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Violenza sulle donne, come aiutare le vittime

untitled 2Umiliate, sminuite, picchiate, maltrattate, uccise. Un’ignobile guerra degli uomini contro le donne. Violenze ed omicidi che si consumano tra le mura domestiche e per mano dell’uomo che si è scelti in nome di un sentimento nobile: l’amore. Uomini che lasciano posto all’ossessione per la donna che professano di amare, diventando gelosi, aggressivi e violenti. L’uomo che diventa orco, un tormento, un calvario fatto di minacce, persecuzioni, telefonate, che cristallizzano le donne nella paura, che molto spesso subiscono in silenzio e la cronaca ci racconta l’epilogo, spesso, tragico. E’ un pugno dritto allo stomaco il mucchio selvaggio di foto di mariti, fidanzati, conventi e padri che hanno ammazzato la “loro” compagna di vita. Bacheche zeppe di madri, figlie, fidanzate, amanti assassinate, e da anni ci imbattiamo. Molti uomini divenuti assassini li abbiamo visti in salotti televisivi recitare un “copione” ben definito. Lacrime e parole amorevoli, inviti alle loro consorti, mentre, ormai erano già morte e per mano loro. Una carrellata di assassini. Facce normali. Facce semplici. Facce pulite. Facce serene e rassicuranti. Eppure covavano una ferocia in un’esistenza apparentemente anonima. L’amore e la passione non c’entrano nulla, né i “raptus” di follia. Gli omicidi di donne sono una vera e propria esclation di violenza, fino ad uccidere. Sono morti annunciate. Morte che camminano. Sono omicidi premeditati. Si resta sconcertati dinanzi alle storie e alle morti delle tanti, troppe donne mentre sembra inarrestabile questa guerra contro le donne da parte degli uomini. Troppo spesso al sospetto o alla certezza di un maltrattamento subito da una donna che conosciamo può suscitare sentimenti di rabbia o peggio, incredulità. Fare i conti con la violenza domestica significa mettere in gioco i propri sentimenti e pensieri, confrontarsi con i preconcetti e prendere una posizione. Questo non è sempre facile, soprattutto se si conosce la vittima e chi esercita violenza, perché, credere e denunciare, significa schierarsi dalla parte delle donne che subiscono violenza. Va detto che esistono dei campanelli d’allarme che possono essere facilmente riconosciuti e che possono aiutare a comprendere se una donna sta subendo violenza. Sono diversi gli indicatori: da un aspetto psicologico: stati d’ansia, stress, attacchi di panico, auto colpevolizzazione; ad uno stato comportamentale insolito e che non le appartiene: ritardi o assenze a lavoro, agitazione per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite; infine, l’indicatore fisico: contusioni, bruciature, lividi. Bisogna aprire una strada verso il dialogo, anche se non siamo professionisti, mostrandoci attenti, pronti all’ascolto ed evitando le interruzioni: quando una donna si apre che sia l’amica o una conoscente con la quale ha rotto il muro del silenzio, è importante lasciarle tempo e spazio per esprimersi, improntando un dialogo di confronto con serenità, calma e tranquillità, ciò ci consentirà di capire meglio se chi conosciamo è vittima di una qualche forma di maltrattamento. E’ importante rapportarci a lei con l’intenzione reale di volerla aiutare prima di offrirle il nostro aiuto. Non si è mai conoscitori della violenza domestica ed è per questo motivo che è bene informarsi, documentandosi o confrontandosi con un centro antiviolenza. Non lasciamoci prendere da soluzioni rapide, definitive e semplici; spesso istintive e naturali. Mostrarsi partecipi e soprattutto crederle dimostrandoglielo e dicendoglielo è molto importante. Non stupirsi del fatto che il racconto può far emergere sentimenti incongruenti nei confronti del compagno nonostante il suo racconto di violenza. Ci sono donne che provano compassione, amore, ma anche odio e paura nei confronti del loro compagno. Si tratta di donne che tendono a giustificare la violenza da parte degli uomini o a colpevolizzarsi in prima persona, per cui bisogna aiutarla a farle capire che la violenza, qualsiasi essa sia non ha alcun motivo per esistere. Donne umiliate nell’animo, si sentono indebolite, fallite, nulle, ma bisogna farle capire che ogni donna è artefice della propria vita, della propria felicità e che ha un potenziale nel riemergere più forte di prima, più forte della violenza. Man mano che il discorso scorre è bene cercare di capire il clima casalingo, specie se vi sono armi in casa, servirà per chiarire la pericolosità della situazione che sta vivendo. E’ bene, se non siamo professionisti evitare di dare giudizi o consigli ma supportarla nel chiedere aiuto alle autorità ed ai professionisti competenti. Il nostro supporto, la nostra vicinanza diventano essenziali non solo per il clima di fiducia creatosi piuttosto perché si tratta di una donna che lentamente si è dissociata dalle amicizie, dal rapporto con l’esterno, isolandosi. Una delle minacce usate più frequentemente dal maltrattatore per ricattare la donna vittima delle sue violenze è quella di dirle che perderà i figli in caso di tentativo di abbandono o denuncia. Spesso è per questo motivo che la donna non denuncia, ma farle capire che la tutela dei suoi figli passa prima di tutto da un clima sereno in famiglia e che è e resterà una buona madre e di coraggio anche nel momento in cui denuncerà, è fondamentale per lei e per i suoi figli, che spesso assistono inermi alle violenze che le madri subiscono tra le mura domestiche. Propri i figli, nella maggior parte dei casi, sono la tenacia che manca alle donne per denunciare. Tutelarli e “farlo per loro” spesso diventa la spinta decisiva. Chiunque si avvicini ad una donna maltratta estraneo all’aspetto professionale dovrà essere consapevole che la donna potrà assumere qualsiasi decisione e questo esporrà chi è al suo fianco a qualunque rischio, per cui se la si vuole davvero aiutare, si deve cercare di essere pazienti e avere rispetto per le sue decisioni. Il supporto che si darà a chi vorremmo aiutare, unito a quello dei professionisti a cui la donna si rivolgerà sarà il percorso di rinascita di una donna che per troppo tempo ha vissuto in un clima di paure, incertezze, delusioni e maltrattamenti. Affiancarci ad una donna sola, vittima di una relazione malata, sarà l’atto più umano e più ricco della vita di ognuno, perché nessuno si salva da solo.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Bambini in corsia. Un protocollo sancisce i diritti dei piccoli in ospedale

untitledDiritti in corsia per i bimbi. Un protocollo siglato pochi giorni fa garantisce più diritti per i piccoli pazienti in corsia, in primis quello di non essere trattati come “piccoli adulti” ma nel rispetto della loro età. Questo l’incipit dell’accordo siglato tra l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza e l’Associazione Ospedali Pediatrici Italiani (Aopi). La firma del protocollo a ridosso della Giornata Mondiale per i diritti del Fanciullo, che si celebra ogni anno il 20 novembre, ha visto intorno al tavolo dell’accordo sedute tredici eccellenze ospedaliere pediatriche italiane, dal Mayer di Firenze al Bambino Gesù di Roma, passando per il Santobono di Napoli, sino al Burlo Garofalo di Trieste. Diritti esigibili e misurabili, sanciti già dall’allora Carta dei Diritti dei bambini in ospedale, in cui vengono elencati una serie di diritti per i piccoli pazienti, garantiti dal personale sanitario a tutti i minori che fruiscono delle prestazioni sanitarie erogate, senza alcuna distinzione ed a prescindere da ogni considerazione di razza, colore, sesso, religione, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza. La carta delinea quattordici diritti inviolabili dei bambini in corsia: dal diritto al godimento del massimo grado raggiungibile di salute con diritto ad essere assistito in modo “globale”, garantendogli il miglior livello di cura e di assistenza, rispettando la propria identità personale, culturale e religiosa, con pieno rispetto della sua privacy, tutelando il suo sviluppo fisico, psichico e relazionale. Il bambino, infatti, secondo la Carta, ha diritto alla sua vita di relazione anche nei casi in cui necessita di isolamento. Il bambino ha diritto a non essere trattato con mezzi di contenzione. Il piccolo, tuttavia, ha diritto ad essere informato sulle proprie condizioni di salute, sulle procedure a cui sarà sottoposto, con un linguaggio chiaro e comprensibile, esprimendo la sua opinione, che dovrà essere prese in considerazione tenendo conto della sua età e del grado di maturazione. Il piccolo, ha piena facoltà di esprimere assenso o dissenso sulle pratiche sanitarie che lo riguardano, il suo consenso o dissenso può essere espresso anche in merito ai progetti di ricerca e sperimentazione clinica a cui sarà coinvolto. Il piccolo ha diritto a manifestare il proprio disagio e la propria sofferenza, con diritto ad essere sottoposto agli interventi meno invasivi e dolorosi. Si dovrà proteggere i bambini da ogni forma di violenza, oltraggio o di altra brutalità fisica o mentale, di abbandono o di negligenza, di maltrattamento o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale. Educazione ed interventi autonomi di “auto-cura” in caso di malattia aiutandolo ad acquisire la consapevolezza dei segni e dei sintomi specifici. Il piccolo paziente ha diritto a chiedere e ricevere informazioni sull’uso dei farmaci, delle sostanze nocive ed eventuali evoluzioni verso le tossicodipendenze, con indirizzo ai servizi di riabilitazione se necessario. Infine, il bambino e la famiglia hanno diritto alla partecipazione. Un’idea di fondo lega la Carta: un ospedale senza dolore, un luogo ricco di amore e comprensione, in cui sia assicurato il miglior livello di assistenza. Dall’accordo siglato nasce anche un’applicazione che consente di veicolare la Carta dei Diritti, attraverso la  quale i bimbi potranno dare il loro feedback in merito al rispetto dei loro diritti. Una piccola popolazione impaziente di crescere, con sogni ed occhi furbetti, sorridenti e con la vita che beffarda gli ha tirato uno strano tranello, giorni o mesi in ospedale, sono molti i bambini che ogni anno trascorrono giorni all’interno dei reparti ospedalieri italiani. Tredici gli ospedali pediatrici italiani da Nord a Sud, per una popolazione stimata di 5 milioni di abitanti. Il numero di bambini con età inferiore a 18 anni dimessi negli ultimi anni da tutte le strutture di ricovero, pubbliche e private, è stato di 104 per 1000 bambini in degenza ordinaria, a cui si aggiungono i circa mille ricoveri in day hospital. Un’esperienza che lascia il segno nella vita dei piccoli. Il ricovero in ospedale comporta sempre per il bambino, a qualsiasi età, la necessità di un riadattamento della vita quotidiana e dei suoi ritmi per il distacco dagli oggetti e dalle persone che rappresentano per lui punti di riferimento e per dover fronteggiare richieste molto diverse da quelle familiari. Il ricovero può concretizzare nel piccolo l’idea di essere malato e bisognoso di cure. Ci sono bambini che mostrano una forte insofferenza alle regole e alle limitazioni ospedaliere: una maschera che serve a coprire la rabbia e l’ansia di sentirsi malati. Ogni bambino reagisce e si relazione alla dimensione ospedaliera in modo differente. E’ importante che i genitori cerchino di riconoscere l’origine della rabbia dei propri figli e la accolgano, perché serve a liberare le tensioni ed aiuta il bambino ad “organizzare” le proprie difese per arginare una situazione sentita come difficile. Minimizzare o criticare le lamentele di un bambino non aiuta a dare valore al suo disagio, che dovrà essere, invece, accolto e gestito. Mostrare comprensione è un primo passo di condivisione tra i genitori ed il bambino che si sentirà supportato e lo accompagna nel suo percorso. I genitori devono considerare che il bambino è spaventato e preoccupato e cerca nei loro comportamenti rassicurazione per tenere a bada le proprie paure. È quindi importante, per quanto è possibile, comunicargli la realtà senza caricarla delle proprie ansie e tensioni. È possibile per questo, come per altre esigenze, farsi aiutare dal personale sanitario del reparto. Ospedali pediatrici e reparti che negli anni si sono colorati, rimodernati e ridisegnati affinché potessero essere sempre più a misura di bambino, cercando di alleggerire il peso del dolore e della sofferenza. Numerosi i progetti in tal senso, dalla clownterapia alla musicoterapia, dalla pet therapy all’utilizzo di tecnologie non farmacologiche, dalla preparazione psicologica all’intervento chirurgico. Gli ingredienti sono sorriso, buona volontà, compagnia, generosità, collaborazione, bontà, capacità con una dose di amicizia e informazione. In altri termini umanità oltre il camice. Umanità che si sposa al rispetto dei diritti dei fanciulli in corsia sancito prima dalla Carta dei Diritti dei piccoli pazienti ed oggi ribadito dal protocollo siglato sempre più al fianco dei diritti dei bambini anche in una fase delicata e difficile che li vede in corsia.

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Black-out challenge il “gioco” più seguito dalla rete che istiga i ragazzini al suicidio

untitled 2“Giochi pericolosi in rete”, basta digitare questa frase in internet per imbattersi nel black-out challenge, il “gioco” che uccide. Qualcosa che si stringe attorno al collo, l’aria che inizia a mancare, il buio. Un blackout, una pratica che prevede di soffocarsi per poco tempo così da sperimentare la sensazione di euforia provocata dal sangue e dall’ossigeno che ritornano al cervello. Blackout è solo l’ultimo nome con cui è stata battezzata una pratica pericolosa che da anni continua a provocare vittime: il choking game, il gioco del soffocamento. Si tratta di una delle tante sfide virali con cui gli adolescenti si mettono alla prova per mille motivi che vanno dal dimostrare di essere dei veri duri, al superare i propri limiti, sentirsi parte di un gruppo, sballarsi o soltanto per fare qualcosa di diverso. In questo caso, l’obiettivo della black-out challenge è quello di provocarsi uno svenimento privandosi dell’ossigeno da soli o chiedendo aiuto a qualcuno per qualche minuto. In rete ci sono decine di tutorial in merito e altrettanti video seguitissimi di adolescenti di mezzo mondo che ridono divertiti assistendo alla challenge. Uno di questi video li ha visti anche Igor, morto lo scorso 6 settembre. Sportivo e promessa del free climber, per provocarsi quell’assenza di ossigeno si era legato al collo una corda da montagna ed è morto soffocato. Inizialmente la polizia aveva classificato la morte come suicidio, ma i genitori del giovane non hanno mai creduto all’ipotesi che il ragazzo avesse potuto compiere un gesto tanto folle. Hanno così passato a setaccio le sue cose e la cronologia dei siti internet visitati dal giovane, trovando così le risposte. I genitori, hanno voluto rendere pubblica la loro scoperta per lanciare l’allarme ad altri genitori. Il fenomeno, sembra consolidato e seguito in rete, più di novecentomila visualizzazioni si contano ai video tutorial. Nato nel 2008, attira giovanissimi di ogni età, che secondo una citata ricerca statunitense, i ragazzini si avvicinano a questa pratica prevalentemente per solitudine, il 95,7% degli incidenti pare siano avvenuti mentre la vittima era da sola. Si parla di un’età media intorno ai 13 anni. Video virali. Nessun santone della morte, nessun guru oscuro che convince i ragazzi a provare il choking game. I video più visti su questo argomento sono semplicemente delle raccolte di curiosità. La sfida al soffocamento esiste da decenni, ma la rete ha reso virale la diffusione di questo pericolosissimo “gioco”. Secondo gli esperti, sia a livello famigliare sia a livello scolastico non c’è abbastanza sensibilizzazione sui rischi e sui pericoli delle varie challenge: dalla blue whale alla tide pods challenge, passando per la candom snorting challenge e spesso gli adulti ignorano persino l’esistenza di simili sfide, nella migliore delle ipotesi i genitori pensano: “mio figlio non farebbe mai una cosa tanto stupida” e invece il caso di Igor e di molti ragazzi morti per “gioco” dimostra che anche in una famiglia attenta e sensibile possono avvenire le tragedie. Il disagio adolescenziale è un mostro silenzioso che troppe volte in famiglia viene sottovalutato. I genitori pensano al proprio figlio in termini di “dover essere” e non si chiedono chi esso sia davvero. Le priorità sono eccellere a scuola, nello sport scelto, tenere in ordine la camera, e nel tentativo di cercare di tenere insieme tutte queste cose e di farle funzionare, non accorgendosi del male di vivere dei teen-ager forse attirati dal lato oscuro della rete, dai giochi pericolosi e dalle dannate sfide per dimostrare di essere in gamba. Ma i segnali allertanti per un genitore attento ci sono. Se d’improvviso il proprio figlio diventa apatico, trascorrendo tempo al cellulare, se smette di uscire con gli amici o al contrario esce più spesso, torna tardi, non fornisce indicazioni di dove andrà, cosa farà, con chi si vedrà; se dorme poco o cambia le sue abitudini alimentari, se diventa meno comunicativo e più musone potrebbe nascondere un disagio che non può essere liquidato come “paturnie da adolescente”. E’ vero che i genitori non devono sostituirsi agli investigatori, ma ogni tanto “indagare”, informandosi sulla vita e su ciò che segue il proprio figlio può essere un valido deterrente, anche perché la vita umana non può essere un “gioco” da rete, ma un fenomeno complesso e fantastico da vivere e se un momento della vita è più buio è bene che i ragazzi si sentano sorretti e sostenuti dai genitori e non dalla rete, che tenta ed inganna come un falso amico.

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Figli della droga. Nascere con la sostanza stupefacente nel dna

untitled 2Viene a contatto con la marijuana, la inala e si sente male. Vittima una bambina di un anno e mezzo della provincia di Salerno. La piccola è stata immediatamente trasportata e ricoverata all’ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, nel frattempo la Poliza di Stato ha avviato le indagini, interrogando il papà della piccola, un 21 enne già noto alle forze dell’ordine per altri reati, perquisito la casa della piccola, dove non sono state rinvenute tracce di sostanze stupefacenti, ma le indagini continuano. La madre della piccola, una 17 enne, non ha saputo fornire indicazioni su come la bimba sia venuta a contatto con la droga. I risultati degli esami tossicologici sulla piccola sono stati consegnati al Tribunale per i Minorenni che dovrà pronunciarsi sull’affidamento della bambina. Genitori troppo violenti e dediti all’uso di droga, con questa decisione il Tribunale per i Minori di Salerno ha revocato l’affidamento di una bambina di 7 anni ai propri genitori. Le indagini della procura, generate da un procedimento poi terminato con una condanna per il padre, accusato di maltrattamenti, si sono avvalse del prezioso contributo degli assistenti sociali, che pare-secondo quanto riportano alcune testate giornalistiche locali- la bambina, pare abbia riferito agli assistenti sociali di un clima di violenza e di tensione, la piccola sembrerebbe aver spiegato agli operatori sociali anche il procedimento di confezionamento della cannabis. Diversi gli episodi riferiti dalla piccina, come quello che vide la bambina essere tirata per i capelli, dopo un litigio tra la madre ed il padre. Conflittualità su conflittualità, perché alla violenza genitoriale si aggiungeva il rapporto burrascoso e violento tra nonni e genitori, tanto che il Tribunale per i Minorenni ha preferito per l’affidamento della piccola ad una struttura che possa accompagnarla nel ritrovare il benessere psico-fisico e nel frattempo i suoi genitori dovranno seguire un percorso di recupero, al fine di riacquistare la podestà genitoriale e la capacità di poter mediare all’interno dell’ambiente familiare. L’emergenza droga, in Italia, è un fenomeno in aumento anche tra le donne. Sono sempre più giovani quelle che vivono esperienze di tossicodipendenza, stato che si protrae anche in gravidanza. Figli della droga, nascono con la droga in circolo o assistono a momenti di confezionamento, stati di dipendenza o astinenza dei genitori, in alcuni casi sono utilizzati come piccole leve emergenti della droga. Oltre la cronaca si nasconde una realtà dura e vera. Un’emergenza del nostro tempo.  Sembra incredibile, ma quella dei neonati sofferenti per vere e proprie crisi d’astinenza poiché figli di madri che hanno continuato a drogarsi in gravidanza è una realtà terribile ma più diffusa, purtroppo, di quanto si possa pensare. Piccoli “drogati” in cui si assiste a cose al limite dell’umana immaginazione: bambini di appena pochi mesi in preda alle convulsioni, al tremore, tutto a causa dell’astinenza da sostanze tossiche. Bambini che alla nascita sono dipendenti dalle sostanze assunte dalle loro madri durante la gestazione, avvertono la mancanza di eroina o di metadone, a seconda della sostanza utilizzata sino al momento del parto. Il neonato trema incredibilmente è in astinenza da oppio. Madri che assumono sostanze e perdono i freni inibitori, incapaci di gestire la vita di un neonato, arrivando anche a gesti violenti perché sovraeccitate per via del consumo di droga. Le mamme spesso raccontano di non riuscire a fare al meno della sostanza, “sembra sia tutto ok, che tu non stia facendo nulla di sbagliato”. La chiamano sindrome da astinenza e colpisce i neonati, crisi e manifestazioni cliniche che si verificano nel neonato la cui la madre ha assunto regolarmente sostanze stupefacenti durante la gravidanza, causate dalla brusca interruzione, avvenuta con il parto, dell’apporto delle sostanze stupefacenti al feto. Sostante compromettenti. Naturalmente molti fattori influiscono sulla sintomatologia del neonato, ma sicuramente giocano un ruolo importante il tipo di sostanza assunta dalla madre, la quantità di droga consumata abitualmente, anche il periodo di assunzione. Per capire se un bambino presenta sintomi di astinenza non è necessario aspettare troppo: sono sufficienti 3 giorni, in genere, anche se in alcuni casi si può aspettare anche la prima settimana di vita. I medici che diagnosticano questi sintomi devono avviare tempestivamente la segnalazione alle forze dell’ordine ed al Tribunale per i Minorenni, occupandosi della cura dei piccoli, poi il trasferimento in una comunità protetta, in attesa di chiarire la situazione dei genitori naturali. Le decisioni che si operano dipendono se la madre è consenziente, viene accompagnata con il suo bambino in una comunità e si decide come proseguire il percorso di recupero. Spesso subentra in una fase successiva l’affido ad una famiglia, ma i rapporti con la madre biologica sono mantenuti e gli incontri protetti avvengono alla presenza di un’assistente sociale, a cadenza –solitamente- settimanale. Ovviamente se la mamma poi dimostra di non far più uso di stupefacenti e di essere in grado di badare al figlioletto, il bimbo le viene riaffidato. Ci sono casi anche in cui è necessario allontanare il minore dal suo nucleo familiare originario perché- come spesso avviene- la madre non riesce a badare ai suoi bisogni: igiene, nutrizione, accudimento. Una spirale che inghiotte queste madri dove la droga la fa da padrona e domina la loro vita, sottraendole alla maternità e alla genitorialità, un lavoro complesso e difficile attende gli operatori sia sotto l’aspetto clinico che sociale. I bambini citati in apertura ricorderanno metodi di confezionamento, crisi d’astinenza dei genitori, gli effetti della droga, ed avranno bisogno di supporto per rielaborare e per un’immagine familiare “diversa”, perché si rischierebbe da adulti un facile avvicinamento alla sostanza stupefacente. Nel caso dei neonati, è importante l’aspetto clinico che porti alla disintossicazione, in creature che non hanno anticorpi e difese immunitarie. Oltre ai bambini vanno salvati da un destino che sembra già segnato dalla droga anche i genitori, un percorso non semplice, tortuoso, difficile e faticoso, che deve presuppore la buona volontà e la capacità di reazione dell’adulto, spesso i figli diventano la forza giusta per intraprendere un percorso di disintossicazione, un atto d’amore prima che umano.

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Agire, subito. A fianco delle donne vittime di violenza e di chi non ha più voce…

untitled 2Donne umiliate, maltrattate, picchiate ed uccise. Un bollettino da guerra, la cronaca di queste ultime ore. Da Nord a Sud dell’Italia e non c’è ceto sociale o differenze culturali che tengano. Gli uomini diventano violenti, bastardi e cattivi. Senza se e senza ma. Un’ignobile guerra contro le donne che ci rimettono i sentimenti, le paure, le angosce e molto-troppo spesso la vita. Inaccettabile. Intollerabile. Fermiamo questa violenza inaudita. Abbiamo bisogno di uno Stato che stia accanto alle vittime, che le supporti, li tuteli. Abbiamo bisogno di pene certe e severe.

Siamo stanche “del poi faremo”, “è pronto un disegno di legge”, proclami a cui non seguono i fatti e si continua ad essere umiliate o uccise dall’uomo che credevamo ci amasse.
E’ impensabile che alle soglie del 2019 in una società che corre veloce e fatta di donne di potere e di carattere, le donne siano ancora l’avamposto della politica e delle tutele.

Avete idea di cosa di prova a stare accanto ad una persona che anche per una banalità diventa violento, irascibile, aggressivo, che ti accusa –anche se colpa non ne hai?

Avete idea di cosa si prova ad aver paura-ma di quelle che ti scappa la pipì- quando inizia a sbattere i pugni su qualsiasi cosa, quando la rabbia è fuoco nei suoi occhi e ti guarda come se fossi il diavolo in persona? Avete idea di cosa si prova fingere a se stessi che è solo un momento, che poi passerà? O quando ti fai mille domande e magari cerchi di capire dove hai sbagliato, colpevolizzandoti, ne avete idea?

Avete idea di come la tua vita diventa “oggetto suo”, ti priva prima degli amici, poi ti impone dei diktat, poi inizia a mettere bocca nel tuo lavoro, sui tuoi accordi lavorativi, sino ad allontanarti da tutto. Ne avete idea?

Avete idea di come “quell’uomo” riesca a spegnere quell’uragano di vitalità, energia, spensieratezza, gioia che sei? E’ come se un albero si spogliasse di tutte le sue foglie anche se non è autunno. Ti spegni. Ti annulli. Ti cancelli.

Avete idea di cosa si prova ad essere abbandonati su una strada di notte solo perché “hai osato” dire di voler tornare a casa. Perché casa dei tuoi genitori è sempre il porto sicuro dove vuoi tornare.

Vi potrei chiedere altri dieci, cento “avete idea”, ma preferisco fermarmi qui.

 

Direte e penserete: “gli uomini violenti vanno lasciati e subito. Ai primi segnali”, sapete se lo ripetono anche le donne che prendono coscienza di essere annullate, violentante psicologicamente, fisicamente, donne che si sentono oggetto, ma non è sempre così facile e sapete perché? Perché la paura si amplifica, arrivano le scenate sotto casa, arrivano i messaggi che fanno paura, le ansie si moltiplicano, e nel frattempo ti sei spenta totalmente: non sorridi più, non hai più tutta quell’energia, ti senti una stupida: “perché i segnali c’erano” (te lo dici da sola) e sai di non essere tutelata da nessuno: se denunci non possono agire, infondo e –nella stragrande maggioranza dei casi- è un incensurato, e poi secondo il nostro sistema giuridico alla prima denuncia non si può intervenire. Che poi anche alla seconda, terza, centesima non è che sempre ci siano interventi di tutela, a volte sono delle misure di allontanamento che poco o nulla fanno. Così decidi di fare da sola, farti aiutare, supportare e proteggere dalla tua famiglia. Esci con gli amici-almeno sei in compagnia-, cambi abitudini, blocchi numero, social, porti con te sempre il telefono-si sa mai qualcosa- e speri (forse egoisticamente ed in cattiva fede) che lui possa distogliere il suo sguardo e magari invaghirsi di un’altra-mentre ti ripeti: ”poverina”-.

E quando le cose si placano –nella migliore delle ipotesi che auguro a tutti che possa essere così- ti ritrovi con la famiglia che è indebolita e sfinita, ma è stata la tua salvezza, pochi veri amici al tuo fianco, sono passate settimane e mesi e sei ritornata quella che eri con la tua vita, i tuoi difetti, il tuo carattere, ed una sera ti ritrovi a parlarne come se stessi parlando in terza persona, come se tu stessi raccontando la storia di qualcun altro, non la tua.

Ma non sempre ahimè, ahinoi così, a volte c’è una tomba che aspetta le donne che non potranno parlarne più e non potranno più riprendersi la loro vita.
Agiamo, Agite subito, adesso, non c’è più tempo.

 

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Pronti per la notte di Halloween? Gli aspetti educativi della festa celtica ed i consigli di una meck up artist per un trucco “da paura”

untitledC’è stato un tempo nel quale la festività di Halloween era patrimonio esclusivo delle popolazioni celtiche. Poi, negli Stati Uniti, quel ceppo originario ha assunto connotazioni meno sacre e più commerciali, meno sociali e più festaiole. Ed è così che ormai si festeggia, come l’occasione per indossare costumi più o meno spaventosi, un trucco più accentuato e per divertirsi senza troppi pensieri – almeno per gli adulti-. Criticata, osteggiata, ma vissuta da grandi e piccini, che si voglia o meno ormai è una festa che di diritto è entrata nella nostra se vogliamo tradizione. Non c’è scuola o famiglia che non organizzi una festa di halloween, non c’è locale o discoteca pronta a viverla a suon di musica e divertimento. Come zia e come assistente sociale, mi trovo alle volte alle prese con genitori ed amici che mi chiedono consigli su come rispondere alla richiesta da parte dei figli di poter partecipare alla festa di halloween dell’amichetto. Questa ricorrenza, sempre più diffusa nel nostro paese, pare sia ogni anno in grado di scaldare gli animi e dividere le coscienze. In particolare alcuni sembrano temere il riferimento a un mondo considerato “macabro”, popolato di zombie, fantasmi, mostri, streghe e vampiri, creature “terribili” colpevoli, secondo molti, di insinuarsi nella coscienza dei più piccoli e di poterla in qualche modo attirare verso il mondo dell’occulto. C’è chi ha timore che sia proprio questa festa a portare mostri e paure nei sogni dei bambini, e che forse sarebbe meglio proteggerli. Sgombriamo il campo da paure ed ansie che i più piccoli non si pongono ma che vivono se siamo noi adulti a trasmettergliele. Eppure ci sono degli aspetti educativi per cui potrebbe valere la pena farla diventare una festa un po’ nostra. Anzitutto, perché dà spazio ad altre culture, sarebbe bello se questo valesse per tutte le culture e non solo per quelle dominanti, è sempre positivo, aprire la mente e conoscerne delle altre. Aiuta a crescere. Aspetto da non trascurare ed educativo secondo la psicologia, è il travestimento. Il travestirsi da mostro o quant’altro e il giocare con pipistrelli, teschi e ragni, sortisce l’effetto contrario a quello prospettato dai genitori spaventati. Il travestimento in generale è il mezzo per “vestire e calarsi nei panni di un altro”, principesca o grottesca che sia, è un’attività che non dovrebbe mai mancare tra le occasioni ludiche dei bambini, almeno dai tre anni in su. E’ da questa fascia d’età, infatti, che il loro livello di sviluppo consente di distinguere tra realtà e fantasia, a godere del “fare finta di” e, come accade nei festeggiamenti di halloween, anche farsi scherno delle proprie paure. Infatti, il travestimento è il potente mezzo per esorcizzare le proprie paure. La festa di halloween, servendosi di simboli magici che affascinano, evoca e libera dalla paura proprio per i contenuti a sfondo macabro che sono il tema dominante. Halloween ha una funzione liberatoria: grazie ai “rituali” del 31 ottobre si ha l’occasione di prendere in giro la paura, di  combatterla e di sconfiggerla. Vale per adulti e ancor di più per i più piccoli che sono alle prese con la grande paura della crescita, paura che deve superare attraverso la maturazione che può passare anche per eventi esterni come, ad esempio, i festeggiamenti di halloween. Il bambino saprà sicuramente di quale creatura terribile vorrà indossarne i panni. Si trasformerà così nelle sue stesse paure, entrerà in quello che per lui è il mondo dell’ignoto, e riuscirà a farsi beffa di questo sapendo di essere “protetto”. Se in passato per sconfiggere i loro timori i ragazzi sognavano di essere Superman, il Supereroe tutto muscoli, oggi i nuovi giovani hanno come modello Harry Potter, orfano indifeso, che supera le grandi paure con l’intelligenza, l’astuzia, il coraggio. Il mondo delle paure trova, quindi, espressione anche nella festa di halloween e non va censurata perché è bene che il bambino sappia che di certe cose se ne può parlare. Ma c’è di più, diventare strega, folletto, fantasma o mostro per gioco può anche essere un modo per dare forma a quelle emozioni o parti di se stessi che trovano la possibilità di espressione in modo innocuo e divertente. Tra gli elementi educativi di halloween, troviamo il tema delicato della morte. La festa di halloween permette di avvicinare i bambini al tema della morte in modo ludico, con un tocco di ironia. Nulla vieta, dopo, di ricordare i propri cari defunti secondo le personali usanze e tradizioni. Il tradizionale giro scandito da “trick or treat” permette di entrare in contatto con bambini ed adulti del quartiere o del vicinato, di cui spesso si ignora anche la faccia. I piccoli vanno coinvolti anche nei preparativi, in laboratori creativi, come l’intaglio della zucca, per scoprire il reale significato dell’espressione “zucca vuota”. La zucca simbolo chiave della festa si fa conoscere e spesso bimbi inorriditi dalle verdure, sono incuriositi dal conoscerne il sapore, scoprendo giocando nuovi gusti. Halloween è un’occasione ulteriore per divertirsi in famiglia tutti assieme, visto che halloween non ha età. Allora perché non allargare gli orizzonti e pensare a come vestirsi e truccarsi nella notte più spaventosa dell’anno? Ho interrogato, Elisabetta Mariotti per farci spiegare piccoli, semplici stratagemmi per un trucco “da paura” per adulti e piccini.

Banale, forse scontata la mia domanda, ma ho l’occasione di porLa ad una professionista del settore: perché il trucco dopo il travestimento è un elemento fondamentale di halloween?

Io mi sento di dire che è il trucco ad essere l’elemento essenziale. L’abito viene forse dopo con i suoi accessori al seguito. Con il trucco, in questa occasione, possiamo sperimentare e osare come in nessun’altra occasione potremmo. Che decidiamo di trasformarci in streghe, zombie, scheletri, la scelta del make up è fondamentale per immergerci nell’atmosfera misteriosa e spaventosa di Halloween.

Quali consigli che puoi fornirci per un trucco ad effetto per un adulto uomo e un adulto donna?

Moltissimi sono i trucchi che potremmo realizzare per questa occasione. Di impatto e non troppo difficili da realizzare ci sono sicuramente gli scheletri, che si adattano sia ad una donna che a un uomo, indipendentemente dall’età e non passano mai di moda.

Per una donna che vuole apparire non poi così spaventosa ma comunque colpire e rimanere nel tema, mi sento di proporre un “diamond skull makeup”. Si tratta, di base, di un classico scheletro. Ciò che lo rende piacevole ed estremamente femminile, quasi elegante, sono questi diamantini facilmente trovabili in merceria. (Consiglio di applicarli con la colla per ciglia finte.) Completerà il look una bella corona di fiori finti e un bell’abito nero che credo sia immancabile nell’armadio di ogni donna.

Per l’uomo che quasi sicuramente, non me ne vogliate, sarà meno abile delle donne a giostrarsi con il makeup ma che per quel giorno ha la “scusa” di potercisi cimentare, mi sento di proporre diversi trucchi: dal vampiro al classico scheletro.

Il trucco-vampiro necessita di un colorito piuttosto pallido quindi per questo makeup è necessario disporre di un fondotinta bianco o cerone e cipria trasparente per fissare la nostra base. Giocare con matita, ombretto e rossetto rosso sarà sicuramente essenziale per creare un forte contrasto tra lo scuro degli occhi (con occhiaie effetto misterioso) e labbra rosse, a voler richiamare il contatto con il sangue. Per quanto riguarda il costume, possiamo facilmente comporlo con quello che abbiamo a disposizione. Una camicia bianca con dei pantaloni neri eleganti e l’immancabile mantello, sono sufficienti per il travestimento. Per completare il look e renderlo ancora più spaventoso, consiglio delle lenti a contatto e i classici denti da dracula, seppur non “comodissimi”.

Il trucco da teschio è un trucco semplice da realizzare, ma si presta a numerosissime variazioni sul tema. In più ci bastano pochi prodotti per realizzare questo make up.

Per prima cosa bisogna fare la base bianca. Per realizzarla si può utilizzare un apposito cerone, oppure un fondotinta nella tonalità più chiara disponibile, il cui effetto pallore si può rafforzare con una cipria molto chiara, che contribuisce anche a fissare il make up. Trucchiamo in questo modo anche le labbra.

Servendoci di un kajal e ombretto nero cerchiamo i nostri occhi di nero, anche esagerando. Sempre utilizzando la matita nera coloriamo la parte più interna delle labbra e disegniamo linee nere a mo’ di denti sulle labbra. Coloriamo di nero anche il naso. Se siamo un po’ più abili divertiamoci a disegnare altri dettagli, come ad esempio gli zigomi incavati, usando anche uno sfumino per modellare meglio il segno della matita e dell’ombretto.

Come truccare un bambino: optare per una trucco sobrio o è possibile osare, ed in che modo osare?

Innanzitutto è regola di base quella di usare solo ed esclusivamente trucchi e cosmetici per bambini, devono essere dermatologicamente testati. Per questo, sconsiglio di comprarli nei negozi cinesi. Prima di iniziare, consiglio di testare il trucco su una piccola parte di pelle per verificare che non ci sia una reazione. Meglio comunque usare colori ad acqua, più traspiranti e facili da togliere.

Si sa che ai bambini si divertono molto più di noi a travestirsi e in questa occasione non sembrano affatto spaventati da queste figure horror.

Per una bambina, un must have è il trucco da strega. Si inizia scegliendo il colore principale: le streghe, si sa, possono arrivare sulla scopa vestite di verde o di viola. Qui immancabile però sarà il noto cappello a punta e l’abitino da strega con scopa al seguito. Compra un trucco da viso per halloween per bambini: che sia verde o viola non è importante, l’importante è che sia anallergico. Dopo aver applicato la base del colore che si preferisce, ci si concentra sulle decorazioni, dalle ragnatele, ai pipistrelli, ai fantasmini.

Per un bambino, molto carino e semplice da realizzare, è il trucco da zucca. Tutto ciò che serve è un trucco per viso arancione, uno bianco ed una matita nera. Ci si può concentrare sull’intero viso oppure solo su una metà.

Suggerimenti per i prodotti da utilizzare?

Per i prodotti da utilizzare per questi tipi di makeup credo che bisogni disporre di un cerone o, più leggero, un fondotinta molto chiaro che poi andrà fissato con una cipria molto chiara o, meglio, trasparente. Immancabile la matita o un ombretto nero. Utili sono gli aquacolor, disponibili in tutti i colori e facilmente reperibili negli appositi negozi o, eventualmente, su amazon. Si tratta di una sorta di acquerelli ma creati appositamente per essere utilizzati sul corpo. Andranno poi via facendosi una doccia.

Per i bambini, invece, come già detto esistono trucchi appositamente per loro. L’importante è che siano anallergici e testati dermatologicamente. Comunque consiglio sempre di fare una prova sul braccio del bambino qualche giorno prima per verificare che non ci sia alcun problema.

Qual è il trucco halloween 2018?

Spesso i trucchi di halloween seguono ciò che le ultime uscite cinematografiche a tema horror, ci propongono. Ricordo che l’anno scorso uscì IT e difatti spopolavano makeup del clown ovunque, indistintamente tra uomini e donne. Quest’anno in voga potrebbe esserci la mostruosa suora protagonista di “The Conjouring 2”, davvero terrificante.

Con la collaborazione di Elisabetta Mariotti make up artist

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Dal caso Cucchi alla cronaca che macchia l’arma dei Carabinieri. Le ombre si contrappongono alle stellette sul cuore di molti Carabinieri

untitled 2Ha confessato, con relativa chiamata in correo dei colleghi, uno dei militari indagati per il pestaggio subito dal geometra romano, Stefano Cucchi. Era l’ottobre del 2009, Cucchi, moriva all’ospedale Sandro Pertini di Roma, sei giorni dopo essere stato arrestato per possesso di droga dai carabinieri, che secondo le ricostruzioni, lo avevano massacrato di botte. Sospetti, dubbi, interrogatori, hanno tempestato questi nove lunghi anni che hanno portato alla verità sulla morte del giovane romano. Ombre e dubbi si sono riversati sull’arma dei carabinieri in questi giorni, accentuati anche dalla condanna con rito abbreviato di uno dei due carabinieri accusati di aver violentato due studentesse statunitensi in periodo di studio a Firenze. Il collega, ha preferito il rito ordinario ed è stato rinviato a giudizio. Vertici indagati. Veleni tra ufficiali. Rapporti opachi con la politica. La Benemerita negli ultimi tempi vive un momento difficile. L’immagine dell’arma dei carabinieri è stata offuscata negli ultimi giorni da questi fatti di indubbia gravità. Episodi anche inquietanti: gli scandali dal tenore Consip, si consumano nell’interno ed hanno a che fare con l’integrità personale e militare del singolo, ma ci sono episodi che stabilire quale sia il più inquietante è difficile, al di là dell’eco mediatico creato, preoccupano le modalità. Infierire su un fermato, nonostante la gracilità della sua corporatura e le sue condizioni di astenia legate alla tossicodipendenza, è un comportamento inaccettabile, seppur comprensibile la pressione lavorativa e la fatica di uomini di Stato nella lotta allo spaccio, spesso insultati e sbeffeggiati dai delinquenti che sono riusciti faticosamente a cogliere in flagrante e che molto spesso ritornano in stato di libertà dopo qualche giorno. Và aggiunto, comunque, un aspetto: anche un carabiniere ha diritto alla presunzione d’innocenza, per cui sarà la magistratura nei vari gradi di giudizio ad accertare la dinamica dei fatti e l’effettivo rapporto di causa-effetto fra il condannabile pestaggio e la morte di Cucchi. Comportamenti, atteggiamenti, che vanno condannati, prevedendo anche la radiazione per chi non onora e rispetta la divisa, se non altro perché parafrasando una frase che ho sentito e faccio mia “l’uniforme non si porta mai sbottonata e  non serve per fare flanella.” Ne esce indebolita e sminuita l’arma dei carabinieri da questo tritacarne mediatico e sociale. Le inchieste, gli episodi di cronaca nera che macchiano l’onore della divisa non aiuta ad avvicinare le forze dell’ordine ai cittadini, non aiutano a rafforzare quel senso di integrità e sicurezza che da sempre e da generazioni si nutre verso gli uomini in divisa. Non so bene se pensare che sia l’uomo a fare la divisa o sia la divisa a fare l’uomo. Forse entrambi uniti, si compensano. Certo è che quando si indossa una divisa ci si aspetta integrità morale e pieno rispetto della divisa in primis e della legge in secundis. Ma ogni appartenente all’arma è prima di tutto un essere umano ed è un singolo che rappresenta la legge, ma è un soggetto che rischia di essere tentato dalla corruzione che dilaga nella società o da comportamenti che non rispecchiano l’integrità personale. E’ per questo che bisogna scindere gli accaduti dalla divisa e dall’appartenenza all’arma, condannare il singolo e non un’intera squadra di uomini e donne che con onore, rispetto ed impegno ogni giorno contribuiscono a garantire la sicurezza e la legalità nelle nostre zone, con non poche difficoltà: carenze d’organico, di mezzi, rischiando ogni giorno la loro vita. Ma la forza della Benemerita risiede proprio nel fatto che la stragrande maggioranza dei suoi uomini porta le stellette non solo sul bavero, ma nel cuore, considera indossare l’uniforme che fu di Salvo d’Acquisto un fatto etico prima che estetico. Uomini giusti che hanno fatto della divisa la loro vita, vi racconto di Marco Pittoni, giovane tenente dei carabinieri che nel 2008 per sventare una rapina in un gremito ufficio postale degli inizi di giugno, nel centro cittadino di Pagani (Salerno), pagò con la vita pur di preservare la vita di tanti, tra cui molti bambini. Era soprannominato il “tenente buono”, quel carabiniere che entrando in una casa per lavoro incontrò un bambino che desiderava una bicicletta, uscito acquistò quella bicicletta tanto desiderata dal piccolo. Dentro quella divisa c’era un uomo umano, giusto e buono. Lottò con impegno e con tutte le sue forze contro il terrorismo delle brigate rosse prima e dalla mafia poi, di cui ne resterà vittima: Carlo Alberto Dalla Chiesa, vice comandante dell’arma dei carabinieri. Uomo d’impegno e di integrità professionale. Uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita in segno di un’ideale, uomini che hanno indossato con onore e rispetto la divisa, onorandola sino alla morte. La biografia che si scorre in “vittime del dovere”, banca dati che raccoglie storie di vita e di morte degli appartenenti alle forze dell’ordine, è lunga e tempestata di atti di eroismo in una società difficile e complessa, ma che ai loro occhi sono atti ordinari, perché come disse nella sua omelia in occasione del decennale della scomparsa del tenente Pittoni, il cappellano militare “i veri carabinieri firmano col sangue il loro contratto”. Quasi ogni giorno, chi come me fa l’assistente sociale o comunque lavora nel panorama sociale, interagisce e collabora con l’arma dei carabinieri, che spesso con umanità, con delicatezza, con rispetto umano, si approcciano a storie intrecciate e difficili, entrando anche nelle case della gente con rispetto, cercando di alleviare paure ed incertezze iniziali: perché le storie di vita non sono indifferenti ai carabinieri. Controllo del territorio e contrasto ad ogni forma di illegalità, uomini e donne pattugliano i territori italiani ogni giorno, diventando anche vittime del dovere pur di garantire sicurezza e rispetto delle regole. Non una delle poche istituzioni che sopravvive alla stima degli italiani, stima che non deve esser messa in discussione mai.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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“L’uomo nero” fa paura. Cresce in Italia l’insofferenza per lo straniero

untitledBambini stranieri esclusi dalla mensa scolastica e dallo scuolabus, frutto di nuovi adempimenti burocratici introdotti dalla sindaca di Lodi, Sara Casanova, ora al vaglio del Tribunale per incostituzionalità. In un men che si dica la macchina della solidarietà si è messa in moto contro la fredda burocrazia, raccogliendo 60 mila euro in pochi giorni, consentendo ai bambini stranieri obbligati dal provvedimento a non potersi sedere a mensa con i compagni italiani, di potersi integrare anche durante il pasto ai loro compagni di scuola. Il paese è il subbuglio, scenderà in piazza, perché nonostante le rassicurazioni dei due vicepremier, il provvedimento non è stato ancora ritirato. Il provvedimento, richiede alle famiglie extracomunitarie un documento reddituale rilasciato dal loro paese d’origine, una sorta di dichiarazione dei redditi rilasciato dallo Stato di provenienza. Qualora si è impossibilitati al recupero in Patria, i genitori dei piccoli saranno costretti a pagare la mensa in fascia massima altrimenti per il pranzo dovranno riportare i figli a casa o optare per il pasto a sacco che i piccoli consumeranno in un’altra aula, lontano dai loro compagni. Per ottenere il contributo regionale sull’acquisto dei testi scolastici in Veneto, i cittadini non comunitari devono presentare, oltre alla certificazione Isee, un certificato sul possesso di immobili o percezione di redditi all’estero rilasciato dalle autorità del Paese di provenienza. E’ quanto riportato sulle “istruzioni per il richiedente” pubblicato sul sito della Regione. I certificati dovranno essere presentati entro questa settimana. Non una norma anti immigrati, ci tengono a sottolineare dalla regione Veneto, che precisa di applicare solo la legislazione nazionale in materia di erogazioni e contribuiti e chiede ai comuni di rispettarla. A Firenze, una circolare diramata della Prefettura dispone il rientro dei profughi nei centri di accoglienza entro le venti e l’apertura dei pacchi postali destinati agli ospiti immigrati alla presenza degli operatori. Insorgono le opposizioni, sui social spopola l’indignazione, ma nel frattempo cresce un clima di insofferenza verso lo straniero: dalle politiche più restrittive sino all’atteggiamento repressivo degli italiani. Secondo i più recenti rapporti dell’ Ecri (European Commission Against Racism and Intollerance), in tutta Europa aumentano gli episodi di razzismo. Ma cosa c’è alla base di questo risveglio di paura, odio e risentimento contro gli immigrati che arrivano nel nostro Paese? E’ solo insostenibilità dei bilanci economici e del welfare? Per rispondere alle domande si può ipotizzare che tale stato d’animo nasca da un difficile rapporto, di alcune fasce della popolazione, con l’alterità, e la crescente capacità di presa di discorsi pubblici che apparentemente riconoscono le differenze, ma che in realtà finiscono per gerarchizzarle e radicalizzarle. Si tratta di una nuova forma di razzismo che non ha più come bersaglio una “razza biologica connotata” ma le differenze in quanto tali e il diritto ad esercitarle nello stesso panorama sociale. L’immigrazione, in quanto generatrice di differenze, è diventata così il fulcro del discorso razzista del nostro tempo. Su tutto continua a pesare, probabilmente, l’incompleta elaborazione del passato recente dell’Italia ovvero delle esperienze coloniali, delle leggi razziali e della collaborazione col nazionalsocialismo. Pesa anche la distorsione con cui si parla oggi di immigrazione, ormai diventata un fatto prevalentemente mediatico. L’immigrato diventa così un facile bersaglio perché appartenente ad un’altra cultura, proviene da un’altra nazione, è portatore di una condizione economica povera, arriva da aree del mondo lontane e svantaggiate, è percepito come un “pericolo”, un “concorrente” anche quando lavora e svolge lavori dequalificati. Eppure in un passato non poco lontano anche gli italiani sono stati immigrati, forse la “colpa” dello straniero è quella di ricordare un passato che a lui accomuna e che si preferisce rimuovere perché costringerebbe a mettersi in discussione. Il percorso dell’Italia multiculturale non è facile ma è indispensabile iniziare a costruirlo rielaborando questi aspetti dell’immaginario collettivo e sostenendo una coraggiosa idea di convivenza civile che dovrà attuarsi in una società sempre più differenziata. L’immigrazione è un’opportunità, non è solo un problema. Ma va gestita. C’è da chiedersi se è più facile pianificare gli ingressi così da poter negoziare con l’Europa o è più facile rendersi insofferenti e individuare misure che rendano difficile l’integrazione e la pacifica convivenza in una società multiculturale. Che il tempo, ci dia una risposta.

(Articolo pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

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Maternity blues, quella sensazione di malessere che colpisce le neo mamme dopo il parto

untitledSenso di inadeguatezza, sensazione che la vita ti sfugga dalle mani, incapacità di organizzare il proprio tempo e il proprio spazio come prima dell’arrivo del bambino. Un mondo sommerso ed intimo, fatto di paure, angosce, mascherate dal sorriso e dalla felicità dell’arrivo di una nuova vita, ma non sempre la maternità è gioia. All’indomani del parto molte mamme provano sensazioni contrastanti e sconosciute per un momento così idilliaco e atteso. Il più delle volte dopo poche settimane questa sorta di ansia mista a depressione scompare da sola, ma talvolta resta e si può trasformare in depressione post partum, che tanto male fa alle mamme quanto ai bambini. Quello che le donne non dicono sulla maternità è un viaggio confidenziale che viaggia sui social spesso accompagnato dall’hastag “bastatacere”, madri che sfatano i tabù sulla gravidanza, denunciando mortificazioni subite durante i nove mesi o durante il parto. Racconti di coraggio e di verità che aiutano a salvare vite. Per anni il pensiero comune ed imposto parlava di dolore, di allattamento “solo” al seno e di paura a pronunciare la sola frase “depressione post partum”. Trattato poco e male. Molte neo mamme si sono sentite dire: “l’hanno fatto tutte”, “tutte abbiamo partorito con dolore. Tu perché richiedi l’epidurale?”, “allatta perché è un diritto, è un dovere di ogni madre. Fa bene al bambino e a te perché lo senti vicino”. Poco importa se il tuo corpo segnala un allarme, se la tua mente si sente stranamente stanca, sotto pressione, infondo le altre mamme sono felici, serene, in perfetta forma. La maternità è prima di tutto portatrice di vita e poi di esperienze soggettive. Le donne hanno bisogno di parlare, di raccontare e di raccontarsi anche nel post parto, del dolore, della stanchezza provata, non è sinonimo di debolezza o di “cattiva madre” ma è sinonimo di forza, perché raccontandosi e lasciandosi supportare si riesce a superare il terrore provato o che si prova, superando le ferite più intime. Le neo mamme in difficoltà non vanno sottovalutate e derise. Le madri vanno ascoltate. Ciò che fanno è un miracolo di cristallo. Delicatissimo. Come tale va trattato. Eppure ancora troppo spesso le mamme sono lasciate sole con le paure più intime, con le incertezze, con le difficoltà, con il buio psicologico. Una neo mamma su dieci in Italia soffre di depressione post partum nei primi tre mesi dalla nascita del figlio. A volte il dato sfiora il 15%. Una percentuale che si traduce tra le 50 e le 100mila donne ogni anno. Meno del 50% di chi è colpita da questo disturbo chiede aiuto e sostegno. Per tutelare il benessere psicofisico della mamma, della coppia e del bimbo nel periodo che va dalla gravidanza fino ai primi due anni di vita dei piccoli, Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, ripropone la sua campagna “Un sorriso per le mamme”. Il fenomeno della depressione perinatale, che colpisce circa 90mila donne. Il 13% sperimenta già un disturbo dell’umore durante le prime settimane dopo il parto, un dato che sale al 14,5% nei primi tre mesi postnatali con episodi depressivi maggiori o minori ed al 20% nel primo anno dopo il parto. Si tratta di stime molto approssimative, dal momento che i sintomi sono frequentemente sottovalutati sia dalle pazienti sia dai clinici e che solo in circa la metà dei casi viene riconosciuto il disturbo e fornita la risposta adeguata. Un aiuto online. Attraverso il sito internet (www.depressionepostpartum.it) le future madri e le neomamme avranno la possibilità di cercare i nominativi e le attività dei centri di supporto per la depressione perinatale. Potranno infatti usufruire del servizio “L’esperto risponde” che permette di chiedere supporto a uno specialista. La depressione post partum è un problema di salute pubblica di notevole importanza, ma spesso sminuita o sottovalutata dalle donne, dalle famiglie e dalla società. Cerchiamo di conoscere gli aspetti psicologici ed il modo di approccio alla depressione post partum con la psicologa Verdiana Abitudine.

Dottoressa, la maternità dovrebbe essere il momento più idilliaco per una donna, eppure, spesso, è accompagnata dalla depressione post partum, cosa accade e cos’è la DPP?

Quando parliamo di depressione post partum indichiamo un disturbo a carico della sfera emotiva della puerpera, che si sviluppa entro 6 settimane dal parto per poi persistere nella peggiore delle ipotesi anche fino ad un anno e colpisce quasi il 15% della popolazione femminile anche se si tratta di un disturbo sotto diagnosticato. È pensiero comune che l’esperienza della maternità sia un evento così felice da essere immune da stati d’animo negativi, ma non è così. Voglio precisare che i disturbi cui può andare incontro una donna a seguito del parto possono essere tanti e di varia intensità, come un semplice stato melanconico dovuto ad uno squilibrio ormonale, che va incontro a spontanea remissione entro la prima settimana dal parto (maternity blues), oppure una vera e propria psicosi puerperale con problematiche più gravi che si spingono fino a dispercezioni e disturbi del pensiero. La DPP si colloca, in termini di gravità, a metà tra questi due poli per cui non va sottovalutata e va assolutamente trattata, poiché è a rischio cronicizzazione. La DPP è caratterizzata da tutti i sintomi tipici della normale depressione, quindi umore persistentemente triste con frequenti pianti e tendenze autocritiche, faticabilità e mancanza di energia, perdita di interesse per tutte le attività, disturbi del sonno e dell’alimentazione oltre che una vera e propria difficoltà di accudimento del neonato.

 

Perché alcune donne sono più soggette di altre a tale disturbo?

Il motivo per cui la DPP colpisce alcune donne piuttosto che altre esclude una più elementare ipotesi di squilibri ormonali a favore di altre più complesse che riguardano la vita passata della neo mamma, in primis il suo rapporto con la figura materna. È importante, infatti, che la donna durante il cambiamento dell’identità da figlia a madre non riattualizzi delle dinamiche relazionali del passato conflittuali e tumultuose con la sua stessa madre, bensì abbia un ricordo ed un vissuto felice e armonioso da riproporre poi nel rapporto col suo stesso bambino. Inoltre , La donna vive una relazione gestazionale con il bambino considerato parte di se stessa ma al momento del parto è costretta a separarsene, per cui anche questa “perdita” può innescare delle risposte depressive quasi come se stesse elaborando un lutto. Da non trascurare la componente socio-relazionale ossia la vicinanza degli affetti, primo fra tutti il partner, gli amici, la famiglia e l’inevitabile sostegno delle strutture ospitanti. Potremmo indicare un’ipotesi biologica per la diminuzione di noradrenalina e serotonina, neurotrasmettitori implicati nella regolazione delle interazioni e delle attività come lavarsi, dormire ecc. Altre concause possono essere di natura personale come il proprio livello di autostima, di natura economica o genetica come una certa familiarità nell’ambito dei disturbi psichiatrici. Dunque, da come si intuisce, le cause possono essere molteplici e soltanto al momento della valutazione psicologica della donna sarà possibile stabilire con certezza quella scatenante ed intervenire.

 

In passato non si soffriva di depressione post partum? Il problema di tutti i mali che affliggono la nostra società oggi non è quello di essere piombati all’improvviso nelle nostre vite bensì quello di aver assunto nel tempo dei tratti sempre più marcati ed intensi; è biologicamente prevedibile che una donna sperimenti un’alterazione del proprio umore dopo il parto, per cui anche nell’antichità le donne ne erano soggette ma sicuramente oggi tale alterazione è più rumorosa poiché la donna, sempre più emancipata a livello sociale, diventa sempre più vulnerabile a livello psicologico, ragion per cui fronteggia difficoltà aggiuntive a quella del semplice accudimento del bambino. La donna di oggi non ha l’esclusivo compito di procreare e allevare i figli. La donna di Oggi è una donna in carriera, combattuta dal desiderio di coronare la propria femminilità e dalla paura di perdere il lavoro durante la maternità; la donna di oggi convive con lo stress di procurarsi i mezzi necessari per crescere i propri figli poiché le precarie condizioni economiche fungono da ostacolo ; insomma sono aumentati gli agenti stressanti divenendo fertilizzanti di un eventuale malessere post partum.

 

Come si può aiutare una donna in depressione post partum e quali sono i consigli per ridurre DPP?

Il mio consiglio non è volto mai alla cura del sintomo quanto più alla sua prevenzione. Una donna che vive in un contesto di vita stressante e insoddisfacente deve, per il suo benessere personale in primis, imparare ad utilizzare al meglio le proprie risorse così da evitare eventuali declini in situazioni come il parto .come prevenzione risultano molto utili programmi di accoglienza delle future mamme per l’intera durata della gravidanza, dove la donna ha modo di esprimere ed elaborare le sue preoccupazioni e i suoi problemi. In caso invece di DPP conclamata, Il percorso più adeguato per una neo mamma è quello psicoterapeutico, a causa dell’impossibilità dell’assunzione di farmaci antidepressivi, che risulterebbero nocivi per il bambino in fase di allattamento. D’aiuto possono essere anche lo sport e i contatti sociali in modo da ridurre l’isolamento.

  Scritto in collaborazione con la psicologa dottoressa Verdiana Abitudine

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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Minori, una carta per figli con genitori separati: ecco 10 diritti

untitled 2Gli amori naufragano, le storie vedono la parola fine, ma un legame resta per la vita: essere genitori. I genitori si lasciano spesso tra litigi e discussioni e a pagare per l’incapacità di mediare degli adulti sono i figli. I conflitti con i figli al centro non sono mai vantaggiosi per nessuno. Meglio rinunciarci. C’è una strada da percorrere prima del divorzio: trasformare un fallimento in una nuova prospettiva. Le separazioni se ben gestite, possono diventare un momento di snodo positivo nella vita di genitori e figli. Questa volta i figli anziché trovarsi sul terreno di scontro e ricatti, hanno potuto dire la loro in un decalogo di desideri. Ai grandi hanno chiesto attenzioni e ascolto, affetti mantenuti e rispetto. Le loro parole, le esperienze ed i timori, storie e sogni sono finiti nella “carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori”, presentata qualche giorno da dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. Un decalogo che pone al centro di tutto gli interessi dei più piccoli. In Italia sono quasi 100mila i bambini con genitori separati. Piccole regole perché non siano travolti e stravolti nelle “guerre” degli adulti, affinché possano mantenere la continuità affettiva costruita negli anni, relazioni solide, rapporti distesi in un clima di serenità. La carta nasce sul volere del Garante che nei mesi scorsi ha creato un’apposita commissione di giovani che si è integrata al parere degli esperti: legali, psicologi, assistenti sociali sentiti in diverse audizioni. Dieci punti brevi ma decisi, ispirati alla convenzione di New York, ai quali i genitori dovranno cercare di aderire anche col supporto degli avvocati, delle varie figure professionali e della agenzie educative.

La carta si apre con il diritto dei figli di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori. Mantenendo i loro affetti con i fratelli ed i nonni. Perché non è detto che i figli dei separati debbano essere bambini sofferenti. Tra gli altri diritti individuati nel decalogo vi è quello di continuare ad essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione. Ancora, i piccoli anche nella separazione hanno diritto ad essere ascoltati e ad esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni, condividendo le loro scelte con i loro genitori. Hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti, vanno rispettati i loro tempi, preservati dalle questioni economiche e meritano delle spiegazioni. Preziosi consigli che mirano a trasformare un momento doloroso in una svolta senza traumi.

LA CARTA DEI DIRITTI DEI FIGLI NELLA SEPARAZIONE DEI GENITORI

I figli hanno il diritto di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori e di mantenere i loro affetti

I figli hanno il diritto di essere liberi di continuare a voler bene ad entrambi i genitori, hanno il diritto di manifestare il loro amore senza paura di ferire o di offendere l’uno o l’altro. I figli hanno il diritto di conservare intatti i loro affetti, di restare uniti ai fratelli, di mantenere inalterata la relazione con i nonni, di continuare a frequentare i parenti di entrambi i rami genitoriali e gli amici.
L’amore non si misura con il tempo ma con la cura e l’attenzione.

I figli hanno il diritto di continuare ad essere figli e di vivere la loro età

I figli hanno il diritto alla spensieratezza e alla leggerezza, hanno il diritto di non essere travolti dalla sofferenza degli adulti. I figli hanno il diritto di non essere trattati come adulti, di non diventare i confidenti o gli amici dei loro genitori, di non doverli sostenere o consolare. I figli hanno il diritto di sentirsi protetti e rassicurati, confortati e sostenuti dai loro genitori nell’affrontare i cambiamenti della separazione.
I figli hanno il diritto di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nella decisione della separazione e di essere informati da entrambi i genitori, in modo adeguato alla loro età e maturità, senza essere caricati di responsabilità o colpe, senza essere messi a conoscenza di informazioni che possano influenzare negativamente il rapporto con uno o entrambi i genitori. Hanno il diritto di non subire la separazione come un fulmine, né di essere inondati dalle incertezze e dalle emozioni dei genitori. Hanno il diritto di essere accompagnati dai genitori a comprendere e a vivere il passaggio ad una nuova fase familiare.

I figli hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere i loro sentimenti

I figli hanno il diritto di essere ascoltati prima di tutto dai genitori, insieme, in famiglia. I figli hanno il diritto di poter parlare sentendosi accolti e rispettati, senza essere giudicati. I figli hanno il diritto di essere arrabbiati, tristi, di stare male, di avere paura e di avere incertezze, senza sentirsi dire che “va tutto bene”. Anche nelle separazioni più serene i figli possono provare questi sentimenti e hanno il diritto di esprimerli.

I figli hanno il diritto di non subire pressioni da parte dei genitori e dei parenti

 

I figli hanno il diritto di non essere strumentalizzati, di non essere messaggeri di comunicazioni e richieste esplicite o implicite rivolte all’altro genitore. I figli hanno il diritto di non essere indotti a mentire e di non essere coinvolti nelle menzogne.

I figli hanno il diritto che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori

I figli hanno il diritto che le scelte più importanti su residenza, educazione, istruzione e salute continuino ad essere prese da entrambi i genitori di comune accordo, nel rispetto della continuità delle loro abitudini. I figli hanno il diritto che eventuali cambiamenti tengano conto delle loro esigenze affettive e relazionali.

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nei conflitti tra genitori

I figli hanno il diritto di non assistere e di non subire i conflitti tra genitori, di non essere costretti a prendere le parti dell’uno o dell’altro, di non dover scegliere tra loro. I figli hanno il diritto di non essere costretti a schierarsi con uno o con l’altro genitore e con le rispettive famiglie.
I figli hanno il diritto al rispetto dei loro tempi

I figli hanno bisogno di tempo per elaborare la separazione, per comprendere la nuova situazione, per adattarsi a vivere nel diverso equilibrio familiare. I figli hanno bisogno di tempo per abituarsi ai cambiamenti, per accettare i nuovi fratelli, i nuovi partner e le loro famiglie. Hanno il diritto di essere rassicurati rispetto alla paura di perdere l’affetto di uno o di entrambi i genitori, o di essere posti in secondo piano rispetto ai nuovi legami dei genitori.

I figli hanno il diritto di essere preservati dalle questioni economiche

I figli hanno il diritto di non essere coinvolti nelle decisioni economiche e che entrambi i genitori contribuiscano adeguatamente alle loro necessità. I figli hanno il diritto di non sentire il peso del disagio economico del nuovo equilibrio familiare, e di non subire ingiustificati cambiamenti del tenore e dello stile di vita familiare, di non vivere forme di violenza economica da parte di un genitore.

I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano

I figli hanno il diritto di essere ascoltati, ma le decisioni devono essere assunte dai genitori o, in caso di disaccordo, dal giudice. I figli hanno il diritto di ricevere spiegazioni sulle decisioni prese, in particolare quando divergenti rispetto alle loro richieste e ai desideri manifestati. Il figlio ha il diritto di ricevere spiegazioni non contrastanti da parte dei genitori.

(Pubblicato sul mio blog Pagine Sociali per ildenaro.it)

 

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