorni. Poi, disorientato, ha cambiato tre imbarcazioni. Pericolose, gelide. Senza mangiare se non riso cotto con l’acqua salata, bere se non benzina. Ustionato di giorno dai raggi del sole, congelato la notte. Poi è arrivato in Sicilia, pensando che quell’isola fosse la famosa Milano. Quella città di cui tanti parenti gli parlavano in Egitto. Dove si lavora, si studia, si può pregare senza rischiare la vita. Ma è diventato un numero, dopo lo sbarco. È entrato in un centro di accoglienza, poi un altro e ha capito cosa sia la paura. Ma anche quanto valga la libertà: più della solitudine. Più di qualsiasi timore. Quando stava per smettere di avere speranza e di contare i giorni, ha incontrato Carmelo e Marilena. Una coppia generosa, senza figli, che l’ha accolto e gli ha permesso di salvarsi e studiare ad Augusta. Remon, ha deciso di lasciare la sua storia come un’impronta, tra le pagine di un libro, scritto dalla giornalista e scrittrice, Francesca Barra, “il mare nasconde le stelle”. Remon è l’emblema di tanti orfani del Mediterraneo, piccoli anonimi, che arrivano in Italia. Sono schiavi invisibili, giovanissime vittime dello sfruttamento e della tratta dei migranti. Un fenomeno nascosto e difficile da tracciare che vede come protagonisti i minori stranieri giunti in Italia via mare e via terra, molti dei quali non accompagnati da genitori o parenti. Secondo l’Organizzazione umanitaria, in Italia tra gennaio e giugno 2016 sono arrivate via mare 70.222 persone in fuga da guerre, fame e violenze. Di queste 11.608 sono minori, il 90% dei quali (10.524) non accompagnati. Un numero più che raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente quando si sono registrati 4.410 arrivi. Piccole vittime dello sfruttamento. La tratta di persone, in Italia, costituisce la terza fonte di reddito per le organizzazioni criminali, dopo il traffico di armi e di droga. Ovviamente i minori stranieri, soprattutto quelli non accompagnati, rappresentano un potenziale bacino di sfruttamento per coloro che cercano di trarre profitto dal flusso migratorio, speculando in vari modi sulla vulnerabilità dei più piccoli: dallo sfruttamento nel mercato del lavoro nero, alla prostituzione, allo spaccio di droga fino ad altre attività criminali. Un girone infernale, in cui rischiano di finire i minori stranieri non accompagnati, eppure il sistema giuridico italiano, attraverso la figura dell’assistente sociale, ha l’obiettivo di tutelare i minori stranieri non accompagnati. Qualora un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio identifichi un minore straniero non accompagnato sul territorio dello stato italiano, le leggi da applicare sono le stesse previste per la protezione dei minori italiani. Di conseguenza sarà suo compito segnalare la situazione del minore alla procura e al giudice tutelare. Il minore che verrà riconosciuto in stato di abbandono verrà collocato in luogo sicuro. Laddove ve ne siano le condizioni verrà aperta la tutela e valutato l’affidamento del minore. I minori stranieri sono inespellibili dal territorio italiano salvo che per ragioni di ordine pubblico e sicurezza dello stato. Il D. Lgs 286/1998 e il DPR 394/99 prevedono però la possibilità del rimpatrio assistito del minore quando questo è considerato opportuno nell’interesse dello stesso. “Rimpatrio assistito significa affidare nuovamente il minore alla famiglia o alle autorità responsabili del paese di provenienza con un progetto di reinserimento. Per i minori stranieri non accompagnati che restano nel nostro Paese, è previsto un lavoro congiunto tra Assistente Sociale e Tribunale per i Minorenni, affinchè si riescano a rintracciare familiari entro il quarto grado di parentela per un affido intra familiare, oppure optare per un affido extra- familiare, ovvero, famiglie che hanno dato la disponibilità ad accogliere in casa dei minori privi o allontanati dalla loro famiglie. E’ il primo passo per un Paese come l’Italia verso l’integrazione e l’apertura all’altro, specie se minore, che spesso ha vissuto esperienze traumatiche durante la traversata in mare. Ma siamo un Paese generoso che lo fa lontano dai riflettori. Esistono tante famiglie che accolgono minori immigrati, con sacrifici e sforzi inenarrabili. Con una fiducia dettata da un solo istinto: l’amore gratuito. Perché l’affido è la forma di amore più incondizionata e rischiosa. Sono bambini indifesi, che vivono in conflitto perenne tra i ricordi della famiglia biologica e la gratitudine. Il cibo della loro terra e quello del paese che li ospita. In conflitto tra le abitudini e la spontaneità. La lingua. Esistono i confronti, che sono inevitabili e dolorosi. Dovremmo fare tutti un passo indietro, essere aperti alla forza dell’amore, della fede, del sogno onesto di questi bambini, che vince su tutto. Un Paese che accolga e non chiuda: dalla scuola alla famiglia, grattando via pregiudizi e ragionamenti banali. Cercando di costruire un Paese tollerante ed aperto, ma anche di professionisti che lavorino in rete verso la stessa finalità.

 

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Perchè il fascino della politica attrae i più giovani

6834932-strumenti-moderni-giornalista-computer-portatile-bianco-taccuino-e-una-penna-profondit-di-campo-messGiovani politici di grandi speranze e naviganti professionisti di lungo corso che vedono crollare carriere ed esistenze politiche strappategli dai giovani, che armati di entusiasmo e passione si lasciano andare a cariche politiche. E’ la fotografia della nuova politica italiana. Giovani impegnati in politica, che scalano gerarchie interne ai partiti, conquistano gli elettori e portano a casa il successo. Giovani e politica, il binomio perfetto che lascia da parte il disprezzo per sposare l’impegno. Conquistano gli elettori per le facce pulite, buone, talvolta colte, che spazzano via gli impresentabili ed i soliti volti che molte liste tentano di presentare. Un impegno che sia agli occhi dei giovani politici, che dell’elettorato si traduce come una provocazione: non lasciare la politica ai professionisti del malaffare, ma i giovani in politica sono anche per gli elettori il vento del rinnovamento e del cambiamento, quel vento che sa di idee e di buona fede, su cui vale la pena sperare e puntare. Giovani che fanno politica, nati talvolta con la passione travolgente della politica nel sangue, che hanno in testa una carriera politica o più semplicemente “fare politica”, li appassiona il dibattito politico. Occuparsi di politica- fare politica- è una necessità assoluta per molti giovani, che salva da un futuro oscuro, per evitare di avere il rimpianto di non aver fatto nulla. Una classe politica giovane e che aspira ad un cambiamento radicale, sembrano questi i presupposti della nuova politica giovanile. Giovani che hanno seguito il motto di Berlinguer “fate politica” e di Gramsci che nei suoi quaderni del carcere scriveva “l’indifferenza è il peso morto della storia”. E sono sempre più i partiti ed i movimenti italiani che negli ultimi anni si sono aperti ai più giovani, puntando sulle loro idee e sulle loro forze. Basti vedere il Movimento Cinque Stelle, che dalla sua conquista gli elettori oltre che per le sue idee, quanto anche per i volti giovani che si ritrovano come accade nella storia attuale a governare talvolta città italiane che fino a qualche mese fa erano rocca forte di ossi duri della politica. Occhi azzurri come il mare. Bionda. La più giovane. Aveva solo 25 anni, quando mise per la prima volta piede nel suo ufficio di assessore alle Politiche giovanili. Studiava legge negli Stati Uniti, ma De Magistris, anche se qualcuno storceva il naso per una giovanissima a Palazzo San Giacomo di Napoli, parliamo di Alessandro Clemente, la volle assessore. Oggi è di nuovo nella giunta del sindaco partenopeo e con qualche anno in più, 29. Ha conquistato per la seconda volta gli elettori, con ben 4500 preferenze, la più votata nello schieramento De Magistris. L’obiettivo della Clemente, che rappresenta l’orgoglio della giunta napoletana, è quello di abbattere i muri e rilanciare la città partendo proprio dai giovani. Mille obiettivi nel cassetto e negli occhi della Clemente: da una squadra più larga, alla connessione con le città d’Europa. Ma anche un laboratorio politico, che macini sempre idee e progetti che si traducano col fare concreto. 27 anni, il sogno politico e la rincorsa verso il comune di Salerno, è Dante Santoro, che nella sua scalata verso palazzo di città a Salerno era affiancato da tre liste civiche composte prevalentemente da ragazzi e professionisti. Una corsa di civiche, ma un passato per Santoro col Movimento Cinque Stelle, dove è risultato all’election day il più votato su 57 candidati. Una sfida dura per Santoro: farsi largo alle ultime elezioni tra i tanti candidati sindaco, molti appartenenti alle stesse formazioni politiche, che per lui dimostravano la vecchia politica che tende di perdersi in faide per il controllo del potere, dimenticando i problemi veri della gente. Una sfida persa da candidato sindaco, ma di certo il giovane Santoro, non ha perso la grinta e la tenacia, e da consigliere comunale si è fatto promotore già di diverse iniziative. Una su tutte, “la scuola dà consiglio”, che nello specifico, si rivolge alle scuole superiori della città di Salerno per coinvolgere gli studenti in quella che è la complessa vita amministrativa della città. Ma anche una consigliatura, quella di Santoro al fianco delle tematiche della città, infatti, da qualche giorno ha lanciato una petizione sulla viabilità e le strade pericolose. Occhi puntati soprattutto sui rioni collinari di Salerno. Non solo grandi città o capoluoghi annoverano nella loro squadra amministrativa giovani, anche nelle piccole realtà si punta sull’impegno politico dei più giovani. Accade a Pagani, nel salernitano, 35.000 abitanti ed un consiglio comunale che può vantarsi di avere due giovani consiglieri, i più giovani che la città possa ricordare: Bartolomeo Picaro di Forza Italia e Raffaella Cascone. Picaro, fu eletto nella maggioranza del sindaco Salvatore Bottone a soli 24 anni, nel 2004. Una carriera interna al partito prima ancora di approdare in consiglio nella città di Sant’Alfonso. Prima responsabile di Forza Italia giovani a Pagani per la campagna elettorale, poi coordinatore cittadino di Forza Italia giovani, fino ad essere nominato portavoce provinciale dei giovani di Forza Italia. Attualmente ricopre il ruolo di capogruppo del partito in consiglio comunale, nel frattempo il primo cittadino lo ha anche delegato all’edilizia scolastica. Un occhio giovane alle scuole cittadine. Ha 28 anni ed ha portato a casa ben 600 voti, in un centro cittadino piccolo ma che ha voglia di rinnovamento, Sant’Egidio del Monte Albino, alle pendici dei Monti Lattari. Gianluigi Marrazzo, è il più giovane nella giunta del riconfermato sindaco, Nunzio Carpentieri. Marrazzo oggi regge l’assessorato ai Lavori Pubblici con delega alla struttura mercatale di via Nazionale, perno centrale dell’economia locale. Proprio il Mercato Ortofrutticolo, quale volano dell’economia è stato il primo punto di partenza in questa attività di assessorato per Marrazzo, partendo dai lavoratori e assicurando loro le condizioni minime di lavoro. Il suo motto politico è “coltivare la realtà”, quella realtà che con Marrazzo ha il sapore delle idee giovani e nuove anche per una comunità piccola e montana come Sant’Egidio.

 

Un mio articolo per ildenaro.it

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Amore amaro/ Infarto d’amore 

Quando un sentimento che sin da bambini abbiamo imparato a chiamare “amore” finisce, senti una fitta al cuore, come se fosse in corso un infarto, ti logora dentro e le luci del palcoscenico della vita si spengono, ad una ad una, un po’ per volta, lentamente, la terra la senti muovere sotto i tuoi piedi, come un improvviso e spaventoso terremoto, una tristezza infinita ti pervade come se il mondo stesse piangendo la più grande catastrofe del mondo. Immobile resti a sfogliare i ricordi, mentre la tua mano non stringe più quella di chi hai amato, mentre i progetti naufragano nel mare del “mai”, mentre la giostra della felicità e del “tutto va bene” s’ inceppa, lasciandoti all’ultimo e penoso valzer della vita, quello in cui devi fare i conti col “ripartire”, il “ricominciare”, dove devi ripuntare la bussola della vita, orientare i tuoi giorni, riallacciare nuovi nodi e salpare per mari ignoti e sconosciuti.

Mari che sanno di incertezza e di solitudine, mari che dovrai conquistare con una ferita al cuore in più, diventando abile ed esperto marinaio del “mal d’amore”.

Quando un amore giunge al capolinea e l’altra persona ha lasciato la nostra vita per sempre, qualsiasi esso sia il motivo, sembra che tutto sia controcorrente, ingiusto, folle e cattivo. Ti accorgi che delle abitudini devono andare in pensione e lasciare il posto a delle altre. Inizi ad assaporare un tempo nuovo e diverso, fatto di cose che devono “riempire”, di notti che riassaporeranno il gusto del sonno, di giornate che avranno un sole tiepido ma pur sempre un sole, che ha voglia di essere vissuto, nonostante tutto. Impari che nonostante tutto si continua a vivere ed il mondo continua a girare, ad esserci e a vivere. Impari ad incassare, rimuginare e respirare più forte per non far prevalere quel senso di vuoto, di mancanza, quel nodo alla gola che sembra non farti respirare.

Impari che l’amore spesso e’ ingiusto quanto anche folle. Impari a non guardare o a cercare disperatamente il cellulare. Impari a non dar più peso a quel “ti hanno cercato”. Impari a darti al silenzio, perché le parole non servono più e non basterebbero a colmare e a riparare errori. Impari che ci sono mille modi d’amare e tra questi quello egoistico. Impari che a volte siamo troppo presi ed avventati nei sentimenti. Impari a farne a meno, perché infondo il tempo che fino a qualche attimo prima non ti era amico, sta facendo il suo corso e proprio lui diventerà da nemico ad amico e ti aiuterà come un’abile dottore a riabilitarti dopo un infarto d’amore

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